Morta Irene Fargo, la cantante aveva 59 anni

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fargo irene fgLa cantante e attrice Flavia Pozzaglio, conosciuta come Irene Fargo, è morta a 59 anni, dopo una lunga malattia, a Chiari, il paese del bresciano dove viveva. A dare la notizia, ieri sera tardi, è stata cantante e produttrice discografica Giovanna Nocetti, nota a tutti come Giovanna. “Ciao Irene, voglio ricordarti così. Ci siamo volute bene sinceramente. Mi mancherai.. Riposa in pace. Tua Giò”, ha scritto Nocetti su Facebook.

Nelle ultime settimane altri artisti avevano speso parole d’incoraggiamento per la cantante sui social. Renato Zero, il 15 giugno, aveva scritto: “Abbiamo amici fortunati e altri a cui la sorte ha riservato un percorso più difficile. Irene Fargo è un’anima buona e generosa. Un’artista sensibile e appassionata. Il mio pubblico sa da sempre, dove posare lo sguardo e a chi consegnare il proprio cuore. Sono certo che la nostra carezza a Irene le sarà davvero gradita e le farà un gran bene!”

La Fargo aveva esordito nel 1989 con la partecipazione al Festival di Castrocaro. Due anni dopo arrivò il successo con il suo primo Sanremo, nel 1991, quando si classificò seconda tra le nuove proposte con il brano “La donna di Ibsen”. Con il 45 giri uscì anche la ristampa dell’album uscito l’anno prima. Nella ristampa c’era anche un altro inedito, “Ti do una canzone”, cantato in duetto con Grazia Di Michele, che ebbe un notevole successo. Nel 1992 è ancora a Sanremo tra le nuove proposte, ancora secondo posto, con il brano “Come una Turandot”. Questa volta l’omaggio è all’opera di Giacomo Puccini. Nello stesso anno Irene ottiene un terzo posto al Cantagiro. Tra il 1997 e il 1999 pubblica altri tre dischi ed è spesso ospite nei programmi Rai di Paolo Limiti.

Nel 2009 è tra le artiste che salgono sul palco di San Siro per il concerto “Amiche per l’Abruzzo”. Negli ultimi anni era apparsa spesso in programmi di Tv2000. E nel 2012 aveva pubblicato un nuovo album, “Crescendo”.

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L’esordio al festival di Castrocaro, ma il successo era arrivato a Sanremo 1991 con ‘La donna di Ibsen’

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La cantante e attrice Flavia Pozzaglio, conosciuta come Irene Fargo, è morta a 59 anni, dopo una lunga malattia, a Chiari, il paese del bresciano dove viveva. A dare la notizia, ieri sera tardi, è stata cantante e produttrice discografica Giovanna Nocetti, nota a tutti come Giovanna. “Ciao Irene, voglio ricordarti così. Ci siamo volute bene sinceramente. Mi mancherai.. Riposa in pace. Tua Giò”, ha scritto Nocetti su Facebook.

Nelle ultime settimane altri artisti avevano speso parole di incoraggiamento per la cantante sui social. Renato Zero, il 15 giugno, aveva scritto: “Abbiamo amici fortunati ed altri a cui la sorte ha riservato un percorso più difficile. Irene Fargo è un’anima buona e generosa. Un’artista sensibile e appassionata. Il mio pubblico sa da sempre, dove posare lo sguardo e a chi consegnare il proprio cuore. Sono certo che la nostra carezza ad Irene le sarà davvero gradita e le farà un gran bene!”

La Fargo aveva esordito nel 1989 con la partecipazione al Festival di Castrocaro. Due anni dopo arrivò il successo con il suo primo Sanremo, nel 1991, quando si classificò seconda tra le nuove proposte con il brano “La donna di Ibsen”. Con il 45 giri uscì anche la ristampa dell’album uscito l’anno prima. Nella ristampa c’era anche un altro inedito, “Ti do una canzone”, cantato in duetto con Grazia Di Michele, che ebbe un notevole successo. Nel 1992 è ancora a Sanremo tra le nuove proposte, ancora secondo posto, con il brano “Come una Turandot”. Questa volta l’omaggio è all’opera di Giacomo Puccini. Nello stesso anno Irene ottiene un terzo posto al Cantagiro. Tra il 1997 e il 1999 pubblica altri tre dischi ed è spesso ospite nei programmi Rai di Paolo Limiti.

Nel 2009 è tra le artiste che salgono sul palco di San Siro per il concerto “Amiche per l’Abruzzo”. Negli ultimi anni era apparsa spesso in programmi di Tv2000. E nel 2012 aveva pubblicato un nuovo album, “Crescendo”.




New York. La lirica italiana incanta Central Park

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concert 6 orchestra 062822 lvnA New York anche la pioggia viene sconfitta da Verdi, Puccini e Mozart. La musica ha un potere universale: riesce a riunire sotto lo stesso cielo generazioni e mondi distanti, lasciando che le stesse note producano in ciascuno un’emozione diversa.

Il direttore d’orchestra Alvise Casellati, che rivendica con orgoglio i suoi natali a Padova, questo segreto lo conosce bene. “Rebuild Harmony”, il suo ultimo appuntamento eseguito nella Naumburg Bandshell di Central Park, è stato l’ennesima conferma di uno straordinario successo.

Un evento realizzato da “Opera italiana is in the air” che l’Italia regala gratuitamente alla città di New York ogni anno con l’appoggio del Consolato e dell’Istituto di cultura, ma soprattutto degli sponsor Intesa Sanpaolo, Gksd, The Alexander Bodini Foundation, BEL, Eni, Ferrero, Bracco e Fiac.

Alvise Casellati – Foto di Terry W. Sanders

È così che, celebrando i classici, Casellati riesce ad avvicinare anche i millenials e chi l’opera l’ha sempre guardata con diffidenza.

“I giovani? Non la ascoltano perché non la conoscono – dice – Quando un ragazzo si avvicina a questa arte, ad esempio fuori dal teatro e gratuitamente come accade con Opera is in the air, non rimane immune alla sua bellezza”.

Il maestro ricorda un fatto indicativo: i classici vivono da secoli e non perdono la loro potenza. Hanno visto guerre, nazioni in frantumi, pandemie e rivoluzioni, ma sono rimasti lì, più forti del tempo e di qualsiasi moda. E un motivo c’è. “Ancora oggi ci sono alcune corde dentro di noi che queste musiche sono in grado di toccare. È qualcosa di inspiegabile, ma esiste una serie di valori e tradizioni che la musica è capace di trasmettere di generazione in generazione”.

Il soprano Caitlin Gotimer durante il concerto a Central Park – Foto di Terry W. Sanders

Il problema sta nella comunicazione di un mondo, quello dell’opera, che ancora non si riesce a svecchiare. “L’immagine di un teatro dove si entra tutti impinguinati non attira. Anche il nostro settore deve diventare più informale ed è per questo che noi scegliamo di esibirci all’aperto, vestiti soltanto con la nostra arte. Questo è un modo un po’ più moderno di spiegare che cosa facciamo e renderlo accessibile a tutti”.

La sua formula è un ampio ricorso ai giovani, voluti non soltanto tra il pubblico, ma anche come protagonisti sul palco e nell’orchestra. “Non è un caso che il nostro concerto – spiega – sia iniziato con due ragazze di 14 e 15 anni, Jordan Millar e Paloma Dineli Chesky, del Very Young Composers’ Program del New York Philarmonic: entrambe di grandissimo talento”.

Naturale da qui il paragone con l’Italia, paese che della gerontocrazia ha fatto un tratto distintivo. “Anni fa dicevo sempre: faccio in tempo a far la mia carriera a New York a 20 anni, finirla 40 e iniziarne una nuova in Italia, dove se non hai un capello bianco non ti guardano neanche. Ora le cose sono un po’ cambiate, ma c’è ancora tanto lavoro da fare”.

Il Console Fabrizio di Michele a Central Park con la rappresentante della città di New York – Foto di Terry W. Sanders

Ma non è soltanto ai nuovi talenti che Casellati fa attenzione. Nelle scelte dei suoi cast c’è anche un occhio attento sul ruolo delle donne. Una decisione che arriva per cercare, almeno in parte, di compensare la profonda ingiustizia del passato, quando “le firme dei compositori erano tutte di uomini, anche se a scrivere il libretto erano donne”.

Nell’evento tutto al femminile di Central Park, Casellati si è infatti affidato anche alla coppia di soprani Disella Làrusdòttir e Caitlin Gotimer, che si sono esibite in arie e duetti tra i più iconici del repertorio operistico italiano.

Il soprano Disella Làrusdòttir – Foto di Terry W. Sanders

Un omaggio alla donna che, in quanto tale, rende ancora più evidente la disparità tra i generi. “Finché celebreremo la presenza femminile come un omaggio staremo involontariamente ammettendo un’eccezione. Non esistono, ad esempio, gli omaggi agli uomini”.

La scelta di Casellati ha fatto breccia nel cuore degli spettatori. Minuti interi di standing ovation hanno premiato l’esibizione dell’orchestra e dei solisti. Una pioggia di applausi arrivata da un pubblico che si è alzato in piedi per ringraziare i musicisti dello spettacolo offerto.

Paloma Dineli Chesky – Foto di Terry W. Sanders

Davanti a un successo che lo accompagna da anni, il direttore conserva però lo stupore dei primi spettacoli. “Ogni volta, sentire questo affetto è fondamentale, perché quando si cresce si è più duri con se stessi. Il calore del pubblico non è mai scontato. Vivo ancora questi momenti con grande felicità e passione”.

E dopo il trionfo di New York, che da anni lo ascolta prima come studente e poi come acclamato direttore d’orchestra, per Casellati ora è in programma un’estate europea. Prima in Austria, a dirigere un festival a sud di Vienna in una suggestiva cava naturale, e poi a Verona, dentro un’Arena che aspetta di essere accarezzata dai classici senza tempo.

