Esce “Giustizia Sommaria”, il sesto romanzo della saga di Elena Vargas

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Con Giustizia Sommaria, lo scrittore Ennio Marchetti aggiunge un nuovo capitolo alla serie dedicata a Elena Vargas, l’avvocata dominicana che da tempo conquista i lettori con indagini ambientate nella Repubblica Dominicana degli anni Settanta e Ottanta.

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In questo nuovo romanzo, Elena Vargas si trova di fronte a un caso che divide l’opinione pubblica. Miguel Tejada ha ucciso un poliziotto. Non nega il fatto. Lo ha fatto alla luce del sole e poi si è consegnato alle autorità. Ma dietro quel gesto estremo si nasconde una lunga storia di denunce ignorate, porte chiuse e richieste di giustizia rimaste senza risposta.

Il processo diventa così molto più di un semplice caso di omicidio. Elena Vargas dovrà stabilire se un uomo possa essere giudicato senza prima giudicare un sistema che, per anni, ha scelto di non ascoltarlo.

Con il suo stile diretto e coinvolgente, Ennio Marchetti torna a raccontare una Repubblica Dominicana ricca di contrasti, attraversata da vicende che ricordano eventi e problemi che hanno segnato la memoria collettiva del Paese: tragedie dimenticate, scandali sanitari, corruzione amministrativa, speculazioni finanziarie e drammi umani che continuano a interrogare la coscienza di una nazione.

La saga di Elena Vargas comprende:

  • Il nome che mi han dato
  • Il Crollo
  • La Cura Negata
  • Faccia da Galantuomo
  • Il Grande Crack
  • Giustizia Sommaria

Sei romanzi autonomi ma legati da un unico filo conduttore: la ricerca della verità e della giustizia in un Paese dove, troppo spesso, entrambe hanno un prezzo.

Con Giustizia Sommaria, Elena Vargas affronta forse il caso più difficile della sua carriera: quello in cui la legge e la giustizia sembrano non coincidere più.

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Ennio Marchetti vive nella Repubblica Dominicana e da anni racconta, attraverso romanzi e saggi, la realtà, le contraddizioni e le trasformazioni del Paese che lo ha adottato.




A Montréal l’artigianato italiano dialoga con Alighiero Boetti

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L’eccellenza dell’artigianato artistico italiano incontra uno dei più grandi protagonisti dell’arte contemporanea del Novecento. È il tema della mostra “Dalla A alla B – L’artigianato artistico incontra Alighiero Boetti”, inaugurata presso l’Istituto Italiano di Cultura di Montréal e visitabile fino al 30 luglio.

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L’esposizione, promossa dall’Associazione Maestri Artifex, riunisce tredici maestri artigiani italiani chiamati a confrontarsi con l’universo creativo di Alighiero Boetti, artista torinese considerato tra le figure più influenti dell’Arte Povera e dell’arte concettuale internazionale.

L’obiettivo della mostra è esplorare il confine, spesso sottile, tra arte e artigianato. Attraverso opere uniche, realizzate con tecniche tradizionali e materiali di alta qualità, gli artigiani reinterpretano temi cari a Boetti come il linguaggio, il gioco, l’ordine e il disordine, la molteplicità e le connessioni tra culture diverse.

Il progetto mette in evidenza come la maestria artigianale non sia soltanto esecuzione tecnica, ma anche ricerca, creatività e capacità di esprimere idee attraverso la materia. Oggetti e manufatti diventano così strumenti di dialogo con il pensiero dell’artista, creando un ponte tra tradizione e contemporaneità.

Nato a Torino nel 1940 e scomparso a Roma nel 1994, Alighiero Boetti ha lasciato un segno profondo nell’arte contemporanea grazie a opere che indagano il rapporto tra regola e casualità, individuo e collettività, Oriente e Occidente. Molte delle sue creazioni più celebri sono nate dalla collaborazione con artigiani e ricamatrici afghane, un aspetto che rende particolarmente significativo il dialogo proposto dalla mostra di Montréal.

L’iniziativa rappresenta anche un’importante vetrina internazionale per il Made in Italy artistico e manifatturiero, confermando il ruolo dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal come punto di riferimento per la promozione della cultura italiana in Canada.




