Una cultura che pedala

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Alessio Masciulli e Wladimiro D’Arco hanno percorso 350 km in bicicletta per promuovere la cultura libraria e i territori naturali all’insegna della passione.

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In una regione che vanta tra i propri figli due personaggi capaci di attraversare a piedi il continente americano (dalla Patagonia a Panama, Louis Carrozzi) e quello africano (Salvatore Borsei da Tunisi a Città del Capo) la fatica fisica rappresenta forse un elemento intrinseco del DNA etnico. A supportare tale tesi diversi abruzzesi hanno intrapreso viaggi facendo leva sulla propria resistenza e per il gusto della sfida. Quella intrapresa da Alessio Masciulli va però al di là della semplice sfida sportiva aggiungendovi anche uno straordinario valore culturale. Un’idea nata nel 2021 e  che tra le edizioni precedenti del Cammino Letterario vanta nel 2021 un cammino a piedi da Catignano alla volta di Ostia (RM), un percorso attraverso tante città italiane in 21 giorni e 5600 chilometri (nel 2023) e un percorso terminato sull’isola di Procida, con un percorso di 220 chilometri in 14 giorni (nel 2025)

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Anche l’ottava edizione ha avuto come comune denominatore la passione per i libri  e per la valorizzazione del territorio, con l’editore Alessio Masciulli e il cantautore Wladimiro D’Arco pronti a inforcare la bicicletta tradizionale per iniziare un percorso  ad anello di oltre 350 km caratterizzato da 9 tappe tutte abruzzesi.

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Partiti sabato 29 agosto da Piazza della Libertà di Giulianova (la città è sede della casa editrice Masciulli), i due ciclisti hanno concluso la prima tappa arrivando a Pescara e fermandosi a Cologna Spiaggia e Montesilvano per incontrare gli autori e i cittadini pronti a farsi coinvolgere in questa avventura all’insegna della passione.

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“Il cammino letterario – ha spiegato lo stesso Alessio Masciulli –  rappresenta un’esperienza molto diversa rispetto alla classica presentazione di libri. Il cammino crea un’atmosfera meno seriosa tra gli autori e unisce la scoperta dei libri a quella dei territorio, della socialità e delle tradizioni gastronomiche tipiche. Si tratta più di un evento naturale che letterario, in cui i sindaci e le proloco delle varie località ci fanno assaggiare i loro prodotti tipici. Una sorta di scambio. Infatti, lo slogan della casa editrice è da sempre la condivisione crea occasioni ed è un concetto molto importante. Tutto ciò che ho fatto di bello l’ho fatto perché ho condiviso con gli altri. Quello che facciamo da soli rimane circoscritto invece, quando diamo a qualcuno la possibilità di interagire, ci arricchiamo reciprocamente. Il classico fare squadra di cui tutti parlano ma in pochi mettono in pratica”.

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Masciulli e D’Arco nella seconda tappa hanno raggiunto Catignano il 30 agosto ed Alanno il 31 agosto, per poi proseguire il 1 settembre  in direzione Ofena e il giorno seguente a Calascio. Giovedì 3 settembre il Cammino Letterario è proseguito verso Castel del Monte per poi raggiungere  Fonte Vetica e fermarsi nella località “Trinità”  (che il cinema ha reso immortale nel film avente per protagonisti Bud Spencer e Terence Hill) prima di terminare la   tappa a Barisciano. Venerdi 4 settembre i due ciclisti hanno raggiunto L’Aquila includendo nel cammino una tappa nella capitale della cultura italiana 2026.

La fatica della pedalata non ha minimamente scalfito la grandissima forza di volontà di Alessio Masciulli, già intento a programmare la prossima edizione del 2027

“L’anno prossimo vorrei fare  organizzare un cammino radiofonico televisivo, visitando le piccole radio e le piccole tv di ogni regione, fino ad arrivare a Cortona, che è il paese di Jovanotti, anche  lui appassionato della bicicletta”.

L’ottava edizione del cammino, patrocinato dai vari comuni presso i quali ha fatto sosta e dalla Regione Abruzzo,  si è conclusa con le ultime due tappe che hanno portato i due ciclisti dal capoluogo abruzzese a Teramo sabato 5 settembre e infine al ritorno a casa, domenica 6 settembre.

Con addosso 350 km di fatica diluita nella straordinaria passione per la divulgazione culturale.

 




Simona Lauri al 56.mo Giffoni Film Festival

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Oggi presentiamo la “Maestra dell’Arte Bianca” Simona Lauri, grande professionista, tecnico panificatore artigiano e socia di CHEF Italia ETS; nipote d’arte da tre generazioni di panificatori, esperta di assistenza tecnica, consulente e docente formatore in Italia e nel Mondo, nello specifico del settore del pane, pizza, panettone, colombe, grandi lievitati, prodotti tipici italiani, con e senza glutine, anche per eventi in Italia e all’estero.

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Varesina, laureata nel 1992 in Scienze delle Preparazioni Alimentari all’Università degli Studi di Milano, iscritta all’Ordine dei Tecnologi Alimentari OTA nel 1996, consulente tecnico di Industrie del settore, di Portali, Associazioni, Enti, Agenzie Formative, Scuole Alberghiere, Fiere e Aziende per quanto riguarda il complesso mondo dell’Arte Bianca.

Per circa nove anni ha prestato la sua opera di consulenza tecnica presso la Federazione Italiana Panificatori Pasticceri ed Affini – FIPPA di Roma, della quale è stata anche autrice di numerose innovazioni assolute del settore, tra le quali il Primo Pane Italiano realizzato con la Farina di Quinoa, QUITE, nel 2009, al quale ha fatto seguito nel 2016 LINE.

È stata anche docente di Microbiologia e Tecnologia degli Alimenti presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Torino, nonché membro della commissione degli Esami di Stato per Tecnologi Alimentari, docente formatore pratico di panificazione in diversi Istituti di Formazione e Master di specializzazione in diverse Scuole Alberghiere e docente master in più corsi monotematici del settore per differenti Agenzie.

Inoltre è stata più volte membro di giuria in Competizioni nazionali e internazionali ed autrice di quattro libri di testo sulla panificazione, oltre a redigere perizie tecnico-legali sia come CTP che come CTU. Vanta anche diverse collaborazioni stabili con importanti riviste specifiche del settore e dal 2014 è anche giornalista pubblicista – Ordine dei Giornalisti di Milano. Nel 2015 fonda e dirige la testata giornalistica Quotidie Magazine. Sempre nel 2015 ottiene il 2° posto nella Categoria Pizza senza glutine al Campionato del Mondo di Parma.

Svolge prevalentemente una intensa attività pratica lavorando in diversi panifici artigianali e pizzerie, alla quale affianca studi di ricerca e attività di formazione costante in Italia e all’Estero. È altresì invitata come relatore in moltissimi Convegni, Tavole Rotonde e Seminari tecnici specifici del settore e/o come esperto dimostratore in diversi show cooking.

Ha partecipato a svariate trasmissioni televisive locali fin dal 2002, fino poi ad approdare a quelle nazionali come Linea Verde(2010). Indovina chi viene a cena? (2017) e tre puntate di Geo(2017), oltre a numerose altre apparizioni ed interviste, oltre ad essere invitata come opinionista, tecnologo/esperto tecnico-scientifico per problematiche inerenti lo specifico settore dell’Arte Bianca (panificazione) su testate giornalistiche, radio, ecc.