Il Metropolitan? Chissà. In futuro gli piacerebbe, anche se l’obiettivo numero uno è un altro. “La mia missione, più che farmi bello con i nomi dei grandi teatri, è la condivisione della cultura. Voglio comunicare e portare tutto quello che ho al pubblico. Non c’è nulla di più importante”.

da La Voce di New York – Nicola Corradi

 

 




Rolling Stones: guarda il trailer della serie sulla loro carriera

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Mentre Mick Jagger e soci continuano a girare l’Europa con il loro “Sixty tour”, legato alle celebrazioni per i sessant’anni di carriera, la BBC annuncia l’uscita sul suo servizio streaming iPlayer della serie che racconta la scalata al successo di quella che nel trailer viene definita “la più grande band della storia del rock”. La clip nella quale è possibile guardare un’anteprima di trenta secondi della serie sui Rolling Stones, intitolata semplicemente “My life as a Rolling Stone”, è stata diffusa oggi, a poche ore dal debutto in streaming del documentario: sarà disponibile on line dal 2 luglio.

Purtroppo in un primo momento “My life as a Rolling Stone” sarà disponibile solo nel Regno Unito: non è infatti possibile accedere al servizio iPlayer della BBC da altri paesi. Anche i fan italiani, come quelli di altre nazioni, devono dunque sperare che qualche network acquisti i diritti per trasmettere la serie. Negli Usa lo ha già fatto Epix, che trasmetterà “My life as a Rolling Stone” a partire dal 7 agosto prossimo.

Suddivisa in quattro episodi, ciascuno dedicato a un componente della band, Mick Jagger, Keith Richards, Ron Wood e Charlie Watts, la serie racconterà come le quattro personalità, unendosi, hanno dato vita a un gruppo che ancora oggi continua a essere una macchina da guerra.

Il “Sixty tour” terrà impegnati i Rolling Stones sui palchi delle arene europee fino alla fine di luglio. Rispondendo a chi gli domandava se le intenzioni della band fossero quelle di chiudere con l’attività live, dopo la morte di Charlie Watts, nel bel mezzo del “No filter tour” lo scorso autunno Mick Jagger rispose: “Non lo so. Può succedere di tutto. Mi fanno questa domanda da quando avevo 31 anni”.

da rockol.it




Laura Perna di Domenica in e F.Suleyman Project contro la guerra

f.suleyman project feat laura perna thank you leader

f.suleyman project feat laura perna thank you leaderF.Suleyman Project e Laura Perna uniscono le voci per un’invettiva contro i leader mondiali.

Thank You Leader è un EP a 2 voci con differenti versioni dello stesso brano, infatti è presente la versione “duetto” con l’intreccio delle voci dei due artisti, la versione interpretata soltanto da F.Suleyman Project, la versione interpretata soltanto da Laura Perna ed una versione strumentale.

Il brano ha un andamento rock incalzante, un’accusa lanciata verso i leader mondiali per lo scarso impegno mostrato nella risoluzione delle problematiche recenti e storiche.

Ascolta qui:
https://open.spotify.com/album/3xGGAHAp3V10PrjnUmAhVF

Biografia:
F.Suleyman Project e Laura Perna sono due artisti siciliani.

F.Suleyman è un cantautore, producer ed arrangiatore italiano ed ha all’attivo diversi progetti personali pubblicati, oltre ad aver collaborato alla realizzazione del brano Dillo alla Luna di Gaia Chon e Duro di Sonia Eyes.

Laura Perna è una cantante e cantautrice dalla voce immediatamente riconoscibile. Ha inoltre partecipato in qualità di cantante alla nota trasmissione RAI “Domenica In”.

Al momento sono in preparazione dei nuovi progetti discografici per entrambi gli artisti.




Esordio discografico rock per Irene (VIDEO)

irene chiocchi i'm still alive

irene chiocchi i'm still aliveI’m Still Alive è il brano di esordio di Irene.

Un brano rock, a tinte cupe, che mette in risalto l’ottimo stile interpretativo di Irene. Le chitarre si intrecciano alla perfezione ed accompagnano la voce piena di energia di Irene.

Il brano è stato scritto dal cantautore Ciro Imperato e parla del continuare a restare in piedi nonostante le difficoltà che inevitabilmente si possono incontrare sul nostro cammino

Ascolta e Download qui:

https://orcd.co/irene_imstillalive 

Official Lyrics Video: 

https://www.youtube.com/watch?v=EC1MGfuEnkw

Biografia:
Irene è una cantante italiana della provincia di Mantova.
La sua attitudine rock si nota fin dal primo ascolto della sua vocalità e I’m Still Alive è il primo brano inedito dopo varie cover sperimentate con i diversi progetti musicali dove ha prestato la voce in questi anni. A breve entreranno in lavorazione nuovi brani!