Sette francobolli celebrano le isole minori italiane

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Le piccole isole italiane diventano protagoniste di una nuova emissione filatelica dedicata alle bellezze naturali e paesaggistiche del Paese. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha infatti presentato una serie di sette francobolli che rendono omaggio ad alcuni dei luoghi più affascinanti del territorio nazionale: Montecristo, Ventotene, Licosa, le Isole Tremiti, Lampedusa, Caprera e Murano.

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L’iniziativa fa parte della serie tematica dedicata al patrimonio naturale e turistico italiano e punta a valorizzare località che, pur lontane dai grandi centri urbani, rappresentano autentici tesori paesaggistici, storici e culturali.

Ogni francobollo raffigura uno scorcio caratteristico dell’isola rappresentata. Montecristo viene illustrata attraverso l’Abbazia di San Mamiliano e le acque cristalline di Cala Maestra, immerse nella tipica vegetazione mediterranea. Ventotene appare in una veduta panoramica che mette in risalto il borgo affacciato sul mare e il suo pittoresco porto.

Per Licosa è stato scelto il celebre faro che domina il piccolo isolotto al largo della costa cilentana, mentre le Tremiti sono rappresentate dall’arcipelago che emerge dalle limpide acque dell’Adriatico, con l’isola di San Nicola e le sue antiche fortificazioni sullo sfondo.

Lampedusa è raffigurata attraverso uno dei suoi simboli più conosciuti, la Spiaggia dei Conigli, celebre per il mare trasparente e la sabbia chiara. Caprera mostra invece la suggestiva Spiaggia del Relitto, caratterizzata dalla presenza dei resti di un antico veliero e dal contrasto tra il bianco della sabbia e l’azzurro intenso del mare.

Completa la serie Murano, rappresentata da un tipico canale attraversato da un ponte in pietra, con la Basilica dei Santi Maria e Donato a testimoniare il ricco patrimonio artistico e architettonico dell’isola veneziana.

Le sette emissioni condividono la stessa impostazione grafica, impreziosita da un nastro tricolore che richiama l’identità italiana e sottolinea il valore turistico e culturale delle località raffigurate. L’obiettivo è promuovere, anche attraverso la filatelia, la conoscenza di alcune delle isole minori più belle e significative del Paese.




Lo Chef Piero Berardi e il suo “picchiapò”, un classico della cucina romana

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Oggi parliamo dello Chef Piero Berardi, già da tempo entrato a far parte della famiglia di CHEF Italia. Classe 1956, in “missione” – come dice lui – da oltre 35 anni, sempre principalmente e praticamente focalizzato sulla cucina romana e mediterranea, con una importante esperienza come ristoratore, per 17 anni, prima a Roma e poi a Fiumicino.

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E il nostro Chef Piero si racconta con noi: “L’input è iniziato sicuramente in famiglia, dove avevo sempre la possibilità di trovare qualcosa di speciale a pranzo o a cena. Così ho imparato ad apprezzare la buona cucina della tradizione romanesca, che ancora si trova nei miei piatti. La mia è una continua ricerca di abbinamenti e tecniche, ho imparato che la cucina è un mondo infinito nel quale bisogna sempre essere curiosi e migliorarsi”. E poi prosegue: “Quando si ha in mente un piatto, dopo aver deciso le calibrature e gli accostamenti di gusti, bisogna pensare all’estetica, perché l’ospite mangia con gli occhi e pregusta il piatto. È necessario che sia bello oltre che buono, togliendo una di queste due qualità, si perde moltissimo”. E, naturalmente, la sua cucina è molto caratterizzata dall’uso dei prodotti del territorio circostante: “Fondamentalmente punto molto sui prodotti di Roma e del Lazio in generale, verdure, carne e pesce.

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Un cuoco si riconosce anche dalla materia prima: comprare da piccoli produttori che fanno grandi prodotti. In questo modo si ha un doppio vantaggio: si aiutano piccole realtà produttive e si creano piatti dal gusto eccellente”. E non manca una piccolissima polemica, derivante senz’altro dall’amore per il suo lavoro, quando afferma che la cultura culinaria e la tecnica con cui un piatto viene elaborato, non possono certamente essere affidate soltanto a spettacoli televisivi. Inoltre lo Chef è quello che sta in cucina, e spesso i grandi nomi, resi famosi dalla tv, smettono di fare il loro lavoro.

Rimane lo spettacolo. Certamente i nostri ospiti sono sicuramente più informati e più esigenti anche grazie agli spettacoli di cucina, ma noi li aiutiamo a capire i nostri piatti, è molto importante condividere le nostre idee con entusiasmo, per conquistare la fiducia dei nostri ospiti. La vita del cuoco è molto faticosa e prevede orari che possono sembrare ai limiti della tollerabilità. Quello che i media ci mostrano è solo una faccia della medaglia: lo spettacolo, le soddisfazioni, i guadagni, la visibilità. Dall’altra parte c’è il sudore, la fatica, lo stress, il timore di non soddisfare appieno gli ospiti o di non riuscire a mantenere i livelli raggiunti con le stelle o con altre recensioni. E poi ci confida che lui non riesce a staccarsi dai fornelli, il suo mestiere è fare e creare, dunque fondamentalmente lui è un cuoco. Purtroppo oggigiorno il termine Chef è per molti una garanzia di qualità dei piatti e competenza della persona.

Secondo, infine, il nostro Chef Piero Berardi la globalizzazione ci ha fatto scoprire tante tradizioni di Paesi lontani: alcune sono solo mode passeggere, altre sono di fatto entrate a far parte delle nostre abitudini alimentari. Certamente la cucina regionale italiana ha ancora moltissimo da esprimere. Ed infatti lui vanta anche numerose esperienze, sia nelle nuove tecnologie culinarie, in continua evoluzione, che come insegnamento e Chef a domicilio.

In ultimo descrive se stesso come uno strenuo difensore della cucina italiana tradizionale, senza alcuna preclusione alle normali evoluzioni, ma nemico di chi “si inventa” piatti oltremodo indecenti spacciandoli come tradizionali. “Come in campagna si innestano le piante per dare vita a ‘variazioni’ sull’originale, mantenendo le radici e innestando i rami, anche in cucina si devono mantenere le nostre radici, modificando con sperimentazioni avendo come basi le ricette della tradizione”. Infine, ci dice il nostro Chef, che dopo una recente e breve esperienza lavorativa, è maturata in lui la convinzione che per salvare l‘autenticità della cucina italiana, nazionale e regionale, bisognerebbe innanzitutto registrare le ricette e le procedure, imponendo poi ai cuochi dei corsi di aggiornamento.

*Ed eccoci ora alla ricetta che ci presenta oggi lo Chef Piero Berardi, il picchiapò, un piatto tipicamente romano, molto saporito e nato per riutilizzare il bollito (o il lesso) avanzato, che viene da sempre ripassato in padella con un sugo a base di cipolle e pomodoro: il brodo di carne, si sa, è molto buono e saporito, e una volta, quando di soldi ce n’erano pochi, veniva preparato esclusivamente nelle occasioni di festa: cosa si faceva poi della carne da brodo o, detto alla romana, dell’allesso? Qui entrava in gioco la fantasia delle nostre nonne e delle nostre mamme: la carne lessa veniva fatta letteralmente rinascere preparando il cosiddetto picchiapò, che divenne naturalmente anche un grande classico delle osterie romane: la carne veniva tagliata a pezzi e messa in padella con cipolle e pomodori in modo da renderla tenera e saporita come non mai. Ci sono due ipotesi sull’etimologia del nome: secondo la prima, picchiapò sarebbe dovuto all’atto di picchiare la carne sul tagliere: “Picchia n’po!”

La seconda, invece, quella forse più certa e attendibile, si collega alla sua piccantezza, che in dialetto romano si dice picca o piccare, e il picchiapò è decisamente un piatto piccante. Ma picchiapò con la “b” è anche il nome del nano di corte protagonista di una favola del 1927 di Trilussa, Picchiabbò, e anche di un sonetto del Belli. Il bollito è uno dei classici della tavola il 25 dicembre, riproposto nei giorni seguenti come rimanenza, ma ripassato in padella, come già menzionato, con pomodori cipolla, precisando che, mentre il lesso parte dal freddo (più saporito il brodo), il bollito dall’acqua calda (più saporita la carne).

