Messico. Alfonso Scarano, il direttore italiano che porta la Sinfonica dello Yucatán sul palco di Bellas Artes

scaranopuntovert

Dal Messico alla Thailandia, dalla Repubblica Ceca alle grandi orchestre internazionali: il maestro italiano ha diretto il 24 ottobre a Città del Messico la formazione sinfonica dello Yucatán, in un concerto che ha unito Paganini, il patrimonio musicale messicano e Prokofiev.

scaranopuntovert

C’è anche una bacchetta italiana tra i protagonisti della vita musicale internazionale in Messico. Sabato 24 ottobre, l’Orchestra Sinfonica dello Yucatán, diretta dal maestro Alfonso Scarano, si è esibita al Palacio de Bellas Artes di Città del Messico, uno dei luoghi simbolo della cultura messicana.

Per Scarano, che dal 1º gennaio 2026 ricopre ufficialmente l’incarico di direttore titolare della formazione, il concerto ha rappresentato una tappa importante nella sua prima esperienza professionale in Messico, dopo una carriera costruita attraverso collaborazioni e incarichi internazionali.

Una nomina scelta dai musicisti

La nomina di Scarano è arrivata al termine di una selezione internazionale che ha coinvolto circa 70 direttori. A fare la differenza è stata anche la valutazione dei componenti dell’orchestra: secondo quanto dichiarato dal maestro, ha ottenuto l’80% dei voti espressi dai 62 musicisti della formazione.

«La mia è una nomina che viene dal basso», ha spiegato Scarano, sottolineando il valore del consenso ricevuto direttamente dall’ensemble. Un elemento significativo in un ambiente in cui il rapporto tra direttore e orchestra è determinante per costruire un’identità musicale condivisa.

Prima dell’incarico nello Yucatán, Scarano ha diretto per 13 anni la Thailand Philharmonic Orchestra a Bangkok e ha lavorato per cinque anni a Teplice, nella Repubblica Ceca. Parallelamente, da 28 anni insegna al conservatorio Luca Marenzio di Brescia, mantenendo un legame con la formazione musicale in Italia.

Paganini, Daniel Ayala e Prokofiev

Il programma del concerto ha offerto un percorso musicale tra tradizione europea e identità messicana. In apertura, il pubblico ha ascoltato il Concerto per violino n. 1 di Niccolò Paganini, con il violinista canadese Kerson Leong, al suo debutto in Messico.

La serata ha proposto anche la Sinfonía de las Américas di Daniel Ayala Pérez, compositore dello Yucatán nato nel 1906, del quale ricorrono quest’anno i 120 anni dalla nascita. L’esecuzione ha contribuito a riportare l’attenzione su una figura importante del nazionalismo musicale messicano, legata anche alle radici culturali maya.

A completare il programma, una selezione dalle suite n. 1 e n. 2 di Romeo e Giulietta di Sergej Prokofiev, ispirate alla tragedia di Shakespeare. Tre universi musicali diversi, affidati a una formazione che punta a consolidare la propria presenza sulla scena nazionale e internazionale.

Un ponte culturale tra Italia e Messico

La presenza di un direttore italiano alla guida di un’orchestra messicana è anche un esempio concreto di come la cultura possa creare legami oltre i confini. La musica classica, pur parlando un linguaggio universale, porta con sé tradizioni, scuole e sensibilità diverse: il confronto tra repertorio europeo e composizione messicana ha dato al concerto una dimensione che va oltre la semplice esecuzione.

Scarano proseguirà nelle prossime settimane la propria attività internazionale con appuntamenti previsti a Guadalajara, Istanbul e Gerusalemme. Il suo percorso conferma il ruolo dei musicisti italiani nella circolazione internazionale delle competenze artistiche e nella costruzione di collaborazioni tra istituzioni culturali.

Per la comunità italiana all’estero, storie come questa raccontano un’Italia che si fa conoscere non soltanto attraverso la propria eredità storica, ma anche grazie a professionisti che lavorano, insegnano e dirigono in contesti internazionali.

 

Fonte: Punto d’Incontro; ANSA; Istituto Nacional de Bellas Artes y Literatura.




L’italiano conquista l’ONU: nasce a New York la Comunità degli Italofoni

conferencia de italofonía en la onu

Oltre 300 partecipanti alla prima Giornata dell’Italofonia al Palazzo di Vetro. Italia, San Marino e Svizzera uniscono le forze per promuovere la lingua di Dante come strumento di cultura, dialogo e cooperazione internazionale.

 

conferencia de italofonía en la onu

L’italiano non è soltanto la lingua di Dante, della musica, dell’arte e della gastronomia. Può essere anche uno strumento di dialogo tra popoli e culture diverse. È il messaggio lanciato a New York il 22 ottobre, in occasione della prima Giornata dell’Italofonia alle Nazioni Unite, che ha segnato un nuovo passo nella promozione internazionale della nostra lingua.

