Pasquetta all’italiana: il rito delle gite fuori porta che sa di libertà

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C’è un giorno, in Italia, che profuma più di tutti di primavera, di libertà e di semplicità: è il Lunedì dell’Angelo, per tutti semplicemente Pasquetta.

Una festa che non ha bisogno di grandi cerimonie né di abiti eleganti. Basta una coperta, un cestino pieno e la voglia di uscire di casa. Perché Pasquetta, più che celebrarsi, si vive.

L’espressione è tutta italiana: gita fuori porta. Non significa necessariamente viaggiare lontano, ma uscire dalla città, anche solo di pochi chilometri, per respirare aria nuova.

C’è chi sceglie il mare, chi la campagna, chi la montagna. E poi ci sono i parchi cittadini, presi d’assalto da famiglie, gruppi di amici e coppie che trasformano ogni angolo verde in una piccola festa improvvisata.

È una tradizione che affonda le sue radici nel dopoguerra, quando la Pasquetta diventò il simbolo della ritrovata leggerezza. E ancora oggi conserva quello spirito: semplice, spontaneo, autentico.

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Il vero protagonista della giornata è il cibo. Ma non serve nulla di complicato.

Nel cestino di Pasquetta trovano posto piatti pratici e gustosi:

  • torte salate e rustici
  • panini imbottiti
  • salumi e formaggi
  • uova sode, simbolo di rinascita
  • immancabile colomba pasquale

E poi vino, bibite, e tutto ciò che può essere condiviso. Perché Pasquetta è soprattutto questo: condividere.

Per molti, Pasquetta significa grigliata. Si accendono barbecue nei giardini, nei parchi attrezzati o nelle case di campagna.

Ma anche quando i programmi saltano — per il meteo incerto, grande protagonista di questa giornata — non importa. Gli italiani hanno un talento speciale: trasformare qualsiasi imprevisto in un’occasione.

Piove? Si mangia in macchina o sotto una tettoia.
C’è vento? Si ride e si tiene fermo il tavolo.
L’importante è stare insieme.

Per gli italiani che vivono lontano, la Pasquetta è una nostalgia dolce.

Non sempre è possibile ricreare l’atmosfera delle campagne italiane o delle coste affollate di amici. Ma lo spirito sì: basta una tavola condivisa, un parco, o anche un semplice balcone.

Perché, in fondo, Pasquetta non è un luogo. È un modo di stare insieme.




Repubblica Dominicana, il Sabato Santo tra spiritualità e festa continua

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651f675dcd892Dal raccoglimento religioso alle spiagge affollate: il Sabato Santo dominicano tra fede, vacanza e “teteo”

SANTO DOMINGO – Il Sabato Santo nella Repubblica Dominicana è un giorno che racconta, forse meglio di ogni altro, l’anima doppia del Paese: da una parte la tradizione religiosa, dall’altra la voglia di vivere, di stare insieme, di fare festa.

Il grande esodo verso il mare

Già dalle prime ore del mattino, le strade si riempiono. Auto cariche di famiglie, amici, casse di bevande e musica prendono la direzione delle spiagge e dei fiumi.

Località come Playa Boca Chica, Las Terrenas o Río San Juan diventano il cuore pulsante del fine settimana.

L’atmosfera è quella di una grande vacanza collettiva: barbecue improvvisati, bachata, merengue e gruppi di amici che si ritrovano sotto il sole caraibico.

Tra fede e tradizione

Non manca, però, la dimensione religiosa.

Nel pomeriggio e soprattutto in serata, molte persone partecipano alle celebrazioni nelle chiese, in particolare alla Veglia Pasquale, momento centrale della Settimana Santa.

È un contrasto tipicamente dominicano: il giorno vissuto tra mare e socialità, la sera dedicata alla spiritualità.

Il “teteo” del Sabato Santo

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Quando cala il sole, entra in scena un altro protagonista: il teteo.

Feste in strada, in spiaggia o nelle ville private, musica ad altissimo volume, luci e gente che balla fino a notte fonda.

Per molti è il momento più atteso. Per altri, soprattutto residenti, lavoratori, anziani e famiglie, è una prova di resistenza fatta di notti insonni.

Controlli e contraddizioni

Le autorità rafforzano i controlli sulle strade e nelle località turistiche per prevenire incidenti e garantire la sicurezza.

Ma mentre il traffico e l’ordine pubblico sono monitorati, il tema del rumore resta spesso fuori controllo, soprattutto negli spazi privati.

Un Paese tra due ritmi

Il Sabato Santo dominicano è questo: un equilibrio fragile tra devozione e divertimento, tra silenzio e musica, tra tradizione e modernità.

