MATANZAS rosso sangue

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6291affb9e91c62766c6ecc1 st. augstine history 1460 anni fa il massacro  di S. Augustine che vide coinvolti anche gli italiani

Ha un nome suggestivo, vi abitano gli unici Nativi che non hanno mai firmato un trattato di resa, vi nacquero il più antico insediamento degli attuali Stati Uniti e la figura leggendaria del futuro cowboy: la Florida emana  decisamente un alone di fascino dalla sua centeneria storia e altrettanto fascino traspira dalle  tracce dei primi  italiani approdati in terra nordamericana. Se la saga dei grandi navigatori ha visto scorrere sui mari del Nuovo  Mondo vari volti originari della penisola, la Florida può vantare il primo segnale di emigrazione italiana stabile  che si sarebbe moltiplicata negli anni.  E’ S. Augustine il punto di partenza della storia stanziale europea in  Nordamerica.

20231007+spanish slaughtering french huguenotsGiunto in Florida nel 1513 Juan Ponce de Leòn approda nei pressi dell’attuale Cape Canaveral e  la battezza con l’appellativo attuale in onore della Pasqua Florida spagnola (e anche della rigogliosa flora tropicale).  Poco fiorita è invece l’accoglienza riservata agli spagnoli da parte delle tribù indigene e gli uomini  di Leòn devono rapidamente ripiegare sulle navi per evitare il peggio. Proseguiranno le loro scoperte veleggiando verso nord ma sarà Panfilo de Narvaez ad esplorare il bellissimo golfo dello stato americano, nel 1528, riuscendo anche a ottenere dei successi contro le tribù ostili della zona. Rimasto in pochi uomini a causa di una violenta bufera, l’amico di  Hernàn Cortéz (conquistatore del Messico) divise le sue forze e iniziò la sua esplorazione del territorio mentre le navi lo seguivano per via mare. Il contingente terrestre incontro degli indigeni che iniziarono  a magnificare gli ingenti depositi auriferi presenti nei territori del nord. Arrivati  ad Appalachee gli spagnoli capirono di essersi illusi e si misero in attesa della flotta che non fece mai ritorno.

images(1)Iniziò così una delle più incredibili avventure umane. Costruite delle zattere di fortuna, i reduci tentarono di tornare in Messico costeggiando i territori dell’attuale sud degli Stati Uniti: una nuova bufera, davanti al Texas, mise fine alla vita di gran parte di loro e tra questi c’era Panfilo de Narvaez. L’odissea proseguì per i pochi  superstiti che soltanto otto anni dopo lo sbarco in Florida, ritornarono, in numero di soli tre, in Nueva Espana (Messico), superando avventure che hanno dell’incredibile, e lasciando alla penna di uno di loro (tale Cabeza  de Vaca) la testimonianza della loro storia. I racconti dei superstiti portarono ad una nuova impresa e nel 1539  toccherà a Fernando de Soto, lanciatosi alla ricerca delle favolose città d’oro ( e dopo mesi di conquista e  massacri), raggiungere le sponde del grande Mississippi.

carolinatofloridacoast1733Durante quest’ultima spedizione gli spagnoli ritrovarono anche, quale dignitario di una delle tante tribù Seminole, un altro superstite della spedizione De Narvaez, tale Juan Ortiz, che ridotto a schiavo e poi messo a morte venne graziato dagli indiani per intercessione della figlia del capo villaggio (una storia che ricorrerà un secolo dopo nel New England  tra la principessa Powhatan Pocahontas e il capitano inglese John Smith).

Gli italiani, in terra florida comparvero alla fine delle grandi imprese avventurose spagnole. Tra il 1562 e il 1564 approdarono infatti sulle spiagge di Miami due spedizioni francesi. Si trattava di ugonotti, uomini dal credo religioso inviso alla corona di Francia (all’epoca dominata da una rappresentante della famiglia de’Medici di Firenze), e decisi a trovare un nuovo rifugio in terra americana. I francesi si accamparono sulle sponde dell’attuale St. Johns River, battezzando l’area “La Caroline” in onore del sovrano Carlo IX.  Vita difficile per questo primo nucleo di transpalpini, che riuscì a sopravvivere soltanto grazie ad una nuova spedizione di aiuto, capitanata da Jean Ribault, e che superò anche un complotto ai danni di Renè de Laudonnière, cui partecipò Stefano Genoese. Di questo italiano, grande avversario del leader ugonotto, le notizie sono alquanto precarie. Genoese, uscito sconfitto dal tentativo di rovesciare il comando, fu giustiziato.

castillo de san marcosLa storia della Florida, tra il 1564 e il 1575 si tinge di sangue coloniale. Ai francesi infatti reagiscono in modo impetuoso i reali di Spagna che spediscono in America l’efficientissimo Pedro Menèndez de Avilès, il quale fonda il villaggio più longevo degli attuali Stati Uniti, S. Augustine, rinforzandolo, dopo un primo tragico saccheggio perpetuato dal famoso corsaro inglese Francis Drake, con l’imprendibile castillo de San Marcos.

Gli spagnoli si misero subito all’opera contro quelli che consideravano eretici e i francesi reagirono trincerandosi nella città di Fort Caroline. Renè de Laudonnière decise però di tentare l’attacco a sorpresa alla fortezza spagnola, e tra gli uomini che comandavano il suo contingente vi era Nicola Ornano, un italiano di  Corsica appartenente ad una famiglia destinata a dare numerosi condottieri alle bandiere francesi. Viceammiraglio della flotta di Ribault, e comandante della nave Emerillon, Nicola Ornano subì il destino di tutta la comunità francese di Florida. La spedizione di de Laudonnière infatti si sfaldò sotto la forza degli uragani tropicali, aprendosi al micidiale contrattacco spagnolo. La storia ricorda quei giorni con un sinistro nome: il massacro di Matanzas. Il 29 settembre del 1565 infatti i superstiti del primo gruppo d’attacco (sfiniti e affamati) furono circondati dagli spagnoli. Accettata la resa, 130 francesi furono però giustiziati a tradimento: la vita venne risparmiata soltanto a coloro che si dichiararono cattolici.

staugustine1702siege(1)Il secondo gruppo, capitanato da Ribault arrivò sul luogo del massacro il 12 ottobre, in condizioni disperate. In questo gruppo vi era anche Nicola Ornano, il quale subì la stessa sorte degli altri 134 francesi: pur osservando i miseri resti del primo gruppo di francesi, gli uomini di Ribault decisero di arrendersi e vennero giustiziati, con l’esclusione di altri sedici graziati. Toccherà simile sorte anche a un altro italiano al servizio della Francia.

Dieci anni dopo il massacro  di Matanzas, Nicola Strozzi, capitano della nave “Prince”, venne catturato da Pedro Menendez Maques, nipote del comandante spagnolo autore della strage.  Nicola Strozzi era capitano al servizio del re di Francia, ed era figlio di Simone Strozzi e di Albiera di Iacopo Bindi, mantenendo alto il nome della nobile famiglia italiana nei mari del mondo. Esperto navigatore e combattente, egli si era distinto in vari scontri con i turchi ma, arrivato nei mari del Nuovo Mondo come capitano della nave “Prince”, trovò ad attenderlo una fine crudele. Pedro Menendez Marques lo fece prigioniero e gli chiese un riscatto per avere salva la vita. Strozzi accettò ed offrì al nemico 300 ducati per riacquistare la libertà: in cambio venne repentinamente giustiziato dall’avversario, emulo del feroce zio… e della moneta non si ebbe più nessuna traccia!

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Nelle acque torbide del fine Cinquecento altri italiani approdarono sulla costa della  Florida. Molti furono al servizio della corona spagnola e si insediarono nel villaggio di S.Augustine  contribuendo a formare la prima città stabile dei futuri Stati Uniti. Di loro restano pochissime tracce: erano per  lo più domestici, soldati semplici, artigiani al servizio dei condottieri nobili spagnoli sbarcati in terra americana. Tra i 2646 marinai e armigeri imbarcati sui 34 vascelli spagnoli della flotta di Menendes de Aviles, c’erano infatti tantissimi italiani residenti nei territori spagnoli della penisola. Tra essi spicca il nome di un certo Augustino Espinola (o Spinola) grande collaboratore del condottiero spagnolo. Francesco Genoese invece servì  l’autore della strage di Matanzas  sulle navi della sua flotta in rotta verso i territori americani. Italiano infine, anche se il suo nome è scomparso dagli annali della storia, fu il cappellano del capitano Francisco Lopez Mendoza Grajales, ovvero il primo uomo a mettere piede sul terreno dove sorse S. Augustine, il bisnonno dei  paesi statunitensi.




Faenza e La Spezia nuove Città Creative dell’UNESCO

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sin títuloL’UNESCO garantisce all’Italia due nuovi riconoscimenti nel panorama culturale internazionale: Faenza e La Spezia entrano ufficialmente nella Rete delle Città Creative dell’UNESCO, che oggi conta 408 città in oltre 100 Paesi. Con queste nuove adesioni, le città italiane nella rete salgono a 16, confermando il ruolo del nostro Paese come punto di riferimento globale per la cultura e la creatività.

La Rete delle Città Creative riunisce centri urbani che pongono la cultura e le industrie creative al centro delle proprie strategie di sviluppo sostenibile, promuovendo la cooperazione internazionale e lo scambio di buone pratiche tra comunità.

