Il Maestro Gelatiere Alessandro Spanò e il suo gelato “l’incontro audace”

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5219c74c 8428 441d a91d 0a860e84d45bOggi presentiamo il Maestro Gelatiere Alessandro Spanò che recentemente è entrato a far parte della famiglia di CHEF Italia ETS, un noto professionista che ha fatto del motto “Tradizione in Evoluzione” la costante caratteristica della sua attività lavorativa.

Classe 1976, siciliano di Messina, ci racconta che la sua carriera è iniziata tra i banchi delle medie e il bancone dell’attività di famiglia. Si può dire che aveva solo 13 anni quando cominciò a muovere i primi passi nel mondo del lavoro: un’esperienza sicuramente assai precoce che, però, gli ha insegnato sin da subito il valore del sacrificio, l’importanza di un sorriso al mattino verso chiunque e l’arte, mai scontata, della gestione del rapporto con i clienti. Diventare gelatiere è un’opportunità eccezionale per chi ama veramente questo mestiere,  vuole mettersi in proprio e iniziare a lavorare.

​Oggi, come gestore e responsabile del Bar Sikania Caffè, situato nella sua città, da circa 9 anni, porta avanti questo percorso con grande orgoglio e una profonda consapevolezza dei propri mezzi. Negli anni, poi, ha anche scelto di non fermarsi agli aspetti superficiali ma di perseguire ogni opportunità di approfondimento di questa professione, dedicandosi con passione allo studio della cucina e della gelateria. ​

Il suo obiettivo quotidiano è essenzialmente quello di far convivere le due anime: quella di restare fedele agli insegnamenti e ai valori che gli ha trasmesso suo padre, mantenendo quel calore tipico dell’accoglienza della sua terra, e, allo stesso tempo, quella di evolversi costantemente attraverso l’adozione di nuove tecniche e tendenze contemporanee. In lui è fermamente radicata la convinzione che l’innovazione non debba per forza cancellare il passato, semmai possa essere di grande contributo per valorizzarlo.

Ogni giorno ha l’opportunità di offrire la sua esperienza e la sua curiosità professionale al servizio di ogni cliente, convinto che, dietro ogni caffè, piatto o gelato, ci debba necessariamente essere una storia di dedizione e continua ricerca della qualità. Il gelato, se vogliamo, è un concentrato di felicità e gusto che non conosce crisi né età, ed ha la pretesa di strappare un sorriso nei momenti critici, come anche di addolcire gli animi in ogni momento della giornata. Senza ombra di dubbio, l’arte della gelateria è una tradizione tutta italiana in costante crescita che richiede professionisti appassionati ed ambiziosi, pronti a sperimentare e scommettere senza perdere di vista le solide basi dei Maestri gelatieri.

ba7800e5 029d 45fd 83b6 0dc53ea0de28Rispetto al passato, intraprendere la professione del gelatiere non è semplice ma possibile, ma solo se si ha passione, volontà e dedizione al lavoro. E poi preparare il gelato richiede procedimenti quasi da chimici esperti, tanto da essere chiaro che, in questo settore, non è contemplata l’arte dell’improvvisazione. È indispensabile essere preparati e competenti; la prima cosa da fare per iniziare questa professione è seguire un corso per gelatiere altamente professionalizzante, ma non solo. La formazione prosegue anche dopo e, possiamo dire, che dura tutta la vita professionale. Un buon gelatiere deve possedere alcune caratteristiche specifiche, oltre a possedere le opportune competenze del mestiere; sicuramente una buona predisposizione alle relazioni interpersonali, saper soddisfare le richieste dei suoi clienti e, soprattutto, poter offrire a loro sempre gusti nuovi, certamente golosi e sempre di qualità.

Il gelato del nostro Maestro Gelatiere Alessandro Spanò si ispira costantemente ai sapori e alla cultura della sua città: dalle bancarelle di frutta fresca alle panetterie locali, è oltremodo orgoglioso di utilizzare ingredienti locali e di onorare le tradizioni della sua comunità. Il suo gelato è preparato fresco ogni giorno in casa con prodotti e ingredienti sempre di alta qualità, dal gelato sfuso ai vari tipi di dessert e alle torte gelato e a qualsiasi ordinazione per feste ed eventi speciali.

*Ed eccoci ora al gelato che il nostro Maestro Gelatiere ci presenta oggi, una proposta speciale con ingredienti molto particolari e che, per questo, ha scelto di chiamare “l’incontro audace”.

