Lo Chef Monzù Pino Nuzzo e il suo sartù di riso

48ec725c 8528 49cf 8245 1f19bd6e84a4

48ec725c 8528 49cf 8245 1f19bd6e84a4Oggi parliamo dello Chef Monzù #Pino Nuzzo, socio di #CHEF Italia e  docente di Enogastronomia settore cucina presso l’Alberghiero Petronio di Pozzuoli.

Classe 1969, napoletano, con una carriera indubbiamente caratterizzata da una profonda passione per l’arte culinaria e con un’esperienza che include molteplici campi della cucina professionale. Nel corso degli anni, con competenza e abilità, ha costantemente cercato di mettere assieme la tradizione con l’innovazione, creando piatti che esaltavano il lato estetico senza però dimenticare il gusto e la qualità degli ingredienti.

Secondo il nostro Chef Pino, la cucina è un’arte che va personalmente interpretata ed  espressa anche in maniera molto intima, come anche è fondamentale la conoscenza, in cucina, della materia prima, dei prodotti, la loro selezione, il riproporli, il manipolarli, fino a farli propri. La sua storia inizia all’Istituto Cavalcanti, la prima #scuola Alberghiera del sud Italia, in un’epoca dove l’esperienza veniva fatta direttamente sul campo. E con la cucina è stato amore a prima vista, possiamo dire che già da adolescente ebbe modo di iniziare ad avvicinarsi a piatti e fornelli. Quel mondo lo ha affascinato da subito, il suo destino era in qualche modo già scritto, segnato. Un destino legato a filo doppio alla cucina italiana, declinata, in tutte le sue più irresistibili sfumature, in ogni suo piatto.

Il suo percorso inizia immediatamente in alcuni tra i più prestigiosi ristoranti e ville della Napoli bene, dove venivano organizzati diversi sontuosi eventi e manifestazioni, e dove ebbe l’opportunità di affinare la sua tecnica e la sua creatività, guadagnandosi il rispetto sia dei colleghi che dei clienti. Poi, ad un certo punto, decide di intraprendere la carriera di insegnante, cercando di trasmettere ai suoi alunni la sua notevole conoscenza gastronomica, soprattutto la sua passione per la cucina e per questo lavoro, fatto di sacrifici ma anche di tante soddisfazioni.

Con il suo approccio pratico e molto coinvolgente, ha avuto modo di insegnare a moltissimi studenti come perfezionare le loro competenze culinarie, non tralasciando mai di puntare sempre sull’importanza di una cucina genuina e di qualità. I suoi colleghi lo chiamano maestro perché gli riconoscono due aspetti particolari del suo carattere: il rigore professionale quando si lavora e l’amabilità e l’espansività nella vita privata. In cucina, manco a dirlo, è necessario lavorare in squadra e ognuno è fondamentale per ottenere il risultato finale. A scuola come nel lavoro ci vuole molta pazienza, bisogna aspettare il proprio momento, è un po’ come la cottura, ogni cosa ha i suoi tempi. Una consapevolezza che ha fatto senz’altro sua, anche perché nella vita ha saputo aspettare il tempo giusto per esprimere il suo talento in cucina.

3ff32492 4f35 41c3 9196 e687c19c5427L’arte culinaria napoletana ha ancora molto da dire al mondo intero, così come tutte le cucine regionali d’Italia. La cucina partenopea è fatta di storia, di alimenti unici, di una passione secolare ma anche di una necessaria e continua ricerca, anche nelle piccole cose, un’innovazione quasi quotidiana che si mescola perfettamente alla tradizione di ogni territorio. Ogni piatto deve essere curato nei minimi dettagli, perché racconta la storia, la passione e l’amore di chi è in grado di realizzare dei piatti unici e irripetibili.

Il tocco personale del nostro Chef Pino, la qualità delle materie prime e la sua straordinaria capacità di lavorarle, trasformano un piatto apparentemente semplice come uno spaghetto al pomodoro in una vera e propria esperienza di gusto, sofisticata ed elegante. Così come è altrettanto importante avere una visione completa del proprio lavoro. In ogni piatto c’è tutto l’amore possibile e immaginabile, unitamente al suo carattere, alla sua estrosità e alla sua armonia. Cucinare non è la sua ambizione ma il suo modo di esprimersi e di dare qualcosa agli altri e a se stesso. Nei suoi piatti c’è il gusto, i sapori e i colori. E, alla fine, è il cliente a giudicare.

Tra le sue numerose onorificenze, oltre alla Targa Michelin, spicca il prestigioso Premio Monzù dell’anno, un riconoscimento che testimonia l’eccellenza della cucina partenopea, la filosofia culinaria di valorizzare i prodotti tipici locali e l’originalità nella preparazione dei piatti. http://www.chefpinonuzzo.it/

*Ed ecco la ricetta di oggi del nostro Chef Monzù Pino Nuzzo, il suo sartù di riso, un piatto storico napoletano, un timballo al ragù ripieno di uova sode e piselli, servito con polpettine. Nell’800, il dotto Ippolito Cavalcanti, cuoco e letterato, ci descrive il sartù di riso con ineguagliabile finezza come se fosse un cappottino “verniciato benissimo di strutto” dentro al quale, “facendovi un concavo in mezzo… ci porrà un raguncino mischiato”. In effetti l’involucro che sta sopra a tutto, cioè il riso, nasconde un ricchissimo condimento che si rivela in tutta la sua succulenza borbonica, nominata non a caso, perché il sartù è piatto nobile e raffinato ed è proprio grazie alla reale benevolenza di Ferdinando IV di Borbone che fu scritto il primo ricettario partenopeo, nel quale questo magnifico piatto senz’altro spicca, non certo per leggerezza ma sicuramente per bontà.

Ma veniamo ora agli ingredienti per 6 persone; per il riso: 500 gr. di riso (tipo Arborio o Carnaroli), 1 litro di brodo di carne, 80 gr. di parmigiano grattugiato, 3 uova, 50 gr. di burro, sale e pepe q.b.

Per il sugo: 500 gr. di passata di pomodoro, 300 gr. di carne macinata mista (manzo e maiale), 100 gr. di piselli, 1 cipolla, 1 bicchiere di vino rosso, olio extravergine d’oliva q.b., sale q.b.