Un racconto vivido di un Paese che vive intensamente ogni momento, anche quando si tratta di un giorno, almeno sulla carta, dedicato all’attesa e al raccoglimento.




Un italiano tra i mariachi del Messico: la storia di Diego Martucci

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C’è una storia che unisce Italia e Messico attraverso la musica, ed è quella di Diego Martucci, conosciuto ormai come “il mariachi italiano”. Un percorso sorprendente, fatto di passione, studio e identità culturale, che oggi lo porta a esibirsi proprio nella terra dove questa tradizione è nata.

Nato in Italia nel 1981, Martucci si avvicina alla musica fin da giovane, studiando chitarra e formandosi nel rock e nel blues. Ma il vero punto di svolta arriva quando incontra la cultura messicana e, quasi per caso, il mondo del Mariachi.

È qui che scopre il guitarrón, lo strumento simbolo del ritmo mariachi. Accetta la sfida di impararlo e da quel momento inizia un percorso che lo porterà ben oltre i confini europei. Dal 2013 entra nel gruppo Mariachi Romatitlán, uno dei più importanti ensemble mariachi in Europa, iniziando tournée internazionali.

Martucci non si limita alla musica: studia lo spagnolo, le tradizioni e perfino le culture indigene del Messico. I suoi viaggi in stati come Chiapas e Oaxaca rafforzano un legame profondo con il Paese, che lui stesso descrive come “ammaliante” per la sua ricchezza culturale e spirituale.

Il mariachi, simbolo identitario del Messico, è infatti molto più di un genere musicale: rappresenta una tradizione viva, presente nelle celebrazioni, nelle serenate e nei momenti più importanti della vita sociale.

Nel 2025, Martucci è tornato protagonista proprio in Messico, partecipando a una serie di concerti nello stato di Jalisco, culla del mariachi. Tra le tappe principali figurano:

Guadalajara, con concerti pubblici e collaborazioni artistiche, eventi culturali organizzati dal Comune, incontri accademici con università messicane.

Un riconoscimento importante per un artista europeo che è riuscito a conquistare il pubblico messicano, non sempre facile quando si tratta di tradizioni così radicate.

La storia di Diego Martucci dimostra come la musica possa superare ogni frontiera. Da Anagni al Messico, il suo percorso è diventato un simbolo di integrazione culturale e passione autentica.

Oggi Martucci non è solo un musicista, ma un vero ambasciatore culturale: un italiano che ha saputo portare il mariachi nel mondo e, allo stesso tempo, il mondo del mariachi dentro di sé.




Lo Chef Antonio Arfè e la sua pastiera napoletana, icona della pasticceria partenopea

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fc3c9c29 fc90 45a8 83cf e61510cce1a6Oggi parliamo dello Chef Antonio Arfè, grande interprete della ristorazione napoletana e Presidente di CHEF Italia ETS.

Nato a Napoli nel quartiere Chiaia in una famiglia attiva nel commercio alimentare dal 1870, lo Chef Antonio cresce tra i profumi dei generi alimentari e sviluppa fin da giovane una passione per la cucina. Dopo gli studi, inizia a lavorare nell’attività familiare, dove osserva affascinato il lavoro dei cuochi. Il suo percorso professionale prende forma quando, su suggerimento di un collega Chef, introduce nella gastronomia di famiglia prodotti cotti e pronti, accompagnando l’attività con la formazione alla Capac Sud. Da qui inizia una rapida crescita: dalla ristorazione scolastica alla creazione di un ristorante da 60 coperti, passando per esperienze alla Taverna degli amici, al Bagno Elena, a Cannes e in altri luoghi d’Europa. Lavora anche 18 mesi presso la tenuta La Marca a Saviano, poi è lo Chef presso il Ritrovo del buongustaio, a seguire è lo Chef del Royal Vesuvio di Trecase e alla Maison Toledo di Pozzuoli, oltre a ricoprire la carica di docente presso l’ISFAD.

Oggi lo Chef Antonio Arfè è docente di corsi di cucina, esperto esterno agli esami di istituti alberghieri e consulente. Continua a gestire con passione la sua Gastronomia Arfè, dove, oltre ai classici prodotti di salumeria e caseari campani freschissimi, propone dolci, pizze rustiche, sfoglie, babà e creazioni di pasticceria tradizionale e innovativa. Innamorato della cultura enogastronomica partenopea, che conosce profondamente e che applica quotidianamente nelle sue attività di catering, si è dedicato ad un settore importante della ristorazione, che è quello della gastronomia, dove è fondamentale il connubio tra la conoscenza delle materie prime che utilizza, in particolare salumi e formaggi, e dei piatti che propone.