Senza dubbio alcuno la nostra Maestra Simona è innamorata del suo mestiere, perché per lei è soprattutto arte, tradizione, rispetto della scienza e della vita, dolcezza, cultura del gusto, passione, umanità e religione. Nel 2025 ha ricevuto la fascia Star Golden Lion – Leone d’Oro al Palazzo della Regione a Venezia e nel 2024 anche la fascia dei Disciples Auguste Escoffier a Santa Margherita del Belice (AG). Attualmente è fortemente impegnata in progetti di formazione presso Centri ed Enti di Formazione in Italia e Camere di Commercio, oltre a dirigere corsi di aggiornamento professionale per professionisti, ed infine lavora sempre nei panifici e, naturalmente, segue l’attività di consulenza nelle aziende e quella pubblicistica come Direttore della Testata Giornalistica Quotidie Magazine www.quotidiemagazine.it

Nell’ottica della valorizzazione delle eccellenze agro alimentari e della solidarietà,  nella serata finale di sabato 25 luglio 2026 in occasione della chiusura della 56.ma edizione del Giffoni Film Festival è intervenuta insieme ai colleghi MasterChef – Cavalieri della Cucina Italiana nel mondo di Star Golden Lion del Gran Premio Internazionale di Venezia – Leone d’Oro, fortemente voluto sia dal Presidente del Leone d’Oro, il dott. Sileno Candelaresi, sia dalla Vicepresidente, la dott.ssa Luz Adriana Sarcinelli; i Master chef sono stati coordinati dalla Lady Chef Rosa Barbato di Solofra (AV); gli chef intervenuti in rappresentanza del loro territorio attraverso le eccellenze culinarie sono stati: Emilio Della Rocca (AV), Salvatore Palma e Alessio Mazzotta (LE), Ciro  Cerqua (NA), Libero Riccio (BN), mentre le lady chef erano Rosa Barbato (AV), Rosaria Ingino (AV), Silvana Colucci (PT) e Simona Lauri (VA).

La nostra Lady chef Simona Lauri in rappresentanza di Varese ha portato sotto i riflettori del mondo la rivisitazione di due prodotti identificativi della sua storia e tradizioni locali: il Pan Tramvai e il Pan de Mej.

Saldamente legata alla ricetta originale tramandata dai nonni panificatori del luinese, che realizzavano il Pan de Mej con la farina di miglio e i semi di sambuco all’interno (per evitare che si bruciassero nel forno del panificio) e il Pan Tramvai nella tipica forma a filoncino, la Lady chef Simona Lauri, per meglio tutelare, diffondere e difendere l’identificazione territoriale, ha abbinato i prodotti ad un provolone piccante pugliese e ha concluso con le note aromatiche del miele millefiori della storica Apicoltura Gervasini sempre di Varese.

Il terzo prodotto invece è stato un inno alla solidarietà alimentare, sostenibilità e riduzione degli sprechi,    intendendo il cibo/pane non solo come sostentamento primario ma soprattutto come valore aggiunto “oltre il pane: aiuto, condivisione, inclusione, esperienze e vicinanza umana.

La serata quindi si è aperta con una focaccia genovese presentata con una mousse di ricotta fresca pugliese e una composta di cipolle caramellate, a marchio il DONO, realizzata dall’associazione di Varese “Non solo Pane” del Banco Alimentare, in collaborazione con il Lions Club Luvinate Campo dei Fiori di Varese, e finita con il mirto sardo e un richiamo di cioccolato fondente.

Una donna, una professionista, un territorio, un mestiere che onorano il piccolo borgo del luinese dove tutto è nato diverse generazioni fa.

Vediamo insieme una delle ricette presentate: la Focaccia genovese con topping di cipolle caramellate, arance, mirto di Sardegna e cioccolato fondente;

Preparazione Biga:

Farina 330W 1000,0 g

Acqua a +4C 450,0 g

Lievito fresco 10,0 g

Riposo in massa 18 ore a 16°C

Impasto  finale:

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Farina 220W 100,0 g

Acqua 250,0 g

Malto 11,0 g

Sale 22,0 g

Lievito fresco 2,0 g

Olio Evo 20,0 g

Ingredienti mousse:

Ricotta fresca molto asciutta 1 Kg

Composta di cipolle caramellate 300 g

Mirto e cioccolato fondente q.b.

Preparazione:

  • Avviare l’impastatrice e aggiungere il sale a metà impastamento. Procedere fino alla formazione di un impasto liscio ed omogeneo senza discontinuità superficiali.
  • Far riposare 1,5 ora a 20 – 22°C.
  • Conservare a +4°C per 24 ore.
  • Stendere nella teglia precedentemente unta con abbondante olio EVO e lasciar lievitare per 3 ore circa a 25 – 28°C.
  • Passare la superficie con salamoia e bucare con le dita prima di infornare.
  • Infornare a 230- 240°C con abbondante vapore.
  • Nel frattempo preparare la mousse di ricotta omogeneizzando molto bene la ricotta con la composta. Aggiungere il mirto q.b. in base alle note che si desiderano ottenere.
  • A raffreddamento completato tagliare a quadrotti e servire con il topping alla ricotta, la composta di cipolle caramellate e le arance.
  • Completare con un filo di cioccolato fondente. [Foto Enry Deni Photos 2026]

 

 




La polenta concia, il piatto della tradizione di Aosta

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Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

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Oggi parliamo della polenta concia, il piatto tipico per eccellenza di Aosta e della Valle D’Aosta, una ricca e saporita preparazione di farina di mais condita con abbondante burro fuso e strati di formaggio Fontina DOP.

Nata nelle malghe d’alta quota dove pastori e casari trasformavano pochi ingredienti essenziali in un pasto capace di sostenere giornate di lavoro duro nel freddo alpino. Il termine “concia” indica proprio il condimento generoso con cui la polenta viene arricchita: burro di montagna in abbondanza e formaggi locali che si fondono nell’impasto caldo fino a renderlo cremoso, filante, quasi impossibile da descrivere senza averlo assaggiato almeno una volta davanti a un camino acceso.

Tradizionalmente servita come piatto unico, la polenta concia accompagna anche selvaggina brasata o salsicce alla brace, ma nella sua versione più autentica va bene benissimo da sola. È un piatto da tavola da condividere in gruppo, dove la pentola viene portata direttamente al centro e ognuno si può servire direttamente dal paiolo.

Solitamente si utilizza la bramata che è una farina di mais macinata in modo grossolano ed è adatta per polente rustiche e si accompagna bene con piatti di carne cotti in umido. Poi c’è la farina a macinatura media che ha una grana più fine, più morbida e si accompagna bene a verdure, legumi o salsiccia. Esiste poi una farina a macinatura fine, che rimane molto morbida e viene usata per piatti più delicati, con carni pregiate e selvaggina.

Ma veniamo ora agli ingredienti per 4 persone: 375 gr. di farina di mais, preferibilmente a grana rustica o bramata,1,5 litri di acqua, 400-500 gr. di Fontina DOP valdostana, tagliata a cubetti, 200 gr. di burro, sale q.b.

La preparazione: cuocete la polenta versando l’acqua in una pentola capiente (o in un paiolo), salatela e portatela a bollore, quindi abbassate la fiamma e versate la farina di mais a pioggia, mescolando energicamente con una frusta per evitare la formazione di grumi. Continuate la cottura per circa 40-50 minuti a fuoco basso, mescolando regolarmente con un cucchiaio di legno. Negli ultimi minuti di cottura “conciate” la polenta (o a fine cottura, direttamente nella pentola o a strati in una teglia), unendo gran parte del burro e la Fontina a temperatura ambiente a cubetti; quindi mantecate il tutto mescolando con cura finché il formaggio sarà completamente fuso e filante, poi completate con il restante burro fuso prima di servire.