Ma veniamo subito agli ingredienti: pere Williams 500 gr., latte fresco intero 150 ml., panna fresca 100 ml., zucchero 100 gr., destrosio 20 gr., neutro 1 cucchiaino e mezzo, Gorgonzola DOP 150 gr., mascarpone 80 gr., sale Maldon q.b., noci già sgusciate 100 gr., miele 50 gr., il succo di mezzo limone, pepe nero q.b., Grana Padano DOP 100 gr., qualche foglia di salvia.

Procedimento: dopo aver scaldato il latte e aggiunto tutte le polveri, a composto freddo, inserite la panna e le pere precedentemente frullate. Quindi mantecate il tutto nella gelatiera. Per il cremoso, mettete insieme gorgonzola, mascarpone, panna e una leggera spolverata di pepe nero, dopodiché montate il composto.

Per la decorazione, provvedete ad una leggera tostatura delle noci e a tagliare delle fette di mele, quindi aggiungete a caldo miele e sale Maldon, dopodiché fate raffreddare il tutto su un piano. Nel frattempo, in forno o su piastra antiaderente preparate le cialde di grana padano: posizionate un cucchiaio abbondante di Grana Padano DOP su una teglia ricoperta di carta forno: calcolate circa 15-20 cm di diametro per ogni cialda. Mettete poi la teglia in forno caldo a 180° per qualche minuto, finché il formaggio inizierà a sciogliersi e i bordi a dorarsi, quindi sfornate e lasciate raffreddare, dopodiché le spezzettate e le usate per guarnire. Impiattate a piacimento con una foglia di salvia, servendo al piatto o in coppa.

Questo gelato per il suo basso contenuto di zuccheri risulta perfetto per un antipasto creativo o per un pre dessert. Si consiglia abbinato ad un Passito di Pantelleria che, grazie alle sue caratteristiche, bilancia bene il suo sapore con quello del gelato senza risultare stucchevole al palato. È, come sempre, buona degustazione.




Sanremo è ancora attuale? O stiamo vivendo solo di nostalgia?

teatro ariston sanremo

teatro ariston sanremoOgni anno, puntuale come una liturgia laica, arriva Sanremo. E ogni anno si ripete la stessa domanda: ma lo guarda ancora qualcuno? Oppure è diventato un rito per nostalgici, un’eco sbiadita di un’Italia che non c’è più?

La risposta, per quanto possa sorprendere i più scettici, è semplice: Sanremo è ancora attualissimo. Ma non è più quello di una volta.

Un tempo il Festival era l’unico grande evento musicale nazionale. Non c’erano piattaforme, non c’erano social, non c’era la frammentazione dell’attenzione. Oggi il pubblico è disperso tra streaming, clip, podcast, reaction su TikTok e commenti su X.

Eppure, quando si accendono le luci del Teatro Ariston, milioni di persone tornano a guardare — chi in diretta, chi a pezzi, chi solo per vedere “cosa è successo”.

Non è più un appuntamento passivo. È un evento da commentare. Da discutere. Da criticare.

La forza di Sanremo sta proprio qui: riesce ancora a mettere sullo stesso palco artisti che parlano a pubblici completamente diversi.

C’è chi aspetta il grande nome storico.
Chi segue il rapper del momento.
Chi guarda solo la serata delle cover.
Chi si interessa più agli ospiti che alle canzoni.

Sanremo non è più solo una gara musicale. È uno specchio dell’Italia contemporanea, con tutte le sue contraddizioni: tradizione e provocazione, classicismo e sperimentazione, eleganza e polemica.

Sì, c’è nostalgia. Sempre.
Ogni anno qualcuno dice: “Non è più il #Sanremo di una volta”.

Ma forse il punto è proprio questo: se fosse rimasto quello di una volta, sarebbe morto.

Il Festival è sopravvissuto perché si è trasformato. Ha aperto le porte ai giovani, ha accettato linguaggi nuovi, ha lasciato spazio anche alla contaminazione internazionale. E in un’epoca in cui tutto dura poche ore, riesce ancora a dominare l’attenzione per cinque giorni consecutivi.

Non è poco.

C’è però un segnale da non ignorare: la fruizione è diversa. Molti non guardano l’intera serata. Seguono solo i momenti clou. Le polemiche fanno quasi più audience delle canzoni.

La musica, a volte, passa in secondo piano rispetto allo spettacolo.

E questo è il vero bivio per il futuro: Sanremo resterà un festival della canzone o diventerà solo un grande show televisivo?

È ancora attuale?

Sì.
Perché ancora divide.
Perché ancora fa discutere.
Perché ancora genera emozioni.

Un evento morto non provoca reazioni. Sanremo le provoca, eccome.

