Addio a Dolly Parton, la ragazza del Tennessee che conquistò il mondo

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È difficile immaginare il mondo della musica senza Dolly Parton.

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La sua voce, le sue canzoni, i suoi capelli biondissimi, gli abiti scintillanti e quell’ironia con cui per tutta la vita ha giocato anche sulla propria immagine erano diventati qualcosa di molto più grande di una semplice carriera musicale.

Dolly Parton è morta il 25 agosto a Nashville, all’età di 80 anni, dopo una breve battaglia contro il cancro. La notizia è stata annunciata dalla famiglia e successivamente confermata dal suo staff. Il tipo di tumore non è stato reso pubblico. Parton è morta al Vanderbilt-Ingram Cancer Center, circondata dai suoi familiari.

Con lei se ne va una delle figure più riconoscibili della cultura americana degli ultimi sessant’anni.

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Da una piccola casa del Tennessee

La storia di Dolly Parton sembra quasi una favola americana.

Nata nel gennaio del 1946 in Tennessee, era la quarta di 12 figli di una famiglia poverissima. La famiglia viveva in una piccola casa di montagna e spesso non aveva abbastanza denaro nemmeno per le necessità quotidiane.

La musica arrivò prestissimo.

Dolly cominciò a cantare da bambina nella chiesa del nonno e imparò a suonare la chitarra. A soli 13 anni era già salita sul palco del Grand Ole Opry di Nashville.

A 18 anni, appena terminata la scuola superiore, partì per Nashville con una valigia e le sue canzoni.

Aveva un sogno.

E quel sogno, alla fine, diventò realtà.

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Porter Wagoner e la grande occasione

La svolta arrivò negli anni Sessanta, quando Dolly entrò nel programma televisivo The Porter Wagoner Show.

Il sodalizio con Porter Wagoner contribuì a farla conoscere al grande pubblico e le permise di affermarsi prima come cantante e poi soprattutto come autrice.

Fu anche la fine di quella collaborazione a ispirare una delle sue canzoni più celebri.

Dolly scrisse “I Will Always Love You” nel momento della separazione professionale da Wagoner.

La canzone divenne un grande successo country, ma sarebbe diventata un fenomeno planetario molti anni dopo, quando Whitney Houston la interpretò per il film The Bodyguard.

Dolly aveva scritto quella canzone.

E quella canzone avrebbe finito per fare il giro del mondo.

Jolene, 9 to 5 e una voce inconfondibile

Poi arrivarono i grandi successi.

“Jolene”, “9 to 5”, “Coat of Many Colors”, “Here You Come Again” e moltissime altre canzoni.

Parton non fu soltanto una grande interprete.

Fu una straordinaria autrice, capace di trasformare esperienze personali, ricordi dell’infanzia, amore, povertà, gelosia e speranza in canzoni semplici e immediatamente comprensibili.

Nel corso della sua carriera avrebbe scritto oltre 3.000 canzoni e venduto più di 100 milioni di dischi nel mondo.

Il cinema e la consacrazione mondiale

Dolly non si fermò alla musica.

Nel 1980 arrivò il cinema con “9 to 5”, accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin.

Il film ebbe un enorme successo e la canzone che Dolly scrisse e interpretò per la pellicola diventò uno dei suoi brani più conosciuti.

Poi arrivarono altri film, tra cui “Steel Magnolias”, che dimostrarono che dietro l’immagine della cantante country con i capelli enormi e gli abiti pieni di strass c’era anche un’attrice capace di conquistare il pubblico.

Ma Dolly non smise mai di essere Dolly.

Una donna che sapeva ridere di se stessa

Forse uno dei suoi segreti era proprio questo.

Dolly Parton aveva costruito un’immagine estremamente riconoscibile: capelli giganteschi, trucco vistoso, abiti aderenti, tacchi e strass.

Ma era spesso la prima a scherzare sulla propria immagine.

Non si prendeva troppo sul serio.

E dietro quella figura apparentemente costruita c’era una donna estremamente intelligente, determinata e dotata di un notevole senso degli affari.

Ha creato un vero impero che comprendeva musica, cinema, editoria, turismo e Dollywood, il grande parco divertimenti del Tennessee.

Ma il suo lascito più grande forse non è musicale

C’è un’altra Dolly Parton che merita di essere ricordata.

Quella della filantropia.

Nel 1995 fondò la Dolly Parton’s Imagination Library, un programma che distribuisce gratuitamente libri ai bambini.

Nel corso degli anni il progetto ha distribuito oltre 300 milioni di libri negli Stati Uniti e in altri Paesi.

È un’eredità straordinaria, soprattutto considerando da dove era partita.

Dolly non dimenticò mai la povertà della propria infanzia.

Suo padre aveva avuto difficoltà a leggere e scrivere e proprio questa esperienza contribuì alla sua decisione di fare della lettura infantile una delle sue grandi battaglie.

Anche nella ricerca contro il Covid

Nel 2020 Dolly Parton donò un milione di dollari alla ricerca sul coronavirus presso la Vanderbilt University.

Il finanziamento contribuì al lavoro che portò allo sviluppo del vaccino Moderna.

Ancora una volta, la cantante aveva scelto di trasformare la propria ricchezza in qualcosa che potesse essere utile agli altri.

Una carriera piena di riconoscimenti

I numeri raccontano soltanto una parte della sua storia.

Dolly Parton ha vinto 11 Grammy Awards ed è stata inserita nella Country Music Hall of Fame e nella Rock & Roll Hall of Fame. Ha ricevuto numerosi altri riconoscimenti, compreso un Oscar onorario.

Ma forse il riconoscimento più importante è un altro.

È riuscita a essere amata da generazioni completamente diverse.

Da chi ascoltava country negli anni Sessanta ai giovani che hanno scoperto le sue canzoni attraverso il cinema, la televisione e le nuove piattaforme digitali.

Dolly e Carl

La sua vita privata è stata molto più discreta della sua carriera.

Dolly era sposata con Carl Dean dal 1966.

Lui, al contrario di lei, aveva sempre evitato la vita pubblica.

Carl è morto nel marzo del 2025, dopo quasi sessant’anni di matrimonio.

La perdita del marito aveva profondamente colpito Dolly e, negli ultimi mesi, lei aveva parlato delle difficoltà attraversate anche sul piano personale e della salute.

Pochi giorni prima della morte aveva ancora parlato del desiderio di continuare a lavorare e dei molti progetti che voleva portare a termine.

È forse uno degli aspetti più commoventi della sua storia.

Dolly continuava a guardare avanti.

Una leggenda che non aveva ancora finito di sognare

Aveva 80 anni.

Ma continuava a progettare.

Un musical dedicato alla sua vita era destinato ad arrivare a Broadway e negli ultimi anni aveva continuato a lavorare su nuovi progetti musicali e imprenditoriali.

Per questo la sua morte arriva quasi come una sorpresa.

