“Black Magic woman”, la cover di Silvana Di Liberto con i quadri del portoghese Tiago Azevedo



ROMA\ aise\ – Partono i lavori per la venticinquesima edizione di “Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty”, il festival che unisce musica e diritti umani, con le prime fasi dei due ormai storici Premi Amnesty International Italia sulle migliori canzoni: quello per la sezione emergenti e quello per la sezione big.
Il 2021 si è concluso con la realizzazione in versione braccialetto USB della raccolta della 24a edizione del festival, che raccoglie i brani dei protagonisti del festival 2021. Ad aprire la tracklist ci sono i Negramaro e Blindur, i due vincitori del Premio lo scorso anno. Si alternano poi gli ospiti del festival e i finalisti della sezione emergenti. Si tratta di Yo Yo Mundi, H.E.R., Roberta Giallo, Vallanzaska, Giulio Wilson, Jonathan Livingston, Francesca Incudine, Agnese Valle, Donix, Olivia xx, Picciotto, Aftersat, Miriam Ricordi, Innocente e Ozora.
Il 2022 sarà un anno particolare del festival: oltre alla 25a edizione dello stesso ci sarà la 20a edizione della sezione Big del Premio. L’appuntamento è dal 21 al 24 luglio a Rosolina Mare (Rovigo), ma ci saranno come sempre anche altri appuntamenti precedenti e successivi.
Per la sezione Big, tutti possono segnalare all’indirizzo info@vociperlaliberta.it, entro il 28 febbraio, brani che siano stati pubblicati tra il 1° gennaio 2021 e il 31 dicembre 2021, che siano interpretati da un artista italiano noto e che trattino appunto temi legati alla Dichiarazione universale dei diritti umani.
Una commissione composta da esponenti di Amnesty International Italia e di Voci per la Libertà ne selezionerà dieci. Le nomination verranno quindi sottoposte a una giuria di importanti addetti ai lavori (giornalisti, conduttori radiofonici e televisivi, docenti universitari, studiosi, intellettuali, referenti di Amnesty International Italia e di Voci per la Libertà), che eleggerà tra le canzoni candidate il Premio Amnesty International Italia, sezione Big, 2022.
Negli anni hanno vinto questo premio: Daniele Silvestri, Ivano Fossati, Modena City Ramblers, Paola Turci, Samuele Bersani, Subsonica, Vinicio Capossela, Carmen Consoli, Simone Cristicchi, Fiorella Mannoia e Frankie hi-nrg mc, Enzo Avitabile e Francesco Guccini, Max e Francesco Gazzè, Mannarino, Edoardo Bennato, Nada Malanima, Brunori Sas, Roy Paci, Niccolò Fabi e Negramaro.
Per la sezione emergenti è on line il bando di concorso per la nuova edizione, a cui possono partecipare cantautori e band con un brano sui diritti umani, in qualsiasi lingua o dialetto e di qualsiasi genere musicale. La scadenza del bando è fissata per lunedì 18 aprile.
I semifinalisti saranno otto in totale: quattro si esibiranno a Rosolina Mare giovedì 21 luglio e quattro il giorno successivo. I migliori cinque accederanno alla finale del 23. Gli artisti (a cui saranno assicurati vitto e alloggio) saranno valutati da una giuria composta da importanti addetti ai lavori e giornalisti, che assegnerà il Premio Amnesty International Italia per la sezione Emergenti.
Il vincitore avrà diritto a molti bonus, come la produzione di un videoclip e, insieme agli altri finalisti, l’inserimento in un album o playlist assieme ai big. Altri bonus saranno man mano definiti. Per alcuni dei finalisti degli scorsi anni ad esempio ci sono state decine di concerti e di laboratori musicali, un tour realizzato grazie a NUOVO IMAIE e una comunicazione costante delle varie iniziative. Il bando e ulteriori informazioni sono disponibili qui.
“Voci per la Libertà – Una canzone per Amnesty” è un’iniziativa dell’Associazione Culturale Voci per la Libertà e di Amnesty International Italia. (aise)

A inizio settimana il frontman dei Pearl Jam Eddie Vedder aveva svelato la tracklist del suo imminente nuovo album solista “Earthling”, che raggiungerà il mercato il prossimo 11 febbraio. Nella giornata di oggi ha invece pubblicato il terzo singolo del disco, intitolato “Brother the Cloud”, che fa seguito ai precedenti “Long Way” e “The Haves”.
Oltre a “Brother the Cloud” il 57enne musicista statunitense ha rivelato che “Earthling” si gioverà dei contributi di alcuni big del rock quali Stevie Wonder, Elton John, l’ex Beatle Ringo Starr, Glen Hansard, il batterista dei Red Hot Chili Peppers Chad Smith e l’ex chitarrista dei Red Hot Chili Peppers Josh Klinghoffer.