18bdac5d b00c 4561 a146 056b241fbe01La sua cucina nasce dalla tradizione napoletana ma con una rivisitazione personale che unisce creatività e fedeltà ai sapori autentici di Napoli. Fare il cuoco a Napoli è un’arte intrisa di magia, dove la tradizione secolare si fonde con la passione travolgente e l’amore per ingredienti semplici ma intensi. È un incantesimo insegnato dal vento e dal mare, che trasforma gesti antichi in piatti che narrano storie, passione e sapori indimenticabili. La vera magia risiede nella pazienza, come nel caso del ragù napoletano o della “genovese”, dove la lenta cottura (“pippiare”) trasforma ingredienti semplici in un sogno culinario. Cucinare a Napoli non è solo lavoro, ma pura arte e amore, un atto che crea felicità e condivisione; e poi i cuochi napoletani sanno equilibrare l’innovazione culinaria con il rispetto profondo per le ricette classiche e le tecniche tradizionali autentiche. Vivere la cucina napoletana significa immergersi in un’esperienza che va oltre il semplice cibo, toccando il cuore e le tradizioni di una città unica.

Per lo Chef Antonio Arfè, creare un nuovo piatto significa esprimere se stessi: ogni gesto in cucina è simile a comporre una melodia, dove gli ingredienti diventano note e l’armonia del piatto racconta la personalità di chi cucina. Le sue creazioni sono legate al bagaglio culturale culinario basato sulla vera tradizione napoletana e propone, infatti, diversi piatti della cucina partenopea ma rivisitati secondo il suo gusto creativo ma che, comunque, mantengono un legame indissolubile con Napoli. Più che un’attività commerciale, la Gastronomia Arfè è oggi un vero punto d’incontro per appassionati di gastronomia, dove si propongono i più svariati prodotti d’eccellenza nel campo dei salumi e dei formaggi, sempre di primissima qualità, con un’ampia selezione di prodotti tipici. E poi i loro vassoi ed i taglieri addobbati con le loro molteplici specialità, le torte, le pizze rustiche, i tortani e le sfoglie di scarola, di salsicce e friarielli, di peperoni e provola, di melanzane e provola, la frolla rustica, il babà rustico, il danubio, le crostate di ricotta e verdure e tanto altro, tutte di loro esclusiva produzione, non dimenticando, infine, i loro eccezionali panettoni con lievito madre e le loro colombe pasquali. https://www.gastronomia-arfè.it/

*Ed eccoci ora alla proposta dello Chef Antonio Arfè, un classico, specialmente nella settimana della Santa Pasqua, la sua pastiera napoletana, che è uno dei dolci più famosi della pasticceria tradizionale partenopea: a Napoli viene preparata in ogni famiglia, e ognuna custodisce il suo segreto per rendere la ricetta unica. È una ricetta legata alla tradizione conventuale, in particolare al Monastero di San Gregorio Armeno, dove le monache la preparavano per la Pasqua. Secondo la leggenda, nacque come dono della sirena Partenope al popolo napoletano: si narra che, innamorata della città, emergesse ogni primavera nelle acque del Golfo per cantare la sua gioia. Gli abitanti, per ringraziarla, le offrirono sette ingredienti simbolici, farina, ricotta, uova, grano, zucchero, spezie e acqua di fiori d’arancio, che lei portò agli dèi e loro li trasformarono nella prima pastiera, simbolo di rinascita. La ricetta che conosciamo oggi, però, venne codificata nel XVI secolo dalle suore del monastero di San Gregorio Armeno, che aggiunsero i canditi e tramandarono il rito della preparazione al Giovedì Santo. Fu poi tra Settecento e Ottocento, che la pastiera napoletana conquistò le famiglie aristocratiche e borghesi partenopee, diventando il dolce pasquale della città e poi diffondendosi in tutta Italia come emblema di prosperità e buon auspicio.

Ma veniamo ora agli ingredienti della pastiera napoletana del nostro Chef Antonio Arfè, rigorosamente senza aggiunta di crema; per la frolla: 500 gr. di farina, 200 gr. di zucchero, 200 gr. di strutto (non burro quindi, come nella versione originale), 3 uova intere, la scorza di limone grattugiata q.b.

Per il ripieno: 400 gr. di grano cotto (assolutamente bollito in casa, come tradizione vuole, non quello in barattolo), 300 ml. di latte, 30 gr. di strutto o sugna, scorza di limone q.b., 500 gr. di ricotta di pecora (ben scolata), 400 gr. di zucchero, 5 uova intere + 2 tuorli, acqua di fiori d’arancio (abbondante, è l’elemento fondamentale), canditi (zucca candita e arancia) q.b., cannella (presente nelle versioni più antiche) q.b.

