Oggi è la Festa dei Nonni, ecco perché si festeggia il 2 ottobre

foto singola sito 24 1024x576

foto singola sito 24 1024x576In Italia ogni anno, il 2 ottobre, si festeggia la Festa dei Nonni, ma sapete perché si festeggia proprio oggi? In Italia è stata istituita addirittura per legge, la 159 del 2005. L’obiettivo è “celebrare l’importanza del ruolo svolto dai nonni all’interno delle famiglie e della società in generale”. Non solo. La legge invita anche Regioni, province, Comuni e scuole ad organizzare iniziative per valorizzare i nonni. Il Presidente della Repubblica, inoltre, assegna anche un premio ai nonni più meritevoli d’Italia.

LA DATA IN ITALIA E NEL MONDO

La Festa dei Nonni in Italia si celebra il 2 ottobre, data scelta perché coincide con il ricordo liturgico degli angeli custodi nel calendario cattolico dei Santi. Negli Stati Uniti la festa nazionale dei nonni (in inglese, National Grandparents Day) viene celebrata ogni anno la prima domenica di settembre dopo il Labor Day. Nel Regno Unito, introdotta nel 1990, dal 2008 viene celebrata la prima domenica di ottobre. In Canada viene celebrata dal 1995 il 25 ottobre. In Francia, i nonni e le nonne sono festeggiati ogni anno separatamente. La festa della nonna, già dal 1987, la prima domenica di marzo. Dal 2008 è stata introdotta la festa del nonno la prima domenica di ottobre. In Estonia la festa dei nonni, introdotta nel 2010, viene celebrata la seconda domenica di settembre. (Fonte Wikipedia)

I NONNI SOSTEGNO ECONOMICO IN 4 FAMIGLIE SU 10

In quasi quattro famiglie italiane su dieci (37%), i nonni sono una risorsa fondamentale, fornendo un supporto economico e prendendosi cura dei nipoti, oltre a contribuire talvolta anche alle attività lavorative. Questo modello, tipico del welfare agricolo, si è diffuso in tutta la società. Lo evidenzia un’indagine online condotta da Coldiretti, diffusa in occasione della Festa dei Nonni del 2 ottobre.
La festa coinvolge circa 12 milioni di persone. Nelle famiglie con almeno un nonno, il contributo più comune riguarda la cura dei figli (60%), sostituendo le babysitter nell’accudire i bambini e accompagnarli a scuola o alle attività pomeridiane. Inoltre, il 32% dei nonni fornisce un sostegno diretto al bilancio familiare, mentre l’8% offre un aiuto lavorativo, soprattutto nelle attività artigianali e agricole.

IDEE PER CELEBRARE LA FESTA CON I NONNI

Ecco qualche spunto per rendere speciale questa giornata per i nonni:

  • Un biglietto fatto a mano: con disegni, poesie o semplici parole che esprimano gratitudine e amore.
  • Una giornata insieme: dedicare tempo a un’attività condivisa — una passeggiata, una foto insieme, la lettura di libri o racconti di famiglia.
  • Il fiore simbolo: il fiore ufficiale della festa è il non ti scordar-di-me, scelto per evocare il ricordo e il legame che non si deve dimenticare.
  • Racconti di vita: stimolare i nonni a raccontare storie della propria giovinezza, aneddoti di famiglia, che diventano patrimonio affettivo per le nuove generazioni.
  • Laboratori scolastici: nelle scuole molti studenti realizzano lavoretti, poesie e opere artistiche da regalare ai nonni, coinvolgendo le famiglie e promuovendo il dialogo intergenerazionale.

 

Agenzia DIRE – www.dire.it




Queer e italo-canadese: due scrittori condividono le loro esperienze

captura

capturaPer molto tempo, i valori convenzionali hanno costituito una norma generalmente accettata nelle comunità italo-canadesi, talvolta a costo di marginalizzare o cancellare le storie della diversità sessuale e di genere. Oggi, una vivace comunità di scrittori e artisti LGBTQ+ italo-canadesi sta emergendo con forza sulla scena letteraria nazionale. Nel 2021, la Dott.ssa Licia Canton, direttrice fondatrice di Accenti Magazine con sede a Montréal, ha pubblicato l’antologia Here and Now: An Anthology of Queer Italian-Canadian Writing e ha realizzato il film Creative Spaces: Queer and Italian-Canadian. Canton e con Paolo Frascà, professore di Italian Studies all’Università di Toronto, hanno poi avviato il progetto Queer Italian-Canadian Artists: A Study on Ethnic Belonging and Cultural Production. In tutto il Canada, questo progetto fondamentale ha portato attenzione sugli scrittori e artisti Queer le cui esperienze erano state trascurate.

Due giovani autori italo-canadesi osservano che ha anche contribuito a creare «uno spazio per la conversazione e la guarigione» all’interno della vita sociale e familiare italiana-canadese tradizionale. Mickey Vescera, nat* e cresciut* a Vancouver, British Columbia, produce scultura, ceramica e scrittura creativa. Vescera, dopo aver conseguito un Bachelor of Fine Arts presso la Emily Carr University of Art + Design, sono sempre stati appassionati d’arte; da preadolescente frequentava siti di condivisione artistica e blog personali su internet, dove ha incontrato per la prima volta artisti della comunità Queer che parlavano apertamente delle loro esperienze nel mondo dell’arte online come persone Queer. Questi contatti hanno aiutato Vescera a comprendere più profondamente il genere e la sessualità e hanno aperto le porte al suo percorso di scoperta di sé. Il progetto Queer Italian-Canadian Artists è stata una opportunità per connettersi con altri artisti in questo modo. Vescera afferma: «Sono abbastanza fortunat* da avere una famiglia che mi ha offerto sostegno nel perseguire l’arte. Detto ciò, ho ricevuto pressioni per mantenere quanta più normalità e sicurezza possibile in tutto ciò che faccio, sia nell’arte che creo, nel ritmo della mia vita o nelle persone con cui mi frequento. Ci sono alcune opere d’arte che non mostrerò alla mia famiglia nel prossimo futuro. E se il mio nonno e la mia nonna fossero ancora con noi, assolutamente no — almeno non fino a dopo una lunga conversazione. Agisco secondo una filosofia secondo cui la famiglia e chi tra noi è più tradizionale è libero di guardare ciò che voglio presentare. Sono felice di spiegare se chiedi, ma va benissimo anche lasciare che le persone abbiano delle domande.”

Jeremy R. Saunders, un autore queer italo-canadese di Victoria, BC, si è laureato all’Università di Victoria con un Bachelor of Fine Arts in Scrittura Creativa nel 2015, per poi trasferirsi a Dublino, dove lavora ora come Coordinatore Accademico insegnando inglese. Saunders ricorda: “Le mie interazioni con la comunità italo-canadese erano per lo più limitate alla famiglia per gran parte della mia vita, a parte qualche rara visita al negozio italiano per generi di base come l’olio d’oliva e la mortadella. I momenti erano gioiosi e nessuno avrebbe menzionato l’argomento intoccabile: la sessualità. Finanze, politica e religione erano invece argomenti leciti. Mio fratello maggiore, in particolare, sembrava essere il custode delle espressioni accettabili di genere e sessualità. Tuttavia, la mia educazione in una scuola cattolica non era così piena di segreti e molestie come ci si potrebbe aspettare. I miei amici italo-canadesi non ne erano mai troppo interessati e raramente parlavamo delle nostre identità.

Fare parte di Queer Italian-Canadian Artists: A Study on Ethnic Belonging and Cultural Production, uno studio sull’appartenenza etnica e sulla produzione culturale ha creato un’opportunità per esprimere un lato più profondo e olistico dell’essere queer in una cultura che non sempre celebra questo aspetto. L’intersezione dell’essere canadese con tutti i suoi diritti e libertà e dell’essere italiano con i suoi diritti e libertà ha creato una perfetta occasione per me di partecipare indipendentemente dai nomi che possiedo. Dimenticavo di menzionare le canzoni trap italiane che ascolto, ma sono più un piacere colpevole che una parte definente della mia identità.”




Lo Chef Antonio Arfè e il suo magnifico babà napoletano

img 5131

img 5131Oggi parliamo di un grande della ristorazione napoletana, lo Chef Antonio Arfè, Presidente di CHEF Italia, un immenso cuoco ma soprattutto una grande persona, uno di quelli che si può essere grati di averlo conosciuto.

Lo Chef Antonio Arfè nasce a Napoli nel quartiere Chiaia, da una famiglia impegnata nel commercio di generi alimentari fin dal 1870. La prima attività fu impiantata nei Quartieri Spagnoli, tuttavia, nel 1948, venne aperta una seconda sede in via Giacomo Piscicelli, zona Chiaia, che è attualmente ancora operativa e costituisce uno degli esercizi storici più rinomati della zona.

Fin da giovanissimo, terminati gli studi, per una serie di vicissitudini personali, decide di iniziare a lavorare nell’attività familiare che si occupava, principalmente di  fornire molti ristoranti, ed è proprio durante le consegne che si soffermava sempre nelle cucine assistendo, estasiato, a tutto il lavoro dei cuochi. Proprio in un noto circolo di Posillipo, su suggerimento di uno Chef, decide di dare una svolta aziendale introducendo, accanto ai generi alimentari, anche la vendita di prodotti preparati e cibi cotti. Inizia quindi ad impiantare una cucina in un locale adiacente al negozio e, seguito professionalmente da uno Chef, si iscrive, allo stesso tempo, ad un corso di cucina della Capac Sud.

Terminato il corso, finalmente, comincia una vera escalation professionale: infatti i cibi cotti per asporto vanno a gonfie vele, inizia la refezione scolastica di scuole comunali e private e avvia una società volta all’apertura di un ristorante di ben 60 coperti; a seguire lavora per 18 mesi alla “Taverna degli amici”, 4 anni al Bagno Elena, poi a Cannes (Francia) e ancora in giro per l’Europa.

img 5113Docente in vari corsi di cucina, esperto esterno agli esami di qualifica in diversi istituti alberghieri, consulente.  In Gastronomia, la sua attività,   inizia con i catering, partecipando a tantissime manifestazioni, vincendo l’oro assoluto in una competizione nazionale di cucina calda a squadre.

Lavora anche 18 mesi presso la tenuta La Marca a Saviano, poi è lo Chef presso il Ritrovo del buongustaio, a seguire è lo Chef del Royal Vesuvio di Trecase e alla Maison Toledo di Pozzuoli, oltre a ricoprire la carica di docente presso l’ISFAD. Attualmente lavora presso la propria omonima Gastronomia Arfè, che da sempre ha costituito la palestra dove si è formato e dove si tengono spesso corsi di cucina e sperimentazioni di nuovi piatti in collaborazione con diversi colleghi.

Creare un nuovo piatto – ci dice il nostro Chef Antonio Arfè – significa esprimere se stessi, quando si cucina si esprimono le sensazioni più nascoste per narrare la propria natura, mettendo insieme le “note” della personalità di ognuno, quasi creando una sinfonia. Infatti, in cucina tutto avviene secondo un ritmo metodico e, da appassionato di musica, ha sempre sostenuto che chi cucina è come se realizzasse una melodia, esattamente come un compositore. Il complimento migliore che si possa ricevere – continua lo Chef Antonio – è la totale soddisfazione del cliente. Le sue creazioni sono legate al bagaglio culturale culinario basato sulla vera tradizione napoletana e propone, infatti, diversi piatti della cucina partenopea ma rivisitati secondo il suo gusto creativo ma che, comunque, mantengono un legame indissolubile con Napoli.

