4 novembre, la Giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale: una memoria che l’Italia non deve dimenticare

desfile militar italiano ante el vittoriano

La ricorrenza ricorda la fine della Prima guerra mondiale sul fronte italiano, il sacrificio di centinaia di migliaia di soldati e il completamento dell’unità nazionale. Un tempo era una festa nazionale, poi venne cancellata dal calendario delle festività. Oggi è stata riconosciuta nuovamente, ma non è tornata a essere un giorno festivo.

desfile militar italiano ante el vittoriano

Il 4 novembre è una data importante nella storia italiana. È il Giorno dell’Unità Nazionale e la Giornata delle Forze Armate, una ricorrenza che affonda le proprie radici nella conclusione della Prima guerra mondiale e nel sacrificio di un’intera generazione di giovani italiani.

Il 4 novembre 1918 entrava in vigore l’Armistizio di Villa Giusti, firmato il giorno precedente tra il Regno d’Italia e l’Impero austro-ungarico. Si concludeva così il conflitto sul fronte italiano, dopo anni di combattimenti, sofferenze e perdite umane incalcolabili. Trento e Trieste tornavano all’Italia, completando il percorso dell’unificazione nazionale iniziato con il Risorgimento.

Una vittoria pagata a un prezzo altissimo. Quasi cinque milioni di italiani furono mobilitati, circa 600.000 persero la vita e un milione e mezzo rimasero feriti. Dietro quei numeri c’erano famiglie, madri, mogli, figli e intere comunità segnate per sempre dalla guerra.

Dal Milite Ignoto alla festa nazionale

Il significato più profondo del 4 novembre è legato anche alla memoria dei Caduti. Il 4 novembre 1921, all’Altare della Patria a Roma, venne tumulata la salma del Milite Ignoto, simbolo di tutti quei soldati che avevano sacrificato la propria vita e che non avevano potuto essere identificati. Un uomo senza nome, diventato il simbolo di migliaia di uomini e di famiglie che non ebbero neppure una tomba sulla quale piangere i propri cari.

Nel 1922 il 4 novembre venne proclamato festa nazionale con la denominazione di Anniversario della Vittoria. Nel dopoguerra la ricorrenza assunse il significato repubblicano di Festa dell’Unità Nazionale e venne associata alla celebrazione delle Forze Armate.

Per decenni fu una delle date più importanti del calendario civile italiano. Le scuole, gli uffici e molte attività restavano chiusi, mentre nelle piazze e davanti ai monumenti ai Caduti si svolgevano cerimonie, deposizioni di corone e manifestazioni ufficiali. Era una giornata nella quale la storia nazionale entrava anche nella vita quotidiana delle famiglie.

Nel 1977 scomparve dal calendario delle festività

Poi arrivò il cambiamento. Con la legge 5 marzo 1977, n. 54, nell’ambito di una riforma del calendario civile finalizzata anche ad aumentare le giornate lavorative in un periodo di difficoltà economica, il 4 novembre cessò di essere considerato giorno festivo agli effetti civili. La celebrazione venne spostata alla prima domenica di novembre.

Non fu cancellata la ricorrenza, ma venne meno il suo carattere di festa nazionale con la sospensione delle normali attività lavorative e scolastiche. Una differenza tutt’altro che secondaria: il 4 novembre continuò a essere ricordato ufficialmente, ma progressivamente perse quella presenza nella vita del Paese che aveva avuto per tanti anni.

Nel 2024 il Parlamento ha approvato la legge n. 27 del 1° marzo, che ha riconosciuto formalmente il 4 novembre come Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate. La legge, tuttavia, precisa che la ricorrenza non produce gli effetti civili propri dei giorni festivi. Dunque, il riconoscimento è stato riaffermato, ma il 4 novembre non è tornato a essere una giornata di riposo nazionale.

Non soltanto una celebrazione militare

Oggi questa giornata dovrebbe essere soprattutto un’occasione di memoria e di consapevolezza. Ricordare le Forze Armate non significa soltanto celebrare le uniformi, le parate o le cerimonie ufficiali. Significa riconoscere il ruolo di uomini e donne che svolgono un servizio al Paese, in Italia e nelle missioni internazionali, spesso in condizioni difficili e lontano dalle proprie famiglie.

Significa anche ricordare tutti i Caduti, non soltanto quelli della Prima guerra mondiale, ma quelli di tutti i conflitti e delle missioni nelle quali militari italiani hanno perso la vita.

Il 4 novembre, però, non dovrebbe essere una ricorrenza riservata alle istituzioni o alle caserme. Dovrebbe parlare soprattutto ai giovani, a chi non ha conosciuto la guerra e rischia di considerare la pace come una condizione scontata. La storia di quei soldati, molti dei quali poco più che ragazzi, ricorda quanto siano fragili la libertà, l’indipendenza e la convivenza tra i popoli.

Una data da restituire alla coscienza nazionale

Forse il fatto che il 4 novembre non sia più un giorno festivo rappresenta anche il segno di un rapporto cambiato tra gli italiani e la propria memoria storica. Non è necessario chiudere uffici e scuole per onorare una ricorrenza, ma è importante che essa non diventi una semplice formalità del calendario.

La memoria non si conserva soltanto con le cerimonie ufficiali. Si trasmette nelle scuole, nelle famiglie, attraverso la conoscenza della storia e il rispetto per chi ha sacrificato la propria vita.

Il 4 novembre ci ricorda che l’Italia è anche il risultato di sacrifici enormi, di sofferenze e di vite spezzate. È una giornata che appartiene a tutti gli italiani, anche a quelli che vivono lontano dalla patria, perché la memoria e il senso di appartenenza non conoscono confini geografici.

Ricordare non significa esaltare la guerra. Significa conoscere il prezzo che è costata e lavorare affinché tragedie simili non si ripetano. È questo, forse, il significato più attuale della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate.




Firenze, 4 novembre 1966: quando l’Arno sommerse la città. Sessant’anni dopo, una ferita ancora viva

b56f84482594b14643ddc0e6de04a782

Trentasei vittime, migliaia di abitazioni devastate, oltre mille opere d’arte danneggiate e milioni di libri travolti dal fango. La grande alluvione trasformò Firenze in un immenso lago di acqua e nafta. Ma da quella tragedia nacque anche una straordinaria mobilitazione internazionale: quella degli Angeli del fango.

b56f84482594b14643ddc0e6de04a782

Ci sono date che rimangono scolpite nella memoria di una città e diventano parte della storia di un intero Paese. Per Firenze, una di queste è il 4 novembre 1966. Sessant’anni fa, nelle prime ore di quella mattina, l’Arno uscì violentemente dal proprio letto e invase il capoluogo toscano, trasformando strade, piazze, abitazioni, negozi, chiese e musei in un’immensa distesa d’acqua e fango.

Fu una delle più gravi calamità naturali della storia italiana del dopoguerra. Il bilancio umano fu drammatico: 36 persone persero la vita tra Firenze e la provincia, secondo il conteggio riportato dall’ANSA. L’ultima vittima riconosciuta ufficialmente, Mario Maggi, aveva 44 anni ed è stata identificata soltanto nel 2023, a distanza di 57 anni dalla tragedia.

Ma il disastro non si misurò soltanto nelle vite perdute e nelle case distrutte. Firenze custodiva una parte fondamentale del patrimonio artistico e culturale mondiale. Quel giorno anche la sua memoria storica finì sommersa dall’acqua.

Dieci giorni di pioggia, poi l’onda dell’Arno

Le piogge erano cominciate alla fine di ottobre e per giorni avevano continuato a cadere sulla Toscana. Alla vigilia dell’alluvione, lungo il corso dell’Arno erano stati registrati circa 200 millimetri di precipitazioni.

Il fiume aveva già cominciato a straripare nelle zone dell’aretino durante la notte del 3 novembre. Nelle prime ore del giorno successivo la piena raggiunse Firenze.

L’acqua invase progressivamente i quartieri di Rovezzano, Gavinana e San Salvi, raggiungendo poi il centro storico e l’Oltrarno. A Santa Croce, la rottura della spalletta di piazza Cavalleggeri rese ancora più devastante la forza della corrente.

In alcune strade il livello dell’acqua arrivò a circa cinque metri. La città fu travolta da un’enorme massa d’acqua, stimata in circa 70 milioni di metri cubi. Automobili, mobili, tronchi, detriti e animali morti venivano trascinati dalla corrente. Il carburante fuoriuscito dai serbatoi trasformò l’acqua in una miscela scura e maleodorante.

Crollarono il lungarno Acciaiuoli e parte del lungarno Corsini. Le comunicazioni telefoniche e l’energia elettrica furono interrotte, mentre anche le principali vie di collegamento stradale e ferroviario risultarono compromesse.

I fiorentini si ritrovarono improvvisamente isolati e senza un sistema di allarme che avesse permesso di prepararsi all’arrivo della piena.

L’appello del sindaco alla radio

In quelle ore drammatiche, il sindaco Piero Bargellini cercò di coordinare i soccorsi e rivolse alla popolazione un appello attraverso la radio.

Chiese ai cittadini di mantenere la calma, limitare gli spostamenti e mettere a disposizione barche e mezzi anfibi per consentire le operazioni di salvataggio e il trasporto di generi alimentari e medicinali.

Bargellini sarebbe passato alla storia come il sindaco dell’alluvione. Il suo intervento fu fondamentale in una città nella quale le normali comunicazioni erano ormai saltate e interi quartieri si trovavano in condizioni di emergenza.

La piena cominciò lentamente a ritirarsi verso sera, ma il peggio non era finito. L’acqua lasciò dietro di sé un’immensa quantità di fango, distruzione e disperazione. Quando il livello del fiume tornò a scendere, Firenze apparve come una città devastata dalla guerra.

Il patrimonio artistico sotto il fango

La catastrofe colpì uno dei patrimoni culturali più importanti del mondo.

Circa 1.200 opere d’arte, tra dipinti, affreschi e sculture, subirono danni. Le biblioteche e gli archivi furono invasi dall’acqua e dal fango.

Nella Biblioteca Nazionale Centrale finirono sott’acqua circa un milione di volumi, mentre 250.000 libri del Gabinetto Vieusseux furono sommersi nei sotterranei di Palazzo Strozzi.

Tra le immagini più dolorose rimane quella del Crocifisso di Cimabue, conservato nella Basilica di Santa Croce. L’opera, realizzata nel Duecento, subì danni gravissimi: l’acqua e il fango comprometterono una parte consistente della superficie pittorica, rendendo necessario un lungo e complesso intervento di restauro.

Anche le formelle della Porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti, nel Battistero di San Giovanni, furono divelte dalla furia dell’acqua.

Per Firenze non era soltanto una catastrofe materiale. Era come se una parte della storia artistica e culturale dell’umanità fosse stata improvvisamente messa in pericolo.

Gli Angeli del fango: una mobilitazione arrivata da tutto il mondo

Ma proprio nel momento più difficile accadde qualcosa di straordinario.

Da ogni parte d’Italia e da numerosi Paesi stranieri cominciarono ad arrivare migliaia di giovani volontari. Erano studenti, ragazzi, appassionati d’arte, persone comuni che avevano deciso di partire per aiutare una città che spesso non avevano mai visitato.

Armati di pale, secchi, stivali e tanta buona volontà, lavorarono per liberare le strade dal fango, recuperare libri, salvare documenti e mettere al sicuro le opere d’arte.

Furono chiamati gli Angeli del fango, un’espressione che sarebbe diventata il simbolo della solidarietà nata intorno alla tragedia fiorentina.

Tra loro ci furono anche persone che in seguito avrebbero avuto ruoli importanti nella cultura, nella politica e nella società internazionale. L’ANSA ricorda, tra gli altri, i futuri cardinali Giuseppe Betori e Gualtiero Bassetti, Pier Luigi Bersani, la cantante Joan Baez, Francesco De Gregori, Ted Kennedy, Lionel Jospin e Joschka Fischer.

La loro presenza dimostrò che il patrimonio di Firenze non apparteneva soltanto ai fiorentini, ma era considerato un bene dell’intera umanità.

Il recupero dei libri e delle opere d’arte richiese anni di lavoro e, in alcuni casi, continua ancora oggi.

Sessant’anni dopo, Firenze ricorda

Il sessantesimo anniversario sarà celebrato il 4 novembre 2026 con un programma di iniziative istituzionali e culturali. Alla commemorazione parteciperà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sarà a Firenze per ricordare la tragedia e rendere omaggio a quanti contribuirono alla ricostruzione.

Sono previste cerimonie, mostre, incontri e iniziative dedicate alla memoria dell’alluvione e alla straordinaria solidarietà degli Angeli del fango. Tra gli appuntamenti figurano esposizioni documentarie, iniziative alla Biblioteca Nazionale Centrale e all’Archivio di Stato, oltre a momenti di commemorazione nei luoghi simbolo della tragedia.

Anche l’Accademia dei Georgofili, la cui sede fu invasa dall’acqua e dal fango, ha inaugurato una mostra con fotografie e documenti per ricordare quanto accadde. L’esposizione, intitolata «Georgofili, 4 novembre 1966», rimarrà aperta al pubblico fino al 17 dicembre.

Una lezione che non deve essere dimenticata

A sessant’anni di distanza, l’alluvione di Firenze non è soltanto una pagina di storia. È anche un richiamo alla necessità di proteggere il territorio, prevenire i rischi idrogeologici e prepararsi ad affrontare eventi meteorologici estremi.

La città ha imparato molto da quella tragedia. Sono stati realizzati interventi di difesa idraulica e sistemi di monitoraggio che nel 1966 non esistevano. Ma il rischio non può essere considerato definitivamente scongiurato.

La memoria di quel 4 novembre conserva due immagini inseparabili: da una parte la devastazione provocata dall’Arno, dall’altra migliaia di giovani arrivati spontaneamente per aiutare una città ferita.

La prima racconta la fragilità dell’uomo davanti alla forza della natura. La seconda dimostra quanto possano essere grandi la solidarietà e il senso di appartenenza.

