Debutto a Pescara del Premio Suffoletta

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Il Premio la prima volta a Pescara sabato 3 ottobre 2026. Riconoscimenti a Guidone, Santilli, Stuard, Tarantini. “Memoria” del prof Caffè

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La sala consiliare del Comune di Pescara ospiterà, per la prima volta, sabato 3 ottobre, dalle ore 17, il Premio “Benigno e Filomena Suffoletta”, giunto alla 31ma edizione.

Le precedenti edizioni sono state sempre ospitate dal Comune di Roccaraso con alcune ececzioni a Sulmona e Pettorano sul Gizio.

Il Premio, istituito nel 1989 dall’imprenditore Benigno Suffoletta in ricordo della moglie prematuramente scomparsa Filomena Carrara, è portato avanti – dopo la sua scomparsa nel 2014 – dai figli Gaetano e Giuseppina Suffoletta rispettivamente Presidente e Vicepresidente del Premio, attraverso l’omonima Associazione culturale Famiglia Suffoletta.

La manifestazione valorizza ogni anno personalità, per la maggior parte legate all’Abruzzo, che si distinguono, come quest’anno, nei campi dell’imprenditoria, della medicina, della finanza, del giornalismo e dello spettacolo

Dal 1992 in poi sono stati premiate oltre 90 personalità dei vari ambiti professionali, oltre a menzioni, tra i quali: Giuseppe Iacobucci fisico nucleare, Luigi Savina prefetto e capo della Polizia, Niko Romito chef e imprenditore, Luca Tosto amministratore delegato della Walter Tosto Spa, Sara D’Amario attrice e scrittrice, Federica Di Nicolantonio medico e ricercatrice.

Nella edizione del 2025, sono stati premiati: Marina Cvetic titolare di Masciarelli Tenute Agricole, azienda leader in Italia nel settore vitivinicolo, Federico Vione manager nel campo delle risorse umane, proprietario e ad della W. Group multinazionale del settore, Enzo Leuzzi, giornalista e operatore televisivo che ha lavorato in Rai (Tgr Abruzzo e Regione e Rai Sport), Gianluigi Peduzzi titolare della Rustichella d’Abruzzo, azienda del settore pasta in sviluppo sia nella realizzazione di nuovi prodotti sia come azienda di riferimento nei mercati nazionali ed internazionali e Donatella Bosco medico, direttrice dell’Uoc Hospice e cure palliative della Asl di Pescara.

I riconoscimenti di questa edizione 2026 saranno consegnati a:

Graziano Tarantini , avvocato esperto di Diritto finanziario e commerciale, docente universitario, presidente di banche, attuale presidente della Fondazione Sanbenedetto.

Maria Silvia Santilli, giornalista e conduttrice televisiva del Tg1 Rai.

Stefano Stuard, medico nefrologo e vicepresidente della Fresenius Medical Care, azienda leader mondiale nella cura delle insufficienze renali.

Lucrezia Guidone attrice di teatro, cinema, televisione e regista teatrale.

Inoltre quest’anno per l’Angolo della Memoria verrà ricordata la figura del professor Federico Caffè economista e docente universitario, una delle più importanti figure nel campo dell’economia del secolo scorso.

Anche quest’anno verrà effettuata una donazione che in questa edizione riguarderà una coprincubatrice con foro per fototerapia che verrà consegnata a Susanna Di Valerio, direttore dell’Uoc Neonatologia e Terapia intensiva neonatale dell’Ospedale civile di Pescara.

Nutrito anche il Comitato d’Onore, fra cui spiccano personalità come il sindaco di Pescara Carlo Masci, il presidente del Consiglio comunale Marcello Antonelli, il deputato Nazario Pagano (che presiede lo stesso Comitato), l’ex procuratore generale Nicola Trifuoggi il professo Giuseppe Mauro, nonché vari sindaci del comprensorio.

La manifestazione (ingresso libero) è patrocinata dal Comune di Pescara e da Banca Generali.




Marzabotto, 82 anni dopo il massacro Mattarella: la memoria resta un monito

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Ottantadue anni dopo, il nome di Marzabotto continua a ricordare una delle pagine più drammatiche della storia italiana. Il 29 settembre 1944 iniziava nell’area di Monte Sole, sull’Appennino bolognese, una serie di rastrellamenti e massacri che si sarebbero protratti fino al 5 ottobre, colpendo soprattutto la popolazione civile.

In occasione dell’anniversario, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito Marzabotto e le terre di Monte Sole un «abisso di disumanità», sottolineando che la memoria di quella tragedia continua a richiamare tutti alla responsabilità.

Donne, bambini, anziani e sacerdoti tra le vittime

L’eccidio non fu un singolo episodio, ma una serie di operazioni condotte in numerose località dei territori di Marzabotto, Monzuno e Grizzana Morandi.

Secondo la ricostruzione dell’Ente Parchi dell’Emilia Orientale, tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 furono uccise 770 persone. Tra le vittime vi furono 216 bambini, 316 donne, 142 anziani e cinque sacerdoti.

Le uccisioni avvennero nelle abitazioni, nei luoghi di culto e nei rifugi dove molti civili avevano cercato protezione. L’operazione fu condotta dalle forze tedesche contro il territorio nel quale operava la formazione partigiana Stella Rossa, ma la violenza colpì in maniera sistematica anche la popolazione civile.

