Messico 2026: arte e calcio si incontrano nella mostra internazionale “Sr. Balón”

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In vista dei Mondiali di calcio del 2026, che vedranno il #Messico tra i Paesi ospitanti, l’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico inaugura la mostra internazionale “Sr. Balón”, un progetto che unisce arte contemporanea, design e riflessione sociale attraverso uno dei simboli più universali del nostro tempo: il pallone da calcio.

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L’esposizione, aperta al pubblico dal 10 giugno al 10 luglio, nasce da un’idea del designer industriale messicano Sergio Sotelo. Al centro del progetto vi è una particolare scultura antropomorfa la cui forma richiama quella di un pallone, ispirata al tempo stesso all’antico gioco della palla praticato dalle civiltà mesoamericane.

Attorno a questa figura si sviluppa il lavoro di artisti, architetti, designer e pensatori provenienti da Italia e Messico, chiamati a reinterpretare liberamente l’opera originale. Il risultato è una mostra che va oltre la dimensione sportiva e propone una riflessione sull’identità, sulla memoria collettiva, sul territorio e sulle forme di convivenza contemporanea.

Tra i protagonisti dell’iniziativa figura anche il maestro italiano Michelangelo Pistoletto, presente attraverso la Fondazione Pistoletto Cittadellarte. Il contributo dell’artista biellese introduce nel percorso espositivo i concetti del “Terzo Paradiso” e della “Pace Preventiva”, interpretando lo sport come linguaggio universale capace di favorire dialogo, collaborazione e costruzione di comunità.

L’iniziativa rappresenta inoltre un esempio di collaborazione culturale tra Italia e Messico. Molte delle opere sono state realizzate grazie al lavoro congiunto di artisti e artigiani tra Puebla e Città del Messico, mettendo in relazione creatività contemporanea e tradizioni locali.

Con l’avvicinarsi della Coppa del Mondo FIFA 2026, “Sr. Balón” dimostra come il calcio possa essere molto più di una competizione sportiva: un fenomeno culturale capace di ispirare arte, dialogo e nuove forme di incontro tra popoli diversi.




Andrea Bocelli protagonista del conto alla rovescia verso i Mondiali 2026

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La voce italiana più famosa al mondo accompagnerà il cammino verso uno degli eventi sportivi più attesi del pianeta. Sarà infatti Andrea Bocelli uno dei protagonisti delle celebrazioni organizzate dalla FIFA in vista della Coppa del Mondo 2026, che si disputerà negli Stati Uniti, in Canada e in Messico.

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Il celebre tenore toscano è stato scelto per prendere parte agli appuntamenti ufficiali che scandiscono il conto alla rovescia verso l’inizio del torneo, confermando ancora una volta il prestigio internazionale della musica e della cultura italiana. La sua partecipazione rappresenta un ponte ideale tra sport, arte e tradizione, valori che la FIFA intende promuovere attraverso una serie di eventi destinati a coinvolgere milioni di appassionati in tutto il mondo.

L’edizione 2026 del Mondiale sarà storica sotto molti aspetti: per la prima volta la competizione sarà ospitata da tre Paesi e vedrà la partecipazione di 48 nazionali. Il torneo prenderà il via l’11 giugno allo Stadio Azteca di Città del Messico e si concluderà il 19 luglio nell’area di New York-New Jersey.

La presenza di Bocelli nelle manifestazioni ufficiali conferma il ruolo sempre più centrale degli artisti italiani nei grandi eventi internazionali. Con la sua voce, apprezzata da decenni in ogni continente, il tenore porterà un tocco di eleganza e prestigio a una celebrazione che unirà sport, spettacolo e culture diverse.

Per l’Italia si tratta di un’importante vetrina internazionale. Andrea Bocelli continua infatti a essere uno degli ambasciatori più autorevoli del nostro Paese nel mondo, capace di conquistare pubblici di ogni età e nazionalità grazie a una carriera straordinaria e a un repertorio che ha fatto conoscere la musica italiana ben oltre i confini nazionali.




