Nuovi corsi di italiano con l’Ambasciata d’Italia in Paraguay

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12paraguayPrenderanno il via il prossimo 2 settembre i nuovi corsi di italiano dell’Ambasciata d’Italia in Paraguay. Questi verranno realizzati assieme alla Facoltà di Filosofia e Scienze Umane della Universidad Católica “Nuestra Señora de la Asunción”.
L’Ambasciata ha spiegato che questa sarà una opportunità per iniziare da zero e avvicinarsi alla lingua e alla cultura italiana in modo pratico e accessibile.
I corsi si dividono tra quello del livello iniziale con il Professor Francesco Finizio, che prenderanno il via il prossimo 2 settembre e si svolgeranno tutti i martedì e i venerdì dalle 16.00 alle 17.00; e quello di livello intermedio, che si svilupperanno sempre a partire dal 2 settembre, sempre i martedì e venerdì ma dalle 17.30 alle 18.30.
Il corso avanzato si terrà sempre i martedì e i venerdì dalle 15.00 alle 16.00.
Il costo del programma è G. 200.000. (aise) 




Il mariachi italiano Diego Martucci in concerto a Guadalajara

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diegomartuccipuntovertIl musicista italiano Diego Martucci, guitarronista del gruppo musicale Romatitlán, uno dei mariachi più noti del Bel Paese e d’Europa, parteciperà come ospite a diversi eventi che si terranno il prossimo fine settimana nello stato di Jalisco, in Messico.

Venerdì 15 agosto alle 20:00, presso la chiesa di Santa Teresa de Jesús, nel centro di Guadalajara, accompagnerà la Ranchorquesta del direttore Rodrigo Ibarra nello speciale concerto estivo Dios Nunca Muere.

L’evento di gala, a ingresso gratuito, si terrà in un luogo dall’acustica eccellente, un tempo appartenuto alle Carmelitane Scalze e ora di proprietà della comunità di Guadalajara. Il programma comprende i seguenti brani: Azul Cielo, Andalucía, Club Verde, Dios Nunca Muere, El pájaro Cu, El relámpago, La leyenda del Beso, La petenera, Olímpica, El Jilguerillo, Tristes Jardines, Tlalpan e Sobre las olas.

Inoltre, nell’ambito del programma culturale Late Gdl 2025, organizzato dal Comune di Guadalajara, Martucci parteciperà sabato 16 agosto alle 17:00 e domenica 17 agosto alle 13:00 a due concerti gratuiti del Mariachi Tierra Mestiza, diretti da Héctor Villicaña. Il primo avrà luogo nella Rotonda de los Jalisciences Ilustres e secondo nel cortile centrale del Museo Nazionale della Ceramica, entrambi situati nella capitale dello stato di Jalisco.

Durante la sua trasferta in Messico, l’artista romano ha partecipato martedì 5 agosto a una presentazione organizzata dalla Facultad de Artes dell’Università Autonoma di Querétaro dal titolo Il Messico da Roma al mondo – L’esperienza di un membro italiano di un mariachi.

Con la sua tecnica, Diego Martucci è riuscito a trasformare il guitarrón, strumento di accompagnamento della musica tradizionale messicana e ranchera, in un elemento centrale dei brani che esegue. La sua profondità e il suo ritmo sono essenziali per le caratteristiche sonore distintive dei gruppi a cui partecipa, consolidandone il ruolo di figura chiave nei concerti e negli spettacoli a cui assiste.

Foto: Diego Martucci – mexicodesconocido.com.mx

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Veneti nel Mondo: aperte le candidature per la III edizione del Premio Ambra Beggiato

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4beggiatoL’Associazione Veneti nel Mondo ha aperto la terza edizione del Premio Ambra Beggiato per la Cultura Veneta nel Mondo, il cui termine ultimo per presentare gli elaborati scadrà il prossimo 31 ottobre.
L’iniziativa celebra e promuove la cultura veneta, le sue tradizioni, la lingua e la storia, con un particolare focus sull’emigrazione e l’imprenditorialità dei veneti nel mondo.
Per partecipare è necessario inviare il proprio elaborato, che può essere un testo, un racconto, un romanzo, una ricerca storica o una tesi di laurea, inerenti tematiche legate alla cultura veneta. I testi possono essere in italiano, veneto o altre lingue (con traduzione). Ogni partecipante può inviare un solo lavoro, che deve essere anonimo.
Il vincitore riceverà un premio in denaro di 1.500 euro. Inoltre, potranno essere assegnate dalla Giuria menzioni speciali per gli elaborati più meritevoli. Il testo del bando è disponibile sul sito dei Veneti nel mondo.
Il Premio è stato istituito in memoria di Ambra Beggiato, giovane veneta, appassionata di genealogia e di ricerca sulle radici della sua terra. Purtroppo, Ambra morì prematuramente il 30 aprile 2019, a soli 27 anni, a causa di un improvviso malore, lasciando un vuoto incolmabile. La passione di Ambra per la cultura veneta e il suo spirito di ricerca vivono attraverso il premio che porta il suo nome, celebrando l’impegno e la dedizione per la preservazione e diffusione delle tradizioni venete nel mondo.
Nel corso delle precedenti edizioni, il Premio Ambra Beggiato per la cultura veneta nel mondo ha ottenuto un ampio riconoscimento internazionale, con premi assegnati in Croazia, Messico e Brasile (Rio Grande do Sul), a conferma del valore universale della cultura veneta e del forte legame che unisce i veneti nel mondo. (aise) 