Tracklist:
01 Invincible
02 Power of Right
03 Long Way
04 Brother the Cloud
05 Fallout Today
06 The Dark
07 The Haves
08 Good and Evil
09 Rose of Jericho
10 Try
11 Picture feat. Elton John
12 Mrs. Mills
13 On My Way
da Rockol.it

MILANO (ITALPRESS) – Da venerdì 14 gennaio sarà in radio “Kick Ass”, il nuovo singolo di Bryan Adams che anticipa l’album di inediti “So Happy It Hurts” (BMG) in uscita l’11 marzo 2022.
Si tratta del quindicesimo disco in studio del rocker canadese: 40 anni di carriera, brani che sono impressi nella memoria di più generazioni, prima posizione in classifica in 40 Paesi nel mondo, e poi ancora 3 Academy Award nomination, 5 Golden Globe nomination, 1 Grammy Award. L’album contiene 12 brani di cui è autore. Sono già disponibili la title track “So Happy It Hurts”, primo singolo che ha anticipato l’album, e il brano scritto per il Calendario Pirelli 2022 “On The Road”.
(ITALPRESS).

“Il ragazzo della via Gluck” compie oggi 84 anni. Presentiamo di seguito una sua biografia.
Adriano Celentano nasce a Milano al numero 14 della mitica “via Gluck” il 6 gennaio 1938, da genitori pugliesi trasferitisi al nord per lavoro; a Milano Adriano trascorre l’infanzia e l’adolescenza; lasciata la scuola svolge diversi lavori, l’ultimo e il più amato è quello di orologiaio.
Fa il suo debutto al Teatro Smeraldo, dove insieme a Elio Cesari/Tony Renis, presenta, con il nome di battaglia “Gli allegri menestrelli del ritmo”, una divertente parodia musicale della coppia Jerry Lewis – Dean Martin, fino alle serate al Santa Tecla, dove incontra il campione di rock-boogie Bruno Dossena che lo invita a partecipare al Festival del Rock’n’roll.
Il 18 maggio 1957 al Palazzo del Ghiaccio di Milano si svolge il primo Festival Italiano di Rock’n’Roll. Adriano Celentano vi partecipa con l’accompagnamento del complesso musicale dei Rock boys, dei quali fanno parte Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, mentre Luigi Tenco si aggiungerà in Germania quale sassofonista. L’unico cantante rock è lui “Adriano il Molleggiato”, il primo e l’unico in tutta Europa. Con “Ciao ti dirò” sbaraglia la concorrenza. Tre giorni dopo firma il suo primo contratto con la casa discografica milanese Saar (etichetta Music) per la quale debutta incidendo “Rip It Up”, “Jaihouse Rock” e “Tutti Frutti”.
Nel 1958 partecipa al secondo Festival del Rock’n’Roll, che dura una settimana. Compare per la prima volta in un film: “I frenetici”.
Nel 1960 Celentano compare in un’importante sequenza della “Dolce Vita” di Federico Fellini, il quale lo vuole a tutti i costi dopo averlo visto esibirsi dal vivo mentre cantava “Reddy Teddy”. Nello stesso anno recita anche in “Urlatori alla sbarra”, “Dai, Johnny dai!” e “Sanremo la grande sfida”.
L’anno seguente Adriano parte per il servizio militare, ma riesce ugualmente a partecipare al suo primo Festival di Sanremo con “Ventiquattromila baci”, in coppia con Little Tony. Non vince: si classifica al secondo posto, ma il suo sarà il disco più venduto, superando il milione di copie e conquistando un nuovo primo posto nella classifica. Desta scalpore il fatto che al Festival si sia presentato volgendo le “spalle” al pubblico: la discussione viene addirittura spostata dai salotti degli italiani alla Camera dei Deputati, cui viene dedicata un’interrogazione parlamentare.
Nel 1961 lascia la Saar e fonda il “Clan Celentano”, il primo esperimento di un artista italiano che sceglie di autoprodursi, oltre che produrre giovani cantanti e musicisti. Il Clan è un caso raro di utopia realizzata: il fondatore immagina un luogo in cui un gruppo di amici “lavora giocando e gioca lavorando“. Il Clan diventa subito una realtà discografica e di “costume” e sceglie di restare indipendente tra gli indipendenti. E’ l’unica etichetta discografica con 36 anni alle spalle ad essere rimasta totalmente italiana. E’ una scelta originalissima, il cui modello va ricercato nel Clan Sinatra, a cui nessun cantante italiano prima di Adriano aveva osato pensare e grazie al quale spiana la strada ad altri (basti pensare alla “Numero Uno” di Mogol–Battisti o alla “PDU” di Mina). Il Clan negli anni lancerà molti cantanti ed autori di successo.
“Stai lontana da me” (1962) è il primo disco del Clan: vince il Cantagiro e arriva in vetta alle classifiche, superando la cifra record di 1.300.000 copie vendute. Il 10 ottobre esce “Pregherò”, altro grande successo di Adriano Celentano, versione italiana di “Stand by me” di Ben E. King. Poco dopo vengono pubblicati “Grazie, prego, scusi” e “Il tangaccio”. Il Clan è conteso da ogni editore/distributore discografico, ma Celentano non ha mai voluto cedere quote del Clan a nessun’altra azienda discografica o multinazionale.