“Un riconoscimento di grande prestigio per i territori italiani e per la loro straordinaria capacità di innovare a partire dalla tradizione. Faenza e La Spezia rappresentano due esempi virtuosi di come la creatività e la cultura possano diventare leve concrete di crescita e coesione sociale”, ha commentato il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani.

Fondata nel 2004, la Rete delle Città Creative dell’UNESCO promuove la creatività come motore di sviluppo economico, sociale, culturale e ambientale.

Faenza, designata per il settore dell’artigianato e delle arti popolari, è riconosciuta a livello internazionale per la sua storica tradizione ceramica. La città si distingue per le politiche di partecipazione culturale, l’apertura alla collaborazione internazionale e la resilienza dimostrata nella ricostruzione post-alluvione, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

La Spezia, selezionata per il design, si afferma come laboratorio di innovazione urbana, blue economy e sostenibilità ambientale, ponendo la creatività al servizio del territorio e delle nuove generazioni.

Con queste designazioni, l’Italia consolida la propria presenza nella Rete UNESCO e rafforza la sua immagine di Paese della creatività diffusa, dove cultura, artigianato e innovazione si intrecciano per costruire modelli di sviluppo inclusivo e sostenibile, in dialogo con il mondo.




In Messico un’esposizione sulla cultura italiana del design

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mostrauniversumpuntovertL’Istituto italiano di cultura di Città del Messico porta al museo delle scienze dell’Unam —l’università più grande e importante del Paese— l’esposizione Tools For After-Design, una mostra che fa il punto sull’innovazione della cultura del progetto in Italia con oggetti reali, immagini e filmati.

L’apertura è prevista per il 7 novembre presso il centro espositivo Universum e il pubblico potrà visitare l’installazione fino al 18 gennaio 2026.

Come sarà il design e l’architettura del dopo? Cosa deve fare il progetto ai tempi dell’Antropocene? Tools For After Design propone soluzioni concrete per prevenire e affrontare gli scenari che il pianeta ci sta preparando. Il progettista è un visionario che ha il compito di immaginare il futuro: immaginare è progettare e progettare è ciò che fanno architetti e designer.

L’esposizione presenta un’accurata selezione di proposte di ultima generazione —con progetti e prodotti del nuovo design— che rappresentano una risposta alle domande urgenti che pone il tema.

Saranno visibili prototipi e scenari che tengono conto delle sfide della sostenibilità più all’avanguardia, con pezzi selezionati creati da studenti di scuole italiane, in rappresentanza delle nuove generazioni.

La mostra è articolata in quattro sezioni: Life, Paleo, Tools e Maps. Life esplora il concetto di oggetti con un’anima e diverse forme di vita, mentre Paleo si concentra sul fascino della preistoria e sull’idea che siamo fatti per stare all’aperto e muoverci, influenzando il contemporaneo. Tools sottolinea come l’immaginazione e la capacità di inventare nuovi strumenti possano cambiare il reale e Maps, infine, incoraggia un nuovo approccio progettuale basato sul cammino e sulla creazione di geografie dell’immaginario per orientarsi nell’oggi.

Immagine: toolsforafter.info

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Halloween, ecco da dove nasce la festa e perchè si chiama così

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halloween 1024x576Il 31 ottobre è il giorno di Halloween, all’insegna di dolcetti, scherzetti, zucche e travestimenti. Ricorrenza che ha un’origine antichissima, addirittura celtica, la festività di Halloween è festeggiata in molti Paesi anglosassoni, in particolare negli Usa, dove la tradizione è molto sentita. Anche in Italia la ‘notte delle streghe’ ha preso piede nel corso degli anni, al punto che molti locali organizzano eventi a tema, con decorazione e atmosfere ‘da brivido’. E quasi ogni bimbo che si rispetti (si fa per ridere) nel pomeriggio/sera del 31 ottobre fa il giro insieme agli amichetti, rigorosamente in costume da zombie o fantasma o Dracula, per bussare alla porta di negozi o case di vicinato pronunciando la famosissima formula ‘dolcetto o scherzetto‘. Ma perché Halloween si festeggia il 31 ottobre? E qual è il significato della festa?

LA FESTA DI SAMHAIN

Le origini di Halloween risalgono alla festa celtica di Samhain. I Celti, che vissero 2000 anni fa nell’area che oggi comprende l’Irlanda, il Regno Unito e la Francia settentrionale, celebravano l’anno nuovo il 1° novembre. Questo giorno segnava la fine dell’estate e del raccolto e l’inizio del buio e del freddo inverno. La festa di Samhain si svolgeva la notte tra l’ultimo e il primo giorno dell’anno nella tradizione celtica, il 31 ottobre, quando il confine tra il mondo dei vivi e dei morti si assottigliava talmente tanto da permettere ai fantasmi di tornare sulla terra. I Celti credevano che la presenza degli spiriti ultraterreni avrebbe reso più facile per i Druidi, i sacerdoti celtici, fare previsioni sul futuro.