Preparazione:

1. Il grano: cuocete il grano nel latte con scorza di limone e sugna; deve diventare cremoso ma non frullato (la pastiera antica è rustica). Lasciate raffreddare completamente.

2. La crema di ricotta: lavorate la ricotta e lo zucchero fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo, quindi aggiungete le uova una alla volta. A questo punto unite l’acqua di fiori d’arancio, i canditi e le spezie.

3. Assemblaggio del ripieno: incorporate il grano freddo al composto di ricotta ottenuto. Mescolate bene, il ripieno deve essere profumato e abbastanza fluido.

4. Pasta frolla: impastate velocemente gli ingredienti, quindi fate riposare almeno per 1 ora.

5. Assemblaggio finale: stendete la frolla e rivestite uno stampo. Versatevi, quindi, il ripieno. Decorate, infine, con le classiche strisce incrociate, 7 come vuole la tradizione.

6. Cottura: forno statico a 160-170°C per circa 1 ora e mezza ventilato, 170° a camino chiuso per 55 minuti, una modalità di cottura che serve a trattenere l’umidità all’interno. Deve risultare ben dorata e asciutta sopra. Riposo (fondamentale): la pastiera non si mangia subito, bisogna aspettare minimo 24 ore, meglio 2-3 giorni dopo la preparazione. Questo passaggio è essenziale nella tradizione napoletana: i profumi devono amalgamarsi.

Se lo gradite, potete spolverare la pastiera con dello zucchero a velo, ma soltanto una volta raffreddata, prima di servirla. E buona degustazione.

 




Settimana Santa in Canada: tra fede, multiculturalismo e tradizione discreta

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4v0a1527In Canada la Settimana Santa si celebra in un contesto profondamente diverso rispetto ai Paesi di tradizione cattolica mediterranea o latinoamericana. Più sobria, meno visibile nello spazio pubblico, ma ancora significativa per le comunità religiose, rappresenta un momento di raccoglimento e identità culturale.

Le celebrazioni si concentrano soprattutto nelle chiese cattoliche e protestanti, con una partecipazione più marcata nelle province del Québec e dell’Ontario, dove è più forte la presenza di fedeli di origine europea. Il Venerdì Santo resta il momento centrale, dedicato alla commemorazione della Passione di Cristo, con liturgie solenni e momenti di riflessione.

Particolarmente suggestiva è la Veglia Pasquale, celebrata nella notte tra il sabato e la domenica, caratterizzata dall’accensione delle candele e da un’atmosfera raccolta che sottolinea il significato della resurrezione.

A differenza di altri Paesi, in Canada sono rare le grandi processioni pubbliche: la dimensione religiosa si esprime prevalentemente all’interno dei luoghi di culto. Tuttavia, nelle comunità di immigrati — in particolare latinoamericane, italiane e filippine — non mancano iniziative che richiamano le tradizioni dei Paesi d’origine.

Accanto all’aspetto religioso, la Pasqua in Canada ha anche una forte dimensione sociale e familiare. Il lungo fine settimana è occasione di incontri, viaggi e attività all’aperto, tra cui la tradizionale caccia alle uova per i bambini.

In una società sempre più secolarizzata, la Settimana Santa mantiene dunque un doppio volto: da un lato evento religioso vissuto con discrezione, dall’altro festività civile che segna uno dei momenti più attesi della primavera canadese.




Pesce d’aprile, perchè si festeggia oggi e quali sono gli scherzi più famosi

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pesce daprile 2 1024x576Torna come ogni anno il fatidico 1 aprile, giorno in cui tradizionalmente ogni scherzo vale, come e più che a Carnevale. Lo scherzo più famoso e datato è il ‘pesce d’aprile’, ovvero è il buon vecchio pesce di carta disegnato e attaccato sulla schiena di qualcuno in un momento in cui non guarda e non ne se accorge. Spesso si dà un abbraccio per finta e zac! il pesce è attaccato sulla schiena in bella mostra. Ma se la tradizione del pesce è rimasta viva e piace soprattutto ai più piccoli, col tempo la tendenza allo scherzo si è evoluta e ha fatto spuntare scherzi molto più elaborati e di dimensione internazionale. Basta pensare a quando, del 1957, la Bbc diede la notizia di una piantagione, in Svizzera, di alberi da cui scendevano spaghetti. Dieci anni dopo a giocare uno scherzo incredibile fu la tv nazionale svedese, la Sveriges Television, che spiegò ai telespettatori un trucco per trasformare i propri televisori in bianco e nero in apparecchi a colori. Come? Coprendo la televisione con sottili calze di nylon. In Francia nel 1986 il quotidiano francese Le Parisien annunciò che la Tour Eiffel sarebbe stata spostata a Disneyland. In Italia uno scherzone coi fiocchi lo giocò il quotidiano ‘La Notte’ nel 1961: annunciava l’arrivo di una legge a Milano che imponeva di mettere la targa ai cavalli.

