Il piatto simbolo meneghino, la “cotoletta” alla milanese

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Per i lettori di Fatti Nostri, prende vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola. I cuochi possono inviare le loro ricette via e-mail all’indirizzo seguente: alex.cs1996@gmail.com

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Oggi parliamo di un piatto storico meneghino ed è difficile pensare a Milano senza immaginare la sua iconica cotoletta alla milanese, uno dei simboli della città, uno dei più gustosi e amati da tutti. Innanzitutto si dice costoletta (o cutelèta in dialetto milanese): il termine deriva dal francese côtelette e indica il taglio della carne, ovvero la costola di vitello.

“Cotoletta” è la variante linguistica più diffusa a livello nazionale, ma a Milano la tradizione vuole che il nome corretto sia costoletta, come sancito anche dal protocollo della De.Co. del Comune di Milano.

Ed ecco, di seguito, le caratteristiche della vera costoletta alla milanese; la carne: rigorosamente lombata di vitello con l’osso, che funge da manico, e che va battuta leggermente, passata nell’uovo e nel pangrattato, e infine fritta nel burro spumeggiante finché non risulta dorata e croccante; lo spessore: la carne deve essere spessa almeno quanto l’osso (circa 3-4 cm) nella versione “alta”, oppure battuta fino a diventare sottilissima e larga nel tipo “orecchio di elefante”.

 

Ma veniamo ora agli ingredienti per 4 persone: 4 costolette di vitello con l’osso, 2-3 uova grandi, pangrattato q.b. (preferibilmente grattugiato fine da pane raffermo), 250 gr. di burro chiarificato (per il suo punto di fumo più alto e quindi indispensabile per non bruciare la panatura), sale in fiocchi (tipo Maldon) o sale fino q.b., 1 limone (da servire a parte, per chi gradisce il succo sulla carne).

La preparazione della carne: con un coltello affilato, incidete leggermente il bordo della carne in 2 o 3 punti per evitare che si arricci durante la cottura. Raschiate e pulite bene l’osso per ragioni estetiche. Appiattite delicatamente la carne con un batticarne per uniformare lo spessore. L’impanatura: sbattete le uova in una ciotola capiente con un pizzico di sale, quindi passate ogni costoletta interamente nell’uovo (tenendola per l’osso, che non va bagnato), poi passatela nel pangrattato facendolo aderire bene con le mani. Per un miglior risultato, potete ripetere il passaggio uovo-pangrattato una seconda volta per una crosta più spessa. Con il dorso di un coltello da cucina, premete leggermente sulla panatura creando una sorta di griglia. Questo aiuterà la panatura ad aderire meglio alla carne e a prevenire la formazione di bolle d’aria durante la frittura. La cottura: fate fondere il burro chiarificato in una padella ampia a fuoco medio; quando il burro sarà caldo e spumeggiante (senza però superare i 150°C – 160°C), immergete le cotolette e cuocetele per circa 4 – 5 minuti per lato, muovendo delicatamente la padella e versando un po’ di burro fuso con un cucchiaio anche sulla superficie. Scolate la cotoletta, fatela asciugare su carta assorbente e salatela in superficie. Servitela immediatamente accompagnandola con spicchi di limone. E buon appetito.

*Il panorama culinario di Milano è uno specchio fedele del suo territorio: unisce l’antica tradizione agricola della Pianura Padana, basata su riso, mais, burro e carni povere, con un’anima cosmopolita e moderna. La cucina milanese storica è ricca, nutriente e legata alle risorse del suo territorio che esprime una cucina calorica e avvolgente, legata alla nebbia e alle stagioni. La sua storia culinaria affonda le proprie radici nell’epoca romana e medievale, evolvendosi sotto le influenze delle dominazioni spagnola e austriaca, che hanno lasciato tracce indelebili come l’uso dello zafferano e la tecnica della panatura. A Milano, il cibo è un’istituzione che spazia dalla cucina rurale della “bassa” alle avanguardie internazionali.

