Da Biella a New York, la cultura italiana attraversa l’Atlantico

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Dal 15 al 17 ottobre “Contemporanea goes to New York” porta nella Grande Mela letteratura, storie di donne e nuove generazioni. Un progetto nato in Piemonte che diventa internazionale durante la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo

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La cultura italiana non viaggia soltanto attraverso i grandi nomi delle istituzioni. A volte parte da un territorio, cresce grazie alle persone che lo hanno costruito e finisce per arrivare dall’altra parte dell’oceano.

È quello che sta accadendo con Contemporanea, il festival nato a Biella nel 2020 con il progetto Parole e storie di donne, che dal 15 al 17 ottobre 2026 approda per la prima volta negli Stati Uniti con “Contemporanea goes to New York”.

L’iniziativa si svolge nell’ambito della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo e porta nella metropoli americana un programma dedicato alla letteratura, alla scrittura femminile, alla memoria e al rapporto tra lingua italiana e nuove generazioni. Il progetto è realizzato con il patrocinio e il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura e del Consolato Generale d’Italia a New York.

Da Biella alla Grande Mela

Il percorso di Contemporanea è interessante proprio perché non nasce a Roma o Milano, ma in una realtà provinciale come Biella.

Dal 2020 il festival ha costruito progressivamente una rete di relazioni nel mondo della cultura, della letteratura e dell’editoria, fino ad arrivare a un appuntamento internazionale.

La direttrice artistica Irene Finiguerra ha spiegato che l’approdo a New York rappresenta l’inizio di un nuovo percorso e non semplicemente il traguardo raggiunto da un festival italiano.

L’idea è quella di creare un ponte tra Italia e Stati Uniti attraverso la lingua italiana, le storie e le persone, dimostrando come anche un progetto culturale indipendente possa diventare uno strumento di dialogo internazionale.

Un concetto che acquista ancora più significato durante la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, quest’anno dedicata al tema “Lingua geniale: ideare, progettare, creare con l’italiano”.

Alba de Céspedes e la libertà delle donne

L’apertura newyorkese è prevista giovedì 15 ottobre con l’incontro La vera libertà di una donna. Alba de Céspedes e il racconto dell’emancipazione femminile.

Al centro ci sarà la figura di Alba de Céspedes, importante scrittrice e giornalista italiana del Novecento, riscoperta anche attraverso la ricerca condotta da Olga Campofreda sui materiali conservati nell’Archivio della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori.

Campofreda dialogherà con Isabella Livorni, assistant professor del Department of Italian Studies della New York University, mentre l’incontro sarà coordinato da Claudio Pagliara, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York.

La scelta di Alba de Céspedes non è casuale: la sua opera permette di affrontare temi legati all’identità, all’emancipazione femminile e alla libertà, questioni che continuano a parlare anche alle nuove generazioni.

Il ponte va anche nella direzione opposta

Uno degli aspetti più interessanti dell’iniziativa è che il rapporto tra Italia e Stati Uniti non viene concepito come un viaggio a senso unico.

Durante l’appuntamento del 15 ottobre sarà infatti presentato “Nuove Generazioni Across the Ocean”, un contest organizzato da Contemporanea insieme alla New York University e rivolto agli studenti del Department of Italian Studies.

Il vincitore avrà la possibilità di arrivare in Italia nel maggio 2027 come ospite di Contemporanea, partecipando a un tour culturale che avrà il suo centro a Biella e toccherà anche Torino, Santo Stefano Belbo e Milano.

In altre parole, il progetto non vuole soltanto portare l’Italia a New York, ma anche permettere a giovani americani che studiano italiano di conoscere direttamente il Paese e alcuni dei suoi luoghi culturali.

Stefania Auci e la storia dei Florio

Il programma prosegue sabato 17 ottobre con Stefania Auci, protagonista di due appuntamenti.

Alla libreria SullaLuna, l’autrice dialogherà con Marta Perego partendo dal suo ultimo libro, Cunti, storie, romanzi. I libri della mia vita, pubblicato da Mondadori nel 2026.

Nel pomeriggio, al Rizzoli Bookstore, Auci sarà invece protagonista di un incontro con la giornalista Simona Siri, durante il quale parlerà delle ricerche che hanno accompagnato la nascita della saga dedicata ai Florio e della sua fortuna internazionale.

È un altro elemento significativo: la letteratura italiana non viene presentata soltanto come patrimonio del passato, ma come una produzione contemporanea capace di trovare lettori anche fuori dai confini nazionali.

La letteratura esce dalle librerie

Uno degli appuntamenti più originali sarà quello dedicato al literary walking tour.

Marta Perego guiderà i partecipanti attraverso alcuni quartieri di Manhattan, da West Village a Greenwich Village, Washington Square, SoHo ed East Village, utilizzando le parole e le storie di scrittrici italiane e internazionali per leggere la città in maniera diversa.

Nel percorso compariranno, tra le altre, Elena Ferrante, Alba de Céspedes, Claudia Durastanti, Patricia Highsmith, Sylvia Plath e Sigrid Nunez.

L’idea è semplice ma efficace: trasformare New York stessa in una sorta di mappa letteraria e portare i libri fuori dagli spazi tradizionali.

Cultura italiana anche nei luoghi quotidiani

Il festival ha scelto inoltre di non limitarsi a università, istituti culturali e librerie.

Durante le giornate newyorkesi, Piadi – La Piadineria, azienda italiana presente a New York, ospiterà un corner di Contemporanea dedicato a conversazioni, video e podcast con esponenti della comunità culturale, professionale e imprenditoriale italiana e internazionale.

Un modo per portare la cultura anche in uno spazio informale e quotidiano.

Il progetto coinvolge inoltre la NYU, Rizzoli Bookstore, SullaLuna Bookstore, Italian Women USA Community e la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, oltre ad altri partner e sponsor tecnici.

La lingua italiana come strumento di relazione

Al di là dei singoli appuntamenti, Contemporanea goes to New York racconta qualcosa di più ampio.

La lingua italiana continua a essere uno degli strumenti attraverso i quali l’Italia mantiene rapporti con le proprie comunità all’estero e con chi, pur non essendo italiano, decide di studiare la nostra lingua e avvicinarsi alla nostra cultura.

Ed è proprio questo uno degli elementi che rende significativo il progetto: non si tratta semplicemente di esportare un festival italiano, ma di creare relazioni.

Da Biella a New York il percorso passa attraverso libri, università, librerie, comunità italiane, giovani studenti e istituzioni culturali.

Una dimostrazione concreta di come la cultura possa diventare un ponte internazionale.

E, soprattutto, di come una lingua possa continuare a viaggiare molto lontano dal Paese in cui è nata.