La canzone napoletana punta all’UNESCO: al via la candidatura a Patrimonio dell’Umanità

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Non è stato soltanto uno spettacolo televisivo. La serata “Campioni del Mondo – Italia Loves UNESCO”, andata in scena all’Arena di Verona, ha segnato soprattutto il lancio ufficiale della candidatura della canzone napoletana classica a Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO.

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L’iniziativa, sostenuta dai Ministeri della Cultura e del Turismo, punta a ottenere il riconoscimento internazionale per una delle espressioni artistiche più conosciute e amate della tradizione italiana. Canzoni come “’O sole mio”, “Funiculì Funiculà”, “Torna a Surriento” e decine di altri classici hanno attraversato generazioni e continenti, diventando simboli universali dell’identità italiana.

La presentazione della candidatura è avvenuta davanti a circa cento delegati UNESCO provenienti da numerosi Paesi, riuniti a Verona per celebrare le eccellenze culturali italiane già riconosciute a livello mondiale. Dopo il successo ottenuto dall’Arte del Canto Lirico Italiano e, più recentemente, dalla Cucina Italiana, l’Italia guarda ora alla valorizzazione di un altro elemento fondamentale del proprio patrimonio culturale.

Secondo il Ministero del Turismo, la canzone napoletana rappresenta un patrimonio artistico che ha saputo superare confini geografici e linguistici. Tradotta, interpretata e amata in tutto il mondo, essa costituisce uno dei veicoli più efficaci della cultura italiana all’estero.

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L’iter per il riconoscimento UNESCO richiederà diversi anni di lavoro. Un comitato scientifico sarà incaricato di predisporre il dossier necessario per dimostrare il valore storico, sociale e culturale di una tradizione musicale che da oltre un secolo accompagna la storia dell’emigrazione italiana e continua a essere un punto di riferimento per milioni di discendenti italiani nel mondo.

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Per le comunità italiane all’estero, dalla Repubblica Dominicana agli Stati Uniti, dall’Argentina al Canada, la canzone napoletana non rappresenta soltanto un genere musicale, ma una memoria collettiva capace di mantenere vivo il legame con le proprie radici. È anche per questo che la candidatura UNESCO assume un valore che va ben oltre l’ambito artistico: si tratta del riconoscimento di una parte importante della storia culturale dell’Italia e della sua diaspora nel mondo.




Italiani in Centro America: una storia poco conosciuta di lavoro, integrazione e successo

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Quando si parla di emigrazione italiana, il pensiero corre subito agli Stati Uniti, all’Argentina o al Brasile. Molto meno nota è invece la storia degli italiani che, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, scelsero il Centro America come nuova patria, contribuendo allo sviluppo economico, sociale e culturale della regione.

Pur non avendo mai raggiunto i numeri delle grandi migrazioni verso il Sud America, la presenza italiana in Centro America ha lasciato tracce profonde in paesi come Costa Rica, Guatemala, Panama, Honduras, Nicaragua ed El Salvador.

Le prime presenze italiane documentate risalgono al periodo coloniale, ma fu soprattutto dopo l’Unità d’Italia che migliaia di persone decisero di cercare fortuna oltre oceano. Le difficili condizioni economiche di molte regioni italiane, in particolare del Nord-Est e del Meridione, spinsero numerose famiglie a emigrare.

Molti italiani arrivarono in Centro America come commercianti, artigiani, tecnici, agricoltori e imprenditori. Alcuni furono coinvolti nella costruzione di infrastrutture, ferrovie e porti, mentre altri diedero vita ad attività commerciali che spesso prosperarono nel tempo.

Tra i paesi centroamericani, il Costa Rica rappresenta uno degli esempi più significativi della presenza italiana. Nel 1888 centinaia di operai italiani furono reclutati per partecipare alla costruzione della ferrovia che avrebbe collegato la capitale San José con il porto di Limón.

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Le condizioni di lavoro si rivelarono estremamente dure e molti lavoratori affrontarono malattie tropicali, incidenti e difficoltà climatiche. Nonostante ciò, numerosi italiani decisero di rimanere nel Paese dopo la conclusione dei lavori, integrandosi nella società costaricana e contribuendo alla crescita economica nazionale.