Perché Dolly Parton sembrava appartenere a quella rara categoria di persone che immaginiamo destinate a esserci sempre.

Una canzone che rimane

Dolly Parton ha scritto migliaia di canzoni.

Alcune diventeranno patrimonio della musica americana.

Altre continueranno a essere cantate nei bar, nei concerti, nelle case e nelle radio.

Ma forse la sua eredità più importante è l’insieme di tutte queste cose: una ragazza povera del Tennessee che non ha mai dimenticato da dove veniva, una cantante diventata leggenda, una donna d’affari straordinaria e una filantropa che ha utilizzato la propria fortuna per aiutare milioni di persone.

Dolly Parton aveva trasformato la propria vita in una storia.

E quella storia, adesso, è arrivata alla fine.

Ma le sue canzoni no.

Quelle continueranno a viaggiare.

E forse, da qualche parte, qualcuno ascolterà ancora una chitarra e una voce che canta “Jolene”, oppure una delle sue mille storie d’amore, di dolore e di speranza.

E penserà a quella ragazza del Tennessee che un giorno partì con una valigia piena di canzoni.

Dolly Parton non c’è più.

Ma il mondo che ha contribuito a rendere un po’ più allegro, più generoso e certamente più musicale, continuerà a cantare.




Da Biella a New York: la letteratura italiana al femminile attraversa l’Atlantico

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La letteratura italiana si prepara ad attraversare l’Atlantico.

Dal 15 al 17 ottobre 2026, in occasione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, New York ospiterà la prima edizione americana di “Contemporanea goes to New York”, festival nato nel 2020 a Biella con l’obiettivo di dare spazio alle voci delle donne nella letteratura e nella cultura contemporanea.

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Il tema scelto per questa prima esperienza internazionale è particolarmente significativo:

“Italian Women Writing. La lingua italiana tra memoria, presente e nuove generazioni”.

Non sarà quindi soltanto una rassegna letteraria.

Sarà un’occasione per riflettere sul ruolo della lingua italiana, sulla memoria e sul modo in cui le nuove generazioni possono continuare a vivere e trasformare la cultura italiana anche lontano dall’Italia.

Da Biella alla capitale culturale americana

“Contemporanea” è nato a Biella nel 2020 come spazio dedicato alla letteratura e alle storie delle donne.

In pochi anni il festival ha costruito una rete di collaborazioni sempre più ampia e ora compie un passo importante: portare il proprio progetto a New York.

L’iniziativa è realizzata da BI-BOx – APS, con la direzione artistica di Irene Finiguerra e la co-curatela di Annalisa Menin, responsabile delle relazioni internazionali.

Il progetto può contare sul sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura e del Consolato Generale d’Italia a New York, oltre alla collaborazione con la New York University e con Italian Women in USA (IWUSA).

La letteratura esce dalle librerie

Uno degli aspetti più interessanti del festival è la scelta delle sedi.

Gli incontri non saranno concentrati in un unico spazio, ma coinvolgeranno alcuni luoghi simbolici della cultura italiana e internazionale a New York: l’Istituto Italiano di Cultura, la Rizzoli Bookstore NYC e la libreria SullaLuna NYC.

La letteratura, quindi, esce dal tradizionale spazio della presentazione di un libro e diventa un’esperienza da vivere nella città.

Nell’ultima giornata è previsto anche un Literary walking tour condotto da Marta Perego, che intreccerà luoghi, biografie e pagine di autrici italiane e internazionali, da Elena Ferrante a Patricia Highsmith, da Claudia Durastanti a Sylvia Plath.

Le scrittrici italiane protagoniste

Tra le protagoniste della manifestazione ci saranno Stefania Auci, Olga Campofreda e Marta Perego.

Uno degli appuntamenti sarà dedicato ad Alba de Céspedes e al rapporto tra memoria e contemporaneità della lingua italiana.

Un altro percorso sarà invece dedicato a “I Leoni di Sicilia” di Stefania Auci, con due incontri sulla storia della famiglia Florio e sul successo internazionale della saga.

È un modo per presentare a un pubblico internazionale non soltanto libri italiani, ma anche personaggi, storie e periodi della nostra cultura.

Una lingua che cambia senza scomparire

C’è un messaggio importante dietro questa iniziativa.

La lingua italiana all’estero non è qualcosa di immobile che deve semplicemente essere conservato.

È una lingua che continua a cambiare attraverso le persone che la parlano, la studiano e la utilizzano in contesti diversi.

A New York questo fenomeno è particolarmente evidente.

L’italiano può appartenere a chi è nato in Italia, agli italiani emigrati, ai loro figli e nipoti, ma anche agli americani che hanno scelto di studiarlo per interesse culturale o professionale.

La lingua diventa così un territorio comune.

Il ruolo delle nuove generazioni

Particolarmente interessante è il progetto “Nuove Generazioni Across the Ocean”, realizzato in collaborazione con la New York University e rivolto agli studenti del Department of Italian Studies.

Chi vincerà il contest avrà la possibilità di trascorrere una settimana in Italia, partecipando a iniziative editoriali e visitando alcune realtà culturali del Biellese e del Nord Italia.

È un’idea che va nella direzione giusta.

Perché se vogliamo che la cultura italiana continui a vivere all’estero, non basta rivolgersi agli italiani della prima generazione.

Bisogna coinvolgere soprattutto i giovani.

Un ponte tra due sponde dell’Atlantico

È proprio il concetto di ponte quello che ritorna più spesso nel progetto.

Irene Finiguerra, direttrice di “Contemporanea”, ha definito l’esperienza newyorkese un nuovo percorso, un ponte tra Italia e Stati Uniti costruito attraverso lingua italiana, storie e persone.

E forse è questa la parte più interessante della notizia.

Perché oggi i rapporti tra Italia e Stati Uniti non si costruiscono soltanto attraverso economia, politica e diplomazia.

Si costruiscono anche attraverso libri, scrittori, studenti e lettori.

Una comunità italiana che cambia

New York è una delle città del mondo nelle quali la presenza italiana ha una storia più lunga e profonda.

Ma la comunità italiana di oggi non è quella di cento anni fa.

È fatta di nuove generazioni, professionisti, studenti, imprenditori e persone che mantengono un rapporto con l’Italia anche senza necessariamente viverci.

In questo contesto, iniziative come “Contemporanea goes to New York” possono contribuire a dare alla cultura italiana all’estero un volto contemporaneo, non soltanto legato alla memoria dell’emigrazione.

Dalla memoria al futuro

È forse proprio questo il filo conduttore della manifestazione.

La memoria è importante.

Ma non può essere l’unico modo attraverso il quale gli italiani all’estero guardano all’Italia.

La cultura deve anche parlare del presente e del futuro.

Deve riuscire a coinvolgere chi è nato in America e magari ha un nonno italiano, ma anche chi italiano non è e si avvicina alla nostra lingua attraverso un libro.