Per le polpettine: 200 gr. di carne macinata,1 uovo, 2 cucchiai di parmigiano grattugiato, mollica di pane ammorbidita nel latte, prezzemolo tritato q.b., basilico a foglie q.b., sale e pepe q.b., olio per friggere q.b.

Per il ripieno: 150 gr. di provola o mozzarella a dadini, 2 uova sode a pezzi; facoltativo: salame a cubetti q.b. Per lo stampo da savarin: burro e pangrattato q.b.

Procedimento: 1. Preparate il sugo: soffriggete la cipolla, quindi aggiungete la carne macinata, lasciatela rosolare, quindi sfumate con il vino rosso; evaporata la parte alcolica unitevi la passata, salate e lasciate cuocere. A metà cottura aggiungete i piselli.

2. Cuocete il riso: direttamente nel brodo bollente con un po’ di sugo, prestando attenzione perché deve risultare al dente, quindi mantecate con burro, parmigiano e uova, dopodiché lasciate intiepidire.

3. Fate le polpettine: in una ciotola, fate un impasto nel solito modo con la carne macinata, l’uovo, il parmigiano grattugiato, la mollica di pane precedentemente ammorbidita nel latte, il prezzemolo tritato e il basilico, salate e pepate.

4. Preparate lo stampo: imburrate e cospargete di pangrattato.

5. Assemblate il sartù: mettete uno strato di riso sul fondo e sui bordi. Al centro, alternate il sugo, le polpettine, la provola, le uova sode e tutti gli altri ingredienti, chiudendo poi con altro riso.

6. Cuocete il sartù preparato in forno: a 180°C per circa 45 minuti circa, finché non risulterà ben dorato. Tiratelo fuori dal forno e lasciatelo riposare tenendolo al caldo; al momento di servire, sformate il sartù su un vassoio, quindi guarnite a piacimento e accompagnatelo con alcuni mestoli di ragù. E, come sempre, buona degustazione.




Tornare a “L’Haitiano”: un romanzo che racconta l’isola divisa e l’umanità che resiste

480081552 122108531288750914 5853757933984265248 n

480081552 122108531288750914 5853757933984265248 nIn un momento in cui il tema della migrazione haitiana è tornato con forza al centro del dibattito pubblico nella Repubblica Dominicana, vale la pena tornare a parlare di un romanzo che, già da tempo, ha saputo affrontare questa realtà con profondità e sensibilità: L’Haitiano, una saga ambiziosa e profondamente amata dal suo autore.

L’Haitiano è un romanzo che fonde magistralmente amore, politica e spiritualità, intrecciando vicende personali e collettive in un affresco narrativo intenso. La fuga di Jean-Michel Pie da #Haiti verso la Repubblica Dominicana diventa il punto di partenza per esplorare le tensioni storiche, culturali e umane che attraversano un’isola unita dalla geografia e divisa dalla storia.

Il sogno di un’isola riconciliata, le difficoltà dell’integrazione, il peso della migrazione forzata e il richiamo misterioso del vudù non sono semplici elementi narrativi, ma chiavi di lettura di una realtà complessa, spesso ridotta a slogan o cronaca superficiale. Nel romanzo, invece, questi temi trovano spazio, respiro e profondità.

Con le sue circa 800 pagine, #L’Haitiano scava a fondo nella realtà dell’immigrazione haitiana nella Repubblica Dominicana, raccontandola in forma romanzata ma senza edulcorazioni. È una narrazione che non cerca scorciatoie emotive, ma accompagna il lettore dentro una storia fatta di dolore, speranza, identità e resilienza umana.

Il libro è disponibile sia su Amazon sia su Lulu, ma l’autore raccomanda in particolare l’edizione Lulu per la maggiore cura della stampa, più adatta a un’opera di ampio respiro e forte densità narrativa.

A supporto del romanzo esiste anche una pagina Facebook dedicata,

https://www.facebook.com/profile.php?id=61572527430635

ricca di immagini e contenuti visivi che accompagnano l’universo della saga e ne amplificano il racconto.

Leggere oggi L’Haitiano significa guardare l’attualità con strumenti più profondi. Non è solo un romanzo: è una testimonianza narrativa su una delle grandi questioni irrisolte dei #Caraibi, capace di toccare il cuore e stimolare la mente.




San Valentino: storia e tradizione del giorno dedicato all’amore

20200128113759visit italy on valentine day

20200128113759visit italy on valentine dayIl 14 febbraio, in molti Paesi del mondo, si celebra #San Valentino, la festa degli innamorati. Una ricorrenza che oggi è associata a fiori, cioccolatini e messaggi romantici, ma che affonda le sue radici in una storia antica, intrecciata tra fede, leggenda e trasformazioni culturali.

Chi era San Valentin

Secondo la tradizione cristiana, San Valentino fu un vescovo vissuto nel III secolo a Terni, in Umbria. La leggenda racconta che celebrasse in segreto matrimoni tra giovani innamorati, sfidando i divieti dell’imperatore romano Claudio II, che riteneva i soldati non sposati più adatti alla guerra.

Per questo motivo Valentino venne arrestato e condannato a morte. Prima dell’esecuzione, avrebbe scritto un messaggio d’addio firmato “dal tuo Valentino”, frase che molti considerano l’origine simbolica dei biglietti d’amore ancora oggi scambiati il 14 febbraio.

Dalla religione alla festa dell’amore

Nel Medioevo, soprattutto in Inghilterra e Francia, si diffuse la convinzione che proprio a metà febbraio gli uccelli iniziassero ad accoppiarsi. Questo contribuì a legare la figura del santo all’idea dell’amore romantico. Con il tempo, San Valentino smise di essere solo una ricorrenza religiosa e divenne una festa laica dell’amore e dell’affetto.

Le tradizioni in Italia

In Italia, San Valentino è celebrato soprattutto dalle coppie, con cene romantiche, regali simbolici e messaggi affettuosi. In alcune città legate alla figura del santo, come Terni, si svolgono ancora oggi eventi religiosi e culturali, mentre in passato non mancavano riti popolari legati ai fidanzamenti e ai matrimoni imminenti.

Negli ultimi anni, la festa si è ampliata: non solo amore di coppia, ma anche amicizia, affetto familiare e legami profondi, soprattutto tra chi vive lontano dal proprio Paese d’origine.