 

I simboli storici della città sono piatti decisi, ricchi di burro, carne e carboidrati, come il risotto allo zafferano: il re indiscusso, dal caratteristico colore giallo, nato nel quindicesimo secolo durante la costruzione del Duomo. E, naturalmente, la costoletta alla milanese, a orecchia d’elefante, alta e con l’osso o sottile e battuta, rigorosamente fritta nel burro chiarificato.

Poi a Milano ci sono i piatti che devono riscaldare, piatti di “sopravvivenza” per chi era obbligato al freddo o a fare lavori faticosi e aveva perciò necessità di assumere una montagna di calorie.

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Ecco quindi l’ossobuco: un taglio di carne di vitello servito in umido, spesso accompagnato proprio dal risotto. La cassoeula: il tipico piatto invernale robusto a base di verza e parti povere del maiale. Senza dimenticare il classico minestrone, ricco di verdure e intenso nei sapori. Inoltre ricordiamo i mondeghili e la busecca: i primi sono le classiche polpette di recupero milanesi; la seconda è la sostanziosa trippa locale. E, in ultimo, come non menzionare l’uso della farina di granturco per il pane giallo e la polenta.

Capitolo a parte per i formaggi e i dolci: il territorio produce eccellenze come il Gorgonzola DOP, il Grana Padano ed il mascarpone. Tra gli altri formaggi DOP prodotti nel milanese ci sono il provolone Valpadana, il quartirolo, il taleggio, il salva e lo stracchino.

Il dolce per eccellenza, esportato in tutto il mondo, è il Panettone. Una menzione speciale la merita la michetta (o micchetta), il classico pane tipico milanese di farina di frumento in piccola pezzatura.

In ultimo, ricordiamo che Milano, oltre ad essere il luogo di nascita del Campari e dell’Amaro Ramazzotti, è il luogo di nascita e di produzione del Fernet Branca, consumato secondo la tradizione liscio o nel caffè, ancora prodotto nella fabbrica originale, all’epoca in campagna, oggi in piena città. Di origine milanese sono anche l’amaro medicinale Giuliani ed il Rabarbaro Zucca.




El Salvador celebra Grazia Deledda: l’Ambasciata d’Italia rende omaggio alla prima italiana premio Nobel per la Letteratura

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L’Ambasciata d’Italia a San Salvador ha dedicato una nuova edizione della rassegna culturale “Sotto la Cupola – Incontri letterari e musicali” a Grazia Deledda, nel centenario del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura del 1926.

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L’iniziativa, ospitata nella sede diplomatica italiana, ha voluto ricordare la grande scrittrice sarda, ancora oggi l’unica donna italiana ad aver ricevuto il Nobel per la Letteratura. Attraverso letture, riflessioni e un accompagnamento musicale ispirato alle sue opere, la serata ha offerto al pubblico salvadoregno l’occasione di riscoprire una delle figure più importanti della cultura italiana.

Il progetto “Sotto la Cupola” nasce con l’obiettivo di promuovere la letteratura italiana all’estero attraverso un dialogo tra parole e musica, valorizzando non solo le opere degli autori, ma anche il contesto storico e umano in cui sono nate. Ogni appuntamento è dedicato a un protagonista diverso della cultura italiana, trasformando l’Ambasciata in un luogo di incontro tra Italia ed El Salvador.

La serata dedicata a Grazia Deledda è stata arricchita dall’esibizione del Duo Promusika, formato dalla mezzosoprano cubano-salvadoregna Enid Claramunt e dal chitarrista Maikov Álvarez, che hanno proposto un repertorio ispirato alle atmosfere e ai personaggi della scrittrice. All’evento hanno preso parte anche rappresentanti del mondo accademico e studenti dell’Universidad Centroamericana José Simeón Cañas (UCA), a conferma della collaborazione culturale tra l’Ambasciata italiana e una delle principali università del Paese.