La polenta concia è senza dubbio una pietanza della tradizione corposa e nutriente, nata come risposta alla fame dei tempi più duri, quando l’arte di arrangiarsi dava vita a preparazioni dalla bontà intramontabile che si tramandano da sempre. Con il passare degli anni, poi, e il graduale miglioramento del tenore di vita, ogni famiglia ha arricchito tali ricette creando piatti sempre più gustosi. E buon appetito!

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*I piatti tipici della Valle d’Aosta sono ricchi, saporiti e realizzati per scaldare durante i rigidi inverni di montagna. Tra i primi e le zuppe, la fonduta valdostana, una crema densa e gustosa a base di Fontina DOP sciolta nel latte, con tuorli d’uovo e burro; la seupa à la Vapelenentse, la zuppa tipica di Valpelline a base di fette di pane raffermo, verza, abbondante Fontina DOP e brodo di carne, cotta al forno; la già menzionata polenta concia; gli chnéfflenes, piccoli gnocchetti o bottoncini di pastella tipici della valle del Lys, conditi con fonduta, panna e speck.

Tra i secondi piatti, le costolette alla valdostana, cotolette di vitello farcite con prosciutto cotto e Fontina, poi impanate, fritte nel burro e passate in forno; la carbonade, uno spezzatino di manzo cotto a lungo con cipolle e vino rosso locale, spesso servito insieme alla polenta; il civet di camoscio, un piatto di carne di cacciagione marinata e cotta nel vino con spezie; il paté di anatra all’arancia alla valdostana, arricchito dall’aroma del lardo di Arnad.

Tra i formaggi e i salumi, i tomini di capra e, naturalmente, la Fontina DOP, il formaggio simbolo della regione, prodotto con latte intero di mucche della razza Valdostana; il lardo d’Arnad DOP; il jambon de Bosses DOP, un prosciutto crudo pregiato prodotto a St.-Rhémy-en-Bosses, speziato con erbe di montagna; la mocetta, un salume di camoscio, cacciagione o bovino aromatizzato con erbe di montagna.

Tra i dolci, il Monte Bianco, un dolce al cucchiaio elegante fatto con purea di castagne, meringa e uno strato generoso di panna montata; il mécoulin, un pane dolce tradizionale arricchito con uvetta macerata nel rum, con burro, latte e uova; la crema di Cogne, famosa in tutta la regione, preparata con la panna, il cioccolato e le uova, e spesso accompagnata con le tegole, biscotti rotondi finissimi con farina di mandorle.

Tra i vini, unici per le altitudini estreme, nei bianchi, il Blanc de Morgex et de La Salle, un vino fresco e alpino, prodotto con uve Prié Blanc; il Petite Arvine, profumato e minerale, con note di agrumi e frutta esotica; lo Chardonnay, spesso affinato in legno; nei rossi, il Torrette, a base di Petit Rouge, morbido e adatto a molti piatti; il Fumin, strutturato, speziato e di grande carattere; il Picotendro (Nebbiolo), chiamato così nella bassa valle.

Come digestivo il Genepy, un liquore tipico e caratteristico della zona prodotto da una infusione delle piccole artemisie, piantine che crescono intorno ai 2400 m. di altitudine.

E infine il caffè alla Valdostana, ovvero un caffè lungo servito nella tradizionale coppa dell’amicizia, corretto con grappa, sui cui bordi viene aggiunto lo zucchero e la scorza di limone.




Venezia 83, si alza il sipario: il Leone d’Oro alla carriera a George Clooney

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Dal 2 al 12 settembre il Lido torna al centro del cinema mondiale. In apertura il riconoscimento a George Clooney, mentre il Concorso propone 21 film e cinque opere italiane.

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VENEZIA – Il cinema internazionale torna protagonista al Lido di Venezia. È tutto pronto per l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, in programma dal 2 al 12 settembre, con una serata inaugurale che avrà come momento più atteso la consegna del Leone d’Oro alla carriera a George Clooney.

La cerimonia si svolgerà mercoledì 2 settembre alle 19 nella Sala Grande del Palazzo del Cinema. A condurre saranno Greta Scarano e Nicolas Maupas, mentre sarà l’attrice premio Oscar Laura Dern a pronunciare la laudatio dedicata a Clooney. La serata sarà arricchita anche dall’esibizione del cantautore e attore italiano Tutti Fenomeni.

Il riconoscimento a Clooney arriva dopo una lunga presenza dell’attore, regista e produttore statunitense nella storia recente della Mostra. La Biennale ha sottolineato il valore della sua carriera sia davanti sia dietro la macchina da presa.

Un festival che guarda al cinema e all’attualità

L’apertura ufficiale del Concorso sarà affidata a “Ink”, il nuovo film diretto da Danny Boyle. La pellicola racconta un momento decisivo nella storia del tabloid britannico The Sun. La chiusura sarà invece affidata, fuori concorso, a “Dio ride” di Giovanni Veronesi.

Sono 21 i lungometraggi in concorso, presentati in prima mondiale assoluta, con una selezione che spazia tra cinematografie e generi differenti.

Per l’Italia sarà una Mostra particolarmente importante: cinque sono infatti le opere italiane in gara.

Tra queste figura Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, dedicato alla memoria dei desaparecidos argentini; Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, tratto dal romanzo autobiografico di Antonio Franchini; e il nuovo film di Nanni Moretti, “Succederà questa notte”, realizzato con un cast internazionale nel quale figurano Louis Garrel e Jasmine Trinca.

Completano la pattuglia italiana The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, coproduzione italo-belga con Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon, e L’estranea di Paolo Strippoli, che si muove tra dramma psicologico, cinema di genere e horror.

Anche la politica entra al Lido

Come accaduto in diverse edizioni recenti, anche quest’anno il cinema veneziano non resterà separato dall’attualità internazionale.

La questione palestinese sarà infatti una delle presenze politiche più evidenti della manifestazione. L’attrice Greta Scarano è tra le firmatarie di un nuovo appello di Venice4Palestine, mentre nel programma figurano anche due film palestinesi.

L’edizione 2026 arriva dunque in un momento nel quale il cinema si conferma non soltanto luogo di spettacolo, ma anche spazio di confronto sulle grandi questioni contemporanee.

Venezia torna capitale mondiale del cinema

Con il red carpet, le grandi star internazionali, i film in concorso e l’attenzione dei media di tutto il mondo, il Lido si prepara così a vivere dodici giorni nei quali Venezia tornerà ad essere una delle capitali mondiali della settima arte.

E George Clooney sarà il protagonista simbolico dell’apertura: un Leone d’Oro alla carriera che celebra una delle figure più riconoscibili del cinema americano contemporaneo e inaugura una Mostra chiamata ancora una volta a mettere insieme glamour, cinema d’autore e grandi temi dell’attualità.




I corsari della Louisiana

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Lac del Allemands, Lac Cataouache, Lac Salvador, Grand Isle e Grand Terre….sono nomi dalle assonanze francesi quelle che distinguono la fascia di terra che si estende da New Orleans al Golfo del Messico. In realtà non è neanche terra quella che si presenta a chi arrivasse in questo lembo d’America: quella in effetti è una zona di confine, invasa dalle acque e costellate da isolotti temporanei e spogli. Quella però é anche Barataria Bay, una regione che la storia ha voluto rivestire di leggenda.

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Gli anni a cavallo tra il 700 e l’800 furono anni di grande movimento magmatico in quella che oggi è una delle aree più pittoresche degli Stati Uniti. In una Lousiana costretta a continui passaggi di mano (dalla Spagna alla Francia, di nuovo alla Spagna e infine agli Stati Uniti) gli anni a cavallo del nuovo secolo diventano lo sfondo a tinte forti di un mondo che concentrava in se tutte le contraddizioni della giovane nazione statunitense.

