Presentata a Roma la prima mondiale del Rigoletto di Verdi con la regia di Zeffirelli alla Roh di Muscat

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IN OCCASIONE DELL’INAUGURAZIONE DELLA STAGIONE DEL 10° ANNIVERSARIO DELLA ROYAL OPERA HOUSE DI MUSCAT

 La stagione del decimo anniversario della Royal Opera House Muscat si inaugurerà il 20 gennaio 2022 con la prima mondiale di Rigoletto di Giuseppe Verdi – nuova produzione della Royal Opera House Muscat, in coproduzione con Fondazione Arena di Verona e con il Lithuanian National Opera and Ballet Theatre – a firma del regista di fama mondiale Franco Zeffirelli. La scelta di mettere in scena il Rigoletto di Franco Zeffirelli in occasione del decimo anniversario della Royal Opera House, oltre al grande portato artistico, rappresenta anche uno strumento di attrazione e di sviluppo in ambito culturale e turistico internazionale, che riconosce sempre più al teatro omanita il primato di destinazione culturale d’eccellenza, oasi di cultura, pace e incontro in Medio Oriente.

Ricordando il ruolo importante giocato dal Maestro Franco Zeffirelli sin dall’inizio della storia della Royal Opera House Muscat, ovvero dalla inaugurazione del teatro con la Turandot del 2011, quando Sua Maestà Sultan Qaboos bin Said Al Said conferì al Maestro Zeffirelli “The Order of Oman, First Class” (la più alta onorificenza del Sultanato, in riconoscimento del suo eccezionale contributo al lancio del nuovo teatro), questa nuova produzione di Rigoletto rappresenta il frutto di un pensiero portato avanti dal Maestro Zeffirelli nell’arco di molti anni.

 Un progetto iniziato, poi interrotto e ripreso poco prima della sua scomparsa per arrivare ad un definitivo compimento grazie alla volontà del Consiglio di Amministrazione della Royal Opera House Muscat e del suo Direttore Generale e Artistico Umberto Fanni, i quali ne hanno intuito il valore e oggi ne ereditano l’onore e la responsabilità finale della messa in scena.  Per questa speciale occasione, la produzione vedrà̀ la straordinaria partecipazione di Leo Nucci, nel ruolo di Rigoletto. Tra gli interpreti principali si menzionano inoltre: Dmitry Korchak nel ruolo del Duca di Mantova, la giovane e talentuosa Giuliana Gianfaldoni nel ruolo di Gilda, Riccardo Zanellato nel ruolo di Sparafucile e Yulia Mazurova nel ruolo di Maddalena. L’opera sarà diretta dalla prestigiosa bacchetta di Jan Latham-Koenig con la partecipazione dell’Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona.

 Il team artistico scelto dal Maestro Zeffirelli è formato da: Stefano Trespidi, regista collaboratore, Carlo Centolavigna, scenografo collaboratore, e dal pluripremiato costumista Maurizio Millenotti. Una nota di orgoglio e vanto per la Royal Opera House Muscat è rappresentata, inoltre, dalla partecipazione di un gruppo di coristi del Muscat Opera Choir Group, che integreranno l’organico degli artisti del Coro della Fondazione Arena di Verona; il maestro del Coro dell’Arena, Vito Lombardi, ha selezionato per l’occasione un gruppo di coristi locali al fine di prepararli al meglio alla vocalità del melodramma italiano. Un aspetto importante legato a questa produzione di Rigoletto è l’originalità delle sue varie componenti con una partecipazione “corale” di musicisti, cantanti, tecnici e professionisti del settore provenienti da tutto il mondo, ma conservando allo stesso tempo una forte identità italiana.

 L’esecuzione musicale sarà arricchita dalla presenza dell’Ensemble d’Archi del celebre complesso de “I Solisti Veneti”, il quale eseguirà le danze del Perigordino, affidate alla compagnia Il Leoncello – Scuola e Gruppo di Danza Storica diretto da Alessandro Pontremoli. Nel rispetto della grande tradizione dell’arte italiana, che ci appartiene e che ha sempre distinto i lavori di Franco Zeffirelli, le scene sono state costruite presso i laboratori di Fondazione Arena di Verona e Tecnoscena di Tivoli per la parte in veI costumi sono stati invece realizzati presso la Sartoria Farani di Roma e rappresentano uno dei momenti più alti dell’artigianato italiano, quel cosiddetto “Made in Italy” che valorizza sempre i dettagli, con altissima qualità e coerenza nei cromatismi e nel pieno rispetto della ricostruzione storica. Il lancio della stagione comprenderà anche un’emozionante mostra sulla vita e il lavoro del leggendario regista teatrale, che sarà allestita alla Royal Opera House of Musical Arts (il secondo teatro del polo culturale omanita) dal 16 gennaio al 20 marzo 2022. Attraverso manufatti, immagini e video progettati appositamente per la Royal Opera House Muscat, molti dei quali esposti per la prima volta, la mostra è un tour de force artistico della visione di Zeffirelli per la grande opera. troresina, cifra immancabile dell’estetica zeffirelliana.

TEAM ARTISTICO

Regia FRANCO ZEFFIRELLI

Regista collaboratore STEFANO TRESPIDI

Scenografo collaboratore CARLO CENTOLAVIGNA

Costumi MAURIZIO MILLENOTTI

Lighting Designer PAOLO MAZZON

Direttore d’Orchestra YAN LATHAM-KOENIG

Orchestra e Coro FONDAZIONE ARENA DI VERONA

con la cortese partecipazione del MUSCAT OPERA CHOIR GROUP

Maestro del Coro VITO LOMBARDI

ENSEMBLE D’ARCHI DE “I SOLISTI VENETI” COMPAGNIA “IL LEONCELLO” – SCUOLA E GRUPPO DI DANZA STORICA

diretto da ALESSANDRO PONTREMOLI

CAST:

 Rigoletto LEO NUCCI (20 e 22 gennaio) VLADISLAV SUKLIMSKY (21 gennaio)

 Gilda GIULIANA GIANFALDONI (20 e 22 gennaio) ENKELEDA KAMANI (21 gennaio)

 Il Duca di Mantova DMITRY KORCHAK (20 e 22 gennaio)

IVAN MAGRI (21 gennaio) Sparafucile RICCARDO ZANELLATO (20 e 22 gennaio) ANTONIO DI MATTEO (21 gennaio)

 Maddalena YULIA MAZUROVA (20 e 22 gennaio) MARIA BARAKOVA (21 gennaio)

Giovanna AGOSTINA SMIMMERO

Conte di Ceprano KURT RYDL

Contessa di Ceprano  CLARISSA LEONARDI

Matteo Borsa DAVE MONACO

Conte di Monterone KRISTINN SIGMUNDSSON

 Marullo CHRISTIAN PEREGRINO

Un usciere OMAR KAMATA

 Un paggio BARBARA MASSARO

Una nuova produzione ROYAL OPERA HOUSE MUSCAT in coproduzione con FONDAZIONE ARENA DI VERONA e LITHUANIAN NATIONAL OPERA AND BALLET THEATRE

Umberto Fanni (Direttore Generale e Artistico della Royal Opera House Muscat) commenta:

“La Royal Opera House Muscat è orgogliosa di annunciare la prima mondiale di Rigoletto di Giuseppe Verdi con la regia di Franco Zeffirelli. Nel compiere un decennio di attività, ricco di strepitosi successi di pubblico e critica – a partire dell’inaugurazione dell’Ottobre 2011 con la splendida produzione di Turandot di Giacomo Puccini sempre a firma di Zeffirelli – l’evento di apertura della stagione 2022 celebra uno dei più importanti registi d’opera che il mondo ha avuto il privilegio di apprezzare e un Artista con il quale l’Oman ha stretto un forte legame di amicizia. La scelta di produrre e mettere in scena quella che viene considerata l’ultima creazione del Maestro, segna l’inizio di un nuovo decennio della Royal Opera House Muscat, nel segno della grande Musica, consolidando il marchio di eccellenza che la contraddistingue e con il quale si presenta al pubblico di tutto

Pippo Zeffirelli  (Presidente Fondazione Zeffirelli) sostiene: “È una grande soddisfazione celebrare un momento molto significativo per la Royal Opera House Muscat. Quando il Maestro Zeffirelli è stato invitato a mettere in scena Turandot nel 2011, ha riconosciuto l’incredibile visione di Sua Maestà, lo scomparso Sultano Qaboos bin Said al Said, nel voler creare un teatro d’opera per la regione e per il suo popolo. Hanno condiviso la convinzione comune che la musica può stabilire importanti ponti e connessioni in tutto il mondo. Siamo orgogliosi che la sua ricca eredità continui a rafforzare i legami culturali tra le nazioni. Può essere l’ultima messa in scena epica di Rigoletto, ma il dono del suo genio continuerà ad essere celebrato e apprezzato anche dalle future generazioni”.