La letteratura può fare proprio questo.

Creare curiosità.

E dalla curiosità può nascere un rapporto più profondo con un Paese.

L’Italia che va a New York

“Contemporanea goes to New York” è dunque qualcosa di più di un festival letterario.

È un piccolo esempio di come un progetto culturale nato in una città italiana possa diventare internazionale senza perdere la propria identità.

Da Biella a New York.

Dalle scrittrici italiane alle nuove generazioni americane.

Dalla memoria alla contemporaneità.

È un viaggio attraverso l’Atlantico nel quale, questa volta, a viaggiare non sono soltanto le persone, ma le parole.

E forse non c’è modo migliore per ricordare che la cultura italiana, quando trova qualcuno disposto ad ascoltarla, non conosce confini.




“Momenti d’Italia”: i dominicani raccontano l’Italia attraverso le loro fotografie

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Come vedono l’Italia i dominicani che l’hanno visitata?

Quali luoghi li hanno colpiti maggiormente? Quali immagini sono rimaste nella loro memoria? E soprattutto, che cosa significa l’Italia attraverso gli occhi di chi italiano non è?

Sono queste le domande alle quali vuole rispondere “Momenti d’Italia – L’Italia vista con gli occhi dei Dominicani”, il primo Concorso Fotografico di Amicizia Italo-Dominicana promosso dall’Ambasciata d’Italia a Santo Domingo.

Il concorso è iniziato il 15 agosto e sarà possibile partecipare fino al 15 novembre 2026.

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Un’Italia vista da chi l’ha conosciuta

L’idea è semplice e, proprio per questo, interessante.

A fotografare l’Italia non saranno fotografi professionisti incaricati di rappresentarla.

Saranno cittadini dominicani che hanno viaggiato personalmente in Italia e i membri della diaspora dominicana residenti in Italia.

È quindi un’Italia filtrata attraverso esperienze personali.

Roma può essere vista attraverso gli occhi di chi l’ha visitata per la prima volta.

Venezia può diventare il ricordo di un viaggio romantico.

Un piccolo paese italiano può avere più importanza del Colosseo perché lì qualcuno ha incontrato una persona speciale o ha vissuto un momento indimenticabile.

Non è necessariamente l’Italia delle cartoline.

Ed è proprio questo che il concorso vuole scoprire.

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Una sola fotografia, fatta con il cellulare

Le regole sono volutamente semplici.

Ogni partecipante può presentare una sola fotografia, realizzata esclusivamente con un telefono cellulare.

La fotografia deve essere pubblicata su Instagram, taggando i profili @instantesdeitalia e @italyinrd e utilizzando l’hashtag #MiradaItalia.

Ma c’è una richiesta particolarmente interessante: insieme alla fotografia bisogna inserire una breve descrizione del luogo fotografato, spiegando che cosa ha attirato l’attenzione del partecipante oppure quali ricordi personali sono legati a quell’immagine.

In questo modo la fotografia non rimane soltanto una bella immagine.

Diventa una storia.

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Quattro modi per raccontare l’Italia

Il concorso propone quattro temi:

  • L’Italia nascosta
  • La percezione dell’Italia da parte dei dominicani
  • Luoghi con un significato personale ed emotivo particolare
  • Prospettive nuove e interessanti.

Sono categorie che lasciano ai partecipanti una notevole libertà.

E soprattutto invitano a cercare qualcosa di diverso dai soliti monumenti.

L’Italia nascosta

Forse è proprio questa la categoria che potrebbe regalare le fotografie più sorprendenti.

L’Italia è piena di luoghi che non compaiono nelle guide turistiche internazionali: piazze di piccoli comuni, strade di campagna, mercati, vecchie botteghe, paesaggi, chiese, feste popolari.

Un dominicano potrebbe fotografare un angolo che un italiano attraversa ogni giorno senza quasi accorgersene.

E improvvisamente mostrarci quanto sia particolare.

Un ponte tra due Paesi

Il concorso ha anche un significato che va oltre la fotografia.

Italia e Repubblica Dominicana hanno rapporti umani, culturali ed economici che vanno ben oltre i rapporti istituzionali.

Ci sono dominicani che hanno studiato o lavorato in Italia.

Altri che ci sono andati in vacanza.

Altri ancora che hanno parenti e amici nel nostro Paese.

E naturalmente esiste una comunità italiana numerosa e attiva nella Repubblica Dominicana.

Un’iniziativa come questa permette quindi di guardare il rapporto tra i due Paesi dalla parte delle persone.

Non attraverso statistiche e accordi diplomatici.

Attraverso i ricordi.

Anche gli italiani potrebbero imparare qualcosa

C’è un aspetto che mi sembra particolarmente bello.

Siamo abituati a raccontare l’Italia agli stranieri.

Ma raramente ci fermiamo a chiederci:

come ci vedono loro?

Un dominicano che arriva in Italia può essere colpito da qualcosa che noi non consideriamo nemmeno.

Può fotografare una vecchia insegna, una piazza di provincia, un modo di stare insieme, un tramonto, un bar, una famiglia seduta a tavola.

E attraverso quella fotografia può restituirci un’immagine dell’Italia che avevamo dimenticato.

La fotografia come linguaggio universale

Non servono grandi apparecchiature.

Non servono obiettivi professionali.

Non serve essere fotografi.

Basta un telefono e soprattutto avere qualcosa da raccontare.

È una scelta che rende il concorso accessibile praticamente a tutti e che si adatta perfettamente al modo nel quale oggi condividiamo le nostre esperienze.

Una fotografia scattata durante un viaggio può diventare immediatamente una finestra aperta tra Santo Domingo e Roma, Milano, Napoli, Firenze, Venezia o un piccolo paese della provincia italiana.

Un’Italia che viaggia anche senza muoversi

C’è poi un’altra particolarità.

Le fotografie saranno realizzate in Italia, ma saranno guardate soprattutto nella Repubblica Dominicana.

In questo modo l’Italia torna a viaggiare attraverso gli occhi di chi l’ha visitata.

È un piccolo esempio di quella che potremmo chiamare diplomazia della vita quotidiana.

Non sono i monumenti o le istituzioni a parlare.

Sono le persone.

Fino al 15 novembre

C’è tempo fino al 15 novembre per partecipare.

E chissà che tra le fotografie non emerga un’Italia molto diversa da quella che immaginiamo.

Forse più autentica.

Forse più sorprendente.

Forse semplicemente vista con occhi nuovi.

Ed è proprio questo il bello della fotografia.

Una stessa strada può essere anonima per chi ci vive da sempre e diventare indimenticabile per chi la vede per la prima volta.

L’Italia vista dagli altri

In fondo, il concorso dell’Ambasciata pone una domanda molto semplice anche a noi italiani:

se qualcuno ci chiedesse di fotografare l’Italia attraverso i suoi occhi, che cosa vedremmo?

Forse è proprio questo il senso di Momenti d’Italia.