Più che un’attività commerciale, la Gastronomia Arfè è oggi un vero punto d’incontro per appassionati di gastronomia, dove si propongono i più svariati prodotti di salumeria, sempre di primissima qualità, con un’ampia selezione di prodotti tipici. E poi i formaggi, la mozzarella, la provola di bufala e il fior di latte di Agerola, sono il fiore all’occhiello tra le tante specialità dei migliori caseifici campani che, ogni giorno, vengono proposte sempre fresche, grazie a forniture anche pomeridiane, e apprezzatissime dalla loro clientela. specialmente i vassoi e i taglieri addobbati con tutte le loro molteplici specialità casearie. E poi le torte e le pizze rustiche come i tortani e le varie sfoglie: di scarola, di salsicce e friarielli, di peperoni e provola e di melanzane e provola, la frolla rustica, il babà rustico, il danubio, le crostate di ricotta e verdure e tanto altro, tutte di loro esclusiva produzione. https://www.gastronomia-arfe.it/

*Ed eccoci ora alla fantastica ricetta del nostro Chef Antonio Arfè, che oggi ci presenta il suo babà napoletano: capolavoro indiscusso del patrimonio culinario partenopeo, “o babbà” è una vera e propria delizia, uno stupendo dolce lievitato che deve le sue origini ad un re polacco e non ad un pasticcere napoletano. Oggi il babà è uno dei dolci più famosi della pasticceria napoletana ed è proposto in svariate versioni, da quella più classica a quelle più golose a base di frutta o creme. “’O babbà è ‘na cosa seria”, lo  cantava Marisa Laurito a Sanremo nel 1989, trasformando quella frase in un inno alla napoletanità golosa, teatrale e profondamente affettiva. Da allora, è diventata un modo di dire. E a Napoli il babà non è solo un dolce: è un simbolo. Serve tecnica, rispetto per la tradizione e una certa dose di sentimento. Morbido, imbevuto, profumatissimo di rum: il babà è una delle creazioni più amate in assoluto. E lo si trova ovunque, dal bar sotto casa o nelle pasticcerie storiche: c’è il classico a fungo, alto e dorato, il mignon da un solo morso, la “ciambella” grande da tagliare a fette e le versioni ripiene, con crema, panna, amarene e frutta.

Ma veniamo ora agli ingredienti (dosi per 10-12 dolci): 500 gr. di farina 00 W 360-400, 350 gr. di zucchero semolato, 15 gr. di birra, 600 gr. di uova intere, 400 gr. di burro a pomata (18°C), 10 gr. di sale fino, 2 gr. di bacca di vaniglia.

Procedimento: 1. Mettete in una planetaria la farina, il lievito, lo zucchero e le uova. Fatela girare fino a far prendere corda all’impasto. 2. Aggiungete poco per volta il burro a pomata mescolato con aromi e sale. Fate girare fino a completo assorbimento. 3. L’impasto finale deve risultare molto elastico e opaco. 4. Lasciate puntare a 22°-24°C per 1 ora. 5. Disponete l’impasto nell’apposito stampo e fate lievitare fino al suo bordo. 6. Cuocete a 160°-170°C per 15-18 minuti in forno ventilato. Ingredienti per la bagna: 500 gr. di acqua, 180 gr. di zucchero semolato, 40 gr. di miele di acacia, 10 gr. di stecca di cannella, scorza di arancia e limone q.b., 100 gr. di rum bianco a 70°. Procedimento: 1. Preparate uno sciroppo con acqua, zucchero, miele, cannella, scorza di arancia e limone. 2. Una volta tiepido, aggiungete il rum bianco. 3. Utilizzate la bagna a 45°/50°C per impregnare i babà già freddi: se i babà sono ancora caldi, abbassate la temperatura della bagna. 4. Lucidate i babà con gelatina a freddo dopo l’impregnazione. 5. Decorate con frutti di bosco o a piacimento.




Il ‘cicchetto’ veneto? È entrato nel vocabolario Zingarelli 2026. Ecco che cos’è

stuzzichini cicchetti veneto 1024x576

stuzzichini cicchetti veneto 1024x576Gli stuzzichini veneti, i cosiddetti ‘cicchetti’, entrano nel vocabolario più famoso della lingua italiana, lo Zingarelli. A dare la notizia è il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia. La parola ‘cicchetto’ è stata inserita, racconta Zaia sui social, nello Zingarelli 2026, “uno dei più prestigiosi dizionari italiani da quest’anno”. Tra le centinaia di nuove parole che per quest’anno verranno incluse nel vocabolario c’è dunque anche ‘cicchetto’, che deriva dal veneziano cicheto (e che è cosa ben diversa dal termine ‘cicchetto’ con cui si indica il mini bicchierino di superalcolici, il cosiddetto ‘shottino)’.

GLI SPUNTINI TIPICI DELLE OSTERIE DI VENEZIA

Ma cosa significa ‘cicchetti’ in veneto? Con questa parola, da sempre, si indicano gli “stuzzichini tipicamente veneziani” (come i crostini di baccalà o uova, le fette di polenta con salume, le varie polpette), che si gustano nelle osterie.

LA DEFINIZIONE NELLO ZINGARELLI

Ecco che, nel vocabolario forse più famoso d’Italia, in Veneto, il cicchetto è uno “stuzzichino (per es. polpetta, baccalà, salume, uovo sodo, ecc.) servito con un bicchiere di vino nei tradizionali bacari“. E la cicchetteria, in parallelo, viene definita come un “locale, in origine tipicamente veneziano, dove è possibile consumare stuzzichini in accompagnamento a vini o altre bevande alcoliche”.