Il messaggio di Mattarella

Nel suo messaggio per l’anniversario, Mattarella ha ricordato che «ciò che è accaduto può ripetersi», collegando la memoria di Marzabotto al ritorno della guerra e all’indebolimento delle regole internazionali che dovrebbero limitarne gli effetti.

Il presidente ha richiamato democrazia, partecipazione, solidarietà e giustizia come valori sui quali si fonda la Costituzione italiana, indicando nella memoria non soltanto un dovere verso le vittime, ma anche una responsabilità per il presente.

È un passaggio particolarmente significativo perché la commemorazione non viene presentata soltanto come ricordo di un episodio del passato. La lezione di Monte Sole viene collegata alla necessità di difendere quei principi che nacquero anche dalla tragedia della guerra e dell’occupazione.

Una memoria che appartiene anche agli italiani all’estero

Per gli italiani che vivono fuori dal Paese, Marzabotto rappresenta anche una parte della memoria nazionale che le comunità italiane nel mondo hanno contribuito a conservare e trasmettere.

La storia dell’Italia del Novecento non è infatti rimasta dentro i confini nazionali. Milioni di italiani emigrarono proprio negli anni della guerra o nei decenni successivi, portando con sé anche il ricordo delle vicende che avevano segnato le proprie famiglie e i propri territori.

Per questo la memoria di Marzabotto non riguarda soltanto chi vive oggi nell’area di Monte Sole. È una pagina della storia italiana che appartiene anche alle comunità italiane di New York, Buenos Aires, Toronto, Caracas, Santo Domingo e di tante altre città del mondo.

La memoria come responsabilità

A 82 anni di distanza, il rischio è che i nomi dei luoghi e delle vittime diventino progressivamente soltanto una pagina dei libri di storia.

È proprio contro questo rischio che assumono valore le parole di Mattarella.

Ricordare Marzabotto significa infatti ricordare che la guerra non produce soltanto battaglie e fronti militari. Quando vengono meno il rispetto della vita umana, le regole e la dignità della persona, la popolazione civile può diventare il bersaglio della violenza.

La memoria serve allora non soltanto a guardare indietro, ma a comprendere il valore di ciò che è stato costruito dopo la guerra: la democrazia, i diritti, la convivenza civile e l’idea di un’Europa fondata sulla pace.

Una storia che continua a essere raccontata

A Monte Sole la memoria non è rimasta ferma al passato. Il territorio continua a organizzare commemorazioni, percorsi della memoria e iniziative rivolte soprattutto alle nuove generazioni. Il prossimo 4 ottobre, a Marzabotto, è prevista la commemorazione ufficiale dell’82° anniversario degli eccidi di Monte Sole.

È attraverso queste iniziative che una tragedia avvenuta oltre otto decenni fa continua a essere trasmessa a chi non l’ha vissuta.

Perché ricordare Marzabotto non significa vivere nel passato. Significa sapere quanto può costare alla società perdere il rispetto della vita, della libertà e della dignità umana.

 




Panama guarda al Made in Italy: arredamento, design e nuove opportunità in Centro America

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Panama continua a rappresentare uno dei mercati più interessanti dell’America Centrale per le imprese italiane. Un segnale arriva dal settore dell’arredamento, del design e dell’edilizia, dove il Made in Italy cerca nuove opportunità legate alla ripresa prevista per il mercato immobiliare e delle costruzioni.

Dal 18 al 20 settembre si è svolta a Panama City Expo Italian Furniture & Design, iniziativa organizzata dalla Cámara Italo-Panameña de Comercio, Industrias y Agricultura insieme all’Ambasciata d’Italia e all’Italian Trade Agency. L’obiettivo era mettere in contatto aziende italiane, imprese locali, architetti, sviluppatori immobiliari e buyer.

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Non soltanto mobili, ma un modello di progettazione

L’interesse per le aziende italiane non riguarda soltanto la vendita di mobili.

Il settore immobiliare panamense richiede infatti soluzioni per appartamenti, hotel, uffici e nuove strutture commerciali, creando uno spazio nel quale possono entrare arredamento, illuminazione, materiali, tecnologia e progettazione italiani.

L’iniziativa di Panama ha puntato proprio su questo concetto: presentare il Made in Italy come partner per progetti immobiliari e di sviluppo, non semplicemente come fornitore di prodotti finiti.

È una differenza importante soprattutto in un mercato internazionale nel quale il prezzo non è l’unico elemento considerato. Design, qualità, affidabilità e capacità di seguire un progetto completo possono diventare fattori di competitività.

Panama come porta verso la regione

La posizione geografica di Panama rappresenta un ulteriore elemento di interesse.

Il Paese è uno dei principali nodi logistici dell’area grazie al Canale e alla sua rete di collegamenti internazionali. Per un’impresa italiana, quindi, la presenza a Panama può avere una funzione che va oltre il mercato nazionale e inserirsi in una strategia più ampia verso l’America Centrale e i Caraibi.

Anche la rete italiana presente nel Paese contribuisce a creare collegamenti. La Camera Italo-Panamense, l’Ambasciata e l’ICE stanno cercando di favorire proprio questo tipo di rapporto tra imprese italiane e operatori locali.