Non chiedere ai dominicani di fotografare ciò che pensano che l’Italia voglia vedere.

Chiedere loro di fotografare ciò che l’Italia ha lasciato nei loro occhi e nei loro ricordi.

E forse, guardando quelle fotografie, anche noi potremo riscoprire qualcosa del nostro Paese.




Il Mariachi Jerusalem si esibisce per la prima volta in Italia

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Il gruppo israeliano, fondato dal musicista venezuelano-israeliano Yojanan Peretz, ha portato per la prima volta la tradizione del mariachi israeliano in Italia, nell’ambito di un evento della comunità ebraica locale.

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Il Mariachi Jerusalem, riconosciuto come il primo mariachi d’Israele dalla Camera di Commercio di Guadalajara, in Messico, si è esibito per la prima volta in Italia, segnando un nuovo capitolo nella storia del gruppo e nella diffusione della musica mariachi al di fuori del Messico.

L’esibizione si è svolta nell’ambito di un evento privato organizzato per la comunità ebraica residente in Italia, offrendo al pubblico una proposta musicale che unisce diverse tradizioni culturali: quella messicana, quella israeliana e quella ebraica.

Fondato nel 2019 dal musicista venezuelano-israeliano Yojanan Peretz, il Mariachi Jerusalem è attualmente il primo e unico gruppo professionale di mariachi con sede in Israele. Fin dalla sua fondazione, il gruppo si dedica alla diffusione della musica mariachi in Israele, cercando di mantenere un’interpretazione fedele alle tradizioni del genere, sia nell’abbigliamento che nella strumentazione, nel repertorio e nello stile esecutivo.

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La storia del gruppo è strettamente legata al percorso multiculturale del suo fondatore. Peretz, musicista di origine venezuelana residente in Israele, ha deciso di portare la tradizione del mariachi nel contesto israeliano e di sviluppare un gruppo capace di rappresentare questo genere con una propria identità, mantenendone al contempo le radici messicane.

Uno degli aspetti più caratteristici del progetto è la combinazione tra musica tradizionale ebraica e il linguaggio musicale del mariachi. In qualità di direttore e produttore musicale del gruppo, Yojanan Peretz si occupa attualmente della creazione e della produzione di arrangiamenti che trasferiscono melodie e canzoni tradizionali ebraiche nell’universo sonoro della musica messicana.

In questo modo, il Mariachi Jerusalem non si limita a interpretare il repertorio tradizionale messicano, ma ha sviluppato una proposta che mira a creare un dialogo tra culture e a dimostrare come il mariachi possa diventare anche un veicolo per esprimere altre tradizioni musicali.

La presentazione in Italia rappresenta quindi un ulteriore passo nel percorso internazionale di un gruppo nato in Israele con una premessa singolare: far risuonare il mariachi in Medio Oriente e dimostrare che la tradizione musicale messicana può trovare nuovi spazi, nuovi pubblici e nuove identità senza perdere la propria essenza.

 




I canederli, l’eccellenza di Trento in cucina

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Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

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Oggi parliamo dei canederli, il cui nome deriva dalla parola tedesca Knödel, che rimanda all’idea di grumo, nodo, o qualcosa che si compatta.

Sono grandi gnocchi di pane raffermo, latte e uova, tipici del Trentino-Alto Adige e della cucina mitteleuropea, un piatto che nasce dall’attenzione a non sprecare il cibo, con la loro storia legata alla cucina di recupero, con l’aggiunta al pane di quello che c’era a disposizione, speck, formaggio, spinaci, porri ed erbe di campo.

Ma veniamo agli ingredienti per 4 persone: 250 gr. di pane bianco raffermo (a cubetti), 250 ml. di latte tiepido, 120 gr. di speck in un’unica fetta o a dadini piccoli, 1 cipolla piccola, 2 uova intere, 1 noce di burro, prezzemolo  ed erba cipollina freschi tritati q.b., 1-2 cucchiai di farina 00, sale e pepe q.b., della luganega (facoltativa), 1 litro di buon brodo di carne per la cottura.

La preparazione: tagliate il pane raffermo a piccoli cubetti in una ciotola capiente. Quindi, scaldate il latte e versatelo sul pane. Mescolate e lasciate riposare per circa 10-15 minuti. Tritate finemente la cipolla e tagliate lo speck a dadini molto piccoli. Fate soffriggere la cipolla e lo speck nel burro a fuoco medio per circa 5 minuti, poi spegnete e fate intiepidire. Aggiungete al pane le uova, il sale, il pepe, le erbe aromatiche fresche (erba cipollina e prezzemolo) e la farina. Unite anche il soffritto di speck e cipolla ormai tiepido. Dopodiché impastate con le mani pulite fino ad ottenere un composto omogeneo e compatto. Se risulta troppo morbido, unite un altro pó di farina o pangrattato. Coprite la ciotola con l’impasto e lasciate riposare per 15–20 minuti. In questo tempo il pane finisce di assorbire il liquido e la farina si idrata. Questo passaggio rende i canederli più stabili in cottura. Bagnatevi le mani con acqua fredda e formate delle polpette grandi circa come una mela (circa 6-8 pezzi in totale). Portate a bollore il brodo di carne, quindi tuffate delicatamente i canederli nel brodo bollente. Abbassate la fiamma e lasciate cuocere a fuoco lento per circa 12-15 minuti (non devono bollire troppo forte per evitare che si sfaldino). Infine, scolateli con una schiumarola e serviteli caldi, tradizionalmente immersi nel loro brodo di cottura, la scelta ideale per riscaldarsi dopo una lunga passeggiata nella neve. Servite i canederli (solitamente due a persona se sono grandi) immersi nel liquido fumante, completando il piatto con una spolverata generosa di erba cipollina fresca. Oppure potete servirli asciutti e conditi con abbondante burro fuso, qualche foglia di salvia e formaggio grana grattugiato a completare l’opera.

Esistono anche altre versioni al formaggio, con gli spinaci, i porri, i funghi o il grano saraceno, o, preparati in dimensioni più piccole, come contorno per piatti di carne ricchi di sugo come il gulasch. E buon appetito.

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*Il territorio del Trentino esprime una cucina di montagna povera, concreta e identitaria, nata dall’incontro tra la tradizione alpina italiana e la cultura mitteleuropea. I prodotti tipici di questo territorio hanno una fragranza unica e sono tutti di origine esclusivamente naturale. Tra i più famosi piatti tipici di Trento potete trovare i già menzionati canederli, gli strangolapreti, il tortél de patate, la carne salada e lo strudel di mele.

Come primi piatti, i canederli sono quelli più ricercati, serviti in brodo o con burro fuso; poi gli strangolapreti, gnocchi verdi allungati fatti con pane, spinaci o erbette, uova e farina, conditi con burro e molta salvia; gli spätzle, piccoli gnocchetti di farina, uova e acqua, spesso conditi con panna e speck; la zuppa d’orzo, una minestra rustica con orzo perlato, verdure e carne di maiale; e naturalmente la polenta, il pilastro della tavola trentina, spesso declinata nella versione carbonèra con formaggi, burro e salumi.