Firenze non dimentica. E il mondo, sessant’anni dopo, continua a ricordare quella città sommersa dal fango e i ragazzi che contribuirono a salvarne la bellezza.




L’epopea dei Carignan

1

390 anni fa la nascita del Reggimento Carignano, protagonista nelle colonie francesi del  Quèbec.

0

Le 20 compagnie arrivarono nell’estate del 1665 e per gli abitanti del Quèbec divennero degli eroi. Loro in effetti non disdegnavano il coraggio e con le loro gesta avevano già riempito le cronache di guerra in Europa. Ma quella che doveva essere un’azione di polizia in una remota colonia del Nordamerica, divenne per molti l’occasione di lasciare la divisa per intraprendere una nuova vita.

1

E quasi tutti erano italiani. Creato nel 1636 da Tommaso Francesco di Savoia, principe di Carignano, alla morte di questi  il reggimento passò al figlio Emanuele Filiberto, che ne affidò la guida a Henri de Chastelard, Signore di Salières. Il Principe Emanuele Filiberto, dopo la pace dei Pirenei,  non fu più in grado di mantenere il reggimento e lo cedette a Luigi XIV di Francia, il quale nel giro di pochi mesi optò per la dismissione di un buon numero di soldati. Per i 1200 armigeri del Reggimento la storia prese un altro corso. Il Principe di Carignano convinse il Re ad affidare al suo reggimento (e al confratello Reggimento Italia) la spedizione in Nuova Francia, per dare man forte alla Colonia dissanguata dalle scorrerie degli Irochesi.

E il Re accettò!

fcc5c 2 1

Al comando di Sallieres, sbarcarono a Villemarie un migliaio di soldati, la maggior parte provenienti dal Piemonte, dalla Savoia e dalla Liguria. Era gente temprata dal clima impervio e dalla guerra, quella che si contrappose ai feroci Irochesi. La scelta di inviare i reggimenti “Carignano” e “Italia” rispecchiò infatti la preoccupazione di inviare uomini adatti agli inverni rigidi del territorio nordamericano e incontrò il favore dei coloni residenti, di nuovo fiduciosi in un futuro meno sanguinoso per i loro villaggi.

L’esperienza militare dei soldati italiani venne subito messo alla prova. In due anni di permanenza i soldati non combatterono mai una vera battaglia in campo aperto ma si adattarono agli scontri veloci e cruenti con gruppi guerrieri, avviando un logorante pattugliamento dei confini. Famosi per la loro abilità con le picche, nel fitto sottobosco della Nuova Francia i militari furono costretti a usare solo la spada e la baionetta, da poco “inventata” come strumento di offesa.  Combattimenti all’arma bianca e azioni di controguerriglia caratterizzarono gli scontri con i feroci avversari ma nonostante il successo delle operazioni di controllo,  il contingente perse numerosi uomini a causa delle proibitive condizioni climatiche in cui fu costretto ad operare con un equipaggiamento inadeguato. Nel 1667, al termine delle operazioni e dopo aver stipulato un trattato di pace con i Nativi, 400 uomini non risposero all’appello, ma la maggior parte di loro non era caduta in battaglia. Molti scelsero infatti di abbandonare il servizio militare per trasformarsi a loro volta in coloni. E molti si sposarono nel giro di qualche anno dando inizio a ceppi familiari che si propagheranno fino ai giorni nostri.

fcc5c 2 1

981fe foto2bn.7255b6068255d

è difficile ricostruire la storia dei singoli componenti di quel primo nucleo di italiani che scelsero di restare nelle grandi foreste nordamericane. La lingua francese cancellò  la maggior parte degli elementi utili a decifrare personaggi partiti dalle montagne del Piemonte, della Savoia e dalle colline della Liguria.

Tra i soldati che presidiarono gli insicuri confini della Nuova Francia è però possibile ritrovare, con un po’ di fatica, Giovanni Nicolis di Brandizzo (per i compagni d’armi era Jean Nicalis sieur de Brandis), rampollo appartenente ad una famiglia molto vicina ai Savoia (i Nicolis occuparono importanti incarichi in Italia e in Francia). Un altro che si mimetizzò  in  vesti francesi fu lo stesso Chastellard, marchese di Salières, che in Italia aveva lasciato il vero nome di Ciastellardo (cognome ancora oggi molto diffuso in Piemonte). Era sicuramente italiano il capitano Arnoult de Loubias, capitano della compagnia omonima e membro della famiglia Broglia, antica casa originaria di Chieri estinta nel XIX secolo. Altri nomi appartenenti al reggimento e che ne delineano chiaramente la sua formazione italiana furono quelli di M. De la Tour ( capitano) e di Santacroce, luogotenente che venne registrato nel ruolo militare con il nome di Saint-Croix.

pdfxiiltu0e

La Motte, Morel, Petit, Piat, così come Flavien de Saint Pons (esiste ancora oggi il paesino di San Ponso), Pierre de Maffé, Pierre Salvaye (nato a Pinerolo) e Claude Sébastien le Bassier de Villieu (nato a Torino) furono altri ufficiali piemontesi che militarono nel reggimento al servizio del giglio francese mentre tra le fila del reggimento era possibile riconoscere l’italianità nei nomi come Guerin, Collin, Rognon, Buy.  Tra i nomi francesizzati di François Lavergne, Jean Arcouet, Elie Provost,M. de la Marche, René Gaultier, Pierre Mouet sieur de Moras (lui si firmava però Mora), era possibile riconoscere ex ufficiali dei battaglioni Carignano e Italia rimasti in Nuova Francia e alcuni di loro regalarono al futuro Quèbec  anche nomi per la toponomastica: esiste infatti l’isola di Mouet nella zona di Montreal.

E ancora oggi aprire un elenco telefonico a Montreàl rappresenta un tuffo in quel lontano passato.I Carignan infatti occupano diverse pagine della guida, a conferma di una presenza capillare di famiglie originarie del glorioso principato piemontese.

 




Marzabotto, 82 anni dopo il massacro Mattarella: la memoria resta un monito

strage marzabotto monte sole eccidio 4 1024x683

Image

Ottantadue anni dopo, il nome di Marzabotto continua a ricordare una delle pagine più drammatiche della storia italiana. Il 29 settembre 1944 iniziava nell’area di Monte Sole, sull’Appennino bolognese, una serie di rastrellamenti e massacri che si sarebbero protratti fino al 5 ottobre, colpendo soprattutto la popolazione civile.

In occasione dell’anniversario, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito Marzabotto e le terre di Monte Sole un «abisso di disumanità», sottolineando che la memoria di quella tragedia continua a richiamare tutti alla responsabilità.

Donne, bambini, anziani e sacerdoti tra le vittime

L’eccidio non fu un singolo episodio, ma una serie di operazioni condotte in numerose località dei territori di Marzabotto, Monzuno e Grizzana Morandi.

Secondo la ricostruzione dell’Ente Parchi dell’Emilia Orientale, tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 furono uccise 770 persone. Tra le vittime vi furono 216 bambini, 316 donne, 142 anziani e cinque sacerdoti.