Forse non è più il centro unico della cultura musicale italiana. Ma resta uno dei pochissimi momenti in cui il Paese — dentro e fuori dai confini — si ritrova a parlare della stessa cosa, nello stesso momento.

E in un mondo frammentato, questa è già una piccola forma di miracolo.




Addio a Neil Sedaka, la voce gentile degli anni Sessanta (VIDEO)

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k2o0ywvvphih7ilmicin8ktkes8sqhs fpbclkytmeylcxpfno6yvr8bfhreat8urmgesjkylzkccx 900zxsyxv7o9hqfjibe6vgkct6 4Si è spento #Neil Sedaka, uno dei cantautori americani più amati anche dal pubblico italiano negli anni Sessanta. Aveva attraversato decenni di musica leggera con uno stile elegante, melodico, capace di parlare direttamente al cuore.

Nato a Brooklyn nel 1939, Sedaka era stato un enfant prodige del pianoforte prima di diventare una star internazionale. Il suo nome è legato a successi che hanno segnato un’epoca: da “Oh! Carol” a “Calendar Girl”, fino a “Breaking Up Is Hard to Do”. Brani che hanno accompagnato le estati italiane del boom economico, trasmessi alla radio e cantati nelle sale da ballo.

Il pubblico italiano lo aveva accolto con entusiasmo. Le sue melodie, semplici ma raffinate, si inserivano perfettamente nel gusto musicale di quegli anni, accanto ai grandi protagonisti della nostra canzone. Sedaka seppe rinnovarsi anche negli anni Settanta, dimostrando una longevità artistica rara.

Con la sua scomparsa se ne va una voce che ha fatto innamorare generazioni. Per molti italiani all’estero, le sue canzoni restano un ponte emotivo con il passato, con un’Italia che cresceva e sognava.

La sua musica continuerà a vivere nelle playlist nostalgiche, nei ricordi di chi ha ballato un lento sotto le luci soffuse, e in quella leggerezza romantica che oggi sembra quasi un lusso.




Italiano gratis nelle scuole del Messico

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libriitalianopuntovertIl ministero italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), insieme all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico, ha lanciato un nuovo programma pensato per sostenere le istituzioni educative messicane che insegnano l’italiano.

L’iniziativa prevede la fornitura senza costi di libri, materiali didattici, risorse audiovisive e contenuti digitali destinati alle scuole primarie, secondarie, agli istituti preparatori e alle università del Messico, sia pubbliche che riconosciute ufficialmente. Tutte le spese – dall’acquisto dei testi fino alla spedizione aerea dall’Italia alla capitale messicana – saranno coperte dai fondi statali italiani.

Il sostegno è pensato per l’anno accademico 2026-2027 e le scuole interessate possono presentare la propria candidatura fino al 16 marzo 2026.

Nel processo di selezione verranno considerate diverse variabili, come l’ubicazione geografica degli istituti, le difficoltà di accesso alle risorse educative locali e la partecipazione a precedenti programmi simili. Particolare attenzione sarà data alle scuole che non hanno già usufruito di agevolazioni analoghe nell’anno passato.

Le scuole che intendono aderire dovranno compilare un modulo online indicando il numero di studenti coinvolti, i gruppi di studio e le motivazioni alla base della richiesta. I testi richiesti dovranno essere stati pubblicati preferibilmente negli ultimi tre anni, in modo da garantire la disponibilità sul mercato editoriale.

Per ulteriori informazioni, le istituzioni interessate possono contattare la segreteria culturale dell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico via e-mail o telefono.




Ennio Marchetti torna al romanzo con “La Medaglia – Il potere che non si vede”

copertina

copertinaUn racconto sul confine sottile tra servizio, influenza e responsabilità.

Con “La medaglia – Un potere che non si vede”, Ennio Marchetti firma un romanzo intenso e misurato, ambientato nei Caraibi ma profondamente europeo nello sguardo. Una storia che scava nel lato meno visibile del potere: quello che non si proclama, non si ostenta, ma agisce attraverso relazioni, silenzi, attese e piccoli gesti quotidiani.

Il protagonista, Eliseo Firmani, è un uomo qualunque solo in apparenza: gestisce una cartoleria in una cittadina costiera e conduce una vita ordinata, quasi invisibile. Quando accetta l’incarico di console onorario, scopre che il ruolo non comporta vere autorità formali, ma apre accessi, crea aspettative, genera dipendenze. Da quel momento, ogni decisione – anche la più minima – inizia ad avere un peso.