È morto Piero, la voce di “Mi viejo”: dall’Italia all’America Latina una vita in musica

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Nato a Gallipoli e emigrato in Argentina a soli tre anni, Piero De Benedictis è diventato una delle grandi voci della canzone popolare latinoamericana. Aveva 81 anni

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È morto a Buenos Aires, all’età di 81 anni, Piero Antonio Franco De Benedictis, conosciuto semplicemente come Piero, uno dei cantautori più popolari e riconoscibili della musica latinoamericana.

La notizia è stata comunicata dalla famiglia e dagli amici dell’artista il 7 ottobre. Piero era ricoverato a Buenos Aires e, al momento, non è stata comunicata ufficialmente la causa della morte.

Per gli italiani all’estero, però, la sua storia ha un significato particolare.

Perché Piero era italiano.

Nato il 19 aprile 1945 a Gallipoli, in Puglia, lasciò l’Italia quando aveva appena tre anni e raggiunse l’Argentina insieme alla madre e alla sorella, per ricongiungersi con il padre che si era già stabilito a Banfield, nella provincia di Buenos Aires.

Quella che era cominciata come una storia di emigrazione sarebbe diventata una straordinaria carriera artistica.

Dall’emigrazione alla musica

Piero crebbe in Argentina e fu proprio lì che costruì la sua identità artistica.

La sua carriera cominciò negli anni Sessanta. Nel 1964 debuttò in televisione nel programma Remates musicales, dopo aver abbandonato la formazione sacerdotale iniziata qualche anno prima.

Nel 1968 incontrò il poeta e autore José Tcherkaski. Da quell’incontro nacque una collaborazione destinata a produrre alcune delle canzoni più conosciute della sua carriera.

Tra queste, naturalmente, “Mi viejo”.

“Mi viejo”, una canzone diventata memoria collettiva

Pubblicata nel 1969, Mi viejo divenne rapidamente uno dei brani più celebri di Piero e superò i confini dell’Argentina.

La canzone raccontava il rapporto tra un figlio e il proprio padre, il passare degli anni e la trasformazione dell’uomo che un tempo sembrava invincibile e che, con il tempo, comincia a camminare più lentamente.

Una storia semplice, ma capace di parlare a generazioni diverse.

È diventata nel tempo una delle canzoni più associate alla figura paterna in tutta l’America Latina ed è stata reinterpretata da numerosi artisti.

E ancora oggi basta pronunciare il nome di Piero perché per milioni di persone quelle prime parole della canzone riportino immediatamente alla memoria un padre, un’immagine familiare, un’epoca.

Dalla canzone d’amore alla canzone sociale

Ma Piero non fu soltanto l’interprete di Mi viejo.

Negli anni Settanta la sua musica assunse sempre più una forte dimensione sociale e politica.

Brani come “Para el pueblo lo que es del pueblo”, “Que se vayan ellos” e “Pedro Nadie” lo trasformarono in una delle voci della canzone di protesta latinoamericana.

Era un periodo particolarmente difficile per l’Argentina.

Dopo il colpo di Stato militare del 1976, Piero lasciò il Paese e visse in esilio, prima in Spagna e successivamente in Colombia, dove avrebbe costruito un rapporto profondissimo con il Paese, fino ad ottenerne la cittadinanza nel 1994.

Il suo percorso artistico si intrecciò così con una parte importante della storia politica e sociale dell’America Latina.

Un italiano diventato simbolo della musica latinoamericana

C’è un elemento della sua biografia che rischia di passare in secondo piano davanti alla fama conquistata in Argentina.

Piero non era nato argentino.

Era nato in Italia e apparteneva a quella generazione di bambini italiani che nel dopoguerra partirono con le proprie famiglie verso altri Paesi alla ricerca di una nuova vita.

La sua storia dimostra anche quanto possa essere complesso il concetto di identità.

Piero diventò argentino attraverso la vita, la lingua, la musica e la cultura. Ma rimase anche figlio di un’emigrazione italiana che aveva portato milioni di persone in ogni angolo del mondo.

Nel suo caso, quella storia partì da Gallipoli e arrivò fino ai grandi palcoscenici dell’America Latina.

Una carriera lunga oltre mezzo secolo

Piero ha attraversato più di sei decenni di musica.

Ha conosciuto il successo, l’esilio, il ritorno in Argentina e una lunga stagione di concerti e iniziative sociali.

Nel 2016 la Latin Recording Academy gli assegnò il Premio alla Eccellenza Musicale, riconoscimento alla sua lunga carriera e al contributo dato alla musica latinoamericana.

La sua attività non si limitò inoltre alla musica: nel corso degli anni Piero partecipò a iniziative legate alla pace, alla solidarietà e soprattutto ai bambini e ai giovani.

Il suo messaggio pubblico rimase legato a parole come pace, giustizia sociale e speranza.

“La sua voce resterà con noi”

Nel comunicato diffuso dopo la sua morte, la famiglia ha ricordato proprio la sua voce e il messaggio che aveva cercato di trasmettere attraverso tutta la sua vita artistica.

E forse è questa la sintesi migliore della storia di Piero.

Un bambino partito dall’Italia a tre anni.

Un ragazzo che in Argentina scoprì la musica.

Un cantante diventato famoso con una canzone dedicata al padre.

Un artista che poi trasformò la propria musica in uno strumento per raccontare la società, le ingiustizie, la pace e le speranze di un continente.

Piero è morto a Buenos Aires, ma la sua storia appartiene a due mondi.

Quello italiano da cui era partito.

E quello latinoamericano che lo aveva adottato e trasformato in una delle sue voci più amate.

E ogni volta che qualcuno ascolterà Mi viejo, quella storia tornerà inevitabilmente a vivere.

 

Nella foto: Piero durante un concerto al Lincoln Center di New York, nel 2010. Il cantautore italo-argentino è morto a Buenos Aires a 81 anni. Foto: Miguel Rajmil/EFE

 




L’italiano che inventa il futuro: torna la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo

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Dal 19 al 25 ottobre la XXVI edizione porta nel mondo il tema “Lingua geniale: ideare, progettare, creare con l’italiano”. Alla Farnesina l’8 ottobre la presentazione ufficiale con Samantha Cristoforetti, Arianna Fontana e Andrea Riccardi

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L’italiano non è soltanto la lingua di Dante, della letteratura, dell’opera e della grande tradizione culturale. È anche la lingua con cui oggi si progettano automobili, si racconta il design, si parla di tecnologia, si comunica la ricerca scientifica, si costruisce la moda e si porta nel mondo il gusto italiano.

È proprio questa idea a fare da filo conduttore alla XXVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, in programma dal 19 al 25 ottobre 2026, che quest’anno avrà come tema “Lingua geniale: ideare, progettare, creare con l’italiano”.