I DRUIDI E I FALÒ SACRI

Per un popolo interamente dipendente dal mondo naturale, queste profezie erano un’importante fonte di conforto durante il lungo e buio inverno. Per commemorare l’evento, i Druidi costruivano enormi falò sacri, dove le persone si riunivano per bruciare le colture e donare gli animali in sacrificio alle divinità. Durante la celebrazione, i Celti indossavano costumi, costituiti in genere da teste di animali e pelli, raccontandosi le reciproche fortune. Quando la festa volgeva al termine, riaccendevano i loro focolari con la brace del falò sacro per avere protezione durante l’inverno in arrivo.

LA DIFFUSIONE DELLA FESTA NELLA STORIA

Nel 43 d.C., l’Impero romano aveva conquistato la maggior parte del territorio celtico. Nel corso dei quattrocento anni in cui governarono queste terre, due feste di origine romana furono combinate con la tradizionale festa di Samhain. Feralia, un giorno di fine ottobre, quando i Romani tradizionalmente commemoravano i morti. E la festa per rendere omaggio a Pomona, la dea romana dei frutti e degli alberi. Il simbolo di Pomona è la mela e l’incorporazione di questa celebrazione in Samhain probabilmente spiega la tradizione del ‘bobbing’, la pesca delle mele con la bocca che viene praticata oggi per Halloween.

IL GIORNO DEI MORTI CRISTIANO

Il 13 maggio del 609 dC, Papa Bonifacio IV dedicò il Pantheon di Roma a tutti i martiri cristiani, e venne istituita la festa cattolica di Tutti i Martiri nella chiesa occidentale. Papa Gregorio III (731-741), in seguito, ampliò la festa a tutti i santi così come tutti martiri e trasferì l’osservanza dal 13 maggio al 1 ° novembre. Con il 9° secolo l’influenza del cristianesimo si era diffusa nelle terre celtiche, dove a poco a poco soppiantò i vecchi riti indigeni. Nel 1000, la chiesa avrebbe fatto del 2 novembre il Giorno dei morti, un giorno per onorare i cari trapassati a miglior vita.

DA DOVE VIENE LA PAROLA ‘HALLOWEEN’

Il Giorno dei Morti si celebrava in modo simile a Samhain, con grandi falò, sfilate e travestimenti da santi, angeli e diavoli. Il giorno di Ognissanti era chiamato anche All-hallows o All-hallowsmas (il moderno All Saints) e la notte prima di esso, la tradizionale notte di Samhain nella religione celtica, cominciò ad essere chiamata All-hallows Eve (la notte prima di All-hallows, abbreviazione di All-hallows Evening), fino a diventare popolarmente Halloween.

 Agenzia DIRE – www.dire.it




Taylor Swift canta Portofino, il borgo sogna il suo arrivo

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foto a 2 sito31 1024x576Portofino finisce nei versi di Taylor Swift e il borgo ligure sogna di accogliere presto la pop star americana. Dopo l’uscita del brano dal titolo ‘Elizabeth Taylor’ in cui la cantante cita il celebre gioiello della Riviera, il Comune e la Regione colgono con entusiasmo l’eco internazionale che la canzone sta generando. “Siamo molto contenti di questo ricordo in un brano importante di una pop star così importante. Ci stiamo lavorando, vediamo se riusciamo ad averla anche nostra ospite nella stagione 2026″, afferma Giorgio D’Alia, vicesindaco di Portofino. Sulla stessa linea l’assessore regionale al Marketing territoriale Luca Lombardi: “Taylor, we are waiting for you in Portofino. Non posso che ringraziare la cantante per la virale pubblicità che sta facendo alla Liguria, invitandola a venirci a trovare presto”.

 

Agenzia DIRE – www.dire.it




La Chef Laura Ravaioli e la sua torta di mele alla cannella

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d630637b 4b14 4715 8a97 cdb9aa7a5ac2Oggi parliamo della Chef Laura Ravaioli, una grande professionista molto nota sia in Italia che all’estero, già da diverso tempo nella famiglia di CHEF Italia, Associazione Professionale e Operatori del Mondo Ho.Re.Ca.

Ci dice che lei è praticamente cresciuta nella trattoria di sua nonna che, unitamente a sua mamma, è stata la sua prima maestra e, naturalmente, anche l’artefice del suo percorso professionale che inizia nel 1984, quando, per seguire la sua grande passione, la cucina, lascia gli studi universitari e comincia, quasi per gioco, a collaborare con diverse aziende di catering. Troverà comunque il tempo di diplomarsi in grafica e tecniche di stampa.