Raphael Gualazzi e il suo “Bar del sole”: “La musica va rispettata”

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152700887 7cea65d9 c4d8 4dec 8035 ac6a2a8d7427A Urbino, la sua città natale, Raphael Gualazzi era solito suonare il pianoforte in un vecchio bar, decorato da soli di porcellana regalati negli anni da turisti e studenti del posto. Le prime settimane il suo pubblico era composto da un amico, la fidanzata di questo e i soliti frequentatori del bar.

Nello spazio di un anno, centinaia di persone affollavano la via del Bar del Sole per ascoltarlo suonare e quello fu l’inizio di una lunga e bellissima, carriera, e così oggi Gualazzi, jazzista di fama mondiale, ma anche ormai uno dei più sbrilluccicanti nomi del pop italiano, ha deciso di ritornare, perlomeno concettualmente, al passato con un disco in cui rielabora dieci capolavori del repertorio cantautorale italiano, un disco intitolato proprio “Bar del sole”.

Perché un disco di cover?

Preferisco chiamarle rivisitazioni, oppure commistioni. La parola “cover” mi ricorda mio cugino che diceva negli anni ’90: “Se vuoi venire a suonare Roma devi fare e cover”. Devo dire che questa musica ci è stata di ispirazione ed è stato proprio nutrimento dell’anima fare questo progetto. Nel percorso musicale da interprete, da musicista e da cantante è veramente importante essere ispirati e stimolati da esperienze musicali, proprio come mi è successo quando ho fatto il direttore alla Notte della Taranta o ho suonato alla scala di Milano. In questo periodo sto lavorando ad un album di inediti e anche ad un sacco di collaborazioni, ma questo album e l’incursione dentro un repertorio del genere mi ha permesso veramente di acquisire un sacco di stimoli e di sensazioni nuove rispetto la musica. Soprattutto per il fatto che mi ha rimesso in contatto con le mie origini e con la mia infanzia, era un repertorio che ascoltavo da bambino prima di cominciare ad ascoltare la musica africana, americana…prima di ascoltare quella roba lì. Da bambino ascoltavo cantautori italiani, eravamo negli degli anni ’80 e con i miei genitori ascoltavo Pierangelo Bertoli, Antonello Venditti , Cocciante e così via e quindi ascoltavo questa musica ed era molto bello.

Come hai scelto le canzoni per questo disco? Hanno influito i ricordi, volevi omaggiare determinati autori…?

In realtà questa scelta è stata fatta insieme con un team, ovviamente con il produttore artistico Vittorio Cosma e insieme al team editoriale e di produzione di Sugar; si sentiva l’esigenza di creare un progetto che descrivesse un pochino una via di uscita da questo periodo di Covid, dall’emergenza sanitaria e dalle emergenze politiche e ambientali. Insomma, in un momento di grande confusione e caos, la musica accompagna, come avrebbe detto Freud: “una sublimazione degli stati emotivi sociali”, quindi ho cercato proprio la sublimazione, la leggerezza, nel concetto del Bar del Sole, che è un luogo dell’anima ancor prima di essere il luogo reale ed essere il bar del cuore di chiunque nasce in un paese e ascolta buona musica. Quindi questo repertorio è stato scelto soprattutto in base ai testi e come i testi sono importanti rispetto a questo concetto. Poi sicuramente ci sono anche degli aspetti emotivi, anche personali, legati alla mia infanzia, oltre che la grande stima.

Come nel caso di “Pigro” di Ivan Graziani, no?

Ivan Graziani era amico di mio padre, che negli anni ‘60 ha collaborato con lui come batterista. Sono rimasto amico con lui, ho la stessa età di Filippo Graziani, che è il secondo figlio, ed avevo questa canzone che era la mia preferita quando ero piccolo che era “Pigro”.

Ci sono anche dei brani che sono rimasti fuori da questa selezione?

Si, è stata una selezione importante, molto curata, con dei ripensamenti, e poi le cose nascono anche quando le stai facendo. Ti rendi conto che una cosa che avevi preso in considerazione prende una forma inaspettata e non sta venendo bene. Non è mai completamente prevedibile quello che succede nella musica, per fortuna. Però devo dire che sono molto contento, ci vorrebbero più capitoli.

Al pubblico piacerebbe sicuramente…

È decisamente un’idea allettante, dall’altra parte però ho anche tanta voglia di riproporre musica composta da me, senza nulla togliere a questo progetto che adoro. Devo tanto a questo progetto in termini di ispirazione.

Visto l’approccio evidente di rivisitazione che hai avuto rispetto a questi brani, ce n’è uno di questi che ti ha sorpreso, che non pensavi potesse venire così bene rifatto da te, che hai un’identità artistica molto forte ed è chiaro che ci metti la tua impronta?

