Italia, nuovo accordo per portare la cultura italiana nel mondo

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La cultura italiana punta a rafforzare la propria presenza nel mondo. Il Ministero della Cultura e la Società Dante Alighieri hanno firmato a Roma un nuovo Protocollo d’intesa destinato a sviluppare iniziative comuni per promuovere all’estero la lingua italiana, il patrimonio culturale e la conoscenza dell’Italia.

L’accordo è stato sottoscritto il 21 settembre a Palazzo Firenze dal ministro della Cultura Alessandro Giuli e dal presidente della Società Dante Alighieri Andrea Riccardi. Le attività saranno sviluppate nei Paesi nei quali è presente la rete della Dante, in coordinamento con il Ministero degli Esteri e con la rete delle rappresentanze diplomatiche italiane.

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Una rete presente in 70 Paesi

La Società Dante Alighieri dispone di una rete internazionale particolarmente estesa: secondo i dati presentati in occasione della firma, sono circa 400 le sedi distribuite in 70 Paesi, alle quali si aggiungono scuole, centri di certificazione e presìdi letterari.

È attraverso questa rete che il nuovo accordo vuole portare più iniziative culturali fuori dai confini italiani, rivolgendosi sia ai connazionali residenti all’estero sia agli stranieri interessati alla lingua e alla cultura italiana.

Non soltanto corsi di italiano, dunque, ma un programma che comprende arte, archeologia, cinema, spettacolo dal vivo, editoria, letteratura e valorizzazione del patrimonio.

Il “Passaporto della Cultura”

Una delle iniziative previste è il “Passaporto della Cultura”, destinato agli studenti meritevoli della Dante all’estero e a personalità straniere che si siano particolarmente distinte nella diffusione della lingua e della cultura italiana.

Il riconoscimento consentirà l’accesso gratuito a dieci tra i principali musei e istituti culturali italiani, offrendo a chi studia l’italiano all’estero la possibilità di conoscere direttamente il patrimonio artistico del Paese.

Il progetto si affianca alla possibilità di organizzare tirocini presso musei e istituti culturali statali destinati a studenti stranieri della Società Dante Alighieri.

Dalla lingua all’arte

Uno degli obiettivi dell’intesa è superare l’idea dell’italiano come semplice materia di studio.

La lingua diventa infatti uno strumento per avvicinare le persone alla storia, all’arte e alla creatività italiana. Il protocollo prevede iniziative dedicate all’italiano per l’arte, alla letteratura e all’editoria, oltre agli appuntamenti legati al Dantedì del 25 marzo e ai Presìdi letterari.

Tra gli appuntamenti internazionali viene indicata anche la Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara 2026, dove l’Italia sarà Paese Ospite d’Onore.

I borghi italiani arrivano all’estero

Un altro capitolo dell’accordo riguarda la promozione internazionale dei borghi di interesse storico e culturale.

L’idea è utilizzare la rete della Dante per far conoscere anche quella parte dell’Italia meno rappresentata dai grandi circuiti turistici: piccoli centri, patrimoni locali, tradizioni e territori che possono diventare nuove destinazioni per il turismo culturale.

La collaborazione punta inoltre ad attirare investimenti culturali nelle aree interne e a contribuire alla diversificazione dei flussi turistici, anche attraverso il collegamento con il Piano Olivetti per la cultura.

Un ponte con gli italiani all’estero

Per le comunità italiane nel mondo l’accordo assume un significato particolare.

La lingua, la letteratura e il patrimonio culturale sono infatti strumenti attraverso i quali le nuove generazioni di italiani all’estero possono mantenere un rapporto con il Paese d’origine, mentre per gli stranieri rappresentano una porta d’ingresso alla conoscenza dell’Italia.

Il presidente della Dante Andrea Riccardi ha sottolineato proprio il ruolo della rete internazionale dell’associazione nel mantenere questi legami e nel far conoscere il patrimonio italiano nei Paesi in cui opera.

La cultura come strumento di relazione

L’intesa non riguarda quindi soltanto la conservazione della memoria culturale.

Il ministro Giuli ha sottolineato che la lingua italiana deve essere considerata anche uno strumento di relazione, capace di favorire dialogo, conoscenza e nuovi rapporti tra l’Italia e altri Paesi.

Per gli italiani residenti all’estero, questo significa avere una rete sempre più ampia attraverso la quale mantenere vivo il rapporto con la cultura del Paese d’origine.

Per l’Italia significa invece portare nel mondo non soltanto la propria lingua, ma un patrimonio fatto di libri, arte, musei, cinema, musica, territori e tradizioni.




La Perdonanza Celestiniana arriva a Washington: L’Aquila racconta la sua storia agli italiani d’America

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La storia dell’Aquila e della Perdonanza Celestiniana ha attraversato l’Atlantico ed è arrivata a Washington, nel cuore della comunità italiana e abruzzese della capitale statunitense.

Domenica 20 settembre, nella sede di Casa Italiana, si è svolto l’incontro “A conversation with Angelo De Nicola”, organizzato dall’Abruzzo and Molise Heritage Society nell’ambito delle iniziative per L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026.

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Al centro dell’appuntamento la presentazione dell’edizione inglese del libro di Angelo De Nicola, The First Jubilee in History, pubblicato da One Group Edizioni. L’iniziativa ha avuto il patrocinio del Comune dell’Aquila e il sostegno della Fondazione Carispaq, con la collaborazione dell’associazione culturale aquilana Kione APS.