Dopo un paio d’anni, formatasi nel frattempo tecnicamente e professionalmente, diventa cuoca per la prima volta, addirittura in uno dei locali, allora, più famosi del momento: l’Hemingway di Roma. Dopo pochi mesi diventa secondo chef in un grande ristorante: il Pianeta Terra, stella Michelin, considerato all’epoca, sia dai critici che dal pubblico, fra i primi nella classifica dei più prestigiosi locali di Roma oltre che d’Italia. Poi, di conseguenza, si moltiplicano le esperienze lavorative in altri rinomati ristoranti con Chef come Gualtiero Marchesi e Gianfranco Vissani. Viene poi chiamata a New York in l’occasione dell’apertura di un nuovo locale, un evento che segnerà l’inizio dell’alternanza tra l’attività didattica in varie scuole della Capitale e le consulenze a livello internazionale, in Asia come negli Stati Uniti fino alla Nuova Zelanda, mirate al restyling di ristoranti ubicati all’interno di strutture di proprietà di grandi gruppi alberghieri, tra i quali Ciga Hotels, Sheraton, Westin Hotel and Resort e Starwood.

Per queste aziende ha anche pubblicato, sia in italiano che in inglese, diversi libri di cucina, destinati, come diffusione e vendita, esclusivamente all’interno dei vari esercizi  alberghieri delle relative compagnie e, per citarne un paio, “La cucina dei grandi alberghi” per The Luxury collection – Ciga Sheraton e  “Taste in style” per The Luxury collection – Starwood.

Nel 1999 viene chiamata al lancio del primo canale televisivo europeo tematico interamente dedicato al cibo: Raisat Gambero Rosso Channel. Da allora, con varie rubriche, tra cui “Le ricette di Laura Ravaioli”, raggiunge e mantiene un livello massimo di ascolti nel settore, dalla cucina veloce di tutti i giorni alla cucina delle feste, dai piatti della tradizione italiana ai classici della cucina internazionale, sempre spiegati e illustrati in modo semplice e chiaro.

Sempre per Gambero Rosso – Città del Gusto la nostra Chef Laura Ravaioli è anche responsabile per l’organizzazione di Grandi Eventi sia in Italia che all’estero. Ha inoltre lavorato per diverse grandi aziende alimentari prestando il suo impegno volto alla creazione e alla messa a punto di diversi prodotti destinati alla Grande Distribuzione.

Nel mondo dell’editoria ha anche collaborato a libri e riviste come autore di testi e food stylist, affiancando diversi affermati fotografi di food. Ha pubblicato tre libri: ‘’La cucina dei single’’ per De Agostini, ‘’Cuciniamo insieme’’ per Mondadori e, da ultimo, ‘’Ricette per una vita felice’’ per Gambero Rosso Editore.

6c9db970 a06b 4772 9455 76df27442218Nel suo DNA c’è l’amore per la cucina della tradizione nel totale rispetto degli ingredienti e, soprattutto, delle stagioni e ritiene molto importante la ricerca e le nuove tecniche sperimentali. E poi, pur amando le fantastiche creazioni dei suoi colleghi, specifica, e ci tiene molto, di non voler fare cucina creativa per sua scelta, mentre le piace proporre piatti ormai dimenticati come quelli che fanno parte della quotidianità ma con quel piccolo tocco professionale in più.

Naturalmente, poi, la sua grande preparazione la rende oltremodo eclettica nei più svariati campi della ristorazione, dalla cucina etnica alla cucina della classica tradizione italiana. E poi adora molto insegnare, dedica molto tempo allo studio e alla ricerca ma cerca sempre di immaginare cosa le potrebbe essere chiesto e le piace prevenire le domande, dando spiegazioni esaurienti e il più possibile esaustive. E questo si percepisce subito, basta guardarla in una qualsiasi puntata delle sue trasmissioni:  mentre realizza una ricetta, la nostra Chef Laura Ravaioli  spiega le relative tecniche,  offrendo diverse informazioni utilissime per imparare a cucinare, raccontando anche storie e aneddoti della sua vita in giro per il mondo e del suo lavoro.

Ha infine realizzato una serie di 50 puntate dedicate alla cucina etnica, un’idea nata come una sorta di album di viaggio, proponendo tantissime ricette relative a piatti sia visti  che assaggiati ovunque nel mondo, un percorso, tra storia e gusto, per raccontare sapori, profumi, cibi, tradizioni, riti e abitudini alimentari dei vari paesi visitati, realizzato attraverso i piatti più rappresentativi tratti dalle diverse tradizioni culinarie del pianeta, dall’America del Sud al Magreb, dalla grande tradizione cinese della cucina imperiale ai classici della cucina indiana, ogni singola puntata dedicata ad una ricetta che diventa principalmente il pretesto per raccontare il paese da cui proviene, attraverso la musica, le immagini e, ovviamente, i relativi approfondimenti sui singoli ingredienti. Come risultato finale, un grande viaggio in 50 tappe nel pianeta cibo, un racconto itinerante all’insegna delle grandi proposte della cucina etnica.

