MATANZAS rosso sangue

460 anni fa il massacro di S. Augustine che vide coinvolti anche gli italiani
Ha un nome suggestivo, vi abitano gli unici Nativi che non hanno mai firmato un trattato di resa, vi nacquero il più antico insediamento degli attuali Stati Uniti e la figura leggendaria del futuro cowboy: la Florida emana decisamente un alone di fascino dalla sua centeneria storia e altrettanto fascino traspira dalle tracce dei primi italiani approdati in terra nordamericana. Se la saga dei grandi navigatori ha visto scorrere sui mari del Nuovo Mondo vari volti originari della penisola, la Florida può vantare il primo segnale di emigrazione italiana stabile che si sarebbe moltiplicata negli anni. E’ S. Augustine il punto di partenza della storia stanziale europea in Nordamerica.
Giunto in Florida nel 1513 Juan Ponce de Leòn approda nei pressi dell’attuale Cape Canaveral e la battezza con l’appellativo attuale in onore della Pasqua Florida spagnola (e anche della rigogliosa flora tropicale). Poco fiorita è invece l’accoglienza riservata agli spagnoli da parte delle tribù indigene e gli uomini di Leòn devono rapidamente ripiegare sulle navi per evitare il peggio. Proseguiranno le loro scoperte veleggiando verso nord ma sarà Panfilo de Narvaez ad esplorare il bellissimo golfo dello stato americano, nel 1528, riuscendo anche a ottenere dei successi contro le tribù ostili della zona. Rimasto in pochi uomini a causa di una violenta bufera, l’amico di Hernàn Cortéz (conquistatore del Messico) divise le sue forze e iniziò la sua esplorazione del territorio mentre le navi lo seguivano per via mare. Il contingente terrestre incontro degli indigeni che iniziarono a magnificare gli ingenti depositi auriferi presenti nei territori del nord. Arrivati ad Appalachee gli spagnoli capirono di essersi illusi e si misero in attesa della flotta che non fece mai ritorno.
Iniziò così una delle più incredibili avventure umane. Costruite delle zattere di fortuna, i reduci tentarono di tornare in Messico costeggiando i territori dell’attuale sud degli Stati Uniti: una nuova bufera, davanti al Texas, mise fine alla vita di gran parte di loro e tra questi c’era Panfilo de Narvaez. L’odissea proseguì per i pochi superstiti che soltanto otto anni dopo lo sbarco in Florida, ritornarono, in numero di soli tre, in Nueva Espana (Messico), superando avventure che hanno dell’incredibile, e lasciando alla penna di uno di loro (tale Cabeza de Vaca) la testimonianza della loro storia. I racconti dei superstiti portarono ad una nuova impresa e nel 1539 toccherà a Fernando de Soto, lanciatosi alla ricerca delle favolose città d’oro ( e dopo mesi di conquista e massacri), raggiungere le sponde del grande Mississippi.
Durante quest’ultima spedizione gli spagnoli ritrovarono anche, quale dignitario di una delle tante tribù Seminole, un altro superstite della spedizione De Narvaez, tale Juan Ortiz, che ridotto a schiavo e poi messo a morte venne graziato dagli indiani per intercessione della figlia del capo villaggio (una storia che ricorrerà un secolo dopo nel New England tra la principessa Powhatan Pocahontas e il capitano inglese John Smith).
Gli italiani, in terra florida comparvero alla fine delle grandi imprese avventurose spagnole. Tra il 1562 e il 1564 approdarono infatti sulle spiagge di Miami due spedizioni francesi. Si trattava di ugonotti, uomini dal credo religioso inviso alla corona di Francia (all’epoca dominata da una rappresentante della famiglia de’Medici di Firenze), e decisi a trovare un nuovo rifugio in terra americana. I francesi si accamparono sulle sponde dell’attuale St. Johns River, battezzando l’area “La Caroline” in onore del sovrano Carlo IX. Vita difficile per questo primo nucleo di transpalpini, che riuscì a sopravvivere soltanto grazie ad una nuova spedizione di aiuto, capitanata da Jean Ribault, e che superò anche un complotto ai danni di Renè de Laudonnière, cui partecipò Stefano Genoese. Di questo italiano, grande avversario del leader ugonotto, le notizie sono alquanto precarie. Genoese, uscito sconfitto dal tentativo di rovesciare il comando, fu giustiziato.