Devo dire che è difficile sceglierne uno in particolare a cui sono più affezionato, proprio perché si è scelto di creare degli arrangiamenti molto coerenti ma diversi tra loro. Forse quello che spicca di più come originalità è “Amore caro amore bello”, proprio perché è stata questa scelta super trasversale, Vittorio ha inserito questo organo elettronico con i suoi arpeggiatori, con una sua ritmica anni ’80 che conferisce essenzialità e minimalismo al brano, a differenza dell’originale molto arrangiato, maestoso e molto emotivo. Ma mi ha sorpreso lui (Vittorio) in quella maniera perchè ha dimostrato che si possono toccare degli angoli dell’emotività attraverso la musica anche proprio nella riduzione, nel rendere essenziale, nel levare degli elementi, e sceglierne pochi ed evidenziando la qualità di quello che si propone, riportando la melodia al suo sentore autentico. È interessante l’arrangiamento che ha fatto, ti arriva subito questo brano qua; sempre ammirando la bellezza dell’originale che rimarrà sempre il migliore brano.

Quando ho letto la track list mi sono detto: ha scelto tutti brani definitivi, cioè brani che toccano un punto oltre il quale non si può andare, che è una caratteristica che sentiamo sempre meno nella musica italiana.

Io credo che i brani anzitutto sono stati al loro tempo dei grandi e immensi successi. Ma quando penso a “Centro di gravità permanente”, “Il mondo” hanno melodie infinite, le accosto a “Volare” o “Con te partirò”. Quelle melodie lì fanno parte della cultura italiana, sono la bellezza con cui abbiamo contaminato altri generi musicali del mondo. La parte melodica è importante nella storia musicale. Non si sarebbe potuto affrontare un disco del genere con un tipo di produzione sbrigativa o economica, perché certi capolavori vanno trattati con rispetto e anche gli editori, la gente che ne è in possesso da tanti punti di vista, sa bene di che si sta parlando. La musica va rispettata e celebrata.

Questo disco interviene in qualche modo nel tuo rapporto con la musica?

La musica è come un partner, tu pensi di averlo scelto, ma in realtà sei tu che sei stato scelto; la musica in assoluto ti sceglie e sceglie dove incontrarti e tu devi lasciarle lo spazio perché questo avvenga e per fare queste cose ci vuole disponibilità, tempo e impegno.

Non ci sono brani stranieri né brani particolarmente contemporanei nel disco…

In realtà ci siamo concentrati in un periodo storico preciso, gli anni ‘60/’70/’80, dove il cantautorato si è espresso al suo massimo. Io quello che ricercavo era un contatto con le mie origini, io da quando avevo 9 anni fino ad adesso ho sempre ascoltato e suonato prevalentemente in inglese, ma non perché non riconoscessi la bellezza della musica italiana, ma proprio perché sono stato ispirato da un mondo diverso. Avevo proprio la necessità di ricollegarmi con me stesso, con quello che fa parte di un’infanzia che si dimentica, che si rimuove da un certo punto di vista, e ho usato queto periodo cantautorale che mi ricollegava all’infanzia proprio per fare questo. Per questo non ho fatto scelte di rivisitazione rispetto a brani più recenti.

Hai parlato di un nuovo lavoro di inediti, io ricordo benissimo di “Ho un piano”, mi ricordo nitida la tua volontà di aprirti anche dal punto di vista produttivo. Hai in mente di fare ancora un passo oltre e magari confrontarti anche con sonorità più urban con dei featuring veri e propri?

Io non escludo nessun tipo di contaminazione perché, ammetto, proprio come sto facendo con diverse collaborazioni, con diversi produttori e autori, diventa sempre più interessante questo gioco musicale sulla lingua italiana e sulla musica. Per il momento rimango molto aperto alle contaminazioni, poi ci sarà una fase di selezione e di ragionamento rispetto alla direzione giusta che si vuole dare al progetto, al momento siamo in una fase diciamo “quantitativa” e di libertà, di creazione senza nessun tipo di concetto o senza posizionamento, deve esserci anche il momento di libero arbitrio; poi dopo, pian pianino, si capisce bene dove ti sta portando il flow della creazione. Non escludo niente, perché secondo me ci sono anche un sacco di persone del genere rap che sicuramente hanno delle cose da dire, delle verità da raccontare e siamo in un momento storico in cui non solo i giovani, che ormai sono il presente, ma in generale questo mondo non vuole più sentire cose patinate, le favole. Magari qualcuna si, ma vuole sentire anche la verità, che si affrontino dei problemi reali della vita, delle cose che fanno parte della nostra realtà. È giusto dare il nostro punto di vista, dare il nostro contributo nella riflessione su alcune tematiche sociali, o ambientali o di qualsiasi natura, il tutto attraverso l’arte. L’arte racconta la verità, poi qualcuno la fa in forma più autoironica, come posso essere io, qualcuno la fa in maniera più monumentale e seriosa. Io mi diverto molto a fare il mio mestiere e spero di portare sempre la musica davanti a tutto, perché è la cosa che mi interessa di più.

Il settore della musica negli ultimi due anni è stato certamente messo a dura prova, probabilmente è stato il settore più colpito dalle restrizioni dovute alla pandemia, ma ha anche permesso ai lavoratori dello spettacolo di capire qual è il rapporto che li lega alle istituzioni, tu in questo senso c’hai pensato?