Negli ultimi 10 anni, tra l’altro, si è anche occupata di cucina Kosher, con lezioni pratiche ma anche teoriche, realizzando tre serie di documentari, dei quali uno realizzato in Israele per il Ministero del Turismo Israeliano. Recentemente ha partecipato, come membro della giuria, alla Coppa d’Oro, trofeo internazionale dedicato prevalentemente alla pizza romana.

*Ed eccoci ora alla ricetta che ci presenta la nostra Chef Laura Ravaioli, la torta di mele alla cannella, semplice e golosa, ottima come dolce da colazione o merenda, ma può essere anche un magnifico dessert. Inoltre, ha un profumo davvero irresistibile, si può dire che è il dolce perfetto per l’autunno e per l’inverno, specialmente quando le giornate sono soleggiate ma fredde. E non a caso, nell’introdurla, la nostra Chef Laura ci parla del profumo di casa sua: “Pochi e semplici gli ingredienti. Veloce, facile ed economica. Mentre cuoce, emana un delizioso profumo, profumo di cose buone e semplici, cose di una volta, un po’ come accadeva a Proust con la “madeleine”; la torta di mele, per me, ha il sapore di casa: una sofficissima base che abbraccia e avvolge i dadini di mela che fa un lieve contrasto con la leggera crosticina di zucchero lievemente caramellato mescolato al bruno aromatico della cannella che dona al dolce un colore caldo e completa l’aroma di limone e vaniglia della pasta”.

Ma veniamo ora agli ingredienti: 150 gr. di burro, 100 gr. di zucchero, 3 uova intere, 150 gr. di farina 00, 3 cucchiaini di lievito in polvere, la scorza di 1 limone, ½ cucchiaino di estratto di vaniglia o 1 pizzico di vanillina,1 pizzico di sale, 3 mele sbucciate e tagliate a dadini, 3 cucchiai di zucchero e 2 cucchiaini di cannella in polvere.

Procedimento: lavorate il burro ammorbidito con lo zucchero, aggiungete le uova una alla volta e infine la farina setacciata con il lievito e il sale, quindi aromatizzate con la scorza di limone. Trasferite l’impasto in una tortiera da 20 cm. imburrata e infarinata, ricoprite il tutto con le mele tagliate, quindi pressate bene con le mani; a questo punto spolverizzate con lo zucchero e la cannella e mettete in forno a 180°C. per 40-45 minuti.

Un consiglio della nostra Chef Laura Ravaioli: se servite la torta di mele alla cannella per un tè o per una merenda, potete, a piacere, guarnirla con dello zucchero a velo o accompagnarla con del gelato alla crema o con della salsa inglese.

Oltre che come classica torta rotonda, è possibile anche realizzarla in forme più piccole, come mini muffins o cupcakes. Fatta a fette, può essere anche congelata, basterà avere l’accortezza di tirarla fuori dal freezer qualche ora prima. E, come sempre, buona degustazione.




Santo Domingo. Grande partecipazione all’inaugurazione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo

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capturaMercoledì scorso, a Casa d’Italia, si è svolta la serata in onore dell’Ambasciatore Stefano Queirolo Palmas, con la proiezione di cortometraggi sardi, organizzata dal Com.It.Es. di Santo Domingo in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia nella Repubblica Dominicana.

Presenti autorità dominicane (MIREX, Ambasciata UE, Ambasciata Dominicana a Roma) e italiane (oltre alla Presidente Licia Colombo, i membri del Com.It.Es. Orazio Viro, Emiliano Eusebi e Giuseppe Visca  e il Consigliere di Nomina Governativa del CGIE, il Cav. Paolo Dussich), imprenditori, rappresentanti della rete consolare onoraria e associazioni.

Un grazie speciale all’Ambasciata d’Italia e a Casa d’Italia, rappresentata dalla Presidente Rosanna Rivera e dal Vicepresidente Angelo Viro, per l’ospitalità e la collaborazione.