L’incontro si inserisce nelle numerose iniziative che nel 2026 celebrano il centenario del Nobel assegnato a Grazia Deledda, riconoscimento ottenuto grazie a un’opera capace di raccontare la Sardegna affrontando temi universali come il destino, la libertà, l’amore, il senso della colpa e la dignità umana.

Attraverso manifestazioni come “Sotto la Cupola”, la rete diplomatica italiana continua a promuovere la lingua e la cultura del nostro Paese come strumenti di dialogo, conoscenza reciproca e amicizia tra i popoli. In questo caso, il ponte culturale tra Italia ed El Salvador assume un significato ancora più profondo, nel 165° anniversario delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi.




Addio a Peppino Di Capri, il signore della canzone italiana

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Addio a Peppino di Capri, al secolo Giuseppe Faiella, icona della musica italiana e napoletana. Il cantautore si è spento all’età di 86 anni oggi, sabato 11 luglio, nella sua amata Capri.

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Con la sua voce inconfondibile ci ha regalato successi senza tempo come Champagne, Roberta, Saint Tropez Twist, Un grande amore e niente più, facendo cantare e ballare intere generazioni, lasciando un segno indelebile nella storia della musica italiana di ogni tempo.

Con le due vittorie al Festival di Sanremo, ha firmato alcune delle pagine più belle della nostra musica, trasformando ogni canzone in un ricordo condiviso.

Lascia i figli Igor, nato dal primo matrimonio con Roberta Stoppa, ed Edoardo e Daria, avuti dalla seconda moglie, Giuliana Gagliardi, scomparsa nel 2019.

Il suo talento, la sua eleganza, le sue canzoni e le sue melodie continueranno a vivere nel cuore di milioni di persone.

Ciao, Peppino. Grazie per tutte le emozioni che ci hai regalato




Seveso, cinquant’anni dopo: dalla nube di diossina a simbolo mondiale della rinascita

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Il 10 luglio 1976 uno dei più gravi disastri ambientali d’Europa cambiò per sempre il rapporto tra industria, ambiente e sicurezza. Oggi quella ferita è diventata una lezione per il mondo.

Cinquant’anni fa, il 10 luglio 1976, una nube invisibile cambiò per sempre la storia di una tranquilla cittadina della Brianza e segnò una svolta nella tutela dell’ambiente in Europa.

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Fu a Seveso che, a causa di un grave incidente nello stabilimento chimico Icmesa, vennero dispersi nell’atmosfera chilogrammi di TCDD, una delle forme più tossiche di diossina conosciute. La nube contaminò vaste aree di Seveso, Meda, Cesano Maderno, Desio e di altri comuni limitrofi, costringendo centinaia di famiglie ad abbandonare le proprie case e provocando la morte di migliaia di animali. Molti bambini svilupparono la cloracne, una grave malattia della pelle causata dall’esposizione alla diossina.

L’incidente suscitò enorme impressione in tutta Europa. Per la prima volta una nube di diossina colpiva direttamente una popolazione civile, facendo emergere i rischi legati agli impianti industriali che producevano sostanze altamente pericolose.

Da tragedia a modello internazionale

A distanza di mezzo secolo, però, Seveso non viene ricordata soltanto per quella tragedia.

L’area più contaminata è stata completamente bonificata e al posto della fabbrica sorge oggi il Bosco delle Querce, un grande parco pubblico diventato il simbolo della rinascita ambientale e della capacità di trasformare una ferita in un patrimonio collettivo.

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Ma l’eredità di Seveso è andata ben oltre i confini italiani.

Proprio da quell’incidente nacque infatti la prima Direttiva Seveso dell’allora Comunità Economica Europea, una normativa destinata a rivoluzionare gli standard di sicurezza degli impianti industriali a rischio. Nel corso degli anni le direttive sono state aggiornate più volte, imponendo controlli sempre più severi, piani di emergenza, informazione ai cittadini e misure preventive oggi adottate in tutta l’Unione Europea.

