Firenze e la sua famosa ed iconica bistecca

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Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

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Nel cuore della Toscana, la bistecca alla fiorentina non è solo un piatto, ma un simbolo del patrimonio culturale locale che rappresenta secoli di tradizione, cultura ed eccellenza culinaria, ed è un’esperienza imperdibile per chi visita Firenze.

Il taglio è quello alto nella lombata e cotto al sangue sulla brace: una perfetta definizione di questo piatto conosciuto in tutto il mondo, che recentemente è entrato nell’elenco PAT (quello dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani istituito dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali con la collaborazione delle Regioni).

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Per una vera bistecca fiorentina certificata PAT, sono esclusivamente necessarie le razze toscane (Chianina, Calvana, Maremmana) oppure altre purchè allevate in Toscana e con l’osso a T, la tipica forma locale. Pesa da 1 a 1,5 chili ed è alta cinque o sei centimetri (per i puristi, “sotto le quattro dita è carpaccio”). Si cuoce al sangue sulla brace di legno e si condisce solo con sale, pepe e olio extravergine d’oliva.

Di seguito le sue inderogabili e principali caratteristiche; il taglio: la lombata con filetto, controfiletto e l’osso in mezzo, appunto, come già menzionato, a T; la carne: solitamente, la più usata è sicuramente quella di razza Chianina; la cottura: molto al sangue, con la crosta esterna croccante; il condimento: sale grosso e olio extravergine d’oliva, preferibilmente toscano.

A seguire le imprescindibili regole per una cottura adeguata alla tradizione; temperatura ambiente: togliete la carne dal frigo molto prima di cuocerla; fuoco vivo e intenso: usate la brace di legno di quercia molto calda; tempi di cottura: cuocete per circa 3-5 minuti per lato e pochi minuti in piedi sull’osso, con grado di cottura “al sangue”; il riposo: fate riposare la carne prima di servirla; come tagliarla: per gustarla al meglio, staccate la carne dall’osso con un coltello affilato, separando il filetto dal controfiletto, quindi procedete tagliando la carne a fettine verticali o leggermente inclinate rispetto alla fibra muscolare; la temperatura: servitela al sangue (interno rosato e caldo, intorno ai 48-52°C al cuore) evitando di stracuocerla.

Infine, ricordiamo che il nome bistecca è stato inventato dai fiorentini che hanno l’abitudine di italianizzare le parole straniere mettendoci in tutti i modi una vocale alla fine e raddoppiando le consonanti. Così beef-steak, la costola di bovino, è diventata la bistecca.

Questo piatto, secondo la tradizione, nasce nelle fattorie di fine Ottocento quando si macellavano le vacche vecchie o i vitelloni castrati, dato che la carne troppo giovane non va bene per una bistecca alla fiorentina.

In ultimo, riveste assoluta importanza la lunga frollatura, un procedimento che serve a degradare le fibre della carne rendendola più morbida e ad aumentare il sapore di ogni boccone. E buon appetito.

*Firenze offre una cucina povera ma ricca di gusto, basata su carni pregiate e verdure dell’orto. Tra i piatti simbolo, oltre alla bistecca alla fiorentina, il celebre lampredotto, una frattaglia, la terza parte dello stomaco della mucca, bollito per ore nel brodo e servito in un panino, la cui parte superiore viene inzuppata nel brodo, mentre su quella inferiore viene tagliato il lampredotto, condito con sale e pepe, salsa verde e/o piccante; la saporita ribollita e la classica pappa al pomodoro. Da ricordare che il pane toscano è “sciocco”, cioè cotto senza aggiunta di sale.

Tra gli antipasti, i crostini di pane al paté di fegatini di pollo; il già menzionato panino col lampredotto; la finocchiona, il salame tipico locale insaporito con i semi di finocchio; i coccoli con il prosciutto, palline di pasta di pane fritte servite calde con salumi.

Tra i primi piatti, la già menzionata ribollita, una zuppa densa di pane raffermo, cavolo nero e fagioli; la suddetta pappa al pomodoro: un piatto povero estivo a base di pomodoro, pane e basilico; le pappardelle al cinghiale o alla lepre, una pasta fresca con ragù di selvaggina; le crespelle alla fiorentina, dei cannelloni ripieni di ricotta e spinaci coperti di besciamella; gli gnudi, in pratica il ripieno dei ravioli classici a base di ricotta e spinaci, preparato senza il tipico rivestimento di pasta (da qui il nome “gnudi”) e serviti con salsa di pomodoro fresco.

Tra i secondi piatti, oltre alla bistecca alla fiorentina, il peposo all’Impruneta, uno spezzatino di manzo cotto a lungo nel vino rosso e pepe.

Tra i dolci, la schiacciata fiorentina, dolce soffice ricoperto di zucchero a velo tipico del periodo di carnevale, profumato all’arancia e decorato con il tipico giglio di zucchero a velo o cacao; lo zuccotto fiorentino, storico semifreddo a base di pan di Spagna bagnato all’alchermes, con un ripieno di ricotta, cacao e canditi; il budino di riso, un dolcetto fatto con una base di pasta frolla e un ripieno cremoso di riso cotto nel latte, vaniglia e scorza d’agrumi; i classici cantuccini, biscotti secchi alle mandorle nati a Prato ma diffusi in tutta la regione, tradizionalmente intinti nel Vin Santo a fine pasto; il castagnaccio, dolce autunnale a base di farina di castagne, acqua, olio d’oliva, pinoli, noci e rosmarino; il dolce Firenze, un’antica ricetta di recupero a base di pane raffermo tostato, latte, uova, uvetta e limone.

Infine, i vini tipici di Firenze e del suo territorio includono il celebre Chianti DOCG, il prestigioso Chianti Classico DOCG (riconoscibile dal simbolo del Gallo Nero), il Carmignano DOCG, il Pomino DOC e il dolce Vin Santo del Chianti, basati principalmente sul vitigno Sangiovese.

 



Miami, il mercato del lusso fa volare il “home staging”: anche le case devono saper sedurre

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A Miami il lusso immobiliare non si ferma alla casa. Oggi deve arrivare anche alla sua presentazione.