Ho una mia filosofia rispetto a queste cose. Prima di tutto bisogna guardare la storia, perché è importante. Quando Mozart suonava in teatro non esisteva quella concezione wagneriana del momento: il golfo mistico, le luci spente a fine atto, no, le luci erano accese, la gente mangiava nel teatro, rideva, applaudiva quando voleva, era un momento ricreativo, la gente si godeva la musica. Poi arriva Beethoven, che diceva “Io vengo a suonare a casa di voi nobili, però se io non ho l’attenzione e il silenzio io non suono”, è stato il primo a chiedere il rispetto per talento e musica. Poi Wagner ha proprio idealizzato l’opera con luci spente, applausi a fine atto, il golfo mistico per farci star dentro l’orchestra… così che niente fosse inquinato alla vista dei musicisti che suonavano. Aldilà di questo, credo che il ruolo dei musicisti, ma soprattutto di tutti quelli che lavorano intorno alla musica e che la rendono possibile, da quello che guida in bilico nella neve di inverno per raggiungere dei paesini e portare tutta la produzione in un teatrino, fino a quello che parte e sta sotto il sole d’estate con 45 gradi in Salento a montare palchi, questi tipi di mestiere intorno alla musica, che rendono possibile tutta quella bellezza, vanno tutelati e protetti. Io, per quanto potevo, li ho sostenuti perchè credo che sia importante tutelare i lavoratori intorno allo spettacolo, perché se non ci sono loro non c’è lo spettacolo. C’è una verità rispetto al ruolo nell’intrattenimento, ma noi non siamo una scimmietta, siamo delle persone con una dignità, ed è un lavoro molto bello e ci sono tante soddisfazioni, ma anche tante fatiche come in tanti altri lavori.

AGI.IT




Festival dei Due Mondi di Spoleto: da venerdì la 65ª edizione

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22spoletoLa sessantacinquesima edizione del Festival dei Due Mondi s’inaugura venerdì, 24 giugno, alle ore 19:30, con il concerto della Budapest Festival Orchestra diretta da Iván Fischer in Piazza Duomo.
L’Orchestra di Budapest è raggiunta dal Coro dell’Orchestra Nazionale di Santa Cecilia per la prima esecuzione europea dell’oratorio di Philip Glass The Passion of Ramakrishna, accostato alla Suite n. 4 in re maggiore per orchestra di Johann Sebastian Bach.
“La sessantacinquesima edizione del Festival dei Due Mondi ospita le migliori esperienze performative a livello internazionale, valorizzando teatri, spazi all’aperto e luoghi non convenzionali, di cui Spoleto offre una concentrazione unica in Italia: più di 60 spettacoli in 17 giorni e oltre 500 artisti da 36 paesi”, anticipa la Direttrice Artistica, Monique Veaute. “Per il secondo anno il Festival segue la sua vocazione multidisciplinare e internazionale con una proposta artistica trasversale alle singole arti che si sviluppa intorno a tre linee programmatiche: la musica dei due Mondi, la voce delle donne e i nuovi modi di raccontare la musica”.
La sezione Danza si apre con la celebre coreografia del Sacre du printemps di Pina Bausch, riletto dai ballerini della senegalese École des Sables fondata da Germaine Acogny, interprete con Malou Airaudo della seconda parte del dittico – lo spettacolo common ground[s] – dal 24 al 27 giugno al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti (ore 21:30, 20:30, 16:00, 20:30).
In scena al Teatro Romano sabato 25 e domenica 26 giugno (ore 21:30) Through the Grapevine di Alexander Vantournhout, coreografo belga che sfida il danzatore Axel Guerin a mantenere un costante contatto fisico in un eccentrico pas-de-deux. Nella Sala XVII settembre del Teatro Nuovo inizia Le Bal de Paris, spettacolo immersivo in realtà aumentata – in scena fino alla fine del Festival (giorni e orari su www.festivadispoleto.com) – dove gli spettatori sono invitati a partecipare al ballo ideato dalla coreografa spagnola Blanca Li, indossando visori ottici e sensori di movimento nel mondo reale e costumi di Chanel in quello virtuale.
Arriva per la prima volta in Italia il Teatro Musicale dei registi francesi Jeanne Candel e Samuel Achache: da venerdì 24 a domenica 26 giugno a San Simone (ore 21:30, 19:00, 19:00) lo spettacolo Le Crocodile trompeur / Didon et Énée, vincitore del Premio Molière nel 2014 e tratto dall’opera di Henry Purcell, intreccia teatro shakespeariano e dramma musicale e coinvolge uno straordinario cast di attori che sono anche musicisti. Da venerdì 24 a domenica 26 giugno all’Auditorium della Stella (ore 19:45, ore 17:00, 17:00) debutta a Spoleto L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo, lo spettacolo con la regia di Fabio Cherstich tratto dal romanzo rivelazione del 2020 di Katharina Volckmer, nella nuova produzione del Teatro Franco Parenti. I musicisti della Budapest Festival Orchestra curano anche la rassegna di concerti da camera, a mezzogiorno e alle ore 17:00, al Teatro Caio Melisso Spazio Carla Fendi, tra musica contemporanea e barocca.
Grande attesa per la residenza di Barbara Hannigan, straordinaria cantante e direttrice d’orchestra invitata a Spoleto con una “carta bianca” e presente in quattro diversi concerti: sul podio come solista e direttrice dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia per La Voix Humaine di Poulenc (2 luglio, Piazza Duomo), in duo con il pianista Stephen Gosling per Jumalattaret con musiche di John Zorn (3 luglio, Teatro Romano), al Teatro Caio Melisso Spazio Carla Fendi per l’happening musicale di domenica 10 luglio insieme ad Alessandro Carbonare e Antonio Pappano, con il quale condivide anche il palcoscenico del concerto finale (10 luglio, Piazza Duomo).
Fino al 10 luglio 2022 il cartellone ospita le migliori esperienze performative a livello internazionale, valorizzando teatri, spazi all’aperto e luoghi non convenzionali, di cui Spoleto offre una concentrazione unica in Italia: più di 60 spettacoli in 17 giorni, tutti in prima italiana, con più di 500 artisti da 36 paesi in 19 sedi.
Tra gli appuntamenti in arrivo la proposta musicale include jazz, elettronica e contemporanea, dalla rassegna di musica americana dell’ensemble Sentieri selvaggi alla performance di Tovel, tra sculture di pianoforti preparati ed elaborazione elettronica. Da non perdere le voci di Angelique Kidjo, Mariza e Dianne Reeves, in Piazza Duomo con i loro speciali concerti per Spoleto. Attesa per la nuova coreografia di Anne Teresa De Keersmaeker, l’omaggio a Trisha Brown a cinque anni dalla scomparsa, e i lavori della nuova generazione di coreografe e coreografi come Ayelen Parolin, Luz Arcas e Yoann Bourgeois. La sezione Teatro porta a Spoleto il regista tedesco Thomas Ostermeier e presenta gli ultimi lavori di drammaturghi italiani quali Leonardo Lidi, Davide Enia e del duo RezzaMastrella.
Intorno al cartellone ufficiale gli appuntamenti collaterali e gli eventi speciali fanno di Spoleto un luogo vivo della creazione artistica dei nostri giorni: incontri con gli artisti, premi, istallazioni d’arte, rassegne cinematografiche e mostre. (aise) 




Oltre 20k streams in pochi giorni per We are Bikers Guys degli Woda Woda

woda woda we are biker guys

woda woda we are biker guysWe are Biker Guys è il nuovo singolo della band Woda Woda. 

Un brano pieno di energia, un inno dedicato a tutti i centauri delle due ruote.
L’arrangiamento è un rock old school, dove tutti gli strumenti vengono suonati rigorosamente dal vivo e che in pochi giorni ha già superato i 20k streams su Spotify, portando la band a superare ampiamente i 550k streams totali!!

Biografia:Gli Woda Woda sono una Rock band Alessandrina, già finalista a Sanremo Rock del 2018 ed attualmente molto impegnata in diversi live in tutta la regione Piemonte. 

Al momento sono in lavorazione dei nuovi brani che verranno distribuiti nel corso del 2022




Nuovo brano per Alessio Paddeu di Amici 6

alessio paddeu stanno tutti male!

alessio paddeu stanno tutti male!Stanno tutti male è il nuovo singolo di Alessio Paddeu. 

L’ex concorrente di Amici, in questo brano mette in mostra il suo immenso talento, dove un’incredibile performance vocale e una straordinaria melodia pop si fondono alla perfezione.

Il singolo è ora disponibile in tutto il mondo! 

Ascolta e Download qui: 

https://orcd.co/alessiopaddeu_stannotuttimale 

Biografia:
Alessio Paddeu è un vocal coach e cantautore italiano. Ha partecipato alla sesta edizione di Amici nel 2006. Nel 2013 prende parte a The Voice of Italy per una blind audition, mentre nel 2015 è quarto classificato ad X-Factor Romania!




La musica barocca risplende nell’arte di Marco Vitale (VIDEO)

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Marco Vitale, siciliano di Palermo, è in realtà un cittadino del mondo. La sua passione per la musica lo ha portato a vivere e lavorare in moltissime nazioni  fino da quando, completati gli studi a Palermo, si trasferì a L’Aja per conseguire la laurea in Early Music al Royal Conservatory e in seguito ha portato la sua musica e la sua eccellenza di virtuoso musicale in teatri e festival internazionali, dall’Europa al Canada e USA, al Medio Oriente e al Sud America.

Dal 2008 al 2011, Vitale ha lavorato presso Higher Institute of Music a Damasco in Siria come docente e interprete insieme a musicisti siriani. Ha fondato e dirige Contrasto Armonico un insieme musicale specializzato in musica barocca e nella rappresentazione di opere in stile italiano con l’uso di strumenti d’epoca avvalendosi di attenta ricerca    storica. Raggiunta una meritata fama nel campo della musica antica e barocca, nel 2012 ha fondato la propria casa editrice musicale “Ayros” che produce registrazioni dell’ensemble Contrasto Armonico e attua progetti importanti come la registrazione delle Cantate Italiane di Haendel. Marco appare regolarmente alla radio e televisione in programmi specializzati.