Come secondi e talvolta anche piatti unici, da ricordare il tortel de patate, delle frittelle di patate crude grattugiate cotte in padella o al forno, servite calde con salumi misti, formaggi e fagioli; la carne salada, delle fette di carne di manzo marinata con spezie ed erbe, servite crude con olio e fagioli o leggermente scottate; il tonco del pontesel, uno spezzatino misto di carne di maiale e manzo con una salsa scura saporita, accompagnato da polenta.

Tra i dolci, lo strudel di mele, una sorta di frolla o sfoglia ripiena di mele trentine, uvetta, pinoli e cannella; lo strauben (o straboi), una frittella dolce croccante a forma di chiocciola, cosparsa di zucchero a velo e servita con marmellata di mirtilli o frutti di bosco.

Tra i prodotti del territorio, assolutamente da assaggiare, i formaggi di malga, eccellenze come la Spressa delle Giudicarie, il Puzzone di Moena, il Vezzena e il Trentingrana, frutto del latte d’alpeggio. Tra i salumi, la Mortandela della Val di Non e le Ciuighe del Banale, particolari salamini affumicati arricchiti con rape cotte. Infine, le mele della Val di Non, croccanti e succose, protagoniste anche del celebre strudel.

Tra i vini, spiccano il celebre spumante Trentodoc, il prestigioso spumante Metodo Classico simbolo dell’eccellenza di montagna, i rossi autoctoni Teroldego Rotaliano e Marzemino, vini che raccontano il microclima unico delle valli trentine, e i bianchi aromatici come il Müller Thurgau e la rara Nosiola. In ultimo, le grappe trentine storiche (Marzadro, Villa de Varda e Endrizzi) sono distillati di vinacce prodotte tradizionalmente da uve locali, tutelate da specifici metodi artigianali e da un marchio di qualità dell’Istituto Tutela Grappa Trentina.

 

 




A Montréal la moda italiana va in scena: il Made in Italy conquista il Canada

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La moda italiana torna protagonista in Canada.

Dal 17 al 23 agosto, Montréal ospita la seconda edizione delle Giornate della Moda Italiana nel Mondo, iniziativa promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per portare all’estero non soltanto i grandi nomi della moda italiana, ma anche la creatività, l’artigianalità e la capacità di innovazione che caratterizzano il Made in Italy.

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La manifestazione si svolge nell’ambito della 26ª edizione del Festival M.A.D. – Mode, Arts et Divertissement, con il sostegno dell’Ambasciata d’Italia a Ottawa, del Consolato Generale d’Italia a Montréal, dell’Istituto Italiano di Cultura e dell’ICE.

Il cuore dell’iniziativa è la mostra “Italia è Moda”, allestita al Fairmont The Queen Elizabeth di Montréal.

Curata da Clara Tosi Pamphili, l’esposizione presenta abiti e accessori organizzati secondo i diversi momenti della vita quotidiana: dall’abbigliamento da giorno a quello da sera, fino allo sportivo. L’obiettivo è raccontare la moda italiana non soltanto come lusso, ma come un sistema nel quale convivono creatività, ricerca, manifattura e cultura.

E proprio questa è una delle caratteristiche più interessanti dell’iniziativa.

Il Made in Italy non è soltanto una griffe.

Dietro un abito ci sono designer, artigiani, aziende, tessuti, tecniche di lavorazione e una lunga tradizione che continua a confrontarsi con le nuove tecnologie.

Tra i pezzi più particolari della mostra ci sono anche due costumi originali del film “Il Casanova” di Federico Fellini, disegnati dal costumista Danilo Donati e realizzati dalla Sartoria Farani.

Quei costumi conquistarono nel 1977 l’Oscar per i migliori costumi.

La loro presenza a Montréal permette quindi di allargare il discorso.

La moda italiana non vive soltanto sulle passerelle.

È entrata nel cinema, nel teatro, nella fotografia e nell’immaginario internazionale, contribuendo per decenni a costruire l’immagine dell’Italia nel mondo.

La mostra non guarda però soltanto al passato.

Sono previsti anche contenuti audiovisivi e installazioni digitali interattive dedicati ai processi creativi e al patrimonio delle imprese italiane coinvolte.

È un elemento importante, perché racconta un’Italia diversa da quella dello stereotipo.

L’artigianato italiano non è necessariamente sinonimo di passato.

Può convivere con la tecnologia, con la ricerca sui materiali, con la sostenibilità e con nuovi modelli produttivi.

È proprio questa capacità di unire tradizione e innovazione che continua a rendere competitivo il sistema della moda italiana.

La scelta di Montréal non è casuale.

La città rappresenta una realtà internazionale e multiculturale e il Québec è un mercato importante per il sistema italiano.

Ma soprattutto Montréal è la prima tappa del percorso internazionale delle Giornate della Moda Italiana nel Mondo 2026.

Dopo il Canada, la mostra è destinata a proseguire il proprio viaggio verso altri Paesi. È quindi l’inizio di un progetto molto più ampio.

Per la comunità italiana di Montréal l’iniziativa ha naturalmente un significato particolare.

Vedere all’estero una parte così importante della cultura italiana significa anche ritrovare qualcosa delle proprie radici.

Ma l’obiettivo non è rivolgersi soltanto agli italiani.

Al contrario, il vero successo di un’iniziativa del genere consiste nel far conoscere l’Italia a chi italiano non è.

Un abito, un tessuto o un accessorio possono diventare infatti il punto di partenza per scoprire un Paese, la sua storia e la sua cultura.

È questo, in fondo, il significato più interessante delle Giornate della Moda Italiana nel Mondo.

La moda diventa uno strumento di diplomazia culturale ed economica.

Portare all’estero il Made in Italy significa sostenere le imprese italiane, aprire nuovi mercati e creare occasioni commerciali.

Ma significa anche raccontare un’idea dell’Italia fatta di bellezza, creatività, capacità artigianale e innovazione.

E in un momento nel quale la competizione internazionale nel settore della moda è sempre più forte, mantenere riconoscibile questa identità diventa particolarmente importante.

Per una settimana Montréal sarà quindi una piccola capitale della moda italiana.

Non soltanto per le grandi firme, ma per tutto quello che esiste dietro e intorno alla moda: le competenze, i mestieri, le imprese e quella particolare capacità italiana di trasformare un’idea in qualcosa che può essere apprezzato in ogni parte del mondo.

La mostra chiuderà il 23 agosto.

Ma il viaggio della moda italiana continuerà.

E forse è proprio questo il messaggio più bello che arriva dal Canada:

il Made in Italy può cambiare forme, materiali e linguaggi, ma continua a viaggiare.

E ogni volta che attraversa un confine porta con sé un pezzo della storia e della creatività italiana.