Nella sala ECOSOC del Palazzo di Vetro si sono riunite oltre 300 persone tra ambasciatori, alti funzionari internazionali, docenti, ricercatori e studenti. L’iniziativa è stata organizzata dalle Rappresentanze permanenti di Italia, San Marino e Svizzera nell’ambito della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo.

La giornata ha avuto un momento particolarmente significativo con la dichiarazione di adesione delle Nazioni Unite alla Comunità degli Italofoni, rafforzando la presenza dell’italiano nel contesto multilaterale e il suo ruolo come veicolo di cooperazione e comprensione reciproca.

Una comunità che supera i confini

La Comunità degli Italofoni era stata istituita a Roma il 18 novembre 2025, durante la prima Conferenza internazionale dell’Italofonia promossa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’obiettivo è valorizzare non soltanto chi parla italiano come lingua madre, ma anche le persone e le comunità di altri Paesi che scelgono di utilizzarlo, studiarlo e riconoscersi nella sua cultura.

A spiegare il significato dell’iniziativa è stato l’ambasciatore Giorgio Marrapodi, rappresentante permanente d’Italia presso le Nazioni Unite. Al Palazzo di Vetro, ha ricordato, sono numerosi i funzionari, gli ambasciatori e le personalità che parlano italiano e lo utilizzano anche nella propria attività professionale.

Da questa realtà nasce l’idea di costruire una comunità capace di mettere in relazione persone di provenienze diverse, accomunate dalla conoscenza della lingua italiana e dall’impegno per la pace, lo sviluppo sostenibile e i diritti umani.

Dalla cultura alla diplomazia

Tra gli interventi della giornata figura quello di Diene Keita, sottosegretaria generale delle Nazioni Unite e direttrice esecutiva dell’UNFPA, l’agenzia dell’ONU per la salute sessuale e riproduttiva. Sono intervenuti inoltre monsignor Christophe Zakhia El Kassis, osservatore permanente della Santa Sede, e Angelica Jácome, direttrice dell’ufficio di collegamento della FAO a New York.

Il programma ha previsto anche una tavola rotonda dedicata alla creatività e all’innovazione attraverso la lingua italiana, con esponenti del mondo accademico, scientifico e artistico. Una scelta che sottolinea come l’italiano non sia soltanto patrimonio della tradizione, ma anche una lingua capace di accompagnare la ricerca, la creatività e le nuove forme di comunicazione.

La partecipazione di studenti delle scuole superiori e delle università ha dato all’iniziativa anche una dimensione rivolta alle nuove generazioni, chiamate a mantenere vivo il rapporto con la lingua e a portarla in contesti sempre più internazionali.

Una risorsa anche per gli italiani all’estero

Per le comunità italiane nel mondo, iniziative come questa hanno un valore che va oltre la celebrazione culturale. La lingua è uno dei legami più forti con le proprie origini, ma può anche diventare uno strumento concreto per costruire relazioni con il Paese in cui si vive.

Questo vale anche per gli italiani residenti nella Repubblica Dominicana, dove la presenza delle comunità italiane, l’interesse per la cultura e la cucina del nostro Paese e i rapporti con le istituzioni locali rappresentano un terreno favorevole per la diffusione dell’italiano.

La nascita della Comunità degli Italofoni alle Nazioni Unite offre dunque un riconoscimento simbolico e istituzionale a una realtà già presente in molti Paesi: quella di persone che, pur non essendo italiane, scelgono di imparare e parlare la nostra lingua.

L’italiano non compete soltanto attraverso il numero dei suoi parlanti. La sua forza risiede anche nella capacità di evocare un patrimonio culturale riconoscibile e di creare legami tra persone lontane per geografia e provenienza.

La prima Giornata dell’Italofonia all’ONU ha portato questo messaggio nel cuore della diplomazia internazionale: una lingua può essere molto più di un mezzo per comunicare. Può diventare un luogo d’incontro, una forma di appartenenza condivisa e, come auspicato dai promotori dell’iniziativa, uno strumento di dialogo e di pace.

 




New York. Gigliola Cinquetti dà voce a Beatrice: Dante conquista l’Istituto Italiano di Cultura

diálogo sobre beatrice en nueva york

Un’intervista teatrale immaginaria firmata da Ennio Cavalli riporta in scena la musa di Dante con ironia, musica e uno sguardo contemporaneo. L’iniziativa si inserisce nella Settimana della Lingua Italiana nel Mondo.

diálogo sobre beatrice en nueva york

E se Beatrice, la donna che Dante Alighieri ha consegnato all’eternità della letteratura, potesse finalmente parlare in prima persona? Quali domande rivolgerebbe al poeta che l’ha trasformata in una figura ideale, guida spirituale e simbolo di un amore destinato a superare i secoli?