Nel 1963 Adriano è di nuovo in vetta alla classifica dei 45 giri con “Sabato triste”. Recita nel film “Il monaco di Monza” insieme a Totò, e in “Uno strano tipo”, in cui conosce Claudia Mori, che sposerà un anno più tardi.
Nel 1966 torna al festival di Sanremo, dove si compie una svolta decisiva: Celentano per la prima volta propone (una novità assoluta in l’Europa, che mai aveva sentito parlare di inquinamento) un brano dai contenuti ecologisti. La canzone è la celeberrima “Il ragazzo della via Gluck”, che viene esclusa al primo ascolto. La canzone supererà il milione e mezzo di copie vendute, entrerà nella coscienza collettiva del paese e all’estero, come pochi altri brani di musica leggera. Verrà tradotto in oltre 18 lingue e finirà nell’album dal titolo omonimo realizzato insieme al famoso gruppo de “I Ribelli” con gli arrangiamenti e la direzione di Detto Mariano.
In autunno lancia “Mondo in mi 7a”, un altro grande successo nel quale si parla per la prima volta di temi quali il nucleare, la droga, la corruzione, la caccia, l’ecologia, anticipando, ancora una volta ciò che oggi è più che mai di attualità.
In coppia con Claudia Mori incide “La coppia più bella del mondo”, scritta con un grande autore, Paolo Conte, il quale in seguito dirà che ogni volta che compone pensa alla voce di Adriano, “la più bella in Europa“.
Il 15 luglio 1968 nasce la figlia Rosalinda; Adriano torna al festival di Sanremo con “Canzone”, in coppia con Milva. Arriva terzo ma la canzone è prima in hit-parade. Ma il 1968 è soprattutto l’anno di “Azzurro”, altra canzone storica del panorama della musica italiana, scritta da Paolo Conte. Il 45 giri, che come facciata B ha “una Carezza in un pugno”, staziona a lungo al primo posto della classifica dei dischi. Sull’onda del successo esce anche il 33 giri “Azzurro / Una carezza in un pugno”. Chiamato da Pietro Germi debutta nel cinema d’autore con “Serafino”. Vince ai festival di Berlino e Mosca. Tedeschi, sovietici, francesi ed europei in genere impazziscono per Adriano Celentano.
Partecipa con Claudia Mori al Festival di Sanremo del 1970: la coppia vince con “Chi non lavora non fa l’amore”, brano ironicamente ispirato all’autunno caldo. C’è chi interpreta la canzone come un inno contro gli scioperi.
Nel 1972 esce “Prisencolinensinanciusol”, vero e proprio primo rap mondiale: gli americani scopriranno questo genere di linguaggio musicale soltanto dieci anni dopo. Ancora una volta Adriano si dimostra un precursore. Esce il film “Bianco, rosso e…”, con Sophia Loren, per la regia di Alberto Lattuada. La Rai gli dedica uno show di due puntate intitolato “C’è Celentano”, di Antonello Falqui.
Nel 1973 con Claudia Mori interpreta “Rugantino”, diretto da Sergio Corbucci, ed è il protagonista ne “Le cinque giornate” di Dario Argento. Esce per il Clan il cd “Nostalrock” in cui Adriano interpreta vecchie canzoni come “Be bop a lula”, “Tutti frutti” e “Only you”.
Nel 1974 esce il film “Yuppi Du”, da lui scritto, diretto, prodotto e interpretato (al fianco di Claudia Mori e Charlotte Rampling). Libero di esprimersi, crea un film che fa gridare al miracolo. La critica concorda: è un capolavoro! “E’ nato un nuovo Charlie Chaplin“, scrive Gianluigi Rondi. Giovanni Grazzini lo esalta e così tutta la critica europea. Di “Yuppi Du” Adriano realizza anche la colonna sonora, e conquista il primo posto sia nella classifica dei 45 che in quella dei 33 giri.
Il periodo tra il 1975 (con un episodio di “Di che segno sei?”) fino al 1985 vede per Celentano un’intensa attività come attore, con circa una ventina di film, molti dei quali stabiliscono primati di incassi (Mani di velluto, Qua la mano, Il bisbetico domato, Innamorato pazzo, Asso, Bingo Bongo, Segni particolari bellissimo). “Innamorato pazzo” e “Il Bisbetico domato” sono i primi film della storia cinematografica italiana a toccare e superare i venti miliardi di incasso.
Esce l’album “Svalutation”, è un ironico commento alla crisi economica che colpisce l’Italia e l’intero occidente. Invade i mercati europei e raggiunge il primo posto in Francia e in Germania, dove Adriano è un idolo amatissimo ancora oggi. L’ex Unione Sovietica lo considera l’artista e l’uomo “straniero” più amato. Esce poi il film “Bluff” di Sergio Corbucci, con Anthony Quinn.
Durante gli anni ’90 escono i dischi “Il re degli ignoranti”, “Arrivano gli uomini”, “Alla corte del re-mix”. Un vero successo di pubblico e critica è il lavoro del 1998 “Mina & Celentano” in cui due delle voci più apprezzate della musica italiana duettano nello spazio di 10 canzoni. Le copie vendute superano il milione.