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Ancora oggi molti cognomi italiani sono diffusi in Costa Rica e fanno parte della storia politica, economica e culturale del Paese.

Un altro capitolo importante riguarda Panama. Durante la costruzione del Canale di Panama, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, centinaia di italiani parteciparono ai lavori che avrebbero cambiato la storia del commercio mondiale.

Molti provenivano dalla Liguria, dalla Calabria e dalla Sicilia. Alcuni rientrarono in patria, ma altri si stabilirono definitivamente nel Paese, contribuendo alla nascita di una vivace comunità italiana.

Nel corso del Novecento gli italiani presenti in Centro America si distinsero soprattutto nel commercio, nell’edilizia, nell’industria alimentare e nelle professioni liberali.

In Guatemala e in El Salvador diverse famiglie di origine italiana raggiunsero posizioni di rilievo nel mondo imprenditoriale. In Nicaragua e Honduras gli italiani contribuirono allo sviluppo del settore agricolo e delle attività commerciali.

A differenza di altre realtà migratorie, le comunità italiane centroamericane furono generalmente caratterizzate da una forte capacità di integrazione, mantenendo tuttavia vive le proprie tradizioni e il legame con l’Italia.

Oggi i discendenti degli emigrati italiani rappresentano una parte importante della società centroamericana. Molti conservano i cognomi dei loro antenati e continuano a coltivare l’interesse per la cultura italiana attraverso associazioni, camere di commercio, scuole e iniziative culturali.

L’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei discendenti degli emigrati ha inoltre rafforzato negli ultimi decenni il rapporto tra le nuove generazioni e il Paese d’origine delle loro famiglie.

La storia degli italiani in Centro America dimostra come anche le comunità numericamente più piccole abbiano saputo lasciare un segno duraturo nei paesi che le hanno accolte.

È una vicenda fatta di sacrifici, spirito di iniziativa e capacità di adattamento, che merita di essere conosciuta e valorizzata. Per migliaia di famiglie sparse tra Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica e Panama, l’Italia non rappresenta soltanto una terra lontana, ma una parte viva della propria identità.

 




WE ARE PAESANI, il Sud Italia ritrova la sua memoria online

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Il nuovo portale genealogico punta a diventare il più grande archivio digitale dedicato agli antenati meridionali e alla diaspora italiana nel mondo.

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Per milioni di italiani all’estero e per i loro discendenti, la ricerca delle proprie radici rappresenta un legame profondo con la storia familiare e con i territori da cui partirono genitori, nonni e bisnonni. Nasce con questo obiettivo WE ARE PAESANI, il nuovo portale genealogico creato dai fratelli calabresi Marco e Alessandro Mario Toscano.

La piattaforma si propone di diventare il più grande archivio online dedicato agli antenati originari del Sud Italia, offrendo a genealogisti, ricercatori, appassionati di storia locale e semplici famiglie uno strumento per ricostruire il proprio passato.

Attraverso il sito, gli utenti possono consultare un database in continua crescita che raccoglie informazioni su persone nate tra l’inizio dell’Ottocento e i primi anni del Novecento in Calabria, Sicilia, Basilicata, Campania, Puglia, Molise e Abruzzo.

Le informazioni provengono da registri dello stato civile conservati presso comuni, archivi di Stato e tribunali, oltre che da documentazione custodita in archivi parrocchiali e diocesani. Un patrimonio storico che, grazie al lavoro di indicizzazione, diventa facilmente accessibile a chi desidera ricostruire il proprio albero genealogico.

Il progetto guarda soprattutto alle comunità italiane sparse nel mondo. Dalle Americhe all’Australia, milioni di persone conservano un forte legame affettivo con i paesi d’origine delle proprie famiglie. WE ARE PAESANI vuole contribuire a rafforzare questo ponte tra le nuove generazioni della diaspora e il Mezzogiorno d’Italia.

L’obiettivo dichiarato è particolarmente ambizioso: superare i 10 milioni di persone indicizzate. Intanto il progetto ha già raggiunto un primo importante traguardo con oltre 100 mila nominativi consultabili online.