LA ROYAL OPERA HOUSE MUSCAT

Annoverato tra i più bei teatri del mondo, la Royal Opera House Muscat, è un complesso di straordinario fascino per la felice combinazione di gusto e stile omanita e disegno architettonico contemporaneo. Sintesi emblematica di tradizione e modernità, la stessa che contraddistingue il Paese. Acustica eccellente, caratteristiche tecniche all’avanguardia per funzionalità e tecnologie messe a disposizione delle più moderne produzioni, ne fanno una macchina teatrale perfetta. Una realtà istituzionale dal forte valore iconico, simbolo dell’identità culturale. Un’attività multidisciplinare che evidenzia una straordinaria volontà di aprirsi al mondo ed essere fermento culturale di unione e pace tra i popoli anche grazie al linguaggio universale della musica, considerato l’ampio spettro di generi che contraddistingue la programmazione.

https://www.iltelevisionario2.net/l/presentata-oggi-a-roma-la-prima-mondiale-di-rigoletto-di-g-verdi-con-la-regia-di-f-zeffirelli/




World music: al via il bando del 15° premio Andrea Parodi per artisti di tutto il mondo

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19andreaparodiCAGLIARI\ aise\ – È aperto il bando di concorso della 15a edizione del Premio Andrea Parodi, uno dei più importanti contest europei di world music, le cui finali si terranno a Cagliari in autunno. Il bando è on line ed è aperto ad artisti non solo italiani ma di tutto il mondo. L’iscrizione è gratuita, la scadenza è fissata al 31 maggio 2022.
Le domande di iscrizione dovranno essere inviate tramite il format (per informazioni: fondazione.andreaparodi@gmail.com ). Dovranno contenere: 2 brani, di cui uno in concorso (2 file mp3, provini o registrazioni live o realizzazioni definitive, anche già edite; indicare con quale dei due brani si intende gareggiare); i brani non possono essere solo strumentali e devono essere identificativi di un intero progetto artistico legato alla world music; testi ed eventuali traduzioni in italiano dei due brani; e, infine, il curriculum artistico del concorrente (singolo o gruppo).
Tra tutte le iscrizioni una commissione artistica scelta dall’organizzazione selezionerà, in maniera anonima, dieci finalisti, che si esibiranno dal vivo nella fase finale davanti a una ampia giuria composta da autorevoli addetti ai lavori, come cantanti, autori, musicisti, responsabili di festival, manager, discografici, uffici stampa, giornalisti, critici musicali, sia italiani che internazionali.
Il vincitore assoluto avrà diritto ad una borsa di studio di € 2.500, oltre alla possibilità di esibirsi in alcuni festival partner del Parodi nel 2023, come l’European Jazz Expo (Sardegna), Folkest (Friuli), oltre che nello stesso Premio Andrea Parodi. Il vincitore del Premio della Critica avrà invece la possibilità di realizzare un videoclip professionale del brano in concorso, prodotto dalla Fondazione Andrea Parodi. Inoltre, alcuni dei festival partner (come Mare e Miniere, Premio Bianca d’Aponte, Premio Città di Loano per la musica tradizionale italiana, Mo’l’estate Spirit Festival, Musiconnect-italy) potranno invitare come ospiti uno o più finalisti.
Proprio recentemente Still Life, vincitori della 13a edizione, si sono esibiti a Pistoia in rappresentanza del Premio Parodi a “Musiconnect Italy”, il primo meeting professionale e show-case festival dedicato alla world music italiana.
Il Premio è nato per rendere omaggio a Andrea Parodi, importante esponente sardo di world music ed è realizzato dall’omonima Fondazione con la direzione artistica di Elena Ledda. Le precedenti edizioni sono state vinte nel 2021 da Matteo Leone (Sardegna), nel 2020 da Still Life (Sicilia/Portogallo), nel 2019 da Fanfara Station (Tunisia, Stati Uniti, Piemonte), nel 2018 da La Maschera (Campania), nel 2017 da Daniela Pes (Sardegna), nel 2016 dai Pupi di Surfaro (Sicilia), nel 2015 da Giuliano Gabriele Ensemble (Lazio), nel 2014 da Flo (Campania), nel 2013 da Unavantaluna (Sicilia), nel 2012 da Elsa Martin (Friuli), nel 2011 da Elva Lutza (Sardegna), nel 2010 dalla Compagnia Triskele (Sicilia), nel 2009 da Francesco Sossio (Puglia).
Il bando integrale è disponibile qui. (aise) 




Pubblico gaudente per l’Aida al Lingotto di Torino

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L’opera, non a caso, è proposta in occasione del 150° anniversario della prima assoluta, che ebbe luogo nel 1871 al Teatro dell’Opera del Cairo e Torino non poteva sottrarsi a tale appuntamento  vantando il secondo Museo Egizio per importanza nel mondo, dopo quello della capitale egiziana.

aida (libretto, 1890)Ricorre inoltre il 100° anniversario della scomparsa di Enrico Caruso. Il tenore napoletano, la cui dipartita è avvenuta a soli 48 anni, è stato uno dei più grandi interpreti di Radamès. In suo onore la serata al Lingotto si è aperta musicalmente con una superlativa registrazione della voce di Caruso sulle note della celebre romanza intonata da Radamès “Celeste Aida”,  dopo un’accurata introduzione del direttore artistico, del Teatro Regio, Sebastian Schwarz,  seguito da  Franco Iacono, responsabile del Comitato Nazionale per le celebrazioni della scomparsa di Enrico Caruso.enrico caruso(détail)

Con un preambolo così importante, la responsabilità del cast era maggiore e certo non ha deluso le attese del variegato pubblico composto, attento e diversificato nelle fasce d’età.

Sul podio la raffinata bacchetta del carismatico M° Pinchas Steinberg  ha diretto l’Orchestra del Teatro Regio, sempre all’altezza delle aspettative, e un Coro che ha saputo emozionare riconoscendo così anche il merito del M° Andrea Secchi, sempre molto attento ad ogni sfumatura nel lavoro che svolge.

Anna Maria Chiuri mezzosoprano, ha dato vita ad una Amneris vera con grande attenzione sia dal punto di vista vocale che interpretativo. Ha messo in luce le caratteristiche del  personaggio dagli ingredienti tutt’altro che parchi. Amneris è una ragazza bellissima non avvezza a ricevere  rifiuti ai suoi desideri che talvolta sfociano in capricci e come tale non può non essere  designata dal padre come sposa per l’uomo più desiderato d’Egitto: Radamès. In lei si insidiano  sentimenti quali invidia, rancore e infelicità.

Angela Meade, soprano, nel ruolo di Aida colpisce per la capacità interpretativa, non sempre per quella vocale,  facendo emergere l’infelicità, a causa della sua condizione servile. E’ dilaniata  dall’amore che la lega a Radamès ed il padre le chiede di farsi dire dall’amato i segreti militari d’Egitto. Lei è combattuta tra due amori: per il suo popolo e per il capitano delle Guardie. Se soddisfa la richiesta del padre, condanna a morte Radamès, interpretato da Stefano La Colla. Il tenore torinese è di pregio, ma sulle note di “Celeste Aida” non  emoziona quanto ci si aspetta e vocalmente non sempre  rispecchia il suo valore.

Procedendo con il resto del cast necessita immediatamente tessere lodi per Antonio Di Matteo che si cala perfettamente nei panni del Re d’Egitto. Con un aplomb regale, sfoggia una signorilità che non passa inosservata  nel portamento e nella voce dal timbro elegante ed autorevole. Si conferma essere uno dei talenti più  apprezzati del momento nel registro vocale di basso per la voce di rara bellezza.

Amartuvshin Enkhbat ha portato in scena un Amonasro di lustro e rimane uno dei baritoni verdiani più stimati dalle eccellenti doti vocali, mentre si evince qualche pecca in quelle interpretative. Nel ruolo di Ramfis, Dmitry Belosselskiy, basso, è apprezzabile. Chiudono il cast Ashley Milanese, soprano, una raffinata nonchè gradevole sacerdotessa e Francesco Pittari, tenore,  un messaggero assai piacevole.

Gaudio da parte del pubblico con applausi intensi  e prolungati al termine dell’evento.