Tra una Inghilterra che non accettava di fare da comprimaria tentando più volte di conquistare il lembo di colonia europea, tra le numerose guerre indiane che nascevano e si spegnevano  spesso alimentate dalle stesse mani europee per favorire l’una o l’altra parte, tra la nascita dello schiavismo più duro, proprio nel momento in cui venne vietata ufficialmente la tratta degli uomini, tra gli altezzosi atteggiamenti dei creoli disturbati dall’avanzata dei faccendieri del Nord, tra i cajun che cercarono negli acquitrini del delta il loro mondo idilliaco, crebbero e prosperarono attivissimi gruppi di pirati e bucanieri, nonostante l’epoca della pirateria fosse ormai giunta al suo declino.

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Dotati di un’aurea leggendaria che anche a inizio Ottocento li dipingeva come eroi dell’avventura, questi ultimi si trasformarono in privateers, ovvero corsari provvisti di lettere d’incarico da Stati diversi (Francia, Bolivia, Venezuela) che li autorizzavano a sequestrare merci e navigli della flotta spagnola nel Golfo del Messico. Uomini senza scrupoli, i privateers, dotati però di stile e classe che li fa assurgere a nuove icone agli occhi di molti americani. Nonostante il divieto della tratta degli schiavi, i corsari riuscirono a vendere sottobanco la merce “umana” sottratta alle galere spagnole. E nonostante la fedeltà giurata al governo americano, gestirono un ricchissimo giro di contrabbando ai danni della stessa economia unionista.

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Tra i tanti gruppi spiccò quello dei Baratarians, guidati dai fratelli Pierre, Jean e Dominique Lafitte, e sostenuti dall’estro marinaro dei luogotenenti Vicente Gambi, Antonio Angelo e Louis Chighizola.

Quella che nacque nel labirinto terracqueo, era una comunità multietnica composta da disertori dell’esercito e della marina americana, da ragazzi disillusi, figli di rispettabili famiglie della Lousiana sedotti dal fascino di Lafitte e Gambi, molti mezzosangue  e neri di Santo Domingo….italiani, portoghesi, francesi e spagnoli sostenuti dalla voglia di predare e dallo spirito romantico dell’avventura.

Quella che nacque negli acquitrini della Lousiana, era però anche una comunità organizzata senza distinzioni di razza e con un governo di matrice comunista: ogni uomo infatti otteneva una parte equa nella distribuzione dei bottini.

Di questo mondo Luigi Chighizzola, Antonio Angelo e Vincenzo Gambi furono protagonisti assoluti. Come qualsiasi storia di pirati che si rispetti, del loro passato e della loro vita ben poco è stato scoperto. Furono però sempre in prima linea nel sostenere il loro amico Lafitte, ed eroici combattenti nella guerra contro l’Inghilterra nella quale i baratarians si schierarono proprio al fianco degli Stati Uniti. La battaglia di New Orleans dell’8 gennaio 1815 raccolse intorno al presidente Andrew Jackson tutte le componenti della stratificata società della Lousiana. Creoli, indiani Chochtaw, immigrati italiani (in gran parte dell’isola di Ustica) e tedeschi (della Cote des Allemands), mulatti, indisciplinati kaintucks affrontarono con impeto le forze inglesi ma poco avrebbero potuto contro le organizzate truppe di sua maestà britannica senza l’apporto decisivo delle armi, munizioni e della disciplina militare dei corsari di Gambi e Chighizzola. Gli italiani guidarono personalmente le loro navi contro quelle inglesi mettendole in scacco e inferendo loro una sconfitta umiliante e sanguinosa. Quelli che pochi mesi prima erano “banditi” divennero “patrioti”, riscattando il loro doppio gioco che aveva indotto lo stesso Jackson a mettere a ferro e fuoco Barataria.

La festa del 23 gennaio elesse a eroi nazionali Andrew Jackson e Jean Lafitte, con i suoi luogotenenti, permettendo alla multietnica comunità di installarsi sul fiume Sabine, per creare una “repubblica indipendente” proprio in territori che diventeranno oggetto di contesa tra Stati Uniti e Messico. Un posto ideale per il doppio gioco dei corsari.

All’altezza dell’attuale Galveston, Lafitte e gli italiani costruirono Campèche, una nuova “comune” di Lafitte, dominata dalla grande villa-fortino chiamata La Maison Rouge. Accusati dopo poco tempo di spionaggio a favore della Spagna e del Messico, chiamati a frequenti scaramucce con truppe americane e spagnole e messicane, i “privateers” misero in scena il loro ultimo atto resistendo a un assalto delle truppe americane e abbandonando la comune per disperdersi in vari angoli del Mondo, quasi sempre sotto mentite spoglie.

Nell’ultima battaglia Vincenzo Gambi morì combattendo in difesa dello stesso Lafitte. La sua resistenza permise al fascinoso pirata di fuggire alla volta del Venezuela e di entrare nella “leggenda”. Secondo diversi studiosi, Lafitte tornò infatti negli Stati Uniti per organizzare la fuga di Napoleone da Sant’Elena, per poi rifugiarsi a Saint Louis con il nome di John Lafflin come mercante di polvere da sparo. Secondo la stessa tesi, l’ormai ex pirata avrebbe formato anche un “Pro Labor Movement”, avrebbe viaggiato a lungo in Europa venendo a contatto con Marx ed Engels finanziandone la pubblicazione del Manifesto del partito comunista e passandolo -al suo ritorno negli Stati Uniti – all’amico Abramo Lincoln, morendo infine nel 1854 ad Altona, in Illinois.

Antonio Angelo scomparve nel nulla entrando a sua volta nella leggenda. Luigi Chighizzola, tra i tanti, continuò la sua vita abbandonando la pirateria e ritirandosi a Grand Isle. Chiamato da tutti “Nez Coupé” per la mutilazione subita al proprio naso, con questo stesso nome si trasferì sull’isola, per vivere il resto dei propri giorni circondato dall’affetto della piccola comunità formata in gran parte da altri ex pirati. Ebbe tre figli  cui diede il  nome di Louis, Petronille e Placide, che vissero sull’isola una tranquilla e anonima vita.

Placide Chighizzola fu l’ultimo dei figli del pirata a essere sepolto nel cimitero di Church Street a Grand Isle: nel 1911 un ritratto  lo descriveva come rispettato membro anziano dell’isola, probabilmente l’ultima memoria vivente del fascinoso mondo dei corsari.




“Quel giorno… 25 anni dopo”: New York ricorda l’11 settembre

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Il 10 settembre l’Istituto Italiano di Cultura di New York dedica una serata alla memoria dell’attentato che cambiò la città, gli Stati Uniti e il mondo.

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Sono passati 25 anni dall’11 settembre 2001.

Un quarto di secolo da quel giorno che ha cambiato per sempre New York, gli Stati Uniti e, in molti aspetti, il mondo intero.

Alla vigilia del venticinquesimo anniversario, l’Istituto Italiano di Cultura di New York dedica una serata alla memoria di quella tragedia. L’appuntamento è per giovedì 10 settembre alle ore 18, nella sede dell’IIC, al 686 di Park Avenue.

L’incontro si intitola “Quel giorno… 25 anni dopo” e partirà dalla testimonianza di un sopravvissuto raccolta dal giornalista Claudio Pagliara in occasione del ventesimo anniversario.

Un giorno che molti americani non hanno vissuto

C’è un elemento che rende particolarmente importante questa ricorrenza.