Le uccisioni avvennero nelle abitazioni, nei luoghi di culto e nei rifugi dove molti civili avevano cercato protezione. L’operazione fu condotta dalle forze tedesche contro il territorio nel quale operava la formazione partigiana Stella Rossa, ma la violenza colpì in maniera sistematica anche la popolazione civile.

Il messaggio di Mattarella

Nel suo messaggio per l’anniversario, Mattarella ha ricordato che «ciò che è accaduto può ripetersi», collegando la memoria di Marzabotto al ritorno della guerra e all’indebolimento delle regole internazionali che dovrebbero limitarne gli effetti.

Il presidente ha richiamato democrazia, partecipazione, solidarietà e giustizia come valori sui quali si fonda la Costituzione italiana, indicando nella memoria non soltanto un dovere verso le vittime, ma anche una responsabilità per il presente.

È un passaggio particolarmente significativo perché la commemorazione non viene presentata soltanto come ricordo di un episodio del passato. La lezione di Monte Sole viene collegata alla necessità di difendere quei principi che nacquero anche dalla tragedia della guerra e dell’occupazione.

Una memoria che appartiene anche agli italiani all’estero

Per gli italiani che vivono fuori dal Paese, Marzabotto rappresenta anche una parte della memoria nazionale che le comunità italiane nel mondo hanno contribuito a conservare e trasmettere.

La storia dell’Italia del Novecento non è infatti rimasta dentro i confini nazionali. Milioni di italiani emigrarono proprio negli anni della guerra o nei decenni successivi, portando con sé anche il ricordo delle vicende che avevano segnato le proprie famiglie e i propri territori.

Per questo la memoria di Marzabotto non riguarda soltanto chi vive oggi nell’area di Monte Sole. È una pagina della storia italiana che appartiene anche alle comunità italiane di New York, Buenos Aires, Toronto, Caracas, Santo Domingo e di tante altre città del mondo.

La memoria come responsabilità

A 82 anni di distanza, il rischio è che i nomi dei luoghi e delle vittime diventino progressivamente soltanto una pagina dei libri di storia.

È proprio contro questo rischio che assumono valore le parole di Mattarella.

Ricordare Marzabotto significa infatti ricordare che la guerra non produce soltanto battaglie e fronti militari. Quando vengono meno il rispetto della vita umana, le regole e la dignità della persona, la popolazione civile può diventare il bersaglio della violenza.

La memoria serve allora non soltanto a guardare indietro, ma a comprendere il valore di ciò che è stato costruito dopo la guerra: la democrazia, i diritti, la convivenza civile e l’idea di un’Europa fondata sulla pace.

Una storia che continua a essere raccontata

A Monte Sole la memoria non è rimasta ferma al passato. Il territorio continua a organizzare commemorazioni, percorsi della memoria e iniziative rivolte soprattutto alle nuove generazioni. Il prossimo 4 ottobre, a Marzabotto, è prevista la commemorazione ufficiale dell’82° anniversario degli eccidi di Monte Sole.

È attraverso queste iniziative che una tragedia avvenuta oltre otto decenni fa continua a essere trasmessa a chi non l’ha vissuta.

Perché ricordare Marzabotto non significa vivere nel passato. Significa sapere quanto può costare alla società perdere il rispetto della vita, della libertà e della dignità umana.

 




Un chioggiotto nelle isole della Sonda

0

I viaggi di Niccolò De’ Conti nelle terre e sui mari dell’Oriente

Si narra che i suoi viaggi, i cui resoconti circolarono inizialmente in forma manoscritta,   influenzarono profondamente la comprensione geografica delle aree attorno all’Oceano Indiano nella metà del XV secolo. Fu uno dei primi  a descrivere le Isole della Sonda e le Isole delle Spezie,   contribuì a rivalutare l’opera di Marco Polo, alla quale prima di allora si dava poco credito e grazie ai suoi racconti probabilmente molti altri europei trovarono il coraggio dell’esplorazione.
Eppure, come capita a troppi italiani, il suo nome si è perso nelle nebbie della memoria collettiva, consegnato a un ingiusto oblio spezzato soltanto l’anno scorso, quando un convegno organizzato nella sua città natale – Chioggia – ne tracciò il profilo umano.

0

Niccolò de’ Conti era nato nella città veneta nel 1395, figlio di Giovanni, morendovi nel 1469. Tra le due date di inizio e fine vita, pensò bene di affrontare le incognite di un Pianeta in gran parte ancora sconosciuto agli europei. Esploratore e mercante, la sua storia è avvolta dalla nebbia fin dagli anni giovanili, di cui poco si sa. Le prime notizie   lo indicano  a Damasco, da dove nel 1414 ebbero inizio le sue lunghe peregrinazioni nel Medio e nell’Estremo Oriente.

Dopo aver appreso la lingua araba nei suoi anni di soggiorno a Damasco, decise di aggregarsi a una carovana che attraversò il deserto compreso fra i territori della Siria e l’Eufrate. Percorse la Mesopotamia per fermarsi inizialmente a Bagdad e per riprendere il viaggio con la navigazione lungo il Tigri e l’Eufrate ed attraverso i canali che uniscono questi due fiumi e che da essi si diramano. De’ Conti giunse a Bassora e  alla foce dello Shatt al-‘Arab, navigò in seguito tutto il Golfo Persico fino a Bandar ‘Abbās ed alla vicina isola di Hormūz. Dopo aver  toccato il porto   di Kalhat nel golfo di ‘Omān proseguì verso Cambay e dopo  venti giorni toccò   la città di Pachamur, (attuale Barkur), a nord di Mangalore, e la città di Helly, una città oggi scomparsa ma all’epoca capitale del Deccan. Il navigatore chioggiotto continuò il suo viaggoi spostandosi  a “Maliapur”, sulla costa orientale dell’India (dovrebbe essere la moderna Mylapore, nello Chennai), dove visitò la tomba di San Tommaso, dove era vivo il culto di s. Tommaso, venerato dai nestoriani.

0

De’ Conti lasciò l’India e navigò verso Sumatra, superando l’arcipelago delle Andamane, per restarvi un anno a Pedir nella parte settentrionale, acquisendo conoscenza del luogo e informazioni utili sul commercio dell’oro e delle spezie.

Da Sumatra egli passò alla penisola trarisgangetica e, dopo sedici giorni di navigazione, spinto da una tempesta, approdò sulla costa della regione di Tenasserim, in Birmania, alla città dello stesso nome, posta sull’omonimo fiume. Salpò quindi verso la foce del Gange, visitando Bardhaman (in Bengala), e quindi proseguendo via terra fino ad Arakan (in Birmania).

Durante i suoi viaggi, Niccolò De’ Conti descrisse le culture del Sudest asiatico “superiori a tutte le altre regioni per ricchezza cultura e magnificenza, e al pari dell’Italia per civiltà”.