Marchetti costruisce il romanzo come un lento scivolamento: non c’è un evento di rottura, non c’è una caduta improvvisa. C’è piuttosto una trasformazione graduale, fatta di compromessi accettati per necessità, di confini spostati di poco, di una normalità che diventa ambigua. Il potere, suggerisce l’autore, non nasce quasi mai da un abuso evidente, ma dall’abitudine a “rendere le cose sostenibili”.

Accanto alla dimensione istituzionale e sociale, La medaglia introduce una linea narrativa più intima e simbolica: il rapporto tra Eliseo e Lucky, un cane randagio raccolto davanti a casa. Una presenza silenziosa che accompagna il protagonista come una coscienza muta, osservando senza giudicare, ricordando ciò che resta umano quando tutto il resto diventa funzione.

Lo stile è asciutto, preciso, privo di enfasi. Marchetti affida la tensione non ai colpi di scena, ma alla coerenza psicologica dei personaggi e alla credibilità dei contesti. Il risultato è un romanzo che non offre risposte rassicuranti, ma pone domande scomode: fino a che punto l’efficienza giustifica la selezione? Quando il servizio diventa controllo? E cosa resta, alla fine, di chi “aiuta” senza più distinguere tra giusto e utile?

La medaglia – Un potere che non si vede si inserisce nel percorso narrativo più maturo dell’autore, già noto per i suoi testi dedicati all’esperienza dell’emigrazione, ai meccanismi sociali e alle zone d’ombra del vivere contemporaneo. Un libro che parla agli italiani all’estero, ma anche – e soprattutto – a chi riconosce nel potere discreto una delle forme più pervasive del nostro tempo.

📘 Titolo: La medaglia – Un potere che non si vede
✍️ Autore: Ennio Marchetti
📖 Genere: Romanzo
📅 Anno: 2026

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Lo Chef Piero Berardi e i suoi rigatoni con la pajata

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img 5417Oggi parliamo dello Chef Piero Berardi, già da tempo entrato a far parte della famiglia di CHEF Italia.

Classe 1956, in “missione” – come dice lui – da oltre 35 anni, sempre principalmente e praticamente focalizzato sulla cucina romana e mediterranea, con una importante esperienza come ristoratore, per 17 anni, prima a Roma e poi a Fiumicino. E il nostro Chef Piero si racconta con noi: “L’input è iniziato sicuramente in famiglia, dove avevo sempre la possibilità di trovare qualcosa di speciale a pranzo o a cena. Così ho imparato ad apprezzare la buona cucina della tradizione romanesca, che ancora si trova nei miei piatti. La mia è una continua ricerca di abbinamenti e tecniche, ho imparato che la cucina è un mondo infinito nel quale bisogna sempre essere curiosi e migliorarsi”. E poi prosegue: “Quando si ha in mente un piatto, dopo aver deciso le calibrature e gli accostamenti di gusti, bisogna pensare all’estetica, perché l’ospite mangia con gli occhi e pregusta il piatto. È necessario che sia bello oltre che buono, togliendo una di queste due qualità, si perde moltissimo”. E, naturalmente, la sua cucina è molto caratterizzata dall’uso dei prodotti del territorio circostante: “Fondamentalmente punto molto sui prodotti di Roma e del Lazio in generale, verdure, carne e pesce. Un cuoco si riconosce anche dalla materia prima: comprare da piccoli produttori che fanno grandi prodotti. In questo modo si ha un doppio vantaggio: si aiutano piccole realtà produttive e si creano piatti dal gusto eccellente”. E non manca una piccolissima polemica, derivante senz’altro dall’amore per il suo lavoro, quando afferma che la cultura culinaria e la tecnica con cui un piatto viene elaborato, non possono certamente essere affidate soltanto a spettacoli televisivi. Inoltre lo Chef è quello che sta in cucina, e spesso i grandi nomi, resi famosi dalla tv, smettono di fare il loro lavoro. Rimane lo spettacolo. Certamente i nostri ospiti sono sicuramente più informati e più esigenti anche grazie agli spettacoli di cucina, ma noi li aiutiamo a capire i nostri piatti, è molto importante condividere le nostre idee con entusiasmo, per conquistare la fiducia dei nostri ospiti.

collage export 46fdb8bb 0840 48c6 86bf b592f7d74f18La vita del cuoco è molto faticosa e prevede orari che possono sembrare ai limiti della tollerabilità. Quello che i media ci mostrano è solo una faccia della medaglia: lo spettacolo, le soddisfazioni, i guadagni, la visibilità. Dall’altra parte c’è il sudore, la fatica, lo stress, il timore di non soddisfare appieno gli ospiti o di non riuscire a mantenere i livelli raggiunti con le stelle o con altre recensioni. E poi ci confida che lui non riesce a staccarsi dai fornelli, il suo mestiere è fare e creare, dunque fondamentalmente lui è un cuoco.

Purtroppo oggigiorno il termine Chef è per molti una garanzia di qualità dei piatti e competenza della persona. Secondo, infine, il nostro Chef Piero Berardi la globalizzazione ci ha fatto scoprire tante tradizioni di Paesi lontani: alcune sono solo mode passeggere, altre sono di fatto entrate a far parte delle nostre abitudini alimentari.

Certamente la cucina regionale italiana ha ancora moltissimo da esprimere. Ed infatti lui vanta anche numerose esperienze, sia nelle nuove tecnologie culinarie, in continua evoluzione, che come insegnamento e Chef a domicilio. In ultimo descrive se stesso come uno strenuo difensore della cucina italiana tradizionale, senza alcuna preclusione alle normali evoluzioni, ma nemico di chi “si inventa” piatti oltremodo indecenti spacciandoli come tradizionali. “Come in campagna si innestano le piante per dare vita a ‘variazioni’ sull’originale, mantenendo le radici e innestando i rami, anche in cucina si devono mantenere le nostre radici, modificando con sperimentazioni avendo come basi le ricette della tradizione”.

Infine, ci dice il nostro Chef, che dopo una recente e breve esperienza lavorativa, è maturata in lui la convinzione che per salvare l‘autenticità della cucina italiana, nazionale e regionale, bisognerebbe innanzitutto registrare le ricette e le procedure, imponendo poi ai cuochi dei corsi di aggiornamento.

*Ed ecco la ricetta, tipicamente romana, che ci propone oggi il nostro Chef Piero Berardi: i suoi rigatoni con la pajata. Innanzitutto, due cose: la pajata non c’entra niente né con la paglia né col fieno, sebbene possa avere un’assonanza simile. A questo, poi, va aggiunto che, nonostante possa ormai essere preparata quasi ovunque, i padri della sua preparazione per eccellenza sono i romani. Il termine pajata si riferisce alla parte più alta (duodeno e digiuno) degli intestini del vitello da latte e, più raramente, del manzo giovane. Al suo interno si trova il chimo, ovvero una sostanza semi digerita dalla consistenza cremosa, composta di latte. Ora, tagliato in spezzoni, con i relativi capi annodati o legati con un filo come a formare delle ciambelle, si presta come ingrediente in alcuni celebri piatti della cucina romana, tanto che, negli anni, è diventato per i romani un condimento tipico per un particolare tipo di pasta: i rigatoni. Ebbene sì, proprio quel piatto che si divora Alberto Sordi ne Il Marchese del Grillo, quando viene scoperto dalla moglie in compagnia di Olimpia, la cantante francese che gli chiede: “Cos’è la pajata?”. E lui le risponde: “Mejo se non te lo dico, mangiala prima”.

Con la pajata vengono subito in mente i quartieri più “popolari”, Testaccio, Trastevere, la Garbatella, quelli cioè pieni di trattorie, dove si respira la romanità in tutti sensi. Vediamo, allora, come la pajata diventa un piatto della  tradizione romana: la storia di questo condimento, un po’ come il “quinto quarto” con cui venivano pagati gli operai, è legata indissolubilmente al popolo di Roma e al concetto del “nun se butta via gnente” che spesso accompagna i cosiddetti “piatti poveri“; i tagli meno pregiati e le interiora del bovino erano infatti vendute, un tempo, a “du’ lire” ai popolani della Roma papalina, ché solo quelle si potevano permettere. In particolare, verso la fine del ‘700, è a Testaccio che si concentra la tradizione della pajata, a fianco dei vaccinari o “scortichini de ‘na vorta”, cioè coloro che lavoravano la carne di bovino, più o meno dove, a fine Ottocento, sarebbe nato il mattatoio. I rigatoni, però, non sono l’unico modo per preparare la pajata: si può cucinare in umido, arrosto cosparsa di strutto, cotta alla brace e condita con sale e pepe, e al forno con patate aromatizzate al rosmarino. Un piatto che deriva dall’esigenza delle classi più povere della città di sopperire alla mancanza di carne nella propria alimentazione, e il suo utilizzo diventerà una prassi nel corso dell’Ottocento, soprattutto, come già menzionato, nella zona di Testaccio.