Nota stampa del Comites Santo Domingo

Nella foto la Presidente del Comites SD, Licia Colombo, con l’ambasciatore Queirolo Palmas




Washington. Una mostra sul gusto del design italiano

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28washInaugura il 18 novembre negli spazi dell’Ambasciata d’Italia a Washington la mostra “Il gusto del design italiano”, a cura di Elisabetta Pisu, presentata dall’Istituto Italiano di Cultura di Washington in occasione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. L’esposizione, in programma sino al 4 dicembre, racconta l’evoluzione del design italiano nell’ambiente cucina attraverso creazioni originali e oggetti firmati dai grandi maestri del progetto.
30 opere esplorano il legame fra il design made in Italy e la cultura della tavola, attraverso un percorso che va dagli anni Trenta ai nostri giorni, mettendo in luce alcune delle firme, dei brand e degli oggetti più rappresentativi.
“Con questa mostra”, rileva la direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Washington, Elettra La Duca, “celebriamo due eccellenze del nostro patrimonio culturale per le quali l’Italia è famosa nel mondo, in particolare negli Stati Uniti. La varietà gastronomica del nostro Paese si riflette nella realizzazione di oggetti di design creativi, capaci di stupire per originalità ed eleganza senza sacrificare la funzionalità”.
Ne “Il gusto del design italiano” si trovano esposti pezzi iconici, che hanno fatto la storia della preparazione e della presentazione del cibo e che continuano a essere indissolubilmente legati all’immaginario collettivo del rito della tavola, accanto ad altri, che segnano un’evoluzione dal punto di vista tecnologico oltre che del percepito sociale, portando ai visitatori una selezione di realizzazioni che fa luce non solo sulle soluzioni innovative ma, soprattutto, sul design come disciplina rappresentativa di un’epoca, di un mutamento di abitudini, di valori e di attribuzione di significato.
Si comprende come questa evoluzione veda negli anni ’90 il design italiano al centro di una rivisitazione dei piccoli elettrodomestici, come macchine per espresso, toaster e frullatori.
Dai piccoli accessori per la mise en place agli strumenti professionali per la preparazione , ogni pezzo esposto nella mostra riflette la maestria e il senso formale distintivo del design italiano, che mette insieme funzionalità ed estetica, innovazione tecnologica e bellezza.
Dall’iconico spremiagrumi Juicy Salif di Philippe Starck per Alessi del 1990 alla grattugia dalle linee sinuose Forma di Zaha Hadid per Alessi del 2021, al Toast di Gae Aulenti per Trabo del 1997, fino al Matarél di Matteo Ragni in vetro trasparente borosilicato del 2017, passando per le posate Conca di Gio Ponti prodotte da Sambonet a partire dal 1955.
“I processi che riguardano la preparazione, il servire e il conservare il cibo”, spiega la curatrice Elisabetta Pisu, “sono sempre stati al centro della cultura italiana sin dal tempo dell’antica Roma, così come la ricerca tra funzionalità e stile. Questo ha fatto sì che artigiani e, in epoca più recente, designer e architetti abbiano dato vita a oggetti raffinati e tecnologici, mai creati prima, diventati pezzi iconici riconosciuti in tutto il mondo ed entrati a far parte della storia del design italiano”. (aise) 




Addio a James Senese, l’anima del neapolitan sound | VIDEO

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james senese ph riccardo piccirillo web 8007 1024x683James Senese è morto a 80 anni per le complicazioni di un’infezione polmonare che lo aveva costretto al ricovero all’ospedale Cardarelli di Napoli lo scorso 25 settembre. Le sue condizioni, già rese fragili da patologie croniche, si erano aggravate nei giorni scorsi. È stato Enzo Avitabile, amico di una vita, a dare il primo annuncio: “Non bastano parole per un dolore così grande, ma solo un grazie. Per il tuo talento, la dedizione, la passione e la ricerca. Sei stato un esempio di musica e di vita. Un amico per fratello, un fratello per amico”.

Figlio di una donna napoletana e di un soldato afroamericano sbarcato in Italia durante la Seconda guerra mondiale, Senese – all’anagrafe Gaetano – portava nella sua musica le radici di due mondi. Cresciuto a Miano, nella periferia nord di Napoli, è stato uno dei padri del “neapolitan sound”, un intreccio di jazz, funk, rock e tradizione partenopea che ha segnato un’epoca.

Dagli esordi negli Showmen con Mario Musella, alla fondazione dei Napoli Centrale negli anni 70, fino alla lunga collaborazione con Pino Daniele, Senese ha attraversato generazioni di musica italiana con uno stile inconfondibile.

Oltre alla musica, qualche incursione nel cinema – celebre quella in “No grazie, il caffè mi rende nervoso” – e un’ultima prova discografica, “Chesta nun è ‘a Terra mia”, uscita appena lo scorso maggio.

LE REAZIONI

“James Senese è stato un artista straordinario, un figlio della Napoli vera, passionale e intrisa di contaminazioni. È stato un onore averlo protagonista di molte nostre iniziative tra cui il Capodanno. Il suo sax risuonerà per sempre, nel nome di Pino Daniele”. Lo scrive sui social il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi.