0

Dalle  foci del fiume Kuladan giunse, in sei giorni, alla città dallo stesso nome (forse l’attuale Mrohung),   e di qui, tagliando l’Arakan,   in poco più di un mese arrivò al fiume Irrawaddy, per toccare infine la città di Ava dopo un altro mese di navigazione controcorrente. Da Ava ripartì dirigendosi verso il mare, che raggiunse dopo diciassette giorni, e trovando la città di Zeython;  dopo dieci giorni arrivò a Panconia o Pauconia, per fermarvisi quattro mesi e riprendere poi la via del mare. Pasando davanti  all’isola di Giava e all’isola di Borneo, vi sostò in entrambi per diversi mesi, descrivendo la ferocia dei costumi dei loro abitanti e tratteggiando per primo le isole di    Celebes ed le Molucche. Non andò però oltre queste isole, come qualcuno ha voluto sostenere, perché, riprendendo il resoconto dei suoi viaggi, afferma che, lasciate le due Giave, si diresse verso occidente per approdare, dopo un mese di viaggio, a Ciampa, il punto estremo al quale egli pervenne sul continente asiatico.  Attorno al 1440 fece ritorno via nave in India (Quilon, Cochin, Calcutta, Cambay) e quindi in Medio Oriente (Socotra, Aden, Berbera in Somalia, Jidda in Egitto), dalle quali viaggiò via terra fino al Cairo, passando per il Monte Sinai.

Nicolò viaggiò assieme alla sua famiglia avendo conosciuto sua moglie  in India e divenendo padre di  quattro figli,  Arrivato in Egitto De’ Conti, dopo essere stato derubato dei suoi averi,  dovette attendere per ben due anni il salvacondotto del sultano per poter attraversare le terre a lui soggette e per farlo dovette anche rinnegare la fede cristiana per aver salva la vita. Lui sopravvisse a   un’epidemia di peste perse, nella quale però perse  la moglie, due figli e gran parte dei suoi servi. Sempre durante la sua permanenza al Cairo, nel 1437 avrebbe incontrato il viaggiatore catalano

Ritornato   in Italia nel 1439, raggiunse Firenze, dove si stava allora svolgendo il concilio, per implorare dal pontefice Eugenio IV il perdono per essersi convertito all’islamismo. Nell’occasione potè raccontare all’allora segretario del pontefice, Poggio Bracciolini, le sue peripezie vissute nei suoi viaggi.

I viaggi di De’ Conti influenzarono  la cartografia del XV secolo. Per il cartografo Fra Mauro  la “fonte degna di fiducia” citata nella realizzazione della sua   mappa, circa i viaggi di una “giunca dell’India” (letteralmente “Zoncho de India”), oltre il Capo di Buona Speranza e nell’Oceano Atlantico, attorno al 1420, confermando che era possibile circumnavigare l’Africa, pare fosse proprio   Niccolò de’ Conti.  La sua relazione venne usata da diversi esploratori e viaggiatori, come Ludovico di Varthema e Antonio Pigafetta.

Niccolo, rientrato infine a Chioggia fra il 1449 e il 1450, visse invece con tutta probabilità a Venezia, dedicandosi a vari commerci e ricoprendo numerosi incarichi affidatigli dal Consiglio della sua città natale.  Insignito  del titolo di conte palatino, con la facoltà di creare notai,  morì probabilmente a Chioggia nel 1469.

Le informazioni trasmesseci dalla relazione dei suoi viaggi si sono invece dimostrate generalmente esatte sia per quanto riguarda le indicazioni delle direzioni e delle distanze, sia anche per quel che concerne le particolarità topografiche fornite in riferimento alle più importanti città da lui ricordate e descritte.




I corsari della Louisiana

81577275 10217900302833297 5900377078552854528 n

Lac del Allemands, Lac Cataouache, Lac Salvador, Grand Isle e Grand Terre….sono nomi dalle assonanze francesi quelle che distinguono la fascia di terra che si estende da New Orleans al Golfo del Messico. In realtà non è neanche terra quella che si presenta a chi arrivasse in questo lembo d’America: quella in effetti è una zona di confine, invasa dalle acque e costellate da isolotti temporanei e spogli. Quella però é anche Barataria Bay, una regione che la storia ha voluto rivestire di leggenda.

81577275 10217900302833297 5900377078552854528 n

Gli anni a cavallo tra il 700 e l’800 furono anni di grande movimento magmatico in quella che oggi è una delle aree più pittoresche degli Stati Uniti. In una Lousiana costretta a continui passaggi di mano (dalla Spagna alla Francia, di nuovo alla Spagna e infine agli Stati Uniti) gli anni a cavallo del nuovo secolo diventano lo sfondo a tinte forti di un mondo che concentrava in se tutte le contraddizioni della giovane nazione statunitense.

Tra una Inghilterra che non accettava di fare da comprimaria tentando più volte di conquistare il lembo di colonia europea, tra le numerose guerre indiane che nascevano e si spegnevano  spesso alimentate dalle stesse mani europee per favorire l’una o l’altra parte, tra la nascita dello schiavismo più duro, proprio nel momento in cui venne vietata ufficialmente la tratta degli uomini, tra gli altezzosi atteggiamenti dei creoli disturbati dall’avanzata dei faccendieri del Nord, tra i cajun che cercarono negli acquitrini del delta il loro mondo idilliaco, crebbero e prosperarono attivissimi gruppi di pirati e bucanieri, nonostante l’epoca della pirateria fosse ormai giunta al suo declino.

history painting pirate boarding thumb1920

Dotati di un’aurea leggendaria che anche a inizio Ottocento li dipingeva come eroi dell’avventura, questi ultimi si trasformarono in privateers, ovvero corsari provvisti di lettere d’incarico da Stati diversi (Francia, Bolivia, Venezuela) che li autorizzavano a sequestrare merci e navigli della flotta spagnola nel Golfo del Messico. Uomini senza scrupoli, i privateers, dotati però di stile e classe che li fa assurgere a nuove icone agli occhi di molti americani. Nonostante il divieto della tratta degli schiavi, i corsari riuscirono a vendere sottobanco la merce “umana” sottratta alle galere spagnole. E nonostante la fedeltà giurata al governo americano, gestirono un ricchissimo giro di contrabbando ai danni della stessa economia unionista.

images

 

Tra i tanti gruppi spiccò quello dei Baratarians, guidati dai fratelli Pierre, Jean e Dominique Lafitte, e sostenuti dall’estro marinaro dei luogotenenti Vicente Gambi, Antonio Angelo e Louis Chighizola.

Quella che nacque nel labirinto terracqueo, era una comunità multietnica composta da disertori dell’esercito e della marina americana, da ragazzi disillusi, figli di rispettabili famiglie della Lousiana sedotti dal fascino di Lafitte e Gambi, molti mezzosangue  e neri di Santo Domingo….italiani, portoghesi, francesi e spagnoli sostenuti dalla voglia di predare e dallo spirito romantico dell’avventura.

Quella che nacque negli acquitrini della Lousiana, era però anche una comunità organizzata senza distinzioni di razza e con un governo di matrice comunista: ogni uomo infatti otteneva una parte equa nella distribuzione dei bottini.