«Vogliamo creare un ponte tra il Sud Italia e le milioni di persone nel mondo che hanno radici in queste terre», spiegano i fondatori. «Il nostro intento è offrire uno strumento concreto per riscoprire le proprie origini e valorizzare la memoria delle comunità da cui provengono i nostri antenati».

La consultazione del database è gratuita previa registrazione sul portale. Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito www.wearepaesani.com.




Roma si prepara a celebrare gli 80 anni della Vespa con un raduno senza precedenti

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Roma diventerà per quattro giorni la capitale mondiale della #Vespa. Dal 25 al 28 giugno 2026 migliaia di appassionati provenienti da decine di Paesi si ritroveranno nella Città Eterna per festeggiare l’ottantesimo anniversario dello scooter italiano più famoso del mondo. L’evento, denominato “Vespa Roma 2026 – 80 Years of an Icon”, promette di essere il più grande raduno mai organizzato nella storia del marchio.

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Il centro delle celebrazioni sarà il Foro Italico, dove lo Stadio dei Marmi verrà trasformato in un grande “Vespa Village”, aperto al pubblico. Qui i visitatori potranno ammirare modelli storici e contemporanei, mostre tematiche, aree dedicate al merchandising e numerose attività pensate per gli appassionati di tutte le età.

Il programma prenderà il via giovedì 25 giugno con l’inaugurazione ufficiale dell’evento, accompagnata dalla presentazione di una moneta commemorativa dedicata agli 80 anni della Vespa e da uno speciale annullo filatelico. Nella stessa giornata sarà aperta una mostra fotografica che ripercorrerà l’evoluzione dello scooter che, dal 1946 a oggi, è diventato uno dei simboli più riconoscibili del Made in Italy.

Tra gli appuntamenti più attesi figurano il Campionato Europeo Vespa Rally, il Mondiale di Gimkana e soprattutto la grande parata di sabato 27 giugno. Migliaia di Vespa attraverseranno le strade della capitale in una sfilata che toccherà alcuni dei luoghi più iconici della città, offrendo uno spettacolo unico a residenti e turisti.

Le celebrazioni si concluderanno domenica 28 giugno con il tradizionale Concorso di Eleganza, durante il quale verranno esposti alcuni dei modelli più rari e prestigiosi della storia del marchio.

A ottant’anni dalla sua nascita, la Vespa continua a rappresentare molto più di un semplice mezzo di trasporto: è un simbolo di libertà, stile e passione italiana, capace ancora oggi di unire generazioni di motociclisti in ogni parte del mondo.

 




Elena Vargas, la Perry Mason dominicana: tre romanzi tra giustizia, corruzione e verità negate

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La Repubblica Dominicana degli anni Settanta e Ottanta fa da sfondo a una delle più originali protagoniste della narrativa italo-dominicana contemporanea: Elena Vargas, avvocata determinata, intelligente e coraggiosa, impegnata a sfidare sistemi di potere che sembrano intoccabili.

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Con i romanzi “Il nome che mi han dato”, “Il crollo” e “La cura negata”, lo scrittore Ennio Marchetti costruisce una saga giudiziaria e sociale che unisce suspense, ricerca storica e denuncia civile.

Elena Vargas non è una detective tradizionale. Non porta una pistola e non insegue criminali per le strade. La sua arma è la ricerca della verità. Attraverso documenti dimenticati, testimonianze scomode e indagini ostacolate dal potere, affronta casi che coinvolgono corruzione, negligenza, interessi economici e segreti di Stato.

Nel primo romanzo, Il nome che mi han dato, una vicenda personale conduce Elena a una indagine che porterà a liberare una persona povera e umile ingiustamente accusata.

Con Il crollo, ispirato a uno dei più drammatici disastri della storia dominicana, la protagonista si trova davanti a una tragedia che ha causato centinaia di vittime e a una verità che qualcuno vuole cancellare.

Nel più recente La cura negata, Elena affronta invece il mondo della sanità pubblica, scoprendo un sistema in cui fondi scomparsi, appalti truccati e responsabilità occultate finiscono per avere conseguenze devastanti sulla vita delle persone.