Domenica 28 novembre secondo e ultimo appuntamento per Aida all’Auditorium Lingotto a Torino.

da https://www.iltelevisionario2.net/l/aida/




Pop Opera al femminile: This Secret Love il nuovo duetto di Viviana Dragani e Daniela La Rosa

copertina this secret love

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Viviana Dragani, torinese residente da anni in Massachusetts USA, ha lanciato da poco il suo ultimo singolo che sta riscuotendo un gran consenso, soprattutto in Argentina e Stato di New York.

“This secret love” rappresenta una novità nel mercato musicale odierno. Si tratta di un crossover al femminile, dove pop e opera si fondono dando origine a un mix melodico nuovo, dalle sonorità inedite, ipnotiche e celtiche. Una commistione unica di pop, opera e ambient-chill music.

L’idea nasce dall’autore e compositore Domenico Centorrino che ha pensato di far interagire due diverse anime vocali, nello specifico quella dell’interprete Viviana Dragani e la cantante lirica Daniela La Rosa.

Viviana, acclamata vocalist delle Blue Dolls e voice-over talent di successo, spazia agevolmente nel mondo sonoro del jazz, del tango e del pop; attualmente è anche conduttrice radiofonica per radio WNTN 1550 di Boston, USA.

Daniela ha invece un background classico di pianista e soprano. Si è esibita in tutta Europa con un repertorio operistico e ha partecipato a importanti programmi televisivi su Antenna Sicilia e Telecolor.

Le due voci hanno creato un mix sonoro nuovo e di qualità che vuole discostarsi da ciò che il mercato musicale attuale ci propone.

“This secret love” parla di un amore viscerale per la musica che le due protagoniste nutrono sin da tenera età; anche quando il passare del tempo e le nuove sfide della vita le portano a vivere lontane (una in America e l’altra in Italia), continueranno a esprimersi e sentirsi vicine attraverso la musica, che rappresenta l’unico “portale” all’interno del quale possono essere se stesse.

Potete ascoltare qui un’anteprima e seguire Viviana Dragani su Instagram https://www.amazon.com/This-Secret-Love/dp/B09FY6TCMX

https://www.instagram.com/vivianadragani/




Jovanotti, Marracash e le altre uscite della settimana

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AGI – Jovanotti regala ai suoi fans questa coinvolgente esplosione di colori; Marracash sforna un disco intimo e straziante, dimostrando non solo di essere a ben ragione considerato il primo della classe rap italiana, ma anche che il rap può essere qualcosa in più che un esercizio di stile. Mobrici mette giù un disco eccezionale, così come il nuovo pezzo di Giancane, che firma la sigla della serie di Zerocalcare. Male gli ex X-Factor Casadilego e Vergo, benissimo Carucci e Trabace. Chicca della settimana: il disco di Lamine.

Jovanotti – “Il boom”

Un canovaccio di colori, di suoni, di parole, come un quadro di Pollock in musica. Dentro questo brano, magistralmente prodotto dal maestro Rick Rubin, ritroviamo il Jovanotti che si diverte ancora a sperimentare con la musica non solo in termini di accordi, melodie, generi, ma proprio di concetto. Altro che “Ragazzo fortunato”, Jovanotti è un ragazzo, anche oggi che si porta con una scioltezza invidiabile i suoi 55 anni, bravo, soprattutto bravo. Non si è mai accomodato su una hit, non ha mai concesso contentini al proprio pubblico, che magari se ne sarebbe anche saziato, colmo d’amore per lui com’è giusto che sia; ma ha invece sempre portato avanti una sorta di filosofia sciamanico/musicale, Jovanotti, anche in questa nuova “Il boom”, con le sue canzoni tenta sempre di migliorare un pezzettino di mondo, anche solo pochi centimetri di mondo, pochi istanti di mondo, anche quando quelle canzoni sono state concepite magari solo per farci ballare, come condivisione del proprio mai smarrito divertimento.

Marracash – “Noi, loro, gli altri”

Diremmo “torna Marracash” se non fosse che non l’abbiamo mai sentito distante, assente, e non solo perché nel valzer dei featuring nei dischi rap ce lo siamo ritrovati in ben più di un’occasione, ma soprattutto perché Marracash rimane lì nel cielo, stella cometa di un’intera scena che guarda a lui, a ben ragione, come modello. In questo “Noi, loro, gli altri” il rapper si denuda in maniera totale, mostra le proprie cicatrici senza vergogna, ma soprattutto fa a pezzi la retorica machista che ha infettato tutta una nuova generazione di rapper che aprono la bocca, le danno fiato, ma non esce nulla. Anzi, al contrario, Marracash canta le proprie malinconie, le proprie incertezze, la propria visione lucidamente sconfortante ma estremamente poetica della vita.

Quella che propone in realtà è proprio una celebrazione, che a tratti sa quasi di liturgico, della propria anima; rap orchestrale, magistrale, definitivo, un passo più avanti questo disco c’è un abisso pop, una serie di suoni e parole rigettati in mare come fossero da buttare, il nulla. “Noi, loro, gli altri” è semplicemente e meravigliosamente straziante e Marracash ha un’idea di musica che rappresenta l’avanguardia del rap, sotto ogni punto di vista, soprattutto contenutistico. È il primo ad aver capito che i giochi di parole tipici del genere celano una potenza enorme, devastante, catastrofica; il primo a crescere, a farsi grande, a mettere da parte i duelli all’ultimo style, a considerare la musica il punto di arrivo a qualcosa e non il mezzo per arrivare a qualcosa, a sentire bruciare dentro la necessità di maturare, di fare i conti con se stesso, di risolversi in qualche modo. Il primo. Punto.

Mobrici – “Anche le scimmie cadono dagli alberi”

Non poteva esserci esordio solista migliore per Mobrici, non solo perché questo suo “Anche le scimmie cadono dagli alberi”, elogio all’imperfezione umana di matrice giapponese, è un bellissimo disco, ma perché l’ei fu Canova di suo non ci mette solo cognome e faccia in copertina, fuori, ma, dentro, tutta una condensa di dubbi, incertezze, paure, disavventure, il proprio passato, il futuro che vorrebbe e la forma dell’amore che desidera.

Tutto il se stesso del quale dispone insomma, ogni singolo angoletto di umanità, utilizzando una poesia che ti annienta, ti imbambola, ti obbliga alla riflessione. Anche a te è successo quello che è successo a lui, anche tu hai incontrato quella persona, poi l’hai abbandonata per strada e ora non sai più nemmeno dove sta, anche tu hai amato, hai sofferto, hai fatto l’amore senza amore, stando dall’una o dall’altra parte della barricata; e allora capisci che Mobrici in realtà non canta l’amore, ma usa l’amore come mezzo per raccontare se stesso e la propria esistenza, che lo utilizza come unità di misura, come metafora, nemmeno tanto velata, per provare a spiegare i meccanismi di questo motore che ci spinge come palline impazzite da un lato all’altro della vita, rimbalzandoci addosso con un senso che non capiremo mai.

Anna – “Balaklub – What Up”

È un incontro felice quello tra ANNA, la giovanissima rapper che ha conquistato le attenzioni della scena italiana (e non solo) con la sua “Bando” l’anno scorso, e Young Miles, che si è occupato della produzione di questo suo nuovo singolo. Se da un lato dobbiamo allertarvi sul fatto che anche le rapper donna, chissà poi per quale motivo, si stanno avventurando sempre di più in questo immaginario da Bronx farlocco, vagamente black, sicuramente ridicolo; dall’altro non possiamo fare a meno di constatare quanto l’idea di buttare il rap su beat abbastanza spinti, anche se vecchia come il cucco, comunque risulti estremamente funzionante. “BALAKLUB” non stimola quella fascinazione globalmente scattata per “Bando”, ma forse solo perché “Bando” spingeva di più. Speriamo che nelle prossime puntate, oltre a farci ballare, si spinga anche a dirci qualcosa che non sia una parodia italiota di un film di Spike Lee, perché altrimenti sai che noia.

Giancane – “Strappati lungo i bordi”

Brano che apre la (semi)omonima serie animata firmata da Zerocalcare e che meglio non poteva disegnare i contorni di questa comune nostalgia che poi il fumettista romano mette sul video. Perché in fondo la poetica di Giancane e quella di Zerocalcare si incastrano perfettamente, entrambi celebrano e al tempo stesso dissacrano la nostra umanità, specificatamente italiana, specificatamente romana se vogliamo. Giancane lo ha sempre fatto nella sua carriera, con pezzi come “Ipocondria” e “Vecchi di merda”, che lo hanno reso a ben ragione una star dentro i confini del raccordo anulare; oggi però, forse trascinato dalla bella ed estenuante nostalgia di Zerocalcare, estenuante proprio perché a prodotti di un certo tipo non ci siamo abituati, si supera, “Strappati lungo i bordi” è probabilmente il suo miglior pezzo, la naturalezza con la quale ci mette su carta, su musica, stracciandoci poi, appunto, non “lungo i bordi” ma proprio la testa, risulta a tratti disarmante, meravigliosamente disturbante.