Una festa globale

Oggi San Valentino è celebrato in modo diverso a seconda delle culture: negli Stati Uniti e in Europa domina l’aspetto commerciale, in Asia alcune tradizioni prevedono ruoli invertiti nello scambio dei regali

Nonostante le differenze, il messaggio resta universale: celebrare l’amore in tutte le sue forme.

In America Latina e nei Caraibi, la festa di San Valentino assume spesso un significato più ampio rispetto alla tradizione europea, includendo non solo l’amore di coppia ma anche amicizia, affetto e legami sociali.

In Paesi come Colombia e Messico, la ricorrenza è conosciuta come Día del Amor y la Amistad. In queste nazioni, il 14 febbraio non è riservato esclusivamente agli innamorati: amici, colleghi e familiari si scambiano piccoli regali, messaggi o partecipano a iniziative collettive, come il tradizionale amigo secreto.

Nei Caraibi, inclusa la Repubblica Dominicana, San Valentino è vissuto con un’atmosfera più informale e gioiosa. Le coppie celebrano con cene romantiche o brevi viaggi, ma è comune anche festeggiare in gruppo, tra musica, mare e convivialità, in linea con la cultura locale.

In Brasile, invece, la festa degli innamorati non si celebra il 14 febbraio, ma il 12 giugno, il Dia dos Namorados, in coincidenza con la vigilia di Sant’Antonio, tradizionalmente associato ai matrimoni.

Queste differenze mostrano come San Valentino, pur mantenendo un messaggio universale di amore e affetto, si adatti alle culture locali, trasformandosi in una celebrazione che riflette lo spirito sociale e comunitario dei Paesi latinoamericani e caraibici.

Tra critica e sentimento

Non mancano le critiche a una festa considerata troppo commerciale. Eppure, San Valentino continua a resistere nel tempo perché risponde a un bisogno semplice e umano: fermarsi un momento per dire “ti voglio bene”.

In un mondo sempre più veloce e distante, forse è proprio questa la sua forza.




Florida: MATANZAS rosso sangue

20231007+spanish slaughtering french huguenots

20231007+spanish slaughtering french huguenots

460 anni fa il massacro  di S. Augustine che vide coinvolti anche gli italiani.

Ha un nome suggestivo, vi abitano gli unici Nativi che non hanno mai firmato un trattato di resa, vi nacquero il più antico insediamento degli attuali Stati Uniti e la figura leggendaria del futuro cowboy: la Florida emana  decisamente un alone di fascino dalla sua centeneria storia e altrettanto fascino traspira dalle  tracce dei primi  italiani approdati in terra nordamericana.

Se la saga dei grandi navigatori ha visto scorrere sui mari del Nuovo  Mondo vari volti originari della penisola, la #Florida può vantare il primo segnale di #emigrazione italiana stabile  che si sarebbe moltiplicata negli anni.  E’ #S. Augustine il punto di partenza della storia stanziale europea in  Nordamerica.

staugustine1702siege(1)Giunto in Florida nel 1513 Juan Ponce de Leòn approda nei pressi dell’attuale Cape Canaveral e  la battezza con l’appellativo attuale in onore della Pasqua Florida spagnola (e anche della rigogliosa flora tropicale).

Poco fiorita è invece l’accoglienza riservata agli spagnoli da parte delle tribù indigene e gli uomini  di Leòn devono rapidamente ripiegare sulle navi per evitare il peggio. Proseguiranno le loro scoperte veleggiando verso nord ma sarà Panfilo de Narvaez ad esplorare il bellissimo golfo dello stato americano, nel 1528, riuscendo anche a ottenere dei successi contro le tribù ostili della zona.

Rimasto in pochi uomini a causa di una violenta bufera, l’amico di  Hernàn Cortéz (conquistatore del Messico) divise le sue forze e iniziò la sua esplorazione del territorio mentre le navi lo seguivano per via mare. Il contingente terrestre incontro degli indigeni che iniziarono  a magnificare gli ingenti depositi auriferi presenti nei territori del nord. Arrivati  ad Appalachee gli spagnoli capirono di essersi illusi e si misero in attesa della flotta che non fece mai ritorno.

images(1)Iniziò così una delle più incredibili avventure umane. Costruite delle zattere di fortuna, i reduci tentarono di tornare in Messico costeggiando i territori dell’attuale sud degli Stati Uniti: una nuova bufera, davanti al Texas, mise fine alla vita di gran parte di loro e tra questi c’era Panfilo de Narvaez.

L’odissea proseguì per i pochi  superstiti che soltanto otto anni dopo lo sbarco in Florida, ritornarono, in numero di soli tre, in Nueva Espana (Messico), superando avventure che hanno dell’incredibile, e lasciando alla penna di uno di loro (tale Cabeza  de Vaca) la testimonianza della loro storia. I racconti dei superstiti portarono ad una nuova impresa e nel 1539  toccherà a Fernando de Soto, lanciatosi alla ricerca delle favolose città d’oro (e dopo mesi di conquista e  massacri), raggiungere le sponde del grande Mississippi.

6291affb9e91c62766c6ecc1 st. augstine history 1Durante quest’ultima spedizione gli spagnoli ritrovarono anche, quale dignitario di una delle tante tribù Seminole, un altro superstite della spedizione De Narvaez, tale Juan Ortiz, che ridotto a schiavo e poi messo a morte venne graziato dagli indiani per intercessione della figlia del capo villaggio (una storia che ricorrerà un secolo dopo nel New England  tra la principessa Powhatan Pocahontas e il capitano inglese John Smith).

Gli italiani, in terra florida comparvero alla fine delle grandi imprese avventurose spagnole. Tra il 1562 e il 1564 approdarono infatti sulle spiagge di Miami due spedizioni francesi. Si trattava di ugonotti, uomini dal credo religioso inviso alla corona di Francia (all’epoca dominata da una rappresentante della famiglia de’Medici di Firenze), e decisi a trovare un nuovo rifugio in terra americana.

carolinatofloridacoast1733I francesi si accamparono sulle sponde dell’attuale St. Johns River, battezzando l’area “La Caroline” in onore del sovrano Carlo IX.  Vita difficile per questo primo nucleo di transpalpini, che riuscì a sopravvivere soltanto grazie ad una nuova spedizione di aiuto, capitanata da Jean Ribault, e che superò anche un complotto ai danni di Renè de Laudonnière, cui partecipò Stefano Genoese. Di questo italiano, grande avversario del leader ugonotto, le notizie sono alquanto precarie. Genoese, uscito sconfitto dal tentativo di rovesciare il comando, fu giustiziato.