Una memoria che continua a insegnare

Le celebrazioni del cinquantesimo anniversario non hanno avuto soltanto un valore commemorativo.

Convegni scientifici, incontri istituzionali e iniziative pubbliche hanno ricordato come il disastro di Seveso abbia contribuito alla nascita di una nuova cultura della sicurezza industriale, influenzando legislazioni e procedure ancora oggi considerate un punto di riferimento a livello internazionale.

Cinquant’anni dopo, Seveso continua a ricordare quanto possano essere devastanti gli errori dell’uomo. Ma racconta anche un’altra storia: quella di una comunità che ha saputo ricostruire il proprio futuro e trasformare una delle pagine più dolorose della storia ambientale italiana in un esempio di resilienza e di speranza.




Un italiano alla guida del New Museum di New York: Massimiliano Gioni nominato direttore

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L’Italia conquista un altro prestigioso riconoscimento nel panorama culturale internazionale.

Massimiliano Gioni è stato nominato direttore del New Museum di New York, una delle istituzioni più influenti al mondo dedicate all’arte contemporanea. Dopo vent’anni di attività all’interno del museo, il curatore italiano assume ora la guida dell’istituzione in un momento particolarmente importante della sua storia, segnato dal recente ampliamento degli spazi espositivi.

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Nato a Busto Arsizio nel 1973, Gioni è considerato uno dei curatori italiani più autorevoli a livello internazionale. Entrato al New Museum nel 2006, ha ricoperto negli anni incarichi di crescente responsabilità fino a diventarne direttore artistico. Parallelamente ha diretto la Fondazione Nicola Trussardi di Milano e ha curato la 55ª Biennale di Venezia nel 2013, consolidando una reputazione che lo ha portato tra le figure più influenti dell’arte contemporanea.

Tra i progetti che portano la sua firma spicca la New Museum Triennial, rassegna dedicata ai giovani artisti emergenti provenienti da tutto il mondo, diventata negli anni uno degli appuntamenti più attesi del panorama artistico internazionale.

La nomina arriva in una fase di rilancio del museo newyorkese, che dopo un importante intervento di ampliamento punta a rafforzare il proprio ruolo come laboratorio di ricerca, sperimentazione e innovazione artistica. La scelta di affidarne la direzione a Gioni rappresenta anche una scelta di continuità, valorizzando un professionista che conosce profondamente l’istituzione e ne ha accompagnato la crescita per due decenni.

Il punto di Fatti Nostri

Gli italiani nelle Americhe continuano a distinguersi non soltanto nell’impresa, nella ricerca o nella cucina, ma anche nei grandi centri della cultura mondiale.

La nomina di Massimiliano Gioni alla guida del New Museum dimostra come il talento italiano possa raggiungere i vertici di una delle istituzioni artistiche più prestigiose degli Stati Uniti.

È un riconoscimento personale, ma anche un motivo di orgoglio per la presenza italiana nel mondo.

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Addio a Bonnie Tyler, la voce graffiante che ha fatto cantare il mondo

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Il mondo della musica perde una delle sue voci più riconoscibili.

È morta all’età di 75 anni la cantante gallese Bonnie Tyler, interprete di alcuni dei più grandi successi della musica pop-rock internazionale, tra cui “Total Eclipse of the Heart”, “Holding Out for a Hero” e “It’s a Heartache”. La notizia è stata confermata da fonti vicine alla famiglia dopo un periodo di gravi problemi di salute.

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Nata come Gaynor Hopkins nel Galles, Bonnie Tyler aveva costruito una carriera lunga oltre cinquant’anni. La sua voce roca e potente, diventata il suo marchio di fabbrica dopo un intervento alle corde vocali, le permise di distinguersi nel panorama musicale internazionale e di vendere milioni di dischi in tutto il mondo.