Di questo mondo Luigi Chighizzola, Antonio Angelo e Vincenzo Gambi furono protagonisti assoluti. Come qualsiasi storia di pirati che si rispetti, del loro passato e della loro vita ben poco è stato scoperto. Furono però sempre in prima linea nel sostenere il loro amico Lafitte, ed eroici combattenti nella guerra contro l’Inghilterra nella quale i baratarians si schierarono proprio al fianco degli Stati Uniti. La battaglia di New Orleans dell’8 gennaio 1815 raccolse intorno al presidente Andrew Jackson tutte le componenti della stratificata società della Lousiana. Creoli, indiani Chochtaw, immigrati italiani (in gran parte dell’isola di Ustica) e tedeschi (della Cote des Allemands), mulatti, indisciplinati kaintucks affrontarono con impeto le forze inglesi ma poco avrebbero potuto contro le organizzate truppe di sua maestà britannica senza l’apporto decisivo delle armi, munizioni e della disciplina militare dei corsari di Gambi e Chighizzola. Gli italiani guidarono personalmente le loro navi contro quelle inglesi mettendole in scacco e inferendo loro una sconfitta umiliante e sanguinosa. Quelli che pochi mesi prima erano “banditi” divennero “patrioti”, riscattando il loro doppio gioco che aveva indotto lo stesso Jackson a mettere a ferro e fuoco Barataria.

La festa del 23 gennaio elesse a eroi nazionali Andrew Jackson e Jean Lafitte, con i suoi luogotenenti, permettendo alla multietnica comunità di installarsi sul fiume Sabine, per creare una “repubblica indipendente” proprio in territori che diventeranno oggetto di contesa tra Stati Uniti e Messico. Un posto ideale per il doppio gioco dei corsari.

All’altezza dell’attuale Galveston, Lafitte e gli italiani costruirono Campèche, una nuova “comune” di Lafitte, dominata dalla grande villa-fortino chiamata La Maison Rouge. Accusati dopo poco tempo di spionaggio a favore della Spagna e del Messico, chiamati a frequenti scaramucce con truppe americane e spagnole e messicane, i “privateers” misero in scena il loro ultimo atto resistendo a un assalto delle truppe americane e abbandonando la comune per disperdersi in vari angoli del Mondo, quasi sempre sotto mentite spoglie.

Nell’ultima battaglia Vincenzo Gambi morì combattendo in difesa dello stesso Lafitte. La sua resistenza permise al fascinoso pirata di fuggire alla volta del Venezuela e di entrare nella “leggenda”. Secondo diversi studiosi, Lafitte tornò infatti negli Stati Uniti per organizzare la fuga di Napoleone da Sant’Elena, per poi rifugiarsi a Saint Louis con il nome di John Lafflin come mercante di polvere da sparo. Secondo la stessa tesi, l’ormai ex pirata avrebbe formato anche un “Pro Labor Movement”, avrebbe viaggiato a lungo in Europa venendo a contatto con Marx ed Engels finanziandone la pubblicazione del Manifesto del partito comunista e passandolo -al suo ritorno negli Stati Uniti – all’amico Abramo Lincoln, morendo infine nel 1854 ad Altona, in Illinois.

Antonio Angelo scomparve nel nulla entrando a sua volta nella leggenda. Luigi Chighizzola, tra i tanti, continuò la sua vita abbandonando la pirateria e ritirandosi a Grand Isle. Chiamato da tutti “Nez Coupé” per la mutilazione subita al proprio naso, con questo stesso nome si trasferì sull’isola, per vivere il resto dei propri giorni circondato dall’affetto della piccola comunità formata in gran parte da altri ex pirati. Ebbe tre figli  cui diede il  nome di Louis, Petronille e Placide, che vissero sull’isola una tranquilla e anonima vita.

Placide Chighizzola fu l’ultimo dei figli del pirata a essere sepolto nel cimitero di Church Street a Grand Isle: nel 1911 un ritratto  lo descriveva come rispettato membro anziano dell’isola, probabilmente l’ultima memoria vivente del fascinoso mondo dei corsari.




“Quel giorno… 25 anni dopo”: New York ricorda l’11 settembre

27newyork

Il 10 settembre l’Istituto Italiano di Cultura di New York dedica una serata alla memoria dell’attentato che cambiò la città, gli Stati Uniti e il mondo.

27newyork

Sono passati 25 anni dall’11 settembre 2001.

Un quarto di secolo da quel giorno che ha cambiato per sempre New York, gli Stati Uniti e, in molti aspetti, il mondo intero.

Alla vigilia del venticinquesimo anniversario, l’Istituto Italiano di Cultura di New York dedica una serata alla memoria di quella tragedia. L’appuntamento è per giovedì 10 settembre alle ore 18, nella sede dell’IIC, al 686 di Park Avenue.

L’incontro si intitola “Quel giorno… 25 anni dopo” e partirà dalla testimonianza di un sopravvissuto raccolta dal giornalista Claudio Pagliara in occasione del ventesimo anniversario.

Un giorno che molti americani non hanno vissuto

C’è un elemento che rende particolarmente importante questa ricorrenza.

Secondo i dati citati dall’Istituto Italiano di Cultura, circa 100 milioni di americani sono nati dopo l’11 settembre 2001.

Per una parte enorme della popolazione americana, quindi, quel giorno non è un ricordo personale.

È storia.

È qualcosa che hanno conosciuto attraverso i racconti dei genitori, i documentari, le fotografie, i libri e le immagini televisive.

Ed è proprio per questo che mantenere viva la memoria diventa sempre più importante.

La testimonianza di chi c’era

Durante la serata sarà proiettato un estratto del documentario “Quel giorno”, realizzato da Claudio Pagliara e trasmesso da Speciale TG1 il 5 settembre 2021, in occasione del ventesimo anniversario degli attentati.

Al centro del documentario c’è anche la testimonianza di uno dei sopravvissuti.

Da quella voce partirà la riflessione organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura.

Non soltanto per ricordare ciò che accadde.

Ma per cercare di capire che cosa è successo a New York nei 25 anni successivi.

Due giornalisti italiani che raccontarono quella giornata

Alla serata parteciperanno anche Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, giornalisti italiani che vivevano già a New York nel 2001 e che raccontarono gli avvenimenti per il Corriere della Sera e La Stampa.

Oggi, 25 anni dopo, hanno pubblicato insieme il libro “Da Giuliani a Mamdani. New York 25 anni dopo l’11 settembre”, nel quale raccontano la trasformazione della città attraverso un lungo percorso che arriva fino alla New York di oggi.

A moderare l’incontro sarà lo stesso Claudio Pagliara, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York.

Da Giuliani a Mamdani

Il titolo del libro scelto dai due giornalisti racconta già molto.

In 25 anni New York è cambiata profondamente.

È cambiata politicamente, economicamente, socialmente e urbanisticamente.

È cambiato il modo nel quale la città si percepisce e viene percepita dal resto del mondo.

Ma alcune caratteristiche sono rimaste.

Una soprattutto: la capacità di reagire alle crisi.

Gli autori descrivono una New York oggi meno legata esclusivamente a Wall Street e sempre più orientata verso la tecnologia e la cosiddetta Tech City.