La storia della Florida, tra il 1564 e il 1575 si tinge di sangue coloniale. Ai francesi infatti reagiscono in modo impetuoso i reali di Spagna che spediscono in America l’efficientissimo Pedro Menèndez de Avilès, il quale fonda il villaggio più longevo degli attuali Stati Uniti, S. Augustine, rinforzandolo, dopo un primo tragico saccheggio perpetuato dal famoso corsaro inglese #Francis Drake, con l’imprendibile castillo de San Marcos.

Gli spagnoli si misero subito all’opera contro quelli che consideravano eretici e i francesi reagirono trincerandosi nella città di Fort Caroline.

castillo de san marcosRenè de Laudonnière decise però di tentare l’attacco a sorpresa alla fortezza spagnola, e tra gli uomini che comandavano il suo contingente vi era Nicola Ornano, un italiano di  Corsica appartenente ad una famiglia destinata a dare numerosi condottieri alle bandiere francesi. Viceammiraglio della flotta di Ribault, e comandante della nave Emerillon, Nicola Ornano subì il destino di tutta la comunità francese di Florida. La spedizione di de Laudonnière infatti si sfaldò sotto la forza degli uragani tropicali, aprendosi al micidiale contrattacco spagnolo. La storia ricorda quei giorni con un sinistro nome: il massacro di Matanzas. Il 29 settembre del 1565 infatti i superstiti del primo gruppo d’attacco (sfiniti e affamati) furono circondati dagli spagnoli. Accettata la resa, 130 francesi furono però giustiziati a tradimento: la vita venne risparmiata soltanto a coloro che si dichiararono cattolici.

Il secondo gruppo, capitanato da Ribault arrivò sul luogo del massacro il 12 ottobre, in condizioni disperate. In questo gruppo vi era anche Nicola Ornano, il quale subì la stessa sorte degli altri 134 francesi: pur osservando i miseri resti del primo gruppo di francesi, gli uomini di Ribault decisero di arrendersi e vennero giustiziati, con l’esclusione di altri sedici graziati. Toccherà simile sorte anche a un altro italiano al servizio della Francia.

Dieci anni dopo il massacro  di Matanzas, Nicola Strozzi, capitano della nave “Prince”, venne catturato da Pedro Menendez Maques, nipote del comandante spagnolo autore della strage.  Nicola Strozzi era capitano al servizio del re di Francia, ed era figlio di Simone Strozzi e di Albiera di Iacopo Bindi, mantenendo alto il nome della nobile famiglia italiana nei mari del mondo. Esperto navigatore e combattente, egli si era distinto in vari scontri con i turchi ma, arrivato nei mari del Nuovo Mondo come capitano della nave “Prince”, trovò ad attenderlo una fine crudele. Pedro Menendez Marques lo fece prigioniero e gli chiese un riscatto per avere salva la vita. Strozzi accettò ed offrì al nemico 300 ducati per riacquistare la libertà: in cambio venne repentinamente giustiziato dall’avversario, emulo del feroce zio… e della moneta non si ebbe più nessuna traccia!

Nelle acque torbide del fine Cinquecento altri italiani approdarono sulla costa della  Florida. Molti furono al servizio della corona spagnola e si insediarono nel villaggio di S.Augustine  contribuendo a formare la prima città stabile dei futuri Stati Uniti. Di loro restano pochissime tracce: erano per  lo più domestici, soldati semplici, artigiani al servizio dei condottieri nobili spagnoli sbarcati in terra americana.

Tra i 2646 marinai e armigeri imbarcati sui 34 vascelli spagnoli della flotta di Menendes de Aviles, c’erano infatti tantissimi italiani residenti nei territori spagnoli della penisola. Tra essi spicca il nome di un certo Augustino Espinola (o Spinola) grande collaboratore del condottiero spagnolo. Francesco Genoese invece servì  l’autore della strage di Matanzas  sulle navi della sua flotta in rotta verso i territori americani. Italiano infine, anche se il suo nome è scomparso dagli annali della storia, fu il cappellano del capitano Francisco Lopez Mendoza Grajales, ovvero il primo uomo a mettere piede sul terreno dove sorse S. Augustine, il bisnonno dei  paesi statunitensi.

 

 

 

 




Appartenere a due mondi: ventiquattro autori narrano la loro esperienza migratoria

oceani allo speccio copertina(1)

oceani allo speccio copertina(1)Il crescente flusso migratorio ha creato una diaspora in continuo movimento, ha aperto un dialogo fra culture e paesi fra loro distanti e ha cambiato il corso dell’esistenza di milioni di persone. Una antologia appena uscita si propone di dare spazio alle vicende vissute e al’ esperienza migratoria di 24 autori di diversa origine e diverse generazioni.

Dopo il successo  di “E c’erano gerani rossi dappertutto,” il primo volume dedicato allo stesso tema, Valentina Di Cesare e Michela Valmori hanno pubblicato un secondo volume dal titolo “Oceani allo specchio” (Radici Edizioni, 2026) che fa parte della collana “Strade Dorate” da loro stesse lanciata e curata.  Michela Valmori ha tre lauree in letteratura conseguite a Bologna e Siena, un dottorato di ricerca conseguito presso la Birkbeck University a Londra, ed  è una studiosa della produzione culturale e letteraria della diaspora italiana negli Stati Uniti.

Attualmente vive a #Vancouver, #Canada, dove ricopre l’incarico di Visiting Lecturer presso il Dipartimento di Italiano della University of British Columbia. Valentina Di Cesare è una scrittrice e docente di Lettere, direttrice artistica del Festival delle Narrazioni di Sulmona. Le narrazioni di vita vissuta raccolte nel volume  rappresentano il viaggio migratorio in direzioni differenti e raccontano le esperienze di chi ha lasciato l’Italia in cerca di opportunità diverse e migliori  e di chi invece vi è approdato spesso a causa di condizioni infauste di vita nel proprio paese; infatti,  come riportato nel volume:  “Nel dialogo tra chi lascia e chi arriva si intrecciano infatti le molte forme dell’ appartenenza, le fratture dell’identità e le infinite combinazioni che ne definiscono i percorsi.”

anna and michela24Ho avuto occasione di collaborare con Michela Valmori negli anni scorsi e di ammirarne la professionalità ed è stato quindi con vera gioia che ho accettato di raccontare un poco della mia storia personale di immigrazione.