Marcinelle, 69 anni fa. Per non dimenticare

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marcinelle orig“L’Italia non dimenticherà mai la catastrofe del crollo della miniera di carbone del Bois du Cazier di Marcinelle”. Così il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni oggi 8 agosto,  69° anniversario della tragedia di Marcinelle e 24ª Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo . “L’8 agosto di 69 anni fa – ricorda Meloni -, 262 minatori hanno perso la vita nel buio di una miniera, lontani dalle loro case e dai loro affetti, nell’adempimento del loro dovere. L’Italia ha pagato il prezzo più alto di questa tragedia europea e noi oggi rendiamo omaggio ai nostri 136 connazionali che – come tanti altri – sono stati costretti ad abbandonare la terra dove erano nati e cresciuti per trovare altrove maggiori opportunità di lavoro. Dal ricordo di quel disastro è nata la “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”. Ricorrenza fortemente voluta dall’indimenticato Ministro Tremaglia per omaggiare tutti i lavoratori italiani caduti in ogni continente e il contributo che hanno assicurato, con dedizione e umiltà, allo sviluppo delle Nazioni che li hanno accolti.  Oggi, in questa Giornata, voglio fare mie le parole pronunciate proprio da Mirko Tremaglia l’8 agosto 2001 in occasione della sua prima visita ufficiale alla miniera come Ministro per gli Italiani nel mondo: “Marcinelle rappresenta il simbolo della sofferenza, della fatica, del sangue versato sul lavoro dagli italiani nel mondo e dai loro fratelli europei e la superiorità di quell’umanesimo del lavoro allora ignorato che riconosce, a chi lavora, dignità e parità di diritti e di doveri”. Parole – conclude il Presidente del Consiglio  – che risuonano in tutta la loro attualità e che rinnovano il profondo debito di riconoscenza nei confronti dei nostri connazionali e della grande storia dell’emigrazione italiana”. (Inform)




Il Maestro Pizzaiolo Fabio Sociani e la sua pizza romana “Sud e Sole”

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750d9ab4 5372 44c0 a992 077621da84c7Oggi parliamo del Maestro Pizzaiolo Fabio Sociani, un grande professionista di successo, che già da tempo è entrato a far parte di CHEF Italia, molto conosciuto per la sua capacità di creare e gestire locali a Roma, dove ha avviato pizzerie di grande successo. La sua carriera è arricchita da collaborazioni con la televisione, come il programma ‘’Pizza Talent Show’’ con Alessandro Di Pietro e ‘’Ti do una pizza’’ con Andy Luotto.

Oltre al  suo impegno nel mondo dell’arte bianca, il nostro Maestro pizzaiolo Fabio Sociani ha anche ricoperto ruoli importanti nel settore, come Vicepresidente dell’Associazione Impastatori Italiani Ethical Division, dove ha prestato la sua opera per portare un’etica professionale nel mondo della pizza.

Tra i suoi progetti più interessanti c’è la collaborazione con ‘’Cinecittà World’’, dove ha organizzato un evento unico, portando diversi pizzaioli a lavorare in un accampamento romano, dando a ciascuno di loro la possibilità di preparare la pizza come si faceva nell’antica Roma. I partecipanti hanno dovuto applicarsi molto in questo particolare studio, in modo da poter offrire determinate lavorazioni che potessero rispecchiare i metodi degli antichi romani: nello specifico, un impasto realizzato con farine grezze ed acqua fermentata con frutta e miele, niente pomodoro e  mozzarella ma esclusivamente ricette realizzate con prodotti reperibili a quel tempo. Una competizione originale e di grande successo, sicuramente da rifare.

Sono senz’altro da menzionare soprattutto le capacità organizzative del nostro Maestro Fabio, tutte volte a mettere in risalto la sua visione del ‘’mondo pizza’’ e la sua positività nel pensare al vero significato che per lui rappresenta un campionato: riunire per passione, amicizia e condivisione.

Ricordiamo inoltre che è anche un esperto nella lavorazione di farine poco raffinate ed alternative (come la farina tipo 1, quella ai cereali, alla canapa, al riso venere e alla carota nera e spirulina) ed è stato uno dei primi in Italia ad aver realizzato una pizza low carb di grande successo.