ZAIA: “DA TERMINE LOCALE A RIFERIMENTO LINGUISTICO”

Per Zaia, nel tempo, il termine cicchetto “ha acquistato una sua connotazione specifica nel campo della gastronomia anche fuori dei confini regionali che, ora, è riconosciuta anche con un preciso riferimento linguistico“. Tant’è che appunto sono entrati nel vocabolario. Un’ottima notizia, per il governatore, che conferma come la lingua e della cultura veneta siano più che mai vive. Un altro esempio? Forse non tutti lo sanno, ricorda il governatore, ma la parola ‘ciao’ deriva proprio dalla lingua veneta. “Ogni giorno- afferma il presidente del Veneto- la usano milioni di persone sottolineando un contributo della nostra terra alla comunicazione universale che comprende migliaia di termini”.

“Venezia e il Veneto mantengono salda la loro vocazione di sempre ad essere terra destinata all’incontro di culture e civiltà, tra nord e sud, tra oriente e occidente- dice Zaia- il cicchetto è un termine della nostra lingua, ed ora di tutto il Paese, che racchiude storia di convivenze pacifiche e costruttive rivelatesi anche in contaminazioni culturali e gastronomiche che hanno attraversato i secoli. Un frutto, nella quotidianità, di quella Repubblica la cui bandiera è stata forse l’unica a riportare la parola ‘Pace’. Una parola che in questi giorni ci auguriamo sia anche un auspicio e un obbiettivo da raggiungere”.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Canadà. Trois-Rivières, la Città dei MultiVersi

unnamed
unnamed«Tu sei la mia latitudine, la mia longitudine, il mio luogo privilegiato»/Tu es ma latitude, ma longitude, mon lieu privilégié.”

Le parole della poetessa quebecchese Michèle Lalonde accolgono il visitatore da una targa affissa alla facciata di una casa storica nel cuore di Trois-Rivières. È una delle 400 targhe poetiche disseminate lungo pareti, percorsi guidati e angoli di strada di questa cittadina lungo il fiume San Lorenzo, a metà strada tra Montréal e Québec City. Incise con versi spesso d’amore, firmati da poeti canadesi e internazionali — le targhe compongono la “Promenade de la poésie”, la testimonianza più tangibile di quanto profondamente la poesia sia innestata nel tessuto urbano.

Siamo arrivati a Trois-Rivières in luglio, tre mesi prima del Festival International de la Poésie. I preparativi erano ancora in corso, ma ciò che abbiamo trovato ci ha permesso di cogliere quanto un investimento civico nella poesia possa trasformare una comunità. Da oltre quarant’anni, infatti, la città intreccia la poesia alla propria identità culturale, facendone un motore di vita collettiva.

Tutto iniziò negli anni Ottanta, quando la casa editrice locale Écrits des Forges puntò sulla promozione di nuove voci poetiche. In quegli anni Gaston Bellemare, musicista convertito alla poesia, divenne l’anima del Festival, che ha diretto artisticamente fino all’anno scorso. «La sua intuizione fu quella di portare i poeti tra la gente, offrendo letture gratuite nei luoghi della quotidianità — bar, caffè, ristoranti, biblioteche», racconta Évelyne Charland, che oggi, come nuova direttrice artistica, ha raccolto il testimone di Bellemare.

Ogni ottobre, un centinaio di poeti provenienti da tutto il Canada e da cinque continenti si danno appuntamento a Trois-Rivières. «Le poesie vengono presentate nella lingua originale, con traduzioni in francese e inglese curate dal Festival», spiega Charland. «È sempre l’autore a leggere il proprio testo: il che privilegia la voce del poeta e la sua autenticità». Francese e inglese si intrecciano con altre lingue, creando una vibrante polifonia. «Applichiamo una griglia che garantisce la rappresentanza delle minoranze linguistiche, incluse quelle di poeti indigeni e stranieri», precisa Charland. I visitatori arrivano non solo dal Québec e dall’Ontario, ma anche dall’Europa e dagli Stati Uniti, attratti da una città dove la parola scritta e parlata diventano atti di diplomazia. Ascoltare una poesia nella lingua originale, anche senza comprenderla affatto, permette comunque di coglierne ritmo, afflato e umanità.

I poeti leggono in spazi raccolti — caffè, pub, ristoranti, biblioteche pubbliche, gallerie d’arte — trasformando il pubblico in parte attiva delle performance, spesso accompagnate da musica dal vivo. Le conversazioni proseguono sui marciapiedi, si intrecciano con i ritmi della città e talvolta raggiungono “La corda delle poesie” (La corde à poèmes), l’installazione che letteralmente “stende” poesie in parchi, piazze e luoghi di passaggio. I versi oscillano nell’aria, sorprendendo i passanti e invitandoli a fermarsi, sollevare lo sguardo e attraversare la città con occhi nuovi, in chiave poetica.

In un’epoca in cui i social media tendono a dividere e polarizzare le opinioni pubbliche, Trois-Rivières ha scelto un’altra strada: investire fondi pubblici e privati per trasformarsi in una vera e propria piazza della poesia. «Non abbiamo molti partner privati. Il principale è Québecor (TVA, Vidéotron), che ci offre sia un contributo economico sia visibilità», spiega Étienne Poirier, co-direttore esecutivo e direttore amministrativo. «Riceviamo inoltre contributi dal Canada Council for the Arts, dal Book Fund, dal Ministero del Patrimonio canadese, dal Conseil des arts et des lettres du Québec, dal Ministero del Turismo del Québec e naturalmente dalla Città di Trois-Rivières».

Charland guarda già al futuro: «Vogliamo coinvolgere pubblici diversi. Stiamo preparando serate tematiche, poesia performativa, poesia umoristica, elettro-poesia e persino appuntamenti dedicati alla poesia erotica». Queste iniziative mostrano come, a Trois-Rivières, la poesia sia tutt’altro che confinata in una torre d’avorio: è un’arte viva, in trasformazione, parte integrante della vita cittadina.

Raphaëlle B. Adam, responsabile della comunicazione del Festival internazionale di poesia di Trois-Rivières, QC (Foto: Arianna Dagnino)

Il modello offerto da Trois-Rivières dimostra anche come le città possano diventare veri laboratori di convivenza culturale. Il Festival invita esplicitamente poeti indigeni e nuovi arrivati, bilanciando voci locali e internazionali. Per l’edizione 2025 (3–12 ottobre), accanto a Catherine Lalonde — poetessa e performer — Timothée-William Lapointe, vincitore del Prix de poésie des Cégepiens con la raccolta Une vie bien dormie, e alla pioniera delle nuove avanguardie Nicole Brossard, il pubblico incontrerà autori da tutto il mondo: Maram Al-Masri (Siria/Francia), Amadou Lamine Ba (Senegal), Viviane Ciampi (Italia), Pilar González (Spagna), Armando Maldonado (Honduras), Yuyutsi Sharma (Nepal), Zhao Si (Cina) e molti altri.

In un mondo in cui le città competono presentandosi come poli tecnologici o offrendo mega-eventi sportivi, Trois-Rivières ha scommesso sulla poesia — e la scelta funziona. Attira turisti, alimenta lo spirito civico, proietta la cultura del Québec sulla scena internazionale e, soprattutto, crea uno spazio dove le parole contano e le persone si incontrano per ascoltare, non per alimentare conflitti.

Due cose ci hanno colpito durante il nostro soggiorno a Trois-Rivières:

La continuità: quarant’anni di impegno ininterrotto hanno generato un tessuto culturale capace di resistere ai cicli politici e alle fluttuazioni dei finanziamenti, pubblici e privati.

L’identità del luogo: una città può essere qualcosa di più di un palcoscenico; può diventare parte attiva nella creazione artistica — farsi infrastruttura pubblica al servizio dell’immaginazione.

Trois-Rivières mostra ai canadesi e ai visitatori stranieri che ascoltare i poeti non è solo un passatempo raffinato, ma un vero e proprio atto civico. I poeti sono le antenne della società: segnalano paure, gioie e zone d’ombra. Possono fungere da specchi, ma anche da torce che illuminano percorsi non ancora battuti o rivelano pericoli nascosti. «Ci rivolgiamo ai poeti non per ricevere slogan, ma per identificare nuovi vocabolari — modi inediti di nominare emozioni e visioni politiche che sfuggano al frullatore dei titoli ad effetto e dei feed mediatici», spiega Poirier, lui stesso poeta.

Con un nuovo Festival ormai alle porte, non possiamo che augurarci che Trois-Rivières trovi degli emuli. Perché una città che fa della poesia il fulcro della sua anima culturale non si limita ad abbellirsi — si trasforma. E in questo processo, eleva non solo chi la abita ma anche chi la visita.




Addio a Christian, è morto a 82 anni il cantante di “Cara” e “Daniela” (VIDEO)

68d655772f8ce

68d655772f8ceChristian, celebre cantante, è morto a Milano, dove si trovava ricoverato al Policlinico. Aveva 82 anni. La sua voce è stata una di quelle più famose nel panorama musicale italiano degli anni Ottanta: era considerato lo Julio Iglesias italiano. Ci ha lasciato in eredità tante canzoni famose, come Cara e Daniela. Forse non tutti sanno che prima di intraprendere la carriera musicale Christian è stato anche una promessa del calcio: ha giocato nelle giovanili del Palermo e poi a Mantova. Ha dovuto però abbandonare il pallone (era un terzino) a causa di un’aritmia cardiaca.

Il cantante si trovava ricoverato in ospedale a Milano a causa di un’emorragia cerebrale: qui dopo giorni di ricovero è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari. A dare la notizia della sua morte è stata la sua famiglia. Il suo vero nome era Gaetano Cristiano Vincenzo Rossi, in arte, appunto, Christian: lo pseudonimo è nato da un’idea della cantante Mina.

Christian era nato a Palermo l’8 settembre del 1943 ed è morto a Milano il 26 settembre del 2025. Ha iniziato a cantare da giovanissimo con la sorella, esibendosi ben presto nei locali siciliani, prima, e milanesi, poi, dove si è trasferito con la famiglia a causa del lavoro del padre, che era un poliziotto. Proprio nella città meneghina ha iniziato a partecipare ad alcuni concorsi canori. Qui ha incontrato Leo Chiosso, autore televisivo e paroliere che gli ha affidato un brano scritto per Mina, grazie al quale ha ottenuto il suo primo contratto discografico.

Nel 1970 ha vinto il Festivalbar nella Sezioni dei giovani con la canzone Firmamento. Nel 1982 ha partecipato al suo primo Festival di Sanremo (con Un’altra vita un altro amore), tornando poi nel 1983 (Abbracciami amore mio), nel 1984 (Cara), nel 1985 (Notte serena), nel 1987 (Aria e musica) e nel 1990 (Amore). Non ha mai ottenuto il primo posto sul palco dell’Ariston.

Nel 2001 Christian ha partecipato alla trasmissione La notte vola, arrivando in semifinale con la sua canzone Daniela, nella gara musicale con i brani più famosi degli anni Ottanta.

Nel 1986 Christian ha sposato la showgirl Dora Moroni, la cui carriera è stata interrotta da un brutto incidente d’auto. Dalla loro unione l’anno successivo alle nozze è nato il loro unico figlio, Alfredo. Nel 1997 la coppia si è separata, ma in seguito ha riallacciato i rapporti, iniziando a lavorare insieme.

Nel 2015, infatti, Christian ha pubblicato il suo album The Best Of e si è esibito in tour proprio con l’ex moglie, con cui nel 2017 ha inciso anche Paradiso e Inferno, una canzone dedicata alla loro travagliata storia d’amore.




USA. San Francisco: da domani la mostra “West”, ovvero l’America di Francesco Iodice

screenshot

screenshot

Sarà l’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco ad ospitare, nella sede di INNOVIT (Italian Innovation and Culture Hub), la mostra fotografica WEST di Francesco Jodice.
La mostra sarà inaugurata il 26 settembre e sino al 30 novembre presenterà per la prima volta negli Stati Uniti 18 scatti tratti da un progetto fotografico il cui principale obiettivo è quello di invitare a riflettere criticamente sull’ascesa e la caduta dell’ultimo grande impero occidentale, gli USA, in un arco temporale che va dall’inizio della corsa all’oro (1848) al fallimento di Lehman Brothers (2008).
Il progetto WEST è stato realizzato grazie al supporto della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero italiano della Cultura.
La mostra WEST è organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco e promossa dal Consolato Generale d’Italia a San Francisco, da MUNAF – Museo Nazionale di Fotografia di Cinisello Balsamo e da INNOVIT (Italian Innovation and Culture Hub).
WEST, IL PROGETTO FOTOGRAFICO
Attraverso tre lunghi viaggi, realizzati tra il 2014 e il 2022 in una delle più antiche strutture geologiche del pianeta, Francesco Jodice rilegge una parte importante della nostra storia attraverso un repertorio visivo di miti e rovine, utopie, miraggi e fallimenti.
È l’archeologia di un presente che è già passato. California, Nevada, Utah, Wyoming, Arizona, Colorado, New Mexico, Nebraska, Texas, con l’inclusione delle aree contigue del Messico, sono alcuni degli Stati in cui ebbe luogo la corsa all’oro. Questi territori sono stati attraversati da Francesco Jodice per il suo progetto di ricerca: il fulcro del lavoro si trova all’incrocio tra la peculiare geologia di quest’area e le rovine archeologiche (miniere, città fantasma, complessi e infrastrutture abbandonate) di una stagione animata da un irrefrenabile desiderio di ricchezza immediata.
In una temporalità visiva che sembra fondere passato, presente e futuro le opere fotografiche di Jodice evocano il percorso occidentale integrando economia, territorio, politica, cultura del “secolo americano” come sineddoche dell’Occidente. Nell’era della post-verità, della reinterpretazione e del revisionismo, WEST propone una storia alternativa del potere e della cultura nell’Occidente globalmente considerato, non solo gli Stati Uniti, ma una dimensione che ci riguarda tutti. Al contempo, WEST ci immerge in una storia visionaria e forse irripetibile, quella della più potente macchina degli immaginari che sia mai esistita.
Il progetto artistico WEST è stato sostenuto dall’Italian Council (X edizione, 2021), programma di promozione internazionale dell’arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero italiano della Cultura. È stato realizzato dal MUNAF – Museo Nazionale di Fotografia con la collaborazione della Galerie Le Château d’Eau di Tolosa e di Arc en Rêve Centre d’Architecture a Bordeaux.
FRANCESCO JODICE, L’ARTISTA
Nato a Napoli nel 1967, Francesco Jodice ha studiato architettura. Attualmente è docente presso la NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. È stato tra i fondatori dei collettivi Multiplicity e Zapruder.
La sua ricerca artistica indaga i mutamenti del paesaggio sociale contemporaneo, i fenomeni di antropologia urbana, i nuovi processi di partecipazione. I suoi progetti mirano alla costruzione di un terreno comune tra arte e geopolitica, proponendo la pratica artistica come poetica civile.
Tra i suoi lavori principali, l’atlante fotografico What We Want, un osservatorio sulle modificazioni del paesaggio in quanto proiezione dei desideri collettivi, e la trilogia di film sulle nuove forme di urbanesimo Citytellers. Alcuni suoi recenti progetti – come Atlante, American Recordings, West e Rivoluzioni – esplorano i possibili scenari futuri dell’Occidente.
Tra le sedi e le manifestazioni in cui ha esposto i suoi lavori: Greek Film Archive di Atene; Podbielski Contemporary a Berlino; il MAMbo di Bologna; la BrusselsBiennial; la QAGOMA – Queensland Art Gallery a Brisbane; Palazzo Strozzi a Firenze; la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Alba; Museo de Arte Contemporáneo Wifredo Lam a L’Avana; la Tate Modern di Londra; il Museo Nacional del Prado a Madrid; Triennale e Palazzo Reale a Milano; Multimedia Art Museum a Mosca; al Wales Museum di Mumbai; a Napoli, Museo MADRE, Quadriennale e MANN – Museo Archeologico Nazionale; a New York, International Center of Photography, Whitebox Art Center e Pratt Manhattan Gallery; la Maison Européenne de la Photographie di Parigi; Fotografia Europea a Reggio Emilia; a Roma, Palazzo Barberini, GNAM – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea e Palazzo del Quirinale; Netherlands Architecture Institute di Rotterdam; Museo de Arte Contemporáneo a Santiago del Cile; Bienal de São Paulo; Tehran Museum of Contemporary Art; Rice Gallery/G2 a Tokyo; a Torino, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Camera – Centro Italiano per la Fotografia, GAM e Biennale Internazionale di Fotografia; a Venezia, Mostra Internazionale di Architettura ed Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale; Biennale Yinchuan, MOCA – Museum of Contemporary Art. (aise) 




Toronto: “Fellini per sempre”

facebook canada a toronto fellini forever immagine22

facebook canada a toronto fellini forever immagine22Si è svolta a Toronto, presso Casa Loma, la mostra “Fellini Forever. The hidden archive”, grazie alla collaborazione fra Fellini Forever, l’Istituto Italiano di Cultura e il Consolato Generale a Toronto. L’esposizione, che varcava per la prima volta i confini nazionali, ha presentato al pubblico canadese una preziosa selezione di oggetti di scena, locandine originali e oggetti dall’archivio personale del Maestro. Un’occasione imperdibile per tuffarsi nella fantasmagoria felliniana e riscoprire i capolavori che hanno scritto la storia del nostro cinema e lasciato un’impronta profondissima nell’immaginario globale.(Inform)




Lo Chef Mauro Guiducci e il suo risotto al nero di seppia

46577eee 7271 4190 b5db 3cc2a6e95199

46577eee 7271 4190 b5db 3cc2a6e95199Oggi parliamo dello Chef Mauro Guiducci, che già da tempo è entrato a far parte della famiglia di CHEF Italia.

Classe 1991, romano, il nostro Chef Mauro ha seguito un percorso particolare prima di addentrarsi tra i fumi e gli odori delle cucine professionali. Diplomatosi in ragioneria e cresciuto in una famiglia con sani e rigorosi valori e principi, coltiva, inizialmente, anche delle passioni particolari, come quella di intraprendere una carriera agonistica nell’ambito del karate, attraverso gli insegnamenti dei Maestri Lino Baldassarri e del figlio Emanuele, partecipando a numerose gare di kumite’ (combattimenti), raggiungendo, per giunta, anche degli obiettivi importanti, come, per esempio, la vittoria della cintura nera in gara per meriti sportivi.

A parte questo, comunque, è sempre stato una buona forchetta e, come succede a tanti, ha iniziato a innamorarsi della cucina sin da ragazzo, grazie, specialmente, a sua mamma e alle sue nonne, che gli hanno trasmesso, nel tempo, la loro passione per la cucina e per il buon cibo che poi, di conseguenza, è diventata anche la sua. Non facendosi mancare niente, un’altra sua grande passione, quella per il mare e per il surf, lo porta, inizialmente, a cominciare la sua carriera lavorativa sul litorale romano, dove ha ha avuto la possibilità di conciliare le sue due  grandi passioni, ovvero la cucina ed il mare.

Durante una stagione lavorativa sul litorale laziale ha avuto modo di conoscere lo Chef Flavio De Caro, con il quale ha avuto l’opportunità di iniziare un percorso lavorativo e formativo in due ristoranti a Roma, prima ad Abitudini e Follie Bistro Ristorante e, successivamente, al Ristorante Fellini, dove ha avuto modo di perfezionare e ampliare le sue competenze in cucina, anche e, soprattutto, grazie agli insegnamenti dello Chef, riuscendo poi, infine, grazie al suo carattere e alla sua  caparbietà a ricoprire il ruolo di cuoco capo partita.

Sempre alla ricerca di nuovi stimoli e, in primo luogo, anche per completare la sua formazione professionale, decide di intraprendere un ulteriore percorso lavorativo formativo con gli Chef Andrea Viola e Valerio Volpi presso il ristorante Il San Giorgio dove, da capo partita, ha avuto l’opportunità di conoscere e imparare tutte le tecniche e cotture della cucina contemporanea, avendo così modo di ampliare ulteriormente la sua capacità e conoscenza professionale.

fa3f17ad ec6e 4568 8b8e d418d03eac38Finito quest’ultimo percorso lavorativo e formativo, inizia a lavorare come cuoco responsabile di cucina presso il Circolo del Parioli e il Circolo degli Scacchi, dove ha avuto la possibilità di prestare la sua opera per alcuni anni, ampliando ancora di più il suo già ricco bagaglio professionale.

Come spesso accade, ad un certo punto della sua carriera, decide di iniziare un nuovo percorso nel Ristorante Profondo Blu, specializzato esclusivamente nella lavorazione dei prodotti ittici del litorale laziale: qui il nostro Chef Mauro ha avuto modo di poter esprimere al meglio tutte le sue competenze e la professionalità acquisite negli anni, realizzando piatti in base alla disponibilità giornaliera del pescato locale. Durante il periodo della pandemia, non facile ovunque per il settore della ristorazione, decide per un cambiamento a 360 gradi, iniziando un nuovo percorso lavorativo, sempre legato alla cucina ma non strettamente alla ristorazione, presso la macelleria Pascarella Kosher Meats di Roma, situata nella zona di Trastevere, una bottega artigiana tradizionale, all’antica ma sempre al passo con i tempi, dove si produce con sapienza e determinazione avendo, come traguardo, quello di diventare la macelleria di riferimento di tutta la comunità ebraica di Roma e non solo.

Attualmente il nostro Chef Mauro ricopre il ruolo del responsabile del reparto del cucinato e macellaio, mestiere acquisito grazie agli insegnamenti del titolare e anche alla sua continua voglia di imparare per migliorare, doti innate che lo hanno portato a voler concludere la sua già enorme e variegata esperienza e formazione con l’inizio del percorso  triennale universitario in Scienze della Gastronomia.

*Ed ecco una delle tante ricette del nostro Chef Mauro Guiducci: il risotto al nero di seppia, un piatto molto saporito che ha un profumo straordinario e un sapore unico. Si tratta di un piatto che nasce come idea di recupero, poiché un tempo si faceva con gli scarti della seppia, come la sacca con l’inchiostro, che davano un sapore di mare a costo zero, dando un’ottima soluzione anche a chi non poteva permettersi un piatto a base di pesce. Naturalmente, per l’ottima riuscita di un piatto, soprattutto per quelli di mare, è necessario che le materie prime siano di qualità.