Venendo a tempi più recenti, nel 1998 Burger King pubblicizzò la nascita di un panino rivoluzionario: avrebbero potuto mangialo solo i mancini L’annuncio dato a tutta pagina sul quotidiano Usa Today ci fece cascare in moltissimi. Google ha preso in giro gli internauti nel 2010, lanciando la app ‘Google translate for animals’ per tradurre il linguaggio degli animali.

L’ORIGINE DEL PESCE D’APRILE

Qualcuno dice che il #pesce d’aprile abbia origini romane, altri addirittura chiamano in causa gli egizi. L’ipotesi più probabile, comunque, sarebbe quella di un origine in tempi più moderni, alla fine del 1500: in Europa, fino al sedicesimo secolo, tra il 25 marzo e il primo aprile c’era l’usanza di scambiarsi regali perchè cadeva la festa dell’Equinozio di Primavera ed era considerato Capodanno. Nel 1582, però, la Francia abbandonò il calendario Giuliano per passare a quello Gregoriano: molte persone però non capirono subito che l’inizio del nuovo anno era stato spostato al primo gennaio, continuando così a festeggiarlo e a scambiarsi regali proprio nei mesi primaverili. Per questo motivo furono prese in giro, subendo numerosi scherzi. Tra questi proprio quello di attaccare pesci di carta sulla schiena, burla che ha resistito fino ai nostri giorni e che vuole simboleggiare una persona facilmente ingannabile, una credulona, che ‘abbocca all’amo con facilità.

IL PESCE D’APRILE NEL MONDO

Il pesce d’aprile si festeggia in numerosi Paesi del mondo. Nei Paesi anglossassoni viene utilizzata l’espressione ‘April fool’s day’. Il Portogallo dedica due giorni agli scherzi, la domenica e il lunedì prima della Quaresima. Giorni durante i quali è consentito svuotare interi pacchi di farina sulle teste dei propri amici e parenti. Anche la Scozia dedica al pesce d’aprile due giorni, il secondo dei quali ha però forse poco a che fare con il divertimento. Nel corso del ‘Taily Day’, il ‘giorno delle natiche’, gli scozzesi si rincorrono cercando di attaccare dietro alle spalle dello sciocco di turno, il cosiddetto ‘gawk’, un cartello con una scritta dal significato inequivocabile: ‘kick me’, ovvero ‘prendimi a calci’.
E se anche in Francia, durante il ‘poisson d’avril’, si attaccano pesci di carta dai mille colori sulle schiene delle persone delle quali ci si vuole prendere gioco, il 1° aprile della Germania è il giorno dedicato all’Aprilscherz, ovvero lo ‘scherzo di aprile’.

 

agenzia Dire – www.dire.it




Andrea Bocelli incanterà Città del Messico: concerto gratuito nello Zócalo

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bocellizocalopuntovertGrande attesa a Città del Messico per un evento destinato a richiamare migliaia di persone: il celebre tenore italiano Andrea Bocelli si esibirà in un concerto gratuito nella suggestiva cornice dello Zócalo, la piazza principale della capitale.

L’annuncio è stato dato dalla sindaca Clara Brugada, che ha sottolineato l’importanza culturale dell’iniziativa. L’appuntamento è fissato per sabato 18 aprile alle ore 19, ma le autorità invitano il pubblico ad arrivare con largo anticipo, vista la prevista affluenza eccezionale.

Il concerto rientra nel tour con cui Bocelli sta celebrando i trent’anni di “Romanza”, uno degli album più rappresentativi della sua carriera. Dopo varie tappe in Europa, l’artista porterà il suo spettacolo anche in America del Nord, promettendo una serata speciale arricchita dalla presenza di ospiti a sorpresa.

La scelta dello Zócalo non è casuale: si tratta di uno degli spazi pubblici più grandi al mondo, capace di accogliere centinaia di migliaia di spettatori e trasformarsi, per l’occasione, in un enorme teatro a cielo aperto.