È una ballad dagli intenti quasi punk, un pugno allo stomaco, una birra scesa male, che c’ha il sapore della strada, come se te la fossi ciucciata direttamente da dentro una buca sulla Prenestina; ed è proprio per questo meravigliosa, perché unisce con una linea, seppur sghemba, l’epica alla normalità, rendendoci tutti eroi delle nostre vite.

Maurizio Carucci – “Sto bene”

Si può avere paura di stare bene? Chiaro, è una cosa comune a tutti i timorosi, in generale, che avendo paura di stare male sviluppano anche un certo timore nello stare bene, in quanto sanno benissimo che lo stare bene finisce e, solitamente, anche troppo presto. Non ricordiamo però di canzoni che fossero riuscite ad inquadrare per bene questa sensazione di disagio perenne, quella necessità di camminare rasenti ai muri per evitare cattive sorprese rendendosi perfettamente conto di quanto questo sia sciocco, inutile, quanto sia una debolezza che potremmo risparmiare alla nostra già martoriata esistenza. Carucci, cantante degli Ex-Otago in missione discografica esplorativa solitaria, ci riesce e bene con il romanticismo che contraddistingue da sempre il suo scrivere.

Young Signorino – “Domani piangerò ancora”

Un viaggio nella malinconia di un artista decisamente originale, unico, del nostro panorama musicale. Un ragazzo che ha capito di conservare dentro una ricchezza, anche se purtroppo un po’ cupa, un po’ oscura, e di regalarcela. Questo EP è molto piacevole all’ascolto ma serve prepararsi ad una passeggiata in luoghi della mente malconci, efferati, quegli angoli bui che nascondiamo tutti da qualche parte e che vorremmo dimenticarci di avere e che Young Signorino, con la poetica e l’idea di musica che preferisce, invece, ci canta. Non sarà sempre tutto perfetto, tutto pulito, tutto in ordine, tutto lineare, ma è tutto sempre molto onesto.

Cicco Sanchez feat. Casadilego – “Ora o mai più”

Brano che si fa ascoltare ma che resta sempre lì dov’è. Niente di nuovo sotto il cielo per quel che riguarda il sound, rap poppizzato che negli ultimi due anni stiamo ascoltando in tutte le salse, nemmeno il testo è granché illuminante, questa ripresa dell’”Odi et amo” è snervante, noiosa, trita e ritrita, nonché anche vagamente fraintesa; roba che tra “Ora o mai più” sceglieremmo senz’altro “mai più”. La vincitrice dell’ultima edizione di X-Factor sta proprio vagando senza meta in un deserto discografico, la piazzano un po’ ovunque a fare la Mara Sattei con le sembianze di Billie Eilish, ma risulta sempre evidentemente spaesata. Non ne mettiamo in dubbio il talento, sarebbe ingeneroso, ma c’è da lavorare sul carattere, sulla strada da intraprendere con questo progetto, perché quella che sta camminando al momento non porta da nessuna parte.

Populous feat. Vergo – “Demone”

E si che ritenevamo Populous anche uno bravo, questa “Demone” è una sorta di sbavatura inutile in una discografia di tutto rispetto. Sarà forse la vicinanza a Vergo, per chi non se lo ricordasse, ex concorrente di X-Factor, autore del capolavoro al contrario che è “Bomba”, una robaccia che abbiamo dovuto pagare un’intera equipe di psicologi per dimenticarcene. Questa “Demone” racchiude una tempesta di brutture che non si sa nemmeno da che lato guardarla, come quando Fantozzi mostra ai colleghi la foto della nipotina appena nata; fosse possibile televotarli fuori da Spotify, nonostante avversi per principio alla pratica del televoto, avremmo già il telefono in mano.

Angelo Trabace – “Sbarco”

Un attimo di quiete in questo universo trafficato come il raccordo anulare. Angelo Trabace lo conosciamo come pianista che ha collaborato con artisti del calibro di Dimartino, Vasco Brondi o Francesco Bianconi, ma non è mai stato un mero esecutore, anzi, ha sempre approcciato ogni progetto con il tocco e la verve dell’autore vero e proprio. Questa “Sbarco” è una melodia ricca di guizzi, così come ci ha sempre abituati, ma si spinge anche oltre, in una terra dove non c’è nemmeno bisogno di parole, come uno sbarco, appunto, con gli occhi invasi dalla bellezza. Grazie.

Sgrò – “Macedonia”

Ritorno alle sonorità da indipendenti veri, a quel sound trascinante, a quella poetica fresca e diretta, fatta di immagini che si materializzano davanti agli occhi, ma perfino con un filo di struttura in più. Una “Macedonia” in effetti, di colori, parole e, soprattutto, storie, che Sgrò, che è un ottimo cantautore, impreziosisce con un timbro accattivante dalla sfumature estremamente eteree. Il quotidiano mescolato tra le nuvole, una ricetta musicale gourmet, per palati fini ma anche per chi, semplicemente, ha fame di roba buona. Bravo.

Scrima – “Generazioninsta”

Dipinto divertente che pone un accento sulle sconcezze di una generazione evidentemente perduta tra le onde di questa social(ità) che ogni giorno ci priva di un pezzettino di realtà. Bene.

Lamine – “Da soli mai”

Disco eccezionale, da mestierante vera, dove i lampi, i guizzi, le impennate spericolate, si alternano ad una precisione nella produzione che appare quasi maniacale, certamente contemporanea, sottile e allo stesso tempo intensa. A tenere in piedi lo scheletro del disco una voce calda e sensuale, eppure alle volte quasi distaccata, una di quelle voci che hanno la straordinaria capacità di stare allo stesso tempo dentro e fuori il brano. Non un pezzo di questo disco d’esordio ha una nota fuori posto, un neo, un inciampo, una leggera flessione, mai. È un disco perfetto e Lamine è un fenomeno vero.

Varisco – “Bambino”

Una storia d’amore drammaticamente vissuta dall’adulto e sbugiardata dalla semplicità del parlato di un bambino, idea illuminante. Il pezzo (d’esordio) di Varisco ha un’anima decisamente blues ma sono azzeccate, notevoli, le infiltrazioni elettroniche che alla fine rendono il prodotto decisamente accessibile, eccentrico, quasi pop, ok, ma raffinato, intrigante, avvolgente. Ottimo inizio, welcome to the jungle.




Frammenti d’opera, prima puntata

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Gli Oliver Onions sono tornati

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163846142 17f9f61b 12fa 4349 a8e2 8a88fd490d12AGI Si intitola “Future Memorabilia” il disco che riporta nella catena di distribuzione discografica gli Oliver Onions, duo romano passato alla storia per indimenticabili colonne sonore di film diventati ormai dei cult del nostro cinema anni ’70 e ’80. “Continuavano a chiamarlo Trinità”, “Anche gli angeli mangiano fagioli”, “Giovannona Coscialunga disonorata con onore”, “Altrimenti ci arrabbiamo”, “Tre tigri contro tre tigri”, “I due superpiedi quasi piatti”, “Piedone l’africano”, “Lo chiamavano Bulldozer”, “Uno sceriffo extraterrestre… poco extra e molto terrestre”, “Banana Joe, “Bomber”, “Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio”, “L’allenatore nel pallone”, “Mezzo destro, mezzo sinistro”…sono solo alcuni dei titoli cui musiche sono state firmate dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis.

Un sound ben preciso, rimasto impresso nella storia, capace di fondersi con le stesse immagini che accompagnava, alle volte andando perfino oltre le immagini, oltre il visto, guidando la mente dello spettatore in un percorso, ahinoi, a ritroso, verso un cinema che non esiste più, paradossalmente accompagnati da una musica che forse, in realtà, non esiste ancora.

Perché gli Oliver Onions facevano negli anni ’70 quello che nemmeno oggi si arriva a fare con tale illuminazione. In “Future Memorabilia” riprendono, in compagnia di illustri ospiti, da Tommaso Paradiso e Claudio Baglioni agli Elio e Le Storie Tese e David Hasselhoff, alcune di quelle colonne sonore che li hanno resi immortali in tutto il mondo. Non si può proprio considerare un tuffo nel passato, nonostante a qualcuno l’ascolto potrà scaturire una fisiologica nostalgia per i tempi andati, soprattutto i tempi dei film di Bud Spencer e Terence Hill; ma in realtà basta chiudere gli occhi, provare a dimenticare nomi, cognomi, nomi d’arte e film, per ritrovarsi in una dimensione che non può di certo essere collocata indietro nel tempo ma, semmai, avanti.