Secondo i dati citati dall’Istituto Italiano di Cultura, circa 100 milioni di americani sono nati dopo l’11 settembre 2001.

Per una parte enorme della popolazione americana, quindi, quel giorno non è un ricordo personale.

È storia.

È qualcosa che hanno conosciuto attraverso i racconti dei genitori, i documentari, le fotografie, i libri e le immagini televisive.

Ed è proprio per questo che mantenere viva la memoria diventa sempre più importante.

La testimonianza di chi c’era

Durante la serata sarà proiettato un estratto del documentario “Quel giorno”, realizzato da Claudio Pagliara e trasmesso da Speciale TG1 il 5 settembre 2021, in occasione del ventesimo anniversario degli attentati.

Al centro del documentario c’è anche la testimonianza di uno dei sopravvissuti.

Da quella voce partirà la riflessione organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura.

Non soltanto per ricordare ciò che accadde.

Ma per cercare di capire che cosa è successo a New York nei 25 anni successivi.

Due giornalisti italiani che raccontarono quella giornata

Alla serata parteciperanno anche Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, giornalisti italiani che vivevano già a New York nel 2001 e che raccontarono gli avvenimenti per il Corriere della Sera e La Stampa.

Oggi, 25 anni dopo, hanno pubblicato insieme il libro “Da Giuliani a Mamdani. New York 25 anni dopo l’11 settembre”, nel quale raccontano la trasformazione della città attraverso un lungo percorso che arriva fino alla New York di oggi.

A moderare l’incontro sarà lo stesso Claudio Pagliara, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York.

Da Giuliani a Mamdani

Il titolo del libro scelto dai due giornalisti racconta già molto.

In 25 anni New York è cambiata profondamente.

È cambiata politicamente, economicamente, socialmente e urbanisticamente.

È cambiato il modo nel quale la città si percepisce e viene percepita dal resto del mondo.

Ma alcune caratteristiche sono rimaste.

Una soprattutto: la capacità di reagire alle crisi.

Gli autori descrivono una New York oggi meno legata esclusivamente a Wall Street e sempre più orientata verso la tecnologia e la cosiddetta Tech City.

Una città che si è arricchita di nuovi musei e istituzioni culturali, ma che è diventata anche più costosa e attraversata da profonde divisioni politiche.

La città che si rialza

Nel libro viene ricordata una frase dello stilista newyorkese Michael Kors, utilizzata per descrivere proprio questa capacità della città di reagire:

quando New York cade, si rialza.

È forse la chiave migliore per comprendere il rapporto tra la città e l’11 settembre.

Ground Zero è diventato un luogo di memoria.

Le Twin Towers non esistono più.

Ma New York continua a vivere, cambiare e reinventarsi.

E proprio questa trasformazione sarà uno degli argomenti della conversazione del 10 settembre.

Il ricordo delle quasi tremila vittime

Naturalmente il centro della serata rimane la memoria delle vittime.

Gli attentati dell’11 settembre causarono quasi 3.000 morti.

Persone di molte nazionalità, religioni e origini diverse.

Uomini e donne che si trovavano nelle Torri Gemelle, al Pentagono o a bordo degli aerei dirottati.

E poi i soccorritori: vigili del fuoco, poliziotti, operatori sanitari e tanti altri che intervennero nelle ore e nei giorni successivi.

Una tragedia che non appartiene soltanto agli Stati Uniti.

Un ricordo che riguarda anche gli italiani

Tra le vittime dell’11 settembre vi furono anche persone legate all’Italia e alla comunità italiana negli Stati Uniti.

Per questo la serata organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura ha anche un significato particolare per gli italiani che vivono a New York.

La città è stata per generazioni una delle principali destinazioni dell’emigrazione italiana.

L’11 settembre ha quindi segnato anche una comunità italiana profondamente inserita nella vita della città.

Vent’anni dopo, un altro sguardo

La proiezione del documentario realizzato nel 2021 permette inoltre di mettere a confronto due momenti.

Il ventesimo anniversario.

E ora il venticinquesimo.

Cinque anni possono sembrare pochi nella storia.

Ma sono abbastanza per permettere a una città e a una società di guardare agli stessi avvenimenti con una prospettiva diversa.

E soprattutto per capire quanto sia cambiata la memoria collettiva.

Quando la memoria diventa storia

Per chi quel giorno lo ha vissuto, le immagini delle Torri in fiamme, delle persone che correvano per le strade di Manhattan e delle nuvole di polvere a Lower Manhattan appartengono ancora alla memoria personale.

Per chi è nato dopo, sono immagini di un passato che non ha vissuto.

È qui che iniziative come quella dell’IIC assumono il loro significato.

La memoria personale, con il passare degli anni, diventa memoria collettiva.

E la memoria collettiva, se viene conservata e raccontata, diventa storia.

Il 10 settembre New York si fermerà idealmente ancora una volta a guardare quel giorno.

Non soltanto per ricordare la tragedia.

Ma per chiedersi che cosa sia diventata la città 25 anni dopo.

Una città ferita, ricostruita, trasformata.

Una città che ha perso quasi tremila persone.

E che, nonostante tutto, ha continuato a rialzarsi.




L’Italia della creatività digitale protagonista a Montréal con MUTEK

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Tre artisti italiani al festival internazionale dedicato alla musica elettronica, alle arti audiovisive e alle nuove tecnologie.

L’Italia della cultura non è soltanto quella dei grandi musei, dell’opera e della tradizione.

È anche ricerca, sperimentazione, tecnologia e nuovi linguaggi artistici.

È questa l’Italia che in questi giorni è protagonista a Montréal, dove dal 25 al 30 agosto si svolge la 27ª edizione di MUTEK, uno dei più importanti festival internazionali dedicati alla creatività digitale, alla musica elettronica e alle arti audiovisive.

A rappresentare l’Italia sono tre artisti: Donato Dozzy, Neel – nome d’arte di Giuseppe Tillieci – e Sara Persico, grazie al sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal.

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Sei giorni dedicati al futuro della musica

MUTEK Montréal riunisce quest’anno quasi 120 artisti provenienti da 28 Paesi, proponendo concerti, performance audiovisive, installazioni e forme di spettacolo nelle quali musica, immagini e tecnologia si incontrano.

Il festival si sviluppa in diversi luoghi del centro di Montréal, tra cui la Société des arts technologiques, il MTELUS, la Maison symphonique e, per la prima volta, lo Studio-Théâtre dei Grands Ballets.

Non è quindi soltanto un festival musicale.

È un laboratorio nel quale gli artisti sperimentano nuovi modi di utilizzare suono, immagini, spazio e tecnologie digitali.

Tre italiani, tre modi di sperimentare

La presenza italiana è affidata a tre artisti con percorsi differenti.

Donato Dozzy è una delle figure più conosciute della scena elettronica italiana, particolarmente apprezzato per una ricerca musicale caratterizzata da atmosfere ipnotiche e grande attenzione al suono.

Neel, pseudonimo di Giuseppe Tillieci, è produttore e artista elettronico e da anni lavora sulla relazione tra musica, tecnologia e sperimentazione.

Sara Persico, invece, porta a Montréal una ricerca nella quale voce, elettronica, improvvisazione e performance si fondono in una forma espressiva molto personale.

Tre percorsi diversi, ma un elemento comune:

l’idea che la musica elettronica possa essere molto più di una semplice successione di suoni.

L’Italia sostenuta dall’Istituto Italiano di Cultura

La partecipazione italiana è resa possibile dal sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Montréal, organismo ufficiale dello Stato italiano che ha tra i propri obiettivi la promozione della lingua, della cultura, delle arti e delle scienze italiane in Canada.