“Neil, the road of the moon”, il viaggio dell’uomo verso la luna diventa rock sinfonico

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Ci sono imprese che appartengono alla storia dell’umanità.

Una di queste cominciò il 16 luglio 1969, quando l’Apollo 11 partì dalla Terra con a bordo Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins. Quattro giorni dopo, il 20 luglio, Armstrong diventò il primo essere umano a camminare sulla superficie della Luna.

Sono passati più di cinquant’anni, ma quella notte continua a conservare intatta la sua forza e il suo fascino.

Da questa storia nasce “Neil – The Road of the Moon”, la nuova opera del Ennio Marchetti Project, pubblicata oggi sulle principali piattaforme digitali.

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Non soltanto la conquista della Luna

L’idea non era realizzare una semplice ricostruzione musicale della missione Apollo 11.

Era raccontare, attraverso la musica, il sogno di un uomo e quello di un’intera generazione.

Prima dell’astronauta che vediamo nelle fotografie c’era un bambino che guardava il cielo.

Prima del primo passo sulla Luna ci furono anni di preparazione, esperimenti, rischi, fallimenti, coraggio e una straordinaria volontà di arrivare dove nessun essere umano era mai arrivato.

Per questo Neil – The Road of the Moon interpreta il viaggio verso la Luna come un viaggio fisico, ma anche interiore.

Il viaggio diventa musica

L’opera si muove nell’ambito del rock progressivo sinfonico, con atmosfere spaziali, ampi sviluppi strumentali e una ricerca sonora ispirata anche alla grande stagione del progressive degli anni Settanta.

Sintetizzatori, tastiere, chitarre, basso, batteria ed elementi orchestrali costruiscono un paesaggio sonoro nel quale convivono l’immensità dello spazio e la dimensione profondamente umana della missione.

La musica non vuole competere con le immagini storiche dell’Apollo 11.

Vuole accompagnarle.

Vuole immaginare cosa significasse per quegli uomini guardare per la prima volta la Terra dallo spazio e, poco dopo, trovarsi davanti a un mondo completamente diverso.

Dalla Terra alla Luna

Apollo 11 non fu soltanto il viaggio di Neil Armstrong.

Michael Collins rimase in orbita intorno alla Luna mentre Armstrong e Aldrin scendevano sulla superficie con il modulo lunare Eagle. Dopo l’allunaggio, Armstrong e Aldrin trascorsero circa 22 ore sulla Luna prima di iniziare il viaggio di ritorno.

Ma la figura di Armstrong rimase per sempre legata a quel momento che cambiò la storia.

Quel primo passo non fu soltanto una straordinaria conquista tecnologica.

Diventò anche il simbolo di ciò che l’essere umano può tentare quando decide di superare i propri limiti.

Il significato di “The Road of the Moon”

Il titolo non indica soltanto la strada che portò l’Apollo 11 verso la Luna.

È la strada dei sogni umani.

La strada di chi guarda qualcosa che sembra impossibile e, invece di accettare che lo sia, comincia a chiedersi:

E se potessimo farlo?

È questa la domanda che accompagna l’intera opera.

Oggi Neil – The Road of the Moon comincia il suo viaggio.

🌕🚀 È disponibile sulle principali piattaforme digitali.

Ascolta “Neil – The Road of the Moon”

Ascolta su YouTube Music:

 https://music.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_ln57apordsMqUdgqabrufU8R6_7gqlNs0

Ennio Marchetti Project

Un nuovo viaggio. Una nuova storia. La Luna è ancora là, a ricordarci che qualche volta l’impossibile è soltanto un sogno che aspetta di essere realizzato.




ATLANTIDA: nasce il progetto delle opere sinfoniche dell’Ennio Marchetti Project

cop atlantida

È uscito oggi “Atlantida”, la prima di cinque opere sinfoniche che accompagneranno un nuovo percorso musicale di Ennio Marchetti Project

C’è un momento, nella vita di un progetto musicale, in cui si sente il bisogno di cambiare prospettiva, di abbandonare per un momento la struttura tradizionale della canzone e provare a costruire qualcosa di più ampio.

Per l’Ennio Marchetti Project quel momento è arrivato con Atlantida, pubblicata oggi sulle principali piattaforme musicali.

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Non si tratta però di un progetto isolato. Atlantida è infatti la prima di cinque opere sinfoniche che verranno pubblicate nel prossimo periodo e che rappresentano una nuova fase del percorso creativo di Ennio Marchetti Project.

Dopo Atlantida arriveranno Las Mariposas, Neil, Saint Helena e Alaric.

Cinque opere profondamente diverse per storia, ambientazione e atmosfera, ma accomunate dalla volontà di utilizzare la musica per costruire racconti, immagini ed emozioni.

DA ATLANTIDA A ALARIC

Il progetto parte da Atlantida, una storia che porta immediatamente verso il mito, il mistero e l’immaginazione.

A seguire sarà la volta di Las Mariposas, opera ispirata a una vicenda reale e costruita attraverso una dimensione narrativa e sinfonica. Un’opera nella quale la musica accompagna una storia di libertà, coraggio e sacrificio.

Poi arriverà Neil, un progetto dalle atmosfere più visionarie e spaziali, seguito da Saint Helena, legato a una delle figure più affascinanti e controverse della storia europea.

A chiudere questa prima serie sarà Alaric, dedicata al re dei Visigoti che nel 410 entrò a Roma, aprendo una delle pagine più simboliche della storia dell’Impero romano.

Cinque mondi completamente diversi, dunque, ma un unico percorso creativo.

UNA NUOVA DIMENSIONE MUSICALE

La realizzazione di queste opere nasce dalla scrittura, dalla composizione e dalla produzione dell’Ennio Marchetti Project, utilizzando anche le possibilità offerte dagli strumenti di intelligenza artificiale per gli arrangiamenti e l’interpretazione vocale.

L’intelligenza artificiale, in questo progetto, non sostituisce l’idea musicale originaria, ma diventa uno strumento attraverso il quale trasformare una composizione e una visione narrativa in un’opera più complessa.

Il risultato è un territorio musicale che attraversa rock sinfonico, progressive, musica orchestrale e atmosfere cinematografiche.

IL PRIMO CAPITOLO È ATLANTIDA

Con l’uscita di Atlantida si apre quindi ufficialmente questo nuovo percorso.

Un primo capitolo al quale ne seguiranno altri quattro.

Per Ennio Marchetti Project, dopo una serie di album dedicati a generi e atmosfere molto differenti, dalle sonorità latinoamericane al country rock, dal soul alla musica folk, questo rappresenta un nuovo passo: raccontare storie attraverso opere musicali di più ampio respiro.

Atlantida è disponibile da oggi sulle principali piattaforme di streaming.

In Spotify: ATLÁNTIDA – Álbum de Ennio Marchetti Project | Spotify

E il viaggio, questa volta, è appena cominciato.

Testi, musica e produzione: Ennio Marchetti Project.
Arrangiamenti e interpretazione vocale: realizzati con il supporto dell’intelligenza artificiale.




Ferragosto, dall’Italia al mondo: il 15 agosto tra mare, tradizione, fede e voglia di stare insieme

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C’è un giorno dell’anno nel quale, per gli italiani, sembra quasi che il Paese intero si fermi.

È Ferragosto.

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Il 15 agosto significa mare, montagna, pranzi interminabili, grigliate, gite, feste di paese, fuochi d’artificio e, per molti, qualche ora trascorsa semplicemente a non fare nulla.

Ma Ferragosto non è soltanto una tradizione italiana. Il 15 agosto viene celebrato in numerosi Paesi del mondo, soprattutto nelle nazioni di tradizione cattolica e ortodossa, anche se con nomi, riti e significati differenti.

E dietro questa giornata apparentemente dedicata soltanto alle vacanze c’è una storia lunghissima.

Dalle Feriae Augusti all’Assunzione

La parola Ferragosto deriva dal latino Feriae Augusti, le “ferie di Augusto”, un periodo di riposo legato alle celebrazioni dell’antica Roma.

Il calendario romano prevedeva numerose feste durante il mese di agosto, legate anche alla fine delle grandi fatiche agricole estive. Il riposo e i festeggiamenti avevano quindi un significato molto concreto: dopo il lavoro nei campi arrivava finalmente il momento di divertirsi.

Con il cristianesimo, la tradizione si intrecciò con la celebrazione dell’Assunzione di Maria, fissata al 15 agosto.

Da allora le due dimensioni, quella popolare e quella religiosa, hanno continuato a convivere.

È probabilmente anche questo uno dei motivi per cui Ferragosto è riuscito a diventare una delle feste più caratteristiche della cultura italiana.

Il Ferragosto degli italiani

In Italia il 15 agosto è diventato nel tempo molto più di una festa religiosa.

È diventato il simbolo dell’estate.

C’è chi lo trascorre sulla spiaggia, chi organizza il tradizionale pranzo con parenti e amici, chi parte per una gita fuori porta e chi cerca rifugio al fresco in montagna.

In molte località italiane il Ferragosto coincide inoltre con feste patronali, processioni, concerti, sagre e spettacoli pirotecnici.

E soprattutto con una tradizione che resiste al passare degli anni: mangiare insieme.

Pranzi e cene di Ferragosto possono trasformarsi in vere maratone gastronomiche, con piatti diversi a seconda della regione.

Pesce sulle coste, carne e grigliate nell’entroterra, pasta, verdure, dolci tradizionali e naturalmente gelati.

Il Ferragosto sul mare

In molte località costiere italiane la festa assume anche una dimensione religiosa molto suggestiva.

Le statue della Madonna vengono portate in processione fino al mare e, in alcune località, imbarcate su pescherecci e accompagnate da altre barche.

È una tradizione particolarmente diffusa lungo le coste italiane e unisce devozione religiosa, cultura marinara e festa popolare.

Quando arriva la sera, poi, spesso sono i fuochi d’artificio a chiudere la giornata.

Una scena che si ripete da nord a sud, anche se ogni località conserva le proprie tradizioni.

Ma il 15 agosto non è solo italiano

Se un italiano all’estero sente parlare del 15 agosto, potrebbe pensare immediatamente al Ferragosto.

Ma basta attraversare il Mediterraneo per scoprire che quella stessa data viene celebrata in maniera molto diversa.

In Spagna è la festa dell’Asunción de la Virgen, con processioni, feste popolari, musica e manifestazioni che coinvolgono città e piccoli centri.

In Grecia, dove la tradizione ortodossa parla della Dormizione della Vergine, il 15 agosto è una delle principali ricorrenze religiose dell’anno.

In numerose isole e località del Paese le celebrazioni religiose si accompagnano a musica, tavolate e feste popolari.

Anche a Malta, la festa di Santa Marija è profondamente radicata nella tradizione locale.

E dall’altra parte dell’Atlantico?

Il 15 agosto assume un significato particolare anche in America Latina.

In molti Paesi dell’area la celebrazione dell’Assunzione si è intrecciata con la cultura locale e con le tradizioni delle comunità.

Un esempio particolarmente curioso è il Paraguay.

La capitale Asunción porta infatti il nome dell’Assunzione della Vergine e fu fondata il 15 agosto 1537. La festa patronale della città rappresenta quindi un appuntamento particolarmente importante per la popolazione.

In altri Paesi latinoamericani il 15 agosto è caratterizzato da processioni, messe, feste patronali e manifestazioni popolari.

E così una tradizione nata dall’intreccio tra mondo romano e cristianesimo continua a vivere a migliaia di chilometri dall’Italia.

In Messico la fede incontra la festa popolare

Anche il Messico celebra l’Assunzione di Maria in numerose comunità.

Qui, come in altri Paesi latinoamericani, la ricorrenza religiosa spesso diventa una festa collettiva che coinvolge interi quartieri e piccoli centri.

Processioni, musica, bancarelle, cibo e celebrazioni religiose trasformano la giornata in un appuntamento comunitario.

È una caratteristica che gli italiani all’estero conoscono bene: le tradizioni religiose non rimangono necessariamente confinate nelle chiese, ma diventano momenti di incontro tra famiglie e comunità.

E in Giappone? Una festa completamente diversa

Ancora più interessante è quello che accade in Giappone.

Il periodo di metà agosto coincide con l’Obon, una delle principali ricorrenze tradizionali giapponesi dedicate al ricordo degli antenati.

Non è il Ferragosto italiano e non ha la stessa origine religiosa.

Ma curiosamente anche qui agosto diventa un periodo nel quale molte persone tornano nei luoghi d’origine, si riuniscono con la famiglia e dedicano tempo alla memoria dei propri cari.

Una coincidenza sorprendente.

In Italia il 15 agosto è soprattutto associato alla vacanza.

In Giappone, nello stesso periodo, assume invece un forte significato familiare e commemorativo.

Ferragosto per gli italiani nel mondo

Ed è proprio qui che Ferragosto assume un significato particolare per gli italiani che vivono all’estero.

A New York come a Buenos Aires, a Toronto come a Santo Domingo, a Montréal come a San Paolo, il 15 agosto può diventare un’occasione per ritrovarsi tra connazionali.

Magari non ci sono le spiagge italiane.

Non c’è il pranzo nella casa dei nonni.

Non ci sono necessariamente i fuochi d’artificio sul lungomare.

Ma basta una tavola imbandita, qualche piatto italiano e un gruppo di amici per ricreare almeno un piccolo pezzo di quella tradizione.

È quello che fanno da anni le comunità italiane all’estero: portare le proprie feste oltre i confini geografici.

Una festa che cambia, ma non scompare

Forse Ferragosto è proprio questo.

Una festa che ha cambiato significato molte volte.