La forza della serie risiede nella capacità di raccontare la Repubblica Dominicana non come semplice sfondo esotico, ma come protagonista viva delle storie. Le strade di Santo Domingo, gli ospedali pubblici, i tribunali, i quartieri popolari e le tensioni sociali diventano parte integrante delle indagini.

Molti lettori hanno definito Elena Vargas una sorta di “Perry Mason caraibica”: una donna che non cerca il successo personale, ma la giustizia, anche quando questa comporta rischi professionali e personali.

I tre romanzi sono disponibili in edizione cartacea e digitale su Amazon e Lulu.

Per gli appassionati di thriller giudiziari, romanzi storici e storie ambientate nei Caraibi, la serie Elena Vargas rappresenta una lettura coinvolgente che unisce intrattenimento e riflessione.

Perché a volte la verità non è nascosta da un colpevole. È nascosta dal sistema.




Repubblica Dominicana: il mistero del “Voy de camino” e dell’inafferrabile “Ahorita”

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Gli scienziati del mondo intero continuano a studiare i buchi neri, la materia oscura e l’origine dell’universo. Tuttavia, nessuno è ancora riuscito a risolvere due dei più grandi enigmi della Repubblica Dominicana: il significato esatto di “Voy de camino” e la durata reale di “Ahorita”.

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Secondo una ricerca non confermata, il 98% dei dominicani ha pronunciato almeno una volta nella vita la frase “Voy de camino” quando si trovava ancora sotto la doccia, stava cercando le chiavi di casa o non aveva nemmeno deciso se uscire.

Il fenomeno è noto soprattutto agli stranieri residenti nel Paese. Un italiano racconta: “Mi hanno detto ‘Voy de camino’ alle 10 del mattino. Alle 11 mi hanno scritto ‘Ya casi llego’. A mezzogiorno erano ancora a casa.”

Gli esperti sostengono che il “Voy de camino” non debba essere interpretato come una dichiarazione geografica ma come uno stato d’animo, una manifestazione di ottimismo e fiducia nel futuro.

Non meno affascinante è il termine “Ahorita”.

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In teoria dovrebbe significare “tra poco”. In pratica può indicare qualsiasi intervallo temporale compreso tra trenta secondi e tre settimane.

Gli studiosi hanno individuato diverse varianti:

  • Ahorita de verdad: entro pochi minuti.
  • Ahorita normal: forse oggi.
  • Ahorita dominicano premium: non si sa.
  • Ahorita gubernamental: in una prossima amministrazione.

Naturalmente tutto questo non va interpretato come mancanza di puntualità. Si tratta piuttosto di una diversa filosofia del tempo, nella quale l’orologio è un semplice suggerimento e non un obbligo morale.

È anche per questo che molti dominicani affrontano la vita con una serenità che spesso sorprende gli europei. Mentre in altri Paesi una persona entra in crisi se arriva con cinque minuti di ritardo, qui può arrivare con due ore di ritardo e iniziare la conversazione con un tranquillo: “¿Todo bien?”

Chi desidera approfondire questi e altri aspetti della vita quotidiana dominicana può seguire la popolare pagina Facebook Azul Calibre (https://www.facebook.com/profile.php?id=61590510233446) e l’omonimo blog (azulcalibre.blogspot.com), che raccontano con ironia e affetto le abitudini, le contraddizioni e le situazioni più tipiche della Repubblica Dominicana.

Perché, in fondo, il “Voy de camino” e l'”Ahorita” non sono semplicemente espressioni linguistiche: sono parte integrante dell’identità nazionale.

E se state aspettando qualcuno che vi ha scritto “Voy de camino”… abbiate pazienza.

Forse arriverà ahorita.




Lo Chef Davide Pronti e il suo filetto di maiale con crema al Cognac, caffè e Nocciole Piemonte IGP

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Oggi parliamo dello Chef Davide Pronti, un grande professionista già da tempo entrato a far parte della famiglia di CHEF Italia ETS.