Pensavo che fosse per me una forma di liberazione dal mio vissuto, una catarsi e in qualche modo lo è stata, ma ha riportato in superficie emozioni e fratture che gli anni avevano nascosto e sopito ma non cancellato. È stato quindi un nuovo viaggio dell’anima da affrontare, una ultima riflessione da fare su una decisione presa così tanti anni fa e che ha così cambiato il corso della mia esistenza, ma come forse è accaduto anche ad altri autori che hanno contribuito all’antologia, il ripercorrere aspetti della mia esperienza migratoria ha contribuito a rinsaldare quella forma di equilibrio, di pacificazione interiore che ho faticosamente raggiunto in tutti questi anni.

Lo rifarei? Tornerei a salire, come tanti anni fa,  su quell’aereo diretto a Vancouver lasciando indietro la mia vita di prima, il mio ambiente, la mia amata città? Sì, lo rifarei. Come dico con il  titolo del mio memoir pubblicato in questa bella antologia:  “Sono nata in due città” e se Firenze, la mia città natale, vive sempre nel mio cuore, Vancouver è il luogo che mi ha aperto prospettive nuove; certo, mi ha fatto pagare un prezzo molto alto ma ha nutrito e reso possibile la realizzazione delle mie aspirazioni professionali e l’espressione più autentica di me stessa e del mio percorso di vita.




È venerdì 13: ecco perché ‘porta sfortuna’

venerdi 13 sfortuna

venerdi 13 sfortunaHa dato origine a una delle saghe horror più celebri del cinema, affonda le sue radici in un romanzo pubblicato nel 1907 e persino la sua fobia ha più di un nome scientifico. In molte parti del mondo – soprattutto nei Paesi anglosassoni – il #numero 13 è considerato sinonimo di malasorte, un’aura negativa che si amplifica quando cade di venerdì. Ma da dove nasce davvero la paura del “#venerdì 13”?

Le origini della superstizione

La paura irrazionale del numero 13 è conosciuta come triscaidecafobia e ha origini antichissime. Una delle spiegazioni più diffuse rimanda all’Ultima Cena, alla quale parteciparono tredici persone: da qui l’abitudine, ancora oggi presente in alcune culture, di evitare tavolate con quel numero di commensali.

Anche le tradizioni esoteriche contribuiscono alla cattiva fama del 13. Nella Cabala è associato alla morte, mentre nei Tarocchi la tredicesima carta raffigura uno scheletro con la falce. Tuttavia, non sempre questo simbolo è negativo: in alcuni casi rappresenta trasformazione e cambiamento, più che sventura.

La connessione con il venerdì rafforza ulteriormente la superstizione. La paura specifica del “venerdì 13” è definita friggatriskaidekaphobia o paraskevidekatriaphobia. Secondo una delle ipotesi più accreditate, tutto avrebbe avuto origine il venerdì 13 ottobre 1307, giorno in cui il re di Francia Filippo IV ordinò l’arresto e la persecuzione dei Cavalieri Templari. A ciò si aggiunge la tradizione cristiana, secondo cui Gesù sarebbe stato crocifisso proprio di venerdì.

In epoca moderna, la credenza si è consolidata con la pubblicazione del romanzo Friday, the Thirteenth di Thomas W. Lawson nel 1907, diventando poi fenomeno di massa grazie alla fortunata serie cinematografica horror iniziata nel 1980.

Superstizioni diverse, culture diverse

Non ovunque, però, il numero 13 è considerato nefasto. Nei Paesi di lingua spagnola e nella cultura greca, ad esempio, la cattiva sorte è legata al martedì 13. Il motivo va ricercato nell’associazione del martedì con Ares, dio della guerra (Marte per i Romani), simbolo di distruzione e conflitto. A rafforzare questa convinzione contribuì anche la caduta di Costantinopoli, avvenuta proprio di martedì, il 29 maggio 1453.

Non solo il 13: altri numeri “sfortunati”

Sebbene il 13 sia il numero più temuto a livello globale, non è l’unico a portarsi dietro una fama negativa. In Italia, ad esempio, è il 17 a essere considerato di cattivo auspicio. In Cina, invece, tra i numeri evitati c’è il 7, spesso collegato a lutto, separazione o morte, insieme al numero 4.

Nella tradizione cinese, il settimo mese dell’anno è noto come il “mese dei fantasmi”, periodo in cui si crede che le anime dei defunti tornino nel mondo dei vivi. Anche eventi contemporanei hanno contribuito a rafforzare certe superstizioni: il disastro del volo Malaysia Airlines 17 ha riportato l’attenzione sul numero 7, tra coincidenze numeriche che hanno alimentato paure e suggestioni.

Un discorso simile vale per il #numero 11, diventato simbolo di sventura dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Tra le coincidenze spesso citate figurano il numero del volo coinvolto, la somma dei passeggeri e persino il giorno dell’anno in cui avvenne l’attacco.

Infine, nel mondo dell’aviazione, alcune compagnie hanno deciso di eliminare del tutto determinate numerazioni. È il caso del #numero 191, scomparso dai voli di diverse compagnie statunitensi dopo una serie di incidenti, avvenuti tra il 1979 e il 2012, che hanno reso quella sigla sinonimo di tragedia.

Coincidenze, suggestioni o semplice bisogno umano di trovare un senso al caos: le superstizioni numeriche continuano a resistere al tempo, adattandosi alle epoche e agli eventi, senza mai perdere il loro fascino inquietante.




Lo Chef Bruno Gonnella e i suoi ravioli con provola affumicata, crema di zucca, fonduta di taleggio e guanciale croccante

collage export b9fd349a 5a9b 4fd7 a7d5 afe604d8e2bc

collage export b9fd349a 5a9b 4fd7 a7d5 afe604d8e2bcOggi parliamo dello Chef Bruno Gonnella, un giovane cuoco italo-brasiliano, praticamente romano d’adozione, già da tempo nella famiglia di CHEF Italia.