Marco Vitale vive a Victoria da settembre 2021 e visita spesso la nostra città che ha una buona tradizione di appassionati di musica antica. Vitale ha “scoperto” la British Columbia quando cinque anni fa fu invitato a organizzare dei workshops di musica antica a Denman Island e per l’ esecuzione di Dido and Aeneas di Henry Purcell. In quella occasione si trovò ad apprezzare la bellezza e la tranquillità della West Coast. Racconta infatti che gli organizzatori del Festival di Denman, Andrew Fyson and Robert Newton, lo accompagnarono in gita a Tofino e altre località dell’isola di Vancouver e da quel momento maturò la decisione di trasferirvisi definitivamente: “Da buon siciliano, ho scelto di vivere in un’isola!” sottolinea con un tocco di umorismo.  Oggi Vitale è il direttore musicale del Denman Baroque Music Festival che si svolge ogni primavera a Denman Island e sta lavorando a una serie di importanti progetti musicali. Avremo la fortuna di assistere ad un concerto di Contrasto Armonico a Vancouver il 29 luglio presso Christ Church Cathedral e ad un concerto con Pacific Baroque Orchestra, con Vitale al clavicembalo e la direzione di Alex Weimann, che sarà tenuto il 5 agosto al Chan Centre; queste esibizioni si svolgono nell’ambito del Vancouver Bach Festival 2022 che inizia il 26 luglio e si conclude il 6 agosto ed è organizzato da Early Music Vancouver presso diverse sedi nella nostra città. Per maggiori informazioni, visitare: www.earlymusic.bc.ca

vitale 2Nel corso di una conversazione/intervista telefonica con Vitale, abbiamo ripercorso alcuni momenti della sua vita e carriera dal momento del suo arrivo in B.C., dove la sua esperienza e competenza hanno subito attirato attenzione negli ambienti specializzati  e lo hanno portato ad accettare l’incarico di direttore musicale a St.Barnabas Anglican Church di Victoria per eseguire concerti di musica barocca, e la direzione del Capriccio Vocal Ensemble per concerti vocali di musica antica che gli consentono di esplorare nuove prospettive artistiche. Proprio poco prima dell’arrivo della pandemia, nel gennaio del 2020, Vitali si esibì in una serie di 14 concerti per brani al clavicembalo in varie città dell’Interior, da Kelowna a Penticton, da Vernon a Salmon Arm e altre ancora, e  con la sua naturale affabilità racconta che traversando la Coquihalla in pieno inverno si prese un bello spavento, comprensibile perché in quella stagione viaggiare su quelle strade di montagna può far venire un po’ di batticuore. Vitale crede nella funzione dell’artista nel lavorare e fare cultura dove si vive, arricchendo così le comunità locali e stimolandovi interesse e coinvolgimento, senza si capisce negare l’importanza delle tournée in giro per il mondo, come chiarisce in poche parole: “L’artista deve essere in grado di viaggiare ma non necessariamente deve essere in giro per il mondo per la maggior parte del suo tempo. Se devi fare venti viaggi aerei in un mese, ci sono delle considerazioni da fare su molti lati.” Per il momento, la sua agenda di impegni è molto fitta e Vitale si ripromette di espanderla ancora di piὺ quando sua moglie, virtuosa di violoncello barocco, e i loro due figli di12 e 9 anni lo raggiungeranno a Victoria fra breve tempo.

La serie di concerti che si terranno a Vancouver da luglio ad Agosto è dedicata a François Couperin (1668-1773) uno dei massimi compositori del 18mo secolo che pur provenendo dalla “scuola francese” ebbe grande ammirazione per la musica di scuola italiana, al punto da comporre pezzi in quello stile che però per prudenza (sempre necessaria anche in campo artistico, pare) fece passare per pezzi da lui ritrovati fortuitamente e li pubblicò solo anni dopo inserendoli nella sua opera “Les Nations” dalla quale verranno eseguiti due pezzi, “L’Impériale” e “L’Espagnole”, una suite con dei brani in stile italiano e francese. I musicisti di Contrasto Armonico suonano su strumenti d’epoca di loro proprietà. La maggior parte di questi strumenti sono fedeli riproduzioni perché, come spiega Vitale, specie gli strumenti a fiato sono soggetti a deteriorarsi con il tempo per varie cause, compresa l’umidità, mentre per gli strumenti ad arco è ancora possible trovare degli strumenti in stato originale. Nel concerto dedicato a Couperin sentiremo il suono di antichi strumenti come la tiorba, la viola da gamba, il clavicembalo e altri ancora. “Contrasto Armonico mira a suonare musica antica con nuovi occhi, è un po’ la nostra filosofia” afferma Vitale con l’entusiasmo che lo ha spinto a dedicare la propria vita alla musica antica.