Ma veniamo agli ingredienti per il picchiapò per 4 persone: 500 gr. di bollito di manzo, 500 gr. di pomodori pelati, 1 cipolla rossa, olio extravergine d’oliva q.b., sale q.b., peperoncino (se vi piace).

Ed ecco, di seguito, anche la ricetta dell’ingrediente principale, il bollito: 1 Kg. di carne (tagli biancostato, cappello del prete), 1 cipolla bionda, 2 carote, 1 costa di sedano; prezzemolo, alloro, chiodi di garofano, pepe in grani q.b.

Preparazione: mettete una casseruola, piena d’acqua, a fuoco alto e, appena inizia il bollore, immergete la carne e tutte le spezie, quindi fate ripartire il bollore, dopodiché abbassate la fiamma a metà. Lasciate andare almeno per 2 ore, 2 ore e mezza sgrassando con una ramina. Al termine togliete la carne dal brodo, che metterete da parte. A questo punto, tagliate la carne a fettine non troppo sottili. In una padella capiente, in abbondante olio extravergine d’oliva, lasciate appassire per bene le cipolle affettate sottilmente, quindi aggiungete la carne e lasciate rosolare una decina di minuti, poi coprite con un coperchio e lasciate cuocere a fuoco lento per circa 25-30 minuti. Se il sugo si asciuga troppo, aggiungete un mestolo di brodo di carne caldo o di acqua: la carne deve diventare tenerissima. Infine, aggiungete i pomodori pelati ben schiacciati e lasciate  ridurre per una decina di minuti. In ultimo, spegnete il fuoco e servite il picchiapò ben caldo, accompagnato da molto pane per fare la scarpetta, aggiungendo del prezzemolo tritato e un filo d’olio a crudo. C’è anche una versione bianca per i  non amanti del pomodoro, basta sfumare con del vino bianco invece di aggiungere i pelati. E buona degustazione.




Elena Vargas, l’avvocata che racconta i segreti della Repubblica Dominicana

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Con l’uscita di “Faccia da galantuomo”, arriva al quarto volume la saga di Elena Vargas, l’avvocata dominicana nata dalla penna di Ennio Marchetti e diventata ormai una delle protagoniste più interessanti del thriller giudiziario ambientato nella Repubblica Dominicana.

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La serie segue le indagini e le battaglie legali di Elena Vargas, professionista rigorosa e determinata che si trova ad affrontare casi complessi, sempre sul confine tra giustizia, potere, corruzione e interessi politici.

Il primo romanzo, “Il nome che mi han dato”, porta il lettore nella Santo Domingo degli anni Settanta. Un vecchio fascicolo giudiziario e una vicenda che affonda le radici nel passato conducono Elena Vargas in una ricerca della verità che coinvolge identità, memoria e segreti custoditi per decenni.

Con “Il crollo”, la saga cambia ritmo e si trasforma in un thriller ad alta tensione. Il crollo di un edificio provoca decine di vittime e apre un’inchiesta che porta alla luce responsabilità, omissioni e interessi che qualcuno vorrebbe mantenere nascosti.

Nel terzo volume, “La cura negata”, l’ambientazione si sposta nel mondo della sanità pubblica dominicana degli anni Ottanta che nasconde una vicenda fatta di sprechi, inefficienze e vite umane sacrificate a un sistema che sembra aver dimenticato la propria missione.

L’ultimo romanzo pubblicato, “Faccia da galantuomo”, affronta invece il tema della corruzione nelle opere pubbliche. Dietro l’immagine rassicurante di un politico rispettato e ammirato si nasconde una realtà molto diversa. Elena Vargas si trova così a sfidare uno dei poteri più influenti del paese, in una storia che mescola indagine giudiziaria, politica e intrighi finanziari.

Pur essendo opere di narrativa, i quattro romanzi sono ambientati in una Repubblica Dominicana riconoscibile e raccontano, attraverso la finzione, temi che hanno segnato la storia recente del paese: la ricerca della verità, la trasparenza delle istituzioni, il rapporto tra cittadini e potere e il difficile cammino della giustizia.