Una città che si è arricchita di nuovi musei e istituzioni culturali, ma che è diventata anche più costosa e attraversata da profonde divisioni politiche.

La città che si rialza

Nel libro viene ricordata una frase dello stilista newyorkese Michael Kors, utilizzata per descrivere proprio questa capacità della città di reagire:

quando New York cade, si rialza.

È forse la chiave migliore per comprendere il rapporto tra la città e l’11 settembre.

Ground Zero è diventato un luogo di memoria.

Le Twin Towers non esistono più.

Ma New York continua a vivere, cambiare e reinventarsi.

E proprio questa trasformazione sarà uno degli argomenti della conversazione del 10 settembre.

Il ricordo delle quasi tremila vittime

Naturalmente il centro della serata rimane la memoria delle vittime.

Gli attentati dell’11 settembre causarono quasi 3.000 morti.

Persone di molte nazionalità, religioni e origini diverse.

Uomini e donne che si trovavano nelle Torri Gemelle, al Pentagono o a bordo degli aerei dirottati.

E poi i soccorritori: vigili del fuoco, poliziotti, operatori sanitari e tanti altri che intervennero nelle ore e nei giorni successivi.

Una tragedia che non appartiene soltanto agli Stati Uniti.

Un ricordo che riguarda anche gli italiani

Tra le vittime dell’11 settembre vi furono anche persone legate all’Italia e alla comunità italiana negli Stati Uniti.

Per questo la serata organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura ha anche un significato particolare per gli italiani che vivono a New York.

La città è stata per generazioni una delle principali destinazioni dell’emigrazione italiana.

L’11 settembre ha quindi segnato anche una comunità italiana profondamente inserita nella vita della città.

Vent’anni dopo, un altro sguardo

La proiezione del documentario realizzato nel 2021 permette inoltre di mettere a confronto due momenti.

Il ventesimo anniversario.

E ora il venticinquesimo.

Cinque anni possono sembrare pochi nella storia.

Ma sono abbastanza per permettere a una città e a una società di guardare agli stessi avvenimenti con una prospettiva diversa.

E soprattutto per capire quanto sia cambiata la memoria collettiva.

Quando la memoria diventa storia

Per chi quel giorno lo ha vissuto, le immagini delle Torri in fiamme, delle persone che correvano per le strade di Manhattan e delle nuvole di polvere a Lower Manhattan appartengono ancora alla memoria personale.

Per chi è nato dopo, sono immagini di un passato che non ha vissuto.

È qui che iniziative come quella dell’IIC assumono il loro significato.

La memoria personale, con il passare degli anni, diventa memoria collettiva.

E la memoria collettiva, se viene conservata e raccontata, diventa storia.

Il 10 settembre New York si fermerà idealmente ancora una volta a guardare quel giorno.

Non soltanto per ricordare la tragedia.

Ma per chiedersi che cosa sia diventata la città 25 anni dopo.

Una città ferita, ricostruita, trasformata.

Una città che ha perso quasi tremila persone.

E che, nonostante tutto, ha continuato a rialzarsi.




Seveso, cinquant’anni dopo: dalla nube di diossina a simbolo mondiale della rinascita

seveso 4 1536x1023

Il 10 luglio 1976 uno dei più gravi disastri ambientali d’Europa cambiò per sempre il rapporto tra industria, ambiente e sicurezza. Oggi quella ferita è diventata una lezione per il mondo.

Cinquant’anni fa, il 10 luglio 1976, una nube invisibile cambiò per sempre la storia di una tranquilla cittadina della Brianza e segnò una svolta nella tutela dell’ambiente in Europa.

seveso 4 1536x1023

Fu a Seveso che, a causa di un grave incidente nello stabilimento chimico Icmesa, vennero dispersi nell’atmosfera chilogrammi di TCDD, una delle forme più tossiche di diossina conosciute. La nube contaminò vaste aree di Seveso, Meda, Cesano Maderno, Desio e di altri comuni limitrofi, costringendo centinaia di famiglie ad abbandonare le proprie case e provocando la morte di migliaia di animali. Molti bambini svilupparono la cloracne, una grave malattia della pelle causata dall’esposizione alla diossina.

L’incidente suscitò enorme impressione in tutta Europa. Per la prima volta una nube di diossina colpiva direttamente una popolazione civile, facendo emergere i rischi legati agli impianti industriali che producevano sostanze altamente pericolose.

Da tragedia a modello internazionale

A distanza di mezzo secolo, però, Seveso non viene ricordata soltanto per quella tragedia.

L’area più contaminata è stata completamente bonificata e al posto della fabbrica sorge oggi il Bosco delle Querce, un grande parco pubblico diventato il simbolo della rinascita ambientale e della capacità di trasformare una ferita in un patrimonio collettivo.

seveso 7 1536x1024

Ma l’eredità di Seveso è andata ben oltre i confini italiani.

Proprio da quell’incidente nacque infatti la prima Direttiva Seveso dell’allora Comunità Economica Europea, una normativa destinata a rivoluzionare gli standard di sicurezza degli impianti industriali a rischio. Nel corso degli anni le direttive sono state aggiornate più volte, imponendo controlli sempre più severi, piani di emergenza, informazione ai cittadini e misure preventive oggi adottate in tutta l’Unione Europea.

Una memoria che continua a insegnare

Le celebrazioni del cinquantesimo anniversario non hanno avuto soltanto un valore commemorativo.

Convegni scientifici, incontri istituzionali e iniziative pubbliche hanno ricordato come il disastro di Seveso abbia contribuito alla nascita di una nuova cultura della sicurezza industriale, influenzando legislazioni e procedure ancora oggi considerate un punto di riferimento a livello internazionale.

Cinquant’anni dopo, Seveso continua a ricordare quanto possano essere devastanti gli errori dell’uomo. Ma racconta anche un’altra storia: quella di una comunità che ha saputo ricostruire il proprio futuro e trasformare una delle pagine più dolorose della storia ambientale italiana in un esempio di resilienza e di speranza.




Italiani in Centro America: una storia poco conosciuta di lavoro, integrazione e successo

u51rhlsar99k6wzkvqlvrdngqnocszuyfltnbotkzkvvhkewwkf0bt9vw mggie4yzjhfbpp j184bqvbkxs6jrsgpcjupkyn79vttsnixwzkssd8kr4wlv0nvbsbyzng iia8t zpw3fejgrd3ppt cy0afed2gcdogml6zagu gipypcnofboc2muaa9tp

Quando si parla di emigrazione italiana, il pensiero corre subito agli Stati Uniti, all’Argentina o al Brasile. Molto meno nota è invece la storia degli italiani che, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, scelsero il Centro America come nuova patria, contribuendo allo sviluppo economico, sociale e culturale della regione.

Pur non avendo mai raggiunto i numeri delle grandi migrazioni verso il Sud America, la presenza italiana in Centro America ha lasciato tracce profonde in paesi come Costa Rica, Guatemala, Panama, Honduras, Nicaragua ed El Salvador.