La storia della Florida, tra il 1564 e il 1575 si tinge di sangue coloniale. Ai francesi infatti reagiscono in modo impetuoso i reali di Spagna che spediscono in America l’efficientissimo Pedro Menèndez de Avilès, il quale fonda il villaggio più longevo degli attuali Stati Uniti, S. Augustine, rinforzandolo, dopo un primo tragico saccheggio perpetuato dal famoso corsaro inglese Francis Drake, con l’imprendibile castillo de San Marcos.
Gli spagnoli si misero subito all’opera contro quelli che consideravano eretici e i francesi reagirono trincerandosi nella città di Fort Caroline. Renè de Laudonnière decise però di tentare l’attacco a sorpresa alla fortezza spagnola, e tra gli uomini che comandavano il suo contingente vi era Nicola Ornano, un italiano di Corsica appartenente ad una famiglia destinata a dare numerosi condottieri alle bandiere francesi. Viceammiraglio della flotta di Ribault, e comandante della nave Emerillon, Nicola Ornano subì il destino di tutta la comunità francese di Florida. La spedizione di de Laudonnière infatti si sfaldò sotto la forza degli uragani tropicali, aprendosi al micidiale contrattacco spagnolo. La storia ricorda quei giorni con un sinistro nome: il massacro di Matanzas. Il 29 settembre del 1565 infatti i superstiti del primo gruppo d’attacco (sfiniti e affamati) furono circondati dagli spagnoli. Accettata la resa, 130 francesi furono però giustiziati a tradimento: la vita venne risparmiata soltanto a coloro che si dichiararono cattolici.
Il secondo gruppo, capitanato da Ribault arrivò sul luogo del massacro il 12 ottobre, in condizioni disperate. In questo gruppo vi era anche Nicola Ornano, il quale subì la stessa sorte degli altri 134 francesi: pur osservando i miseri resti del primo gruppo di francesi, gli uomini di Ribault decisero di arrendersi e vennero giustiziati, con l’esclusione di altri sedici graziati. Toccherà simile sorte anche a un altro italiano al servizio della Francia.
Dieci anni dopo il massacro di Matanzas, Nicola Strozzi, capitano della nave “Prince”, venne catturato da Pedro Menendez Maques, nipote del comandante spagnolo autore della strage. Nicola Strozzi era capitano al servizio del re di Francia, ed era figlio di Simone Strozzi e di Albiera di Iacopo Bindi, mantenendo alto il nome della nobile famiglia italiana nei mari del mondo. Esperto navigatore e combattente, egli si era distinto in vari scontri con i turchi ma, arrivato nei mari del Nuovo Mondo come capitano della nave “Prince”, trovò ad attenderlo una fine crudele. Pedro Menendez Marques lo fece prigioniero e gli chiese un riscatto per avere salva la vita. Strozzi accettò ed offrì al nemico 300 ducati per riacquistare la libertà: in cambio venne repentinamente giustiziato dall’avversario, emulo del feroce zio… e della moneta non si ebbe più nessuna traccia!

Nelle acque torbide del fine Cinquecento altri italiani approdarono sulla costa della Florida. Molti furono al servizio della corona spagnola e si insediarono nel villaggio di S.Augustine contribuendo a formare la prima città stabile dei futuri Stati Uniti. Di loro restano pochissime tracce: erano per lo più domestici, soldati semplici, artigiani al servizio dei condottieri nobili spagnoli sbarcati in terra americana. Tra i 2646 marinai e armigeri imbarcati sui 34 vascelli spagnoli della flotta di Menendes de Aviles, c’erano infatti tantissimi italiani residenti nei territori spagnoli della penisola. Tra essi spicca il nome di un certo Augustino Espinola (o Spinola) grande collaboratore del condottiero spagnolo. Francesco Genoese invece servì l’autore della strage di Matanzas sulle navi della sua flotta in rotta verso i territori americani. Italiano infine, anche se il suo nome è scomparso dagli annali della storia, fu il cappellano del capitano Francisco Lopez Mendoza Grajales, ovvero il primo uomo a mettere piede sul terreno dove sorse S. Augustine, il bisnonno dei paesi statunitensi.


L’Istituto italiano di cultura di Città del Messico porta al museo delle scienze dell’Unam —l’università più grande e importante del Paese— l’esposizione Tools For After-Design, una mostra che fa il punto sull’innovazione della cultura del progetto in Italia con oggetti reali, immagini e filmati.