La presentazione ufficiale dell’edizione 2026 si terrà giovedì 8 ottobre alla Farnesina, dalle 9.30 alle 13, nella Sala Conferenze Internazionali del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Una lingua che non vuole vivere soltanto del passato

Il messaggio scelto quest’anno è particolarmente significativo.

L’italiano viene spesso associato al patrimonio storico e culturale del nostro Paese: arte, musica, letteratura, cinema, cucina. Ma la Settimana vuole sottolineare anche un’altra caratteristica della nostra lingua: la capacità di accompagnare l’innovazione e la creatività contemporanea.

Il tema “Lingua geniale” vuole infatti mettere in evidenza il legame tra cultura e crescita economica e presentare l’italiano come uno strumento attraverso il quale il mondo conosce anche il saper fare italiano: dalla scienza all’ingegneria, dalla tecnologia al design, dalla moda alla gastronomia.

È una prospettiva che porta la lingua italiana fuori dalle aule scolastiche e dalle celebrazioni puramente culturali.

Parlare italiano significa anche poter entrare in contatto con un sistema culturale e produttivo riconoscibile in tutto il mondo.

Alla Farnesina scienza, sport, design e arte

La giornata dell’8 ottobre non sarà soltanto una presentazione istituzionale.

Dopo la sessione iniziale, il programma prevede tre panel dedicati ai diversi modi attraverso i quali l’italiano può diventare strumento di ideazione e creazione:

“Ideare con l’italiano: lingua della scienza, dello sport e dell’innovazione”

“Progettare con l’italiano: lingua del design, della moda e della cucina”

“Creare con l’italiano: lingua dell’arte, della musica e della letteratura”.

Tra gli ospiti annunciati figurano personalità provenienti da mondi molto diversi: Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri, l’astronauta Samantha Cristoforetti e la campionessa olimpica Arianna Fontana.

La loro presenza non è casuale.

Serve a mostrare come l’italiano possa essere utilizzato in ambiti che vanno ben oltre la letteratura e la grammatica.

Una settimana che parla agli italiani nel mondo

Per gli italiani residenti all’estero questa iniziativa assume un significato ancora più importante.

La Settimana della Lingua Italiana nel Mondo viene organizzata ogni anno dalla rete diplomatico-consolare e dagli Istituti Italiani di Cultura, insieme a numerosi partner della promozione linguistica e culturale italiana, tra cui Accademia della Crusca, CGIE, Società Dante Alighieri, RAI Italia e Treccani.

Non si tratta quindi di una manifestazione concentrata in Italia.

È una grande iniziativa internazionale che raggiunge le comunità italiane e gli studenti di italiano nei diversi continenti attraverso conferenze, mostre, incontri, spettacoli e attività didattiche.

Ed è proprio qui che il tema di quest’anno può diventare particolarmente interessante per le comunità italiane all’estero.

Perché mantenere viva la lingua italiana non significa soltanto conservare un legame sentimentale con il Paese di origine.

Significa anche trasmettere una lingua capace di raccontare il presente e il futuro dell’Italia.

Dalla lingua alla promozione dell’Italia

C’è poi un aspetto economico che merita attenzione.

Quando nel mondo si parla di design italiano, moda italiana, cucina italiana, tecnologia italiana o creatività italiana, la lingua diventa inevitabilmente parte dell’immagine del Paese.

Un marchio, un prodotto, un ristorante o un progetto possono essere conosciuti in tutto il mondo, ma spesso sono proprio le parole italiane a contribuire a costruirne l’identità.

La XXVI Settimana vuole quindi rafforzare anche il rapporto tra italiano, cultura e internazionalizzazione.

L’obiettivo è presentare un’Italia che non vive soltanto della propria storia, ma che continua a produrre idee, progetti e innovazione.

E per chi vive nella Repubblica Dominicana?

Anche per la comunità italiana nella Repubblica Dominicana la Settimana rappresenta un’occasione per riflettere sul ruolo della nostra lingua.

In un Paese dove l’italiano è legato soprattutto alla presenza delle famiglie italiane, alla cultura, alla gastronomia, al turismo e ai rapporti economici con l’Italia, promuovere la lingua significa mantenere aperto un ponte con il nostro Paese.

Ma quel ponte non dovrebbe guardare soltanto al passato.

Un giovane dominicano che studia italiano può avvicinarsi alla letteratura di Dante, ma anche al design italiano, alla musica contemporanea, alla scienza, alla cucina, alla moda, al cinema e alle imprese italiane.

E un figlio o un nipote di italiani cresciuto all’estero può scoprire che conoscere la lingua dei propri genitori o dei propri nonni non significa soltanto recuperare una parte della propria storia.

Significa anche avere accesso a un patrimonio culturale ancora vivo.

Dal 19 al 25 ottobre, l’italiano torna protagonista

La Settimana della Lingua Italiana nel Mondo è nata nel 2001 e nel corso degli anni è diventata la principale rassegna internazionale dedicata alla promozione della lingua italiana. Ogni edizione viene costruita intorno a un tema specifico e coinvolge la rete diplomatica, gli Istituti Italiani di Cultura e numerosi partner italiani e internazionali.

Quest’anno il messaggio è particolarmente chiaro: l’italiano non è soltanto una lingua da conservare, ma una lingua con cui creare.

Creare cultura.

Creare arte.

Creare tecnologia.

Creare impresa.

Creare bellezza.

E, soprattutto, creare nuovi rapporti tra l’Italia e il resto del mondo.

Per gli italiani che vivono fuori dai confini nazionali è forse questo l’aspetto più importante.

La lingua è uno dei fili che continuano a unire una comunità dispersa in tutti i continenti.

E finché quel filo rimane vivo, l’Italia continua a essere presente anche molto lontano dall’Italia.

 




Motoconcho, il taxi su due ruote che racconta la Repubblica Dominicana

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Per un italiano appena arrivato può sembrare soltanto una moto che attraversa il traffico con un passeggero dietro. Per milioni di dominicani è molto di più: un lavoro, un mezzo di trasporto indispensabile e una presenza quotidiana che fa parte del paesaggio del Paese

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Se c’è un’immagine capace di raccontare la vita quotidiana della Repubblica Dominicana, oltre alle palme, al merengue, alla bachata e ai colmados, è probabilmente quella di una motocicletta con due persone a bordo che si infila nel traffico e scompare rapidamente alla prima intersezione.

È il motoconcho.

Per chi arriva dall’Italia la prima impressione può essere di sorpresa. In molte città italiane il taxi ha quattro ruote, una licenza ben visibile e una fermata o un’applicazione attraverso la quale viene chiamato.

In Repubblica Dominicana basta invece fermarsi sul bordo della strada, alzare una mano e, spesso, nel giro di pochi secondi compare un motociclista pronto a portarti a destinazione.