Secondo l’amministrazione cittadina, l’evento punta a rafforzare il ruolo di Città del Messico come grande capitale culturale internazionale, offrendo spettacoli di alto livello accessibili gratuitamente alla popolazione.

Non è la prima volta che la piazza ospita concerti di artisti di fama mondiale, ma la presenza di Bocelli, una delle voci italiane più amate nel mondo, aggiunge un significato speciale, anche per la comunità italiana residente nel Paese.

Con un repertorio che spazia tra lirica e musica pop, e con brani celebri come Con te partirò o Vivo per lei, il concerto si preannuncia come uno degli eventi musicali più importanti dell’anno nella capitale messicana.

Per gli italiani all’estero, sarà anche un’occasione per sentirsi un po’ più vicini a casa, grazie a una voce che da decenni rappresenta l’Italia nel mondo.




Toronto. La quinta edizione de L’Eco dei Dialetti 2026

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img 7574Il comitato organizzativo de L’Eco dei Dialetti è entusiasta di annunciare il ritorno dell’evento comunitario, giunto ormai alla sua quinta edizione.

Sotto gli auspici di Villa Charities, l’evento si svolgerà dalle 18:00 alle 20:30 di giovedì 27 agosto 2026 presso il Columbus Centre di Toronto.

Questo evento gratuito invita la comunità a riunirsi e ad apprezzare le ricche e diverse lingue parlate nelle regioni italiane, i nostri dialetti. Un incontro con poeti, musicisti, professori e attori teatrali, un vero e proprio viaggio nei dialetti, nelle parole e nei ricordi delle nostre prime lingue, che da sempre arricchiscono le regioni italiane. Una serata speciale che vuole celebrare la ricchezza e la varietà delle lingue regionali italiane, offrendo agli autori l’opportunità di condividere le proprie creazioni con un pubblico appassionato e attento.

Gli autori sono invitati a presentare opere originali e inedite, che possono essere in prosa, poesia o canzone, scritte interamente in dialetto. Le proposte non devono superare le 350 parole e dovranno essere lette dagli stessi autori durante l’evento.

typoramaLa selezione delle opere sarà curata dal comitato organizzatore, che comunicherà direttamente agli autori l’accettazione delle loro proposte. La scadenza per l’invio delle opere è fissata a giovedì 30 aprile 2026.

Le proposte devono essere inviate via e-mail a: ecodialetti@gmail.com

Gli organizzatori si augurano di trascorrere una splendida serata con tutta la comunità presente, durante la quale tutti potranno apprezzare la ricchezza del nostro patrimonio culturale e onorare le numerose lingue regionali che ci danno identità e voce.

Le quattro edizioni precedenti hanno riscosso un enorme successo, attirando oltre 200 partecipanti ad ogni evento. In particolare, gli organizzatori, già da ora, sono oltremodo grati per il generoso sostegno di tutti, sia sotto forma di contributo monetario che per la partecipazione al rinfresco.

In ultimo, vogliamo ricordare i componenti del Comitato Organizzatore: Bruna Di Giuseppe-Bertoni (founder), Gianni Mignardi (chair), Sabrina Baldesarra, Alfio Foti, Joe Giampaolo, Thomas Lombardi, Bruno Magliocchetti, Franco Pagliaro, Gianna Patriarca, Daniela Sanzone, Mirella Tersigni, Maria Zarrone.

Dettagli dell’evento:
Data: giovedì 27 agosto 2026
Orario: dalle 6:00 pm alle 8:30 pm
Luogo: Columbus Centre, 901 Lawrence Ave. West, Toronto, ON
Ingresso: gratuito.                                                                                 Per maggiori informazioni, contattare: ecodialetti@gmail.com oppure il numero 416-805-3574

 




Lo Chef Sebastiano Aldo Rizzotti e il suo ossobuco con la gremolada e risotto allo zafferano

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img 7194Oggi presentiamo lo Chef Sebastiano Aldo Rizzotti, da poco entrato a far parte della famiglia di CHEF Italia ETS.

Classe 1968, siciliano di Avola in provincia di Siracusa, vanta oltre 30 anni di esperienza come Chef in prestigiosi hotel e ristoranti tra Francia e Germania. Dopo aver completato gli studi presso l’Istituto Professionale Federico II di Svevia a Siracusa, nel 1995 riceve il Diploma di Merito dalla Federazione Italiana Cuochi e dall’Associazione Cuochi Agrigentini, consolidando la sua reputazione nel panorama culinario.