Ma veniamo ora agli ingredienti per 3 persone: 350 gr. di rigatoni, 500 gr. di pajata, 1 cipolla, 1 spicchio d’aglio, 2 coste di sedano, 100 gr. di grasso di prosciutto (in sostituzione usate dello strutto o 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva), 600 gr. di passata di pomodoro, sale q.b., pepe q.b., pecorino romano q.b., ½ bicchiere di vino bianco, peperoncino q.b.

Procedimento: pulite bene la pajata, quindi mettete in una padella del grasso, preferibilmente quello del prosciutto, oppure dello strutto o dell’olio d’oliva se non ne avete, quindi aggiungete uno spicchio d’aglio (che poi toglierete), del sedano, della cipolla e del peperoncino. Dopodiché aggiungete la pajata già pulita e a pezzi con le estremità legate, salate, pepate e sfumate col  vino bianco. A piacimento, potete anche insaporire con un po’ di odori come il rosmarino. Infine, versate la salsa al pomodoro, o la polpa passata al setaccio, tenendo presente che la pajata, già prima dell’aggiunta del pomodoro, avrà creato da sé un po’ di salsa. Una volta cotto il sugo, versateci i rigatoni, che intanto avrete cotto e scolato al dente, quindi aggiungete una bella e generosa spolverata di  pecorino romano. Impiattate e, come sempre, buona degustazione.




Sanremo 2026, una partenza tra musica, nostalgia e prime sorprese

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serena brancale fulminacci arisa fedez masini ditonellapiaga i piu votati dalla sala stampa dopo la prima serata di sanremo 2026 ansaLa prima serata del #Festival di Sanremo 2026 ha dato ufficialmente il via alla nuova edizione della manifestazione musicale più seguita d’Italia. Dal palco del Teatro Ariston è andato in scena uno spettacolo lungo, ricco di musica e di momenti emotivi, che ha subito mostrato il volto di questo Sanremo: meno clamore, più attenzione alle canzoni e agli interpreti.

Una serata senza eccessi, ma solida

L’apertura del Festival è stata improntata a uno stile sobrio e lineare, con una conduzione che ha puntato sull’esperienza e sulla fluidità televisiva. La prima serata ha visto esibirsi tutti gli artisti in gara, offrendo al pubblico un primo ascolto completo dei brani in competizione.

L’impressione generale è quella di un Sanremo che guarda alla tradizione, ma senza rinunciare a contaminazioni pop, urban e cantautorali. Una scelta che sembra voler tenere insieme generazioni diverse di spettatori, in Italia come all’estero.

I primi verdetti della critica

Al termine della serata è stata resa nota la prima classifica provvisoria, basata esclusivamente sul voto della Sala Stampa, TV e Web. Non una graduatoria definitiva, ma un primo termometro utile a capire l’orientamento della critica.

Tra i nomi più apprezzati figurano Arisa, Fulminacci, Serena Brancale, Ditonellapiaga e la coppia Fedez – Marco Masini.
Un mix che racconta bene l’anima di questa edizione: artisti diversi per storia e linguaggio, ma accomunati da un’attenzione particolare alla scrittura e all’interpretazione.

Ospiti e momenti emotivi

La serata è stata arricchita anche dalla presenza di ospiti molto attesi, accolti con calore dal pubblico dell’Ariston. Non sono mancati i momenti di commozione, tra ricordi, omaggi alla storia della musica italiana e reazioni sincere di alcuni artisti dopo l’esibizione.

Più che puntare sull’effetto sorpresa o sulla polemica, questa prima puntata ha scelto il registro dell’eleganza e della continuità, lasciando parlare soprattutto la musica.

Un debutto che divide, ma convince

Dal punto di vista mediatico, la prima serata ha generato reazioni contrastanti: c’è chi parla di un avvio meno esplosivo rispetto ad altre edizioni recenti e chi, invece, apprezza il ritorno a un Sanremo più “classico”, meno urlato e più concentrato sulla qualità dei brani.

Un dato appare chiaro: il Festival resta un appuntamento centrale nel panorama culturale italiano, capace di catalizzare l’attenzione anche degli italiani che vivono all’estero, tra commenti, confronti e inevitabili paragoni con il passato.

Cosa aspettarsi ora

Con l’ingresso del televoto e delle altre giurie nelle prossime serate, gli equilibri potrebbero cambiare sensibilmente. La prima classifica non è una sentenza, ma solo l’inizio di una gara che, come sempre, promette colpi di scena fino alla finale.

Sanremo 2026 è partito senza clamori eccessivi, ma con basi solide. E, come spesso accade, sarà il tempo — e il pubblico — a dire se questa scelta pagherà.




Sanremo 2026: parte oggi la 76ª edizione del Festival della Canzone Italiana

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imagesÈ finalmente arrivato il giorno che milioni di appassionati aspettavano: oggi prende il via la 76ª edizione del celebre Festival di Sanremo, l’evento musicale più seguito e discusso della televisione italiana, in programma dal 24 al 28 febbraio al Teatro Ariston di Sanremo.

La kermesse, guidata dal direttore artistico e conduttore Carlo Conti, vede al suo fianco la super-star Laura Pausini come co-conduzione principale, con una carrellata di altri volti famosi pronti a salire sul palco nelle varie serate.

In apertura saranno presenti anche figure internazionali come Can Yaman, che affiancherà Conti e Pausini nella prima serata, aggiungendo un tocco internazionale all’evento.

Sono trenta i Big artisti in gara quest’anno, che presenteranno i loro nuovi brani originali ai telespettatori e alla giuria composta da stampa, giuria radiofonica e televoto.

Tra i partecipanti ci sono artisti già molto amati dal pubblico e nuovi nomi che puntano a conquistare il grande palco dell’Ariston. Questi brani saranno giudicati nel corso delle prime tre serate, mentre la gara proseguirà con la tanto attesa “Noche delle Cover” e la finale di sabato, quando sarà proclamato il vincitore.

Il Festival si sviluppa su cinque notti intense:

Martedì 24 febbraio – Prima serata con tutti i Big in gara;

Mercoledì 25 e giovedì 26 febbraio – Continuano le esibizioni con parte dei concorrenti;

Venerdì 27 febbraio – Serata dedicata alle cover di grandi successi reinterpretati dagli artisti;

Sabato 28 febbraio – Gran finale con la proclamazione del vincitore.

La città dei Fiori è già in fermento: fan e media si sono radunati sotto l’Ariston per assistere al green carpet inaugurale e ammirare i look degli artisti e delle loro delegazioni prima dell’inizio ufficiale.

La conferenza stampa di oggi ha messo in luce l’energia e l’entusiasmo con cui organizzatori e partecipanti si avvicinano all’evento, che molti considerano non solo una competizione canora, ma uno specchio della musica e della cultura italiana.




Ravanusa 2026 – Grande successo del Carnevale Storico (VIDEO)

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132486f0 586f 4e22 a737 9feae7467e76Il #Carnevale Storico Ravanusano, giunto nel 2026 alla sua 38ª edizione, si è svolto dal 13 al 17 febbraio scorsi, un’eccezionale manifestazione ufficialmente riconosciuta dal Ministero della Cultura tra i 52 Carnevali Storici d’Italia.

#Ravanusa, un fiorente centro agricolo in provincia di Agrigento, in Sicilia, oltre a diventare praticamente un palcoscenico a cielo aperto, con carri allegorici, spettacoli, maschere e quant’altro, ora è stata anche insignita di un importante titolo, quello di “Custode dell’Identità Territoriale”, conferitole dalla Rete Nazionale del Borgo GeniusLoci diretta da Nino Sutera. All’evento di conferimento della DE.CO. (Denominazione Comunale), lunedì 16 febbraio hanno presenziato nelle sale della biblioteca comunale, oltre ad un numeroso pubblico e diversi Chef, Chef Pasticceri e Gastronomi arrivati da ogni parte della Sicilia, la Dott.ssa Giusi Savarino, Assessore regionale al Territorio e Ambiente, il Sindaco di Ravanusa Salvatore Pitrola, l’Assessore comunale Rocco Carlisi, Nino Sutera, Coordinatore Rete Nazionale Borghi De.Co., il Maestro Pasticcere Lillo La Mattina, l’Executive Chef di Ristoworld Italy Leonardo Massaro, il Docente del Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo Francesco Monterosso, la Gastronoma e Gastrosofa Anna Martano e il Direttore del Gal Sicilia Centro Meridionale Olindo Terrana.

84867bbe faa2 4a5a b1eb f1d10f800105All’esame ed analisi del documento della De.Co., ed alla successiva firma tra Sutera e Pitrola, era presente una platea di esperti altamente competenti, come il Presidente dei Discepoli di Escoffier Sicila Giovanni Lorenzo Montemaggiore, il Direttore Generale di Ristoworld Italy Andrea Finocchiaro, il Presidente di Ristoworld Italy Claudio Leocata, lo Chef Pasticcere Giovanni Mangione, il borgologo Rosario Patti, il Maestro Pasticcere Lillo Defraia, lo Chef Pasticcere Salvatore Vinci, il Delegato Conpait Agrigento Santo Li Calzi, il Maestro di Cucina Ottavio Miraglia, lo Chef e Regista Vincenzo La Cognata, l’Ambasciatore di Lindt/Caffarel Vincenzo Avarello e il Barman Alessio Valenti. La serata ha avuto come eccezionale moderatore il giornalista Angelo Augusto, che ha anche presentato le testimonianze di Melina Savarino (“A Tiempu Bellu”) e di Girolamo La Marca, con un brano tratto dal romanzo di Pietro Carmina “I totomè del Barone”. Assolute protagoniste dell’Audizione Borghi GeniusLoci e della successiva festa in piazza Crispi con un apprezzatissimo showcooking, oltre al conferimento di riconoscimenti a tutti gli ospiti, due eccezionali e riconosciute delizie: la Raviola Ravanusana ed il Totomè, dolci tipici della tradizione ravanusana preparate regolarmente nel suo laboratorio dal Maestro Pasticcere Lillo La Mattina, erede della storica pasticceria Di Liberto.

Ricordiamo, infine, che la comunità ravanusana ha partecipato numerosa e con significativo orgoglio ai vari momenti dell’evento, mentre una menzione particolare va agli studenti del dipartimento di Architettura di Palermo, guidati da Francesco Monterosso, che hanno realizzato con maestria la grafica identitaria del Carnevale Storico Ravanusano.

 




Festival di Sanremo 2026: musica, identità e italianità nel mondo

esterno del teatro

esterno del teatroIl prossimo #Festival di Sanremo si avvicina e, come ogni anno, non è soltanto una gara canora: è un grande specchio dell’Italia contemporanea. Dal palco del #Teatro Ariston passano tendenze musicali, linguaggi, polemiche, emozioni e – soprattutto – canzoni destinate a viaggiare ben oltre i confini nazionali.

Secondo una recente indagine della #Società Dante Alighieri, le canzoni di Sanremo rappresentano infatti una delle forme più efficaci di diffusione dell’italianità nel mondo. Non solo musica, ma lingua, cultura, immagini e sentimenti che raccontano l’Italia a milioni di ascoltatori, compresi gli italiani all’estero e le nuove generazioni di oriundi.

Le canzoni come ambasciatrici della lingua

Per la Dante Alighieri, da sempre impegnata nella promozione della lingua italiana, Sanremo svolge un ruolo fondamentale: le canzoni diventano strumenti di apprendimento informale, diffondono espressioni, modi di dire e sonorità tipicamente italiane.

Basta pensare a come certi ritornelli restino impressi nella memoria collettiva, anche fuori dall’Italia. Negli ultimi anni, brani lanciati dall’Ariston sono entrati nelle playlist internazionali, nei social, nelle scuole di lingua. In molti Istituti italiani di cultura e comitati della Dante, le canzoni di Sanremo vengono utilizzate come materiale didattico.

Un fenomeno globale

Il Festival non è più soltanto un evento televisivo nazionale. Grazie allo streaming e ai social media, è seguito in Europa, nelle Americhe e in Australia. Per gli italiani residenti all’estero – dal Canada all’Argentina, dagli Stati Uniti ai Caraibi – Sanremo è un appuntamento identitario, un modo per sentirsi ancora parte di una comunità culturale.

E non è un caso che, negli ultimi anni, diversi artisti emersi dal Festival abbiano rappresentato l’Italia anche all’Eurovision o abbiano conquistato mercati internazionali.

Tra tradizione e innovazione

Il prossimo Sanremo promette, come sempre, un equilibrio delicato tra tradizione melodica e nuove sonorità. Da un lato l’eredità dei grandi cantautori, dall’altro l’influenza del pop contemporaneo, del rap e dell’elettronica. Questa contaminazione è proprio uno degli elementi che rendono il Festival un laboratorio dell’identità italiana in evoluzione.

La forza di Sanremo sta nella sua capacità di rinnovarsi restando fedele a sé stesso: una manifestazione che divide, appassiona, fa discutere, ma che ogni anno riesce a riunire milioni di spettatori davanti allo stesso palco.

Un patrimonio culturale condiviso

L’indagine della Società Dante Alighieri conferma ciò che molti italiani all’estero percepiscono da tempo: Sanremo non è solo spettacolo, ma patrimonio culturale. Le sue canzoni raccontano amori, inquietudini, speranze e trasformazioni sociali, diventando – di fatto – piccole ambasciatrici dell’italianità.

In un’epoca di comunicazione globale, il Festival continua così a svolgere una funzione che va oltre la musica: mantenere viva la lingua italiana e rafforzare il legame tra l’Italia e le sue comunità nel mondo.

E come ogni anno, al di là delle classifiche, sarà proprio questo il vero trionfo.