Il motoconcho non è semplicemente una motocicletta utilizzata come taxi.

È diventato uno degli elementi caratteristici della mobilità dominicana.

Una soluzione nata dalla necessità

Il motoconcho ha una logica molto semplice: una motocicletta costa meno di un’automobile, consuma meno carburante, può muoversi più facilmente nel traffico e riesce a raggiungere strade dove un’automobile avrebbe maggiori difficoltà.

Questa caratteristica lo ha trasformato soprattutto nelle città di provincia e nei quartieri popolari in un servizio fondamentale.

C’è chi lo utilizza per andare al lavoro, chi per raggiungere il mercato, chi per arrivare rapidamente a una fermata dell’autobus e chi semplicemente deve percorrere pochi chilometri senza avere un’automobile a disposizione.

Anche nella grande area di Santo Domingo il motoconcho fa parte del sistema quotidiano degli spostamenti. Un recente studio sulla mobilità del Gran Santo Domingo ha registrato circa 6,7 milioni di viaggi al giorno e considera il motoconcho tra le modalità di trasporto collettivo insieme a taxi, Uber e altri servizi.

In altre parole, non stiamo parlando di un fenomeno marginale.

Il motoconchista è un lavoratore

Dietro quella motocicletta c’è quasi sempre una persona che sta lavorando.

Il motoconcho rappresenta per molti dominicani una possibilità di guadagno immediato e, soprattutto, accessibile senza la necessità di disporre di grandi capitali.

Il fenomeno è strettamente legato anche alla cosiddetta economia informale, che continua ad avere un peso importante nel mercato del lavoro dominicano.

Nel secondo trimestre del 2026, secondo i dati della Banca Centrale, il tasso di informalità lavorativa nella Repubblica Dominicana era del 53,8%.

Il motoconcho si inserisce proprio in questo universo: quello delle persone che costruiscono quotidianamente il proprio reddito attraverso attività autonome o poco strutturate.

Per molti è un’attività temporanea. Per altri diventa un vero mestiere.

Si trova il motoconchista che conosce perfettamente ogni strada del quartiere, quello che ha la propria “parada”, quello che lavora sempre nella stessa zona e quello che ha una clientela abituale.

E, come accade con il tassista, dopo un po’ il cliente non chiama più “un motoconcho”.

Chiama José, Juan, Pedro o Manuel.

La parada: il punto di riferimento

Una delle caratteristiche più interessanti è proprio la parada.

In molte località i motoconchisti si concentrano in determinati punti della città. Non è soltanto il luogo dove aspettano i clienti: diventa una piccola struttura sociale.

Ci sono regole interne, turni, discussioni, rapporti di amicizia e, naturalmente, una buona dose di conversazione.

Si parla di politica, baseball, donne, benzina, lavoro, del vicino, del presidente, del sindaco e di quello che è successo ieri.

Insomma, come spesso accade nella Repubblica Dominicana, il luogo di lavoro diventa anche un luogo di socializzazione.

L’INTRANT ha effettuato negli anni censimenti e ispezioni delle paradas de mototaxis, lavorando anche sulla formazione degli operatori e sulla sicurezza stradale.

Non è più soltanto un fenomeno “informale”

Per molto tempo il motoconcho è stato considerato soprattutto una forma di trasporto informale.

Ma la Repubblica Dominicana ha progressivamente cercato di inserirlo dentro un quadro normativo.

Il Decreto 256-20 stabilisce infatti regole specifiche per il trasporto in motocicletta e prevede requisiti per i conducenti e per i veicoli. Per guidare una motocicletta sulle strade pubbliche è obbligatoria una patente valida della categoria prevista dalla normativa.

Il regolamento riguarda anche il trasporto pubblico di passeggeri in motocicletta.

L’obiettivo è evidente: se il motoconcho è ormai parte del sistema di mobilità, bisogna cercare di renderlo più sicuro e più regolamentato.

Il grande problema: la sicurezza

Ed è qui che il sorriso del motoconchista e la simpatia del personaggio lasciano spazio a una questione molto più seria.

La motocicletta è un mezzo agile, economico e veloce.

Ma è anche molto più esposto di un’automobile.

Un incidente che per un automobilista può significare un paraurti ammaccato può avere conseguenze molto più gravi per chi viaggia su una moto.

Per questo la sicurezza dei motociclisti è diventata una delle grandi questioni della mobilità dominicana.

Le autorità hanno insistito sull’utilizzo del casco protettivo omologato, del giubbotto riflettente e sul rispetto delle norme di circolazione.

Anche iniziative recentissime vanno nella stessa direzione: nell’ottobre 2026 sono stati consegnati all’INTRANT 150 caschi omologati nell’ambito di un programma di prevenzione e sicurezza stradale.

Il problema, quindi, non è il motoconcho in quanto tale.

Il problema è come renderlo compatibile con una mobilità sempre più intensa senza mettere inutilmente a rischio conducenti e passeggeri.

Per l’italiano che vive in RD

Per un italiano che vive nella Repubblica Dominicana da qualche tempo, prima o poi arriva il momento della domanda:

“Prendiamo un motoconcho?”

All’inizio magari si guarda la motocicletta con una certa diffidenza.

Poi si scopre che per fare 500 metri, soprattutto in una zona congestionata, può essere molto più rapido di un’automobile.

E alla fine si impara anche il rituale.

Si esce dal colmado, si fa un cenno con la mano e in pochi secondi arriva qualcuno.

“¿Pa’ dónde?”

Si dice la destinazione.

“¿Cuánto?”

Si concorda il prezzo.

E si parte.

Naturalmente è prudente verificare che il conducente disponga degli elementi di sicurezza previsti e, soprattutto, indossare il casco. La comodità non dovrebbe mai diventare un motivo per ignorare la sicurezza.

Un pezzo della cultura quotidiana

Definire il motoconcho semplicemente come una “tradizione” può essere riduttivo.

Non è una tradizione nel senso di una festa popolare o di un’antica usanza tramandata dai nonni.

È qualcosa di diverso.

È una consuetudine sociale contemporanea che, nel corso degli anni, è entrata così profondamente nella vita dominicana da essere ormai riconoscibile come parte dell’identità quotidiana del Paese.

Come il colmado.

Come la banca di lotto.

Come il baseball giocato per strada.

Come il vicino che conosce tutti.

Come il “ahora voy” che può significare cinque minuti oppure un’ora.

Il motoconcho racconta una Repubblica Dominicana che ha imparato a muoversi utilizzando quello che aveva a disposizione.

Una motocicletta, una strada, un casco e una persona che deve arrivare da qualche parte.

E forse è proprio questa la sua forza

Il motoconcho nasce dalla necessità, ma diventa anche una forma di adattamento.