Da queste suggestioni è nato «Beatrice senza veli», lo spettacolo andato in scena il 21 ottobre all’Istituto Italiano di Cultura di New York, con lo scrittore Ennio Cavalli e la cantante Gigliola Cinquetti. La serata, introdotta dal direttore dell’Istituto Claudio Pagliara, ha richiamato un pubblico numeroso, accolto con entusiasmo una proposta capace di avvicinare la grande letteratura italiana alla sensibilità contemporanea.

L’incontro si è svolto interamente in italiano, scelta particolarmente significativa nell’ambito della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, in programma dal 19 al 25 ottobre e dedicata, nell’edizione 2026, alla creatività della nostra lingua.

Beatrice esce dal mito

Nel dialogo immaginario, Beatrice non è più soltanto la musa distante e irraggiungibile della tradizione dantesca. Grazie all’interpretazione di Cinquetti, acquista voce, ironia e una personalità capace persino di confrontarsi con il mondo dei social network, fino a essere immaginata come una moderna influencer.

L’espediente teatrale non si limita alla provocazione divertente. La domanda di fondo è più profonda: Beatrice si riconoscerebbe nella figura idealizzata costruita da Dante? E che cosa penserebbe del ruolo che il poeta le ha assegnato nella propria opera?

Lasciare che il personaggio risponda significa aprire uno spazio nuovo per interrogare un classico, senza rinunciare al rispetto per la sua grandezza. Il risultato è un incontro tra passato e presente che invita il pubblico a riscoprire Dante non come un monumento intoccabile, ma come un autore ancora capace di suscitare curiosità, discussioni e nuove interpretazioni.

La lingua italiana come protagonista

Il testo dello spettacolo è tratto da Nove dialoghi e due sedie, raccolta pubblicata nel 2026 da Ennio Cavalli, che immagina conversazioni con figure del mito e dell’antichità. La semplicità della scena contrasta con l’ambizione dell’operazione: riportare personaggi lontani nel tempo dentro il nostro presente, affidando all’immaginazione il compito di mettere in discussione le immagini consolidate dalla tradizione.

Poeta, scrittore e giornalista della Rai, Cavalli ha ottenuto importanti riconoscimenti letterari. Il suo romanzo Quattro errori di Dio ha ricevuto nel 2005 il Premio Campiello, nella sezione della giuria dei letterati, mentre Libro grosso è stato premiato nel 2009 con il Viareggio per la poesia.

Uno degli spunti più suggestivi della serata riguarda proprio la funzione di Beatrice nell’opera dantesca: la donna amata potrebbe essere stata anche lo strumento attraverso il quale il poeta ha espresso un sentimento ancora più vasto, quello per la lingua italiana. Una prospettiva che sposta l’attenzione dalla sola vicenda amorosa alla straordinaria costruzione letteraria che ha reso Dante una figura fondante della cultura nazionale.

Dai versi alle canzoni di Gigliola Cinquetti

La letteratura ha condiviso la scena con la musica. Gigliola Cinquetti ha intervallato il dialogo con momenti canori, tra cui La domenica andando alla messa, richiamando il legame tra lingua, tradizione popolare e memoria collettiva.

La conclusione ha regalato al pubblico un momento di nostalgia: sullo schermo è apparso il video di Non ho l’età, la canzone con cui Cinquetti vinse il Festival di Sanremo nel 1964, a soli sedici anni, conquistando nello stesso anno anche l’Eurovision Song Contest. Un successo internazionale che ha segnato profondamente la sua carriera.

Dante, Beatrice e una delle voci più riconoscibili della canzone italiana si sono così incontrati in una serata che ha unito letteratura, teatro e musica, mostrando come il patrimonio culturale possa continuare a vivere quando viene reinterpretato e condiviso con nuovi pubblici.

Una lingua viva, anche oltre oceano

L’iniziativa newyorkese si inserisce in una riflessione più ampia sul futuro della lingua italiana nel mondo. In un ambiente culturale dominato dai video brevi, dai social network e dalla continua competizione per l’attenzione, avvicinare le nuove generazioni ai classici richiede anche linguaggi e forme espressive capaci di incuriosire.

La grandezza di Dante non ha bisogno di essere proclamata soltanto attraverso celebrazioni solenni: può essere riscoperta attraverso un dialogo immaginario, una battuta ironica, una domanda inattesa o una canzone.

È questo il messaggio che arriva dall’Istituto Italiano di Cultura di New York: la lingua italiana non è soltanto un patrimonio da conservare, ma uno strumento creativo da utilizzare, interrogare e reinventare. Proprio come fece Dante, innovatore della lingua del suo tempo e autore ancora capace, a distanza di secoli, di parlare al presente.