Il sostegno non riguarda soltanto la presenza dei tre artisti.

L’Istituto ha contribuito anche alla partecipazione del direttore creativo Adriano Martella e della direttrice artistica di MUTEK, Marie-Louise, nell’ambito delle attività del festival.

Una nuova immagine dell’Italia

È forse questo l’aspetto più interessante dell’iniziativa.

Quando si parla di promozione culturale italiana all’estero, spesso si pensa immediatamente a Leonardo, Michelangelo, Verdi, Fellini, la cucina o la moda.

Tutto questo continua naturalmente a rappresentare l’Italia.

Ma accanto a quella tradizione esiste un’altra Italia:

quella che sperimenta.

Quella degli artisti digitali, dei musicisti elettronici, dei creativi che lavorano con algoritmi, immagini, sintetizzatori, software e nuove tecnologie.

MUTEK è quindi anche una vetrina per mostrare questa Italia contemporanea.

La musica non ha più confini

La musica elettronica ha una caratteristica particolare: nasce facilmente dalla collaborazione tra Paesi diversi.

Un artista può vivere a Roma, esibirsi a Montréal, collaborare con un musicista di Berlino e pubblicare la propria musica in Giappone.

La tecnologia ha praticamente eliminato le distanze.

Ma proprio per questo diventa importante portare nei grandi festival internazionali la specificità delle diverse scene nazionali.

L’Italia, in questo contesto, ha una tradizione elettronica che risale a diversi decenni e che continua a produrre artisti capaci di confrontarsi con la scena internazionale.

Montréal, capitale della creatività digitale

La scelta di Montréal non è casuale.

La città è da anni uno dei centri internazionali più importanti per le arti digitali e la sperimentazione audiovisiva.

Durante MUTEK, il centro della città diventa un punto d’incontro tra artisti, ricercatori, professionisti e pubblico.

Accanto agli spettacoli, infatti, il MUTEK Forum propone conferenze, workshop, presentazioni di progetti e occasioni di incontro dedicate alle nuove condizioni della creatività nell’era digitale.

Non soltanto spettacolo

Ed è proprio qui che il festival diventa particolarmente interessante.

Non si tratta soltanto di andare a un concerto.

Il pubblico può assistere a esperienze nelle quali suono, luce, immagini e tecnologia interagiscono in tempo reale.

Il risultato può essere molto diverso da quello di un tradizionale spettacolo musicale.

A volte non c’è nemmeno una separazione netta tra musicista, artista visivo e programmatore.

Sono tutti parte dello stesso processo creativo.

Un’altra forma di diplomazia culturale

La presenza italiana a MUTEK rappresenta anche una forma moderna di diplomazia culturale.

Portare artisti italiani in un festival internazionale significa infatti creare relazioni, aprire nuove possibilità professionali e far conoscere una parte della creatività italiana che spesso rimane meno visibile rispetto ai settori più tradizionali.

Ed è proprio questo uno dei compiti degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo.

L’Italia guarda avanti

In un certo senso, la partecipazione italiana a MUTEK racconta un’Italia diversa da quella delle cartoline.

Un’Italia che non rinuncia alla propria tradizione, ma che contemporaneamente usa la tecnologia per inventare nuovi linguaggi.

È un messaggio importante anche per le nuove generazioni di italiani all’estero.

La cultura italiana non è soltanto qualcosa da conservare.

È anche qualcosa da creare continuamente.

A Montréal, in questi giorni, l’Italia non è soltanto rappresentata dal passato.

È rappresentata da tre artisti che lavorano con il suono, l’elettronica e la tecnologia per immaginare il futuro.

E forse è proprio questo il modo migliore per far conoscere l’Italia nel mondo: non soltanto ricordando ciò che abbiamo creato, ma mostrando ciò che stiamo ancora creando.




Il teatro di Eduardo conquista il Canada: successo a Stratford per “Sabato, domenica e lunedì”

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La commedia di Eduardo De Filippo debutta in inglese allo Stratford Festival dell’Ontario e conquista pubblico e critica.

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Il teatro italiano continua a viaggiare.

E questa volta è arrivato su uno dei palcoscenici più prestigiosi del Nord America: quello dello Stratford Festival, in Ontario, Canada, dove il 22 agosto ha debuttato “Saturday, Sunday, Monday”, nuova versione inglese di Sabato, domenica e lunedì di Eduardo De Filippo.

La prima, all’Avon Theatre, è stata accolta con grande entusiasmo dal pubblico e dalla critica.

Non è un dettaglio di poco conto.

Lo Stratford Festival, fondato nel 1953 sulle rive dell’Avon River, è considerato una delle più importanti realtà teatrali del Nord America, con un pubblico che supera i 450.000 spettatori.

E adesso, in questo grande teatro canadese, la voce di Eduardo torna a parlare a un pubblico che, in gran parte, non conosceva la sua lingua originale.

La Napoli di Eduardo parla inglese

La nuova versione è stata realizzata da Donato Santeramo e Antoni Cimolino, che hanno lavorato sul testo originale cercando di conservare il ritmo, l’umorismo e soprattutto l’umanità della commedia.

La regia è dello stesso Antoni Cimolino, direttore artistico dello Stratford Festival, che con questa produzione conclude il suo lungo mandato alla guida della programmazione artistica della prestigiosa istituzione canadese.

La storia rimane quella immaginata da Eduardo.

Una famiglia napoletana.

Un pranzo domenicale.

Un ragù preparato con tutta l’attenzione possibile.

E una crisi familiare che cresce lentamente fino a coinvolgere marito e moglie, genitori e figli.

Dietro la risata c’è la vita

Come spesso accade nel teatro di Eduardo, la commedia non si ferma alla risata.

Il cibo diventa quasi il centro di un piccolo universo familiare nel quale emergono incomprensioni, orgoglio, gelosie e conflitti generazionali.

E proprio qui sta una delle grandi qualità di Eduardo: raccontare situazioni profondamente napoletane riuscendo contemporaneamente a renderle universali.

Una famiglia che litiga durante un pranzo potrebbe trovarsi a Napoli, Toronto, New York o Santo Domingo.

Le dinamiche umane sono le stesse.

L’amore e l’incomprensione non hanno bisogno di traduzione.

Eduardo è ormai di casa a Stratford

La presenza di De Filippo allo Stratford Festival non è una novità.

Il Festival aveva già portato in scena “Filumena” nel 1997, “Napoli Milionaria!” nel 2018 e “Grand Magic” nel 2023.

Con Sabato, domenica e lunedì si consolida quindi una vera attenzione dello Stratford Festival per il grande autore napoletano.

È un riconoscimento importante.

Perché significa che Eduardo non viene considerato soltanto come un autore italiano da presentare occasionalmente al pubblico straniero.

È entrato stabilmente nel repertorio teatrale nordamericano.

Una traduzione che deve far ridere

Tradurre Eduardo non è certamente un’impresa semplice.

La sua lingua è profondamente legata alla cultura napoletana, al ritmo delle battute, alle espressioni popolari e ai doppi significati.

Una traduzione letterale rischierebbe di perdere proprio ciò che rende il suo teatro vivo.

Per questo la nuova versione inglese non si limita a trasferire le parole.

Deve trasferire il ritmo, l’ironia e le emozioni.

E il successo della prima sembra indicare che l’operazione è riuscita.

Il ragù diventa internazionale

C’è qualcosa di quasi divertente nel modo in cui questa storia è arrivata in Canada.

Al centro della vicenda c’è uno dei simboli più napoletani che si possano immaginare:

il ragù della domenica.

Ma il ragù diventa soltanto il punto di partenza.

Dietro quella pentola ci sono una coppia, una famiglia, i rapporti tra generazioni e tutte quelle piccole tensioni che possono esplodere proprio quando ci si ritrova insieme intorno a una tavola.

È una situazione che il pubblico canadese può riconoscere perfettamente, anche se magari nella propria cucina non prepara il ragù come a Napoli.

Un altro successo della cultura italiana all’estero

La storia di Sabato, domenica e lunedì a Stratford rappresenta anche qualcosa di più ampio.

Quando si parla di presenza italiana nel mondo si pensa spesso alla cucina, alla moda, al design o alla musica.

Ma la cultura italiana viaggia anche attraverso la letteratura e il teatro.

Eduardo De Filippo è uno degli esempi migliori.

Le sue opere sono state tradotte, adattate e rappresentate in moltissimi Paesi perché raccontano qualcosa di profondamente italiano attraverso sentimenti che appartengono a tutti.

Dall’Italia al Canada, senza perdere Napoli

È questo forse il risultato più bello.

La commedia viene recitata in inglese.

Gli attori sono inseriti nel sistema teatrale canadese.

Il pubblico è internazionale.

Eppure, dentro lo spettacolo, continua a esserci Napoli.

La Napoli delle famiglie, delle tavole imbandite, delle discussioni, dell’orgoglio e della capacità di trasformare anche una crisi in un’occasione di riconciliazione.

È la forza di Eduardo.

Puoi tradurre le sue parole.

Non puoi tradurre via la sua umanità.

Il teatro italiano continua a viaggiare

Il successo dello spettacolo dimostra inoltre che il pubblico internazionale non cerca soltanto grandi produzioni americane o britanniche.

C’è spazio anche per le storie italiane.

A condizione che vengano raccontate bene e che riescano a superare la barriera della lingua.

Lo Stratford Festival ha raccolto la sfida.

E il pubblico ha risposto.

Un ragù, una famiglia e una commedia italiana sono arrivati in Canada e hanno fatto ridere anche dall’altra parte dell’oceano.

Forse è proprio questa la più bella forma di internazionalizzazione della cultura.

Non cercare di rendere tutto uguale.

Ma portare una storia profondamente italiana in un altro Paese e scoprire che, nonostante la lingua e le distanze, quella storia parla ancora a tutti.

Eduardo De Filippo è morto nel 1984.

Ma a Stratford, nel 2026, il suo teatro è ancora vivo.




Il frico, il piatto tipico di Udine e del Friuli

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Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

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Oggi parliamo del frico, il piatto simbolo di Udine e della cucina del Friuli-Venezia Giulia, originario dei monti della Carnia. Si fa con patate crude grattugiate, cipolla tritata e formaggio Montasio DOP di diversa stagionatura ed è anch’esso un piatto di recupero di un tempo lontano quando non si buttava via niente. Gli ingredienti si cuociono in padella con poco burro o olio per creare un tortino morbido con una crosticina dorata.

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Ma veniamo agli ingredienti: 400 gr. di formaggio Montasio (fresco e mezzo stagionato), 400 gr. di patate a pasta gialla,1 cipolla media, 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva o burro, sale e pepe q.b.

La preparazione: pelate le patate e grattugiatele con una apposita grattugia a fori larghi. Affettate o tritate finemente la cipolla. Mettete l’olio o il burro in una padella antiaderente, unite la cipolla e fatela dorare a fuoco dolce. Aggiungete le patate grattugiate, aggiustate di sale e pepe e cuocete per circa 10 minuti mescolando spesso. A questo punto unite il Montasio grattugiato e mescolate bene finché si fonde con le patate formando un composto omogeneo. Lasciate cuocere a fuoco medio per altri 10 minuti, poi girate il frico aiutandovi con un piatto e cuocete l’altro lato per circa 6 minuti finché diventa dorato, perché il segreto è la crosticina, bisogna avere pazienza, aspettare che diventi non tanto spessa ma croccante. L’unica cosa che si può sbagliare sono le patate troppo acquose o, in cottura, lasciarle un pò troppo crude, che si sentano sotto i denti quando le masticate. Si serve caldo, assolutamente con polenta fumante.

Presente nel menù di tutte le osterie e i ristoranti friulani e riconosciuto Prodotto Agroalimentare Tradizionale, il frico, o fricò in dialetto friulano, può essere consumato come sostanzioso piatto unico, come già menzionato, insieme alla polenta oppure condiviso come antipasto e accompagnato da salumi e formaggi.

Come spesso accade in Italia, soprattutto quando si tratta di specialità regionali, ogni famiglia ha la propria ricetta: impossibile stabilire quella originale. Oggi nella regione si può ancora assaggiare il frico friabile più antico, realizzato solo con ritagli di formaggio (i cosiddetti strissulis), oppure quello morbido e attualmente più diffuso con le patate. Si può servire anche con un contorno di crauti al cumino, funghi trifolati di stagione o verdure miste come le biete e le cicorie padellate.

In Slovenia, che con il Friuli condivide i confini, questo piatto si chiama frika e viene arricchito con l’aggiunta di uova, proprio come una frittata. Come vino da abbinare suggeriamo il bianco friulano con il suo profumo al naso ma secco al palato; per chi preferisse un rosso, il refosco dal peduncolo rosso, con note di frutti rossi ed erbette, acido e con un tannino vellutato che aiuta a sgrassare il piatto. E buon appetito.

*Il territorio culinario di Udine unisce i sapori forti della montagna carnica, la tradizione contadina della pianura friulana e le influenze mitteleuropee e veneziane. Città particolarmente vivace, ricca di aziende manifatturiere, servizi ed eventi business, che vedono nel centro fieristico un importante polo di attrazione. Famosa per la qualità della vita e per i cibi tipici friulani, rapisce con il fascino del centro storico solcato da canali e popolato di accoglienti trattorie, Udine è la città perfetta per ambientare una trasferta che coniuga gli aspetti lavorativi alla scoperta delle bellezze e dei vanti enogastronomici. In definitiva, una città a misura d’uomo, dal centro storico vivibile e godibile, proiettata verso il  futuro dove si respira ancora la tradizione: piazze accoglienti, vie poco trafficate e tanta storia, vale veramente la pena di visitare Udine, per i suoi edifici storici, le sue chiese, i suoi portici, i locali, i musei e le sue caratteristiche rogge, ancora visibili in numerosi punti della città.

La cucina locale si basa su formaggi storici, carni di maiale lavorate con maestria e vini bianchi celebri in tutto il mondo.

I piatti tipici della tradizione locale sono diversi, oltre al già menzionato frico: senz’altro il Prosciutto di San Daniele, eccellenza cruda prodotta nella vicina zona collinare; il muset con la brovada: il cotechino locale servito insieme a rape bianche grattugiate e messe a fermentare nelle vinacce; i cjarsons, i saporiti ravioli della tradizione carnica, con un ripieno che unisce ingredienti dolci e salati (erbe, ricotta, uvetta, cacao e spezie) e conditi con burro fuso e ricotta affumicata; i blecs: pasta rustica fatta a mano con un mix di farine (grano saraceno e mais), spesso saltata nel burro fuso; il formaggio Montasio DOP a pasta cotta, usato da solo o fuso; la gubana: il classico dolce lievitato a forma di chiocciola, ripieno di noci, uvetta, pinoli e grappa.

Tra i vini bianchi, il Friulano (un tempo chiamato Tocai), con una spiccata freschezza e note di mandorla amara; la Ribolla Gialla, di ottima acidità e mineralità tagliente; il Sauvignon, profumato e di buona spalla acida.

Tra i vini rossi, il Refosco dal Peduncolo Rosso, dai tannini vivaci con una vena acida equilibrata; il Merlot, una versione giovane, morbida e fruttata. Tra le bollicine, il Prosecco Superiore o Metodo Classico, adattissimo a tagliare la grassezza del piatto. Da dessert, da ricordare il Picolit, dolce, delicato e profumato e, naturalmente, la grappa, chiamata in dialetto “sgnape”.

Il luogo ideale per vivere la cucina a Udine è il “tajut”, il bicchiere di vino bevuto in compagnia accompagnato da un crostino o un assaggio di salame all’aceto.




Martin Scorsese presidente onorario dei David di Donatello: “Il cinema italiano ha plasmato il mio lavoro”

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Il grande regista newyorkese ha accettato la proposta del ministro della Cultura. Un riconoscimento che celebra anche il legame profondo di Scorsese con le sue origini italiane.

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Martin Scorsese e il cinema italiano hanno un rapporto che dura da tutta una vita.

Adesso quel rapporto assume anche una forma ufficiale: il grande regista newyorkese ha accettato la proposta del ministro della Cultura Alessandro Giuli di diventare presidente onorario dell’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello. La nomina dovrà ora essere formalizzata dal Consiglio di amministrazione della Fondazione.

È un riconoscimento prestigioso per uno dei più importanti registi della storia del cinema americano.

Ma è anche qualcosa di più.

È quasi un ritorno alle proprie radici.

“Il cinema italiano è stato una fonte costante di ispirazione”

Scorsese ha accolto l’incarico attraverso una lettera indirizzata al ministro Giuli.

Nel messaggio ha ricordato quanto il cinema italiano abbia influenzato la sua formazione e il suo modo di fare cinema, sottolineando il ruolo avuto dai film, dagli autori e dalle tradizioni artistiche italiane nella costruzione della sua visione cinematografica.

Non è una dichiarazione di circostanza.

Chi conosce il cinema di Scorsese sa quanto sia profondo il rapporto con la cinematografia italiana.

Da Roberto Rossellini a Vittorio De Sica, da Federico Fellini a Luchino Visconti, il neorealismo e la grande stagione del cinema italiano hanno rappresentato per lui una scuola fondamentale.

E quella lezione è rimasta dentro il suo cinema.

Un americano con radici italiane

Scorsese è nato a New York nel 1942, nel quartiere di Queens, da una famiglia di origine italiana.

I suoi nonni paterni erano siciliani, mentre la famiglia materna aveva anch’essa radici italiane.

La sua infanzia newyorkese, vissuta soprattutto nel quartiere di Little Italy, ha avuto un’importanza enorme nella sua formazione personale e artistica.

È proprio da quell’ambiente che provengono molti dei temi che hanno caratterizzato il suo cinema: la famiglia, la religione, il senso di colpa, la violenza, l’appartenenza, il rapporto tra individuo e comunità.

L’Italia era lontana geograficamente.

Ma era presente nella vita quotidiana.

La lezione del neorealismo

Scorsese ha raccontato più volte quanto sia stato importante per lui vedere i grandi film italiani.

Il neorealismo gli mostrò un cinema nel quale la macchina da presa poteva entrare nella vita reale, raccontare persone comuni, quartieri popolari, conflitti interiori e drammi quotidiani.

Quella libertà lo affascinò profondamente.

E si può ritrovare in molti dei suoi film.

Il modo di raccontare la strada, i personaggi marginali, la famiglia e la città non è soltanto americano.

È anche figlio di quella tradizione cinematografica italiana che Scorsese ha studiato, amato e successivamente contribuito a far conoscere nel mondo.

Da “Mean Streets” a “The Irishman”

Il suo cinema ha attraversato più di mezzo secolo.

Da Mean Streets a Taxi Driver, da Raging Bull a Goodfellas, da Casino a The Departed, fino a The Irishman e Killers of the Flower Moon, Scorsese ha costruito una filmografia nella quale la violenza non è mai soltanto spettacolo.

È quasi sempre una conseguenza di rapporti umani, ambizioni, appartenenze e scelte morali.

Ed è anche questo uno dei motivi per cui il suo cinema ha avuto una tale influenza internazionale.

Un riconoscimento per il cinema italiano

Il ministro Giuli ha spiegato di aver proposto Scorsese perché pochi registi rappresentano con la stessa forza il rapporto tra la grande tradizione italiana e la storia del cinema mondiale.

La scelta assume quindi un valore simbolico.

Scorsese non è soltanto uno dei più grandi registi americani.

È anche uno degli uomini di cinema che più hanno contribuito a far conoscere la cinematografia italiana negli Stati Uniti e nel mondo.

Il suo lavoro di recupero e conservazione dei film del passato, attraverso la Film Foundation, è una parte importante di questa storia.

Una nomina che arriva in una fase di rinnovamento

L’ingresso di Scorsese come presidente onorario si inserisce inoltre nel rinnovamento della governance dell’Accademia del Cinema Italiano.

La Fondazione ha recentemente nominato Silvia Calandrelli alla presidenza e Gian Luca Farinelli alla direzione artistica.

La nuova struttura sarà completata con la nomina del Comitato di indirizzo artistico.

La presenza di Scorsese dà quindi alla nuova fase dei David di Donatello anche una forte dimensione internazionale.

Il significato per gli italiani all’estero

Per Fatti Nostri c’è poi un aspetto particolarmente interessante.

Scorsese rappresenta perfettamente quella parte della storia dell’emigrazione italiana nella quale le radici non scompaiono con la seconda o la terza generazione.

Un bambino nato a New York da genitori o nonni italiani può diventare uno dei più grandi registi americani della storia.

E contemporaneamente continuare a considerare l’Italia una parte fondamentale della propria identità culturale.

È una storia che si ripete in moltissimi campi: nella musica, nella letteratura, nella scienza, nell’imprenditoria, nello sport.

L’emigrazione non significa necessariamente perdere le proprie radici.

A volte significa portarle dall’altra parte dell’oceano e trasformarle in qualcosa di nuovo.

Scorsese e l’Italia: un rapporto che continua

Il nuovo incarico non cambia il fatto che Scorsese sia profondamente americano.

Anzi.

La sua grandezza nasce anche dalla capacità di aver trasformato esperienze italiane e italoamericane in una parte originale della cultura statunitense.

Ma il cinema italiano è rimasto un punto di riferimento.

E oggi Scorsese lo riconosce assumendo un ruolo istituzionale proprio all’interno dell’Accademia che assegna i David di Donatello, il principale premio cinematografico italiano.

Un presidente onorario molto particolare

Non sarà certamente un presidente onorario come gli altri.

Perché Martin Scorsese porta con sé qualcosa che va oltre il prestigio personale.

Porta una storia di emigrazione, di identità e di cultura.

È nato in America.

Ha costruito la sua carriera in America.

Ha raccontato soprattutto l’America.

Ma una parte del suo sguardo è nata guardando il cinema italiano.

Ed è forse proprio questo che rende la sua designazione così significativa.

L’Italia ha dato qualcosa a Scorsese.

E Scorsese, con il suo lavoro, ha restituito qualcosa all’Italia:

ha contribuito a far conoscere nel mondo la forza, la bellezza e l’importanza del nostro cinema.

Ora, con la presidenza onoraria dei David di Donatello, quel rapporto diventa ufficiale.

Un grande regista americano torna simbolicamente a casa.

Non per dimenticare New York, ma per ricordare da dove è arrivato una parte fondamentale del suo modo di vedere il mondo.