I quattro volumi costituiscono un percorso coerente che segue l’evoluzione professionale e personale di Elena Vargas, personaggio che volume dopo volume acquista spessore umano e forza narrativa.

La saga di Elena Vargas è disponibile su Amazon e Lulu e proseguirà con nuovi romanzi già in fase di lavorazione.

Per chi ama i thriller giudiziari ambientati nei Caraibi, è una serie da seguire fin dal primo capitolo.




Dietro la faccia del galantuomo si nasconde il potere

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Ennio Marchetti presenta il nuovo capitolo della saga dell’avvocata Elena Vargas.

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Un uomo rispettato. Un politico stimato. Una carriera costruita sull’immagine dell’onestà. Ma cosa succede quando dietro la faccia del galantuomo si nasconde un sistema di corruzione che coinvolge appalti pubblici, società fantasma e milioni di pesos?

È questa la domanda al centro di “Faccia da Galantuomo”, il nuovo romanzo di Ennio Marchetti, ambientato nella Repubblica Dominicana del 1984, un periodo segnato da tensioni economiche, proteste sociali e lotte di potere.

La protagonista è l’avvocata Elena Vargas, chiamata a difendere Manuel Comprés, un semplice capomastro finito in carcere come capro espiatorio di una gigantesca frode legata ai lavori pubblici. Quello che sembra un caso ordinario si trasforma presto in un’indagine capace di arrivare ai piani più alti dell’amministrazione statale.

Tra ministeri, imprenditori senza scrupoli, documenti scomparsi e testimoni intimiditi, Elena Vargas dovrà affrontare il nemico più difficile: un sistema in cui chi appare rispettabile è spesso il più pericoloso di tutti.

Con il suo stile diretto e coinvolgente, Ennio Marchetti costruisce una storia che unisce suspense, cronaca e denuncia sociale, offrendo al lettore uno spaccato realistico della Repubblica Dominicana e delle sue contraddizioni.

“Faccia da Galantuomo” non è soltanto un thriller giudiziario. È una riflessione sul potere, sulla responsabilità individuale e sul prezzo della verità in una società dove troppo spesso a pagare sono gli ultimi.

Perché i veri colpevoli non sempre hanno il volto del criminale.

A volte hanno semplicemente una perfetta faccia da galantuomo.

 




Un piccolo detective a quattro zampe conquista i giovani lettori: esce Perry e il mistero del pappagallo scomparso

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Un’avventura ricca di mistero, amicizia e divertimento arriva sugli scaffali di Amazon.com e di Lulu.com con la pubblicazione di Perry e il mistero del pappagallo scomparso, il nuovo libro per bambini scritto da Ennio Marchetti.

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Ambientata nella pittoresca località immaginaria di Bahía Alegre, la storia segue le indagini di Perry, un simpatico cagnolino detective, e della sua inseparabile amica Cispa. Quando Paco, il pappagallo più famoso del villaggio, scompare misteriosamente dalla pescheria di Don Pepe, i due amici decidono di mettersi sulle sue tracce.

Tra fari affacciati sul mare, mercati colorati, vecchi magazzini e antichi segreti custoditi dai Guardiani della Baia, i giovani lettori vengono coinvolti in una storia pensata per stimolare curiosità, spirito di osservazione e amore per l’avventura.

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Il volume non è soltanto un racconto illustrato. Al suo interno trovano spazio anche attività interattive, pagine da colorare, giochi, labirinti e sfide che trasformano la lettura in un’esperienza partecipativa, ideale per bambini della scuola primaria e per le famiglie che desiderano condividere momenti di lettura insieme.

Con uno stile semplice, allegro e ricco di valori positivi, il libro trasmette messaggi importanti come il valore dell’amicizia, il coraggio di cercare la verità, la collaborazione e il rispetto per gli altri.

Perry, il cagnolino detective e il mistero del pappagallo scomparso è disponibile su Amazon.com e in Lulu.com in edizione cartacea.

Ancora una volta Ennio Marchetti dimostra la propria versatilità narrativa, passando dalla narrativa per adulti alla letteratura per l’infanzia con una storia capace di divertire, emozionare e insegnare.