Esperto di cucina italiana tradizionale rivisitata in chiave moderna, il nostro Chef Sebastiano Rizzotti unisce tecniche innovative di impiattamento ad un profondo legame con le sue radici siciliane. La sua cucina è un viaggio attraverso i sapori d’Italia, spaziando dai piatti iconici del Nord, come il baccalà alla vicentina e i canederli trentini, a quelli del Sud, come la pasta alla Norma e la pizza napoletana, in un perfetto equilibrio tra tradizione e creatività.

Dopo aver frequentato con passione e profittola Scuola Alberghiera Landesberufsschule für das Hotel & Gaststättengewerbe Paul Kerschensteiner Schule Bad Überkingen / BW, ne consegue il relativo diploma nel 2000. Oggi risiede a Leinfelden Echterdingen, in Germania.

Come forse non tutti sanno, viaggiare e lavorare in cucine internazionali è considerato fondamentale per la crescita professionale, come sottolineato da tutti gli esperti del settore. All’estero, tra l’altro, si incontrano contesti lavorativi diversi, spesso con una maggiore attenzione al riposo dei dipendenti rispetto alla tradizione italiana. In ogni caso, tutti consigliano di affrontare le esperienze all’estero con dedizione, accettando ruoli di base per imparare, poiché il costo della vita può essere elevato e la competizione è alta. E poi il lavoro di cuoco ha diverse esigenze, ad esempio, bisogna sempre essere pronti a lavorare sotto pressione poiché i ritmi in cucina sono spesso frenetici e faticosi e gli orari di lavoro sono probabilmente molto diversi dal classico lavoro dalle 9 alle 5. Tuttavia, all’estero si ha la possibilità di mostrare il proprio lato artistico, contribuire con le proprie creazioni e godere  della sensazione di aver creato qualcosa che possa rendere felici gli ospiti. Infine, si può persino contribuire con ricette di famiglia e specialità del proprio paese d’origine, ampliando così il repertorio di ogni cucina. Ovviamente, a seconda del paese in cui si lavora, bisogna tenere presente che la conoscenza delle lingue è un requisito fondamentale, anche se, nel settore alberghiero, della ristorazione e del turismo, spesso si ha il vantaggio di lavorare in un team internazionale e di comunicare in cucina principalmente in inglese e, naturalmente, la propria conoscenza della lingua deve essere abbastanza buona in modo da poter seguire le istruzioni e di eseguirle correttamente, e viceversa, visto che la comunicazione è un fattore importante in cucina affinché tutto funzioni senza intoppi. Naturalmente il nostro Chef Sebastiano Aldo Rizzotti, si è perfezionato anche nella lingua tedesca, dato che, dal 2017, è Chef del Ristorante Pizzeria Steakhaus L’Unica, un’attività a conduzione familiare situata nel cuore di Leinfelden-Echterdingen, in Germania. La proposta culinaria sua e del ristorante si basa su un’interpretazione autentica della cucina italiana, con un focus su prodotti d’eccellenza certificati DOP: pasta fresca fatta in casa, carni pregiate come Fassona e Chianina, pesce e ingredienti accuratamente selezionati provenienti direttamente dall’Italia.

b09a06c8 2dcf 4e0e bc52 13ef04949e8d(1)Anche la pizza è un omaggio alla tradizione, preparata esclusivamente con mozzarella DOP e pomodoro italiano. Lo Chef Sebastiano Rizzotti ed il suo team si distinguono per la dedizione nel preservare e promuovere l’identità gastronomica italiana. Fieri ambasciatori del gusto e del Made in Italy in Germania, lavorano con passione per valorizzare e divulgare l’autenticità della cultura culinaria italiana.

*Ed ecco la ricetta che il nostro Chef Sebastiano Aldo Rizzotti ci presenta oggi: il suo ossobuco alla milanese con la gremolada ed il risotto allo zafferano. L’ossobuco è una pietanza della cucina lombarda che ha origini storiche nel lontano 1800, quando veniva preparato nelle case popolari milanesi. Anticamente era una ricetta in bianco, il pomodoro è stato poi aggiunto solo più tardi, quando, cioè, è diventato un ingrediente comune ed usato in tutte le case italiane. Il nostro Chef Sebastiano Aldo Rizzotti ci tiene a dire che usa nella sua preparazione solo 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro.

Ma veniamo ora agli ingredienti per 4 persone: 4 fette di ossobuco di 3-4cm di spessore, farina q.b., 1 cipolla media, 2 carote medie, 2 coste di sedano, 2 spicchi d’aglio, 200 ml. di vino bianco secco, 500 ml. di brodo di vitello, olio extravergine d’oliva q.b., burro q.b., sale q.b., concentrato di pomodoro q.b., 1 foglia di alloro, prezzemolo q.b., la buccia grattugiata di 1 limone non trattato.