“Io sono figlio di un soldato americano nero e di una donna napoletana. Non sapevo chi fossi, poi ho capito: sono entrambi. Sono il suono di due mondi. Mi chiamavano ”o nir’, e pensavano fosse un insulto. Io l’ho trasformato in orgoglio, in ritmo, in vita, essere nero, per me, è portare dentro una storia di dolore e di luce. Io sono un nero napoletano. E questo non è un problema: è la mia verità. È sapere che la pelle parla, anche quando stai zitto. Io sono un napoletano nero. Sono figlio del sangue e del mare’. James Senese. Sit tibi terra levis”. Lo scrive su facebook Roberto Saviano.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Interno Verde in Cile grazie alla Consulta degli Emiliano-Romagnoli nel Mondo

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27internoverde“Interno Verde“, il festival dei giardini nato in Emilia-Romagna nel 2016, per la prima volta si terrà fuori dai confini nazionali e addirittura fuori dai confini europei. A novembre 2025, infatti, la manifestazione, che nella regione italiana coinvolge Piacenza, Parma e Ferrara, si svolgerà a Santiago del Cile, grazie al progetto coordinato dal Comune di Piacenza e sostenuto dalla Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo.
Ad accompagnare gli organizzatori in questa avventura ci saranno infatti le associazioni emiliano-romagnole Circolo di Angol, Emilia-Romagna La Serena, Emilia-Romagna Valle de Aconcagua, e dall’Istituto Italiano di Cultura. L’obiettivo è infatti quello di promuovere, attraverso la visita dei giardini segreti della capitale sudamericana, la cultura emiliana e italiana, rafforzare il legame tra i due paesi, conservare e trasmettere la memoria della migrazione.
I visitatori, camminando tra chiostri, orti botanici e parchi, incontreranno attività e prodotti che costruiranno un ponte tra terre e comunità. Dall’esposizione di ceramiche ispirate alla tradizione faentina agli approfondimenti sulle tecniche vitivinicole del delta, dalla degustazione di eccellenze tipiche come la coppa piacentina ai canti che una volta ritmavano il lavoro nei campi di canapa.
Il progetto, sostenuto dalla Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e promosso in qualità di capofila dal Comune di Piacenza, coinvolgerà attivamente le famiglie degli emigrati e i loro discendenti, le scuole di italiano, i tanti giovani che anche in tempi recenti – per i più diversi motivi – hanno deciso di trasferirsi dall’altra parte del globo.
A viaggiare insieme a Interno Verde ci saranno anche alcuni giardini emiliano-romagnoli. In una selezione di spazi iconici, rappresentativi del patrimonio architettonico, storico e botanico della città, verranno realizzati dei video 360, che saranno poi presentati a Santiago durante il festival.
Chi vorrà immergersi nell’anima più rigogliosa di Piacenza, di Parma e di Ferrara potrà indossare l’apposito visore e trovarsi d’improvviso catapultato in un’altra dimensione, non più nella caotica metropoli cilena ma tra i roseti di Palazzo Scotti da Sarmato, nel chiostro rinascimentale di San Paolo oppure sotto il cedro del Libano del Parco Massari.
“Nel 2023 abbiamo conosciuto Constanza Bianchini, un’architetta cilena che in quel periodo si trovava a Ferrara per il Bando Boomerang”, spiega Riccardo Gemmo, presidente di Interno Verde. “Lei si è innamorata del nostro evento e insieme abbiamo lavorato per poter trasformare in realtà questo sogno: organizzare Interno Verde a Santiago. L’idea di costruire il festival insieme alle associazioni degli emiliano-romagnoli è stata determinante in questo processo e non vediamo l’ora di conoscere le tante persone con cui ora ci stiamo coordinando a distanza. Ci aspetta una sfida importante, passare dai nostri tranquilli centri padani a una megalopoli con oltre 6milioni di abitanti non è cosa da poco, ma siamo curiosi e fiduciosi. Sarà una bellissima esperienza”.
“Portare un progetto come Interno Verde fino a Santiago del Cile è qualcosa che ci riempie di orgoglio – ha commentato Simone Fornasari, Assessore al Marketing Territoriale di Piacenza -. Significa esportare non solo un’idea creativa e partecipata, ma anche una visione del nostro territorio che sa parlare al mondo. Questa edizione speciale diventa un ponte tra le radici e il futuro, tra chi è partito e chi oggi continua a coltivare legami, cultura e bellezza. Come Comune di Piacenza abbiamo creduto fin dall’inizio in questa proposta, che dimostra quanto la nostra città possa essere generatrice di progetti di valore anche su scala internazionale”. (aise)