98e34d19 d626 45de afa0 aff548c0caccInfine il nostro Maestro Fabio Sociani è anche un consulente a 360°, offrendo il suo supporto a ristoratori e imprenditori del settore ed è stato membro qualificato di giurie per competizioni di pizza oltre ad aver fondato il ‘’Giornale della Pizza’’, una testata online certificata, con l’obiettivo di diffondere la cultura dell’arte bianca.

Attualmente, il nostro Maestro Fabio ha intrapreso un nuovo progetto imprenditoriale con ‘’Distribuzione Alimenti GF’’, dove si occupa di portare le eccellenze italiane nel mondo, concentrandosi su prodotti di alta qualità per la ristorazione. Ha anche una sala demo, dove organizza corsi di aggiornamento e giornate di formazione per professionisti del settore. La sua mission è tutta concentrata nella promozione di un approccio etico e sostenibile al settore alimentare, offrendo prodotti d’eccellenza e collaborando esclusivamente con aziende che condividono i suoi valori di responsabilità sociale, ambientale ed etica. È infatti noto il suo impegno nel fornire informazioni e formazione sull’importanza di un’alimentazione sana e consapevole, contribuendo così a diffondere una cultura del mangiare bene e del rispetto per l’ambiente, garantendo sempre la massima qualità dei prodotti trattati, privilegiando ingredienti naturali e processi produttivi sostenibili e aspirando, in questo modo, a diventare un punto di riferimento nel settore della distribuzione alimentare, promuovendo un futuro più sano e sostenibile per tutti.

l suo spirito altruista si estende anche a iniziative benefiche, dimostrando come il successo possa essere coniugato con un impegno significativo nella comunità: ha promosso eventi benefici come “100 Metri D’amore” contro anoressia e bulimia, evidenziando la sua sensibilità verso cause importanti. Inoltre, ha dedicato il suo tempo come istruttore per i ragazzi nella comunità di recupero Dianova, mostrando un lodevole interesse per iniziative che vanno oltre il mondo culinario. Infine, è anche l’organizzatore del Trofeo Internazionale La Coppa d’Oro, la manifestazione che celebra la vera arte della pizza, dove la passione, la tecnica ed il talento si sfidano in un evento unico dedicato ai maestri dell’impasto.

*Ed eccoci alla pizza che ci propone oggi il nostro Chef Pizzaiolo Fabio Sociani, la “Sud e Sole”, una pizza romana con ‘nduja, bufala, pesto e pomodorini. Con il suo colore e il suo sapore rosso fuoco, la ‘nduia è un prodotto tipico calabrese, in particolare di Spilinga, un piccolo borgo in provincia di Vibo Valentia: viene prodotta con le parti più grasse del maiale, come il guanciale, la pancetta, il lardello, la coscia, amalgamate con abbondante peperoncino piccante; si può trovare in commercio sotto forma di insaccato oppure in vasetto come crema spalmabile. E, naturalmente, uno dei modi per gustarla è quello di metterla sulla pizza, in modo da arricchirla con le sue note aromatiche e piccanti. Prestate però attenzione e dosatela correttamente, senza eccedere, per valorizzarne al meglio le caratteristiche e per non coprire il gusto degli altri ingredienti.

Ma veniamo ora agli ingredienti della pizza del nostro Chef Fabio Sociani, che ci dice di usare un panetto da 200 gr. con una stesura sottile, secondo lo stile romano; per un impasto base da 8 panetti da 200 gr.: 1 kg. di farina tipo 0 (W 260-280), 600 gr. di acqua (60%), 25 gr. di sale, 2 gr. di lievito di birra fresco, 20 gr. di olio extravergine d’oliva.

Procedimento: sciogliete il lievito in acqua fredda, quindi aggiungete  la farina gradualmente e impastate bene. Inserite prima il sale e poi l’olio extravergine d’oliva, lavorando fino ad ottenere un impasto liscio ed elastico. A questo punto lasciate puntare 1 ora a temperatura ambiente. Trascorso questo tempo, stagliate l’impasto ottenuto in panetti da 200 gr., riponendoli poi in contenitori chiusi e lasciandoli maturare in frigo per 24-48 ore. Ricordatevi di tirare fuori i panetti 3-4 ore prima dell’uso.

Farcitura per 1 pizza (con diametro di 32 cm. circa): 80 gr. di mozzarella fiordilatte tagliata a julienne, 25 gr. di ‘nduja calabrese a fiocchetti, 6-8 pomodorini ciliegini rossi tagliati a metà, 6-8 pomodorini ciliegini gialli tagliati a metà, 40 gr. di mozzarella di bufala a ciuffi (aggiunta post cottura in uscita dal forno), pesto di basilico q.b. a gocce, dopo la cottura, 1 cucchiaino di granella di pistacchio come spolverata finale.