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Classe 79, di origine romagnola, ha la fortuna di crescere e quindi di frequentare la cucina dell’albergo di famiglia, dove apprende i primi rudimenti del mestiere dalla mamma che è anche cuoca e che, naturalmente ci tiene a ringraziare per tutti i consigli e per tutto l’aiuto fondamentale per la sua futura attività professionale.

Ci tiene anche, e in maniera particolare, a ringraziare chi ha un ruolo importante nel sostenere tutti i suoi sogni e non solo, ovvero la sua compagna, la Sig.ra Michela. Oltre a prestare la sua opera all’attività di famiglia, nelle stagioni invernali, ha l’opportunità di intraprendere, ogni anno, un percorso formativo in diversi ristoranti della zona, in modo da accrescere le sue conoscenze e di imparare le più svariate tecniche nell’ambito di una continua evoluzione professionale.

Nel 2007 si trasferisce nella Val d’Ossola dove ha modo di conoscere e di apprezzare le qualità dei prodotti locali: per lui, come ci confida, la svolta arriva quattro anni dopo, per via dell’incontro con Matteo Moscardi, un grande esperto della vivaistica di Brescia, esattamente della Val Camonica, che ha avuto per lui un ruolo fondamentale nel fargli acquisire esperienza nel settore, rivelatasi poi di estremo aiuto nella parte vegetale dei suoi piatti. Inoltre, poi, aggiunge che, da questo rapporto d’amicizia non solo professionale, nasce la sua passione per le piante spontanee e del loro uso in cucina.

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Ricordiamo che la Val d’Ossola (o semplicemente l’Ossola) è un’ampia valle alpina situata nel nord del Piemonte, in provincia di Verbano-Cusio-Ossola, al confine con la Svizzera; corrisponde al bacino idrografico del fiume Toce e si suddivide in sette valli principali (Vigezzo, Anzasca, Formazza, Bognanco, Divedro, Antigorio, Antrona), con Domodossola come centro principale, formando una struttura che ricorda una foglia d’acero e si estende dalle Alpi Pennine e Lepontine fino al Lago Maggiore.

Il nostro Chef Davide Pronti ci tiene a ricordare un’altra persona recentemente incontrata nell’ambito della sua professione,  Gianluca Nana, un macellaio di La Spezia che, a suo dire, gli ha aperto un mondo sulla carne. Infine, e come dargli torto, ci dice che la sua filosofia di cucina, ma anche di vita, è il rispetto sia della materia prima che del cliente, lavorando esclusivamente sempre con prodotti freschi. Aggiunge, in ultimo, che ha una particolare passione per i lievitati e, soprattutto, per il lievito madre.

Inoltre, il nostro Chef Davide Pronti ha avuto l’opportunità nella sua carriera di vincere diversi premi, ha avuto modo di scrivere diversi articoli di cucina e di collaborare con diverse aziende, cimentandosi anche in alcuni cooking show. Attualmente sta svolgendo un’attività lavorativa nel vicino Cantone Vallese, non distante da casa ma in Svizzera.

Recentemente, sotto le luci abbaglianti dello studio di Più Valli TV di Darfo Boario Terme in provincia di Brescia, il nostro Chef Davide Pronti ha avuto l’opportunità di partecipare ad un programma televisivo, nello specifico Valli in Festa, uno show molto particolare, condotto mirabilmente da Ambrogio Minini, che si pregia di abbinare musica, cibo e tradizioni locali e a cui lui ha contribuito portando delle innovazioni e, al contempo, ha avuto modo di vivere un’esperienza diversa, unendo, oltre alla capacità professionale, anche la gestione emotiva del set. https://www.instagram.com/cucina_alternativa_vco?igsh=NnE1czhxNGk0bDJq

* Ed eccoci ora alla ricetta che lo Chef Davide Pronti ci presenta oggi, il suo filetto di maiale con crema al Cognac, caffè e Nocciole Piemonte IGP, un secondo piatto gourmet ricco di contrasti, che unisce la delicatezza della carne suina all’aroma intenso del caffè e alla croccantezza e dolcezza della Nocciola Piemonte, varietà Tonda Gentile Trilobata o Tonda Gentile delle Langhe, l’ingrediente ideale per aggiungere una nota croccante e aromatica ad un filetto di carne.