Classe 1994, attualmente lavora come Chef presso Altro Pasta e Vino, un locale nel cuore dello storico quartiere Testaccio di Roma, specializzato in pasta fresca e taglieri di salumi e formaggi, ideale per un pasto veloce, gustoso e al tempo stesso tradizionale ed innovativo. Ma prima di arrivare ad avere questo ruolo, ovviamente, ha dovuto prima cominciare, necessariamente, dalle basi professionali, a cominciare dalla sua formazione nella scuola di Amatrice, dove è restato per due anni e poi, nel 2011, ha conseguito l’attestato di cuoco presso la Tekna Chef Academy di Terni, in Umbria.

Nel corso del 2015 ha anche frequentato un Corso di Finger Food e uno sull’arte dell’impiattamento, quindi, dopo aver svolto diversi tirocini di formazione in vari ristoranti, ha iniziato a lavorare come aiuto cuoco generico per poi, dopo poco, passare di ruolo, diventando capo partita di antipasti caldi e crudi presso il ristorante della ben nota Casa del Jazz a Roma, sotto la guida dello Chef Zjamir Begoja, la cui “cucina fusion” ben si coniugava con la sua visione di una cucina tradizionale rivisitata, sposando il pesce o la carne con la frutta.

Una menzione a parte merita il progetto Casa del Jazz, fortemente voluto dall’allora Sindaco di Roma Veltroni, nato dalla confisca della Villa appartenuta al boss della banda della Magliana Enrico Nicoletti e, successivamente, assegnata al Comune di Roma. Una lapide posta all’ingresso, con i nomi delle vittime di mafia, realizzata in collaborazione con l’associazione Libera di Don Ciotti, testimonia la vittoria rappresentata dalla sua restituzione alla città e ai cittadini.

collage export 7662b350 0985 406d 8db3 e6b372861ee0Dopo questa prima fondamentale esperienza ha prestato la sua opera per un breve periodo al “Forte Village Resort” di Pula, immerso in 116 acri di splendidi giardini sulla costa meridionale della Sardegna. Ritornato a Roma, anche perché diventato papà di uno splendido bambino, ha lavorato per diversi anni in diversi ristoranti del centro storico capitolino e sul litorale romano.

Nel 2019 ha iniziato a lavorare a Cielo, un noto ristorante di Fiumicino, molto luminoso, pulito, moderno, nella brigata della nota Chef Sara Baldinacci, esperta nella cucina fusion e nell’arte dell’impiattamento, che, naturalmente, lo ha enormemente aiutato ad affinare le sue già diverse e molteplici tecniche di lavorazione apprese negli anni precedenti, oltre a metterlo a conoscenza di nuovi piatti, diversi e originali, unitamente a particolari accostamenti di alimenti e nuovi metodi e tecniche di lavorazione.

Lì vi rimane fino al 2021 per poi andare a lavorare nella brigata dell’Executive Chef Fulvio Pierangelini presso l’Hotel de Russie di Roma, un autentico gioiello tra Piazza del Popolo e Piazza di Spagna, dove ha avuto l’opportunità di misurarsi, seppure per un breve periodo, con le esigenze di una cucina di un prestigioso hotel.

Dopo pochi mesi, infatti, un suo ex collega lo chiama per affiancarlo come secondo Chef in un nuovo locale che si stava aprendo di lì a poco, seguendo l’inizio di una nuova ed importante avventura professionale che è durata circa tre anni, interrottasi per aver avuto la possibilità di assumere il ruolo di Chef presso il già menzionato Altro Pasta e Vino, famoso locale all’interno del mercato di Testaccio, dove, ogni giorno, ha la possibilità e la soddisfazione di esprimersi sia nella cucina tradizionale romanesca che in piatti assai più ricercati, avendo anche a disposizione i ravioli e gli altri prodotti del proprio laboratorio di pasta fresca, oltre anche alla produzione di salse e condimenti come quello al limone, il pesto di rughetta, anacardi e burrata, quello ai funghi porcini con robiola, pere e noci o con rombo e pesca.

Nel locale è presente anche una tavola calda dove, oltre ai primi piatti alla carta, si possono degustare diversi piatti, tutti preparati in giornata. Il menù, poi, cambia frequentemente, anche perché si utilizzano solo prodotti stagionali e può essere consumato in loco o come asporto.

Infine – ci dice il nostro Chef Bruno Gonnella – di essersi specializzato nella lavorazione e preparazione di piatti a base di pesce, descrivendo  la sua cucina come “tradizionalista rivisitata”, nella quale cerca sempre il migliore ed il più originale abbinamento di sapori e materie prime, tutte di prima qualità, insieme, naturalmente, all’accuratezza dell’impiattamento. Aggiunge anche che la vita è un viaggio che non sappiamo dove ci porterà ma che ogni sua tappa o sosta deve essere pienamente goduta, concordando anche con ciò che ha affermato il padre della cucina moderna, Massimo Bottura: “Se smettessi di sognare, smetterei anche di cucinare”.

*Ed eccoci ora alla eccezionale ricetta del nostro Chef Bruno Gonnella, i suoi ravioli ripieni di provola affumicata, adagiati su una vellutata crema di zucca, arricchita da una fonduta di taleggio dal gusto avvolgente e il tutto completato da guanciale croccante per donare sapidità e contrasto al piatto. Una ricetta dai sapori delicati e decisi al tempo stesso e che non mancherà di stupire i vostri ospiti.

Ma veniamo ora agli ingredienti per 4 persone; per i ravioli: 300 gr. di farina 00, 3 uova medie, un pizzico di sale, 200 gr. di provola affumicata, 2 cucchiai di ricotta, pepe nero q.b. Per la crema di zucca: 400 gr. di zucca pulita, 1 scalogno piccolo, olio extravergine d’oliva q.b., brodo vegetale q.b., sale e pepe q.b. Per la fonduta di taleggio: 150 gr. di taleggio, 100 ml. di panna fresca.