Nel mercato delle abitazioni di fascia alta sta infatti crescendo la richiesta di home staging, la tecnica utilizzata per preparare una proprietà prima di metterla in vendita, attraverso arredamento, illuminazione, disposizione degli ambienti e dettagli decorativi studiati per rendere l’immobile più attraente agli occhi dei potenziali acquirenti.

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Una tendenza che a Miami assume caratteristiche particolari, perché qui il mercato immobiliare di lusso è alimentato da una forte presenza di acquirenti internazionali e da una clientela abituata a confrontare le proprietà soprattutto attraverso fotografie, video e visite virtuali.

Non basta avere una casa costosa

Il principio è abbastanza semplice.

Una villa con vista sull’oceano, un appartamento di lusso a Brickell o una proprietà esclusiva a Coral Gables possono avere caratteristiche straordinarie, ma se vengono presentati male rischiano di non attirare l’attenzione che meritano.

Il home staging interviene proprio su questo aspetto.

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Gli ambienti vengono alleggeriti, ordinati e arredati in modo da permettere al potenziale acquirente di immaginarsi già dentro quella casa.

Non si tratta quindi semplicemente di decorare.

È una vera e propria strategia di marketing immobiliare.

La prima impressione arriva dallo smartphone

Il cambiamento più importante degli ultimi anni è forse questo: molto spesso il primo incontro tra un acquirente e una casa non avviene davanti alla porta d’ingresso.

Avviene sullo schermo di uno smartphone o di un computer.

Le fotografie dell’immobile, i video e i tour virtuali possono determinare in pochi secondi se una persona deciderà oppure no di approfondire l’offerta.

Nel mercato di Miami questo aspetto è particolarmente importante. Gli acquirenti possono trovarsi in un’altra città, in un altro Stato o addirittura in un altro Paese.

La casa deve quindi riuscire a vendere se stessa già attraverso le immagini.

Il lusso vuole emozionare

Nel segmento più alto del mercato il discorso diventa ancora più evidente.

Chi acquista una proprietà da diversi milioni di dollari non cerca soltanto metri quadrati, camere da letto o una determinata vista.

Sta acquistando uno stile di vita.

Per questo il home staging di una proprietà di lusso punta spesso a creare un’atmosfera precisa: ambienti eleganti ma non eccessivamente personali, mobili di design, illuminazione studiata, opere d’arte e spazi organizzati in modo da valorizzare le caratteristiche dell’immobile.

L’obiettivo è far pensare al visitatore:

“Potrei vivere qui.”

È questa reazione emotiva che il home staging cerca di provocare.

Miami è un mercato internazionale

La forza di Miami sta anche nella sua capacità di attirare compratori provenienti da tutto il mondo.

America Latina, Canada, Europa e altre aree del mondo alimentano da anni la domanda immobiliare del Sud della Florida.

Questo significa che una proprietà può essere proposta contemporaneamente a persone con culture, gusti e aspettative molto differenti.

La presentazione diventa quindi fondamentale.

Una casa troppo personalizzata può piacere moltissimo al proprietario ma risultare poco attraente a un potenziale compratore straniero.

Il home staging cerca invece di creare un ambiente abbastanza sofisticato da comunicare il valore dell’immobile, ma sufficientemente neutro da permettere al cliente di immaginare la propria vita al suo interno.

Anche l’intelligenza artificiale entra nel gioco

Il settore sta inoltre vivendo un’altra trasformazione: quella del virtual staging.

Grazie agli strumenti digitali e all’intelligenza artificiale è oggi possibile modificare virtualmente una fotografia, aggiungendo mobili, cambiando la disposizione di una stanza o mostrando come potrebbe apparire un ambiente vuoto dopo l’arredamento.

È una soluzione molto meno costosa rispetto all’allestimento fisico di una proprietà.

Ma presenta anche un problema: quanto può essere modificata una fotografia prima che smetta di rappresentare realmente la casa?

Il rischio è che un’immagine perfetta generata digitalmente crei aspettative che il visitatore non ritroverà quando entrerà realmente nell’abitazione.

Per questo la trasparenza rimane fondamentale.

Una casa messa in scena vale davvero di più?

Gli operatori del settore sostengono che una proprietà ben preparata possa attirare più rapidamente l’attenzione e ridurre i tempi di permanenza sul mercato. Alcune società di home staging di Miami riportano anche aumenti significativi del valore percepito e della velocità di vendita.

Naturalmente non significa che basti mettere qualche mobile elegante per aumentare automaticamente il prezzo di una casa.

Il valore immobiliare continua a dipendere soprattutto da posizione, caratteristiche dell’edificio, condizioni del mercato e qualità dell’immobile.

Ma la presentazione può fare la differenza tra una proprietà che viene immediatamente notata e una che rimane per mesi tra gli annunci.

Miami insegna che anche il lusso deve essere raccontato

Il successo crescente del home staging racconta qualcosa di più profondo sul mercato immobiliare contemporaneo.

Oggi non si vende soltanto una casa.

Si vende un’immagine della vita che quella casa promette.

E Miami, con il suo mercato internazionale, le sue ville sul mare, i suoi condomini di lusso e i suoi acquirenti provenienti da tutto il mondo, è probabilmente uno dei luoghi nei quali questa trasformazione si vede meglio.

Una volta bastava aprire la porta e mostrare la casa.

Oggi, prima ancora che quella porta venga aperta, bisogna riuscire a convincere il compratore a volerla attraversare.

Perché nel mercato immobiliare di lusso, a Miami come altrove, anche una casa deve saper fare una buona prima impressione.




Ennio Marchetti Project: cinque album già pubblicati e altri nove in arrivo

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Un progetto musicale indipendente nato dalla passione per la musica e dalla voglia di trasformare idee, ricordi e canzoni in nuove produzioni.

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La musica può nascere in molti modi. A volte da un’idea rimasta per anni in un cassetto, altre volte da un ricordo, da una storia, da un’immagine o semplicemente da una melodia che continua a girare nella testa.

È da questo spirito che nasce Ennio Marchetti Project, un progetto musicale indipendente del direttore di Fatti Nostri che sta prendendo forma album dopo album e che, in poche settimane, ha già portato alla pubblicazione di cinque album, mentre altri nove nuovi lavori sono in preparazione e usciranno nei prossimi giorni.

Non si tratta di un progetto legato a un solo genere musicale. Al contrario, una delle sue caratteristiche principali è proprio la libertà di attraversare mondi musicali differenti.

Dal rock al country, dal folk al rhythm & blues, dal soul alla musica latina, ogni album nasce con una propria identità e con l’obiettivo di raccontare qualcosa di diverso.

Cinque album già disponibili

Il percorso è già iniziato con cinque produzioni che possono essere ascoltate sulle principali piattaforme di streaming musicale.

Tra queste c’è Caminos, un album in lingua spagnola che raccoglie canzoni scritte nel corso degli anni, e Trade Winds, caratterizzato da atmosfere country e rock.

Con Latido il progetto entra invece nel mondo della musica latina, attraversando sonorità che spaziano dal rock latino alla salsa, dalla bachata al reggae.

C’è poi Terre del Nord, dedicato alle atmosfere folk e rock delle terre del Nord dell’Inghilterra e della Scozia.

E infine Terra di cascine, un viaggio nelle sonorità del folk della Pianura Padana con dieci canzoni tutte nuove pensate e scritte come se fossero uscite dall’album dei ricordi.

Cinque album, dunque, ma soprattutto cinque mondi musicali differenti.

E non è finita qui

La parte forse più sorprendente del progetto è che questi primi cinque album rappresentano soltanto l’inizio.

Nei prossimi giorni sono previste altre nove pubblicazioni, che porteranno il catalogo dell’Ennio Marchetti Project a un totale di quattordici album.

Tra i progetti in arrivo ci sono nuove esplorazioni della musica italiana, latina e internazionale, oltre a lavori più ambiziosi che spaziano verso il rock progressivo e sinfonico.

Il progetto comprende infatti anche produzioni molto particolari, come opere rock e lavori costruiti intorno a storie e concept narrativi.

Dove ascoltare la musica

Gli album dell’Ennio Marchetti Project sono disponibili sulle principali piattaforme musicali, tra cui Spotify, YouTube Music, Amazon Music e SoundCloud, oltre agli altri servizi di streaming.

Un invito particolare va a chi utilizza Spotify: è possibile ascoltare la musica anche con il piano gratuito, quindi non è necessario sottoscrivere un abbonamento Premium per scoprire il progetto.

Naturalmente, chi apprezza la musica può anche seguire l’artista sulla piattaforma e aggiungere i brani alle proprie playlist.

Un progetto in continua evoluzione

L’Ennio Marchetti Project non nasce con l’ambizione di seguire le mode del momento.

È piuttosto un percorso personale attraverso generi, epoche e ricordi musicali diversi.

Ogni nuovo album aggiunge un tassello a un progetto che continua a crescere e che, almeno per il momento, sembra avere ancora molte storie da raccontare.

Cinque album sono già usciti. Altri nove arriveranno nei prossimi giorni.

Per chi ama scoprire musica indipendente e progetti fuori dagli schemi, può essere interessante seguire questo percorso fin dall’inizio.

🎧 Ennio Marchetti Project è disponibile sulle principali piattaforme musicali.

Seguitelo, ascoltate gli album già pubblicati e scoprite le prossime uscite.

Testi, musica e produzione: Ennio Marchetti Project.
Arrangiamenti e interpretazione vocale: realizzati con il supporto dell’intelligenza artificiale.




I figli di italiani nella Repubblica Dominicana possono ricevere una buona educazione nelle scuole dominicane?

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Quando una famiglia italiana decide di trasferirsi nella Repubblica Dominicana, ci sono molte domande da affrontare: la casa, il lavoro, la sanità, i documenti, il costo della vita.

Ma per chi ha figli, prima o poi arriva una domanda ancora più importante: dove studieranno i nostri figli?

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È una domanda che merita una risposta seria, perché scegliere una scuola non significa soltanto decidere dove trascorreranno una parte della giornata. Significa scegliere, almeno in parte, la preparazione culturale e professionale che avranno domani.

E allora possiamo chiederci: le scuole dominicane sono in grado di garantire ai figli degli italiani che vivono qui una buona educazione?

La risposta non può essere semplicemente sì o no.

Una scuola dominicana non è necessariamente una cattiva scuola

La Repubblica Dominicana ha fatto negli ultimi anni importanti investimenti nel settore dell’istruzione e dispone di scuole pubbliche e private con livelli molto differenti.

Esistono istituti privati bilingui e internazionali con programmi accademici molto strutturati, insegnamento delle lingue straniere, attività culturali e sportive e collegamenti con sistemi educativi internazionali.

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Alcune scuole private offrono inoltre programmi bilingui spagnolo-inglese e percorsi destinati a studenti di diverse nazionalità. Esistono quindi opportunità educative di buon livello, soprattutto per le famiglie che possono permettersi le rette delle scuole private più qualificate.

Ma questa è soltanto una parte della storia.

I dati internazionali fanno riflettere

Se guardiamo al sistema educativo dominicano nel suo complesso, emergono alcune difficoltà importanti.

I risultati PISA 2022 dell’OCSE mostrano che gli studenti dominicani di 15 anni hanno ottenuto risultati inferiori alla media OCSE in matematica, lettura e scienze.

In lettura, la Repubblica Dominicana ha registrato una media di 351 punti, contro i 476 della media OCSE. In matematica il punteggio medio è stato di 339 punti, contro 472 della media OCSE.

Sono dati che non possono essere ignorati.

Ma c’è anche un elemento positivo: rispetto al 2018, i risultati medi della Repubblica Dominicana sono migliorati in matematica, lettura e scienze. L’OCSE segnala quindi un progresso, anche se il divario con i Paesi più performanti rimane significativo.

Il problema della comprensione

Una delle questioni più importanti riguarda la capacità di comprendere ciò che si legge.

Il Ministero dell’Educazione dominicano dispone di valutazioni diagnostiche nazionali per gli studenti della terza e della sesta primaria e della terza secondaria, proprio per misurare competenze come lettura e matematica.

La questione è fondamentale.

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Un ragazzo può imparare a leggere correttamente le parole, ma avere difficoltà a comprendere un testo, individuare l’idea principale, fare collegamenti, interpretare informazioni implicite o distinguere un fatto da un’opinione.

E queste competenze diventano decisive quando si passa dalla scuola all’università e, successivamente, al mondo del lavoro.

Per una famiglia italiana c’è un problema in più

Per una famiglia dominicana la scelta della scuola è già importante.

Per una famiglia italiana che vive nella Repubblica Dominicana può esserlo ancora di più.

I figli degli italiani crescono infatti in un ambiente potenzialmente multilingue e multiculturale. A casa possono parlare italiano, fuori casa spagnolo e, se frequentano una scuola bilingue, anche inglese.

Questa può essere una straordinaria opportunità.

Ma soltanto se le lingue vengono realmente insegnate bene.

Un bambino italiano che frequenta una scuola dominicana dovrebbe poter uscire dal percorso scolastico con una buona conoscenza dello spagnolo, mantenere un rapporto solido con la lingua italiana e, possibilmente, acquisire una buona conoscenza dell’inglese.

Non è poco.

Pubblica o privata?

Qui entra in gioco una questione molto concreta.

Per una famiglia italiana che vive nella Repubblica Dominicana, la scelta spesso si presenta tra scuola pubblica, scuola privata dominicana, scuola bilingue o scuola internazionale.

Non esiste una risposta valida per tutti.

Una buona scuola privata può offrire strutture, classi meno numerose, programmi linguistici più articolati e maggiori possibilità di seguire individualmente lo studente.

Ma non bisogna confondere automaticamente il prezzo con la qualità.

Una retta elevata non garantisce necessariamente una preparazione eccellente. Prima di iscrivere un figlio sarebbe opportuno verificare il curriculum, la preparazione degli insegnanti, i risultati degli studenti, le lingue effettivamente utilizzate nelle diverse materie e soprattutto quale percorso viene offerto dopo la scuola.

E l’italiano?

C’è poi una domanda che riguarda direttamente la nostra comunità.

Che cosa succede alla lingua italiana?

Un bambino italiano che cresce nella Repubblica Dominicana rischia naturalmente di perdere progressivamente l’italiano se a casa non viene mantenuto un uso costante della lingua.

Non dovrebbe essere considerato un problema secondario.

Conoscere bene la lingua dei genitori significa mantenere un legame con la propria famiglia, con la propria cultura e con le proprie origini.

Per questo sarebbe interessante sviluppare maggiormente, anche attraverso le associazioni italiane presenti nel Paese, iniziative di sostegno alla lingua italiana rivolte ai bambini e ai ragazzi.

Una domanda che dovremmo porci

Alla fine, dunque, la domanda iniziale non ha una risposta semplice.

I figli degli italiani possono ricevere una buona educazione nella Repubblica Dominicana?

Sì, certamente possono.

Ma molto dipende dalla scuola scelta, dalla zona in cui si vive, dalle possibilità economiche della famiglia e soprattutto dalla qualità dell’istituto.

Il sistema dominicano presenta realtà molto diverse tra loro: accanto a scuole con difficoltà importanti esistono istituti privati e bilingui capaci di offrire percorsi educativi di buon livello.

Il vero problema è che non tutte le famiglie hanno le stesse possibilità di scelta.

Ed è proprio qui che dovrebbe concentrarsi il dibattito.

Perché una buona educazione non dovrebbe essere un privilegio riservato soltanto a chi può permettersi una scuola costosa.

Per una famiglia italiana che ha scelto di vivere nella Repubblica Dominicana, mandare i propri figli a scuola significa anche costruire il loro futuro.

E forse vale la pena ricordare una cosa semplice: si può cambiare casa, cambiare città, cambiare Paese. Ma gli anni di scuola di un bambino non tornano indietro.

Per questo la scelta della scuola merita molta più attenzione di quanto spesso siamo disposti a dedicarle.




Addio a Francesco Guccini, il poeta delle parole e della libertà

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L’Italia perde una delle voci più autorevoli e amate della sua musica. Francesco Guccini è morto oggi all’età di 86 anni nella sua Pavana, circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari. La notizia è stata comunicata dalla famiglia, che ha reso noto come, nel rispetto delle volontà dell’artista, i funerali si svolgeranno in forma strettamente privata. È prevista invece una cerimonia pubblica di commemorazione nel mese di settembre.

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Con la scomparsa di Guccini se ne va molto più di un cantautore. Se ne va un narratore capace di trasformare la musica in letteratura, la cronaca in poesia e la memoria in patrimonio collettivo. Per oltre cinquant’anni le sue canzoni hanno raccontato l’Italia, le sue contraddizioni, le speranze di intere generazioni e il valore della libertà di pensiero.

Il “Maestrone” della canzone d’autore

Nato a Modena il 14 giugno 1940 e profondamente legato a Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, Guccini ha esordito negli anni Sessanta, diventando rapidamente uno dei protagonisti della canzone d’autore italiana.

Brani come “Dio è morto”, “La locomotiva”, “Auschwitz”, “L’avvelenata”, “Cyrano”, “Eskimo” e “Canzone per un’amica” sono entrati nella storia della musica italiana, conquistando generazioni di ascoltatori grazie a testi profondi, ricchi di riferimenti culturali, storici e sociali.

Le sue canzoni non cercavano il successo facile. Chiedevano attenzione, riflessione, partecipazione. Per questo Guccini è sempre stato considerato un autore fuori dagli schemi, capace di parlare a pubblici molto diversi senza inseguire le mode del momento.

Non solo musica

Oltre alla carriera musicale, Guccini è stato anche scrittore, saggista e autore di romanzi, spesso ambientati nell’Appennino che tanto amava. La sua curiosità lo ha portato a interessarsi di storia, dialetti, fumetti e cultura popolare, diventando una figura di riferimento anche al di fuori del mondo della musica.

Negli ultimi anni aveva scelto di allontanarsi dalle scene, continuando però a scrivere e a partecipare, con discrezione, al dibattito culturale italiano.

Un’eredità che resta

La notizia della sua morte ha suscitato un’ondata di commozione nel mondo della cultura, della politica e dello spettacolo. Migliaia di messaggi stanno ricordando un artista che ha saputo raccontare il Paese con sincerità, ironia e uno straordinario amore per la lingua italiana.