Il 31 ottobre è il giorno di Halloween, all’insegna di dolcetti, scherzetti, zucche e travestimenti. Ricorrenza che ha un’origine antichissima, addirittura celtica, la festività di Halloween è festeggiata in molti Paesi anglosassoni, in particolare negli Usa, dove la tradizione è molto sentita. Anche in Italia la ‘notte delle streghe’ ha preso piede nel corso degli anni, al punto che molti locali organizzano eventi a tema, con decorazione e atmosfere ‘da brivido’. E quasi ogni bimbo che si rispetti (si fa per ridere) nel pomeriggio/sera del 31 ottobre fa il giro insieme agli amichetti, rigorosamente in costume da zombie o fantasma o Dracula, per bussare alla porta di negozi o case di vicinato pronunciando la famosissima formula ‘dolcetto o scherzetto‘. Ma perché Halloween si festeggia il 31 ottobre? E qual è il significato della festa?
Portofino finisce nei versi di Taylor Swift e il borgo ligure sogna di accogliere presto la pop star americana. Dopo l’uscita del brano dal titolo ‘Elizabeth Taylor’ in cui la cantante cita il celebre gioiello della Riviera, il Comune e la Regione colgono con entusiasmo l’eco internazionale che la canzone sta generando. “Siamo molto contenti di questo ricordo in un brano importante di una pop star così importante. Ci stiamo lavorando, vediamo se riusciamo ad averla anche nostra ospite nella stagione 2026″, afferma Giorgio D’Alia, vicesindaco di Portofino. Sulla stessa linea l’assessore regionale al Marketing territoriale Luca Lombardi: “Taylor, we are waiting for you in Portofino. Non posso che ringraziare la cantante per la virale pubblicità che sta facendo alla Liguria, invitandola a venirci a trovare presto”.
Oggi parliamo della Chef Laura Ravaioli, una grande professionista molto nota sia in Italia che all’estero, già da diverso tempo nella famiglia di CHEF Italia, Associazione Professionale e Operatori del Mondo Ho.Re.Ca.
Nel suo DNA c’è l’amore per la cucina della tradizione nel totale rispetto degli ingredienti e, soprattutto, delle stagioni e ritiene molto importante la ricerca e le nuove tecniche sperimentali. E poi, pur amando le fantastiche creazioni dei suoi colleghi, specifica, e ci tiene molto, di non voler fare cucina creativa per sua scelta, mentre le piace proporre piatti ormai dimenticati come quelli che fanno parte della quotidianità ma con quel piccolo tocco professionale in più.
Mercoledì scorso, a Casa d’Italia, si è svolta la serata in onore dell’Ambasciatore Stefano Queirolo Palmas, con la proiezione di cortometraggi sardi, organizzata dal Com.It.Es. di Santo Domingo in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia nella Repubblica Dominicana.
Inaugura il 18 novembre negli spazi dell’Ambasciata d’Italia a Washington la mostra “Il gusto del design italiano”, a cura di Elisabetta Pisu, presentata dall’Istituto Italiano di Cultura di Washington in occasione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. L’esposizione, in programma sino al 4 dicembre, racconta l’evoluzione del design italiano nell’ambiente cucina attraverso creazioni originali e oggetti firmati dai grandi maestri del progetto.
James Senese è morto a 80 anni per le complicazioni di un’infezione polmonare che lo aveva costretto al ricovero all’ospedale Cardarelli di Napoli lo scorso 25 settembre. Le sue condizioni, già rese fragili da patologie croniche, si erano aggravate nei giorni scorsi. È stato Enzo Avitabile, amico di una vita, a dare il primo annuncio: “Non bastano parole per un dolore così grande, ma solo un grazie. Per il tuo talento, la dedizione, la passione e la ricerca. Sei stato un esempio di musica e di vita. Un amico per fratello, un fratello per amico”.
“Interno Verde“, il festival dei giardini nato in Emilia-Romagna nel 2016, per la prima volta si terrà fuori dai confini nazionali e addirittura fuori dai confini europei. A novembre 2025, infatti, la manifestazione, che nella regione italiana coinvolge Piacenza, Parma e Ferrara, si svolgerà a Santiago del Cile, grazie al progetto coordinato dal Comune di Piacenza e sostenuto dalla Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo.