L’artista italiano Stefano Carbone espone a Città del Messico

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mostrainsurgentesvertA Città del Messico, dal 6 settembre al 1° ottobre, le opere dell’artista italiano Stefano Carbone sono esposte presso il Centro Culturale Xavier Villaurrutia, situato nella Ronda de los Insurgentes, nell’ambito della mostra intitolata Roptura.

L’esposizione di collage analogici esplora lo strappo come tecnica centrale: frammenti di carta diventano parti di una nuova realtà visiva, plasmando identità in continua costruzione.

Attraverso questa pratica, la mostra si connette all’essenza della queerness, intesa come sperimentazione, fusione di idee e stili. Il titolo è un ibrido tra la parola italiana rottura e quella spagnola ruptura.

Le opere sono composte da strati di colori, consistenze e materiali diversi, raccolti nelle strade di Parigi, Madrid, Bari e Città del Messico. Tuttavia, nonostante l’apparente frammentazione –sia geografica che concettuale– le immagini mantengono un’armonia cromatica e compositiva. Questa unità nella diversità simboleggia la queerness, una convergenza di elementi distinti che dà origine a una nuova realtà, sia umana che artistica, formata da più persone e luoghi che coesistono in un unico essere.

Lungi dal rappresentare una rottura definitiva, queste creazioni suggeriscono un’armonia che, a seconda della prospettiva dell’osservatore, può essere al tempo stesso affascinante e inquietante.

Le opere affrontano molteplici temi: l’erotismo, il corpo, l’attivismo, l’identità, la natura istintiva degli esseri umani e l’abbattimento degli stereotipi di genere. Tutte condividono un filo conduttore: il caos interiore che si trasforma in arte, trasformando il mezzo artistico in uno spazio e un’esperienza di dissenso ed espressione.

Stefano Carbone è un poeta e artista italiano che vive in Spagna dal 2011. Nato a Bari, ha studiato Letteratura e Giornalismo, specializzandosi in diritti umani e questioni LGBTQIA+. Ha pubblicato due libri di poesia bilingue, Tierra Prometida e CaliX, ed ha esposto le sue opere in diversi Paesi. Attualmente vive a Madrid, dove tiene corsi di scrittura creativa e organizza laboratori di poesia e collage.

La mostra Roptura a Città del Messico, promossa dall’associazione culturale La Estación del Arte, potrà essere visitata dal martedì al sabato, dalle 9:00 alle 21:00. La domenica sarà aperta dalle 10:00 alle 16:00.

Immagini: Secretaría de Cultura de la Ciudad de México

da puntodincontro.mx




Addio a Giorgio Armani. Il ‘Re’ della moda è morto a 91 anni

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foto singola sito 2025 09 04t154240.501 1024x576E’ morto, a 91 anni, Giorgio Armani. L’annuncio in una nota firmata dalla famiglia e dai dipendenti del marchio icona dello stile italiano. Lo stilista si è spento nella sua casa di Milano, dopo aver mancato la sfilata di giugno a causa di una malattia non resa nota. Soprannominato ‘Re Giorgio’, guidava la sua azienda da oltre mezzo secolo. A Milano la camera ardente e un funerale in forma privata.

“Con infinito cordoglio, il gruppo Armani annuncia la scomparsa del suo ideatore, fondatore e instancabile motore: Giorgio Armani. Il signor Armani- si legge- come è sempre stato chiamato con rispetto e ammirazione da dipendenti e collaboratori, si è spento serenamente, circondato dai suoi cari. Infaticabile, ha lavorato fino agli ultimi giorni, dedicandosi all’azienda, alle collezioni, ai diversi e sempre nuovi progetti in essere e in divenire. Negli anni, Giorgio Armani ha creato una visione che dalla moda si è estesa a ogni aspetto del vivere, anticipando i tempi con straordinaria lucidità e concretezza. Lo ha guidato un’inesauribile curiosità, l’attenzione per il presente e le persone. In questo percorso ha creato un dialogo aperto con il pubblico, diventando una figura amata e rispettata per la capacità di comunicare con tutti. Sempre attento alle esigenze della comunità, si è impegnato su molti fronti, soprattutto verso la sua amata Milano“.

“La Giorgio Armani- continua il comunicato- è una azienda con cinquant’anni di storia, cresciuta con emozione e con pazienza. Giorgio Armani ha sempre fatto dell’indipendenza, di pensiero e azione, il proprio segno distintivo. L’azienda è il riflesso, oggi e sempre, di questo sentire. La famiglia e i dipendenti porteranno avanti il Gruppo nel rispetto e nella continuità di questi valori”.
“In questa azienda ci siamo sempre sentiti parte di una famiglia. Oggi, con profonda commozione, sentiamo il vuoto che lascia chi questa famiglia l’ha fondata e fatta crescere con visione, passione e dedizione. Ma è proprio nel suo spirito che insieme, noi dipendenti e i familiari che sempre hanno lavorato al fianco del signor Armani, ci impegniamo a proteggere ciò che ha costruito e a portare avanti la sua azienda nella sua memoria, con rispetto, responsabilità e amore” conclude la nota.

CHI ERA GIORGIO ARMANI

Giorgio Armani nasce a Piacenza l’11 luglio del 1934, ma è milanese d’adozione. Dopo il liceo e un breve percorso universitario in Medicina, inizia la carriera nella moda come alla Rinascente come commesso e vetrinista. L’ingresso nello staff di Nino Cerruti gli permette di sviluppare la sua idea di stile e nel 1975 fonda la Giorgio Armani S.p.A. Da Milano parte un successo che avrebbe presto varcato i confini italiani. Partendo da una giacca sfoderata, un semplice paio di pantaloni e una palette urbana, Armani ha introdotto lo stile prêt-à-porter italiano sulla mappa della moda internazionale alla fine degli anni ’70, creando una silhouette rilassata immediatamente riconoscibile. Il suo pubblico non sono donne che comprano vestiti di Alta Moda, ma da donne che si devono vestire per la vita di tutti i giorni.

La copertina del Time lo consacra come uomo dell’anno nel 1982. L’affermazione arriva con il cinema: Richard Gere indossò i suoi abiti in American Gigolo e grazie al film, gli abiti iconici di Giorgio Armani sono diventati il simbolo del glamour Made in Italy. Da allora il marchio si è espanso in tutto il mondo, con linee dedicate a uomo, donna, giovani e bambini, oltre a profumi, accessori, arredi e hotel di lusso. Armani ha sempre difeso l’indipendenza della sua azienda, rifiutando di cedere a grandi gruppi del settore. Nel corso della sua carriera ha ricevuto premi e riconoscimenti internazionali, è stato protagonista di una retrospettiva al Guggenheim di New York e nel 2002 è stato nominato Ambasciatore di Buona Volontà dell’ONU per i rifugiati.

Figura riservata e determinata, Armani ha guidato il suo impero fino all’ultimo, incarnando un modello di eleganza sobria e senza tempo.

LA CAMERA ARDENTE E IL FUNERALE

Nei prossimi giorni a Milano è prevista una camera ardente, seguita da un funerale in forma privata. La camera ardente sarà aperta da sabato 6 settembre a domenica 7 settembre dalle 9 alle 18 in Via Bergognone, 59 presso il Teatro Armani. Secondo le ultime volontà dello stilista il funerale avverrà in forma privata.

 

Agenzia DIRE – www.dire.it




Lo Chef Bruno Gonnella e le sue fettuccine al nero di seppia, tartare di tonno e stracciatella

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f9b767b8 4557 4cc5 9e67 b663c1d4786eOggi parliamo dello Chef Bruno Gonnella, un giovane cuoco italo-brasiliano, CHEF Italia – Regione Lazio. Classe 1994, attualmente lavora come Chef presso Altro Pasta e Vino, un locale nel cuore dello storico quartiere Testaccio di Roma, specializzato in pasta fresca e taglieri di salumi e formaggi, ideale per un pasto veloce, gustoso e al tempo stesso tradizionale ed innovativo.

Ma prima di arrivare ad avere questo ruolo, ovviamente, ha dovuto prima cominciare, necessariamente, dalle basi professionali, a cominciare dalla sua formazione nella scuola di Amatrice, dove è restato per due anni e poi, nel 2011, ha conseguito l’attestato di cuoco presso la Tekna Chef Academy di Terni, in Umbria. Nel corso del 2015 ha anche frequentato un Corso di Finger Food e uno sull’arte dell’impiattamento, quindi, dopo aver svolto diversi tirocini di formazione in vari ristoranti, ha iniziato a lavorare come aiuto cuoco generico per poi, dopo poco, passare di ruolo, diventando capo partita di antipasti caldi e crudi presso il ristorante della ben nota Casa del Jazz a Roma, sotto la guida dello Chef Zjamir Begoja, la cui “cucina fusion” ben si coniugava con la sua visione di una cucina tradizionale rivisitata, sposando il pesce o la carne con la frutta.

Una menzione a parte merita il progetto Casa del Jazz, fortemente voluto dall’allora Sindaco di Roma Veltroni, nato dalla confisca della Villa appartenuta al boss della banda della Magliana Enrico Nicoletti e, successivamente, assegnata al Comune di Roma. Una lapide posta all’ingresso, con i nomi delle vittime di mafia, realizzata in collaborazione con l’associazione Libera di Don Ciotti, testimonia la vittoria rappresentata dalla sua restituzione alla città e ai cittadini.

Dopo questa prima fondamentale esperienza ha prestato la sua opera per un breve periodo al “Forte Village Resort” di Pula, immerso in 116 acri di splendidi giardini sulla costa meridionale della Sardegna. Ritornato a Roma, anche perché diventato papà di uno splendido bambino, ha lavorato per diversi anni in diversi ristoranti del centro storico capitolino e sul litorale romano. Nel 2019 ha iniziato a lavorare a Cielo, un noto ristorante di Fiumicino, molto luminoso, pulito, moderno, nella brigata della nota Chef Sara Baldinacci, esperta nella cucina fusion e nell’arte dell’impiattamento, che, naturalmente, lo ha enormemente aiutato ad affinare le sue già diverse e molteplici tecniche di lavorazione apprese negli anni precedenti, oltre a metterlo a conoscenza di nuovi piatti, diversi e originali, unitamente a particolari accostamenti di alimenti e nuovi metodi e tecniche di lavorazione. Lì vi rimane fino al 2021 per poi andare a lavorare nella brigata dell’Executive Chef Fulvio Pierangelini presso l’Hotel de Russie di Roma, un autentico gioiello tra Piazza del Popolo e Piazza di Spagna, dove ha avuto l’opportunità di misurarsi, seppure per un breve periodo, con le esigenze di una cucina di un prestigioso hotel. Dopo pochi mesi, infatti, un suo ex collega lo chiama per affiancarlo come secondo Chef in un nuovo locale che si stava aprendo di lì a poco, seguendo l’inizio di una nuova ed importante avventura professionale che è durata circa tre anni, interrottasi per aver avuto la possibilità di assumere il ruolo di Chef presso il già menzionato Altro Pasta e Vino, famoso locale all’interno del mercato di Testaccio, dove, ogni giorno, ha la possibilità e la soddisfazione di esprimersi sia nella cucina tradizionale romanesca che in piatti assai più ricercati, avendo anche a disposizione i ravioli e gli altri prodotti del proprio laboratorio di pasta fresca, oltre anche alla produzione di salse e condimenti come quello al limone, il pesto di rughetta, anacardi e burrata, quello ai funghi porcini con robiola, pere e noci o con rombo e pesca. Nel locale è presente anche una tavola calda dove, oltre ai primi piatti alla carta, si possono degustare diversi piatti, tutti preparati in giornata. Il menù, poi, cambia frequentemente, anche perché si utilizzano solo prodotti stagionali e può essere consumato in loco o come asporto.

4c8ce706 e763 40d9 9d89 13e857bc3a1eInfine – ci dice il nostro Chef Bruno Gonnella – di essersi specializzato nella lavorazione e preparazione di piatti a base di pesce, descrivendo  la sua cucina come “tradizionalista rivisitata”, nella quale cerca sempre il migliore ed il più originale abbinamento di sapori e materie prime, tutte di prima qualità, insieme, naturalmente, all’accuratezza dell’impiattamento. Aggiunge anche che la vita è un viaggio che non sappiamo dove ci porterà ma che ogni sua tappa o sosta deve essere pienamente goduta, concordando anche con ciò che ha affermato il padre della cucina moderna, Massimo Bottura: “Se smettessi di sognare, smetterei anche di cucinare”.

*Ed eccoci ora alla ricetta che il nostro Chef Bruno Gonnella ci presenta oggi: le sue fettuccine al nero di seppia, tartare di tonno e stracciatella, un primo piatto dal sapore raffinato e intenso e che, possiamo dire, cattura il sapore del mare. La pasta è ricoperta di nero di seppia, che le conferisce un colore scuro ed un sapore unico, mentre il tonno fresco aggiunge una nota delicata e saporita. La stracciatella cremosa e avvolgente completa il piatto con una nota extra di freschezza. La seppia è una cugina dei calamari, ed entrambi contengono sacche di inchiostro scuro. Si può comprare della pasta pronta che contiene questo inchiostro salato già mescolato all’impasto, ma è senz’altro preferibile condire, come in questo caso, delle fettuccine normali con un sugo al nero di seppia, che conferisce alla pasta un colore nero brillante e un sapore più intenso, non tanto come sapore di pesce, ma con una sua particolare e delicata salinità con sapori oceanici che esaltano i piatti senza sopraffarli. Infine, il nero di seppia è ricco di ferro, antiossidanti e altri nutrienti e sostanze nutritive; basta un cucchiaino per aggiungere sapore ai cibi, dai piatti di pasta e riso ai condimenti per insalate e persino ai cocktail.

Ma veniamo ora agli ingredienti per 1-2 persone: 30 gr. di tonno fresco, 20 gr. di stracciatella di burrata, 1 spicchio d’aglio, 1 cucchiaio di nero di seppia, 200 gr. di fettuccine, 3 pomodorini datterini gialli, olio extravergine d’oliva q.b., sale q.b., 1 limone. Procedimento: soffriggete l’aglio in una padella con un filo di olio extravergine d’oliva, quindi sfumate con un mestolo d’acqua di cottura; rimuovete l’aglio e aggiungete il nero di seppia, fatelo sciogliere, quindi amalgamate il tutto. Scolate la pasta al dente e aggiungetela al condimento, mantecate, aggiungete un pizzico di sale ed infine impiattate. In ultimo mettete la stracciatella (che avrete preparato in precedenza,  utilizzando il ripieno morbido e cremoso di formaggio grattugiato che si trova all’interno della burrata, fatto con cagliata di mozzarella spezzata a mano, mescolata con panna fresca e un pizzico di sale) sulla pasta e adagiatevi sopra la tartare di tonno, che avrete già opportunamente tagliato a cubetti e condita con olio extravergine d’oliva, sale e scorza di limone. Guarnite con i datterini gialli confit.




Messina. 1° Festa del mare – Luci nel buio 2025

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img 3545L’inclusione non è un gesto isolato ma un percorso che si costruisce con impegno e fatica, giorno dopo giorno, in ogni contesto. È questo il sentito messaggio che ha decretato il grande successo della 1°edizione della Festa del Mare – Luci nel buio 2025: un pomeriggio ricco di emozioni in cui sport, gioco, arte e relazioni si sono intrecciati in quello che è stato l’evento primo della Festa del Mare – Luci nel buio svoltosi alla Lega Navale. La manifestazione promossa con estrema passione dall’associazione sportiva dilettantistica APS Global Social Inclusive, dall’ente del terzo settore Messina Blind Inclusive ETS, dalla Messina Social City e dal Comune di Messina con la collaborazione della Lega Navale di Messina e l’IRCCS Bonino Pulejo Centro Neurolesi, ha registrato la presenza di diversi partecipanti, con o senza disabilità, che sono stati i protagonisti di un’iniziativa nata per abbattere ogni barriera architettonica fisica, mentale e percettiva.

La manifestazione è stata presentata dalla Sig.ra Silvana Paratore, legale esperto di politiche sociali, che ha aperto la cerimonia con i saluti istituzionali delle Autorità civili presenti, insieme al giornalista Salvo Saccà. Ad intervenire sul palco il sindaco di Messina Federico Basile e la presidente della Messina Social city Valeria Asquini.

Emozioni ha suscitato lo show cooking dello Chef non vedente Anthony Andaloro, socio di CHEF Italia, che ha rappresentato un’occasione straordinaria per mostrare non solo l’arte culinaria ma anche l’inclusività, la sensibilità e la potenza dell’esperienza sensoriale oltre la vista. Uno show cooking davvero speciale, nel corso del quale ha presentato un “Trancio di Salmone Flambè al Bourbon, miele e Fichi & Exotic Fruit”, un piatto dove la cucina ha incontrato la forza del talento e della sensibilità di Anthony Andaloro Maestro Sensoriale, uno degli unici 4 Blind Chef al mondo. Ogni suo gesto in cucina ha trasmesso un ritmo e una sequenza precisa, e la sua abilità culinaria una vera danza tra mani, mente e cuore. La sua performance ha unito l’arte della musica alla magia del cibo per una cucina che non è mai stata così emozionante e che ha suscitato tra i presenti la consapevolezza che ogni limite può diventare un talento. La serata si è infine conclusa con un momento di riflessione collettiva, terminato con il lancio di una luminaria in cielo: un gesto con cui si è voluto testimoniare la forza della condivisione: “Quando i  cuori si uniscono, nessuna oscurità è troppo profonda” – una bellissima conclusione di Silvana Paratore a suggellare il perfetto epilogo della serata.




Messico. Frankenstein di Guillermo del Toro, un mostro in Mostra a Venezia

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frankensteinfotobuonavert«Così il cuore si spezzerà, eppure spezzato vivrà», scriveva Lord Byron. Ed è con questa ferita che si apre Frankenstein di Guillermo del Toro, presentato alla Mostra di Venezia e in arrivo su Netflix dal 7 novembre. Non un semplice adattamento del romanzo di Mary Shelley, ma una liturgia gotica che è insieme confessione personale e summa del cinema del regista messicano.

Del Toro stesso lo ha detto: «È più di un sogno, è una religione». Per lui, i mostri sono santi patroni, compagni segreti di chi si sente fuori posto. E qui il mostro di sempre diventa specchio della nostra umanità, fragile e imperfetta.

Ambientato tra la guerra di Crimea e i ghiacci dell’Artico, il film segue il brillante Victor Frankenstein (Oscar Isaac), scienziato-artista con l’energia di una celebrità decaduta, ossessionato dall’idea di sfidare la morte. La sua creatura (Jacob Elordi), concepita come un mosaico di cadaveri mutilati, non nasce per suscitare orrore, ma compassione: una statua di alabastro incrinata, un Prometeo ricomposto che porta in sé la bellezza e l’orrore della vita.

Del Toro rifiuta le cuciture mostruose della tradizione: «Non volevo che fosse un cadavere mutilato. Victor non è un macellaio, voleva l’uomo perfetto». La creatura diventa bambino, filosofo, soldato risorto, figura tragica e sublime.

Il cuore pulsante del film è la relazione tra Victor e la creatura: padre e figlio, carnefice e vittima, specchi deformanti dello stesso dolore. Oscar Isaac restituisce un Victor fragile e mostruoso insieme: «un tiranno che si crede vittima», come lo definisce del Toro.

Jacob Elordi, invece, porta nella creatura l’innocenza di un neonato e la gravità di un filosofo, muovendosi con lentezza rituale, ispirata alla danza Butoh. È un corpo che impara a esistere, un cane fedele tradito, un angelo caduto. La loro fratellanza spezzata diventa metafora del trauma che attraversa generazioni, dei padri che non sanno amare e dei figli che cercano una guida.

Accanto a loro, Mia Goth è Elizabeth, creatura eterea e ultraterrena, attratta dal mondo naturale come un’entomologa di anime. È il cuore luminoso di un film immerso nell’oscurità, specchio della madre perduta di Victor e promessa mai mantenuta di amore. La sua presenza, fragile e tagliente, ricorda che nessun mostro nasce da solo: è la società a renderlo tale.

Basta guardare gli abiti verdi con tocchi di viola che sfoggia: scream queen contemporanea e sontuosa, capace di rivoluzionare l’ideale della promessa sposa. Nei suoi sguardi c’è maestà, dignità, forza, ma anche la libertà di dire che l’anima vive solo nel libero arbitrio. Come le farfalle amate da del Toro: magnifiche, ma sempre destinate alla gabbia o allo spillo, prigioniere di una collezione.

Del Toro ha dichiarato: «Il film mostra il nostro diritto all’imperfezione e ci ricorda cosa significhi restare umani nel periodo meno umanizzante della storia».

Frankenstein diventa così un manifesto politico e poetico. Non un orrore in costume, ma un melodramma rock, vibrante di rosso e nero, di corpi feriti e anime in cerca di amore. È un film che mette in scena l’ansia dell’adolescenza, la ribellione contro Dio e il capitalismo, le domande radicali che bruciano e non trovano risposta. E del Toro dissemina segni: la catena del gilet del comandante della nave danese che muta da gemma ad ancora, il dettaglio che divide.

Girato tra Toronto, Edimburgo e Glasgow, il film è una sinfonia visiva. La fotografia di Dan Laustsen alterna blu siderali e rossi sanguigni, luce artica e ombre gotiche. La scenografia di Tamara Deverell costruisce laboratori circolari, navi meccaniche oscillanti, castelli che ricordano Barry Lyndon e Crimson Peak.

Tutto è reale: set colossali, protesi, navi meccaniche. Del Toro ha rifiutato il digitale per far vibrare ogni materia di carne e ferro. Ne nasce un cinema che sembra inciso nella pietra, che restituisce al gotico la sua monumentalità.

Visionari i primi esperimenti del barone: automi che sembrano risorgere dalle macchine anatomiche di Giuseppe Salerno, spaventose composizioni di vene e ossa. È il corpo che diventa teatro, il mostro che è difforme ma non deforme, immortale eppure terrorizzato dal suo stesso destino, come Borges avrebbe chiosato.

La colonna sonora di Alexandre Desplat accompagna il film come un requiem d’amore. Archi vorticosi, organi sacri, cori solenni. Un tema che oscilla tra il lirico e il folle, capace di trasformare il dolore di Victor in musica e dare voce alla creatura. La partitura diventa un altro corpo vivo, che respira insieme ai personaggi, una preghiera che si fa eco di eternità.

Per del Toro, Frankenstein è una resa dei conti personale: un film che conclude un ciclo iniziato con Cronos e proseguito con Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua. Un film che chiede: «Chi siamo quando siamo soli? Cosa resta quando la perfezione crolla?».

E nel confronto tra Victor e la creatura, torna la frase che chiude il film: «Nella vita il cuore umano è spezzato, ma anche con il cuore spezzato si vive».

Foto: EFE-EPA-Riccardo Antimiani e Invision-AP-Lapresse Alessandra Tarantino




Torna il Festival Sudamericana

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immagine promozionale del festival sudamericana 2025Il Festival Sudamericana si rinnova ancora una volta e presenta al suo pubblico e a quello che lo seguirà, la tredicesima edizione, 2025, ricca sempre più d’arte, passioni e sentimenti.
La manifestazione nata sul filo ispiratore della cultura del tango nell’Agosto del 2013 a San Ginesio (MC), nel corso degli anni si è posta obiettivi sempre alti e di ricerca della qualità umana ed artistica fino a diventare solo online – social e prendere così la via dello studio e della scelta dei più interessanti e talentuosi artisti latinoamericani – sudamericani e non solo appartenenti al mondo culturale della poesia, della letteratura, della musica, della danza, del teatro e dell’arte.
Tutto ciò è stato ed è oggi ancora possibile attraverso l’incessante e resiliente lavoro dell’Associazione Culturale “San Ginesio” e del Centro di Lettura “Arturo Piatti” (Provincia di Macerata). È grazie infatti a loro che l’evento, dedicato al mondo latino, ha visto nel corso del tempo il presentarsi anche di importanti occasioni di gemellaggio.
A tal ultimo proposito, i Partners per l’edizione 2025 sono: Associazione Culturale Terra dell’Arte – Museo M.I.D.A.C. (Belforte del Chienti – MC – Italia), F.O.R.A.R.T. fe (Macerata – Italia), Festival Internacional de poesía En el Lugar de los Escudos (Città del Messico – Messico), Centro Cultural Tina Modotti (Torino – Buenos Aires – Italia – Argentina – Cuba), Revista Digital Literaria El Gato Negro (Madrid – Spagna), Premio Internazionale “Luigi Vanvitelli” (Caserta – Italia) e Bromuro studio / gallery (Santa Rosa – La Pampa – Argentina).
Il Festival sarà visibile come sempre sulla pagina Facebook dedicata: https://www.facebook.com/sudamericanafestival/
dal 6 agosto 2025 al 7 gennaio 2026.
Di seguito l’elenco degli ospiti del Festival, con i loro rispettivi contributi artistici:
Cuarto Fractal (danza – videodanza), Orquesta La Juan D’Arienzo (musica), Cuarteto Pichuco (musica), Compagnie Tango Unione (danza – teatro), Tango en Trío (musica), Miguel Angel Acosta (musica), Nicole Johänntgen (musica), Ángela González (arte), Graciano 4 Cuarteto (musica), Fernando Rodríguez Rojero e Compañía Ensamble-teatro (teatro), Simone Marini (musica), Ulises Paniagua Olivares (poesia – arte visuale), Johanna Carvajal Arboleda (poesia), Los Guapos del Tango (danza), Miguel Bolaños – Ki Danza – Compañía de Danza Contemporanea – Álvaro Mata Guillé – VV.AA. (danza – teatro – poesia), Alejandro Cortés González (poesia – recital), Kari Krenn (poesia),    Mauricio Vélez Mejía (poesia), Kardo Kosta (arte), Jehannie Cardoso Leyva (arte), Angel Luís Galzerano (musica), Orquesta Típica Misteriosa Buenos Aires (musica), Os Ciclomáticos Companhia de Teatro (teatro).
Comunichiamo infine che la foto – copertina della pagina social del Festival è la stessa del 2024 e cioè opera del fotografo Fabrizio Centioni (Fotomobil – Macerata – Italia) che ritrae lo scrittore Adrián Bravi.
L’evento è organizzato dagli operatori culturali Rita Bompadre e Matteo Marangoni.
Per ulteriori informazioni: 340 6657356 – associazioneculturalesanginesio@hotmail.it



Lo Chef Mauro Poddie e i suoi tortelloni con gamberi, Vastedda DOP e noci in crema di zafferano

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57b6bc14 9515 4173 88d0 c287b98073b9Oggi presentiamo lo Chef Mauro Poddie, dirigente e fondatore di CHEF Italia, tra l’altro anche Responsabile Didattica per la “Scuola di Enogastronomia e Management” del gruppo “Eat Sardinian” e docente ”in job” per la Formazione del Personale di Cucina in vari ristoranti di Roma.

Etimologo, gastronomo e storico della Cucina Romana dal 1984, si occupa della creazione di menù per la ristorazione dal 1990. Valutatore enogastronomico per il Gambero Rosso e successivamente per Eccellenze Italiane dal 2000, ha conseguito, inoltre,  l’Attestazione ALMA nell’agosto 2009 e si occupa, come Chef, di consulenze per la ristorazione dal 2009. È anche ideatore in Roma di Corsi di Formazione Personale di Cucina per Ristorazione “in situ” dal 2020 ed infine, ha conseguito anche un Master come “Maestro dei Primi Piatti Italiani”. Ed ora una piccola intervista con il nostro Chef Mauro Poddie: “Di fronte a voi, proprio lì dove finisce la strada si vede la mia casa”, precisa il nostro Chef, forte della sua appartenenza a un quartiere, il Testaccio, dove le persone si conoscono ancora per nome e il senso del vicinato è riuscito a mantenere intatto l’originario spirito popolare. Nel XX rione di Roma, stretto tra l’Aventino e il Lungotevere, non solo perché lo dicono quelli che ci vivono, ci si sente più romani degli altri, perché è qui che batte “er core” di Roma. Da qui si gode di una bella vista del Testaccio, che spazia dalla sagoma verde del vicino Lungotevere ai palazzi costruiti agli inizi del Novecento per il ceto operaio, divenuti ben presto prototipi di una nuova concezione di edilizia popolare, fino agli stabili borghesi di Piazza dell’Emporio e Via Marmorata destinati ai gerarchi fascisti. Il nostro Chef Mauro Poddie è un uomo che ha tante storie da raccontare, sempre con grande cordialità e una squisita ospitalità. Dalle sue parole trapela la fierezza per il suo pluriennale percorso professionale come tecnico di azienda di pubblico servizio: “Il mio lavoro di ingegnere mi ha insegnato a valorizzare il lavoro di squadra ma anche la tenacia per cercare di rendere prevedibile e risolvibile ogni imprevisto”, ci dice.  Da pochi anni pensionato, ha studiato e si è specializzato come Expert in HACCP ed Expert in Gastronomia presso l’ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana fondata da Gualtiero Marchesi.

cc677848 a934 4c3e b1f9 075c5e18cbf6Oggi lo Chef Mauro  coltiva appieno la sua passione per la cucina, particolarmente per quella romana, sviluppatasi nel corso degli anni, di pari passo con il suo lavoro. Il suo amore per la cucina però, manco a dirlo, è intimamente legato al Testaccio, il quartiere che oggi è sinonimo della tradizione gastronomica popolare romana. Ci racconta la storia della vecchia trattoria testaccina portata avanti da sua nonna Augusta: questa, precisa, era una delle prime osterie ai piedi del Monte Testaccio, il cosiddetto “Monte dei Cocci”, dove si inventavano ricette e si creavano piatti che sono diventati, nel tempo, veri capisaldi della romanità. Forte della convinzione che ogni crisi può diventare un momento di innovazione e rilancio, lo Chef Mauro ci parla di una sua idea nata nel periodo del Covid: parliamo del 2020 con i ristoranti chiusi al pubblico; i ristoratori si trovavano dinanzi al dilemma di dover necessariamente dare una continuità alle loro attività, accumulando costi senza però poterli compensare con adeguati guadagni. “Stando a casa per la pandemia”, ci dice, “iniziai ad organizzare corsi di cucina e formazione del personale nei ristoranti stessi, basandomi sull’esperienza iniziata nel 2016 con i corsi promossi dalla Scuola Italiana di Enogastronomia e Management del gruppo EAT-SARDINIAN”. L’idea si rivelò come nuova fonte di guadagno per gli esercizi oltre alla possibilità di ottenere una qualificazione e a tenere al tempo stesso allenato il proprio personale di cucina. Il nostro Chef Mauro ci tiene a dire che, per valutare correttamente la qualità di un ristorante, chiede di poter esaminare i ‘’piatti strategici o i piatti chiave’’, come usa chiamarli e, poi, ‘’un piatto di spaghetti cacio e pepe è sì un piatto semplice ma la sua composizione dipende dalla qualità e dalla scelta di ogni singolo ingrediente, sapientemente assemblato con le dovute ed appropriate tecniche’’.

Il nostro Chef Mauro trasforma i suoi racconti professionali in passioni creative, parla con entusiasmo delle sue vecchie e nuove avventure professionali, definendo se stesso un “curioso delle vere origini”. “Io nasco gastronomicamente parlando, come etimologo, perché in me è sempre vissuta la passione per la ricerca delle origini e delle radici di tutte le cose, studiando e verificando con i racconti degli anziani e con ricerche anche su antichi testi originali, tra l’altro anche quelli conservati presso l’Archivio di Stato’’. Da questa passione sono nati i suoi corsi di “Etimologia della cucina”, in particolare romanesca. * Ed ecco una delle tante ricette dello Chef Mauro Poddie, i tortelloni con gamberi, Vastedda DOP e noci in crema di zafferano.

La Vastedda è l’unico formaggio di pecora a pasta filata italiano. Lo producevano storicamente gli abili casari della Valle del Belìce nel periodo estivo, tentando di recuperare i pecorini che presentavano dei difetti. Il nome deriva infatti dal dialetto “vasta” cioè guasta, andata a male. L’idea straordinariamente originale è stata quella di rilavorare i pecorini mal riusciti facendoli filare ad alta temperatura e producendo questo formaggio (messo in un piatto di ceramica) a forma ovoidale appiattita chiamata vastedda (simile ad una pagnotta piatta), da consumare fresco, entro due o tre giorni.

Ma veniamo ora agli ingredienti per circa 6-8 tortelloni (2 porzioni) – per la pasta: 230 gr. di farina di semola di grano duro rimacinata, 2 uova, 50 gr. di concentrato di pomodoro; per il ripieno: 100 gr. di gamberi, 150 gr. di Vastedda DOP del Belice, 5 gherigli di noci, 1 pizzico di sale, 1 cucchiaio di Parmigiano Reggiano DOP grattugiato, 5 gr. di prezzemolo tritato, olio extra vergine di oliva q.b., 4 cucchiai di parmigiano; per la crema allo zafferano: 200 gr. di Vastedda DOP del Belice, 50 ml. di panna fresca, 50 gr. di parmigiano grattugiato, 100 mg. di pistilli di zafferano, sale e pepe rosa q.b., olio extravergine di oliva q.b., maggiorana q.b.

Preparazione: trattandosi di ravioli di pasta ripiena, la copertura dei ravioli ha un ruolo di primaria importanza. Proprio grazie agli ingredienti per l’impasto, infatti, i ravioli presenteranno una colorazione rossa. La ricetta prevede, appunto,  l’utilizzo di pomodori, oppure di rape o barbabietole: ognuno di questi ingredienti, infatti, possiede una decisa pigmentazione di colore rosso. Quale che sia la vostra scelta per l’impasto, disponete la farina a fontana sul piano da lavoro o sul tavolo, riservando uno spazio centrale dove metterete le uova, il sale e, per esempio, il pomodoro concentrato. Mescolate, quindi, i vari ingredienti per ottenere un impasto elastico e senza increspature, coprendo, infine, il tutto con la pellicola per alimenti e  lasciando riposare la pasta in frigo per 30 minuti. Nel frattempo vi potrete dedicare alla farcitura: pulite i gamberi privandoli del carapace, della testa, della coda e del budellino; quindi, in una padella, fate saltare in un filo d’olio velocemente i gamberi fintanto che non cambieranno colore; tritate grossolanamente 3 gherigli di noci; versate la Vastedda DOP in una ciotola, unendovi un pizzico di sale e la maggiorana sminuzzata. Quando i gamberi saranno scottati, trasferiteli su un tagliere, sminuzzateli e aggiungeteli alla Vastedda ed ai gherigli di noce tritati. Passate, quindi, il tutto al mixer e frullatelo per far amalgamare bene gli ingredienti fino a ridurlo ad una crema. Se il composto risultasse eccessivamente molle, potete aggiungere un cucchiaio di parmigiano. Preparate la sfoglia e stendetela sottilmente: si consiglia di passarla al penultimo numero della sfogliatrice, formando lunghe strisce sottili della larghezza di 10-15 cm.; quindi, con un coppapasta tondo di diametro di 8 cm., tagliate i dischi di pasta fresca. A questo punto, con un cucchiaino, posizionate sui dischi di pasta, a distanza di 5 cm. l’uno dall’altro, il ripieno, che nel frattempo si sarà raffreddato. Una volta completato questo procedimento, richiudete a metà il disco di pasta, pressando sui lati del ripieno, e piegatelo come un tortello. È molto importante che i tortelloni siano chiusi bene, poiché nella fase di cottura potrebbero perdere il ripieno nell’acqua. Mettete ora i ravioli ad asciugare su un vassoio abbondantemente infarinato, spargendo sopra dell’altra farina per evitare che si attacchino. Preparate ora la crema allo zafferano: mettete in una padella la Vastedda, la panna fresca, il parmigiano grattugiato e lo zafferano, facendo amalgamare gli ingredienti a fiamma bassa. Se occorre, aggiungete un pò di acqua di cottura della pasta. Cuocete i tortelli in abbondante acqua salata e, una volta cotti, scolateli. Dopodiché versateli in una padella con un filo d’olio extravergine di oliva. Infine, in un piatto, distribuite bene la crema di zafferano, adagiandovi sopra i ravioli. Completate con un filo di olio extravergine d’oliva e servite con una spolverata di granella di noci e qualche pistillo di zafferano. E…buon appetito.




“Italofonia: lingua oltre i confini”: dal 13 al 19 ottobre la XXV Settimana della Lingua Italiana nel Mondo

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Nell’anno della I Conferenza internazionale dell’Italofonia e in continuità con la quinta edizione degli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo, la XXV edizione (13-19 ottobre 2025) avrà come tema “Italofonia: lingua oltre i confini”, con l’obiettivo di celebrare lo spazio linguistico, culturale e sociale dell’italiano, immaginando una nuova comunità di persone nel mondo legate dalla passione per la nostra lingua e, attraverso di essa, dalla vicinanza al nostro Paese. La Settimana della Lingua italiana nel mondo si tiene ogni anno nella terza settimana di ottobre. Organizzata dalla rete diplomatico-consolare e degli Istituti Italiani di Cultura in collaborazione con i nostri principali partner della promozione linguistica (MiC, MIM, MUR, CePeLL, Governo della Confederazione Elvetica, Accademia della Crusca, CGIE, Comunità Radiotelevisiva Italofona, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Rai Italia e Società Dante Alighieri), la Settimana è divenuta nel tempo la più importante rassegna su scala globale dedicata alla nostra lingua. Sin dalla sua istituzione nel 2001, questo appuntamento ha ricevuto annualmente l’Alto Patronato da parte della Presidenza della Repubblica. Ogni Settimana è dedicata a un tema diverso, che serve da filo conduttore per un ricco programma di conferenze, mostre e incontri.(Inform)




A New York l’opera “Strength” nell’ambito di “Walls of Tomorrow”

27forza

27forza17 muri per 17 obiettivi di cambiamento, sostenibilità, ambiente e comunità; 17 muri per raccontare il nostro pianeta e la sua tutela attraverso 17 opere d’arte urbana firmate da altrettanti artisti. Questo è il progetto “Walls of Tomorrow”, che oggi, 27 agosto, inaugura la sua seconda tappa a Hell’s Kitchen, New York, Stati Uniti, dove apparirà “Strength”, l’opera di Tommaso Spazzini Villa nonché secondo capitolo del progetto ideato e lanciato dalla no profit italiana “Yourban2030”, di Veronica De Angelis, che sta portando sui muri degli Stai Uniti il racconto dell’Agenda 2030 attraverso il linguaggio dell’arte.
Un percorso che unisce artisti e sensibilità per dare volto e voce, con segno contemporaneo, alla tutela del pianeta, grazie a un’idea nata a Roma nel 2018 – quando la no profit ha realizzato il primo ecomurales al mondo – e che oggi con la serie Walls of Tomorrow attraversa l’oceano portando la creatività italiana nel cuore di New York.
Sempre in collaborazione con Airlite, Yourban 2030 torna così a New York per proseguire il racconto iniziato a maggio 2025 con Botanic Pulse di Fabio Petani e lo fa con un altro artista italiano, Tommaso Spazzini Villa, che per l’occasione firma l’ecomurales Strength, letteralmente “forza”, come quella delle radici.
Guardando all’obiettivo 16 dell’Agenda 2030, che punta a realizzare società pacifiche, eque e inclusive, Forza rappresenta le radici, che sono al tempo stesso legame con il nostro patrimonio e sguardo al futuro. In una città nota per la sua capacità di reinventarsi, dove le storie si intrecciano e le identità si incontrano, l’immagine di una radice gigante vuole invitare alla riflessione: cosa ci tiene uniti? Quali strutture garantiscono che nessuno venga lasciato indietro? Collegando il linguaggio visivo dell’arte urbana alle aspirazioni dell’obiettivo 16, Strength non è solo un’opera d’arte: è un invito all’azione, a coltivare quelle strutture profonde, spesso invisibili, che sostengono pace, giustizia ed equità in un mondo sempre più frammentato.
“Le radici non sono resti del passato: sono architetture di appartenenza – spiega l’artista Tommaso Spazzini Villa -. Si diffondono silenziosamente, non per aggrapparsi, ma per trattenere. Dipingendole, non sto solo invocando la memoria, ma propongo un modello: uno in cui ciò che è nascosto sostiene ciò che è visibile, e dove la forza inizia nell’invisibile”.
“Tommaso Spazzini Villa è noto per le sue radici già esposte e in collezioni in Italia e all’estero – ha aggiunto Veronica De Angelis -. Per questo abbiamo scelto la sua firma per questo secondo muro di Walls of Tomorrow dedicato all’obiettivo 16, perché la vera forza di una società nasce da ciò che sta sotto la superficie – dai sistemi di giustizia, responsabilità e inclusione – che permettono alle persone e alle comunità di crescere e fiorire”.
Tommaso Spazzini Villa (Milano, 1986) vive e lavora a Roma. È laureato in Storia dell’Arte presso l’Università di Roma “La Sapienza” e in Economia Politica presso l’Università Bocconi di Milano. Durante gli studi in Storia dell’Arte, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Roma, specializzandosi nelle tecniche del disegno e della pittura. Nel 2022 ha partecipato a Una Boccata d’Arte, un progetto di arte pubblica promosso dalla Fondazione Elpis di Milano, a cura di Bruno Barsanti in collaborazione con la Galleria Continua. Nello stesso anno ha preso parte alla doppia mostra La Fortuna della Fragilità presso la Galleria Mattia De Luca di Roma. È stato finalista del XVII Premio Cairo e due volte del Talent Prize (2015 e 2023). Le opere di Tommaso Spazzini Villa sono presenti in collezioni pubbliche e private, tra cui il Philadelphia Museum of Art, che ha acquisito un’opera della sua serie Ombre nel 2019.
Yourban 2030. Fondata nel 2018 a Roma da Veronica De Angelis , imprenditrice attiva nel campo dell’edilizia e della rigenerazione urbana, Yourban 2030 è una organizzazione no-profit italiana che lavora per la sostenibilità ambientale e sociale attraverso progetti di arte pubblica, innovazione e tecnologia green. Partendo dalla realizzazione del più grande eco-murale d’Europa ( Hunting Pollution a Roma), ha promosso in Italia e all’estero interventi artistici con vernici fotocatalitiche e opere dedicate ai temi ambientali e sociali: dalla biodiversità marina alla salute, dall’inclusione LGBTQ+ alla lotta ai cambiamenti climatici. Tra i suoi progetti internazionali: Hunting Pollution e Outside In a Roma , Diversity in Bureaucracy ad Amsterdam, fino al primo green smart wall sonoro d’Italia a Noto. A New York ha già firmato un intervento presso la High School of Art and Design e oggi prosegue la sua missione con Walls of Tomorrow e l’opera “Botanic Pulse” a Hell’s Kitchen. (aise) 




Territorio, gusto e accoglienza: sabato 30 agosto a Casa della Vigna la “Pizzata a Km 0” con ingresso gratuito

locandina evento

locandina eventoUna serata interamente dedicata alla convivialità, alla valorizzazione dei sapori autentici e al territorio della Valle di Suessola. A partire dalle 20.00 di sabato 30 agosto si svolgerà presso Casa della Vigna, in via Caprioli a Cervino (CE), l’attesa “Pizzata a Km 0”, un evento con ingresso gratuito che celebra la tradizione della pizza con ingredienti del territorio e tanta voglia di stare insieme. Patrocinata dall’UNCI Agroalimentare, l’iniziativa rappresenta un’opportunità concreta per sostenere il paesaggio, promuovere la qualità agroalimentare e far conoscere le eccellenze della Valle di Suessola e dell’intero territorio casertano. Un evento che si avvale della collaborazione dell’UNCI Agroalimentare, guidata dal presidente Gennaro Scognamiglio, che ha voluto testimoniare l’importanza di questa manifestazione donando grembiulini e materiali da cucina ai delegati alla preparazione. Un gesto che conferma la sinergia tra filiera produttiva e promozione culturale, e il forte sostegno al lavoro del team di Casa della Vigna. Nel corso della serata, le pizze saranno preparate con prodotti di altissima qualità come la farina Caputo, la mozzarella del Caseificio San Carmine, il pomodoro selezionato da Il Mercato della Frutta di Maddaloni, l’olio extravergine di oliva dell’azienda D.R.V. Olio di Cervino e il basilico fornito dall’Associazione Fare Bene A.P.S., sotto la guida esperta della pizzeria Da Antonino. Non mancheranno momenti dedicati ai più piccoli, con hot dog, Spiga Bianca del Nolano bollita, miele di qualità dell’Apicoltura Alba di Santa Maria a Vico, acqua, vino e bibite per tutti, accompagnati dalla musica anni ’80 e ’90 trasmessa da Radio Più Fm. Una serata pensata per offrire non solo buon cibo ma anche calore umano e senso di comunità. Il Presidente dell’Associazione Fare Bene A.P.S. Giuseppe Piscitelli, titolare della Casa della Vigna, e il responsabile dell’Ufficio Stampa e Comunicazione della Casa della Vigna, il giornalista Domenico Letizia, ricordano l’importanza dell’iniziativa ribadendo: “Si tratta di celebrare la bellezza della Valle di Suessola e il patrimonio di Cervino attraverso il piatto più conosciuto in tutto il Sud: la pizza. Una pizza elaborata solo con prodotti del territorio e condita con l’olio extravergine di Cervino, grazie al produttore Vincenzo De Rosa di DRV Olio”.

foto 1La serata rappresenta anche un omaggio alla pizza, patrimonio dell’umanità UNESCO, simbolo di cultura gastronomica e identità territoriale. Un modo per raccontare, attraverso sapori semplici e genuini, l’eccellenza di un territorio che crede nella qualità e nella promozione delle sue risorse. La “Pizzata a Km 0” è resa possibile anche grazie alla collaborazione anche con altre realtà del territorio come Mama Natur, Pascarella Carni e la Guardia Agroforestale Italiana, che insieme a Casa della Vigna credono nel valore della filiera corta, dell’agricoltura sostenibile e della condivisione.