Ma voi ve ne siete mai accorti di essere così avanti…?

“Grazie, noi lo facevamo di impeto, come ci veniva lo facevamo. Rispetto a quello che si fa oggi, si può darsi. Noi avevamo davvero la voglia di introdurre nuovi elementi che probabilmente anticipavano come sonorità quello che è venuto in seguito. Tommaso Paradiso ha una nostalgia autentica per quel periodo del cinema, immagino si sia divertito molto a far parte del progetto… Per quello lo abbiamo scelto, lui ha sempre dimostrato anche a noi di seguire le nostre cose, di essere un grande fan, noi siamo stati felicissimi di averlo coinvolto e lui è stato felicissimo di essere coinvolto in questo disco. Claudio Baglioni invece aveva già registrato “Sandokan” in “Anime in gioco” nel ’97… È una veste molto rinnovata che si avvicina molto di più a quella del Claudio Baglioni attuale. Geniale l’idea di reinterpretare il vostro “La la la la lalla” con gli Elio e Le Storie Tese…tra l’altro questa musica nasconde un aneddoto, Bud Spencer improvvisò la sua parte, è corretto? Certo, la parte scritta era solo il “La la la la lalla”, poi durante le riprese però c’era uno stop, una pausa, in cui si doveva inquadrare un altro personaggio, il killer, allora gli abbiamo chiesto di fare qualcosa e lui si inventò quel suono con le labbra, quel “Ba, ba, ba, baaa””

Cosa vi piaceva del mondo del cinema?

“Tutto, era il nostro mondo. Amanti della musica come eravamo e come siamo ancora, la possibilità di mettere la nostra musica in un film, per noi era una festa. Pur lavorando tanto non sentivamo la stanchezza, l’entusiasmo che mettevamo nel trovare soluzioni, alternative, temi…questa era tutta benzina che ci caricava. Come funzionava ai tempi il vostro processo creativo? Vi mandavano il film, la sceneggiatura…e poi voi ci mettevate su le musiche? Ci davano sempre la sceneggiatura e noi su quella dovevamo capire lo spirito, il mood, del film. Poi spesso andavamo anche sul set per capire meglio, ma alla fine quando avevamo il girato ce lo studiavamo e alle volte andavano in una direzione o in un’altra. Poi il regista ci dava anche delle indicazioni di massima, l’approccio con regista e produttori era necessario.

Leggevo la lista dei film ai quali avete lavorato, vedo che nel 1987 avete smesso, magari è successo qualcosa, ma non posso fare a meno di notare che è anche un periodo in cui il cinema comincia ad essere diverso, è questo che ha condizionato la vostra carriera?

“Sicuramente anche il cinema è cambiato, tanti tipi di film non si sono più prodotti, registi con i quali avevamo lavorato avevano smesso, ma noi abbiamo continuato sempre a fare il nostro mestiere, ci siamo solo trasferiti in televisione; da questo punto di vista negli anni ’90 abbiamo fatto anche serie molto conosciute, c’è stato il periodo de “Il Maresciallo Rocca”, il periodo di “Incantesimo”, che è durato 10 anni, per il quale abbiamo anche rifiutato di fare altri lavori. Nel frattempo, chiaro, il cinema era cambiato e i generi che andavano una volta non trovavano spazio nelle società di produzione”.

Qual è il film che avete musicato che vi rende più orgogliosi?

“La risposta potrebbe sembrare scontata ma diciamo “Per grazia ricevuta”, perché è il primo, è quello che ci ha dato lo stimolo a continuare. Ovviamente siamo orgogliosi di per sé di aver partecipato al successo del film, anche le musiche sono piaciute molto. È una ragione emotiva, ma anche logica e cronologica, ma quello è stato il primo, poi sono arrivati tutti gli altri film e sono tutti figli nostri e non puoi dire a un figlio che è più figlio dell’altro.

Con quale regista vi piacerebbe lavorare oggi?

“Avremmo voglia di lavorare con un regista che avesse voglia di affidarci un lavoro tematico, perché negli ultimi tempi la tendenza è quella di proporre solo musica che da emozioni superficiali, che non ti entrano nel cuore, come si faceva una volta, quando una volta c’era il ricorso al tema classico. Forse mi piacerebbe lavorare con il figlio di Sollima, perché è un bravo regista, ma non ci siamo mai incontrati. Ma mai dire mai”.




Il mondo stravagante dell’italoamericano Michael Ciolino in arte GeoMike122

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250304873 10159764164191774 3787368897495256027 nMichael Ciolino, di origini sicule e nativo di Fair Lawn, è un viaggiatore, educatore, leader di comunità e artista musicale. GeoMike122 è il suo nome d’arte.

Nato e cresciuto a Fair Lawn, Michael Ciolino è cresciuto a Warren Point, T.J. Con le sue radici nel New Jersey, Michael Ciolino ha proseguito gli studi presso la Rutgers University e la Montclair State University. Non ha mai perso il contatto con Fair Lawn né l’orgoglio per la propria città natale.

Le sue esperienze nelle scuole pubbliche di Fair Lawn sono state per lo più positive; tuttavia, come adolescente gay, ha dovuto fronteggiare episodi di bullismo e problemi personali/familiari. Ciolino ne ha discusso al Fair Lawn Pride del 2019, quando Fair Lawn proclamò che giugno sarebbe stato il mese della comunità LGBTQ. Questo è avvenuto 50 anni dopo i disordini di Stonewall.

Motivare e ispirare le persone a ottenere di più è una missione fondamentale per Ciolino. Oltre ad essere un insegnante di scuola elementare in una scuola pubblica della contea di Passaic, è orgoglioso co-presidente del Fair Lawn Green Team. Promuove inoltre uno stile di vita e una comunità più sostenibili.

Ora, Michael Ciolino è pronto a ispirare, motivare e unire più comunità attraverso la sua musica. GeoMike122 è un’espressione della vita di Michael Ciolino. GeoMike122 crea musica con l’intenzione che tutte le fasce d’età possano ascoltare e guardare. L’inclusività è un’idea centrale per lui. GeoMike122 ama interagire con la community attraverso commenti e post sui social media.

GeoMike122 ha anche dei detrattori, non tutti condividono infatti il suo stile di vita, ma tutto questo non lo ferma.

GeoMike122 esprime la sua arte con esperienze di vita come un essere umano gay, non binario, di origine italo/ispanica/scozzese.

“Whimsical” (Stravagante), il primo singolo di GeoMike122 parla di come stia guadagnando fiducia e di come non lascerà che i suoi detrattori gli mettano i piedi in testa. Caprichosx, il remix spagnolo di Whimsical, ha ritmi trap e flauti, mentre aggiunge più suoni dance. Il singolo e video musicale più recente di GeoMike122, “Abyss”, mette in mostra le sue varie esperienze con la depressione e gli alti e bassi della creatività.

Nuova musica e video sono in arrivo! GeoMike122 vuole continuare a incontrare più membri della community e costruire una fan-base! Potete seguire GeoMike122 su Facebook, Instagram, TikTok, YouTube e Spotify utilizzando @geomike122.

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Torino, successo per la serata inaugurale di Regio Metropolitano

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img20211016215511La serata inaugurale di Regio Metropolitano si è aperta sotto i migliori auspici essendo finalmente la capienza dei teatri al 100% e la grande voglia da parte del pubblico di partecipare a questa iniziativa innovativa ed eccellente. Il Conservatorio Giuseppe Verdi, nella sua bella cornice, ha tenuto a battesimo la lunga e ricca serie di appuntamenti itineranti di Regio Metropolitano con un concerto che ha raccolto parecchi minuti di  applausi dal copioso pubblico. I posti in sala erano quasi sold out.

Grande merito al M° Julian Rachlin, artista apprezzato sulla scena internazionale, che, al debutto sul podio della preparatissima Orchestra del Teatro Regio, ha saputo stupire come direttore e violino, in un programma dedicato interamente a Wolfgang Amadeus Mozart: il Concerto n. 3 in sol maggiore per violino e orchestra e la Sinfonia n. 40 in sol minore.

I commenti dei presenti a termine concerto, tra parecchi giovani ed altri più adulti, sono stati all’unanimità favorevoli e si sono spese parole di encomio per il M° Julian Rachlin, l’Orchestra del Teatro Regio e l’iniziativa di Regio Metropolitano. Presenti in sala il commissario straordinario Rosanna Purchia, il direttore artistico del Teatro Regio Sebastian Schwarz e altre personalità di spicco, tutti molto soddisfatti dell’esito della serata.