Solo un anno più tardi esce il disco “Io non so parlar d’amore” che raggiunge la cifra record di oltre 2.000.000 di copie vendute e la presenza tra i primi cinque posti della classifica italiana per circa 40 settimane. Alla creazione dell’album partecipano Mogol e Gianni Bella. Celenatno realizza per RaiUno un programma dal titolo “Francamente me ne infischio”, in cui accosta alla musica, che scatena polemiche per la durezza di alcune immagini trasmesse (guerra, povertà, morte sono i duri temi affrontati). Il programma, condotto insieme a Francesca Neri, vince la prestigiosa Rosa d’oro al Festival internazionale della tv di Montreaux.
Nel 2000 esce “Esco di rado e parlo ancora meno”. La coppia compositiva Mogol-Gianni Bella, accompagnata dalle chitarre di Michael Thompson e dagli arrangiamenti di Fio Zanotti, ha ancora una volta indovinato la formula per una nuova pozione magica.
Nel 2002 esce il cd “Per sempre”, il nuovo disco del molleggiato scritto ancora con Mogol e Gianni Bella, oltre a diversi illustri ospiti. Il disco, con una copertina pittoricamente illustrata da Roger Selden sarà disponibile anche in una versione arricchita da un dvd al quale ha collaborato anche Asia Argento che ha affiancato Adriano nell’ultimo show su Raiuno “125 milioni di caz..te”. Il testo e la musica di “Vite”, uno dei pezzi più belli del cd, è del veterano Francesco Guccini, la collaborazione fra le due stelle distanti anni luce nasce per un piccolo miracolo del destino: grazie alla tenacia di Claudia Mori i due si incontrano in un ristorante di Bologna e lì Francesco dà il testo della canzone ad Adriano prendendolo da uno dei suoi testi appena scritti che portava casualmente nella tasca. Per “I passi che facciamo” invece Claudia Mori contatta Pacifico alias Gino De Crescenzo (un solo disco all’attivo ma una pioggia di premi e di riconoscimenti da pubblico e critica), il brano ha un testo impegnato, dal risvolto sociale che tratta il tema della guerra, ispirato dalla musica etnica e arabeggiante.
Alla fine di ottobre 2003 esce “Tutte le volte che Celentano è stato 1”, un the best che raccoglie 17 tra le più belle canzoni di Adriano Celentano, scelte tra le oltre 100 che hanno raggiunto il primo posto in classifica.
Alla fine del 2004 esce “C’è sempre un motivo”; il cd contiene “Lunfardia” un brano inedito del grande Fabrizio De Andrè.
Dopo l’album, Adriano Celentano mostra un rinnovato interesse per la TV: un clamoroso ritorno in Rai è nell’aria ma un litigio con i vertici dell’azienda sembrano far slittare il ritorno dell’artista sul piccolo schermo. Dopo “Rockpolitik” (ottobre 2005) torna in tv alla fine del mese di novembre 2007 con “La situazione di mia sorella non è buona”, senza mancare di suscitare polemiche e dibattiti. Nello stesso periodo esce il nuovo lavoro discografico “Dormi amore, la situazione non è buona”.
da biografieonline.it

AGI – Warner Music ha reso noto di aver acquistato i diritti su tutto il catalogo di David Bowie. L’annuncio è un altro esempio del consolidamento di una tendenza, alimentata dal mercato dello streaming, che vede le opere dei piu’ celebri musicisti della storia contemporanea cedute alle major. L’accordo siglato tra gli eredi di Bowie e Warner Music, per un importo che Variety stima intorno ai 250 milioni di dollari, segue la decisione, lo scorso dicembre, di Bruce Springsteen di vendere alla Sony i diritti dell’intero suo repertorio per oltre 550 milioni di dollari. Pochi mesi prima, Tina Turner aveva fatto lo stesso con Bmg.
La Warner Chappell Music (Wmc) ha cosi’ acquisito la proprietà di un repertorio eccezionale che va dal primissimo “David Bowie” del 1967 all’opera postuma “Toy”, uscita nel novembre 2021, un accordo che comprende 27 album e centinaia di di canzoni, alcune delle quali entrate nel mito come “Starman”, “Space Oddity”, “Heroes” o “Let’s Dance”.
“Queste non sono solo canzoni fantastiche, ma pietre miliari che hanno cambiato per sempre il corso della musica moderna”, ha dichiarato il numero uno di Wmc, Guy Moot, in una nota. Con questo accordo, Warner, una delle tre grandi “major” musicali superstiti insieme a Sony e Universal, dovrebbe ricevere i diritti per ogni trasmissione o utilizzo di un brano del musicista britannico, scomparso nel 2016, su una piattaforma di streaming, in un film o in una pubblicità.
Dopo una fase difficile durante gli anni 2000, con l’esplosione di internet e il download illegale che abbattè la redditività del supporto fisico, l’industria musicale è ripartita dallo streaming, oggi una delle principali fonti di reddito per i detentori dei diritti. “Canzoni di straordinario successo e dal grande impatto culturale producono flussi di reddito affidabili e a lungo termine e sono quindi beni molto redditizi”, ha scritto in un recente rapporto uno dei fondatori dell’azienda, Merck Mercuriadis, ex manager di Elton John.