Ma veniamo ora agli ingredienti per 4 persone:  2 filetti di maiale (circa 600 gr.), 20 gr. di burro, 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva, 40 ml. di Cognac (o brandy tipo Vecchia Romagna), 1 tazzina di caffè espresso, 100 ml. di panna fresca liquida, 180 g di granella e di Nocciole Piemonte IGP intere, farina q.b., sale e pepe nero in grani q.b.

Procedimento – 1.Preparazione della carne: lavate e asciugate i filetti di maiale, eliminando eventuali parti di grasso o cartilagine. Tagliateli a medaglioni spessi circa 2 – 3 cm. Massaggiate leggermente i medaglioni con un pizzico di sale e pepe. 2.Cottura del filetto: in una padella capiente, scaldate l’olio con il burro. Quando inizia a sfrigolare, adagiate i filetti infarinati e rosolateli a fuoco vivo per circa 3 minuti su ogni lato, in modo da sigillare i succhi all’interno e formare una crosticina dorata. 3.La flambatura: versate il Cognac (o il brandy) nella padella e fate sfiammare (se usate un fornello a gas, inclinate leggermente la padella verso la fiamma, facendo attenzione, oppure attendete che l’alcol evapori). Lasciate evaporare completamente l’alcol finché non sentite più odore di superalcolico. 4.Aggiunta del caffè e della panna: unite il caffè espresso e mescolate per raccogliere i succhi della carne. Versate la panna fresca e lasciate cuocere a fuoco medio-basso per 3 – 5 minuti. La salsa dovrà addensarsi leggermente e diventare una crema liscia. Per verificare la cottura della carne, assicuratevi che sia cotta ma ancora succulenta al cuore, evitando di stracuocerla. 5.Tocco finale: a fine cottura, distribuite la granella di Nocciola Piemonte IGP sopra la carne e nella salsa, tenendone da parte una buona metà tagliata grossolanamente per  l’impiattamento finale. Spegnete il fuoco. 6.Servizio: disponete i medaglioni di filetto nei piatti caldi, nappateli generosamente con la crema al cognac e caffè, e completate con le Nocciole Piemonte. E buona degustazione .




Esce “La cura negata” il terzo volume della saga di Elena Vargas

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È disponibile il terzo volume della saga che ha per protagonista Elena Vargas, l’avvocata di Santo Domingo che i lettori hanno imparato ad amare come la Perry Mason in gonnella della Repubblica Dominicana.

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La cura negata porta Elena Vargas al centro di uno scandalo sanitario che attraversa istituzioni, potere militare e fondi pubblici scomparsi. Ispirato allo scandalo Senasa, il romanzo racconta la battaglia legale di una donna sola contro un sistema costruito per durare — e per non essere smontato.

La saga di Elena Vargas ha già conquistato i lettori italiani e ispanofoni con i primi due volumi: Il nome che mi han dato, ambientato nella notte del Perejil, e Il Crollo, la storia del crollo di una discoteca e di quello che nasconde. Con La cura negata, Ennio Marchetti conferma e approfondisce il ritratto di una protagonista fuori dal comune: tenace, precisa, capace di muoversi in un mondo che non le è favorevole con l’intelligenza di chi sa che la giustizia non si ottiene mai tutta in una volta.

Come nei volumi precedenti, la Repubblica Dominicana degli anni Ottanta è protagonista quanto Elena: i quartieri di Santo Domingo, il calore di novembre, le istituzioni opache, i piccoli eroismi quotidiani di chi decide di non stare in silenzio. Un paese raccontato dall’interno, con la conoscenza e l’affetto di chi ci vive.

La saga continuerà. Ennio Marchetti ha già annunciato nuovi episodi, ciascuno ispirato a un caso diverso, ciascuno un nuovo capitolo nella storia di una donna che ha fatto della giustizia la sua ragione di vita — sapendo che la giustizia completa non arriva mai, ma che vale sempre la pena provarci.

La cura negata è disponibile in italiano in Amazon.com e in Lulu.com