Un libro che invita i più piccoli a scoprire che ogni mistero può essere risolto quando si affronta con intelligenza, amicizia e un pizzico di coraggio.




Turismo delle Radici: grande idea, ma quali vantaggi concreti offre davvero?

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Negli ultimi anni il Turismo delle Radici è diventato uno dei temi più celebrati dalle istituzioni italiane. Ministri, amministratori locali e organismi del settore turistico lo presentano come una straordinaria opportunità per rafforzare il legame tra l’Italia e gli oltre 80 milioni di italo-discendenti sparsi nel mondo.

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L’idea è senza dubbio affascinante.

Permettere ai figli, ai nipoti e ai pronipoti degli emigrati italiani di ritrovare i luoghi da cui partirono i loro antenati significa recuperare memoria, identità e appartenenza. Per molti discendenti di italiani, visitare il paese del nonno o della bisnonna rappresenta un’esperienza emotiva profonda, spesso vissuta come un vero viaggio alla ricerca delle proprie origini.

Ma dietro gli slogan e gli eventi promozionali emerge una domanda sempre più frequente: quali vantaggi concreti offre oggi il Turismo delle Radici?

La questione non è secondaria.

Quando si parla di incentivare un determinato tipo di turismo, normalmente si pensa a facilitazioni, servizi dedicati e agevolazioni specifiche. Eppure molti italo-discendenti che desiderano organizzare un viaggio in Italia faticano a individuare benefici reali che distinguano il Turismo delle Radici da una normale vacanza.

Esistono sconti sui trasporti? Tariffe agevolate per gli alberghi? Ingressi ridotti nei musei? Assistenza personalizzata per le ricerche genealogiche? Procedure semplificate per consultare archivi comunali e parrocchiali?

Le risposte, nella maggior parte dei casi, restano poco chiare.

Finora il progetto ha prodotto soprattutto attività di promozione, campagne di comunicazione, eventi culturali e finanziamenti destinati ai comuni aderenti. Iniziative certamente utili, ma che non sempre si traducono in vantaggi immediatamente percepibili da chi acquista un biglietto aereo e decide di partire alla ricerca delle proprie radici.

Molti italiani all’estero osservano che il viaggio continua spesso a essere organizzato interamente a proprie spese e senza particolari facilitazioni. Chi vuole ritrovare il certificato di nascita di un bisnonno o ricostruire la storia della propria famiglia deve frequentemente affrontare da solo burocrazia, archivi difficili da consultare e informazioni frammentarie.

Questo non significa che il Turismo delle Radici sia un progetto inutile. Al contrario.

L’iniziativa ha il merito di aver riportato al centro dell’attenzione il ruolo delle comunità italiane nel mondo e il loro legame con i territori d’origine. Tuttavia, affinché il progetto possa compiere un vero salto di qualità, potrebbe essere necessario passare dalla promozione ai servizi.

Gli italo-discendenti non chiedono soltanto celebrazioni, convegni e manifestazioni. Chiedono strumenti concreti che rendano più semplice e conveniente il viaggio verso le proprie origini.

Per questo motivo, mentre alla Farnesina e nelle istituzioni si continua giustamente a parlare dell’importanza del Turismo delle Radici, resta aperta una domanda che milioni di italiani nel mondo potrebbero legittimamente porre: oltre alle belle parole, quali vantaggi reali sono oggi riservati a chi decide di tornare a cercare la propria storia in Italia?




Lo Chef Alex Ziccarelli e il suo risotto blu con tartare di gamberi e scampi

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Oggi parliamo dello Chef Alex Ziccarelli, Direttore di #CHEF Italia World News, impegnato in diverse attività e consulenze professionali.

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Classe 1961, cosentino di nascita, studi classici e in seguito universitari a Napoli, abbandonati forzatamente dopo un evento tragico familiare a tre quarti del percorso. La passione per la cucina lo porta, anche per necessità, a cambiare strada e a frequentare il primo corso di cucina nel 1984 sempre a Napoli, dove si perfeziona soprattutto nella cucina di pesce oltre a quella della cucina regionale di tradizione, culminata poi con la particolare ricerca delle ricette antiche, dei prodotti autentici, di nicchia e dei sapori di una volta, rimanendo sempre restio ai compromessi sui piatti italiani classici fondamentali.

Un particolare ringraziamento va al Prof. Renato Bedini, grande esperto di cucina e cultura napoletana, oltre che riconosciuto playboy partenopeo.

Dopo varie esperienze in Italia e, soprattutto ovviamente a Napoli, decide di partire per il Nordamerica e si ferma a Toronto dove apre nel tempo due attività nel campo della ristorazione e della pasticceria all’ingrosso, oltre ad una importazione di prodotti dall’Italia, dall’Europa e dal Sud America.

Ritorna dopo un periodo di otto anni alla professione di cuoco assumendo diversi impegni in svariati e noti ristoranti sia a Toronto che a Woodbridge, dove fra questi ama ricordare gli anni trascorsi nell’apertura e nella conduzione della cucina del Ristorante Spaccanapoli in Woodbridge, di proprietà di Tanya Levato e dei fratelli Carmine e Marcello D’Alonzo, unico locale di cucina tradizionale, popolare e di pesce napoletana.

Dopo varie esperienze in altri 8 ristoranti, attualmente, come già menzionato, presta la sua opera come consulente professionale, dopo aver ricoperto il ruolo di Chef ne La Bella Italia Ristorante in Maple.

In possesso di varie certificazioni e diplomi come cuoco sia italiane che canadesi nonché membro di diverse Associazioni di categoria italiane, americane e canadesi, attualmente, come già detto, ha ricevuto la carica di Direttore di CHEF Italia World News.

Di passione in passione, è anche membro dell’Agenzia Stampa americana USPA e Vice Presidente/ Esteri della Stampa Italo-Brasiliana – ASIB, affiliata alla Federazione Nazionale Stampa Italiana – FNSI, e partecipa ogni settimana ad una trasmissione in radio (CHIN Radio Tv International) con interventi squisitamente culinari, replicati poi su RADIO ITALIA Oltre Confine (radioitaliaoc.com), oltre naturalmente a curare gli articoli personali e dei vari cuochi di CHEF Italia, pubblicati settimanalmente sul Corriere Canadese di Toronto, su Fatti Nostri, sul Cittadino Canadese di Montreal, sul giornale dell’ASIB, l’Associazione Stampa Italiana in Brasile, su La Gazzetta Italo-Brasiliana di Rio de Janeiro, su ItaloBlogger di Zurigo in Svizzera, su Quotidie Magazine, su L’ItaloDominicano e, periodicamente, anche su altre riviste italiane enogastronomiche.

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*Ed ora ecco la ricetta dello Chef Alex Ziccarelli, il suo risotto blu con tartare di gamberi e scampi, un primo piatto scenografico e raffinato che unisce il sapore intenso del mare all’effetto cromatico sorprendente del riso.

La colorazione blu si può ottenere  in cucina utilizzando un ingrediente naturale come la spirulina blu in polvere. La spirulina blu (o ficocianina) è il pigmento proteico estratto dall’alga spirulina (Arthrospira platensis), responsabile della sua tipica colorazione. Si tratta di un colorante naturale e un potente antiossidante, apprezzato per le sue proprietà nutrizionali e per l’intenso colore blu brillante. A differenza della classica spirulina in polvere (che mantiene il suo forte odore di alga e il colore verde scuro), la spirulina blu è insapore e inodore, rendendo ideale il suo uso in cucina proprio per l’impossibilità assoluta di alterare il gusto dei piatti.

Ma veniamo ora agli ingredienti per 4 persone: 320 gr. di riso Carnaroli, 200 gr. di gamberoni freschissimi (opportunamente sgusciati e puliti), 200 gr. di scampi freschissimi (sempre sgusciati e puliti), 1 cucchiaino di spirulina blu in polvere, 1 scalogno, bisque di crostacei q.b., brodo vegetale classico q.b., olio extravergine di oliva q.b., sale e pepe nero q.b., olio per mantecare, 1 bicchiere di vino bianco secco per sfumare, scorza di limone grattugiata q.b.