Hipgnosis, uno dei fondi di investimento piu’ attivi sul mercato, sostiene di possedere 146 cataloghi – tra cui quelli dei Red Hot Chili Peppers e parte del lavoro di Neil Young, acquisito nel 2021 – ovvero più di 65.000 brani, per un valore stimato oltre i 2,55 miliardi di dollari. Secondo Mercuriadis, se le chiusure delle sale da concerto durante l’emergenza sanitaria potrebbero aver avuto un effetto negativo sui ricavi degli artisti piu’ giovani, i “vecchi cataloghi” hanno registrato “entrate in streaming eccezionali poicheé i consumatori si sono rivolti ai classici durante il confinamento”.
Entro la fine del 2020, la Universal aveva acquisito l’intero catalogo di Bob Dylan, per una cifra stimata intorno ai 300 milioni di dollari. Hipgnosis vede anche prospettive di guadagno su piattaforme più recenti come TikTok o Roblox. Per quanto riguarda gli artisti, soprattutto quelli più anziani, c’è un interesse fiscale, perché l’imposta su una vendita forfettaria sarà inferiore a quella su un reddito regolare negli Stati Uniti.
La cessione dei diritti alle aziende tentate dalla speculazione non è un fenomeno che incontra consensi unanimi. Taylor Swift, una delle cantanti più famose d’America, ha avuto un clamoroso successo con le nuove versioni di due dei suoi vecchi album, dopo aver promesso di registrare nuovamente i primi sei per controllarne i diritti. Un altro esempio sono i Metallica, che hanno riacquistato dalle case discografiche i diritti sul loro intero catalogo per poter incamerare tutti i proventi dello streaming.

BARI – “Il maledetto virus mi ha colpito”. È quanto dichiara in un video postato su Instagram Al Bano Carrisi. Il cantante di Cellino San Marco (Brindisi) avrebbe dovuto partecipare allo spettacolo di capodanno previsto il 31 dicembre prossimo nel teatro Petruzzelli di Bari. Il covid “mi ha colpito al punto tale che non posso fare quello che c’era in programma di fare l’ultima notte dell’anno da Bari con Panicucci e tanti amici come Riccardo Fogli, The Kolors, il grande Facchinetti”, spiega l’artista.
“Sono qui, devo combattere questo braccio di ferro con questo maledetto che – dichiara – è invisibile ma colpisce, è il nemico più importante, più squallido che rappresenta un po’ il nemico della terza guerra mondiale”. Il cantante è fiducioso: “Finirà, perché tutto passa: gli ho già preparato il funerale, la bara l’ho comprata, si chiama coronavirus, ho messo la data di nascita, aspetto la benedetta data di morte”. Poi rivolgendosi ai no vax dice: “State attenti, colpisce tutti, anche i no vax. È questa la grande amara verità. Buon anno a tutti “.
dire.it

CAGLIARI\ aise\ – È aperto il bando di concorso della 15a edizione del Premio Andrea Parodi, uno dei più importanti contest europei di world music, le cui finali si terranno a Cagliari in autunno. Il bando è on line ed è aperto ad artisti non solo italiani ma di tutto il mondo. L’iscrizione è gratuita, la scadenza è fissata al 31 maggio 2022.
Le domande di iscrizione dovranno essere inviate tramite il format (per informazioni: fondazione.andreaparodi@gmail.com ). Dovranno contenere: 2 brani, di cui uno in concorso (2 file mp3, provini o registrazioni live o realizzazioni definitive, anche già edite; indicare con quale dei due brani si intende gareggiare); i brani non possono essere solo strumentali e devono essere identificativi di un intero progetto artistico legato alla world music; testi ed eventuali traduzioni in italiano dei due brani; e, infine, il curriculum artistico del concorrente (singolo o gruppo).
Tra tutte le iscrizioni una commissione artistica scelta dall’organizzazione selezionerà, in maniera anonima, dieci finalisti, che si esibiranno dal vivo nella fase finale davanti a una ampia giuria composta da autorevoli addetti ai lavori, come cantanti, autori, musicisti, responsabili di festival, manager, discografici, uffici stampa, giornalisti, critici musicali, sia italiani che internazionali.
Il vincitore assoluto avrà diritto ad una borsa di studio di € 2.500, oltre alla possibilità di esibirsi in alcuni festival partner del Parodi nel 2023, come l’European Jazz Expo (Sardegna), Folkest (Friuli), oltre che nello stesso Premio Andrea Parodi. Il vincitore del Premio della Critica avrà invece la possibilità di realizzare un videoclip professionale del brano in concorso, prodotto dalla Fondazione Andrea Parodi. Inoltre, alcuni dei festival partner (come Mare e Miniere, Premio Bianca d’Aponte, Premio Città di Loano per la musica tradizionale italiana, Mo’l’estate Spirit Festival, Musiconnect-italy) potranno invitare come ospiti uno o più finalisti.