Per la gremolada: preparate un trito con aglio, prezzemolo e scorza di limone q.b., aggiungendolo alla carne negli ultimi minuti.

Procedimento: tagliate leggermente con un coltello affilato i bordi della fette di ossobuco in modo che non si arriccino in cottura. Salate e pepate, quindi passate le fette di carne nella farina da entrambe le parti e soffriggetele in olio caldo insieme ad una noce di burro per pochi minuti; per una leggera doratura 3-4 minuti sono sufficienti. Dopodiché disponete le fette di ossobuco in una pirofila o su una teglia. Nel frattempo, nella stessa padella o pentola bassa, fate appassire le verdure precedentemente tagliuzzate grossolanamente, fatele rosolare, quindi aggiungete l’aglio. Sfumate ora con il vino bianco secco e lasciate evaporare la nota alcolica. A questo punto aggiungete il concentrato di pomodoro ed il brodo di carne. Infine, disponete le fette di carne nuovamente in pentola con qualche scorza di limone non trattato. Coprite il tutto e fate cucinare a fuoco basso per circa 2 ore o, se preferite, in forno statico a 110°C. per circa 3 ore. Trascorso questo tempo, disponete le fette di ossobuco su un piatto di portata. Passate al mixer il sugo di cottura, quindi passatelo su un setaccio a maglie strette; infine, versatelo in un pentolino e fate cuocere il tutto il tempo necessario ad ottenere una salsina ristretta, aggiungendo, a piacere, una noce di burro. Versate, in ultimo, la salsina ottenuta sulle fette di ossobuco e aggiungete la gremolada.

Abbinamento Classico: l’ossobuco tradizionale si serve con il risotto alla milanese; il risotto, solitamente di varietà Carnaroli, viene tostato, sfumato con il vino, cotto con lo zafferano e  mantecato, infine, con burro e grana padano. Oppure si può anche servire con polenta o con purè di patate, a piacimento.

Per il risotto: 400 gr. di riso Carnaroli, 40 gr. di midollo di bue (facoltativo), 1 cipolla dorata, 40 pistilli di zafferano (o una bustina, se non l’avete), 60 gr. di burro, 4 cucchiai colmi di grana padano grattugiato per mantecare, sale q.b., 2 litri di brodo di carne.

Procedimento: mettete la metà del burro in una pentola dai bordi alti, fatelo sciogliere insieme al midollo, aggiungete la cipolla tritata finemente e fatela diventare trasparente. Aggiungete il riso, tostatelo appena, aggiungete due pizzichi di sale e bagnatelo con un mestolo di brodo caldo. Proseguite la cottura aggiungendo poco brodo per volta e mescolate continuamente. A metà cottura aggiungete lo zafferano. Portate il riso a cottura: una volta cotto, spegnete il fuoco e mantecate con il burro rimasto e con il grana padano grattugiato. Impiattate l’ossobuco con la sua gremolada ed il risotto allo zafferano e servite immediatamente. E buona degustazione.




Addio a Gino Paoli: cala il sipario sul poeta che dipinse il cielo in una stanza

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125700426 a9d7edf6 5353 4714 b0ee ce5287acad64Gino Paoli si è spento oggi nella sua amata Genova. Aveva 91 anni. Con lui se ne va l’ultimo grande caposcuola della canzone d’autore italiana, un artista che ha saputo trasformare i sentimenti più intimi in un patrimonio collettivo, rendendo eterna la fragilità dell’amore.

Nato a Monfalcone ma genovese nell’anima e nel carattere, Paoli è stato il pilastro della “Scuola di Genova”. Fin dai primi anni ’60, ha scardinato le regole della canzonetta tradizionale per introdurre una scrittura densa, jazzistica e profondamente umana. Da “Il cielo in una stanza” a “Sapore di sale”, le sue melodie hanno accompagnato i cambiamenti di un’Italia che imparava a sognare e a riflettere.

Non è stato solo un cantante, ma un intellettuale prestato alla musica e alla politica. La sua carriera è stata costellata di successi mondiali, ma anche di momenti bui e di una vena malinconica che non ha mai nascosto. Canzoni come “Senza fine” e “Che cosa c’è” rimangono vette insuperate di eleganza compositiva.

Il mondo della cultura e dello spettacolo si stringe intorno alla famiglia. Con la sua scomparsa, l’Italia perde non solo una voce inconfondibile, ma un pezzo della propria identità culturale.

“Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti…”

Oggi quelle pareti sono cadute davvero, lasciandoci soli davanti a un cielo che, grazie a lui, sarà per sempre un po’ più vicino.