Per il guanciale: 120 gr. di guanciale. Preparazione; per la pasta fresca: disponete la farina a fontana sulla spianatoia, quindi aggiungete le uova e il sale. A questo punto, impastate fino ad ottenere un composto liscio ed elastico, dopodiché avvolgete il tutto nella pellicola e lasciate riposare per 30 minuti. Per il ripieno: grattugiate o tritate finemente la provola affumicata, quindi mescolatela con la ricotta e una macinata di pepe fresco al mulinello. Quindi mettete il composto in frigorifero fino all’uso. Per la crema di zucca: soffriggete lo scalogno tritato in olio extravergine d’oliva, quindi aggiungete la zucca precedentemente tagliata a cubetti, salate e pepate quanto basta. A questo punto, coprite con poco brodo o acqua e cuocete per 15–20 minuti, dopodiché frullate fino ad ottenere una crema liscia e vellutata. Per la fonduta di taleggio: scaldate la panna a fuoco dolce senza farla bollire, quindi aggiungete il taleggio precedentemente tagliato a pezzetti, dopodiché mescolate bene con una frusta finché il formaggio non si scioglie completamente.

Per il guanciale: tagliate il guanciale a listarelle, quindi rosolatelo in padella senza aggiungere altri grassi finché diventa croccante, dopodiché mettetelo da parte su carta assorbente da cucina. Per i ravioli: stendete la pasta in maniera sottile, quindi distribuite sopra il ripieno, chiudete e ritagliate i ravioli con l’apposita rotella.

A questo punto, cuoceteli in acqua salata per 2–3 minuti. Assemblaggio: in una padella capiente, mantecate i ravioli con il grasso del guanciale e la crema di zucca, quindi impiattate, usando ancora la restante crema come base, arricchendo e decorando a piacimento con la fonduta di taleggio; in ultimo fate piovere il guanciale sopra il piatto. Volendo, potete anche aggiungere una spolverata di pecorino romano. E, come sempre, buona degustazione.




Etna Delizie, il partner d’eccellenza per la ristorazione (VIDEO)

collage export 00b533ea 60d9 45bb bc73 1466d65b7bc3

collage export 00b533ea 60d9 45bb bc73 1466d65b7bc3Oggi presentiamo un’azienda agricola che recentemente è entrata a far parte della famiglia di CHEF Italia; in una proficua e brillante intervista, il Dott. Agr. Martino Allegra e il suo Direttore Commerciale Alessandro Gangi ci hanno parlato di questa magnifica, particolare ed unica attività che non ha eguali nel panorama agricolo-produttivo di settore.

L’Azienda agricola di cui oggi parliamo è la Etna Delizie-Due Palmenti, situata a Pedara nel cuore della Sicilia orientale, ed è un’attività che unisce tradizione e innovazione per offrire il meglio dei prodotti tipici siciliani.

Dalla produzione alla commercializzazione, ogni fase viene seguita con scrupolosa attenzione per garantire ai nostri clienti qualità, autenticità e gusto ineguagliabile. Ogni ciclo della realizzazione dei prodotti aziendali viene eseguita all’interno della stessa Azienda con scrupolo ed attenzione maniacale al fine di proporre a tutti i clienti i migliori risultati in termini di qualità.

collage export c06fa3fb a1d0 4a05 a274 1b19da3be8b8Massima attenzione al tema dell’innovazione: studio, ricerca, investimenti sono gli ingredienti alla base dei prodotti Etna Delizie-Due Palmenti che rappresentano in alcuni casi delle NOVITA’ assolute rispetto a quanto attualmente il mercato propone per prodotti della stessa categoria.

VISIONE –  L’Azienda ha l’ambizione di promuovere la cultura del mangiar bene e sano e di valorizzare i prodotti tipici del territorio frutto di lavoro e dedizione salvaguardando nel contempo l’ambiente e la biodiversità.

MISSIONE – L’Azienda si pone come obiettivo primario quello di offrire ai propri clienti prodotti dagli elevati standard qualitativi, mediante l’impiego di materie prime di alta qualità legate al territorio di appartenenza e alle sue tradizioni, impegnandosi nel proporre e sviluppare novità e garantendo la massima affidabilità e serietà verso i propri partner.

L’azienda crede nell’innovazione come motore di crescita: studio, ricerca e investimenti ci permettono di creare prodotti unici, capaci di distinguersi nel panorama gastronomico e di sorprendere il palato con novità esclusive.

FASI PRODUTTIVE

CONCIMAZIONE – La concimazione rappresenta sicuramente un’operazione fondamentale grazie al quale mediante l’impiego di concimi organici naturali, si mantiene il terreno sempre fertile e ricco di elementi nutritivi e di sostanza organica, indispensabile per mantenere in vita la moltitudine di microrganismi utili che vi abitano.

TRAPIANTO –  La prima fase coincide con il trapianto delle giovani piantine effettuato generalmente in autunno o in primavera a seconda dell’andamento climatico. Si tratta di un momento particolarmente delicato da seguire con cura e dedizione in quanto da esso dipenderà il futuro della produzione.

MALERBE –  Le malerbe rappresentano un ostacolo alla crescita delle piante aromatiche soprattutto nei primi anni di vita in quanto competono con esse nell’assorbimento degli elementi nutritivi. Per questo è opportuno procedere alla loro eliminazione, effettuata rigorosamente a mano e senza l’impiego di prodotti chimici e diserbanti dannosi per l’ecosistema e per l’ambiente.

RACCOLTA –  La fase della raccolta merita un’attenzione particolare in quanto da essa dipenderà la qualità stessa dei prodotti finiti. Essa si esegue generalmente durante il “periodo balsamico” in cui gli oli essenziali ed i composti aromatici risultano essere maggiormente presenti.

ESSICCAZIONE –  Una volta raccolte, le erbe vengono sottoposte al delicato processo di essiccazione effettuato in opportune serre ombreggiate in cui attraverso l’azione del calore prodotto dal sole, perdono gran parte dell’umidità contenuta nei propri tessuti riuscendo così a mantenere per un lungo periodo di tempo le loro caratteristiche organolettiche pressoché inalterate.

LAVORAZIONE – Una volta essiccate, le erbe sono così pronte per essere lavorate. In questa fase, attraverso svariati passaggi e mediante l’impiego di macchinari appositi, viene effettuata la separazione e l’allontanamento degli steli e della frazione più legnosa delle piante dai fiori e dalle foglie che invece risultano essere idonei per il consumo umano.