Procedimento di cottura: stendete il panetto in forma sottile romana, quindi farcitelo con mozzarella fiordilatte, pomodorini rossi e gialli e, successivamente, i fiocchetti di ‘nduja. Cuocete la pizza in forno a 300-350°C per 2-3 minuti, oppure nel forno di casa alla massima temperatura su pietra refrattaria. A fine cottura, oltre alla nduja, aggiungete la mozzarella di bufala a ciuffi, le gocce di pesto e una spolverata di granella di pistacchio. E, come sempre, buon appetito.




Tenochtitlán, 700 anni dopo, tra mito, memoria e identità di una civiltà eterna

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tenochtitlanpuntovertIl 13 agosto 2025, il Messico celebra un anniversario che affonda le sue radici nella leggenda e si estende fino alle sfide di oggi: i 700 anni dalla fondazione di Tenochtitlan. Un evento profondamente simbolico, che richiama l’essenza stessa dell’identità messicana, sospesa tra il mito, la resistenza e la rinascita. Le celebrazioni ufficiali promosse dal governo di Città del Messico e numerose istituzioni culturali vogliono rendere omaggio non solo alla città degli Aztechi, ma anche alle comunità oriunde che hanno preservato, tramandato e onorato la memoria di questa civiltà straordinaria.

Dalle sette caverne alla città nel lago: il mito della fondazione

La leggenda narra che il popolo mexica, guidato dal dio Huitzilopochtli, lasciò il mitico Aztlán —un’isola mistica il cui nome dà origine al termine aztechi— alla ricerca della terra promessa, un luogo sacro indicato da un segno divino. Quale? Un’aquila posata su un cactus che divora un serpente. Questo simbolo, che oggi campeggia al centro della bandiera messicana, rappresenta il culmine di un lungo pellegrinaggio.

Secondo i codici antichi come la Tira de la Peregrinación, i Mexicas viaggiarono per secoli e secoli attraverso la Mesoamerica, fondando e abbandonando insediamenti, superando conflitti interni e rifiuti da parte di altri popoli, fino ad arrivare nella valle lacustre del Messico. Era il 1325, secondo il calendario nahua — l’anno 2 Casa (Ome Calli) — quando i Mexicas finalmente si stabilirono su di un isolotto nel lago di Texcoco. Lì sorse Tenochtitlán, una città tra le acque, destinata a diventare il cuore pulsante dell’impero Mexica.

Una civiltà tra ingegneria e cosmologia

Tenochtitlán non era soltanto una capitale politica. Era una meraviglia architettonica, costruita su terreni difficili con straordinarie competenze idrauliche: chinampas (giardini galleggianti), dighe, acquedotti, ponti mobili ed una fitta rete di canali che permetteva la navigazione con canoe e piccoli vascelli. Bernal Díaz del Castillo, cronista spagnolo, ne rimase profondamente colpito: «sembrava una Venezia americana», con mercati, templi, palazzi e piazze brulicanti di vita.

Ma la città non era solo materia. Era spirito, visione, cosmologia. Ogni angolo rispecchiava un ordine sacro del mondo, con connessioni simboliche ai punti cardinali e agli elementi. I sacerdoti mexica —i teomamaque— interpretavano sogni, eclissi e comete come presagi, legando la storia terrena all’influenza divina. Una perfetta connessione naturale tra cielo e terra.

La caduta di Tenochtitlán: 13 agosto 1521

Il 13 agosto 1521 segna uno dei capitoli più dolorosi della storia mesoamericana: la caduta di Tenochtitlán. Dopo lunghi mesi d’assedio, fame, sete, pestilenze e scontri urbani, le truppe del conquistador Hernán Cortés arrivate già nel 1519 —affiancate da migliaia di guerrieri tlaxcaltechi e totonachi— penetrarono nelle rovine della città. Il sovrano mexica Cuauhtémoc fu catturato mentre tentava la fuga su di una canoa.

I conquistadores distrussero templi, bruciarono edifici, imposero una nuova religione e portarono con sé malattie devastanti.

La rapidità del crollo azteco però, ha da sempre sollevato interrogativi. Tecnologia bellica europea, malattie sconosciute come il vaiolo, e soprattutto alcune comunità stanche dell’egemonia Mexica —come i Tlaxcaltechi— giocarono un ruolo cruciale. L’alleanza tra Cortés e le popolazioni sottomesse trasformò un pugno di spagnoli in una vera e propria macchina da guerra.

La civiltà Mexica fu decisamente travolta, ma non annientata. Dalle ceneri di Tenochtitlán nacque una nuova entità politica e culturale, dove si intrecciarono sangue indigeno, europeo e africano, quello che conosciamo oggi come Messico.

La resistenza indigena: 500 anni mai dimenticati

Nel 2021, il Messico ha commemorato anche i 500 anni della resistenza indigena. Una scelta politica e morale importante che ribalta la narrativa classica della conquista, riconoscendo invece il protagonismo e la resilienza delle popolazioni originarie. Il grande Moctezuma (Montezuma), gli ultimi difensori di Tlatelolco, i ribelli che non si piegarono: la loro memoria è viva, come le lingue, le tradizioni e le cerimonie che ancora oggi animano le comunità nahua, zapoteche, mixteche, maya e tante altre.

Tenochtitlán oggi: patrimonio, identità, futuro

Il 2025 non è solo un’occasione per il ricordo, ma anche per guardare avanti. Città del Messico ha infatti istituito una commissione culturale per il 700° anniversario, promuovendo mostre, conferenze, rituali e un nuovo dibattito per la creazione di uno stemma cittadino che rispecchi le radici indigene della capitale.

Allo stesso tempo, studiosi come Arturo Montero e Miguel Pastrana richiamano l’attenzione sull’importanza della simbolica e dell’archeologia per ricostruire il passato. Il Teocalli de la Guerra Sagrada, le fonti come il Codice Boturini, il Codice Aubin e la Crónica Mexicáyotl raccontano di un processo ben più complesso: non solo la nascita di una città, ma l’aspirazione di un popolo a diventare egemone, a trasformare un’isola lacustre in un impero.

Un’eredità che parla al mondo

Tenochtitlán non appartiene solo alla storia messicana. È patrimonio dell’umanità, testimonianza di una civiltà capace di fondere tecnica, fede, arte e potere. In un’epoca in cui la memoria storica è spesso semplificata o dimenticata, celebrare i 700 anni dalla sua fondazione significa ritrovare una radice profondissima, comprendere il presente attraverso il passato e rilanciare una visione del futuro dove identità e diversità possano convivere.

Il popolo Mexica ci ha lasciato rostro y corazón, come recita la poesia classica: un volto e un cuore. Oggi, sette secoli dopo, quel cuore continua a battere tra le vie della Città del Messico, nei simboli nazionali, nelle lotte per il riconoscimento dei popoli indigeni e nei sogni di chi guarda alla storia come forza viva. Ricordare Tenochtitlán è un atto di memoria, di orgoglio e di speranza. Una città fondata tra il cielo e l’acqua, che ancora oggi ci insegna a costruire ponti tra passato e futuro.

Guido Gargiulo – Immagini: Thomas Kole – bbc.com

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Hiroshima e Nagasaki: 80 anni dopo nel mondo ci sono oltre 12.000 atomiche

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bomba atomicaAlle 8.15 del 6 agosto del 1945 il mondo scoprì l’Apocalisse a Hiroshima: Enola Gay aveva sganciato Little boy che esplose riducendo in cenere ogni forma di vita e sciogliendo persino l’acciaio. La prima bomba atomica che portò a termine la sua missione provocò oltre 140.000 vittime e la distruzione di circa il 70% degli edifici della città giapponese. Di lei resta nell’immaginario collettivo il gigantesco “fungo” di fumo, alto 12 km, visibile fino a 640 km: una immagine diventata sinonimo di orrore e crudeltà, monito per l’umanità. Tre giorni dopo l’orrore si è ripetuto identico a Nagasaki: “Fat Man”, l’ordigno caricato con plutonio-239, tocca terra ed esplode a soli 500 metri di distanza dalla scuola elementare di Shiroyama alle 11.02 di mattina, con le aule piene di alunni. La seconda bomba atomica uccise subito 40.000 persone, un numero che entro la fine del 1945 salirà a 74.000 morti.

I NUOVI CONFLITTI RIPORTANO L’INCUBO DELLA BOMBA ATOMICA, PERCHÈ

A distanza di 80 anni, i nuovi importanti conflitti in medio oriente e nella stessa Europa, ma soprattutto la recente escalation militare tra Israele e Iran, ha riportato con forza al centro del dibattito internazionale la questione delle armi nucleari e ha ricordato al mondo che l’incubo di Hiroshima e Nagasaki può tornare. Dal 1945 ad oggi il nostro Pianeta ‘conserva’ 12 mila atomiche: secondo una recente inchiesta pubblicata il 9 luglio scorso sul settimanale L’Espresso, più precisamente nel mondo, attualmente, ci sono 12.241 testate nucleari. La corsa agli armamenti nucleari dal 1945 è stata motivata dall’effetto “deterrenza” e dalla garanzia di pace e stabilità: motivazioni che oggi appaiono però molto fragili

IL “CLUB NUCLEARE”: CHI NE FA PARTE

In base ai termini del trattato di non proliferazione nucleare (TNP), in vigore dal 5 marzo 1970, sono considerati “Stati con armi nucleari” quegli Stati che hanno assemblato e testato ordigni nucleari prima del 1º gennaio 1967. A far parte del ‘club nucleare’ sono quindi gli Stati uniti d’America, la Russia (erede dell’Unione sovietica), il Regno Unito, la Francia e la Cina: ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Sono questi i cinque Paesi che ad oggi ‘ufficialmente’ posseggono un arsenale nucleare.

MINE VAGANTI ‘FUORI’ DAL TRATTATO: INDIA, PAKISTAN, COREA DEL NORD E ISRAELE

Ci sono infatti poi altri Paesi che non aderiscono al Trattato di non proliferazione e che hanno sviluppato o posseggono bombe nucleari. Sono India, Pakistan, Corea del Nord (che aveva aderito al Trattato nel 1985 ma poi si era ritirata nel 2001) e Israele. In particolare, quest’ultimo Paese ufficialmente nega di avere ordigni atomici, ma ‘fonti non ufficiali’ riportate dal settimanale, stimano che abbia 90 testate.

LA MINACCIA ‘IRAN’

L’Iran resta ufficialmente parte del Tnp e motiva il proprio programma nucleare come “pacifico”. Tuttavia, l’arricchimento dell’uranio al 60 per cento, il rapporto problematico verso Israele e la propaganda contro questo paese sollevano dubbi. Per gli Stati Uniti- che hanno affiancato l’attacco israeliano ai reattori- Teheran non abbia ancora deciso di costruire un’arma, ma ne possiede le capacità tecniche. L’Iran è considerata quindi una potenza nucleare latente.

CHI HA CHIUSO CON IL NUCLEARE

Ci sono poi gli Stati che al contrario hanno deciso di ‘chiudere’ con il nucleare ed eliminare le proprie dotazioni. Il Sudafrica allestì il suo forziere nucleare tra la metà degli anni ’70 e la fine degli ’80 del secolo scorso, ma se ne liberò nel 1991. Poi i Paesi ex Urss come Bielorussia, Kazakistan e Ucraina: una volta divenuti Stati indipendenti smantellarono gli armamenti o li restituirono all’ex casa madre russia.

L’ITALIA HA LA BOMBA ATOMICA?

E l’Italia? Dove si colloca il nostro Paese in questa classificazione? Siamo liberi dalla presenza di testate nucleari? Le risposte a queste domande cadono nella categoria del “nuclear sharing”: ovvero l’Italia non possiede di per sé una ‘sua’ bomba nucleare ma è un paese ospite, disponibile ad ospitarla per conto della Nato. Accetta la condivisione nucleare “in caso di conflitto”. Dal 2018 i Paesi Nato che aderiscono a questo programma sono il Belgio (con 10 testate dislocate nella base di Klein Brogel), la Germania (10-20 testate nella base di Büchel), l’Italia (ci sarebbero 50 testate ad Aviano e 20-40 in quella di Ghedi), i Paesi Bassi (10-20 testate nella base di Volkel) e la Turchia (50-90 testate nella base di Adana). Sono numeri approssimativi ricostruiti attraverso una rassegna stampa da Wikipedia.

L’ALLARME DEL SIPRI: “NUOVA CORSA AGLI ARMAMENTI NUCLEARI”

I numeri delle testate nucleari non possono infatti mai essere precisi, perché restano segreto di Stato. Per la maggior parte degli Stati con armi nucleari esistono solo stime basate su analisi di esperti, dichiarazioni pubbliche e fughe di notizie. Fanno eccezione gli Stati Uniti e la Russia che, sulla base della serie di trattati START, devono sottoporre i propri arsenali nucleari a periodiche ispezioni pubbliche. Secondo l’ultimo rapporto dedicato allo stato della sicurezza globale del Sipri, l’istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, pubblicato lo scorso 16 giugno,  “sta emergendo una nuova e pericolosa corsa agli armamenti nucleari in un momento in cui i regimi di controllo degli armamenti sono gravemente indeboliti“.

LA CLASSIFICA DEGLI ARSENALI NUCLEARI NEL MONDO: I NUMERI DEL SIPRI

Stando ai calcoli del Sipri, a inizio 2025 l’arsenale nucleare mondiale ammontava a 12.241 unità, concentrate nelle mani di nove Stati: Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele. Questa cifra mette insieme le testate pronte ad un potenziale utilizzo – un totale di 9.614 ordigni, di cui 3.912 già armati su missili e aerei (circa 2.100 di questi si troverebbero in stato di “alta allerta operativa”) e 5.702 conservati in depositi – e quelle ritirate (cioè per così dire messe in pensione, ma non smantellate), attestatesi a quota 2.627.
La quasi totalità di queste testate appartengono a Washington e Mosca. In termini numerici Russia e Usa detengono attualmente circa il 90 per cento delle armi atomiche mondiali. L ’arsenale che cresce più velocemente è quello di Pechino. Ad oggi, certifica l’Istituto di Stoccolma, la Repubblica popolare dispone di almeno 600 testate nucleari e potrebbe arrivare a disporre di circa un terzo di quelle di Usa e Russia entro il 2035. Pure lo stock del Regno Unito dovrebbe crescere, così come quelli dell’India e, potenzialmente, anche del Pakistan. In dettaglio, ecco chi ha cosa secondo il rapporto Sipri aggiornato a gennaio scorso: Russia 4.309 testate, Stati Uniti 3.700, Cina 600, Francia 290, Regno Unito 225, India 180, Pakistan 170, Israele 90, Corea del Nord 50 testate.