Le prime presenze italiane documentate risalgono al periodo coloniale, ma fu soprattutto dopo l’Unità d’Italia che migliaia di persone decisero di cercare fortuna oltre oceano. Le difficili condizioni economiche di molte regioni italiane, in particolare del Nord-Est e del Meridione, spinsero numerose famiglie a emigrare.

Molti italiani arrivarono in Centro America come commercianti, artigiani, tecnici, agricoltori e imprenditori. Alcuni furono coinvolti nella costruzione di infrastrutture, ferrovie e porti, mentre altri diedero vita ad attività commerciali che spesso prosperarono nel tempo.

Tra i paesi centroamericani, il Costa Rica rappresenta uno degli esempi più significativi della presenza italiana. Nel 1888 centinaia di operai italiani furono reclutati per partecipare alla costruzione della ferrovia che avrebbe collegato la capitale San José con il porto di Limón.

u51rhlsar99k6wzkvqlvrdngqnocszuyfltnbotkzkvvhkewwkf0bt9vw mggie4yzjhfbpp j184bqvbkxs6jrsgpcjupkyn79vttsnixwzkssd8kr4wlv0nvbsbyzng iia8t zpw3fejgrd3ppt cy0afed2gcdogml6zagu gipypcnofboc2muaa9tp

Le condizioni di lavoro si rivelarono estremamente dure e molti lavoratori affrontarono malattie tropicali, incidenti e difficoltà climatiche. Nonostante ciò, numerosi italiani decisero di rimanere nel Paese dopo la conclusione dei lavori, integrandosi nella società costaricana e contribuendo alla crescita economica nazionale.

m9zuo2bxnlgz10eoh uevrhhv2tuiahhl5l8a 0lld66b7x 3bh0zjecjbhj8sx09bvm2 2pzlo7mjcjpf3i8wmtr6pnegdycfizf609yvwickdgzsg8rwxvan1uxg56j0d5t0zqmb33ycwxxifosoyqc7jxocyt3wrvloahcb0kw bmsmylaxg3fk9ofy1b

Ancora oggi molti cognomi italiani sono diffusi in Costa Rica e fanno parte della storia politica, economica e culturale del Paese.

Un altro capitolo importante riguarda Panama. Durante la costruzione del Canale di Panama, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, centinaia di italiani parteciparono ai lavori che avrebbero cambiato la storia del commercio mondiale.

Molti provenivano dalla Liguria, dalla Calabria e dalla Sicilia. Alcuni rientrarono in patria, ma altri si stabilirono definitivamente nel Paese, contribuendo alla nascita di una vivace comunità italiana.

Nel corso del Novecento gli italiani presenti in Centro America si distinsero soprattutto nel commercio, nell’edilizia, nell’industria alimentare e nelle professioni liberali.

In Guatemala e in El Salvador diverse famiglie di origine italiana raggiunsero posizioni di rilievo nel mondo imprenditoriale. In Nicaragua e Honduras gli italiani contribuirono allo sviluppo del settore agricolo e delle attività commerciali.

A differenza di altre realtà migratorie, le comunità italiane centroamericane furono generalmente caratterizzate da una forte capacità di integrazione, mantenendo tuttavia vive le proprie tradizioni e il legame con l’Italia.

Oggi i discendenti degli emigrati italiani rappresentano una parte importante della società centroamericana. Molti conservano i cognomi dei loro antenati e continuano a coltivare l’interesse per la cultura italiana attraverso associazioni, camere di commercio, scuole e iniziative culturali.

L’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei discendenti degli emigrati ha inoltre rafforzato negli ultimi decenni il rapporto tra le nuove generazioni e il Paese d’origine delle loro famiglie.

La storia degli italiani in Centro America dimostra come anche le comunità numericamente più piccole abbiano saputo lasciare un segno duraturo nei paesi che le hanno accolte.

È una vicenda fatta di sacrifici, spirito di iniziativa e capacità di adattamento, che merita di essere conosciuta e valorizzata. Per migliaia di famiglie sparse tra Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica e Panama, l’Italia non rappresenta soltanto una terra lontana, ma una parte viva della propria identità.

 




Dal porto di Napoli a New York: un murale celebra gli italiani che partirono in cerca di un futuro

is5ob9rmvm i0wvn wm01pg5batyblxdqhj3ljkkrvgimawi4ppvzfvkptlbk0f5fl9cbahq noeumapb1xtcfbqzakhggs9mycygmgh gxv i4kac eop3dtm3rhxlrgie4pk lfdgktegdz42c3pzoo9dujifv5fwxu4doscnixdjwoy9brpqpxk6houae

C’è un luogo a Napoli da cui, per decenni, migliaia di italiani salutarono le proprie famiglie senza sapere se sarebbero mai tornati. Da quel porto partirono uomini, donne e bambini diretti verso gli Stati Uniti, inseguendo lavoro, speranza e una vita migliore.

is5ob9rmvm i0wvn wm01pg5batyblxdqhj3ljkkrvgimawi4ppvzfvkptlbk0f5fl9cbahq noeumapb1xtcfbqzakhggs9mycygmgh gxv i4kac eop3dtm3rhxlrgie4pk lfdgktegdz42c3pzoo9dujifv5fwxu4doscnixdjwoy9brpqpxk6houae

Oggi quel pezzo di storia torna a vivere grazie a un grande murale inaugurato davanti al Molo San Vincenzo, uno dei simboli dell’emigrazione italiana verso l’America. L’opera, intitolata “In Sanguine Foedus. Nuovo Mondo”, è dedicata a tutti coloro che lasciarono l’Italia per costruire il proprio futuro oltreoceano.

Il murale, realizzato dall’artista napoletano Vittorio Valiante, raffigura volti reali di emigranti italiani, ricostruiti attraverso fotografie storiche e testimonianze delle famiglie. Ogni volto racconta una storia di coraggio, sacrificio e speranza. Attraverso un QR Code i visitatori possono conoscere le biografie e i percorsi migratori delle persone rappresentate nell’opera.

A collegare l’intera composizione è un filo rosso, simbolo del legame tra chi partiva e chi restava. Un richiamo alle famiglie divise dall’oceano, ma unite dagli affetti e dalle radici. Lo stesso filo ideale collegherà Napoli a New York, dove nel quartiere di Little Italy verrà realizzato un secondo murale dedicato a San Gennaro, patrono molto amato sia dai napoletani sia dalle comunità italiane d’America.

L’iniziativa rappresenta un tributo non solo agli emigrati del passato, ma anche ai milioni di italiani e discendenti di italiani che oggi vivono all’estero. Molti di loro hanno origini proprio nelle regioni del Sud da cui partirono le grandi ondate migratorie dirette verso New York e altre città americane.

Per le comunità italiane nel mondo, il murale è molto più di un’opera d’arte: è un monumento alla memoria collettiva. Un modo per ricordare che dietro ogni valigia c’era una famiglia, dietro ogni nave un sogno, e dietro ogni emigrante una storia che continua ancora oggi attraverso figli, nipoti e pronipoti sparsi nei cinque continenti.

Da Napoli a New York, il filo della storia continua a unire generazioni di italiani, ricordando che le radici non si perdono mai, nemmeno dopo un viaggio lungo un oceano.