Molti sono i biglietti venduti da subito per questa encomiabile iniziativa. Infatti qualcuno, tra il pubblico e qualche intervistato in giro per la città, ha anche confessato che sente il Teatro Regio più vicino, poiché andare all’opera in uno storico e lussuoso teatro come quello della Capitale Subalpina mette, per chi non è avvezzo a quel mondo, un po’ di ansia. Così  come da altri intervistati è emersa la tranquillità di andare al Regio per le misure di sicurezza adottate rispetto alla pandemia da Covid-19.

Qualche mese fa, infatti, il commissario straordinario Rosanna Purchia aveva dichiarato riguardo al gran numero di biglietti venduti: “Oltre all’innegabile valore artistico delle proposte del Regio Metropolitano  credo che un ruolo importante per questo risultato l’abbia giocato il fatto che il pubblico si senta in sicurezza agli spettacoli del Regio. Siamo stati il primo teatro a richiedere il Green Pass non solo agli spettatori ma anche ai propri dipendenti e collaboratori…” A suggellare tali dichiarazioni è stata l’attenzione riservata all’entrata del Conservatorio Giuseppe Verdi per la sicurezza con la richiesta del Green Pass, la rilevazione della temperatura corporea mediante termo scanner e l’obbligo della mascherina ben posizionata a copertura di bocca e naso.

I prossimi appuntamenti di ottobre con Regio Metropolitano.

Sabato 23 all’Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto con l’Orchestra e il Coro del Regio, diretti da Hartmut Haenchen in un concerto che prevede Das Schicksalslied (Canto del destino) e Begräbnisgesang (Canto funebre) di Johannes Brahms e la Sinfonia n. 3 in re minore Wagner-Symphonie di Anton Bruckner.Venerdì 29 ottobre all’Auditorium Rai “Arturo Toscanini” La vita nuova, cantica di Ermanno Wolf-Ferrari su parole di Dante Alighieri; l’Orchestra, il Coro e il Coro di voci bianche del Regio sono diretti da Donato Renzetti, i cori sono istruiti rispettivamente da Andrea Secchi e Claudio Fenoglio. L’attore Alessandro Preziosi, volto notissimo del cinema e raffinato interprete teatrale, che è già stato protagonista di numerosi spettacoli dedicati ad avvicinare il grande pubblico alla figura di Dante è la voce recitante; solisti, il baritono Vittorio Prato e il soprano Angela Nisi.

Lo spettacolo viene presentato in occasione dell’Anno di Dante. La produzione sarà disponibile anche sulla piattaforma It’s Art a partire dal 12 novembre. Tutto quello che avreste voluto sapere su Dante Alighieri ma non avete mai osato chiedere. L’occasione è la presentazione del libro di Luca Carlo Rossi L’uovo di Dante, edito da Carocci, che si terrà venerdì 29 ottobre alle 18 al Circolo dei Lettori. Un evento realizzato in collaborazione con il Circolo dei Lettori, nello stesso giorno dell’esecuzione della Vita nuova di Ermanno Wolf-Ferrari, tratta dalla celebre opera del Poeta. Due occasioni imperdibili per conoscere il padre della lingua italiana: attraverso aneddoti che lo ritraggono nelle sue sfaccettature meno battute – dal ruvido cortigiano al mago, dal disinibito amante al consulente gastronomico – e come ispiratore di una cantica in musica di rarissima esecuzione, impreziosita dalla direzione di Donato Renzetti e dalla presenza sul palco della voce recitante di Alessandro Preziosi.

Ricordiamo che Regio Metropolitano propone anche un ricco programma di mostre. Due quelle già aperte. All’Archivio di Stato di Torino, fino al 7 novembre, si tiene Regio contemporaneo. L’arte contemporanea incontra l’opera lirica: nell’ambito del programma di Art Site Fest, l’Archivio di Stato ospita il racconto del lungo rapporto che il Teatro Regio ha intrattenuto con l’arte contemporanea. Paladino, Burri, Botto & Bruno, Livermore, Fura dels Baus, Hockney, Poda, sono alcuni degli artisti, registi e scenografi che hanno interpretato l’Opera con il linguaggio dell’arte attuale. In mostra, immagini, costumi e documenti per un suggestivo percorso offerto ai visitatori. Ingresso libero e info su: archiviodistatotorino.beniculturali.it. Alla Pinacoteca dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino fino all’1 marzo 2022 si tiene Disegnare la Città. L’Accademia Albertina e Torino tra Eclettismo e Liberty. Il Teatro Regio contribuisce con l’esposizione di alcuni costumi che rievocano l’eleganza della Belle Époque, accanto ai progetti originali di Giulio Casanova per il Caffè Baratti & Milano e per il Treno Reale. Info: www.albertina.academy.

https://www.iltelevisionario2.net/l/successo-per-la-serata-inaugurale-di-regio-metroplitano/

 




Richard Brador, molto più di un buon percussionista

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richard brador (4)Tra i bravi percussionisti dominicani ne ricordiamo alcuni che, oltre alla capacità di suonare i rispettivi strumenti, utilizzando come piattaforma le orchestre di cui fanno parte, hanno dimostrato qualità per sviluppare una carriera di successo come animatori o presentatori di programmi radiofonici e / o televisione, comici e comici.

Tutti ricordiamo Luisito Martí (Villa Duarte, Santo Domingo Este, RD, 1 febbraio 1945-Villa Duarte, Santo Domingo Este, RD, 3 gennaio 2010), conguero, cantante, compositore e poi co-leader, insieme al cantante e il compositore Anthony Ríos (Las Cañitas, Sabana de la Mar, Hato Mayor, 17 luglio 1950-Santo Domingo, RD, 4 marzo 2019), dell’orchestra El Sonido Original, che ha dimostrato le sue condizioni di comico fino a diventare uno dei grandi comici dominicani, sia come attore, librettista, produttore di programmi e regista. Abbiamo anche visto il güirero Andrés Martínez, il popolare Cacheito, diventare un comico e Momón Tejeda dedicarsi alla commedia e in seguito assumere il ruolo di commentatore e conduttore di programmi televisivi. Ma allo stesso modo bisogna evidenziare un altro percussionista della patria duartiana, dalle innegabili qualità di presentatore e comico, il suo nome è Richard Brador.

Molte volte lo abbiamo visto esibirsi come suonatore di bongo, suonatore di conga, batterista…, ma abbiamo anche apprezzato il suo talento calandosi nei panni di Chochueca, un personaggio lugubre che, suo malgrado e grazie a Brador,  simpatizzava e disegnava un sorriso, mentre il cavalleresco musicista dallo sguardo color di speranza suonava un merenghe con La Tribu de Cuco Valoy.

Richard Brador Acosta è nato venerdì 10 giugno 1955 nel quartiere María Auxiliadora, a Santo Domingo, capitale della Repubblica Dominicana, i suoi genitori sono Abraham Brador Castillo, originario di Sabana Buey, provincia di Peravia, e Cándida Ofelia Acosta Alonzo, originaria di Cabrera, provincia di María Trinidad Sánchez. Doña Cándida Ofelia è morta negli anni ’80 e Don Abraham intorno al 2000, secondo quanto l’artista ha saputo estrarre dalla sua memoria.

richard brador (6) “Mio padre è stato per molti anni un impiegato dell’Istituto Dominiano della Sicurezza Sociale (IDSS) e mia madre era una sarta, una poetessa, esperta nelle faccende domestiche e una tremenda divoratrice di libri. Penso che da lei ho ereditato l’usanza di prendere un libro e non lasciarlo finché non l’ho letto dal prologo all’epilogo”, ha detto, aggiungendo con la sua caratteristica grazia che ha un battaglione di fratelli, tutti di padre , e solo una sorella da padre e madre.

Richard ha completato la sua istruzione primaria presso la scuola dell’Honduras e la sua istruzione secondaria presso l’Instituto Técnico Salesiano (ITESA), entrambe scuole situate nel suddetto settore della capitale. All’ITESA ha studiato musica ed elettronica. Ho una laurea in scienze fisiche e naturali, un tecnologo elettronico e un apprendista medico, ma come medico sono un grande suonatore di bongo “, ha detto con una risata.

“Non mi sono laureato in elettronica, perché avevo fame e non sapevo cosa avrei mangiato domani, quindi ho lasciato la musica per tornare a studiare, ma per motivi di viaggio all’estero tante volte mi sono dedicato a conoscere questo mestiere il più profondamente possibile, visto da angolazioni diverse e molto ampie”, ha rivelato.