È stata una celebrazione romana, è diventata una ricorrenza cristiana e, nell’Italia moderna, si è trasformata soprattutto nella grande festa dell’estate.

Ma una cosa è rimasta immutata:

il desiderio di stare insieme.

Che sia davanti a una grigliata in una casa di campagna, su una spiaggia italiana, durante una processione in Spagna, davanti a una chiesa messicana o a una tavola di italiani emigrati dall’altra parte del mondo, il significato profondo è sorprendentemente simile.

Fermarsi.

Incontrarsi.

Festeggiare.

E, almeno per un giorno, mettere da parte il lavoro e i problemi.

Buon Ferragosto, ovunque voi siate

Domani, 15 agosto 2026, Ferragosto cadrà di sabato.

Milioni di italiani saranno al mare, in montagna, nelle città d’arte o semplicemente a casa.

Altri milioni di persone, in Europa e nel resto del mondo, celebreranno invece l’Assunzione secondo le proprie tradizioni.

E ci saranno anche gli italiani emigrati.

Quelli che magari guarderanno una fotografia del mare italiano, prepareranno un piatto della propria regione o faranno una telefonata alla famiglia rimasta in Italia.

Perché le tradizioni hanno una caratteristica straordinaria:

possono viaggiare.

E Ferragosto, dopo aver attraversato duemila anni di storia, continua ancora oggi a viaggiare insieme agli italiani.

Buon Ferragosto a chi è in Italia e a chi, ovunque si trovi nel mondo, domani sentirà un po’ più forte il legame con la propria terra.




“Italia è moda” arriva a Montréal: il Made in Italy protagonista in Canada

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La moda italiana arriva a Montréal per raccontare al pubblico canadese non soltanto lo stile, ma anche la creatività, la tradizione artigianale e la capacità di innovare che hanno reso il Made in Italy famoso in tutto il mondo.

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Dal 17 agosto, nell’ambito della 26ª edizione del MAD Festival, la città canadese ospiterà infatti la seconda edizione degli Italian Fashion Days in the World, con la mostra “Italia è moda”. L’iniziativa è organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e realizzata con il sostegno dell’Ambasciata d’Italia a Ottawa, del Consolato Generale d’Italia a Montréal e dell’Istituto Italiano di Cultura.

La moda italiana va oltre le passerelle

L’idea alla base della mostra è quella di presentare la moda italiana come un universo molto più ampio delle grandi firme.

Abiti e accessori dialogano con oggetti e situazioni della vita quotidiana, attraverso tre momenti principali: giorno, sera e sport.

Accanto alle maison più conosciute trovano spazio anche designer emergenti e produzioni rappresentative di settori nei quali l’Italia continua a essere un punto di riferimento internazionale: pelletteria, calzature, occhiali, gioielli e cosmetici.

Il messaggio è chiaro: dietro un prodotto italiano non c’è soltanto un marchio.

Ci sono cultura, ricerca, competenze artigianali e una lunga tradizione manifatturiera.

Da Montréal parte un viaggio internazionale

L’appuntamento canadese ha anche un significato particolare perché rappresenta la prima tappa di un tour internazionale destinato a portare la mostra in altri Paesi.

Montréal diventa quindi una sorta di porta d’ingresso per un progetto che vuole promuovere nel mondo l’eccellenza italiana nel campo della moda e delle industrie creative.

Una scelta significativa.

Il Canada è infatti un Paese nel quale esiste una numerosa comunità di origine italiana e nel quale il Made in Italy gode da tempo di una forte reputazione.

Per gli italiani residenti in Canada, iniziative di questo genere rappresentano inoltre un’occasione per ritrovare una parte della propria cultura in un contesto internazionale.

Anche il cinema entra nella moda

Tra i pezzi più particolari della mostra ci sono due costumi originali del film “Casanova” di Federico Fellini.

Furono disegnati dal grande costumista Danilo Donati e realizzati dalla Sartoria Farani. I costumi ottennero nel 1977 l’Oscar per i migliori costumi.

La loro presenza a Montréal permette così di raccontare un altro aspetto della creatività italiana.

La moda e il cinema, infatti, in Italia hanno spesso camminato insieme.

Il costume cinematografico non è soltanto un abito: contribuisce a creare un personaggio, un’epoca, un’atmosfera.

E nel cinema di Fellini questa componente ha avuto un’importanza straordinaria.

Tecnologia e tradizione

La mostra non guarda però soltanto al passato.

Contenuti audiovisivi e installazioni digitali interattive accompagneranno l’esposizione, mostrando anche i processi creativi e il patrimonio delle aziende italiane coinvolte nel progetto.

È un elemento importante.

Perché uno degli stereotipi più difficili da superare è quello di un Made in Italy legato esclusivamente alla tradizione.

La realtà è diversa.

La moda italiana continua a vivere proprio perché riesce a combinare artigianato e tecnologia, memoria e innovazione, creatività e industria.

Un’occasione anche per Montréal

La presenza di “Italia è moda” si inserisce nel programma del MAD Festival, dedicato a moda, arte e spettacolo.

La collaborazione con le istituzioni italiane rafforza quindi il carattere internazionale della manifestazione e permette al pubblico canadese di entrare in contatto con una parte importante della cultura italiana contemporanea.

La mostra sarà inaugurata il 17 agosto e resterà aperta al pubblico dal 18 al 23 agosto.

Sei giorni possono sembrare pochi.

Ma l’obiettivo del progetto va ben oltre Montréal.

Il vero valore del Made in Italy

Quando si parla di Made in Italy si pensa immediatamente alla moda.

Ma dietro quella definizione c’è qualcosa di molto più grande.

C’è la capacità italiana di trasformare la creatività in prodotti riconoscibili in tutto il mondo.

C’è il lavoro di migliaia di artigiani e imprese.

Ci sono scuole di moda, designer, fotografi, costumisti, produttori e professionisti che contribuiscono a costruire quell’immagine dell’Italia che continua ad avere un enorme valore internazionale.

Portare tutto questo all’estero significa quindi fare anche promozione dell’Italia.

Non soltanto commerciale.

Anche culturale.

L’Italia che si presenta al mondo

La mostra di Montréal offre così un’immagine dell’Italia che va oltre le cartoline turistiche.

È l’Italia della creatività.

L’Italia delle imprese.

L’Italia dell’artigianato di qualità.

L’Italia del cinema e del design.

E soprattutto l’Italia capace di rinnovarsi senza perdere il rapporto con la propria storia.

Per gli italiani che vivono in Canada sarà anche un’occasione per sentirsi un po’ più vicini al Paese d’origine.

Per i canadesi sarà invece l’opportunità di conoscere meglio una delle espressioni più riconoscibili della cultura italiana.

E per il nostro Paese, un’altra occasione per ricordare al mondo che il Made in Italy non è soltanto un’etichetta: è un modo di creare, progettare e interpretare la bellezza.