Le sue canzoni continueranno a vivere ben oltre il tempo. Per molti italiani rappresentano ancora oggi la colonna sonora di un’epoca, ma anche un invito a pensare con la propria testa, a non accettare le verità preconfezionate e a difendere sempre il valore della cultura.

Con Francesco Guccini se ne va uno dei grandi protagonisti della canzone d’autore. Restano le sue parole, destinate a continuare ad accompagnare chi ama la musica che sa emozionare, raccontare e far riflettere.




Le trofie al pesto, il piatto tradizionale simbolo di Genova

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Per i lettori di Fatti Nostri, ha preso vita una nuova rubrica settimanale dedicata alla cucina italiana. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con “CHEF Italia” che ci consente di pubblicare una serie di ricette proposte dai migliori chef italiani presenti in tutto il mondo o, in alternativa, anche quelle italiane autentiche e codificate della tradizione della Cucina Italiana, legate indissolubilmente ad ogni singolo territorio della nostra penisola.

Oggi parliamo delle trofie al pesto genovese, un grande e classico piatto della cucina ligure, la cui origine si fa risalire addirittura alle crociate, nei comuni di Sori, Avegno, Recco e Camogli. Le trofie, una pasta corta e arricciata, il cui nome potrebbe derivare dal dialetto ligure “strufuggiâ”, che significa “sfregare”, facendo riferimento al modo in cui vengono realizzate, rigorosamente a mano. Il pesto alla genovese, invece, affonda le sue radici ai tempi del Medioevo, dove si preparavano già salse a base di erbe aromatiche e olio d’oliva.

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La ricetta originale, disciplinata dal Consorzio del Pesto Genovese, a base di basilico, pinoli, parmigiano reggiano, pecorino fiore sardo, aglio, olio extravergine di oliva e sale grosso, viene documentata a partire dal XIX secolo ed esige l’utilizzo di un mortaio di marmo e di un pestello di legno, con il movimento che non deve mai pestare verticalmente con violenza ma ruotare per “stracciare” le fibre delle foglie senza ossidarle.

La vera tradizione prevede di cuocere le trofie insieme a patate e fagiolini: l’amido rilasciato dalle patate rende il condimento incredibilmente cremoso. L’altra pasta usata, di pari dignità storica, sono le trenette, delle linguine leggermente più larghe, specialmente nella variante “avvantaggiate”, che non indica il condimento ma l’uso di una farina meno raffinata, la farinella o cruschello, che in passato dava vantaggi sul prezzo, costava meno, e diversi vantaggi nutrizionali.

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Ma veniamo agli Ingredienti per 4 persone: 400 gr. di trofie fresche (o 320 gr. se secche), 1 patata grande a pasta gialla, pelata e tagliata a cubetti, 100 gr. di fagiolini freschi, spuntati e tagliati a pezzetti, 150 gr. di pesto alla genovese (preferibilmente fresco, fatto, come già detto, con basilico, aglio, parmigiano, pecorino, pinoli, sale e olio extravergine d’oliva), sale grosso per l’acqua q.b., 1 mestolo di acqua di cottura della pasta.

La preparazione: portate a bollore una pentola capiente d’acqua con il sale grosso. Tuffatevi prima la patata a cubetti, poi, dopo circa 5 minuti, aggiungete anche i fagiolini nella stessa pentola. Aspettate altri 2-3 minuti e calate anche le trofie nella pentola insieme alle verdure. Prima di scolare la pasta prelevate un mestolo di acqua di cottura ricca di amido e tenetela da parte. Scolate quindi le trofie, le patate e i fagiolini e trasferite il tutto in una capiente insalatiera (non saltate mai il pesto in padella sul fuoco, altrimenti il basilico si ossida e diventa amaro), aggiungendo il pesto ed un filo dell’acqua di cottura tenuta da parte e mescolando energicamente fino ad ottenere una crema fluida e lucida che avvolge la pasta. Servite immediatamente.

Se lo gradite, guarnite con qualche fogliolina di basilico fresco e, eventualmente, con una spolverata di parmigiano reggiano o pecorino. E buon appetito.

*La cucina genovese è un perfetto equilibrio tra i prodotti della terra, raccolti sulle ripide colline liguri, ed i sapori del mare, i cui piatti più iconici e tradizionali sono la focaccia genovese (a fügassa), croccante fuori, morbida dentro, ricca di olio extravergine d’oliva e sale, che i genovesi mangiano a qualsiasi ora, persino inzuppata nel cappuccino a colazione; la farinata di ceci, una sorta di torta salata sottilissima a base di farina di ceci, acqua, olio e sale, cotta ad altissima temperatura in grandi teglie di rame nei forni a legna; la panissa, preparata con lo stesso impasto della farinata, ma lasciata rassodare, tagliata a striscioline e poi fritta (o servita fredda con cipollotti); le già menzionate trofie al pesto, la pasta fresca tipica per eccellenza; i pansoti con la salsa di noci: dei ravioli panciuti ripieni di un mix di erbe selvatiche (il preboggion) e ricotta, conditi con una ricca crema a base di noci, aglio e pane bagnato nel latte; i ravioli alla genovese al “tocco” (u tuccu), un sugo di carne tipico in cui un singolo pezzo di carne viene cotto lentamente per ore fino a disfarsi nel pomodoro; il minestrone alla genovese: una densa zuppa di verdure di stagione e legumi con l’aggiunta finale di un generoso cucchiaio di pesto a fine cottura; il cappon magro, una scenografica insalata fredda a strati, con pesce a carne bianca, verdure bollite, gallette del marinaio e coperta da una ricca salsa verde; lo stoccafisso accomodato (merluzzo essiccato), cotto in umido a fuoco lento con patate, olive taggiasche, pinoli e pomodoro; la cima alla genovese: una tasca di carne di vitello farcita con un ricco ripieno di uova, animelle, verdure, formaggio e pinoli, poi cucita a mano, bollita e servita a fette fredde; le torte di verdura e le verdure ripiene: torte salate di sfoglia sottilissima (come la celebre torta pasqualina) o le verdure scavate e farcite con patate, formaggio ed erbe aromatiche; il pandolce genovese, il dolce simbolo delle feste, una sorta di pane antico, denso e friabile, ricchissimo di uvetta, pinoli e canditi; la sacripantina: una torta sontuosa a strati di pan di Spagna, bagna alcolica e crema al burro, ricoperta da briciole di pan di Spagna; i canestrelli: biscotti di pasta frolla friabili a forma di margherita, cosparsi di zucchero a velo; i gabeletti: delle tortine di pasta frolla ripiene di marmellata; i biscotti del Lagaccio: fette biscottate aromatiche nate nell’omonimo quartiere genovese, ottime da inzuppare.

In ultimo, i vini tipici di Genova e del suo territorio comprendono la Bianchetta Genovese, il Coronata e il Vermentino, che rappresentano la tradizione enologica della Val Polcevera e del Golfo del Tigullio.




Jennifer Lopez rende omaggio a Madonna: a Venezia canta “Like a Virgin” in gondola

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Una gondola, i canali di Venezia e una delle canzoni più iconiche della musica pop. Jennifer Lopez ha voluto rendere omaggio a Madonna, ricreando una delle scene più celebri del videoclip di “Like a Virgin”, girato proprio nella città lagunare nel 1984. Il breve filmato, pubblicato sui social con la frase «I had to do it» (“Dovevo farlo”), è diventato in poche ore virale, conquistando milioni di visualizzazioni.

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Nel video, la cantante e attrice americana si lascia trasportare su una gondola mentre canta e si diverte a interpretare il celebre brano che contribuì a consacrare Madonna come regina del pop. Il richiamo è evidente: il videoclip originale, diretto da Mary Lambert, mostrava proprio Madonna attraversare i canali di Venezia alternando scene in gondola a immagini in abito da sposa, diventando uno dei video musicali più famosi degli anni Ottanta.

Un tributo alla regina del pop

Quello di Jennifer Lopez non è stato un semplice gioco estivo. L’artista ha più volte raccontato di aver considerato Madonna una delle sue principali fonti di ispirazione durante gli inizi della carriera.

In una recente intervista aveva ricordato come, da adolescente, cercasse perfino di imitare il suo modo di vestire e il suo stile. Lopez ha inoltre rivelato che nel 2003 avrebbe dovuto partecipare alla celebre esibizione degli MTV Video Music Awards insieme a Madonna e Britney Spears, ma fu costretta a rinunciare per impegni cinematografici.

Venezia resta un’icona della musica

A oltre quarant’anni dall’uscita di Like a Virgin, Venezia continua a rappresentare uno degli scenari più riconoscibili della storia del videoclip musicale. Il fascino dei suoi canali, delle gondole e dei palazzi storici continua ad attirare artisti e registi da tutto il mondo.

Il gesto di Jennifer Lopez ha riportato l’attenzione proprio su quel legame tra la città lagunare e la musica pop internazionale, ricordando uno dei videoclip che hanno segnato un’epoca.

Nostalgia e social

Il filmato pubblicato da Jennifer Lopez è stato accolto con entusiasmo dalla maggior parte dei fan, che hanno apprezzato il tributo a Madonna e il clima di leggerezza della scena. In molti hanno colto l’occasione per ricordare gli anni Ottanta e una stagione della musica pop che continua ancora oggi a influenzare artisti di tutto il mondo.

Un omaggio semplice, spontaneo e divertente che dimostra come alcuni classici non passino mai di moda e come Venezia continui a essere uno dei palcoscenici più suggestivi del panorama internazionale.




Il premio “Dean Martin” compie 18 anni

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Ci sono partenze che cambiano una vita e radici che nessuna distanza riesce a cancellare. Ci sono storie che attraversano oceani e generazioni e altre che, anche a distanza di settant’anni, continuano a chiedere di essere raccontate. È dentro questo filo di memoria, musica e appartenenza che il Premio Dean Martin compie 18 anni.

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Sabato 1° agosto 2026, dalle ore 21.15, l’Arena dei Fiori di Montesilvano ospiterà la XVIII edizione della manifestazione dedicata a Dean Martin, al secolo Dino Crocetti, figlio di emigranti abruzzesi diventato una delle più grandi icone dello spettacolo mondiale.
Un’edizione della “maggiore età” che vuole tornare al cuore più autentico del Premio: raccontare l’Abruzzo attraverso le persone che sono partite, quelle che hanno costruito il proprio futuro lontano e quelle che, anche dopo generazioni, continuano a riconoscere nelle proprie origini una parte fondamentale della loro identità.

 

Ad arricchire la serata ci sarà un ospite musicale speciale: Pierdavide Carone. Cantautore e autore, Carone si è fatto conoscere dal grande pubblico con la nona edizione di Amici, dove si è classificato terzo conquistando anche il Premio della Critica. Nel 2010 ha firmato Per tutte le volte che…, il brano interpretato da Valerio Scanu che vinse il Festival di Sanremo.

Due anni dopo è salito personalmente sul palco dell’Ariston con Nanì, al fianco di Lucio Dalla, che produsse il progetto discografico e diresse l’orchestra durante la sua esibizione. Un incontro artistico che ha segnato profondamente il suo percorso. Nel 2025 Carone è tornato protagonista in televisione vincendo Ora o mai più su Rai 1. A Montesilvano arriverà per salutare il pubblico e regalare alla XVIII edizione un momento musicale speciale.

A ricevere il XVIII Premio Dean Martin saranno Benedetta Rinaldi, Davide Cavuti, Andrea Cristoforetti, Carlo D’Andrea, Bruno Rosato e Antonio Di Donato.
Benedetta Rinaldi, giornalista e volto televisivo, sarà premiata per una carriera contraddistinta da competenza e sensibilità e per il particolare impegno nel racconto degli italiani nel mondo, da Community – L’altra Italia a Gli Italians, dando voce alle loro storie e al rapporto con il Paese d’origine.

Con Bruno Rosato il Premio attraverserà invece l’Atlantico. Attore, casting director e produttore cinematografico, nato a Montréal da una famiglia originaria di Fallo, in provincia di Chieti, Rosato incarna pienamente lo spirito della manifestazione: un figlio dell’emigrazione abruzzese che si è affermato nel cinema internazionale senza perdere il legame con la terra dalla quale partì la sua famiglia.