Procedimento – Per la tartare: tagliate le code dei gamberoni e degli scampi a cubetti piccolissimi, avendo cura di eliminare l’intestino nero sul dorso con una pinzetta. Mettete la tartare in una ciotola, conditela con un filo d’olio extravergine d’oliva, un pizzico di sale e una grattugiata di pepe. Quindi riponetela in frigorifero fino al momento dell’impiattamento.

Per la bisque di crostacei: se volete esaltare il sapore, potete fare una bisque, facendo tostare le teste e i carapaci in una casseruola con un filo d’olio,  dopodiché sfumate con un pò di vino bianco e coprite con del ghiaccio. A questo punto fate bollire il tutto per 30 minuti, filtrate il liquido e usatelo insieme al brodo vegetale classico per cuocere il riso.

Per il risotto: tritate finemente lo scalogno e fatelo appassire in un tegame con un filo d’olio extravergine d’oliva. Quindi versate il riso Carnaroli e fatelo tostare a fuoco vivace per un paio di minuti finché i chicchi non saranno traslucidi.

Dopodiché sfumate con il vino bianco e lasciate evaporare completamente l’alcol. Portate il riso a cottura aggiungendo gradualmente il brodo bollente e la bisque. A metà cottura, sciogliete la spirulina blu nel risotto e mescolate accuratamente per distribuire il colore in modo uniforme. A cottura ultimata (circa 16-18 minuti), togliete il risotto dal fuoco e aggiungete un filo d’olio a crudo per rendere il riso all’onda, quindi regolate di sale. Infine, disponete il risotto blu in piatti piani e battete delicatamente il fondo del piatto per stenderlo come volete o dandogli un pò di altezza per una composizione diversa. Distribuite sopra la tartare di gamberoni e scampi fredda (il contrasto di temperatura esalterà il pesce), preparata aiutandovi con un coppa pasta. In ultimo, decorate a piacimento anche con i crostacei interi che avete utilizzato per la tartare, un filo d’olio extravergine d’oliva, una spolverata di pepe e, se vi piace, della scorza di limone grattugiata. E buona degustazione.




Da Napoli a Veracruz: cinque secoli di musica raccontano il legame tra Italia e Messico

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A volte la storia lascia tracce inattese. È il caso del sorprendente legame musicale che, secondo alcune ricostruzioni storiche, unirebbe la Napoli rinascimentale alle tradizioni popolari dello Stato messicano di Veracruz, attraverso un percorso culturale lungo oltre cinque secoli.

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L’argomento è stato recentemente approfondito dal divulgatore culturale messicano Cristóbal de Viveros nel progetto digitale “Cristóbal por Europa”, dedicato alle connessioni storiche tra il Vecchio e il Nuovo Mondo. Al centro della sua analisi vi è la possibile influenza della gagliarda napoletana, una danza molto popolare nel Rinascimento, sulle successive espressioni musicali sviluppatesi sulle coste del Golfo del Messico.

Nel XVI secolo il Regno di Napoli e la Nuova Spagna, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio messicano, facevano parte dello stesso impero governato dagli Asburgo. Navi, mercanti, soldati, missionari e artisti attraversavano regolarmente l’Atlantico, favorendo uno scambio continuo di idee, tradizioni e forme artistiche.

Secondo questa interpretazione, alcune melodie e strutture ritmiche provenienti dall’Europa meridionale sarebbero giunte a Veracruz, dove entrarono in contatto con le tradizioni indigene e con i contributi musicali delle comunità africane presenti nella regione. Da questo incontro sarebbe nato, nel corso dei secoli, quel ricco patrimonio culturale che oggi conosciamo come son jarocho, uno dei generi musicali più rappresentativi del Messico.

Gli studiosi concordano sul fatto che il son jarocho sia il risultato di un complesso processo di fusione culturale tra influenze europee, africane e indigene. Tuttavia, l’ipotesi di una lontana eredità napoletana offre una prospettiva affascinante sulle relazioni storiche tra le due sponde dell’Atlantico.

Oggi, a distanza di cinquecento anni, le note del son jarocho continuano a risuonare nelle piazze e nelle feste popolari di Veracruz. E forse, tra i suoi ritmi più antichi, sopravvive ancora qualche eco di quella musica che un tempo animava le strade e le corti della Napoli rinascimentale.