Dove il traffico è intenso, passa.

Dove la strada è stretta, passa.

Dove l’autobus non arriva, spesso arriva lui.

Dove il cliente ha fretta, il motoconchista lo sa.

Per questo, dopo tanti anni, non è più possibile guardare quel continuo esercito di motociclette soltanto come un problema del traffico.

È anche una parte della soluzione al problema della mobilità.

Naturalmente deve essere una soluzione più sicura, meglio regolamentata e integrata nel sistema dei trasporti.

Ma eliminarlo senza offrire un’alternativa realistica significherebbe togliere a migliaia di persone un mezzo di trasporto e a migliaia di lavoratori una fonte di reddito.

Il motoconcho, insomma, è molto più di una moto con un passeggero.

È una fotografia della Repubblica Dominicana di oggi.

Una fotografia rumorosa, veloce, colorata e qualche volta spericolata.

Ma profondamente dominicana.

 




Anna Ciampolini nominata Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia: le congratulazioni di Fatti Nostri

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A Vancouver il riconoscimento per oltre quarant’anni di impegno nella promozione della lingua e della cultura italiana e nella valorizzazione della comunità italo-canadese. Anna Ciampolini è da anni collaboratrice di Fatti Nostri.

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Un importante riconoscimento per Anna Ciampolini, da molti anni impegnata nella promozione della cultura italiana in Canada e stimata collaboratrice di Fatti Nostri.

Nel corso di una cerimonia svoltasi presso il Centro Culturale Italiano di Vancouver, il Console Generale d’Italia, Paolo Miraglia Del Giudice, le ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia (OSI), in riconoscimento del suo significativo contributo alla diffusione della cultura italiana e alla conservazione del patrimonio storico e culturale della comunità italo-canadese.

Anna Ciampolini non ha potuto essere presente personalmente alla cerimonia: a rappresentarla è stata la figlia Francesca, che ha ricevuto l’onorificenza in sua vece.

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Oltre quarant’anni al servizio della cultura italiana

Il riconoscimento premia un percorso professionale e umano lungo oltre quattro decenni, durante i quali Ciampolini ha dedicato energie e passione alla promozione della lingua italiana, della letteratura e delle tradizioni del nostro Paese.

Il suo impegno si è esteso anche al lavoro sociale e al sostegno delle comunità immigrate, contribuendo a mantenere vivi i legami culturali e identitari degli italiani in Canada e a trasmettere questo patrimonio alle nuove generazioni.

Un’attività portata avanti con costanza, nella convinzione che la lingua, la cultura e la memoria delle proprie origini rappresentino elementi fondamentali per una comunità che vive lontano dalla terra d’origine.

Il riconoscimento e l’affetto di Fatti Nostri

Per Fatti Nostri, questo riconoscimento ha un significato particolare. Anna Ciampolini è infatti da anni una collaboratrice del nostro giornale, con il quale condivide l’attenzione per la cultura italiana nel mondo e per le vicende delle comunità italiane all’estero.

La sua onorificenza è motivo di autentica soddisfazione anche per la nostra redazione, che desidera esprimerle le più sincere congratulazioni per questo importante traguardo.

Ad Anna va il nostro ringraziamento per il lavoro svolto nel corso degli anni, per la dedizione alla cultura italiana e per il contributo offerto alla comunità italo-canadese.

Cara Anna, congratulazioni da tutta la redazione di Fatti Nostri per questo meritato riconoscimento. Siamo orgogliosi di averti tra i nostri collaboratori e ti auguriamo di proseguire con la stessa passione il tuo prezioso impegno.




La pecora alla cottora, un classico dell’Aquila e dell’Abruzzo

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Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

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Oggi parliamo della pecora alla cottora, chiamata anche alla callara o al cutturo a seconda della zona dell’Abruzzo, che è una ricetta antichissima risalente ai tempi della transumanza quando, lungo il cammino fino al tavoliere delle Puglie, i pastori consumavano le pecore morte o ferite trovate durante il tragitto e cucinavano la carne in un grande paiolo di rame, appunto la cottora o callara, appeso a una catena sopra il fuoco vivo, aromatizzandola con tantissime erbe spontanee per smorzare il sapore forte della pecora.

Ma veniamo agli ingredienti per 4 – 6 persone: 1,2 kg. di carne di pecora tagliata a pezzi medio-grandi, preferibilmente polpa, coscia o pezzi con osso, 2 carote, 1 costa di sedano, 1 cipolla grande, 3-4 spicchi d’aglio, 1 bicchiere abbondante di vino bianco secco (tipo il Trebbiano d’Abruzzo), 300 gr. di pomodori maturi a pezzetti o anche pelati schiacciati, un mazzetto di erbe aromatiche come il rosmarino, il timo, l’alloro, la maggiorana e le bacche di ginepro, peperoncino piccante q.b., olio extravergine di oliva q.b., sale e pepe in grani q.b.

La preparazione: mettete i pezzi di pecora in una pentola capiente riempita di acqua fredda. Portate a bollore e lasciate sobbollire per circa 15-20 minuti. Vedrete salire a galla una schiuma densa e il grasso in eccesso che dovrete rimuovere costantemente con una schiumarola. Scolate la carne e sciacquala sotto l’acqua corrente calda. Nota: Nella tradizione più antica questa operazione veniva ripetuta due o tre volte per “addolcire” la carne di pecore anziane. In una pentola dal fondo spesso (ideale la ghisa o il rame) create una base tritando finemente carota, sedano, cipolla e aglio. Fate rosolare leggermente questo trito con un giro generoso di olio extravergine d’oliva ed il peperoncino, quindi unite le erbe aromatiche (alloro, timo, rosmarino, maggiorana e ginepro) ed il pepe in grani. Lasciate sfrigolare qualche istante per sprigionare gli oli essenziali, poi aggiungete i pomodori e fate cuocere per 3-4 minuti. A questo punto inserite i pezzi di pecora nella pentola, quindi sfumate con il vino bianco lasciando evaporare l’alcol a fiamma vivace. Coprite la carne a filo con acqua calda (o brodo vegetale leggero), mettete il coperchio, abbassate la fiamma al minimo e lasciate cuocere il tutto lentamente per almeno 4 ore. Controllate di tanto in tanto che non si asciughi troppo, aggiungendo altra acqua calda se necessario. La carne sarà pronta quando risulterà così tenera da staccarsi quasi da sola dall’osso. Regolate di sale solo verso la fine della cottura. Servite la pecora alla cottora caldissima, accompagnata da fette di pane casereccio abbrustolito, perfetto per raccogliere il ricco e denso sugo di cottura, che può essere usato, se avanzato, per condire gli gnocchi di patate o gli spaghetti alla chitarra fatti in casa. E buon appetito.