CONFEZIONAMENTO – Le erbe così pulite e selezionate, sono finalmente pronte per essere confezionate, imballate e spedite a tutti i clienti non solo in Italia ma in tutto il mondo.

COME NASCONO I PRODOTTI DELL’AZIENDA? – Si avvalgono di CONSULENTI qualificati che, grazie alla loro professionalità ed esperienza oltre che all’impiego di PANEL TEST (analisi sensoriali), permettono ad Etna Delizie-Due Palmenti di ottenere i migliori risultati in termini di QUALITÀ e CARATTERISTICHE ORGANOLETTICHE per tutti i loro prodotti.

Concludiamo invitando a scoprire i sapori autentici della Sicilia con Etna Delizie-Due Palmenti, dove ogni prodotto racconta una storia di eccellenza e amore per la loro terra.

https://etnadelizie.com/

www.duepalmenti.it

https://www.instagram.com/etnadelizie.duepalmenti?igsh=Znhibm5wZTJwZ2J2

https://www.facebook.com/share/188aVr4Zjc/?mibextid=wwXIfr

 

 




“Cronaca confusa di una quasi indipendenza”, quando lo Stato non risponde

cop amazon it

cop amazon itCon Cronaca confusa di una quasi indipendenza, Ennio Marchetti torna alla narrativa con un romanzo corale ambientato nella penisola di Samaná, nella Repubblica Dominicana, un territorio periferico non solo dal punto di vista geografico, ma soprattutto politico e simbolico.

Il libro prende le mosse da una realtà quotidiana fatta di blackout, carenza d’acqua, servizi che arrivano a intermittenza e promesse istituzionali mai mantenute. In questo contesto di attesa cronica e disillusione, nasce quasi per gioco — tra una conversazione al colmado e una battuta detta per stanchezza — un’idea tanto semplice quanto destabilizzante: provare a fare da soli.

Marchetti evita consapevolmente ogni retorica rivoluzionaria. L’indipendenza non è presentata come progetto politico strutturato, ma come reazione emotiva, come sintomo di una distanza sempre più marcata tra il centro decisionale e la vita reale delle periferie. Il vero protagonista del romanzo non è un leader, ma il “rumore”: una voce collettiva che cresce, si trasforma, si contraddice e finisce per interrogare un’intera comunità.

La scrittura è asciutta, osservativa, attenta ai dettagli minimi della quotidianità: un rubinetto a secco, una candela accesa durante un blackout, un camion dell’acqua che non arriva. Attraverso una galleria di personaggi comuni — pescatori, madri, bambini, intermediari, funzionari locali — l’autore costruisce un affresco umano in cui la marginalità diventa centro narrativo.

Cronaca confusa di una quasi indipendenza è un romanzo sulla periferia del potere, ma anche sul confine sottile tra rassegnazione e consapevolezza. Un libro che non offre risposte né soluzioni, ma pone una domanda essenziale: cosa accade quando l’assenza dello Stato smette di essere tollerata e comincia a essere nominata?

 

Disponibile in lulu.com e in amazon.com




Il 6 marzo la prima Giornata internazionale dell’amatriciana

pastafresca

pastafrescaÈ stata presentata nei giorni scorsi alla Camera la prima giornata internazionale dell’Amatriciana che si celebrerà il 6 marzo, primo di tre giorni di “celebrazioni” in programma ad Amatrice fino a domenica 8 marzo. L’iniziativa è promossa dall’Associazione dei Ristoratori e degli Albergatori di Amatrice (ARAM), col patrocinio del Comune di Amatrice, dell’Università Roma Tre, della Regione Lazio e della Camera di Commercio di Rieti e Viterbo.
Pensata per valorizzare le ricchezze, le eccellenze e le peculiarità del territorio che ha visto l’origine storica del piatto famoso nel mondo, la tre – giorni prevede convegni tematici, laboratori, visite ai cantieri, escursioni a piedi e in e-bike e tante degustazioni.
Secondo l’ultima ricerca Arsial (2020) nei soli comuni di Amatrice e di Accumoli la produzione stimata di sugo “Amatriciana” a settimana è di 150 kg per punto di ristorazione, per un totale annuo di circa 100 tonnellate. Se si considera una media di 5 piatti per kg di sugo, si arriva a circa 25.000 porzioni l’anno. Nel Lazio, invece, i piatti stimati toccano quota 1 milione.
La data del 6 marzo è stata scelta perché il 6 marzo 2020 l’Amatriciana ha ottenuto dalla Commissione Europea la certificazione di “Specialità Tradizionale Garantita-STG”. In Italia ci sono solo altri tre prodotti con questo riconoscimento: la mozzarella, la pizza napoletana e i vincisgrassi alla maceratese.
Ma perché una Giornata internazionale? Ci sono almeno tre motivi – sottolineano dall’ARAM: “il primo è una sfida culinaria: il 6 aprile si celebra in tutto il mondo il “Carbonara Day”, perché non fare anche un “Amatriciana Day”? E così, da un’idea nata durante un’intervista siamo arrivati a ideare questo progetto. Amando l’italianità, l’iniziativa è stata registrata e viene presentata come Giornata dell’Amatriciana, ma l’obiettivo è che in tutto il mondo la si celebri con l’hashtag che si preferisce, purché contenga la parola “Amatriciana”: che si tratti di #giornataamatriciana, #giornatainternazionaleamatriciana, #amatricianaday o altro è indifferente”.
Il secondo motivo, proseguono, “nasce dall’orgoglio di questa terra: l’orologio che si era fermato con il sisma del 24 agosto 2016 ha ripreso a girare, spinto con fatica e dignità in primis dai cittadini, sostenuti da istituzioni, associazioni, imprese. L’iniziativa che presentiamo oggi vuole far parte di questo percorso. Il terzo è di positività: la Giornata internazionale dell’Amatriciana vuole promuovere uno dei primi piatti più celebri al mondo – facendo festa il 6 marzo in tutti e cinque i Continenti e valorizzando al tempo stesso il luogo dove è nato”.
Per promuovere l’iniziativa online e suoi social, l’ARAM ha realizzato un sito web www.giornatadellamatricana.it e tre account social (instagram, facebook e x, tutti giornatadellamatriciana) su cui fino al 6 marzo sono in programma campagne social con testimonial e chef. (aise)