 

Fonte: La Voce di New York




Pizzaiuolo, espresso, moka: le parole italiane che hanno conquistato il mondo

pizzaiolo italiano sabores que viajan

È «pizzaiuolo» la parola italiana più conosciuta all’estero secondo il progetto Treccani «Onde – Parole italiane in viaggio». Una classifica che racconta quanto la nostra lingua sia presente nella vita quotidiana di milioni di persone, anche lontano dall’Italia.

pizzaiolo italiano sabores que viajan

Ci sono parole che viaggiano più delle persone. Attraversano oceani, superano frontiere, entrano in altre lingue e finiscono per essere pronunciate da chi magari non ha mai messo piede in Italia. Sono gli ambasciatori silenziosi della nostra cultura, capaci di raccontare un pezzo del Paese anche a migliaia di chilometri di distanza.

Tra queste, la più conosciuta all’estero è pizzaiuolo. A indicarlo è «Onde – Parole italiane in viaggio», il progetto promosso dalla Fondazione Treccani Cultura nell’ambito delle iniziative dedicate alla diffusione della lingua italiana nel mondo.

Subito dopo troviamo espresso, al secondo posto, seguito da moka, tramezzino. Parole molto diverse tra loro, che rimandano però a un fenomeno comune: la capacità dell’italiano di lasciare il segno ben oltre i confini nazionali.

Quando una parola diventa ambasciatrice dell’Italia

La classifica è interessante perché mostra come la presenza internazionale della lingua italiana non passi soltanto attraverso la letteratura, la musica, l’arte o la diplomazia culturale. Passa anche attraverso gesti e abitudini quotidiane: preparare una pizza, ordinare un caffè o mettere la moka sul fornello

Il caso di pizzaiuolo è particolarmente significativo. La parola richiama la tradizione napoletana e un mestiere che, grazie alla diffusione della pizza, è diventato familiare in ogni continente. Nel 2017, inoltre, l’UNESCO ha riconosciuto l’arte del pizzaiuolo napoletano come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, consacrando ulteriormente il valore culturale di questa tradizione.

Anche espresso e moka evocano immediatamente un’abitudine profondamente legata allo stile di vita italiano: il caffè, con i suoi rituali e la sua dimensione sociale. Tramezzino racconta invece una consuetudine gastronomica più discreta.

L’italiano che si incontra ogni giorno

Il successo di questi termini ricorda che una lingua non si diffonde soltanto perché viene studiata. Si diffonde anche quando i prodotti, i mestieri, le invenzioni e le tradizioni di un Paese entrano nella vita delle persone.

Naturalmente, conoscere una parola italiana non significa necessariamente conoscere la lingua o la cultura che l’ha generata. Ma ogni parola può diventare una piccola porta d’ingresso, una curiosità che spinge a scoprire qualcosa in più dell’Italia.

E così, anche nella Repubblica Dominicana, dove la pizza è ormai parte del panorama gastronomico quotidiano, il nostro pizzaiuolo incontra il più familiare, ma abominevole pizzero spagnolo. Una curiosità locale, certo, ma anche un esempio di come le parole si adattino quando attraversano i confini.

La notizia vera, però, è più grande: la lingua italiana continua a viaggiare nel mondo, e spesso lo fa senza bisogno di presentazioni. Basta una pizza, un caffè o una moka sul fornello.




El Salvador, 165 anni di amicizia con l’Italia: una mostra racconta le tracce lasciate dagli italiani

exposición italia y el salvador en diálogo

A San Salvador un’esposizione fotografica ripercorre il contributo italiano all’architettura, all’istruzione e allo sviluppo del Paese centroamericano. L’iniziativa è stata promossa dall’Ambasciata d’Italia in occasione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo.

exposición italia y el salvador en diálogo

Centosessantacinque anni di relazioni diplomatiche, scambi culturali e collaborazione: Italia ed El Salvador celebrano una lunga storia di amicizia attraverso una mostra fotografica che racconta il contributo italiano al patrimonio storico e culturale del Paese centroamericano.

L’esposizione, intitolata «165 anni di amicizia tra Italia ed El Salvador», è stata organizzata dall’Ambasciata d’Italia a San Salvador in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri salvadoregno, in occasione dell’anniversario delle relazioni diplomatiche avviate nel 1861.

La mostra è ospitata presso la sede del Ministero degli Esteri di El Salvador, ad Antiguo Cuscatlán, ed è disponibile anche in formato multimediale. L’inaugurazione ha visto la partecipazione dell’Ambasciatore d’Italia, Paolo Emanuele Rozo Sordini, e della Viceministra salvadoregna per la Diaspora e la Mobilità Umana, Patricia Godínez.

Le opere italiane nella storia del Paese

Il percorso espositivo si articola in quattro sezioni: «Fede e patrimonio», «Memoria storica e arte monumentale», «Educazione e valori» e «Cooperazione e ingegneria». Attraverso fotografie di chiese, monumenti, scuole e infrastrutture, viene illustrato come il lavoro di architetti, artisti, educatori e tecnici italiani abbia contribuito a plasmare una parte significativa del patrimonio salvadoregno.