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*I piatti tipici dell’Aquila e del suo territorio uniscono la tradizione pastorale di montagna con ingredienti genuini e poveri.

Tra i primi piatti, i maccheroni alla chitarra, una pasta fresca quadrata fatta con un telaio di fili d’acciaio (la chitarra), condita con ragù di agnello o sugo di pallottine; le scrippelle ‘mbusse, sottili crespelle arrotolate e servite calde in un saporito brodo di gallina o vegetale; le sagne o minestre con legumi; la zuppa di volarelle, quadretti di pasta fritti serviti dentro un brodo caldo.

Tra i piatti di carne, oltre alla già menzionata pecora alla cottora, l’agnello cacio e ovo, bocconcini di agnello saltati e poi legati con un’emulsione di uova e formaggio pecorino; gli arrosticini, spiedini di carne di pecora cotti alla brace; le pallotte cacio e ova, polpette povere di pane, uova e formaggio pecorino cotte nel sugo di pomodoro.

Da ricordare tra le eccellenze, lo zafferano dell’Aquila DOP, coltivato sull’altopiano di Navelli.

Tra i formaggi, l’Incanestrato di Castel del Monte; il Caciofiore Aquilano, un antico formaggio a caglio vegetale, dal sapore aromatico e delicato; la Ricotta Scorza Nera (o Ricotta Ovina di Arischia), una ricotta di pecora con una leggera affumicatura; la Giuncata, un formaggio fresco a  pasta morbida, tradizionalmente scolato nelle fascette di giunco.

Tra i salumi, la Mortadella di Campotosto, conosciuta anche come “fiaschetta” per la sua forma a collo di bottiglia con una caratteristica barretta di lardo inserita al centro e una leggera affumicatura; il Salame Aquilano, a grana media e a forma piatta, preparato con suino selezionato, pepe nero in grani e spezie bilanciate, stagionato lentamente; il Cuore di Paganica, un salume pregiato ricavato dalla parte muscolare più grande del suino, lavorato artigianalmente e stagionato in cantina, simile per consistenza e pregio ad un culatello; le Salsicce di Fegato, proposti sia nella variante dolce che piccante, spesso arricchite con miele o aromi locali.

Tra i dolci, il torrone tenero al cioccolato, una variante aquilana celebre per il ripieno morbido con nocciole; la ciambella di San Biagio, un dolce votivo e tradizionale preparato nel periodo di gennaio e febbraio in ricordo del terremoto del 1703; le ferratelle (anche pizzelle o neole), cialde fragranti cotte su una doppia piastra di ferro scanalata, diffuse in tutto l’Abruzzo e preparate anche nella variante allo zafferano; gli amaretti morbidi e i sassi d’Abruzzo, pasticceria secca a base di mandorle e nocciole.

Tra i vini rossi, le Terre Aquilane IGP, le Terre de l’Aquila IGT, il Montepulciano d’Abruzzo DOC e il Cerasuolo d’Abruzzo DOC. Tra i bianchi, il Pecorino ed il Trebbiano d’Abbruzzo.




Museo dell’Emigrazione Italiana, il sottosegretario Dell’Utri in visita a Genova

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Al centro dell’incontro la memoria degli italiani partiti verso l’estero, il valore delle comunità nel mondo e nuove iniziative per raccontare la storia dell’emigrazione alle giovani generazioni.

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GENOVA – Il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana (MEI) ha accolto il 1° ottobre il sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Massimo Dell’Utri, incaricato di seguire le politiche rivolte agli italiani nel mondo.

Accompagnato dal presidente della Fondazione MEI, Paolo Masini, e dal direttore del museo, Pierangelo Campodonico, Dell’Utri ha visitato gli spazi espositivi, soffermandosi sul percorso multimediale e sulle testimonianze, le fotografie e i documenti che raccontano le diverse esperienze migratorie italiane.

Il museo ricostruisce le vicende di milioni di persone che, nel corso delle generazioni, hanno lasciato l’Italia per cercare lavoro, migliori condizioni di vita e nuove opportunità, contribuendo allo sviluppo delle società che le hanno accolte.

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Un patrimonio che unisce l’Italia agli italiani all’estero

Nel corso della visita, il sottosegretario ha sottolineato l’importanza della rete dei musei dedicati all’emigrazione, considerata uno strumento per conservare le radici della storia nazionale e mantenere vivo il rapporto con le comunità italiane all’estero.

Questi luoghi, ha evidenziato Dell’Utri, permettono di trasmettere alle nuove generazioni una memoria fatta di esperienze personali, sacrifici e percorsi di integrazione, che continuano a essere parte integrante dell’identità italiana.

Per gli italiani residenti fuori dai confini nazionali, la storia dell’emigrazione rappresenta infatti molto più di un capitolo del passato: è un legame culturale e familiare che attraversa le generazioni e contribuisce a mantenere vivo il rapporto con il Paese d’origine.

Il presidente della Fondazione MEI, Paolo Masini, ha interpretato la visita come un riconoscimento del lavoro svolto dal museo, in Italia e all’estero, sin dalla sua apertura. L’incontro, ha aggiunto, può favorire nuove iniziative comuni per raccontare l’emigrazione italiana attraverso storie, persone e comunità presenti nei cinque continenti.

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Genova, città simbolo delle partenze

Anche la vicepresidente della Regione Liguria con delega alla Cultura e allo Spettacolo, Simona Ferro, ha espresso soddisfazione per la visita, richiamando il significato storico dell’emigrazione e il contributo offerto dagli italiani e dai loro discendenti nei Paesi di destinazione.

Per Genova, in particolare, il tema ha un valore speciale. Dal porto ligure sono partite nel corso dei decenni generazioni di emigranti diretti verso le Americhe e altre destinazioni, portando con sé speranze, legami familiari e progetti di una vita nuova.

L’assessore alla Cultura del Comune di Genova, Giacomo Montanari, ha ricordato come il museo restituisca una dimensione umana a queste vicende, offrendo anche alle nuove generazioni strumenti per comprendere meglio i fenomeni migratori contemporanei.

Da Genova alla Basilicata, la storia di Rocco Petrone

La visita si è conclusa con la visione in anteprima del minidocumentario To the Moon and Back, dedicato a Rocco Anthony Petrone, ingegnere e dirigente della NASA di origini lucane, figura di primo piano nella storia dell’esplorazione spaziale americana.

La vicenda di Petrone sarà al centro di un successivo appuntamento in Basilicata nell’ambito del progetto “Civico delle Radici”, iniziativa che valorizza le personalità e le storie degli italiani e delle comunità di origine italiana che hanno lasciato un segno nella storia internazionale.