Celestino V e la Bolla del Perdono

L’incontro ha riportato l’attenzione sulla figura di Pietro da Morrone, l’eremita che nel 1294 venne incoronato all’Aquila con il nome di Celestino V.

La sua Bolla del Perdono, emanata nel 1294, concedeva l’indulgenza plenaria a quanti, sinceramente pentiti, fossero entrati nella basilica di Santa Maria di Collemaggio tra il 28 e il 29 agosto.

Una celebrazione che precedette di sei anni il Giubileo romano del 1300 e sulla quale De Nicola sviluppa nel suo libro la tesi della Perdonanza come primo Giubileo della storia.

La conversazione ha affrontato anche la rinuncia di Celestino V al pontificato, il riferimento dantesco al “gran rifiuto”, la rilettura della figura del papa eremita proposta da Ignazio Silone e il rapporto tra Celestino e la storia contemporanea dell’Aquila.

La Perdonanza è stata inoltre riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità nel 2019.

Una storia di emigrazione che torna in America

Ma a Washington l’incontro ha assunto anche un significato molto personale.

Angelo De Nicola ha mostrato una fotografia dei suoi nonni, Annunziata ed Ercole Del Signore, partiti dall’Aquila nel 1921 alla volta degli Stati Uniti. Ercole lavorò nelle miniere di Uniontown, in Pennsylvania, come tanti emigranti italiani della sua generazione.

Oltre un secolo dopo, il nipote è tornato in America con un libro dedicato all’Abruzzo. E ad accompagnarlo nella nuova versione inglese dell’opera è stato un altro membro della famiglia, Lino Del Signore, traduttore del volume e figlio di emigranti abruzzesi negli Stati Uniti.

È probabilmente questo l’aspetto più significativo dell’iniziativa: una storia nata nel Medioevo si è intrecciata con una vicenda familiare iniziata nel Novecento e con la realtà odierna degli italiani d’America.

L’Aquila Capitale italiana della Cultura guarda all’estero

La presentazione di Washington rientra nelle iniziative legate all’anno in cui L’Aquila è Capitale italiana della Cultura.

Portare la Perdonanza negli Stati Uniti significa quindi rivolgersi anche alle comunità di origine abruzzese, molte delle quali conservano ancora oggi un rapporto con la città e con la regione attraverso associazioni, tradizioni familiari e iniziative culturali.

La vicenda raccontata a Washington mette così insieme storia, cultura, emigrazione e memoria. Dall’Aquila verso l’America partirono migliaia di persone in cerca di un futuro diverso. Oggi, attraverso i loro discendenti, una parte di quella stessa cultura torna oltreoceano sotto forma di libri, testimonianze e iniziative culturali.

Come ha raccontato De Nicola, il viaggio della sua famiglia si è idealmente chiuso: i nonni partirono dall’Aquila verso l’America; i nipoti hanno riportato un pezzo dell’Aquila in America.




Sanremo 2027, cambia tutto: il pubblico avrà l’ultima parola sul vincitore

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Il Festival di Sanremo 2027 cambia formula e inaugura ufficialmente l’era di Stefano De Martino, chiamato per la prima volta a ricoprire il doppio ruolo di conduttore e direttore artistico.

La Rai ha pubblicato il regolamento ufficiale della 77ª edizione, che si svolgerà al Teatro Ariston dal 16 al 20 febbraio 2027. Le novità riguardano praticamente ogni aspetto della manifestazione: dagli artisti in gara al sistema di votazione, dalla serata dedicata all’Eurovision alle nuove regole sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

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Stefano De Martino

Saranno 24 i Big in gara

Il primo cambiamento riguarda il numero dei concorrenti.

A Sanremo 2027 saranno in gara 24 artisti, tutti nella categoria Campioni. Ventitré saranno scelti dalla direzione artistica, mentre il ventiquattresimo posto sarà assegnato di diritto al vincitore di “Sarà Sanremo 2026”.

È una riduzione significativa rispetto all’edizione precedente, che aveva portato sul palco 34 artisti.

Tutti i 24 concorrenti si esibiranno durante le serate dedicate alla gara principale.

Chi decide il vincitore?

È probabilmente la novità più importante.

Nelle prime due serate il voto sarà diviso tra Giuria della Sala Stampa, Tv e Web e Giuria Popolare. La prima peserà per il 67%, mentre il pubblico avrà il 33%.

Nella prima parte della serata finale entreranno in gioco tutte e tre le giurie: pubblico al 34%, Sala Stampa al 33% e Radio al 33%.

I risultati delle votazioni della prima, seconda e prima parte della quinta serata determineranno la classifica dalla quale usciranno da tre a cinque finalisti.

A quel punto, però, le giurie di Sala Stampa e Radio usciranno di scena.

Nella finalissima voterà infatti soltanto il pubblico attraverso televoto e voto online. Il risultato di questo voto peserà per il 50% e sarà sommato, per l’altro 50%, al cosiddetto “tesoretto” accumulato nelle votazioni precedenti.

Sarà quindi il pubblico ad avere l’ultima parola sul vincitore di Sanremo 2027.

Le Cover diventano una gara autonoma

Anche la tradizionale serata delle Cover cambia collocazione.

Si svolgerà giovedì 18 febbraio e avrà una propria classifica e un proprio vincitore. Il risultato della serata non contribuirà alla classifica generale del Festival.

I 24 artisti potranno interpretare brani italiani o internazionali insieme a ospiti italiani o stranieri.

Arriva la “Serata Performance”

La vera novità è però la serata di venerdì 19 febbraio, chiamata “Serata Performance”.

I 24 artisti dovranno riproporre il proprio brano con modalità interpretative, esecutive o sceniche differenti rispetto alle altre esibizioni.

A giudicarli saranno, con lo stesso peso del 50%, la Giuria Popolare e una nuova Giuria Internazionale di Esperti.

E qui c’è un cambiamento importante: il vincitore di questa serata sarà anche il rappresentante della Rai e dell’Italia all’Eurovision Song Contest 2027.

Non sarà quindi necessariamente il vincitore di Sanremo a rappresentare l’Italia all’Eurovision.

Sanremo e l’intelligenza artificiale

Il nuovo regolamento dedica per la prima volta uno spazio specifico all’intelligenza artificiale.

Le canzoni in gara dovranno essere espressione della creatività umana. Non sarà consentito utilizzare sistemi di IA quando il loro impiego comporti la sostituzione o l’alterazione del contributo creativo degli autori e degli artisti.

Il regolamento stabilisce inoltre che i brani in gara dovranno essere inediti e avere una durata massima di 3 minuti e 30 secondi. Per le Cover il limite sarà di quattro minuti.

L’autotune, invece, non viene vietato: De Martino ha spiegato che potrà essere utilizzato quando sarà funzionale al genere e al progetto musicale dell’artista.

Una nuova formula per il Festival

Il Sanremo di Stefano De Martino nasce quindi con una struttura profondamente modificata.

24 artisti, tutti sul palco ogni sera; una serata Cover con classifica autonoma; una nuova Serata Performance collegata all’Eurovision; un maggiore peso del pubblico nella scelta del vincitore e un regolamento specifico sull’uso dell’intelligenza artificiale.

Le proposte artistiche dovranno arrivare alla Rai entro il 23 novembre 2026, mentre i nomi degli artisti selezionati potranno essere annunciati dal 29 novembre.

Il Festival si svolgerà dal 16 al 20 febbraio 2027. E, per la prima volta dopo diverse edizioni, il pubblico avrà un ruolo decisivo proprio nel momento conclusivo: il vincitore sarà determinato dal voto popolare nella finalissima, insieme al risultato accumulato nelle serate precedenti.

 

 




Il Made in Italy della moda arriva a Philadelphia: creatività italiana in mostra alla Drexel University

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La moda italiana arriva a Philadelphia, una delle città simbolo della storia degli Stati Uniti. Fino al 27 settembre la Drexel University ospita la mostra “Italia è Moda”, iniziativa dedicata alla creatività, al design e alla capacità delle imprese italiane di trasformare tradizione e innovazione in prodotti conosciuti in tutto il mondo.

L’esposizione è stata ideata dalla curatrice Clara Tosi Pamphili e rappresenta la seconda tappa delle Giornate della Moda Italiana nel Mondo, progetto promosso dal Ministero degli Affari Esteri per portare il Made in Italy sui mercati internazionali.

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Non soltanto grandi marchi

“Italia è Moda” non presenta soltanto i nomi più conosciuti della moda italiana. Il percorso mette insieme case affermate, designer emergenti e produzioni specializzate, dalla pelletteria alle calzature, dagli occhiali alla gioielleria, fino alla cosmetica.

L’idea è quella di mostrare la moda come un sistema nel quale convivono creatività, artigianato, tecnologia e capacità industriale.

La mostra è costruita come un vero e proprio palcoscenico, organizzato attorno a diversi momenti della vita quotidiana: giorno, sera e sport. Abiti, accessori e oggetti dialogano con contenuti audiovisivi e installazioni digitali interattive che raccontano anche il processo creativo e il patrimonio delle aziende coinvolte.

Anche il cinema racconta la moda italiana

Tra gli oggetti più particolari esposti a Philadelphia ci sono due costumi originali del film “Casanova” di Federico Fellini.

Furono disegnati dal costumista Danilo Donati e realizzati dalla Sartoria Farani. I costumi vinsero nel 1977 l’Oscar per i migliori costumi, entrando così nella storia del cinema e della creatività italiana.

È anche attraverso pezzi come questi che la mostra cerca di raccontare il Made in Italy non semplicemente come moda, ma come parte di un patrimonio culturale più ampio.

Dall’Italia agli Stati Uniti passando dal Canada

La tappa di Philadelphia arriva dopo quella di Montréal, dove “Italia è Moda” è stata presentata nell’agosto scorso nell’ambito del Festival M.A.D.

La scelta del Canada come prima tappa del tour internazionale non è casuale. Il progetto è stato infatti concepito anche come strumento di diplomazia culturale ed economica e punta a rafforzare i rapporti tra l’Italia e i Paesi nei quali viene presentato.

Da Montréal a Philadelphia il percorso si sposta ora negli Stati Uniti, uno dei mercati più importanti per la moda italiana.

Un progetto che guarda ai giovani

La collaborazione con la Drexel University aggiunge un elemento particolare all’iniziativa.