Proprio recentemente Still Life, vincitori della 13a edizione, si sono esibiti a Pistoia in rappresentanza del Premio Parodi a “Musiconnect Italy”, il primo meeting professionale e show-case festival dedicato alla world music italiana.
Il Premio è nato per rendere omaggio a Andrea Parodi, importante esponente sardo di world music ed è realizzato dall’omonima Fondazione con la direzione artistica di Elena Ledda. Le precedenti edizioni sono state vinte nel 2021 da Matteo Leone (Sardegna), nel 2020 da Still Life (Sicilia/Portogallo), nel 2019 da Fanfara Station (Tunisia, Stati Uniti, Piemonte), nel 2018 da La Maschera (Campania), nel 2017 da Daniela Pes (Sardegna), nel 2016 dai Pupi di Surfaro (Sicilia), nel 2015 da Giuliano Gabriele Ensemble (Lazio), nel 2014 da Flo (Campania), nel 2013 da Unavantaluna (Sicilia), nel 2012 da Elsa Martin (Friuli), nel 2011 da Elva Lutza (Sardegna), nel 2010 dalla Compagnia Triskele (Sicilia), nel 2009 da Francesco Sossio (Puglia).
Il bando integrale è disponibile qui. (aise)


Viviana Dragani, torinese residente da anni in Massachusetts USA, ha lanciato da poco il suo ultimo singolo che sta riscuotendo un gran consenso, soprattutto in Argentina e Stato di New York.
“This secret love” rappresenta una novità nel mercato musicale odierno. Si tratta di un crossover al femminile, dove pop e opera si fondono dando origine a un mix melodico nuovo, dalle sonorità inedite, ipnotiche e celtiche. Una commistione unica di pop, opera e ambient-chill music.
L’idea nasce dall’autore e compositore Domenico Centorrino che ha pensato di far interagire due diverse anime vocali, nello specifico quella dell’interprete Viviana Dragani e la cantante lirica Daniela La Rosa.
Viviana, acclamata vocalist delle Blue Dolls e voice-over talent di successo, spazia agevolmente nel mondo sonoro del jazz, del tango e del pop; attualmente è anche conduttrice radiofonica per radio WNTN 1550 di Boston, USA.
Daniela ha invece un background classico di pianista e soprano. Si è esibita in tutta Europa con un repertorio operistico e ha partecipato a importanti programmi televisivi su Antenna Sicilia e Telecolor.
Le due voci hanno creato un mix sonoro nuovo e di qualità che vuole discostarsi da ciò che il mercato musicale attuale ci propone.
“This secret love” parla di un amore viscerale per la musica che le due protagoniste nutrono sin da tenera età; anche quando il passare del tempo e le nuove sfide della vita le portano a vivere lontane (una in America e l’altra in Italia), continueranno a esprimersi e sentirsi vicine attraverso la musica, che rappresenta l’unico “portale” all’interno del quale possono essere se stesse.
Potete ascoltare qui un’anteprima e seguire Viviana Dragani su Instagram https://www.amazon.com/This-Secret-Love/dp/B09FY6TCMX


Un canovaccio di colori, di suoni, di parole, come un quadro di Pollock in musica. Dentro questo brano, magistralmente prodotto dal maestro Rick Rubin, ritroviamo il Jovanotti che si diverte ancora a sperimentare con la musica non solo in termini di accordi, melodie, generi, ma proprio di concetto. Altro che “Ragazzo fortunato”, Jovanotti è un ragazzo, anche oggi che si porta con una scioltezza invidiabile i suoi 55 anni, bravo, soprattutto bravo. Non si è mai accomodato su una hit, non ha mai concesso contentini al proprio pubblico, che magari se ne sarebbe anche saziato, colmo d’amore per lui com’è giusto che sia; ma ha invece sempre portato avanti una sorta di filosofia sciamanico/musicale, Jovanotti, anche in questa nuova “Il boom”, con le sue canzoni tenta sempre di migliorare un pezzettino di mondo, anche solo pochi centimetri di mondo, pochi istanti di mondo, anche quando quelle canzoni sono state concepite magari solo per farci ballare, come condivisione del proprio mai smarrito divertimento.
Diremmo “torna Marracash” se non fosse che non l’abbiamo mai sentito distante, assente, e non solo perché nel valzer dei featuring nei dischi rap ce lo siamo ritrovati in ben più di un’occasione, ma soprattutto perché Marracash rimane lì nel cielo, stella cometa di un’intera scena che guarda a lui, a ben ragione, come modello. In questo “Noi, loro, gli altri” il rapper si denuda in maniera totale, mostra le proprie cicatrici senza vergogna, ma soprattutto fa a pezzi la retorica machista che ha infettato tutta una nuova generazione di rapper che aprono la bocca, le danno fiato, ma non esce nulla. Anzi, al contrario, Marracash canta le proprie malinconie, le proprie incertezze, la propria visione lucidamente sconfortante ma estremamente poetica della vita.
Quella che propone in realtà è proprio una celebrazione, che a tratti sa quasi di liturgico, della propria anima; rap orchestrale, magistrale, definitivo, un passo più avanti questo disco c’è un abisso pop, una serie di suoni e parole rigettati in mare come fossero da buttare, il nulla. “Noi, loro, gli altri” è semplicemente e meravigliosamente straziante e Marracash ha un’idea di musica che rappresenta l’avanguardia del rap, sotto ogni punto di vista, soprattutto contenutistico. È il primo ad aver capito che i giochi di parole tipici del genere celano una potenza enorme, devastante, catastrofica; il primo a crescere, a farsi grande, a mettere da parte i duelli all’ultimo style, a considerare la musica il punto di arrivo a qualcosa e non il mezzo per arrivare a qualcosa, a sentire bruciare dentro la necessità di maturare, di fare i conti con se stesso, di risolversi in qualche modo. Il primo. Punto.
Non poteva esserci esordio solista migliore per Mobrici, non solo perché questo suo “Anche le scimmie cadono dagli alberi”, elogio all’imperfezione umana di matrice giapponese, è un bellissimo disco, ma perché l’ei fu Canova di suo non ci mette solo cognome e faccia in copertina, fuori, ma, dentro, tutta una condensa di dubbi, incertezze, paure, disavventure, il proprio passato, il futuro che vorrebbe e la forma dell’amore che desidera.
Tutto il se stesso del quale dispone insomma, ogni singolo angoletto di umanità, utilizzando una poesia che ti annienta, ti imbambola, ti obbliga alla riflessione. Anche a te è successo quello che è successo a lui, anche tu hai incontrato quella persona, poi l’hai abbandonata per strada e ora non sai più nemmeno dove sta, anche tu hai amato, hai sofferto, hai fatto l’amore senza amore, stando dall’una o dall’altra parte della barricata; e allora capisci che Mobrici in realtà non canta l’amore, ma usa l’amore come mezzo per raccontare se stesso e la propria esistenza, che lo utilizza come unità di misura, come metafora, nemmeno tanto velata, per provare a spiegare i meccanismi di questo motore che ci spinge come palline impazzite da un lato all’altro della vita, rimbalzandoci addosso con un senso che non capiremo mai.
È un incontro felice quello tra ANNA, la giovanissima rapper che ha conquistato le attenzioni della scena italiana (e non solo) con la sua “Bando” l’anno scorso, e Young Miles, che si è occupato della produzione di questo suo nuovo singolo. Se da un lato dobbiamo allertarvi sul fatto che anche le rapper donna, chissà poi per quale motivo, si stanno avventurando sempre di più in questo immaginario da Bronx farlocco, vagamente black, sicuramente ridicolo; dall’altro non possiamo fare a meno di constatare quanto l’idea di buttare il rap su beat abbastanza spinti, anche se vecchia come il cucco, comunque risulti estremamente funzionante. “BALAKLUB” non stimola quella fascinazione globalmente scattata per “Bando”, ma forse solo perché “Bando” spingeva di più. Speriamo che nelle prossime puntate, oltre a farci ballare, si spinga anche a dirci qualcosa che non sia una parodia italiota di un film di Spike Lee, perché altrimenti sai che noia.
Brano che apre la (semi)omonima serie animata firmata da Zerocalcare e che meglio non poteva disegnare i contorni di questa comune nostalgia che poi il fumettista romano mette sul video. Perché in fondo la poetica di Giancane e quella di Zerocalcare si incastrano perfettamente, entrambi celebrano e al tempo stesso dissacrano la nostra umanità, specificatamente italiana, specificatamente romana se vogliamo. Giancane lo ha sempre fatto nella sua carriera, con pezzi come “Ipocondria” e “Vecchi di merda”, che lo hanno reso a ben ragione una star dentro i confini del raccordo anulare; oggi però, forse trascinato dalla bella ed estenuante nostalgia di Zerocalcare, estenuante proprio perché a prodotti di un certo tipo non ci siamo abituati, si supera, “Strappati lungo i bordi” è probabilmente il suo miglior pezzo, la naturalezza con la quale ci mette su carta, su musica, stracciandoci poi, appunto, non “lungo i bordi” ma proprio la testa, risulta a tratti disarmante, meravigliosamente disturbante.
È una ballad dagli intenti quasi punk, un pugno allo stomaco, una birra scesa male, che c’ha il sapore della strada, come se te la fossi ciucciata direttamente da dentro una buca sulla Prenestina; ed è proprio per questo meravigliosa, perché unisce con una linea, seppur sghemba, l’epica alla normalità, rendendoci tutti eroi delle nostre vite.
Si può avere paura di stare bene? Chiaro, è una cosa comune a tutti i timorosi, in generale, che avendo paura di stare male sviluppano anche un certo timore nello stare bene, in quanto sanno benissimo che lo stare bene finisce e, solitamente, anche troppo presto. Non ricordiamo però di canzoni che fossero riuscite ad inquadrare per bene questa sensazione di disagio perenne, quella necessità di camminare rasenti ai muri per evitare cattive sorprese rendendosi perfettamente conto di quanto questo sia sciocco, inutile, quanto sia una debolezza che potremmo risparmiare alla nostra già martoriata esistenza. Carucci, cantante degli Ex-Otago in missione discografica esplorativa solitaria, ci riesce e bene con il romanticismo che contraddistingue da sempre il suo scrivere.
Un viaggio nella malinconia di un artista decisamente originale, unico, del nostro panorama musicale. Un ragazzo che ha capito di conservare dentro una ricchezza, anche se purtroppo un po’ cupa, un po’ oscura, e di regalarcela. Questo EP è molto piacevole all’ascolto ma serve prepararsi ad una passeggiata in luoghi della mente malconci, efferati, quegli angoli bui che nascondiamo tutti da qualche parte e che vorremmo dimenticarci di avere e che Young Signorino, con la poetica e l’idea di musica che preferisce, invece, ci canta. Non sarà sempre tutto perfetto, tutto pulito, tutto in ordine, tutto lineare, ma è tutto sempre molto onesto.
Brano che si fa ascoltare ma che resta sempre lì dov’è. Niente di nuovo sotto il cielo per quel che riguarda il sound, rap poppizzato che negli ultimi due anni stiamo ascoltando in tutte le salse, nemmeno il testo è granché illuminante, questa ripresa dell’”Odi et amo” è snervante, noiosa, trita e ritrita, nonché anche vagamente fraintesa; roba che tra “Ora o mai più” sceglieremmo senz’altro “mai più”. La vincitrice dell’ultima edizione di X-Factor sta proprio vagando senza meta in un deserto discografico, la piazzano un po’ ovunque a fare la Mara Sattei con le sembianze di Billie Eilish, ma risulta sempre evidentemente spaesata. Non ne mettiamo in dubbio il talento, sarebbe ingeneroso, ma c’è da lavorare sul carattere, sulla strada da intraprendere con questo progetto, perché quella che sta camminando al momento non porta da nessuna parte.
E si che ritenevamo Populous anche uno bravo, questa “Demone” è una sorta di sbavatura inutile in una discografia di tutto rispetto. Sarà forse la vicinanza a Vergo, per chi non se lo ricordasse, ex concorrente di X-Factor, autore del capolavoro al contrario che è “Bomba”, una robaccia che abbiamo dovuto pagare un’intera equipe di psicologi per dimenticarcene. Questa “Demone” racchiude una tempesta di brutture che non si sa nemmeno da che lato guardarla, come quando Fantozzi mostra ai colleghi la foto della nipotina appena nata; fosse possibile televotarli fuori da Spotify, nonostante avversi per principio alla pratica del televoto, avremmo già il telefono in mano.
Un attimo di quiete in questo universo trafficato come il raccordo anulare. Angelo Trabace lo conosciamo come pianista che ha collaborato con artisti del calibro di Dimartino, Vasco Brondi o Francesco Bianconi, ma non è mai stato un mero esecutore, anzi, ha sempre approcciato ogni progetto con il tocco e la verve dell’autore vero e proprio. Questa “Sbarco” è una melodia ricca di guizzi, così come ci ha sempre abituati, ma si spinge anche oltre, in una terra dove non c’è nemmeno bisogno di parole, come uno sbarco, appunto, con gli occhi invasi dalla bellezza. Grazie.
Ritorno alle sonorità da indipendenti veri, a quel sound trascinante, a quella poetica fresca e diretta, fatta di immagini che si materializzano davanti agli occhi, ma perfino con un filo di struttura in più. Una “Macedonia” in effetti, di colori, parole e, soprattutto, storie, che Sgrò, che è un ottimo cantautore, impreziosisce con un timbro accattivante dalla sfumature estremamente eteree. Il quotidiano mescolato tra le nuvole, una ricetta musicale gourmet, per palati fini ma anche per chi, semplicemente, ha fame di roba buona. Bravo.
Dipinto divertente che pone un accento sulle sconcezze di una generazione evidentemente perduta tra le onde di questa social(ità) che ogni giorno ci priva di un pezzettino di realtà. Bene.
Disco eccezionale, da mestierante vera, dove i lampi, i guizzi, le impennate spericolate, si alternano ad una precisione nella produzione che appare quasi maniacale, certamente contemporanea, sottile e allo stesso tempo intensa. A tenere in piedi lo scheletro del disco una voce calda e sensuale, eppure alle volte quasi distaccata, una di quelle voci che hanno la straordinaria capacità di stare allo stesso tempo dentro e fuori il brano. Non un pezzo di questo disco d’esordio ha una nota fuori posto, un neo, un inciampo, una leggera flessione, mai. È un disco perfetto e Lamine è un fenomeno vero.
Una storia d’amore drammaticamente vissuta dall’adulto e sbugiardata dalla semplicità del parlato di un bambino, idea illuminante. Il pezzo (d’esordio) di Varisco ha un’anima decisamente blues ma sono azzeccate, notevoli, le infiltrazioni elettroniche che alla fine rendono il prodotto decisamente accessibile, eccentrico, quasi pop, ok, ma raffinato, intrigante, avvolgente. Ottimo inizio, welcome to the jungle.