Ma veniamo agli ingredienti per 2 persone: 2 seppie medio-grandi fresche (circa 350 gr.), sedano, carota, cipolla q.b., 1 spicchio d’aglio, 1 foglia d’alloro, basilico q.b., 1 limone non trattato, 400 gr. di pomodori datterini in conserva, 180 gr. di riso carnaroli, vino bianco secco q.b., olio extravergine d’oliva q.b., sale e pepe q.b., burro q.b.

Procedimento: pulite le seppie facendo attenzione a non rompere le sacche del nero ed i fegatini, lasciandoli da parte per la salsa. I tentacoli e le alette, le parti più dure delle seppie, li potrete utilizzare per fare un “ragù” in bianco, quindi andranno tagliati a pezzetti al coltello. Le parti del corpo più morbide e carnose le utilizzerete per fare un carpaccio di seppia, tagliandole, con il coltello inclinato, il più sottile possibile. Il sedano, la carota e la cipolla le userete per fare un brodo vegetale leggero, con il quale potrete poi cuocere il risotto. Per il ragù di seppia: in una casseruola piccola e ben calda mettete i tentacoli tagliati, salate e pepate leggermente, quindi fate rosolare e attaccare bene il tutto, dopodiché sfumate con il vino bianco, ripetendo questa operazione altre 2 volte, una con il vino, l’altra con il brodo, quindi coprite e portate a cottura fino a raggiungere una consistenza morbida dei tentacoli. Per la salsa al nero di seppia: sempre in una casseruola, preparate un soffritto leggero, a fuoco basso, con uno spicchio d’aglio in camicia e una foglia d’alloro e, una volta pronto, mettete i pomodori datterini (frullati precedentemente) e fateli cuocere per qualche minuto, aggiungete i fegatini e le sacchette del nero di seppia e frullateli nella salsa per romperli opportunamente, in modo da avere una salsa liscia e omogenea. Portate il tutto a fine cottura con un goccio di brodo. Per il carpaccio di seppia: sbianchitelo in acqua bollente per qualche secondo e poi raffreddatelo immediatamente in acqua e ghiaccio. Successivamente, una volta asciugato bene, marinatelo in olio evo, scorza di limone e basilico. Una volta realizzati questi passaggi potete cuocere il riso carnaroli, tostandolo a secco in una casseruola con un pò di sale; una volta tostato cominciate la cottura con il brodo vegetale; non appena il primo brodo verrà assorbito aggiungete la salsa al nero di seppia e ancora altro brodo, ultimando la cottura sempre aggiungendo altro brodo quando necessario. Cotto il riso, mantecatelo con una piccola noce di burro e lasciatelo riposare qualche istante. Nel frattempo, adagiate sul fondo del piatto il ragù di seppia, dopodiché mettetevi sopra il risotto, battendo il piatto sotto per distribuirlo bene, quindi aggiungete il carpaccio di seppia marinato e condite il riso con la marinata di olio evo, scorza di limone e basilico. Come con le verdure, anche con il pesce bisogna seguire la stagionalità e questo è uno dei periodi migliori per le seppie, dalla fine di settembre fino alla fine di ottobre si trovano facilmente e a buon  prezzo e, per sfruttare al massimo anche le loro interiora, questa è un’ottima ricetta per utilizzarle al meglio possibile.




È morta Claudia Cardinale, aveva 87 anni

2 claudia cardinale y sus ochenta primaveras

2 claudia cardinale y sus ochenta primaverasIl mondo del cinema piange la scomparsa di Claudia Cardinale, una delle ultime dive, autentica icona di un’epoca d’oro del cinema italiano. L’attrice, nata a Tunisi il 15 aprile 1938, ha segnato in modo indelebile la storia dello spettacolo con la sua bellezza e la sua presenza magnetica. Il suo talento, la personalità forte e il carisma innato l’hanno resa una musa per i più grandi registi italiani e internazionali.

Tra i suoi ruoli più memorabili, impossibile non citare Angelica in “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, dove incarnò con intensità la nobiltà siciliana di fine Ottocento. Altrettanto iconica fu la sua interpretazione di Gaby in “Otto e mezzo” di Federico Fellini, una pietra miliare della storia del cinema. Qui, la Cardinale portò sullo schermo un personaggio enigmatico che esprimeva la complessità del genio felliniano. L’attrice lavorò con altri maestri del cinema registi, come Sergio Leone in “C’era una volta il West”, dove interpretò la protagonista Jill McBain, una donna determinata in un mondo dominato dagli uomini. E recitò al fianco di attori leggendari come Jean-Paul Belmondo, Marcello Mastroianni, Alain Delon e Rock Hudson, dimostrando ogni volta una versatilità che l’hanno resa amata dal pubblico di tutto il mondo.

Al di là del successo professionale, la vita di Claudia Cardinale è stata segnata da un forte desiderio di indipendenza. La sua esistenza non è stata priva di prove, come la nascita del figlio Patrick, tenuta nascosta al pubblico per anni. Unita per una decina d’anni al produttore Franco Cristaldi, che la lanciò nel mondo del cinema, Claudia poi incontrò il regista Pasquale Squitieri, con cui ebbe una lunga e intensa relazione sentimentale e professionale, durata oltre trent’anni.

Una delle ultime apparizioni in tv risale al 2017 con “Il bello delle donne… Alcuni anni dopo”. Nel 2019 ha invece preso parte a una puntata di “Ulisse – Il piacere della scoperta” su Rai1.

da sorrisi.com