Il progetto si inserisce in un percorso più ampio volto a riscoprire le radici italiane nel mondo, mettendo in relazione la memoria delle partenze con le esperienze delle comunità che, nel tempo, hanno costruito nuove vite senza perdere il legame con le proprie origini.

Per i milioni di italiani che vivono all’estero e per i loro discendenti, iniziative di questo tipo rappresentano un’occasione per riscoprire storie familiari e collettive che continuano a collegare l’Italia ai cinque continenti.




Un’esperienza sensoriale tra gli ulivi: l’abbraccio perfetto tra arte, alta cucina e cinema (VIDEO)

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Con questo suggestivo e al contempo poetico titolo si va celebrare il legame indissolubile tra l’alta gastronomia, l’espressione artistica e la valorizzazione del territorio.

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In questo eccezionale incontro multidisciplinare, l’olio extravergine di oliva non è un semplice condimento ma l’elemento d’eccellenza che ne unisce e sottolinea l’assoluto valore. In particolare, l’olio extravergine d’oliva di Casa Rossa, ottenuto da una spremitura a freddo, caratterizzato dall’unione tra le diverse varietà locali che crescono nei terreni di Gurra di Mare e Capparrina, nei pressi di Menfi: la Nocellara del Belice, la Biancolilla e la Cerasuola.

La loro fusione garantisce un prodotto aromatico fruttato leggermente piccante con un retrogusto di mandorla, un olio versatile che in cucina può essere utilizzato dal condimento a crudo alle cotture leggere.

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Questo progetto agricolo è animato dall’ex Miss Italia 2012 Giusy Buscemi, siciliana d’origine, che è tornata nella propria terra non solo per ritrovare le proprie radici ma anche per sviluppare, insieme al marito Jan Maria Michelini, una magnifica realtà produttiva, nella convinzione che la Sicilia non è solo un posto da cui partire ma un luogo dove investire e restare.

Dal set cinematografico ai campi, quindi, un sentito ritorno alle radici in Sicilia per Giusy Buscemi, la protagonista della serie “Un passo dal cielo”, che ha ripreso la coltivazione degli uliveti dei nonni e impiantato anche avocadi.

Casa Rossa ha fatto della sostenibilità e della valorizzazione del territorio i suoi pilastri, adottando un processo produttivo che rispetta l’ambiente e preserva l’integrità del frutto. La spremitura a freddo e la lavorazione artigianale garantiscono un olio EVO puro, ricco di polifenoli e dalle straordinarie proprietà nutrizionali.

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Ogni goccia è un viaggio nei sapori autentici siciliani, un tributo alla sua tradizione olearia e un’eccellenza certificata IGP Sicilia, capace di portare sulle tavole di tutto il mondo il meglio di questa terra generosa. Ed è proprio con questo spirito che nascono talvolta storie capaci di raccontare la Sicilia più vera: è il caso questo dell’emozionante incontro avvenuto a Menfi con lo Chef Filippo Mulè, animato da una  fervida conversazione con una passione condivisa per la valorizzazione del territorio menfitano. Giusy Buscemi e Jan Michelini hanno infatti descritto con entusiasmo il progetto della loro azienda agricola, Casa Rossa, situata nella suggestiva Contrada Bertolino a Menfi, tra le cui produzioni spicca un olio extravergine d’oliva di altissima qualità, un’eccellenza che racchiude in sé tutto il calore, i profumi e il sole della terra in cui è prodotto, dando così vita ad una sintesi ideale ed una perfetta sinergia tra chi la terra la coltiva con rispetto e chi, come lo Chef Filippo Mulè, attraverso la sua creatività culinaria, la valorizza ogni giorno. https://www.instagram.com/p/DddsbR_tcXT/?stkn=Z2N2bmhydW8xaGox  –  https://casarossa.it/

Ricordiamo che lo Chef Filippo Mulè, nativo appunto di Menfi, è ormai da anni la colonna portante della ristorazione italiana a Berna, in Svizzera, rappresentando l’impeccabile fusione di due mondi apparentemente distanti: la precisione rigorosa e millimetrica della gastronomia elvetica e il calore travolgente, vulcanico, della sua terra d’origine.

Giuseppina Buscemi, detta Giusy, nativa di Mazara del Vallo ma cresciuta a Menfi, ha raggiunto la notorietà nazionale nel 2012, anno in cui ha vinto la 73ª edizione del concorso di bellezza Miss Italia. Dopo la vittoria del titolo, ha intrapreso con successo la carriera di attrice. Tra i suoi ruoli televisivi più noti si ricordano la partecipazione a “Il paradiso delle signore” (nel ruolo di Teresa lorio), “Un passo dal cielo” (dove è diventata protagonista a partire dalla settima stagione) e la miniserie “Vanina – Un vicequestore a Catania”. È sposata dal 2017 con il regista Jan Maria Michelini, con il quale ha tre figli. https://www.instagram.com/giusybuscemii?stkn=MXVrOG11dnlmdnZ1bA==

Jan Maria Michelini, Romano, è un noto regista e produttore televisivo italiano, particolarmente celebre per aver diretto alcune delle serie televisive di maggior successo degli ultimi anni in Italia, oltre a vantare importanti collaborazioni internazionali come aiuto regista. Figlio del giornalista ed ex esponente politico Alberto Michelini, laureato in Scienze della Comunicazione, inizia la sua carriera muovendo i primi passi nel mondo della pubblicità e come assistente alla regia nel 1997 per il film “La via degli angeli” di Pupi Avati. Lavora a lungo, come già menzionato, come aiuto regista per grandi produzioni hollywoodiane girate in Italia, collaborando con registi del calibro di Mel Gibson (“La Passione di Cristo”), Ron Howard (“Angeli e Demoni”) e Ryan Murphy (“Mangia Prega Amo”). È stato anche regista della seconda unità nel kolossal Ben Hur. Si afferma stabilmente sul piccolo schermo dirigendo serie di enorme successo per la prima serata Rai, tra cui “Don Matteo”, “Un passo dal cielo”, “I Medici” (prima e seconda stagione), “Doc – Nelle tue mani” (firmando la prima e la terza stagione, anche come produttore esecutivo), “Blanca” (le prime due stagioni) e “Sandokan” (co-diretta, con Can Yaman nel ruolo del protagonista). https://www.instagram.com/janmichelini?stkn=dHU5cjF1eDg1ZGY2

 




Ennio Marchetti torna con il nuovo romanzo: «Non cercarmi»

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Un thriller tra Repubblica Dominicana, misteriose scomparse, antiche mappe e il segreto di una civiltà perduta.

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È in arrivo «Non cercarmi», il nuovo romanzo di Ennio Marchetti, scrittore italiano da tempo legato alla Repubblica Dominicana, dove è ambientata una parte importante del racconto.

Il romanzo nasce da una domanda semplice e inquietante: che cosa potrebbe esserci dietro alcune delle misteriose scomparse avvenute nel corso della storia?