Il momento di massima popolarità arrivò nel 1983 con “Total Eclipse of the Heart”, scritta e prodotta da Jim Steinman, una delle ballate più celebri della storia della musica pop. Il brano raggiunse il primo posto in numerosi Paesi e ancora oggi continua a essere trasmesso dalle radio di tutto il mondo.

Tra gli altri successi che hanno segnato un’intera generazione figurano “Holding Out for a Hero”, diventata celebre anche grazie al cinema, e “It’s a Heartache”, uno dei suoi primi grandi successi internazionali. Anche dopo il periodo d’oro degli anni Ottanta, Bonnie Tyler ha continuato a esibirsi, mantenendo un pubblico fedele soprattutto in Europa.

Negli ultimi mesi le sue condizioni di salute si erano aggravate dopo un intervento chirurgico d’urgenza in Portogallo, dove viveva da molti anni. Nonostante alcuni segnali di miglioramento, la cantante non è riuscita a superare le complicazioni.

Il punto di Fatti Nostri

Ci sono artisti che non appartengono soltanto alla storia della musica, ma anche ai ricordi personali di milioni di persone.

Le canzoni di Bonnie Tyler hanno accompagnato gli anni Ottanta, le feste, i primi amori e intere generazioni. Con la sua scomparsa se ne va una delle voci più originali del pop internazionale, ma restano brani che continueranno a emozionare ancora a lungo.

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Un grande classico della Cucina Italiana, le lasagne alla bolognese

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Per i lettori di Fatti Nostri, prende vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola. I cuochi possono inviare le loro ricette via e-mail all’indirizzo seguente: alex.cs1996@gmail.com

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Oggi parliamo di uno dei piatti italiani più famosi nel mondo, le lasagne alla bolognese, il piatto della festa per eccellenza della cucina emiliana, un capolavoro di equilibrio tra sfoglia, carne e cremosità.

Una lasagna autentica non è semplicemente un pasticcio di pasta al forno, ma segue una struttura rigorosa depositata ufficialmente presso la Camera di Commercio di Bologna. La sfoglia è verde, rigorosamente preparata all’uovo e colorata con gli spinaci lessati, strizzati benissimo e frullati nell’impasto. Deve essere tirata sottile per mantenere una consistenza “porosa” per trattenere il sugo; il ragù è quello tradizionale, non una semplice passata di pomodoro con carne macinata, ma un sugo a cottura lentissima, almeno 2-3 ore, a base di macinato di manzo, pancetta di maiale, trito di sedano, carota, cipolla, pochissimo pomodoro e l’aggiunta finale di latte per smorzare l’acidità; e poi c’è la besciamella che deve essere fluida, vellutata e non troppo densa.

Si prepara con burro, farina (il roux) e latte fresco, aromatizzata con una grattugiata generosa di noce moscata; e, naturalmente, il Parmigiano Reggiano, rigorosamente stagionato almeno 24 mesi, che viene spolverato generosamente tra uno strato e l’altro per creare legame e sapidità. Dall’unione di questi ingredienti nasce uno dei piatti più celebri e amati della cucina italiana.

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Per arrivare a elaborare la ricetta perfetta, quella vera, ci sono voluti secoli e il genio di qualche ristoratore della città felsinea; come per ogni piatto della tradizione, anche delle lasagne bolognesi esistono diverse ricette e molte varianti, ma l’Accademia Italiana della Cucina, dopo un’attenta analisi, ha depositato quella che si può ritenere l’originale e tradizionale, della quale indichiamo gli ingredienti per sei persone; per il ragù occorrono: 300 gr. di polpa di manzo macinata grossa, 150 gr. di pancetta di maiale, 50 gr. di carota, 50 gr. di costa di sedano, 50 gr. di cipolla, 300 gr. di passata di pomodoro o pelati, mezzo bicchiere di vino bianco secco, mezzo bicchiere di latte intero, brodo q.b., olio extravergine d’oliva o burro q.b., sale e pepe q.b.; per le lasagne: 400 gr. di farina bianca, 2 uova, 250 gr. di spinaci; per la besciamella: 100 gr. di farina 00, 100 gr. di burro, un litro di latte fresco intero, sale fino e noce moscata q.b.

Preparazione: per il ragù alla bolognese, tagliate a dadini e poi tritate la pancetta, quindi fatela  soffriggere in un tegame. In una padella, mettete tre cucchiai d’olio o 50 gr. di burro, il sedano, la carota e la cipolla e fate appassire dolcemente. Poi unite anche la carne macinata e fate rosolare il tutto, quindi sfumate con il vino e mescolate fino a quando non sarà evaporato. Aggiungete la passata, coprite e fate sobbollire lentamente per circa due ore, aggiungendo, nel caso, del brodo. Verso la fine unite il latte per smorzare l’acidità del pomodoro e aggiustate di sale e di pepe. Per la sfoglia, impastate la farina, le uova e gli spinaci lessati e passati al setaccio, quindi create delle strisce sottili e ritagliatele in quadrati larghi che andranno poi lessati e fatti asciugare sopra un canovaccio. Nel frattempo, preparate la besciamella: mettete a sciogliere il burro in una casseruola a fiamma bassa, quindi incorporate la farina setacciata e mescolate il tutto con una frusta. Fate cuocere il roux fino a che non sarà dorato e, a questo punto, aggiungete anche il latte, il sale e la noce moscata. Infine, imburrate una teglia e disponete le sfoglie, conditele con uno strato di sugo, uno di besciamella e una spolverata di Parmigiano Reggiano grattugiato. Poi ancora uno di sugo, uno di besciamella e uno di formaggio e avanti così fino all’esaurimento degli ingredienti. Coprite l’ultimo strato con besciamella e fiocchetti di burro e cuocete in forno a 160°C. per circa trenta minuti. Quando la superficie sarà dorata, le lasagne si potranno sfornare e servire. Per ottenere il risultato perfetto, i cuochi bolognesi seguono tre passaggi tecnici cruciali: la tradizione vuole che una vera lasagna debba avere almeno 5 strati di sfoglia, anche se i puristi più ambiziosi arrivano spesso a 7 strati; i rettangoli di sfoglia verde vanno scottati per pochi secondi in acqua bollente salata, passati subito in acqua fredda per fermare la cottura e asciugati perfettamente su un canovaccio di cotone prima dell’assemblaggio; l’ultimo strato superiore deve essere composto da una miscela di ragù, un velo di besciamella e abbondante Parmigiano Reggiano: questo garantisce in forno la tipica e irresistibile crosticina croccante e dorata sui bordi.

Un errore comune fuori dal territorio emiliano è l’aggiunta di mozzarella, provola o uova sode all’interno degli strati: nella ricetta originale bolognese la mozzarella non esiste: l’unica cremosità consentita è data esclusivamente dalla combinazione magistrale di besciamella e ragù.

* Bologna, con il suo territorio, è storicamente definita “la Grassa” proprio per la sua straordinaria, opulenta e ricca tradizione gastronomica. Dal punto di vista geografico e culturale, il concetto di territorio bolognese non si limita ai confini amministrativi, ma rappresenta un crocevia commerciale e agricolo unico. La sua cucina non nasce in modo isolato dalla terra, ma è il frutto secolare di materie prime eccellenti che convergevano in città dalle fertili campagne circostanti e dalle rotte mercantili del Medioevo. Il cuore culinario di Bologna coincide fisicamente con la sua mappa medievale; il Quadrilatero (o Mercato di Mezzo), una fitta rete di vicoli nel centro storico è sin dal Medioevo il fulcro del commercio alimentare.

Ancora oggi ospita antiche botteghe, salumerie storiche e banchi di pasta fresca; la pianura bolognese ha storicamente fornito il grano per la sfoglia e i foraggi per gli allevamenti di maiali e bovini, mentre i colli bolognesi sono la culla della produzione vinicola locale; il territorio culinario di Bologna si esprime attraverso una rigida “geometria” della cucina, protetta da disciplinari e tradizioni tramandate dalle sfogline (le maestre della pasta all’uovo): oltre alla pasta fresca all’uovo e alle lasagne verdi, i tortellini in brodo, un simbolo assoluto, con un ripieno, anche questo rigorosamente depositato alla Camera di Commercio, che prevede lombo di maiale, prosciutto crudo, mortadella, Parmigiano Reggiano, uova e noce moscata. Vengono serviti esclusivamente in un ricco brodo di carne (cappone o gallina e manzo); le tagliatelle al ragù, con la sfoglia che deve essere tirata al mattarello e la larghezza della tagliatella cotta deve corrispondere esattamente alla 12.270ma parte della Torre degli Asinelli; il ragù alla bolognese, già menzionato, che è una cottura lenta di carne di manzo, pancetta di maiale, altri ingredienti e un tocco di latte; i salumi e la carne, come la Mortadella Bologna IGP, chiamata semplicemente “la Bologna” nel mondo, che è l’insaccato principe del territorio, caratterizzato dai cubetti di grasso (lardelli) e dal profumo inconfondibile di spezie; la cotoletta alla bolognese o petroniana, una variazione opulenta della classica cotoletta; la carne di vitello viene fritta nello strutto, bagnata nel brodo, coperta con una fetta di prosciutto crudo, Parmigiano Reggiano e infine passata al forno a fondere; il friggione, una salsa densa e saporita a base di cipolle bianche macerate nello zucchero e nel sale, poi cotte a lungo con pomodori e strutto; il certosino e la torta di riso, i dolci tipici delle feste, ricchi di spezie, canditi e mandorle il primo, e legata alla tradizione delle mondine il secondo.

 




Cortina, il caro affitti sfratta anche i profughi ucraini: gli alloggi servono ai dipendenti pubblici

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Il caro affitti sta producendo effetti inattesi anche a Cortina d’Ampezzo. Il Comune ha emesso un’ordinanza di sgombero nei confronti di una famiglia ucraina che da tre anni vive in un alloggio comunale, inizialmente assegnato per l’accoglienza temporanea dei profughi di guerra. Al loro posto saranno ospitati alcuni dipendenti pubblici del Comune, che non riescono più a trovare una casa a prezzi accessibili.

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La famiglia, composta da due genitori e due figli, nel frattempo ha ottenuto un permesso di soggiorno per motivi di lavoro, uscendo quindi dal sistema della protezione temporanea. Secondo il Comune, la permanenza nell’alloggio non ha più un titolo giuridico e gli spazi sono ora necessari per garantire un’abitazione agli operatori sociosanitari e ad altri dipendenti comunali.

Il caso mette in luce il grave problema abitativo di Cortina, aggravato dall’avvicinarsi delle Olimpiadi invernali. I canoni di locazione hanno raggiunto livelli molto elevati e molti proprietari preferiscono affittare gli immobili per brevi periodi o durante la stagione turistica, rendendo difficile trovare una casa anche a chi lavora stabilmente in città.

L’amministrazione comunale sottolinea di aver cercato una soluzione alternativa per la famiglia ucraina, coinvolgendo anche il datore di lavoro nella ricerca di un’abitazione. Tuttavia, dopo aver atteso la conclusione di due anni scolastici per non penalizzare i figli, ha deciso di procedere con lo sgombero.

La vicenda riapre il dibattito su un problema che riguarda molte località turistiche italiane: quando il costo delle abitazioni cresce oltre misura, trovare una casa diventa difficile non solo per chi arriva da fuori, ma anche per lavoratori essenziali come infermieri, operatori sociosanitari e dipendenti pubblici.

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Perché milioni di italiani continuano a scegliere la Florida

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Tra clima, tasse e qualità della vita, il “Sunshine State” resta una delle mete preferite dagli italiani nelle Americhe.

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Da decenni la Florida rappresenta una delle destinazioni più amate dagli italiani che decidono di trasferirsi negli Stati Uniti. Pensionati, imprenditori, professionisti e, negli ultimi anni, anche molti nomadi digitali continuano a scegliere il cosiddetto Sunshine State per costruire una nuova vita o trascorrere lunghi periodi dell’anno.

Il primo motivo è il clima. Con temperature miti durante l’inverno e oltre 230 giorni di sole all’anno, la Florida offre condizioni molto simili a quelle del Mediterraneo, ma con un’economia tra le più dinamiche degli Stati Uniti.

Anche il sistema fiscale rappresenta un forte elemento di attrazione. La Florida è uno dei pochi Stati americani che non applica un’imposta statale sul reddito delle persone fisiche, un vantaggio che interessa sia i lavoratori sia gli imprenditori.

Negli ultimi anni, città come Miami, Fort Lauderdale, West Palm Beach, Naples, Orlando e Tampa hanno visto crescere la presenza italiana. Alcuni arrivano per aprire un’attività commerciale, altri lavorano nel turismo, nella ristorazione, nel settore immobiliare o nei servizi. Sempre più numerosi sono anche i professionisti che operano a distanza grazie al lavoro digitale.

La Florida dispone inoltre di infrastrutture moderne, aeroporti internazionali ben collegati con l’Europa, un sistema sanitario di alto livello e un mercato immobiliare che, pur avendo registrato un forte aumento dei prezzi negli ultimi anni, continua a offrire opportunità interessanti rispetto ad altre grandi metropoli americane.

Naturalmente non mancano gli aspetti meno favorevoli. Il costo delle assicurazioni, soprattutto quelle sulla casa, è aumentato sensibilmente. Bisogna inoltre fare i conti con il rischio degli uragani durante la stagione estiva e con un costo della vita che, nelle zone più richieste come Miami, è cresciuto in modo significativo.

Nonostante ciò, la Florida continua a mantenere un forte richiamo sugli italiani. La presenza di una comunità ben radicata, la facilità dei collegamenti aerei con l’Italia e uno stile di vita rilassato contribuiscono a renderla una delle destinazioni più desiderate per chi sogna un futuro negli Stati Uniti.

Per molti italiani la Florida non rappresenta soltanto una meta di vacanza. È diventata una scelta di vita.

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USA. Festival Napa Valley celebra Luciano Pavarotti con una serata dedicata alla Dolce Vita italiana

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La grande musica italiana sarà protagonista del Festival Napa Valley con una serata speciale dedicata a Luciano Pavarotti, uno dei più grandi tenori di tutti i tempi e ambasciatore della cultura italiana nel mondo. L’evento, intitolato “La Dolce Vita! Honoring Luciano Pavarotti”, si terrà il 14 luglio sul palco del Charles Krug Winery di St. Helena.

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Il concerto renderà omaggio all’eredità artistica del Maestro modenese attraverso le esibizioni dei vincitori del Luciano Pavarotti International Voice Competition, accompagnati dalla Festival Orchestra Napa diretta da Michelle Di Russo. L’iniziativa vuole celebrare non solo il talento musicale di Pavarotti, ma anche il suo ruolo di straordinario promotore dell’opera italiana nel mondo.

La manifestazione fa parte del ricco cartellone del Festival Napa Valley, uno dei più prestigiosi appuntamenti culturali degli Stati Uniti, capace di unire musica, arte, enogastronomia e valorizzazione del territorio californiano.

L’omaggio a Pavarotti rappresenta anche un riconoscimento al contributo che la cultura italiana continua a offrire negli Stati Uniti, dove il tenore emiliano resta una figura amatissima dal pubblico americano.

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