Tra le opere documentate figurano la chiesa di El Calvario e la Basilica di Nostra Signora di Guadalupe, legate all’attività dell’architetto e ingegnere italiano Augusto Cesare Baratta del Vecchio.

Spazio anche al Collegio Salesiano Santa Cecilia, testimonianza dell’eredità educativa ispirata a Don Bosco, e al monumento funebre di San Óscar Romero, realizzato dallo scultore italiano Paolo Borghi.

La rassegna comprende inoltre i mausolei del cimitero Los Ilustres, il ponte Cuscatlán e gli interventi di restauro della chiesa di Santa Cruz de Roma, a Panchimalco. Un insieme di testimonianze che mostra come la presenza italiana non si sia limitata agli scambi diplomatici, ma abbia lasciato segni concreti nella vita culturale e materiale del Paese.

La cooperazione guarda anche al futuro

La mostra dedica attenzione anche alla collaborazione contemporanea tra i due Paesi. Nel corso dell’inaugurazione è stato ricordato l’impegno del Governo italiano, attraverso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, nei progetti di recupero e rivitalizzazione dei centri storici di San Salvador e San Miguel.

La valorizzazione del patrimonio architettonico e urbano rappresenta infatti un terreno importante di collaborazione internazionale, nel quale la tutela della memoria storica può accompagnarsi allo sviluppo culturale e alla riqualificazione delle città.

La lingua come ponte tra culture

L’iniziativa rientra nel programma della XXVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, dedicata nel 2026 al tema «Lingua geniale: ideare, progettare, creare con l’italiano».

Il legame tra lingua, arte e creatività diventa così il filo conduttore di un racconto che attraversa generazioni e settori diversi. La cultura italiana viene presentata non soltanto attraverso la letteratura e la lingua, ma anche mediante le opere, le competenze e le conoscenze che hanno contribuito alla crescita della società salvadoregna.

A 165 anni dall’avvio delle relazioni diplomatiche, la mostra offre dunque l’occasione per rileggere una storia di scambi e collaborazione, ricordando come i rapporti tra i Paesi si costruiscano anche attraverso il lavoro quotidiano di artisti, professionisti, insegnanti e istituzioni.

Un patrimonio condiviso che continua a rappresentare una base per rafforzare l’amicizia tra Italia ed El Salvador e sviluppare nuove forme di cooperazione per il futuro.




Le orecchiette con le cime di rapa, il piatto più noto ed iconico di Bari

impresso 1792232309836

Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

impresso 1792232309836

Le orecchiette sono il formato di pasta fresca più noto della Puglia, in particolare della città di Bari. Una sorta di piccole cupole rovesciate che ricordano piccole orecchie, con il centro sottile e la superficie ruvida. Il segreto della tradizione pugliese sta nel cuocere la pasta e la verdura insieme, nella stessa pentola, cosicché le orecchiette possano assorbire ogni aroma.

Ma veniamo subito agli ingredienti per 4 persone: 400 gr. di orecchiette fresche, 1 kg. di cime di rapa fresche, 4-6 filetti di alici sott’olio, 1 spicchio d’aglio, 1 peperoncino, olio extravergine d’oliva (preferibilmente pugliese) q.b., sale grosso q.b., 50 gr. di pangrattato o mollica di pane  (opzionale).

La preparazione: selezionate le foglie più tenere e i cimeli (le infiorescenze) eliminando i gambi esterni più duri e fibrosi, quindi lavate accuratamente il tutto sotto acqua fresca corrente. In un padellino, scaldate un filo d’olio e tostate il pangrattato per circa 2 minuti finché non diventa ben dorato e croccante. Tenetelo da parte per la guarnizione finale (opzionale). In una padella capiente, versate l’olio extravergine d’oliva, quindi aggiungete lo spicchio d’aglio schiacciato, il peperoncino a pezzetti e i filetti di alici. Scaldate a fuoco dolce, schiacciando le alici con un cucchiaio di legno fino a farle sciogliere completamente nell’olio, quindi spegnete il fuoco. Portate ad ebollizione una pentola con abbondante acqua salata. Tuffatevi prima le cime di rapa, se usate orecchiette fresche; se usate quelle secche, potete calarle insieme alle verdure. Scolate la pasta e le cime di rapa decisamente al dente utilizzando una schiumarola, quindi trasferitele direttamente nella pentola con il soffritto di acciughe. Riaccendete il fuoco vivace e saltate il tutto per un paio di minuti, aggiungendo 2 o 3 cucchiai di acqua di cottura della pasta per creare un’emulsione cremosa che avvolgerà perfettamente le orecchiette. Rimuovete l’aglio e distribuite nei piatti, completando, se vi piace, con il pangrattato tostato croccante in superficie e un ultimo giro d’olio a crudo. Ricordiamo che per le orecchiette si usa solo semola di grano duro rimacinata, acqua a temperatura ambiente e un pizzico di sale (senza uova).

Nel centro storico di Bari, in particolare nella celebre Arco Basso (nota come la strada delle orecchiette), le massaie del posto preparano la pasta a mano all’aperto. La ricetta originale barese non prevede l’uso di formaggio grattugiato (come Parmigiano o Pecorino), poiché la sapidità è già garantita dalle acciughe e il contrasto croccante è dato dalla mollica fritta, che sostituiva il formaggio nelle tavole contadine più povere.

Nel caso, come si usa in alcune zone del barese e del foggiano, potete spolverare il piatto con del caciocavallo o del cacioricotta pugliese grattugiato a scaglie. E buon appetito.

img 8779

*La cucina barese è un trionfo di sapori mediterranei, di ricette semplici ma ricche di gusto. Tra i primi, oltre alle già menzionate orecchiette con le cime di rapa, la tiella di riso, patate e cozze, un piatto unico cotto al forno, a strati; gli spaghetti all’assassina, risottati, croccanti e bruciacchiati in una padella di ferro nero con tanto pomodoro e peperoncino; tra lo street food, la focaccia barese, alta, soffice ma con i bordi croccanti e unti d’olio extravergine, farcita generosamente con pomodorini freschi, olive nere e origano; i panzerotti fritti, mezzelune ripiene di mozzarella e pomodoro, fritte e servite bollenti; le sgagliozze e le popizze: le prime sono rettangoli di polenta fritti al momento, mentre le seconde (o pittule) sono saporite frittelle di pasta di pane; tra i secondi, il crudo di mare, con seppioline, polpo arricciato a mano, cozze nere, ostriche e ricci di mare, consumati freschissimi e crudi; il polpo in acqua sua (“pulp in da l’acqua so”), cotto lentamente in una pentola di terracotta insieme a pomodorini, aglio e prezzemolo; il purè di fave e cicorie; gli “nghiemeridde”, o gnummareddi, saporiti involtini di frattaglie (agnello o capretto) avvolti nel loro stesso budello, cotti alla brace con foglie di alloro. Da ricordare anche le braciole di cavallo, le cozze gratinate e i famosi taralli baresi.

Tra i dolci, le cartellate, pasta sfoglia fritta a forma di rosa e imbevuta nel vincotto (mosto cotto) o nel miele, poi decorate con granella di zucchero o cannella; gli sporcamuso, la focaccia dolce e i biscotti di mandorla.

Tra i formaggi, la burrata, un sacchetto di pasta filata che racchiude la stracciatella, ovvero sfilacci di mozzarella immersi nella panna fresca; il fiordilatte e la mozzarella, tra cui spicca quella di Gioia del Colle DOP; la giuncata; il Pallone di Gravina, tipico caciocavallo originario di forma sferica dell’Alta Murgia (Gravina in Puglia); il Canestrato Pugliese DOP; il Cacioricotta e la Ricotta Marzotica, una ricotta salata stagionata; la Ricotta Forte, detta anche “ricotta asquante”, è una crema di ricotta fermentata dal sapore piccante e dall’odore pungente, usata per insaporire il sugo delle orecchiette o come ripieno dei panzerotti.

Tra i salumi, il capocollo (o Capocollo di Martina Franca), la sopressata barese, la salsiccia a punta di coltello, la cervellata, il filetto lardellato e la pancetta arrotolata.

Infine, il vino tipico della zona, localmente chiamato “u’ mire” (dal latino merum, ovvero vino puro); famose, poi, le eccellenze dei vini DOCG e DOC della zona di Castel del Monte; infine, nella pasticceria tipica si usa molto il vincotto per dolci tradizionali come le cartellate baresi.




A Vancouver la Settimana della Lingua Italiana nel mondo

854827870 1562758472550974 6772758459945403531 n
La settimana della lingua italiana nel mondo del 2026 è stata ufficialmente iniziata venerdì scorso a Vancouver, con la partecipazione del Consul Generale dell’Italia, Paolo Miraglia Del Giudice, all’evento inaugurale “L’arte della stampa italiana: dalla Rinascita alla contemporanea”, tenuto al Morris J. Wosk Centre for Dialogue.
854827870 1562758472550974 6772758459945403531 n
L’evento ha celebrato il ricco patrimonio artistico dell’Italia e la duratura tradizione della stampa, dalle opere d’arte rinascitrici alle pratiche artistiche contemporanee, evidenziando la creatività e l’innovazione che continuano a plasmare l’arte e il design italiano.
✨ Il ospite d’onore Giancarlo Busato, maestro stampante italiano di Vicenza, ha dato ai partecipanti l’opportunità di scoprire il mondo della stampa tradizionale italiana attraverso il suo laboratorio, dove le tecniche e le tradizioni di secoli continuano a fiorire.
Partecipanti anche hanno esplorato l’eredità di Aldus Manutius, pioniero della stampa e della pubblicazione in Italia, e hanno appreso dagli esperti di SFU la notevole Collezione Wosk-McDonald Aldine ospitata nella biblioteca dell’università.
Nell’ambito delle celebrazioni di apertura della Settimana della lingua italiana nel mondo, l’evento è stato presentato con la Italian Chamber of Commerce in Canada – West, la Consulenza Generale dell’Italia a Vancouver, il Istituto Italiano di Cultura Toronto e la Simon Fraser University.
Scoprite il programma completo, inclusi eventi e attività qui 👉 https://shorturl.at/9d01I



Toronto. Una nuova opera di Joseph Maviglia

unnamed

unnamed

Poeta performativo, cantautore e interprete residente a Toronto

Prefazione

Quest’opera è stata concepita durante la pandemia di Covid-19, a partire dal 2020. Mentre scrittori, scienziati, politici, giornalisti e persino filosofi contemporanei cercavano di comprendere la paura e l’ansia generate da questo spaventoso fenomeno globale, ho pensato che la letteratura, nel corso della sua storia, ci avesse già offerto spunti preziosi sulle pestilenze e sui virus attraverso la narrativa horror.

Mi è venuto subito in mente Edgar Allan Poe con La maschera della Morte Rossa. Più recentemente, anche Stephen King, attraverso le sue opere psicologiche, pur senza occuparsi direttamente di virus, è riuscito a colpire nel segno raccontando ciò che ci disorienta e ci terrorizza quando la Natura si scontra con il Soprannaturale.

Ho quindi scelto di dare al virus le sembianze di un personaggio: un adolescente punk che vuole affermare la propria indipendenza, seminando scompiglio e scatenando il caos. Un’entità sfuggente, allora come oggi, i cui effetti sono difficili da determinare. Soprattutto nelle prime fasi, era impossibile prevedere fino a che punto potesse arrivare la sua forza distruttiva.

Per questo il testo ha sviluppato un rapporto stretto con la forma e la trasformazione. Proprio come il virus mutava, dando origine a varianti e modificazioni, anche la narrazione ha cominciato a cambiare struttura: dalla prosa ai quadri teatrali, dai dialoghi drammatici alla poesia. Il testo ha continuato a crescere e a trasformarsi, diventando una metafora fondamentale della natura mutevole del virus.

E, alla fine, rimane una domanda: riusciremo mai a comprendere e a risolvere definitivamente il mistero della natura di questo virus?

Le illustrazioni che accompagnano il testo fondono l’estetica gotica — con richiami alle rappresentazioni ottocentesche di Francisco Goya — con le immagini più contemporanee e popolari del genere horror. Un incontro tra passato e presente, tra tradizione e modernità.

Verso la conclusione della storia si può riconoscere anche un sottile riferimento stilistico a Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello.

Buona lettura!




“Sold Out” e applausi in Scozia per il recital del concertista Gianmario Strappati

whatsapp image 2026 10 19 at 14.28.00

Sabato scorso, la prestigiosa St Cecilia’s Hall dell’Università di Edimburgo in Scozia, ha proposto la Conferenza Recital “The Great Italian Music and the Tuba Virtuoso Style”, organizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e il Consolato Generale d’Italia a Edimburgo.

whatsapp image 2026 10 19 at 14.28.00

Dalla musica barocca alle suggestioni del repertorio contemporaneo, la tuba di Gianmario Strappati si è fatta interprete della grande tradizione musicale italiana offrendo al pubblico scozzese un meraviglioso programma, attraverso le opere di Tomaso Albinoni, Gioachino Rossini, Giacomo Puccini, Mauro De Federicis, Vittorio Monti ecc…,

whatsapp image 2026 1

Un viaggio tra magie liriche e virtuosistiche di uno strumento raramente associato al grande repertorio solistico. Gianmario Strappati, solista di fama mondiale, affianca alla propria attività concertistica il ruolo di Ambasciatore di Missioni Don Bosco per la musica nel mondo, promuovendone i valori più alti della solidarietà, dell’educazione e del dialogo tra i popoli. Entusiasta l’accoglienza del pubblico scozzese (per l’occasione sold out), che ha seguito l’evento con particolare interesse, riservando a questa nostra eccellenza, interminabili applausi e richieste di bis.  Un entusiasmo che ha caratterizzato l’intera serata, suggellando il successo di questo evento in una delle sale più prestigiose del panorama musicale del Regno Unito.




Mense scolastiche, il maiale scompare dai menu in Friuli: inclusione o rinuncia alla tradizione?

almuerzo multicultural en la escuela

Dal prosciutto di San Daniele alla pasta all’amatriciana, diversi piatti della cucina italiana sono stati ridotti o eliminati in numerose mense della provincia di Pordenone. Al loro posto compaiono anche pollo al curry e cous cous. La scelta riaccende il dibattito su multiculturalità, identità gastronomica e libertà alimentare.

almuerzo multicultural en la escuela

Si può parlare di inclusione senza rinunciare ai piatti della propria tradizione? È la domanda che si sta facendo strada dopo le modifiche ai menu di numerose mense scolastiche della provincia di Pordenone, dove per l’anno scolastico 2026-2027 sono diminuiti sensibilmente i piatti a base di carne di maiale, fino a scomparire del tutto in alcuni istituti.

La notizia ha un valore simbolico particolare proprio in Friuli-Venezia Giulia, territorio che ospita San Daniele del Friuli, patria di uno dei prosciutti più conosciuti d’Italia. Eppure, in diverse mense scolastiche, braciole, lonza, prosciutto e rigatoni all’amatriciana con guanciale non figurano più nei menu ordinari.

La vicenda è stata riportata dalla stampa locale e ripresa a livello nazionale. Secondo quanto riferito da ANSA, in alcune scuole sono stati introdotti piatti come pollo al curry e cous cous, mentre le scelte alimentari si adattano a una popolazione scolastica sempre più diversificata. A Pordenone, la percentuale di alunni stranieri, comprese le seconde generazioni, raggiunge il 20,9%, mentre in alcuni istituti comprensivi arriva al 30%.

Il menu cambia, ma non ovunque allo stesso modo

La situazione non è identica in tutta la provincia. A Sacile, San Vito al Tagliamento e nel capoluogo, secondo le ricostruzioni pubblicate, i piatti a base di maiale sono stati eliminati dai menu scolastici interessati. A Spilimbergo, invece, il prosciutto può essere richiesto come aggiunta alla pizza o alle lasagne. Anche a Casarsa della Delizia sarebbero previste occasioni in cui vengono serviti piatti tradizionali contenenti carne suina.

Non si tratta, dunque, di un divieto nazionale della carne di maiale nelle scuole, ma di scelte adottate a livello locale nell’organizzazione della ristorazione scolastica.

Tra gli elementi che hanno contribuito al cambiamento figurano le nuove linee guida regionali per la ristorazione scolastica, che incoraggiano una maggiore attenzione alla qualità nutrizionale e favoriscono le carni bianche rispetto a quelle rosse. Le differenze religiose e culturali presenti nelle classi costituiscono un altro elemento del dibattito, ma non sono l’unica spiegazione possibile delle modifiche.

Il problema non è il cous cous, ma la possibilità di scegliere

Il cous cous o il pollo al curry non rappresentano, di per sé, una minaccia alla cucina italiana. La possibilità di conoscere pietanze di altre culture può essere un’occasione educativa e un modo concreto per avvicinare bambini con abitudini differenti.

La questione diventa più delicata quando, per offrire un menu rispettoso delle diverse esigenze, si decide di eliminare dai pasti comuni piatti della tradizione locale invece di prevedere alternative.

Le esigenze religiose meritano rispetto, così come quelle legate ad allergie, intolleranze e salute. Ma è legittimo chiedersi se la soluzione migliore sia rinunciare a determinati alimenti per tutti oppure organizzare menu equilibrati che permettano di rispettare le diverse necessità senza cancellare le consuetudini gastronomiche del territorio.

Una mensa scolastica deve innanzitutto garantire pasti sani, sicuri e adeguati alla crescita dei bambini. Può anche diventare uno spazio di educazione alimentare e culturale, purché l’inclusione non si trasformi in una contrapposizione tra tradizioni diverse.

La tradizione gastronomica entra nel dibattito pubblico

Il caso friulano ha acceso le polemiche perché tocca un tema che va oltre il contenuto di un piatto: il rapporto tra integrazione e identità culturale. Da una parte c’è chi considera l’adattamento dei menu un segno di attenzione verso una società che cambia; dall’altra chi teme che, per evitare qualsiasi contrasto, le istituzioni finiscano per mettere da parte abitudini consolidate.

La cucina italiana, del resto, non è soltanto una questione di gusto. È memoria familiare, territorio, agricoltura e cultura. Il prosciutto di San Daniele, come il frico o le altre specialità friulane, racconta una storia che merita di essere trasmessa anche alle nuove generazioni.

La sfida, quindi, non dovrebbe essere scegliere tra tradizione e multiculturalità, ma trovare un equilibrio ragionevole. La scuola può insegnare ai bambini a conoscere cucine diverse senza rinunciare a far conoscere loro i prodotti e le ricette della propria regione.

La domanda che rimane è semplice: per essere inclusivi bisogna togliere qualcosa a tutti, oppure si può fare spazio a tutti senza cancellare ciò che già esiste? La risposta, probabilmente, non si trova in una braciola o in un piatto di cous cous, ma nella capacità delle istituzioni di conciliare rispetto, buon senso e valorizzazione delle tradizioni.