La moda viene portata direttamente all’interno di un ambiente universitario, con la possibilità di avvicinare il pubblico più giovane alla cultura del Made in Italy e alle professionalità che ruotano attorno al settore.

È un aspetto sottolineato anche da Antonio Franceschini, responsabile nazionale CNA Federmoda, che ha indicato nella collaborazione con l’università un’opportunità per raggiungere un numero importante di giovani.

Alla mostra partecipano, attraverso CNA Federmoda, anche diversi marchi e designer italiani: 20.52 di Gordon Confezioni, Bellwood, Braga, L’Impermeabile di Landi, Par. Co. Denim, Sara Sfregola e Wladi Rigato.

La moda come ambasciatrice dell’Italia

Il progetto “Italia è Moda”, lanciato nel 2025, fa parte di una strategia più ampia di promozione internazionale della creatività italiana.

La rete diplomatica e culturale italiana utilizza la moda insieme a design, cinema, gastronomia e altri settori creativi per presentare all’estero un’immagine dell’Italia che non riguarda soltanto il patrimonio storico, ma anche innovazione, ricerca, impresa e nuove generazioni.

Philadelphia diventa così una nuova vetrina per un settore nel quale l’Italia continua ad avere una forte presenza internazionale.

E per il pubblico americano la mostra offre qualcosa che va oltre la passerella: la possibilità di vedere come, dietro un abito o un accessorio, possano convivere artigianato, tecnologia, design, cultura e impresa.




Gli strangozzi al tartufo nero di Norcia, tipici della tradizione umbra

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Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

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Oggi parliamo degli strangozzi al tartufo nero di Norcia, un primo piatto tipico della tradizione perugina e umbra in generale, preparato con pasta fresca, dalla forma irregolare e simile a degli spaghetti alla chitarra ma rettangolari, a base di sola acqua e farina e condito con olio extravergine d’oliva epregiato tartufo nero. Un piatto in realtà molto semplice da preparare ma che è al contempo pieno di gusto e sapori molto particolari.

Ma veniamo agli ingredienti per 4 persone: 400 gr. di strangozzi, 60-80 gr. di tartufo nero di Norcia, 50-60 ml. di olio extravergine d’oliva, 1 o 2 spicchi d’aglio, sale q.b.

La preparazione: innanzitutto procedete con la pulizia del tartufo, spazzolandolo delicatamente sotto acqua corrente per eliminare ogni residuo di terra, quindi asciugatelo bene. Dopodiché passate al condimento: in una padella o un pentolino, scaldate l’olio extravergine d’oliva a fuoco bassissimo insieme all’aglio leggermente schiacciato, facendolo dorare leggermente prima di rimuoverlo. Quindi grattugiate o tagliate a lamelle gran parte del tartufo e unitelo all’olio intiepidito, spegnendo o abbassando al minimo il fuoco per non alterare l’aroma. Ricordatevi di tenere da parte un piccolo pezzetto di tartufo. A questo punto cuocete gli strangozzi in abbondante acqua bollente salata, quindi scolateli al dente, dopodiché saltateli direttamente nella padella con il condimento all’olio e tartufo. Impiattate subito, completando con una grattugiata o fettine sottili del tartufo tenuto da parte. Gli strangozzi sono buonissimi con tutte le varietà di tartufo nero, che naturalmente deve essere fresco: a seconda della stagione potrete usare il Pregiato, l’Uncinato o l’Estivo. Da tenere anche a mente che il tartufo deve essere il più possibile integro e senza lesioni, deve essere compatto ed elastico al tatto e dall’odore intenso. Anche se il tartufo nero si conserva abbastanza a lungo, con il tempo tende a perdere odore e sapore: per degli strangozzi davvero gustosi, cercate di utilizzarlo il prima possibile, altrimenti conservatelo (per non più di una settimana) in frigorifero, all’interno di un contenitore ermetico, avvolto in un foglio di carta assorbente, da cambiare ogni giorno. Ricordiamo che il tartufo va pulito solo al momento di utilizzarlo, altrimenti tende a deteriorarsi più facilmente. Ed infine, il tartufo nero pregiato di Norcia si raccoglie d’inverno, da novembre a marzo, e cresce in zone collinari e montane, in boschi di noccioli, rovere, leccio e ulivi e su suolo illuminato, ben drenato, calcareo e breccioso. Il suo profumo è intenso e aromatico e il suo colore è molto scuro, non molto rugoso all’esterno e scuro e leggermente venato all’interno. Viene anche chiamato tartufo nero dolce e può essere usato sia crudo ma anche cotto senza che perda il suo straordinario aroma. E buon appetito!

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*I piatti tipici di Perugia e della tradizione gastronomica umbra, sono fatti di ricette povere, rustiche, ricche di sapore e basate su prodotti della terra.

Tra i piatti unici e primi piatti: la torta al testo, una sorta di “piatella” salata cotta su una lastra di pietra o ghisa (il testo) e farcita con prosciutto, verdure ripassate o salsiccia; i già menzionati strangozzi (detti anche stringozzi o umbricelli); gli gnocchi al sugo d’oca; i gobbi alla perugina, non una pasta ma dei cardi gobbi trasformati in una sorta di parmigiana di melanzane, senza le melanzane ma a base di cardi marinati in olio, limone e prezzemolo e infornati, alternando sugo di carne e parmigiano.