Ha espresso che non ci sono molti strumentisti nella sua famiglia, perché, oltre a lui, solo il suo primogenito, Richard Brador Miranda, è un musicista.

“Ho ereditato la mia vena artistica da mia madre, appassionata di letteratura, oltre che poeta. Penso che ciò che ha catturato la mia attenzione sia stato vederla recitare le sue poesie, gli aspetti istrionici che ha gestito e, insomma, qualche cosa in più con quel cocktail artistico che era dentro di me”, ha riflettuto.

In quegli anni era normale che un percussionista si allenasse per le strade, partecipando alle festicciole che si organizzavano agli angoli delle strade nei giorni festivi e suonando nel cosiddetto “Ven tu”, che si riferisce a gruppi armati con cui sembrava intrattenere qualche attività ballabile.

“La mia formazione musicale non è mai esistita, poiché non ero accademico, ma autodidatta; Ho percepito il talento e ho iniziato a svilupparlo da solo. Come strumentista, non sono stato formato da nessuno, ma scambiando impressioni con alcuni altri musicisti ho sfruttato le loro conoscenze, prendendole come guida e schema da seguire, poi la pratica fatta dal dilettante quasi professionista”, ha affermato.

richard brador con la tribu de cuco valoyÈ una cosa normalissima per i musicisti popolari guardarsi nello specchio di altri che hanno già percorso lunghi percorsi e dall’esperienza di quei maestri silenziosi, coloro che cercano di realizzare i propri sogni percorrano poi lo stesso percorso.

“Come musicista c’è stato qualcuno che ha avuto un grande impatto su di me e mi ha segnato molto; quel qualcuno era il signor Luisito Martí e, influenzato da lui, sono diventato un comico, annunciatore e interprete dei tumbadoras, da lì è iniziato il mio calvario, molto piacevole tra l’altro, per aggiornarmi e allenarmi come percussionista “, ha confessato.

La sua figura è più vicina a quella di un rubacuori di una soap opera che a un musicista che abbraccia strumenti a percussione, ma sicuramente suonare bongo, tambora e tumbadora gli ha dato la sceneggiatura perfetta per esibirsi con il necessario virtuosismo sul palco durante i concerti affollati e in programmi televisivi molto popolari.

“Gli strumenti di cui ho padronanza, sono quasi tutti della nomenclatura dei membrafoni idiofoni, per capirmi bene direi i tamburi in pelle. Oltre a qualsiasi altra cosa che mi permetta di farlo suonare con un’idea definita da proiettare come colore di qualche tipo di effetto audio all’interno dello sviluppo della musica che interpretiamo, ma non sono uno strumentista come un violinista, pianista o altro altrimenti quelle manifestazioni all’interno di quel mondo della musica “, ha detto.

Una ristretta cerchia di persone sa che Richard “si difende” suonando la chitarra e per completare le sue abilità scrive anche poesie.

“Lo strumento che mi piace di più è la chitarra. Sono un batterista, sono onorato, ma amo suonare la chitarra e il bongo”, ha precisato.

richard brador con gilberto santa rosaHa ricordato di aver fatto il suo debutto professionale, all’inizio degli anni ’70, nel combo capitanato dal cantante Rafael Mancebo, scomparso a New York il 7 aprile 2020. Con Mancebo è salito su un palcoscenico per la prima volta come musicista, ma il suo tempo in questo gruppo musicale fu fugace.

“La prima volta che ho registrato ero uno studente ed è stato nello studio di Atala Blandino, in via Polvorín, a Santo Domingo. Fu con Panchito Martín Mena (Santo Domingo, RD, 1936-Santo Domingo Este, RD, 11 ottobre 2018) per Yoyito Cabrera (San José de Los Llanos, San Pedro de Macorís, RD, 13 settembre 1926-New York, USA, 7 maggio 1984). Era il tema intitolato “La carne lo mató”, un meringhe che ha ottenuto molta popolarità”, ha ricordato.

“Le orchestre con le quali ho avuto l’onore di lavorare come musicista di staff sono quelle dei maestri Bertico Sosa (La Romana, RD, 23 febbraio 1951-Santo Domingo, RD, 2 dicembre 2005) e Jorge Taveras”, ha precisato l’artista, che faceva parte del gruppo diretto dal maestro Sosa quando ha animato il popolare programma Con Cuquín, durante la sua permanenza a Rahintel.

Ora, la parte importante della sua storia è stata scritta come membro della famosa orchestra del maestro Cuco Valoy, nella quale si è distinto non solo come percussionista, ma ha anche messo la nota umoristica grazie al fatto che ha irradiato un umorismo naturale che il pubblico ha ricevuto con simpatia.

“Non posso dire esattamente quando sono entrato a La Tribu de Cuco Valoy, ma so che era quasi alla fine degli anni ’70, nel calore della fase bollente di Wilfrido Vargas y Los Beduinos. Il mio ingresso era dovuto a una raccomandazione fatta a Cuco nello stesso momento in cui uno dei suoi musicisti stava disertando nell’orchestra di Wilfrido “, ha detto Brador.

Ha riconosciuto che grazie ai consigli e agli insegnamenti del popolare sonero e merenguero di Manoguayabo, ha imparato tutto ciò che sa sulla disciplina e la metrica, come batterista, suonatore di bongo e conguero.

“Quell’ingresso nell’orchestra di Cuco Valoy mi è stato molto utile, perché ho imparato sotto la sua stretta tutela, soprattutto con la durezza delle sue istruzioni che stavo sviluppando”, ha considerato, ricordando che ha lasciato questo gruppo alla fine degli anni ’80, a cui si aggiungono circa vent’anni di lavoro insieme al padre del maestro Ramón Orlando e anche a quest’ultimo, durante il periodo in cui rimase pianista per La Tribu.

richard brador, nino segarra y sonny ovalles.La loquacità e il buon senso dell’umorismo di Richard Brador sono emersi durante il suo soggiorno a La Tribu e lì si è distinto come Chochueca, un personaggio pittoresco il cui vero nome era Bienvenido Martínez, un venditore di una specie di empanadas che portava quel nome particolare e che gli rimasto come soprannome. Quest’uomo è stato associato alle veglie perché si è dedicato ad informare i parenti della morte di una persona cara e hanno finito per dargli i vestiti del defunto, come riportato nel portale della storia dominicana in Graphics, del 19 luglio 2015.

“Questo personaggio di Chochueca è stato preso da un altro la cui storia è ben nota a tutti gli abitanti delle città di Santo Domingo; chi ha portato questo personaggio alla ribalta è stato Cuquín Victoria, che lo ha personificato in El Show de Noticias, e lo abbiamo preso come un gancio per attirare l’attenzione del pubblico”, ha rivelato.

Durante la su apermanenza con Cuco Valoy ha registrato percussioni in successi come “El brujo”, “Juliana”, “Nació varón”, “Micharén”, “Sisi y Ricardo”, “El gordito de oro”, “El que no sabe adivina”, “Yo la espero”, “El juicio final”, “Cantando se fue”, “La muerte de don Marcos”, “No hay que preguntarlo”, “Gloria”, “Daniel”, “Frutos del carnaval”, “Quiéreme”, “Te quiero”, “Clavelitos y azucenas”, “La maldita cola”, “Yo te dije”, “Pa’ gozar contigo”, “Murió el sonero”, “Bailará y gozará”, “El golpe de Bibijagua”, “Policía, corre”, “Mi tumbao”, “Homenaje a Matamoros”, “La temperatura”, “Los soneros de ayer”, “No me empuje”, “Ella me olvidó”, “Cuatro personas”, “Querube”, “A pesar de todo”…

Nel 2010, Cuco Valoy ha lanciato il merenghe “El monstruo de la gasolina”, in cui Brador ha avuto una partecipazione eccezionale.

Tra gli artisti che ha dovuto accompagnare ci sono Celia Cruz (L’Avana, Cuba, 21 ottobre 1925-Fort Lee, New Jersey, USA, 16 luglio 2003), Johnny Ventura (Villa Juana, Santo Domingo, RD, 8 marzo 1940 -Santo Domingo, RD, 28 luglio 2021), Alberto Beltrán ((Palo Blanco, La Romana, RD, 5 maggio 1923-Miami, Florida, USA, 2 febbraio 1997), Joseíto Mateo (Juana Brava, tra San Isidro e El Naranjo, Santo Domingo, RD, 6 aprile 1920-Santo Domingo, RD, 31 maggio 2018), Roberto Yanés (Villa de María, Río Seco, Córdoba, Argentina, 25 aprile 1932-Buenos Aires, Argentina, 30 maggio , 2019); Marco Antonio Muñiz, Manolo Galván (Crevillente, Valencia, Spagna, 13 marzo 1946-Bella Vista, Corrientes, Argentina, 15 marzo, maggio 2013), Luchy Vicioso (Santo Domingo, RD, 19 febbraio 1950-Santo Domingo, RD, 18 febbraio 2019), Gilberto Santa Rosa, Paloma San Basilio, Luisa María Güell, Nino Segarra e la star Martha Vargas.