(photo credit: sistema bibliotecario del Friuli Sbhu/ web)

 

Agenzia DIRE – www.dire.it




Santo Domingo. L’arte di Arian García rende omaggio alle “Madri della Speranza” alla Quinta Dominica

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Arian García è un rinomato pittore, scultore e designer di origine cubana. Si è formato all’Accademia di San Alejandro e all’Istituto Superiore di Design Industriale de L’Avana. Ha conseguito un master in Gestione e Innovazione del Design e ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Nazionale di Design a Cuba.

66f023be 6e33 45c1 b417 4386d2bf9083Nel suo paese natale ha partecipato a numerose esposizioni, come “Ragione dell’equilibrio per i cinque secoli dell’incontro tra le due culture” (1995), “Immagine incompiuta per un album di ricordi” (2000), la sua mostra personale presso l’Hotel Oasis Panorama (2006) e “358… come aspettando aprile” (2011).

Nella Repubblica Dominicana ha esposto in diverse occasioni, tra cui si ricordano le personali “Tre colori e una bandiera in tempi d’ombra” (Codap, 2022), “Storie per insegnarti” (Quinta Dominica e Funanart, 2023), “Certezze e premonizioni” (Casa de Cultura Eduardo Brito e Museo Fortaleza San Felipe, 2023). Ha inoltre partecipato a mostre collettive come “L’ultima cena” (Repubblica Dominicana, 2022) e alla celebrazione della cultura caraibica organizzata dall’Università di Rhode Island a Providence, USA, nel 2023.

86cd2b0e d02f 4327 b09a 8d36a8a25707Le opere di Arian García si caratterizzano per la varietà dei temi trattati: la bandiera cubana, le case vetuste, la quotidianità, le angosce esistenziali, i pesci, e per l’uso di materiali innovativi come legni riciclati, carta di scarto, PVC e cartone per le sue sculture. Dipinge su supporti diversi come scatole di pizza, legno, carta e tela.

Arian si esprime attraverso simboli come la crisalide, la stella, le figure umane, i colori della Patria, in un’arte catartica e toccante, di grande valore etico ed estetico, che non lascia nessuno indifferente. Il suo stile postmoderno richiama l’espressionismo, l’onirismo surrealista, la pop art e l’arte concettuale, fondendosi in un linguaggio unico e potente.

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Domani, 5 agosto, alle ore 19:00, presenterà per la seconda volta le sue opere alla Quinta Dominica di Santo Domingo con “Madri della speranza”, un omaggio profondo alla donna, rappresentando le madri di tutti gli esseri umani, la Vergine Madre di Dio, “nostra avvocata”, le donne migranti e tutte coloro che, in ogni angolo del mondo, lottano ogni giorno per far crescere il meglio dentro ciascuno di noi.

Le figure allungate rappresentate dall’artista si ispirano all’arte gotica e ai mosaici bizantini. I colori predominanti – l’oro del sacro, il bianco della purezza e l’azzurro del cielo e della verginità – trasmettono un profondo senso di pace e ci fanno rivivere la protezione del grembo materno. Angeli simbolici, bandiere e colombe comunicano allo spettatore un messaggio d’amore.

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“Madri della speranza” vi aspetta alla Quinta Dominica della Zona Coloniale per essere partecipi di tutto ciò che di bello e vero l’arte può seminare nell’anima degli esseri umani attraverso il bene e l’amore per l’Umanità.

L’esposizione rimarrà aperta fino al prossimo 25 di agosto.




Santa Domenica Talao, la culla dell’immigrazione italiana nella Repubblica Dominicana

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santa domenica 1I Nardi, come i Russo, i Grisolia, i Pappaterra, i Di Franco, Di Puglia, San Giovanni, D’Allessandro, Riccetti, Senise, Longo, Schiffino, Conte, Oliva, Di Carlo, Sarubbi, Di Vanna e tanti altri, arrivarono nella Repubblica Dominicana oltre cent’anni fa da Santa Domenica Talao, borgo dell’alto Tirreno cosentino. In maggioranza piccoli si trattava di possidenti e professionisti. Si stabilirono a Santiago, La Vega, Puerto Plata e Gaspar Hernandez.

Tutto ebbe inizio 150 anni fa. La Spagna abbandonava volontariamente Hispaniola. I Savoia conquistavano il regno di Napoli. Un certo “sergente”, originario di Santa Domenica Talao, in servizio nella cittá di Puerto Plata con l’esercito borbone, tornato in patria, ebbe modo di constatare la grande crisi provocata dalle nuove leggi savoiarde. Raccontò di un nuovo e libero paese nel nuovo mondo. Fu il primo a tornare.

In quel tempo Puerto Plata era la capitale della nascente Repubblica Dominicana. Poco a poco: “u sargentu” fu seguito da molti paesani i quali prosperarono molto. La casa Di Vanna & Grisolia, per esempio, quasi monopolizzò il commercio d’esportazione di tutto il Cibao. Molti si unirono e fondarono un’associazione benefica, denominata “Pro Santa Domenica Talao”, unicamente per inviare risorse monetarie  in patria. Tali somme furono usate dalle autorità facendone palese la provenienza.

Attualmente nella Repubblica Dominicana sono migliaia i discendenti di quei lontani pionieri, molti arrivati alla sesta generazione. Tanti altri, nati negli anni trenta e quaranta, parlano tuttora il dialetto del paese, imparato nelle case materne, giacché nessuno di quei vecchi emigranti conosceva la moderna lingua italiana e comunicavano in spagnolo con altri connazionali non meridionali. I dialetti italici, infatti, sono molto diversi e spesso incomprensibili tra loro. Per questo è bravo chi è in grado di capire anche solo alcuni dei tanti proverbi italici in lingua locale.  Piemontese: “L’aso ‘d Cavor as lauda da sol”. Friulano: “Il clip di mai svee il caj”. Sardo: “Trunch’ e figu, hast’e figu”. Pugliese: “vi dim nu pikk’ a cci si ttu e a cci só jji”. Siciliano: “ca cu voli a butti ghina e a muggheri ‘briaca”.

Detto questo, é facile intuire che, se tutti gli emigranti italiani d’Argentina, avessero parlato una sola lingua, oggi sarebbe quella ufficiale in quella nazione.

Nella foto: Membri della numerosa colonia calabrese da Santa Domenica Talao (cs)

Foto scattata nella città di Santiago de los Caballeros, Rep. Dominicana. Anno 1916




Addio a “Il Vesuvio”: demolito a Santo Domingo lo storico ristorante italiano sul Malecón

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3163ae53 bd1d 4228 9ec9 1b887582b9a4Con lui se ne va un pezzo autentico della presenza italiana nei Caraibi

È stato abbattuto nei giorni scorsi l’edificio che per oltre sessant’anni aveva ospitato il ristorante Il Vesuvio, sulla Avenida George Washington, il celebre Malecón della capitale dominicana. Con la sua demolizione scompare un punto di riferimento non solo gastronomico, ma anche simbolico per la comunità italiana a Santo Domingo e per molti dominicani amanti della buona cucina.

Le origini: un napoletano con un sogno

Il Vesuvio fu inaugurato nel gennaio del 1954 da Annibale Bonarelli Izzo, originario di Napoli e arrivato in Repubblica Dominicana l’anno precedente, nel 1953. Con l’aiuto della moglie Immacolata Pascale Landi, creò uno dei primi ristoranti italiani del paese.

All’inizio contava solo 18 tavoli, ma offriva già una cucina che fece subito parlare di sé: pasta fatta a mano, lasagne, dolci tipici italiani e un’atmosfera di famiglia. Le attrezzature arrivarono dagli Stati Uniti, dove Annibale aveva vissuto prima di trasferirsi nei Caraibi.

Un punto di riferimento per la comunità

Negli anni, Il Vesuvio divenne una vera istituzione per la comunità italiana, ma anche per molti dominicani. Vi si celebravano feste, si stringevano amicizie, si gustavano piatti autentici in un contesto elegante ma informale. Era il posto dove si ritrovavano imprenditori, diplomatici, famiglie italiane residenti o di passaggio, ma anche figure di spicco della società dominicana.

Il locale ha saputo unire due culture: quella italiana, fatta di ospitalità, sapori e tradizione, e quella dominicana, con il suo calore umano e l’amore per la buona tavola.

La chiusura e la demolizione

Dopo oltre sessant’anni di attività, il ristorante ha chiuso nel novembre del 2016. Da allora l’edificio è rimasto vuoto e in stato di abbandono, fino alla recente demolizione avvenuta nel luglio 2025.

La notizia ha suscitato commozione e tristezza tra molti italo-dominicani, che nel Vesuvio vedevano non solo un locale storico, ma anche una parte della propria memoria personale e collettiva.

Un’eredità che continua

La famiglia Bonarelli, fondatrice del Vesuvio, ha continuato negli anni la tradizione gastronomica con altri progetti, tra cui il ristorante Vesuvio Tiradentes, ancora attivo nella capitale, e altre iniziative guidate dalle nuove generazioni.

Tra queste spicca Maria del Carmen Bonarelli, nipote di Annibale, chef di grande talento e primo volto femminile dominicano al prestigioso concorso culinario Bocuse d’Or Latinoamérica.

L’eredità del Vesuvio quindi non si spegne del tutto. Cambia forma, si evolve, ma resta viva nei piatti, nei ricordi e nel lavoro di chi continua a credere nella qualità e nella passione che animarono quel primo piccolo ristorante sul mare nel lontano 1954.