Una regione che cresce

Il contesto economico regionale è favorevole, anche se con differenze significative tra i vari Paesi.

Secondo il rapporto mensile della Secretaría Ejecutiva del Consejo Monetario Centroamericano, l’area comprendente Centro America e Repubblica Dominicana ha registrato a giugno 2026 una crescita interannuale dell’attività economica del 4,78%. Nella prima metà dell’anno la crescita cumulata è stata del 4,17%.

Panama non è tra i Paesi con il maggiore incremento indicato nel rapporto di giugno, ma la sua particolare struttura economica e logistica continua a renderlo un punto di riferimento per gli investimenti e gli scambi internazionali.

Un’opportunità anche per le imprese italiane

Per l’Italia, l’America Centrale rappresenta un mercato ancora relativamente piccolo rispetto ai grandi partner commerciali europei, ma presenta settori nei quali le imprese italiane possono trovare spazi interessanti.

Non soltanto arredamento e design, dunque. La cooperazione economica comprende anche tecnologia, infrastrutture, energia, agroalimentare, logistica e servizi.

Il Ministero degli Esteri considera del resto l’America Latina una regione strategica per l’Italia: nel 2024 erano oltre 2,5 milioni i cittadini italiani iscritti all’AIRE nell’intera area latinoamericana, mentre l’interscambio commerciale aveva superato i 33 miliardi di euro.

Anche gli italiani residenti sono parte di questa rete

Dietro gli scambi commerciali ci sono anche le comunità italiane che vivono nella regione.

A Panama, come negli altri Paesi centroamericani, ambasciate, camere di commercio, associazioni e Com.It.Es. rappresentano una rete che può facilitare rapporti tra Italia e territorio.

Proprio in questi giorni, inoltre, è aperta la fase preparatoria per le elezioni dei Com.It.Es. del 2026: gli italiani residenti all’estero che intendono votare devono iscriversi nell’elenco elettorale entro il 4 novembre.

La dimensione economica e quella della comunità italiana finiscono così per incontrarsi: da una parte le imprese che cercano nuovi mercati, dall’altra gli italiani che da anni vivono e lavorano in questi Paesi.

Il Made in Italy cerca spazio in una regione in trasformazione

L’esperienza di Panama mostra quindi una tendenza più ampia.

Il Centro America non è soltanto una destinazione turistica o un’area di interesse per le grandi multinazionali. È anche una regione nella quale le imprese italiane possono cercare nuove nicchie di mercato, soprattutto quando riescono a proporre insieme prodotto, tecnologia, design e competenze.

Per Panama, l’interesse verso l’Italia rappresenta un’opportunità di diversificazione dell’offerta. Per le aziende italiane può essere invece un modo per entrare in un mercato regionale attraverso uno dei principali hub economici e logistici dell’America Centrale.

Una partita che, per entrambe le parti, è appena iniziata.

 




Un chioggiotto nelle isole della Sonda

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I viaggi di Niccolò De’ Conti nelle terre e sui mari dell’Oriente

Si narra che i suoi viaggi, i cui resoconti circolarono inizialmente in forma manoscritta,   influenzarono profondamente la comprensione geografica delle aree attorno all’Oceano Indiano nella metà del XV secolo. Fu uno dei primi  a descrivere le Isole della Sonda e le Isole delle Spezie,   contribuì a rivalutare l’opera di Marco Polo, alla quale prima di allora si dava poco credito e grazie ai suoi racconti probabilmente molti altri europei trovarono il coraggio dell’esplorazione.
Eppure, come capita a troppi italiani, il suo nome si è perso nelle nebbie della memoria collettiva, consegnato a un ingiusto oblio spezzato soltanto l’anno scorso, quando un convegno organizzato nella sua città natale – Chioggia – ne tracciò il profilo umano.

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Niccolò de’ Conti era nato nella città veneta nel 1395, figlio di Giovanni, morendovi nel 1469. Tra le due date di inizio e fine vita, pensò bene di affrontare le incognite di un Pianeta in gran parte ancora sconosciuto agli europei. Esploratore e mercante, la sua storia è avvolta dalla nebbia fin dagli anni giovanili, di cui poco si sa. Le prime notizie   lo indicano  a Damasco, da dove nel 1414 ebbero inizio le sue lunghe peregrinazioni nel Medio e nell’Estremo Oriente.

Dopo aver appreso la lingua araba nei suoi anni di soggiorno a Damasco, decise di aggregarsi a una carovana che attraversò il deserto compreso fra i territori della Siria e l’Eufrate. Percorse la Mesopotamia per fermarsi inizialmente a Bagdad e per riprendere il viaggio con la navigazione lungo il Tigri e l’Eufrate ed attraverso i canali che uniscono questi due fiumi e che da essi si diramano. De’ Conti giunse a Bassora e  alla foce dello Shatt al-‘Arab, navigò in seguito tutto il Golfo Persico fino a Bandar ‘Abbās ed alla vicina isola di Hormūz. Dopo aver  toccato il porto   di Kalhat nel golfo di ‘Omān proseguì verso Cambay e dopo  venti giorni toccò   la città di Pachamur, (attuale Barkur), a nord di Mangalore, e la città di Helly, una città oggi scomparsa ma all’epoca capitale del Deccan. Il navigatore chioggiotto continuò il suo viaggoi spostandosi  a “Maliapur”, sulla costa orientale dell’India (dovrebbe essere la moderna Mylapore, nello Chennai), dove visitò la tomba di San Tommaso, dove era vivo il culto di s. Tommaso, venerato dai nestoriani.

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De’ Conti lasciò l’India e navigò verso Sumatra, superando l’arcipelago delle Andamane, per restarvi un anno a Pedir nella parte settentrionale, acquisendo conoscenza del luogo e informazioni utili sul commercio dell’oro e delle spezie.

Da Sumatra egli passò alla penisola trarisgangetica e, dopo sedici giorni di navigazione, spinto da una tempesta, approdò sulla costa della regione di Tenasserim, in Birmania, alla città dello stesso nome, posta sull’omonimo fiume. Salpò quindi verso la foce del Gange, visitando Bardhaman (in Bengala), e quindi proseguendo via terra fino ad Arakan (in Birmania).

Durante i suoi viaggi, Niccolò De’ Conti descrisse le culture del Sudest asiatico “superiori a tutte le altre regioni per ricchezza cultura e magnificenza, e al pari dell’Italia per civiltà”.

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Dalle  foci del fiume Kuladan giunse, in sei giorni, alla città dallo stesso nome (forse l’attuale Mrohung),   e di qui, tagliando l’Arakan,   in poco più di un mese arrivò al fiume Irrawaddy, per toccare infine la città di Ava dopo un altro mese di navigazione controcorrente. Da Ava ripartì dirigendosi verso il mare, che raggiunse dopo diciassette giorni, e trovando la città di Zeython;  dopo dieci giorni arrivò a Panconia o Pauconia, per fermarvisi quattro mesi e riprendere poi la via del mare. Pasando davanti  all’isola di Giava e all’isola di Borneo, vi sostò in entrambi per diversi mesi, descrivendo la ferocia dei costumi dei loro abitanti e tratteggiando per primo le isole di    Celebes ed le Molucche. Non andò però oltre queste isole, come qualcuno ha voluto sostenere, perché, riprendendo il resoconto dei suoi viaggi, afferma che, lasciate le due Giave, si diresse verso occidente per approdare, dopo un mese di viaggio, a Ciampa, il punto estremo al quale egli pervenne sul continente asiatico.  Attorno al 1440 fece ritorno via nave in India (Quilon, Cochin, Calcutta, Cambay) e quindi in Medio Oriente (Socotra, Aden, Berbera in Somalia, Jidda in Egitto), dalle quali viaggiò via terra fino al Cairo, passando per il Monte Sinai.

Nicolò viaggiò assieme alla sua famiglia avendo conosciuto sua moglie  in India e divenendo padre di  quattro figli,  Arrivato in Egitto De’ Conti, dopo essere stato derubato dei suoi averi,  dovette attendere per ben due anni il salvacondotto del sultano per poter attraversare le terre a lui soggette e per farlo dovette anche rinnegare la fede cristiana per aver salva la vita. Lui sopravvisse a   un’epidemia di peste perse, nella quale però perse  la moglie, due figli e gran parte dei suoi servi. Sempre durante la sua permanenza al Cairo, nel 1437 avrebbe incontrato il viaggiatore catalano

Ritornato   in Italia nel 1439, raggiunse Firenze, dove si stava allora svolgendo il concilio, per implorare dal pontefice Eugenio IV il perdono per essersi convertito all’islamismo. Nell’occasione potè raccontare all’allora segretario del pontefice, Poggio Bracciolini, le sue peripezie vissute nei suoi viaggi.

I viaggi di De’ Conti influenzarono  la cartografia del XV secolo. Per il cartografo Fra Mauro  la “fonte degna di fiducia” citata nella realizzazione della sua   mappa, circa i viaggi di una “giunca dell’India” (letteralmente “Zoncho de India”), oltre il Capo di Buona Speranza e nell’Oceano Atlantico, attorno al 1420, confermando che era possibile circumnavigare l’Africa, pare fosse proprio   Niccolò de’ Conti.  La sua relazione venne usata da diversi esploratori e viaggiatori, come Ludovico di Varthema e Antonio Pigafetta.

Niccolo, rientrato infine a Chioggia fra il 1449 e il 1450, visse invece con tutta probabilità a Venezia, dedicandosi a vari commerci e ricoprendo numerosi incarichi affidatigli dal Consiglio della sua città natale.  Insignito  del titolo di conte palatino, con la facoltà di creare notai,  morì probabilmente a Chioggia nel 1469.

Le informazioni trasmesseci dalla relazione dei suoi viaggi si sono invece dimostrate generalmente esatte sia per quanto riguarda le indicazioni delle direzioni e delle distanze, sia anche per quel che concerne le particolarità topografiche fornite in riferimento alle più importanti città da lui ricordate e descritte.




RD. Samaná, quando il cinema diventa promozione turistica

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Le spiagge, le montagne, la vegetazione tropicale e le acque della baia sono da tempo tra le immagini più riconoscibili della Repubblica Dominicana. Ma oggi Samaná sta conquistando anche un altro palcoscenico: quello del cinema internazionale.

Negli ultimi anni la provincia è stata scelta sempre più spesso come location per produzioni cinematografiche e televisive, portando i suoi paesaggi davanti a milioni di spettatori. Per il settore turistico locale, questa presenza rappresenta non soltanto un’attività economica durante le riprese, ma anche una forma di promozione del territorio che continua dopo l’uscita dei film.

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Quando il paesaggio diventa protagonista

Il presidente del Clúster Turístico de Samaná, Javier Lara, sottolinea proprio questo doppio effetto: le produzioni generano lavoro e consumi durante le riprese, coinvolgendo alberghi, trasporti, ristorazione e altri servizi, ma successivamente le immagini della provincia possono raggiungere un pubblico internazionale molto più vasto.

Un esempio recente è Office Romance, la commedia romantica con Jennifer Lopez e Brett Goldstein, uscita su Netflix nel giugno scorso e girata in parte a Samaná. La produzione ha portato sulle piattaforme internazionali immagini delle spiagge e dei paesaggi dominicani, trasformandoli in parte dell’ambientazione della storia.

Ma non è un caso isolato. A Samaná sono state girate anche produzioni come Arthur the King, The Lost City e Old, mentre la provincia è stata utilizzata anche per altre produzioni internazionali.

Da location esotica a destinazione riconoscibile

Per molto tempo la Repubblica Dominicana è stata utilizzata dal cinema internazionale soprattutto per rappresentare altri luoghi: Caraibi, America Latina, isole tropicali o ambientazioni esotiche.

La situazione sta cambiando. La promozione turistica ufficiale presenta oggi la Repubblica Dominicana anche come destinazione cinematografica, mettendo a disposizione dei produttori una grande varietà di paesaggi e una rete professionale dedicata alle produzioni audiovisive.

Samaná, in questo contesto, possiede caratteristiche particolarmente favorevoli. La penisola riunisce in uno spazio relativamente ristretto spiagge, montagne, foresta tropicale, cascate, isole e la grande baia, offrendo scenari molto diversi tra loro.

Cayo Levantado, il Salto El Limón, Playa Rincón e il Parco Nazionale Los Haitises sono alcuni dei luoghi che contribuiscono all’immagine turistica della provincia.

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Il cinema può portare nuovi turisti

Il vantaggio per Samaná è che lo spettatore non vede necessariamente una pubblicità turistica. Vede una storia, segue gli attori e, quasi senza accorgersene, scopre un paesaggio.

È un meccanismo particolarmente interessante quando a essere protagonisti sono personaggi conosciuti a livello internazionale. Il caso di Jennifer Lopez è emblematico: la sua presenza a Samaná per le riprese di Office Romance ha attirato attenzione anche attraverso le sue dichiarazioni positive sull’esperienza nella Repubblica Dominicana.

Il cinema diventa così una sorta di vetrina turistica indiretta. Una spiaggia vista sul grande schermo o su una piattaforma di streaming può suscitare nello spettatore la curiosità di scoprire dove sia stata girata quella scena.

Un settore che produce anche economia

Il fenomeno non riguarda soltanto la promozione. Le riprese cinematografiche rappresentano una vera attività economica.

Una produzione internazionale necessita di alberghi, ristoranti, trasporti, sicurezza, tecnici, personale locale, servizi logistici e numerose altre attività. Secondo dati citati da Diario Libre, nel 2025 nella Repubblica Dominicana sono state realizzate 22 produzioni internazionali, con investimenti superiori a 776 milioni di pesos dominicani.

Per Samaná, quindi, l’obiettivo è duplice: continuare ad attirare produzioni e fare in modo che la visibilità ottenuta attraverso il cinema si trasformi anche in nuovi visitatori e maggiore spesa turistica nella provincia.

Samaná, una destinazione già cinematografica

La provincia non deve comunque affidare la propria promozione soltanto al cinema. La sua forza turistica rimane legata soprattutto alla natura: la baia, le spiagge, le escursioni, le montagne, le cascate e il periodo di osservazione delle megattere.

Ma quando questi paesaggi entrano in un film visto in decine di Paesi, il loro valore promozionale può moltiplicarsi.

È questa la scommessa di Samaná: non essere soltanto il luogo dove si gira un film, ma diventare il luogo che lo spettatore vuole visitare dopo averlo visto.




Al via la produzione del film “REX” di Enzo Odoguardi

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Riprendiamo e pubblichiamo:

REX è il titolo del film già in produzione che avrà la durata di più di due ore. E’ un film tratto dal romanzo scritto da Enzo Odoguardi e da Ennio Marchetti.

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E’ bene precisare che il pluriversatile e Architetto Enzo Odoguardi è originario di Trebisacce e il suo profondo amore viscerale per la cittadina natia lo ha sempre portato ad investire capitali di tutto rispetto sul territorio.

Il team è già da tempo al lavoro e le scene in video, in anteprima, sono state tutte realizzate con l’IA e con Avatar di persone reali di Trebisacce e non solo.

Le scene, di alta qualità, sono state girate nell’Alto Jonio e in particolare: Trebisacce, Roseto Capo Spulico e Cerchiara di Calabria, ma anche nel comune di Mendicino.

Attualmente l’originale film è in produzione, ma il team pensa già di presentarlo al pubblico trebisaccese, gratuitamente, in lingua italiana, il prossimo Agosto 2027.

Enzo Odoguardi sta realizzando questo film a proprie spese, offrendo alla cittadinanza qualcosa di prezioso che durerà nel tempo e il produttore confermerà ancora una volta il suo amore per Trebisacce, arricchendo di un nuovo tassello quanto già realizzato e che contribuirà a scrivere una nuova pagina di storia nell’interesse della comunità e del Marketing Turistico.

L’Architetto Enzo Odoguardi vive e opera tra Santo Domingo e Boston, ma ogniqualvolta scende a Trebisacce il suo dinamico cervello sviluppa qualche idea nuova da realizzare, come in questo caso.

Enzo Odoguardi come trama ha scelto di raccontare la storia romanzata basata sulla ricerca del famoso tesoro del RE Alarico, che, la leggenda, racconta di averlo rinvenuto nell’alveo del fiume Busento, nel territorio del comune di Mendicino.

In attesa di poter vedere ancora qualche breve anteprima, auguriamo all’intero team Buon Lavoro!

Franco Lofrano

da francolofrano.it




Costa Rica, da oggi una settimana dedicata al cinema italiano

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Da oggi, 24 settembre, il cinema italiano torna protagonista in Costa Rica con una settimana dedicata alle più recenti produzioni cinematografiche del nostro Paese. Fino al 30 settembre, a San José, è in programma la Settimana del Cinema Italiano, organizzata dall’Ambasciata d’Italia in collaborazione con Cinépolis.

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L’iniziativa propone al pubblico costaricano una selezione di dieci film italiani contemporanei, scelti per rappresentare la varietà di temi, linguaggi e sensibilità del cinema italiano di oggi.

Tra i titoli in programma figurano La vita è così, L’ultima coppa, Cose che non dimenticherò, Una breve storia d’amore, La città proibita, Tre addii, Primavera, Qualunque cosa tu faccia, è sbagliato, Familia e Diamanti.

Il cinema come ponte tra Italia e Costa Rica

La manifestazione non è soltanto un appuntamento per gli appassionati di cinema. Per la comunità italiana residente in Costa Rica rappresenta anche un’occasione per mantenere un rapporto con la cultura contemporanea italiana e, allo stesso tempo, per farla conoscere al pubblico locale.

La scelta dei film permette infatti di presentare un’immagine dell’Italia che va oltre i riferimenti più conosciuti della cultura e del cinema del passato, mostrando storie e produzioni recenti. L’Ambasciata sottolinea proprio la varietà della cinematografia italiana contemporanea e la sua capacità di raccontare sensibilità e realtà differenti.

Dal 24 al 30 settembre

Le proiezioni si svolgeranno nelle sale Cinépolis. Gli orari e la programmazione completa possono essere consultati direttamente sul sito della catena cinematografica.

La Settimana del Cinema Italiano arriva inoltre in un momento di particolare attività per la comunità italiana in Costa Rica. L’Ambasciata di San José è infatti impegnata anche nell’organizzazione delle prossime elezioni dei Com.It.Es., previste il 4 dicembre, e in questi giorni sta organizzando missioni itineranti e aperture straordinarie per facilitare le procedure elettorali dei connazionali.

Per gli italiani che vivono in Costa Rica, dunque, quella che comincia oggi è una settimana dedicata al cinema, ma anche un’altra occasione per ritrovare lingua, cultura e produzioni italiane a migliaia di chilometri dall’Italia.

 




La fregola con le arselle, uno dei piatti più iconici della Sardegna

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Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

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Oggi parliamo della fregola con le arselle (le telline o vongole veraci), nella lingua locale fregula cun còcciula, uno dei piatti più iconici e tradizionali di Cagliari e della cucina sarda. Questa ricetta unisce la fregola, un formato di pasta a base di semola di grano duro e acqua, simile a piccole palline irregolari o al couscous ma tostata in forno, con il sapore intenso dei frutti di mare, legati da un brodetto leggero di pomodoro e zafferano.

Ed ecco qui di seguito la ricetta originale con gli ingredienti per 4 persone: 320 gr. di fregula sarda (media e tostata), 1 kg. di arselle (telline o vongole veraci), 150 gr. pomodori pelati a pezzetti o passata, 2 spicchi d’aglio, ½ bicchiere di vino bianco secco, 1 bustina di zafferano sardo (facoltativo ma tradizionale), 1 mazzetto di prezzemolo fresco, 1 peperoncino fresco o secco, olio extravergine d’oliva q.b., sale q.b.

La preparazione: spurgate le arselle e mettetele in una ciotola capiente con acqua fredda e sale grosso per almeno 2 ore. Risciacquate più volte sotto l’acqua corrente. In una padella ampia, scaldate un filo d’olio extravergine d’oliva con uno spicchio d’aglio intero e qualche gambo di prezzemolo, quindi aggiungete le arselle, coprite con un coperchio e lasciate cuocere a fuoco vivo per pochi minuti finché non si saranno tutte aperte, dopodiché spegnete il fuoco. Separate i molluschi dai gusci, lasciandone giusto qualcuno intero per decorare, quindi filtrate il liquido di cottura e mettetelo da parte. In una casseruola, preferibilmente di terracotta, scaldate 3-4 cucchiai di olio extravergine d’oliva con il secondo spicchio d’aglio tritato finemente ed il peperoncino. Prima che l’aglio prenda colore, aggiungete i pomodori pelati a pezzetti. Fate cuocere a fuoco medio per circa 5-10 minuti per far restringere leggermente il sugo. Versate la fregola direttamente nella casseruola con il pomodoro e mescolate per farla insaporire e tostare un minuto. Sfumate con il vino bianco e lasciate evaporare l’alcol a fuoco vivo. A questo punto iniziate a bagnare la fregola aggiungendo il liquido filtrato delle arselle caldo, un mestolo alla volta, proprio come si fa per un risotto. Se il liquido delle arselle non dovesse bastare per completare la cottura (che richiede circa 12-15 minuti a seconda della grandezza della fregola), continuate aggiungendo dell’acqua calda o del brodo vegetale leggero. A metà cottura, sciogliete lo zafferano in un pò d’acqua calda e versatelo nella pentola. Un minuto prima che la pasta sia pronta, unite le arselle sgusciate in modo che prendano calore senza indurirsi. La consistenza finale deve essere “all’onda” con un delizioso e denso brodetto sul fondo. Spegnete il fuoco, spolverizzate con abbondante prezzemolo fresco tritato, un filo d’olio a crudo e lasciate riposare coperto per un minuto prima di servire. E buon appetito.

*La cucina sarda affonda le sue radici nelle zone montuose dell’entroterra, per poi estendersi anche lungo tutte le coste.

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Tra i primi piatti, la già menzionata fregola con le arselle, i malloreddus alla campidanese, noti anche come gnocchetti sardi; i culurgiones, ravioli a forma di spiga di grano, ripieni di patate, pecorino sardo e menta fresca; gli spaghetti con arselle e bottarga.

Tra i secondi, sa burrida alla casteddaia, un piatto freddo a base di gattuccio di mare marinato in agrodolce con i suoi fegatini, olio, aglio, aceto di vino e noci tritate; la cocciula e cozzas a schiscionera, le cozze e le vongole in tegame con olio, aglio, prezzemolo, peperoncino e pangrattato; l’aragosta alla campidanese o alla catalana, con una salsa di pomodori e cipolle; il porceddu (maialetto arrosto), arrostito lentamente per ore, per una carne tenerissima e una cotenna croccante e dorata.

Tra i rustici, la pizzetta sfoglia cagliaritana, ripiena di salsa di pomodoro, condita con un cappero o un’acciuga; le panadas (impanadas), piccole torte salate ripiene di carne di agnello, maiale o anguille, patate e aromi; il pane carasau, preparato con farina di semola di grano duro, acqua, lievito e sale, e cotto due volte, prima su una piastra calda e poi in forno, per la croccantezza e la leggerezza.

Tra i dolci, le seadas (o sebadas), dischi di pasta fritta ripieni di pecorino fresco al limone, servito ben caldo e ricoperto di miele fuso; le pardulas, piccole tortine cotte al forno, con i bordi “pizzicati” a stella, ripiene di ricotta, zafferano e scorza di agrumi; i pirichittus, piccole frittelle a base di farina di grano, zucchero e lievito; le papassine, dei biscotti a base di farina, zucchero, uova, strutto, aromi (come arancia o cannella), uva sultanina, mandorle e noci.

Tra i formaggi, il Fiore Sardo DOP, di latte crudo e affumicato; il Pecorino Sardo DOP, con i tipi Dolce e Maturo; il Pecorino Romano DOP, prodotto nella stragrande maggioranza nei pascoli della Sardegna; il Casizolu, di latte vaccino con una tipica forma a pera e note delicate di erba e burro; il Casu Axedu (o Frue), freschissimo a pasta molle e acidula, conservato nel siero.

Tra i salumi, la salsiccia sarda (sartizzu), il salume simbolo dell’isola; la mustela (o musteba), un salume magro e pregiato ricavato dal lombo del maiale; il prosciutto di pecora (Presuttu de Brebei); il guanciale sardo (Sa Grandua); la coppa di capocollo.

Tra i vini rossi, il Cannonau di Sardegna DOC, il Carignano del Sulcis DOC e il Monica di Sardegna DOC; tra i vini bianchi, il Vermentino di Gallura DOCG, il Vermentino di Sardegna DOC, il Torbato di Alghero DOC, il Nuragus di Cagliari DOC e la Vernaccia di Oristano DOC.

 




Il casabe verso il riconoscimento come patrimonio culturale della Repubblica Dominicana

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Il casabe, uno degli alimenti più antichi e caratteristici della Repubblica Dominicana, potrebbe ricevere anche un riconoscimento ufficiale come patrimonio culturale immateriale della nazione.

Il Senato dominicano ha infatti approvato in prima lettura il progetto di legge che dichiara la preparazione del casabe Patrimonio Culturale Immateriale della Nazione. La proposta è stata presentata dal senatore Casimiro Antonio Marte e ha ottenuto 27 voti favorevoli. L’iter legislativo non è ancora concluso.

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Una tradizione che viene da lontano

Il casabe non è semplicemente un alimento, ma il risultato di conoscenze e tecniche tramandate attraverso le generazioni. La sua origine è legata alle popolazioni taíno che abitavano i Caraibi prima dell’arrivo degli europei.

La preparazione tradizionale utilizza soprattutto la yuca amarga, la manioca amara, che viene lavorata attraverso diverse fasi fino a ottenere una sorta di pane piatto e croccante. La particolare lavorazione permette inoltre al prodotto di conservarsi a lungo.

Questa tradizione ha attraversato i secoli ed è ancora oggi presente nella cucina dominicana e in altri Paesi dei Caraibi.

Il riconoscimento dell’Unesco

Il progetto del Senato arriva dopo un riconoscimento internazionale già ottenuto dal casabe.

Il 4 dicembre 2024 l’Unesco ha infatti inserito nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità le conoscenze e le pratiche tradizionali legate alla preparazione e al consumo del casabe.

La candidatura era stata presentata congiuntamente da Repubblica Dominicana, Cuba, Haiti, Honduras e Venezuela. L’Unesco ha sottolineato il valore della tradizione come elemento di identità, coesione sociale e sostentamento per numerose comunità caraibiche.

Non solo cultura, ma anche economia

La valorizzazione del casabe ha anche una dimensione economica. La produzione coinvolge agricoltori, produttori e piccoli trasformatori e il governo dominicano sta lavorando per rafforzare la filiera della yuca amarga e del casabe.

A settembre il Ministero dell’Agricoltura ha incontrato produttori e operatori del settore per affrontare questioni legate alla produzione, alla commercializzazione e alla redditività del comparto.

Nei mesi scorsi il Senato aveva inoltre approvato il progetto per la creazione dell’Instituto Dominicano del Casabe, destinato a sostenere la produzione, la ricerca, la formazione e la commercializzazione del prodotto.

Il nuovo riconoscimento legislativo, se completato, aggiungerebbe dunque una dimensione nazionale a quella già ottenuta dall’Unesco: il casabe non soltanto come alimento tradizionale, ma come parte integrante della memoria culturale della Repubblica Dominicana.

 




Bennato porta l’America’s Cup a Nisida: musica e speranza per i ragazzi del carcere minorile

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L’America’s Cup è arrivata a Nisida, ma non soltanto con le barche e la competizione sportiva. A portare la musica è stato Edoardo Bennato, che sulla terrazza dell’Istituto penale per i minorenni ha cantato L’isola che non c’è, dedicandola ai giovani detenuti.

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L’occasione era l’apertura della settimana della regata preliminare dell’America’s Cup 2027, che avrà Napoli tra le città protagoniste del percorso verso la competizione. Bennato ha inoltre presentato dal vivo l’inno ufficiale della prossima America’s Cup, America’s Cup, scritto appositamente per l’evento.

“Una canzone di speranza”

Prima di eseguire L’isola che non c’è, Bennato ha spiegato di voler dedicare la canzone ai ragazzi dell’istituto.

Il brano, pubblicato nel 1980, è stato presentato dall’artista come un invito a sperare, a credere in se stessi e a costruire un futuro migliore, anche quando le condizioni sembrano difficili.

Per Bennato, il significato della serata è stato anche legato al particolare luogo nel quale si è svolta.

“Nisida è un’isola e nessuno lo sa”, canta in un altro suo brano. Ma questa volta, ha sottolineato il cantautore, Nisida è diventata il centro dell’attenzione internazionale proprio grazie alla Coppa America.

Nasce l’inno dell’America’s Cup

Dopo L’isola che non c’è, Bennato ha presentato anche il nuovo brano dedicato alla competizione.

L’artista ha raccontato di essere partito da alcuni versi del fratello Eugenio, legati al mare e al vento, per arrivare alla canzone America’s Cup. La scelta di coinvolgerlo è legata anche alla sua esperienza nella realizzazione di grandi sigle sportive: Bennato ha ricordato, tra le altre, Un’estate italiana, realizzata con Giorgio Moroder e Gianna Nannini per i Mondiali di calcio del 1990.

Questa volta il palcoscenico internazionale sarà quello della vela e il protagonista sarà Napoli, che ospiterà le regate preliminari e sarà una delle sedi del percorso verso l’America’s Cup 2027.

Lo sport entra nel carcere

La serata di Nisida non è stata soltanto un evento musicale.

Il ministro dello Sport Andrea Abodi ha annunciato un percorso di formazione dedicato ai giovani dell’istituto, collegato allo sport e alla vela. È previsto inoltre il recupero del campo di calcio presente all’interno del carcere minorile, con l’obiettivo di restituire ai ragazzi uno spazio per l’attività sportiva.

L’idea è utilizzare la grande manifestazione sportiva internazionale anche per lasciare qualcosa alla città e alle realtà coinvolte.

Da Napoli al mondo

L’America’s Cup porterà nei prossimi mesi a Napoli team, atleti, tecnici e pubblico internazionale. Per Bennato, però, il significato dell’appuntamento va oltre la competizione.

La sua presenza a Nisida ha creato un collegamento particolare tra sport, musica e recupero sociale, proprio in un luogo che normalmente rimane lontano dai riflettori.

E la scelta di L’isola che non c’è non è casuale: una canzone nata più di quarant’anni fa è diventata, per una sera, un messaggio rivolto a giovani che stanno cercando una strada per il proprio futuro.

“Buon vento”, ha detto Bennato al termine dell’esibizione, utilizzando il tradizionale saluto dei velisti.

Per Napoli, il vento dell’America’s Cup è già cominciato a soffiare.