Dall’Abruzzo all’Africa conduce la storia di Andrea Cristoforetti, oggi Commissario Tecnico della Nazionale di calcio a 5 dello Zambia. Un percorso nel quale lo sport è diventato occasione di crescita, formazione e incontro tra culture differenti.

Con l’avvocato Carlo D’Andrea il viaggio raggiungerà invece la Cina e i Paesi emergenti, attraverso una carriera internazionale costruita creando relazioni e ponti tra economie, sistemi e culture diverse.

A completare il gruppo dei premiati sarà Antonio Di Donato, ricercatore e appassionato della storia e del patrimonio culturale abruzzese. Uno dei momenti più suggestivi della serata sarà dedicato ai suoi studi sulla figura di Padre Simone Mascetta, accompagnati dalle note della musica di Ennio Morricone per Mission.

La serata vivrà uno dei suoi momenti più intensi. Montesilvano e Torre de’ Passeri saranno unite in diretta nel nome di Marcinelle.
Sul palco dell’Arena dei Fiori ci sarà Davide Cavuti, compositore, regista e autore abruzzese, che riceverà dal sindaco Ottavio De Martinis il Premio Dean Martin anche per il lavoro dedicato alla memoria della tragedia mineraria attraverso il teatro e il cinema. Contemporaneamente, dalla Festa de Il Centro a Torre de’ Passeri, saranno collegati Luca Telese, direttore del quotidiano Il Centro, e Domenico Ranieri, caporedattore.
Tre protagonisti, due piazze e una sola memoria da custodire.
Cavuti, Telese e Ranieri hanno firmato insieme la sceneggiatura del docufilm Le voci di Marcinelle, diretto da Davide Cavuti, che ne è anche autore del soggetto e della colonna sonora. Luca Telese accompagna inoltre il racconto come narratore nei luoghi della memoria.
Il docufilm torna sulla tragedia del Bois du Cazier dell’8 agosto 1956, nella quale persero la vita 262 minatori: 136 erano italiani e 60 abruzzesi.
Durante il collegamento, mentre Davide Cavuti sarà premiato a Montesilvano, il Premio Dean Martin raggiungerà idealmente Torre de’ Passeri, dove saranno premiati dal presidente della Provincia Giorgio De Luca anche Luca Telese e Domenico Ranieri per il loro contributo alla sceneggiatura e al racconto di una ferita che appartiene profondamente alla memoria dell’Abruzzo e dell’Italia.
Sarà uno dei momenti simbolicamente più forti della XVIII edizione: due piazze abruzzesi unite per ricordare uomini che settant’anni fa lasciarono questa terra in cerca di lavoro e di un futuro. La fotografia del docufilm è firmata da Matteo Veleno, a sua volta insignito del Premio Dean Martin tre anni fa.
Ma parlare degli abruzzesi nel mondo significa anche guardare al presente. La serata aprirà una finestra sul Venezuela e sulla comunità abruzzese presente nel Paese, coinvolta dalle conseguenze del terremoto. Attraverso la testimonianza di un’associazione impegnata negli aiuti umanitari saranno raccontate le difficoltà delle comunità coinvolte e le iniziative di solidarietà messe in campo per sostenere persone e famiglie.
Un modo per ricordare che l’emigrazione non appartiene soltanto alle fotografie in bianco e nero e alle valigie del passato. È fatta anche dei figli e dei nipoti di chi partì, di comunità che continuano a custodire lingua, tradizioni e memoria familiare dall’altra parte del mondo e di un legame che torna a farsi concreto soprattutto nei momenti di difficoltà.
Nel corso della serata sarà conferito anche il Premio Gaetano Crocetti, intitolato al padre di Dean Martin e dedicato alla memoria dell’emigrazione e al legame degli abruzzesi con la propria terra. A riceverlo saranno Duilio Rabottini, Generoso D’Agnese e Geremia Mancini, per il loro impegno nel custodire, studiare e raccontare le storie degli abruzzesi nel mondo. Gaetano Crocetti diventa così il simbolo non soltanto del padre di una star mondiale, ma di un’intera generazione di uomini e donne che lasciarono l’Abruzzo portando con sé lingua, tradizioni, cultura del lavoro e un sentimento di appartenenza destinato a sopravvivere nelle generazioni successive.
A tenere insieme le storie sarà la musica. Sul palco dell’Arena dei Fiori ci sarà l’Orchestra Dean Martin, diretta dal Maestro Antonella De Angelis, con Riccardo Crisante alla voce e Stefano Maria Pardo al pianoforte e voce. Il repertorio attraverserà idealmente l’Oceano, dalle atmosfere rese immortali da Dean Martin alla grande canzone italiana, accompagnando le storie dei premiati. A questo viaggio si aggiungerà la voce e la scrittura di Pierdavide Carone, in un incontro tra la tradizione che il Premio custodisce da diciotto anni e la canzone d’autore contemporanea.
“Diciotto anni sono un traguardo che emoziona, perché dentro questo Premio ci sono ormai centinaia di storie, volti, partenze e ritorni – sottolinea la direttrice artistica Alessandra Portinari –. Quando abbiamo iniziato, volevamo raccontare Dean Martin partendo da ciò che c’era prima della leggenda: Dino Crocetti, un ragazzo figlio dell’emigrazione abruzzese. Con il tempo abbiamo capito che attraverso di lui potevamo raccontare migliaia di altre storie. Quest’anno Marcinelle ci riporta alla parte più dolorosa di quelle partenze. Sessanta abruzzesi persero la vita in quella miniera e credo che ricordarli, unendo idealmente Montesilvano e Torre de’ Passeri, significhi restituire loro un pezzo della terra che avevano dovuto lasciare. Allo stesso tempo guarderemo al Venezuela, perché le nostre comunità all’estero non appartengono al passato: sono vive, mantengono un rapporto profondo con l’Abruzzo e nei momenti di difficoltà dobbiamo far sentire loro che quella distanza non è mai abbastanza grande da separarci. Poi ci sono le storie dei premiati, così diverse e così simili nel loro rapporto con le radici, e c’è la musica. Avere con noi Pierdavide Carone rende ancora più speciale questa diciottesima edizione. Vorrei che il 1° agosto l’Arena dei Fiori diventasse una casa simbolica per chi è rimasto, per chi è partito e per chi, magari senza esserci mai vissuto, continua a sentire l’Abruzzo come una parte di sé. Perché le radici non ci impediscono di andare lontano: ci ricordano semplicemente da dove siamo partiti”.
La XVIII edizione sarà così un viaggio tra Abruzzo e mondo, memoria e contemporaneità, partenze e ritorni: dal Canada alla Cina, dall’Africa al Venezuela, passando per Marcinelle e per le comunità italiane all’estero.




Musica: Ennio Marchetti Project amplia il suo catalogo con nove album dedicati a generi diversi

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SANTO DOMINGO – Prosegue il progetto musicale Ennio Marchetti Project, che negli ultimi mesi ha portato alla pubblicazione di una serie di album dedicati a differenti generi musicali.

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Il catalogo comprende produzioni che spaziano dalla musica latinoamericana al country rock, dal folk italiano al rhythm and blues, offrendo un percorso artistico caratterizzato dalla ricerca di sonorità e atmosfere diverse.

Tra gli album già disponibili figurano Caminos, Trade Winds e il recente Terre del Nord, mentre nelle prossime settimane è prevista l’uscita di nuovi lavori, tra cui Latido, 45 Giri, Terre di Cascina, Soul Street, Il cantante di rhythm and blues e Tropical Thunder.

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I brani sono distribuiti sulle principali piattaforme di streaming internazionale, tra cui Spotify, YouTube Music e SoundCloud.

L’obiettivo del progetto è proporre un repertorio che attraversa culture e tradizioni musicali differenti, mantenendo come filo conduttore la scrittura originale e la varietà stilistica.

Nota della redazione: Ennio Marchetti è il direttore di Fatti Nostri.




Maiori Festival, il decennale conquista il pubblico

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Dieci anni di musica, arte e valorizzazione del territorio celebrati con un successo che ha superato ogni aspettativa. La decima edizione del Maiori Festival si è confermata un appuntamento di riferimento per la Costiera Amalfitana, trasformando, dal 28 giugno al 25 agosto, piazze, giardini storici, chiese e scorci sul mare in un grande palcoscenico diffuso capace di coinvolgere residenti e turisti in un percorso culturale ricco di emozioni.

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L’edizione del decennale ha registrato una partecipazione straordinaria, con un pubblico numeroso che ha seguito con entusiasmo un cartellone capace di attraversare generi musicali differenti, dal pop al barocco, fino alle suggestioni del tango, dimostrando come la cultura possa diventare uno strumento di valorizzazione del territorio e di aggregazione sociale.

«C’è un momento preciso, durante i concerti del Maiori Festival, in cui mi fermo a guardare il pubblico», ha dichiarato il direttore artistico Salvatore Dell’Isola. «Vedere così tanta gente appassionarsi sempre di più, concerto dopo concerto, è la risposta più bella al lavoro svolto in questi anni. Quella che era nata quasi come una follia è oggi un patrimonio condiviso. La cultura è un’opera collettiva e la vicinanza della nostra comunità rappresenta la forza che ci spinge a guardare al futuro».

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Ad aprire la rassegna è stata la travolgente energia della Bagarja Band, che in Piazza San Pietro ha proposto uno spettacolo capace di unire pop internazionale, musica d’autore napoletana e sonorità dance, coinvolgendo immediatamente il pubblico. Nei Giardini di Palazzo Mezzacapo, invece, il concerto di Silvio Rossomando insieme all’Orchestra Giovanile Mediterranea di Sassofoni ha regalato uno dei momenti più apprezzati dell’intera manifestazione, valorizzando uno dei luoghi simbolo della città.

Proprio Palazzo Mezzacapo è stato protagonista anche dell’evento “Cantar d’Amore”, durante il quale la musica della Parthenope Cordes Ensemble ha dialogato con le performance di live painting degli artisti Luigi Mennella e Claudio Papa, in collaborazione con l’Associazione Culturale Artemisia. Un incontro tra linguaggi artistici differenti che ha rappresentato perfettamente lo spirito del Festival, fondato sulla collaborazione tra le realtà culturali del territorio.

profumo di maiori

Atmosfere più raccolte hanno caratterizzato i concerti ospitati nella Chiesa di San Giacomo, dove il pubblico ha potuto apprezzare il repertorio dell’Ensemble Sonuus Antiquus e le raffinate interpretazioni del Duo Reed Bellow, formato dal sassofonista Marzio De Nardo e dal fisarmonicista Andrea Ristaino.

Il carattere diffuso della manifestazione ha coinvolto anche la frazione di Erchie, che ha ospitato la presentazione del libro di Luigi Di Bianco, realizzata in collaborazione con l’associazione Uniti per Erchie, oltre ai suggestivi concerti al tramonto del Trio Titano nell’ambito del progetto “Musica che cura – Erchie: onde che parlano”. Un’iniziativa che ha saputo coniugare musica, paesaggio e promozione di un turismo lento e sostenibile attraverso un repertorio che ha spaziato dal Tango Nuevo ai grandi autori del Barocco e del Classicismo.

a cominciar dal barocco (017 di 017)

Tra le iniziative più apprezzate dell’edizione 2026 si è distinto anche il progetto “Formichelle – Profumo di Maiori”, nato all’interno del Festival come originale strumento di marketing territoriale. La fragranza, ispirata alle storiche portatrici di limoni della Costiera Amalfitana, ha raccontato la città attraverso il linguaggio delle emozioni e dell’olfatto, offrendo ai visitatori un’esperienza sensoriale destinata a diventare un ricordo indelebile della loro permanenza.

Il successo della decima edizione conferma la crescita costante del Maiori Festival e la validità di un progetto culturale capace di coniugare spettacolo, identità territoriale e partecipazione collettiva. Un anniversario importante che guarda già al futuro, forte dell’entusiasmo di una comunità che continua a riconoscersi nella cultura come valore condiviso e motore di sviluppo.