“Sono orgoglioso di aver potuto accompagnare Johnny Ventura, Celia Cruz e Alberto Beltrán, per i quali ho suonato la tambora nel merenghe “El negrito del batey”, in Ecuador. Un altro mio orgoglio è stata la responsabilità di eseguire il lavoro di percussionista e unico dominicano nell’orchestra di piano e la tournée della straordinaria artista spagnola Paloma San Basilio”, ha commentato.

A questo stesso proposito, ha sottolineato che la sua più grande soddisfazione è stata quella di rifiutarsi di addebitare anche un centesimo per la registrazione di un’opera folcloristica a Joseíto Mateo, suonandogli la batteria balsié e pri-prí.

Brador si ricorda soddisfatto quando Mateo gli ha chiesto quanto gli doveva e il percussionista ha risposto: “Non mi devi nulla, sono io quello che ti devo per questo invito a quel lavoro; sei una gloria nazionale”.

Ha espresso che Milly, Jocelyn & Los Vecinos è stato l’unico gruppo musicale che ha  rinforzato, chiarendo che “non è stato un rinforzo, ma una responsabilità perché in quell’orchestra tutto il personale era altamente preparato”.

“Nel decennio degli anni ’80 c’era una forte competizione tra percussionisti professionisti e ho dovuto aggiornarmi, perché sono sempre stato un estimatore di musicisti come Ángel Miro Andújar (Catarey) (Villa Juana, Santo Domingo, RD, 23 settembre , 1949 -Zulia, Venezuela, 17 luglio 1988), Guarionex Aquino, Johnny de la Cruz (Cioccolato), che per me è il miglioramento della carne e dello scheletro, e Fellé Vega ”, ha dichiarato, aggiungendo di averli tutti come una bussola da seguire.

Artista che ha condiviso il palco anche con Johnny Pacheco (Los Pepines, Santiago, RD, 25 marzo 1935-New Jersey, USA, 15 febbraio 2021), Willie Colón, El Gran Combo, Oscar de León e altri luminari, ha ha esperienze tra le più svariate, ma tra tutte ne fa tesoro una che illumina la sua anima come una medaglia nella vetrina dei suoi successi professionali.

“Una delle più grandi soddisfazioni che ho provato è stata l’interpretazione della canzone “Páginas gloriosas”, di Cuco Valoy al Madison Square Garden, New York”, ha detto, affermando che è stato un momento di grande emozione.

Allo stesso modo, ha dovuto sopportare l’amarezza che le delusioni producono in un ambiente dove sono tante le delizie che porta il successo, ma anche i trucchi che infangano le buone prestazioni di chiunque.

“L’unica delusione che mi ha colpito davvero molto duramente l’ho avuta con me stesso, motivo per cui ho dovuto ritirarmi dalla musica poiché quella delusione mi ha colpito così forte che si è formata come un innesco che ha distrutto la mia vita e la mia carriera di musicista. .. Da quel baccello è nata una malattia che ho sofferto, ma non l’ho mai saputo: ho sofferto di alcolismo generico e si è sviluppato man mano che crescevo; non avendo una guida che mi avvertisse, sprofondavo sempre di più e mi vedevo cadere in un luogo dal quale non potevo rialzarmi; in quel caso non c’erano scuse: ero colpevole e solo io ero responsabile di tutte le cose che mi erano successe, quindi mi sono condannato e mi sono preparato a pagare per le mie colpe “, ha lamentato.

A seguito di quella fase fatidica e cruciale che ha dovuto attraversare, Brador si sente un po’ rattristato, ma trova anche il lato positivo di tutto ciò, perché ciò che apprezza di più è che le sue azioni non hanno avuto conseguenze dirette sulle altre persone e ammette con l’animo calmo che ha pagato la sua colpa.

“Grazie a Dio non ho fatto del male a nessuno e nel frattempo sono salito su un aereo, spezzando tutti i legami che mi legavano al mio Paese, che amo come un figlio alla sua madre terra. Da lì penso di aver pagato, ma la mia carriera fu distrutta e non c’è modo di recuperarla”, ha deplorato.

richard brador (5)Ha lasciato il Paese, pochi mesi prima degli attentati alle Torri Gemelle, avvenuti l’11 settembre 2001, perché malato fisicamente ed emotivamente. Era rimasto senza un mercato del lavoro.

“Per questo motivo, e anticipando il futuro, ho deciso di lasciare il paese, dal momento che non avevo quasi mercato del lavoro e il mio nome, tra i musicisti, è diventato una brutta parola, ahahah. Li ricordo tutti, li ringrazio molto: mi hanno giudicato e condannato senza ascoltarmi. Comunque, i tempi di Dio sono esatti e lui sa perché fa le sue cose “, ha spiegato, ringraziando poi il Creatore Supremo perché sono passati 15 anni da quando ha vinto l’alcolismo e non ricorda nemmeno l’ultima volta che ha bevuto.

Ha sostenuto che da quando ha smesso di essere un musicista orchestrale, si è dedicato a vivere delle sue conoscenze come tecnico elettronico, annunciatore e produttore di programmi radiofonici nella città di Allentown, Lehigh County, Pennsylvania e non si vede di ritorno in una patria che ora gli è così estranea, perché sarebbe come ricominciare da zero e capisce che è troppo vecchio per farlo.

“Non credo sia possibile tornare nel mio paese, perché lì non ho un mercato del lavoro e non sono ben considerato dai commercianti di questo business, perché sono stato predato come fanno le carogne con un uomo morente , quindi non vale la pena pensarci. Non mantengo alcun contatto con nessuno del mondo della musica lì, anche se devo chiarire che non ho nulla contro nessuno; lì tutto ciò che ha a che fare con me è mia totale e completa responsabilità”, dichiarò con commozione e concluse con la seguente frase: “I commercianti dicono che se un’impresa fallisce, distruggila, non reinvestirla; quindi applico quel principio a me stesso”.

Sposato con la signora Luz Vásquez, che, oltre ad ammirarla e amarla profondamente, le è grato di non averlo abbandonato quando è stato colpito da un ictus, poiché ritiene che questo atteggiamento sia normale in quei tristi casi. Richard Brador è il padre di sei figli: il primo di loro, Richard Brador Miranda, è anche un eccezionale percussionista, soprattutto batterista; Seguono Nelson Jorge Brador Miranda, Zoila, Fernando e María Teresa Brador Torres e infine Lenny Brador Batista.

“Il mio secondo figlio porta i loro nomi in onore del grande bassista Nelson Pimentel e del famoso e ora deceduto batterista George Lister, che era il mio migliore amico e consigliere”, ha espresso con inevitabile dolore per l’assenza di quest’ultimo.

richard brador (3)Da una fonte di conoscenza e con tanta esperienza come Brador è importante estrarre suggerimenti che possono servire a guidare chi si sta avviando in questi campi e chi anche ha già accumulato una certa traiettoria professionale. Lui, con la sua naturale gentilezza, ha acconsentito a darci qualche parola in tal senso.

“Il mio messaggio è rivolto ai giovani che vogliono entrare in questo mondo, che ci rende così orgogliosi; questo luogo e questa professione sono di grande responsabilità per la professione e per noi stessi. Saremo sempre sul filo del rasoio e ciò che hai, qualcuno lo vorrà e cercherà un modo per portartelo via, indipendentemente dai mezzi che debba usare. Abbi cura di te stesso e non inciampare dove altri sono inciampati”, rifletteva e salutava con la sua solita grazia: “Cosa ne pensi di questo stupido uomo che voleva fare il chirurgo ed è finito a fare il suonatore di bongo?”, avvolgendo l’atmosfera con una risata esplosiva.

Non ha potuto realizzare il suo sogno di essere in una sala operatoria salvando vite come chirurgo, ma ha fatto interventi di successo nelle cabine di registrazione per aiutare a immortalare canzoni che hanno toccato l’anima di quelli di noi che ancora godono di quegli inestimabili contributi musicali. Richard Brador è senza dubbio, molto più un buon percussionista, un professionista poliedrico.