Il protagonista, Gabriel Valdés, inizia a cercare il padre Rafael, scomparso durante un volo diretto a Santo Domingo. Quella che sembra inizialmente una misteriosa vicenda personale si trasforma rapidamente in una ricerca molto più complessa, che conduce Gabriel sulle tracce di antiche mappe, luoghi legati a leggende millenarie e fenomeni che sembrano sfuggire alle spiegazioni convenzionali.

Dal lago Enriquillo alle Bahamas, fino alle profondità dell’Atlantico, la ricerca coinvolgerà archeologi, scienziati e uomini dei servizi segreti, mentre una potenza straniera tenterà di impossessarsi di una scoperta che potrebbe cambiare la comprensione del passato.

Nel romanzo Marchetti intreccia luoghi reali, riferimenti storici, teorie, leggende e fantasia, utilizzando anche elementi legati ad Atlantide, Bimini, al cosiddetto Triangolo delle Bermuda e al controverso Esperimento di Filadelfia. Non una ricostruzione storica, quindi, ma una storia d’avventura costruita proprio sul confine tra ciò che è documentato, ciò che è stato ipotizzato e ciò che appartiene alla fantasia.

«Non cercarmi» è un thriller dal ritmo serrato, nel quale la ricerca di un padre scomparso diventa progressivamente la scoperta di un mistero molto più grande.

Il romanzo è pubblicato in italiano e spagnolo, attraverso Lulu e Amazon.

Ennio Marchetti torna così alla narrativa con una nuova storia ambientata anche nel territorio dominicano, trasformando luoghi, leggende e misteri del Caribe nello scenario di una grande avventura internazionale.




Dal romanzo al film: Enzo Odoguardi porta REX sul grande schermo

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Dalle pagine del romanzo al grande schermo. È già in produzione “REX”, il film tratto dal romanzo “REX – Il medaglione di Aton”, scritto da Enzo Odoguardi ed Ennio Marchetti. Un progetto cinematografico ambizioso, destinato a superare le due ore di durata, che nasce dall’amore per la Calabria e, soprattutto, dal profondo legame di Odoguardi con la sua Trebisacce.

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C’è un momento particolare nella vita di un libro: quello in cui i personaggi, le vicende e i luoghi che per anni sono esistiti soltanto nelle pagine cominciano ad assumere un volto, un paesaggio, una voce.

È quello che sta accadendo a REX, il romanzo pubblicato cinque anni fa da Enzo Odoguardi ed Ennio Marchetti, che oggi sta compiendo un nuovo e importante passo: diventare un film.

Il progetto è già in produzione e il lavoro della squadra è in corso. Le prime scene realizzate in anteprima sono state costruite attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e di avatar ispirati a persone reali di Trebisacce e di altri luoghi coinvolti nella storia. Un esperimento particolare, che permette di trasformare la narrazione letteraria in immagini e di dare progressivamente forma cinematografica a un’avventura che, fin dall’inizio, aveva una forte vocazione visiva.

Ma dietro questa produzione c’è soprattutto una scelta personale di Enzo Odoguardi.

L’architetto, imprenditore ed ex Console onorario d’Italia, originario di Trebisacce, ha deciso infatti di sostenere personalmente la realizzazione del film. Una scelta che va ben oltre la semplice produzione di una pellicola e che si inserisce in un rapporto con la propria terra d’origine coltivato da anni.

Ogni volta che torna a Trebisacce, Odoguardi sembra portare con sé nuove idee e nuovi progetti. E anche questa volta il punto di partenza è proprio il territorio.

Le riprese e le ambientazioni del film interessano infatti diversi luoghi dell’Alto Jonio e della Calabria: Trebisacce, Roseto Capo Spulico, Cerchiara di Calabria, oltre al territorio di Mendicino, dove la tradizione colloca uno degli elementi centrali della leggenda che ha ispirato la storia.

Il protagonista dell’avventura è infatti il misterioso tesoro del re Alarico, che secondo una tradizione ormai entrata nell’immaginario storico e popolare sarebbe stato sepolto nell’alveo del Busento. Da questa leggenda il romanzo costruisce una storia molto più ampia, fatta di ricerca, archeologia, misteri, intrighi e personaggi che si muovono attraverso luoghi e periodi differenti.

Quando uscì il romanzo, la giornalista Anna Foschi lo definì una sorta di miscela fra avventura, storia e leggenda, sottolineando proprio la capacità degli autori di intrecciare vicende lontane nello spazio e nel tempo. La recensione evidenziava inoltre il grande lavoro di documentazione necessario per costruire una trama nella quale ricerca storica e fantasia procedono insieme.

Ma c’è un elemento che oggi, con la trasformazione del romanzo in film, assume ancora maggiore importanza: la Calabria.

Nel libro la regione non è soltanto lo sfondo della vicenda. È parte integrante della storia, con i suoi paesaggi, la sua gente, la sua storia e le sue leggende. È proprio questa dimensione territoriale che il progetto cinematografico vuole riportare sullo schermo, trasformando i luoghi reali in scenari di una grande avventura.

Ed è qui che il progetto di Odoguardi acquista anche un significato particolare per Trebisacce.

Realizzare un film, sostenerne personalmente i costi e ambientarne una parte importante nei territori calabresi significa infatti lasciare qualcosa che possa rimanere nel tempo. Non soltanto un’opera cinematografica, ma anche un documento capace di mostrare luoghi, paesaggi e identità a un pubblico più vasto.

Il produttore sta lavorando perché il film possa essere presentato gratuitamente al pubblico di Trebisacce nell’agosto del 2027, in lingua italiana. Se il progetto seguirà il programma previsto, sarà quindi proprio la comunità che ha ispirato e accompagnato questa nuova avventura a poter vedere per prima il risultato finale.

È un percorso ancora in divenire. Il film non è terminato e il lavoro della squadra prosegue. Ma le prime immagini permettono già di capire la direzione intrapresa: portare sullo schermo una storia nata dalla fantasia e dalla ricerca, utilizzando strumenti tecnologici nuovi e mettendo al centro i luoghi nei quali quella storia è ambientata.

Per Enzo Odoguardi, dunque, REX non sembra essere soltanto un film da produrre.

È un altro tassello di un rapporto profondo con Trebisacce e con la Calabria, un progetto nel quale ha deciso di investire personalmente e che potrebbe trasformare una storia nata sulle pagine di un romanzo in una memoria visiva destinata a durare.

E forse è proprio questo l’aspetto più interessante di questa avventura: prima ancora di arrivare sul grande schermo, REX sta già trasformando una leggenda in un progetto concreto, e una storia raccontata in un libro in un pezzo di territorio destinato a diventare cinema.