Tra i secondi piatti, i palombacci alla perugina, a base di piccioni selvatici cotti in tegame con prosciutto, olio, aceto e salvia; il friccò di pollo, uno spezzatino (anche con coniglio o agnello) con pomodoro, aglio, rosmarino, aceto e peperoncino; l’oca arrosto o in porchetta, la testina di agnello al forno e il maialino al forno; l’impastoiata, una polenta di mais servita con fagioli bolliti e salsa di pomodoro, accompagnata da fette di pane bruscato o dalla torta al testo.

Tra i dolci tipici, il brustengolo, a base di farina di mais, con olio di oliva e acqua, mele, frutta secca e un goccio di liquore; la ciaramicola, dolce pasquale con numerose varianti, una ciambella di colore rosso (per la presenza del liquore Alchermes), decorata con meringa bianca e confettini colorati; il torcolo, una ciambella povera con uvetta e pinoli. Ma il re dei prodotti perugini è il cioccolato, grazie anche alla presenza dell’azienda Perugina, produttrice, tra l’altro, del famoso cioccolatino bacio; il prosciutto di Norcia IGP, un crudo dal sapore sapido e inconfondibile; il capocollo umbro; il prosciutto di Carpegna; il coglione di mulo, un insaccato tipico di Norcia con un grasso centrale circondato da finissimo magro di maiale; la corallina, il salame a grana grossa tipico della tradizione pasquale umbra; i norcini, i famosi prodotti della salumeria locale; la coppa di testa e il guanciale o barbozzo; il pecorino di Norcia, fresco o stagionato; la caciotta al tartufo; il cacio Botte & Fieno, stagionato e affinato all’interno di giare di terracotta immerse in fieno aromatico. Da ricordare anche le lenticchie di Castelluccio di Norcia.

Tra i vini rossi tipici, il Montefalco Sagrantino DOCG, il vino rosso più famoso dell’Umbria, il Torgiano Rosso Riserva DOCG, il Rosso di Montefalco DOC e il Ciliegiolo. Tra i vini bianchi tipici, il Grechetto (DOC o in blend), il vitigno a bacca bianca autoctono più importante dell’Umbria; l’Orvieto Classico DOC, uno dei bianchi storici italiani, e il Trebbiano Spoletino.

 

 




Quebec, la letteratura italo-canadese al femminile si racconta tra libri e biscotti

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Non solo memoria dell’emigrazione, ma una cultura che continua a produrre nuove storie, poesie e linguaggi. È questo il filo conduttore della serata dedicata alla letteratura italo-canadese al femminile in programma giovedì 17 settembre alla Beaconsfield Public Library, nel Quebec.

L’incontro riunirà sei scrittrici: Rosa Bergola, Licia Canton, Liana Cusmano, Lucia De Luca, Anna Mercuri Maiolo e Heather McGuire. L’appuntamento è organizzato dall’Association of Italian Canadian Writers (AICW) insieme ad Accenti Magazine e fa parte della serie Books & Biscotti Literary Series.

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Quando la comunità diventa letteratura

L’iniziativa nasce dall’esigenza di dare spazio alla produzione letteraria degli italiani e dei loro discendenti in Canada, mostrando come l’esperienza migratoria possa trasformarsi in racconto, poesia e ricerca di una propria identità.

Il programma prevede infatti diversi linguaggi: narrativa, poesia e spoken word, in un incontro pensato non soltanto per presentare libri, ma anche per creare un momento di confronto diretto tra autrici e pubblico.

È una caratteristica importante della letteratura degli italiani all’estero: la lingua e l’identità non vengono necessariamente conservate come qualcosa di immobile, ma possono cambiare attraverso il contatto con altre culture e altre lingue.

Una tradizione nata nel 2011

La serie Books & Biscotti è stata ideata nel 2011 da Licia Canton, già presidente dell’AICW e oggi direttrice di Accenti Magazine.

Il nome stesso della manifestazione racconta lo spirito dell’iniziativa: accanto ai libri ci sono caffè, biscotti e cioccolatini, in un’atmosfera informale che punta a rendere la letteratura un’esperienza condivisa.

L’appuntamento di Beaconsfield è stato organizzato da Anna Mercuri Maiolo, Licia Canton e Heather McGuire, con l’obiettivo di promuovere la letteratura nella zona del West Island di Montreal.

Una cultura italiana che continua a vivere in Canada

Il Quebec rappresenta uno dei principali centri della cultura italiana in Canada. A Montreal, l’Istituto Italiano di Cultura promuove durante tutto l’anno corsi, incontri e attività dedicate alla lingua e alla cultura italiana. La programmazione autunnale del 2026 comprende anche corsi dedicati alla letteratura italiana e alla storia culturale del Paese.

Ma accanto alle istituzioni italiane esiste una produzione culturale sviluppata direttamente dalla comunità italo-canadese.

È proprio questo il valore dell’appuntamento di Beaconsfield: raccontare una letteratura che nasce dall’esperienza di chi vive tra più culture e che, attraverso le nuove generazioni, continua a trasformarsi.

Sei voci, esperienze diverse

La presenza di sei autrici permette di mettere insieme esperienze e percorsi differenti, accomunati dal rapporto con l’italianità e con il Canada.

Non si tratta quindi soltanto di celebrare il passato degli emigrati italiani. La serata propone piuttosto uno sguardo sulla comunità italo-canadese contemporanea, attraverso donne che utilizzano la scrittura per raccontare il presente.

Un modo per ricordare che la cultura italiana all’estero non vive soltanto nei ristoranti, nelle associazioni o nelle feste tradizionali, ma anche nei libri, nella poesia e nelle nuove forme di espressione.

E forse è proprio davanti a un caffè e a un biscotto che una comunità continua a raccontare la propria storia.




L’Arte Povera torna a New York, ma questa volta attraverso i suoi libri

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L’Arte Povera torna al centro della scena culturale di New York con una mostra che propone un punto di vista meno conosciuto sulla grande stagione artistica italiana degli anni Sessanta e Settanta.

Dal 24 al 27 settembre, durante la ventesima edizione della NY Art Book Fair organizzata da Printed Matter al MoMA PS1, Magazzino Italian Art presenterà Arte Povera: Medium and Message, una mostra bibliografica curata da Nicola Lucchi, direttore del museo.

 

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Ma non saranno principalmente quadri o sculture a raccontare l’Arte Povera.

Saranno libri, riviste, cataloghi, manifesti e pubblicazioni d’artista.

Quando il libro diventa parte dell’opera

È questo l’aspetto più interessante dell’iniziativa.

L’Arte Povera viene normalmente associata a materiali semplici, installazioni, sculture, performance e alla volontà di mettere in discussione il rapporto tra arte e società industriale.

Il progetto di Magazzino mostra invece quanto sia stata importante anche la pagina stampata.

Libri d’artista, riviste d’avanguardia e cataloghi non servivano soltanto a documentare ciò che gli artisti facevano. Erano luoghi nei quali artisti, critici, curatori, galleristi ed editori elaboravano idee e costruivano relazioni.

In altre parole, contribuivano a creare il movimento stesso.

È proprio questo il significato del titolo Medium and Message: il mezzo attraverso cui un’idea viene comunicata può diventare a sua volta parte del messaggio.

Da Germano Celant a New York

Il termine Arte Povera fu coniato nel 1967 dal critico Germano Celant per descrivere una costellazione di artisti italiani che utilizzavano materiali e linguaggi diversi per mettere in discussione le convenzioni dell’arte e il rapporto con la modernità industriale.

Non si trattava quindi di uno stile uniforme.

Tra gli artisti associati al movimento ci furono, tra gli altri, Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Giuseppe Penone e Michelangelo Pistoletto.

A New York arriveranno anche alcune pubblicazioni originali che documentano quella stagione.

Tra queste Art Povera: Conceptual, Actual or Impossible Art? di Celant, Autoritratto di Carla Lonzi, Il territorio magico di Achille Bonito Oliva e Il corpo come linguaggio di Lea Vergine.

Quando l’Italia cominciò a esportare una nuova idea di arte

La mostra racconta anche come l’Arte Povera sia uscita dai confini italiani.

Tra i materiali esposti ci sono infatti cataloghi relativi a mostre fondamentali come Young Italians, organizzata al Jewish Museum di New York, Arte Povera più Azioni Povere ad Amalfi e materiali collegati a documenta 5.

Un posto particolare occupa The Knot: Arte Povera at P.S.1, del 1985, considerata la prima mostra museale negli Stati Uniti a presentare retrospettivamente l’Arte Povera come movimento storico.

È anche attraverso queste pubblicazioni che si può ricostruire il percorso con cui una corrente nata in Italia è diventata progressivamente un fenomeno internazionale.

Da Boetti a Pistoletto: i libri degli artisti

Una delle sezioni più curiose sarà quella dedicata ai libri d’artista.

Saranno presentate opere come Classifying the Thousand Longest Rivers in the World e Da uno a dieci di Alighiero Boetti, Letture parallele di Luciano Fabro, Alfabeto di Jannis Kounellis, Fibonacci 1202 Mario Merz 1970 di Mario Merz, Rovesciare gli occhi di Giuseppe Penone e Le ultime parole famose di Michelangelo Pistoletto.

In questi casi il libro non è semplicemente il catalogo di un’opera.

Il libro diventa esso stesso un’opera e uno strumento artistico.

Un pezzo d’Italia contemporanea a New York

L’iniziativa è anche una testimonianza del lavoro svolto da Magazzino Italian Art, istituzione dedicata all’arte italiana del secondo dopoguerra e contemporanea.

Il suo Research Center conserva oltre 5.000 volumi dedicati all’arte, al design, all’architettura e al vetro di Murano, oltre a un archivio di libri d’artista, fotografie, manifesti, inviti e altri materiali.

Portare una parte di questo patrimonio alla NY Art Book Fair significa quindi riportare a New York




Cinema italiano, a Toronto l’Italia cerca nuovi partner per le produzioni internazionali

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Il cinema italiano è arrivato al Toronto International Film Festival (TIFF) non soltanto per presentare i propri film, ma anche per cercare nuove opportunità di collaborazione con l’industria audiovisiva nordamericana.

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Durante la giornata dedicata all’Italia del TIFF, l’ambasciatore d’Italia in Canada Alessandro Cattaneo ha partecipato al seminario organizzato da ICE Toronto per presentare l’Italia come possibile partner per produzioni cinematografiche e audiovisive internazionali.

L’iniziativa assume particolare rilievo perché il TIFF, in programma fino al 20 settembre, rappresenta uno degli appuntamenti internazionali più importanti per il cinema e l’industria audiovisiva.

L’Italia non porta soltanto film

Il messaggio lanciato a Toronto è stato molto chiaro: l’Italia vuole proporsi come luogo dove realizzare produzioni internazionali.

Nel workshop intitolato “Spotlight: Italy Offers Everything You Need” sono stati illustrati agli operatori nordamericani gli strumenti disponibili in Italia: incentivi fiscali, finanziamenti, opportunità di coproduzione e professionalità specializzate.

Sono intervenuti anche rappresentanti dell’Associazione dei Produttori Esecutivi e un film commissioner regionale, a testimonianza del tentativo di presentare un’offerta che non riguarda soltanto Roma o Cinecittà, ma diverse realtà produttive italiane.

Sei produttori e sette distributori italiani

La presenza italiana al TIFF non è stata soltanto istituzionale.

La delegazione promossa da ICE e Cinecittà comprende sei produttori e sette distributori italiani, mentre nella programmazione del festival sono presenti cinque film italiani e nove coproduzioni.

L’ambizione è quindi duplice: far conoscere il cinema prodotto in Italia e, contemporaneamente, convincere produttori stranieri a guardare all’Italia come possibile sede per le loro prossime opere.

Il cinema come industria

Per l’ambasciatore Cattaneo, il settore audiovisivo non rappresenta soltanto una componente della cultura italiana.

È anche un settore economico capace di generare lavoro, esportare competenze e promuovere nel mondo l’immagine dell’Italia.

Ed è proprio questo il punto centrale dell’iniziativa di Toronto: il cinema diventa anche uno strumento per promuovere il Made in Italy, attraverso le competenze tecniche, le professionalità creative e le possibilità produttive offerte dal Paese.

Una vetrina importante anche per la comunità italiana

Per la numerosa comunità italiana di Toronto, il TIFF rappresenta inoltre una delle occasioni nelle quali la cultura italiana torna a essere protagonista della vita pubblica della città.

L’Istituto Italiano di Cultura di Toronto sostiene infatti la presenza delle produzioni italiane al festival, mentre il sistema diplomatico e commerciale italiano accompagna le imprese del settore.

È una presenza che va oltre la nostalgia per il cinema del passato.

L’obiettivo è portare in Canada il cinema italiano contemporaneo e, insieme, l’intera filiera produttiva italiana.

Da Toronto a nuovi film internazionali

La vera scommessa, adesso, è capire quanti dei contatti avviati durante il TIFF si trasformeranno in progetti concreti.

Perché un festival non è soltanto una vetrina. È anche un luogo dove produttori, distributori e professionisti possono incontrarsi e costruire accordi.

E l’Italia, a Toronto, ha cercato proprio questo: non soltanto spettatori per i suoi film, ma nuovi partner internazionali per realizzarne altri.




Le Marche e le sue iconiche olive all’ascolana

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Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

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Oggi presentiamo le olive all’ascolana originali marchigiane, il celebre piatto tradizionale a base di grandi olive verdi farcite con un ricco ripieno di carne, impanate e fritte. È il prodotto tipico che caratterizza la città di Ascoli Piceno e, più in generale, tutta la Regione Marche, senza dubbio una delle più famose specialità gastronomiche del suo territorio ed immancabile nel fritto misto all’ascolana. Prepararle non è impossibile, soprattutto con una buona manualità e materie prime di qualità. La ricetta classica richiede pazienza e l’uso della varietà tipica Oliva Tenera Ascolana del Piceno DOP, che viene prodotta seguendo un preciso disciplinare in 88 comuni tra le province di Ascoli Piceno, Fermo e Teramo.

Ma veniamo, qui di seguito, agli ingredienti per circa 100 olive: olive verdi giganti, 1 kg. (varietà ascolana); carne mista: 300 gr. di manzo (o vitello), 150 g di maiale e 50 g di pollo; verdure per il soffritto: 1/2 carota, 1/2 costa di sedano, 1/2 cipolla; aromi: 2 chiodi di garofano, vino bianco secco (1 bicchiere), noce moscata, sale, pepe e una grattugiata di scorza di limone (facoltativa) q.b.; formaggio: 50-60 gr. di Parmigiano Reggiano DOP; uova: 1 per il ripieno + 2 per la panatura; panatura e cottura: farina q.b., pangrattato q.b., olio di semi per friggere q.b.

La preparazione: tritate finemente sedano, carota e cipolla e fateli soffriggere in un tegame con un filo d’olio e i chiodi di garofano. Aggiungete i pezzi di manzo e maiale facendoli rosolare, poi unite il pollo, che cuoce più rapidamente. Salate, pepate e sfumate con il vino bianco, quindi coprite e portate a termine la cottura a fuoco dolce per circa un’ora. Rimuovete i chiodi di garofano, fate intiepidire la carne e riducetela in un trito molto fine usando un tritacarne o un mixer. Unite al trito di carne l’uovo, il Parmigiano Reggiano, un’abbondante grattugiata di noce moscata e, se gradita, una leggera scorza di limone grattugiata. Amalgamate bene il tutto fino a ottenere un composto compatto. Con un coltellino affilato, incidete l’oliva a spirale attorno al nocciolo, staccando la polpa a formare un nastro continuo senza romperla, così da poterla poi ricomporre. Prendete una piccola quantità di ripieno di carne, modellate una pallina e inseritela all’interno dell’oliva, ricomponendola per darle la sua forma originale. Passate quindi ciascuna oliva prima nella farina, poi nelle uova sbattute e infine nel pangrattato. Scaldate abbondante olio di semi a 180°C e friggete poche olive alla volta per 2 minuti, finché saranno dorate e croccanti. Scolate su carta assorbente e servite ben calde. Infine, ricordiamo che le olive ascolane ripiene possono essere congelate ma, prima di farlo, è opportuno fare un secondo passaggio in uovo e pangrattato. In ultimo, per la frittura è necessario usare olio di girasole alto oleico. E buon appetito!

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*I piatti tipici della zona di Ascoli e delle Marche in generale offrono un ricco patrimonio di sapori che uniscono la tradizione marinara della costa adriatica con la cucina rustica dell’entroterra. Tra i primi piatti: i vincisgrassi, una ricca e saporita variante locale delle lasagne, condita con un ragù di carne misto (spesso con rigaglie); i maccheroncini di Campofilone, una pasta all’uovo sottilissima originaria dell’omonimo paese; i frascarelli, un antico primo piatto povero a base di farina e acqua, simile a una polenta sgranata; tra i secondi piatti: il brodetto di pesce, una zuppa di pesce tipica della costa, con varianti locali celebri ad Ancona, Fano e San Benedetto del Tronto; il coniglio in porchetta, disossato, farcito con finocchio selvatico e aromi e poi arrostito; lo stoccafisso all’anconetana, cotto lentamente in umido con patate, pomodoro, olive e acciughe. Tra gli antipasti, street food e salumi: le già menzionate e note olive all’ascolana; la crescia sfogliata, simile a una piadina più ricca e croccante, preparata con strutto e pepe; il crostolo di Urbania caratterizzato dalla farina di granturco; il ciauscolo, un tipico salume morbido e spalmabile; la crema fritta, di diritto nel “fritto misto all’ascolana”; i calcioni, grandi ravioli di sfoglia, sia nella versione salata che quella dolce; tra i dolci: le pesche dolci (all’alchermes), piccole sfere di pasta biscotto o frolla svuotate, riempite con crema pasticcera o cioccolato, bagnate nell’alchermes e passate nello zucchero; gli scroccafusi, dolci tipici del periodo di Carnevale, prima bolliti e poi fritti o al forno, spesso bagnati  con alchermes e zucchero; le frappe o fiocchi di Carnevale, che prevedono talvolta l’uso dell’alchermes; la zuppa inglese e i cavallucci, con l’alchermes marchigiano immancabile per inzuppare i savoiardi; gli anicetti, i biscotti fragranti tipici di Macerata a base di farina, olio, latte e uova e i funghetti di Offida, piccoli miracoli della pasticceria mignon, realizzati soltanto con acqua, farina e zucchero; la cicerchiata, le classiche palline di pasta fritte e poi unite con miele bollente e zucchero; infine il frustingo (di Natale), un dolce antichissimo a base di fichi secchi, noci, mandorle, uvetta, spezie e mosto cotto o vino; tra i formaggi ricordiamo la Casciotta d’Urbino DOP, il Formaggio di Fossa (o di Fossa di Sogliano DOP), il Pecorino dei Monti Sibillini, il Pecorino in botte e la Caciotta del Fermano; in ultimo, tra i vini: per i bianchi, il Verdicchio dei Castelli di Jesi: il Verdicchio di Matelica, la Passerina e il Pecorino; per i rossi,  il Rosso Conero DOCG, il Rosso Piceno, la Lacrima di Morro d’Alba e la Vernaccia di Serrapetrona.

 




Il Frantoio Losacco, un’eccellenza olearia presentata dallo Chef Michele Picciallo

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Oggi parliamo del Frantoio Losacco, un’eccellenza pugliese proposta dallo Chef Michele Picciallo, tra l’altro socio di CHEF Italia ETS, grande estimatore di questa azienda, della quale è una sorta di testimonial per i suoi prodotti che usa tantissimo nella sua cucina.

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L’Olio Losacco Jè è un rinomato olio extravergine d’oliva prodotto a Gravina in Puglia, in provincia di Bari, una realtà locale olearia attiva dal lontano 1908, che fa dell’estrazione rigorosamente a freddo il suo punto di forza, in modo da preservare con sicurezza certificata la qualità e l’integrità del prodotto: il risultato è un olio extravergine d’oliva, particolarmente ricco di polifenoli, prodotto da oltre tre generazioni, che hanno combinato l’esperienza  tradizionale alla lavorazione olearia odierna con le sue più nuove e moderne tecnologie.

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Con passione e dedizione Enzo Losacco gestisce sapientemente la  sua azienda con l’obiettivo di proporre sempre un prodotto di elevata qualità, come solo l’olio extravergine d’oliva di frantoio estratto unicamente mediante procedimenti meccanici e senza trattamenti chimici può essere.

La lavorazione, pertanto, è condotta solo spremendo o centrifugando le olive fresche con il metodo a freddo, spesso a temperature inferiori a 27°C per preservare intatti i profumi e le proprietà nutritive.

Info: oliosidion@gmail.com

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