I corsari della Louisiana

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Lac del Allemands, Lac Cataouache, Lac Salvador, Grand Isle e Grand Terre….sono nomi dalle assonanze francesi quelle che distinguono la fascia di terra che si estende da New Orleans al Golfo del Messico. In realtà non è neanche terra quella che si presenta a chi arrivasse in questo lembo d’America: quella in effetti è una zona di confine, invasa dalle acque e costellate da isolotti temporanei e spogli. Quella però é anche Barataria Bay, una regione che la storia ha voluto rivestire di leggenda.

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Gli anni a cavallo tra il 700 e l’800 furono anni di grande movimento magmatico in quella che oggi è una delle aree più pittoresche degli Stati Uniti. In una Lousiana costretta a continui passaggi di mano (dalla Spagna alla Francia, di nuovo alla Spagna e infine agli Stati Uniti) gli anni a cavallo del nuovo secolo diventano lo sfondo a tinte forti di un mondo che concentrava in se tutte le contraddizioni della giovane nazione statunitense.

Tra una Inghilterra che non accettava di fare da comprimaria tentando più volte di conquistare il lembo di colonia europea, tra le numerose guerre indiane che nascevano e si spegnevano  spesso alimentate dalle stesse mani europee per favorire l’una o l’altra parte, tra la nascita dello schiavismo più duro, proprio nel momento in cui venne vietata ufficialmente la tratta degli uomini, tra gli altezzosi atteggiamenti dei creoli disturbati dall’avanzata dei faccendieri del Nord, tra i cajun che cercarono negli acquitrini del delta il loro mondo idilliaco, crebbero e prosperarono attivissimi gruppi di pirati e bucanieri, nonostante l’epoca della pirateria fosse ormai giunta al suo declino.

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Dotati di un’aurea leggendaria che anche a inizio Ottocento li dipingeva come eroi dell’avventura, questi ultimi si trasformarono in privateers, ovvero corsari provvisti di lettere d’incarico da Stati diversi (Francia, Bolivia, Venezuela) che li autorizzavano a sequestrare merci e navigli della flotta spagnola nel Golfo del Messico. Uomini senza scrupoli, i privateers, dotati però di stile e classe che li fa assurgere a nuove icone agli occhi di molti americani. Nonostante il divieto della tratta degli schiavi, i corsari riuscirono a vendere sottobanco la merce “umana” sottratta alle galere spagnole. E nonostante la fedeltà giurata al governo americano, gestirono un ricchissimo giro di contrabbando ai danni della stessa economia unionista.

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Tra i tanti gruppi spiccò quello dei Baratarians, guidati dai fratelli Pierre, Jean e Dominique Lafitte, e sostenuti dall’estro marinaro dei luogotenenti Vicente Gambi, Antonio Angelo e Louis Chighizola.

Quella che nacque nel labirinto terracqueo, era una comunità multietnica composta da disertori dell’esercito e della marina americana, da ragazzi disillusi, figli di rispettabili famiglie della Lousiana sedotti dal fascino di Lafitte e Gambi, molti mezzosangue  e neri di Santo Domingo….italiani, portoghesi, francesi e spagnoli sostenuti dalla voglia di predare e dallo spirito romantico dell’avventura.

Quella che nacque negli acquitrini della Lousiana, era però anche una comunità organizzata senza distinzioni di razza e con un governo di matrice comunista: ogni uomo infatti otteneva una parte equa nella distribuzione dei bottini.

Di questo mondo Luigi Chighizzola, Antonio Angelo e Vincenzo Gambi furono protagonisti assoluti. Come qualsiasi storia di pirati che si rispetti, del loro passato e della loro vita ben poco è stato scoperto. Furono però sempre in prima linea nel sostenere il loro amico Lafitte, ed eroici combattenti nella guerra contro l’Inghilterra nella quale i baratarians si schierarono proprio al fianco degli Stati Uniti. La battaglia di New Orleans dell’8 gennaio 1815 raccolse intorno al presidente Andrew Jackson tutte le componenti della stratificata società della Lousiana. Creoli, indiani Chochtaw, immigrati italiani (in gran parte dell’isola di Ustica) e tedeschi (della Cote des Allemands), mulatti, indisciplinati kaintucks affrontarono con impeto le forze inglesi ma poco avrebbero potuto contro le organizzate truppe di sua maestà britannica senza l’apporto decisivo delle armi, munizioni e della disciplina militare dei corsari di Gambi e Chighizzola. Gli italiani guidarono personalmente le loro navi contro quelle inglesi mettendole in scacco e inferendo loro una sconfitta umiliante e sanguinosa. Quelli che pochi mesi prima erano “banditi” divennero “patrioti”, riscattando il loro doppio gioco che aveva indotto lo stesso Jackson a mettere a ferro e fuoco Barataria.

La festa del 23 gennaio elesse a eroi nazionali Andrew Jackson e Jean Lafitte, con i suoi luogotenenti, permettendo alla multietnica comunità di installarsi sul fiume Sabine, per creare una “repubblica indipendente” proprio in territori che diventeranno oggetto di contesa tra Stati Uniti e Messico. Un posto ideale per il doppio gioco dei corsari.

All’altezza dell’attuale Galveston, Lafitte e gli italiani costruirono Campèche, una nuova “comune” di Lafitte, dominata dalla grande villa-fortino chiamata La Maison Rouge. Accusati dopo poco tempo di spionaggio a favore della Spagna e del Messico, chiamati a frequenti scaramucce con truppe americane e spagnole e messicane, i “privateers” misero in scena il loro ultimo atto resistendo a un assalto delle truppe americane e abbandonando la comune per disperdersi in vari angoli del Mondo, quasi sempre sotto mentite spoglie.

Nell’ultima battaglia Vincenzo Gambi morì combattendo in difesa dello stesso Lafitte. La sua resistenza permise al fascinoso pirata di fuggire alla volta del Venezuela e di entrare nella “leggenda”. Secondo diversi studiosi, Lafitte tornò infatti negli Stati Uniti per organizzare la fuga di Napoleone da Sant’Elena, per poi rifugiarsi a Saint Louis con il nome di John Lafflin come mercante di polvere da sparo. Secondo la stessa tesi, l’ormai ex pirata avrebbe formato anche un “Pro Labor Movement”, avrebbe viaggiato a lungo in Europa venendo a contatto con Marx ed Engels finanziandone la pubblicazione del Manifesto del partito comunista e passandolo -al suo ritorno negli Stati Uniti – all’amico Abramo Lincoln, morendo infine nel 1854 ad Altona, in Illinois.

Antonio Angelo scomparve nel nulla entrando a sua volta nella leggenda. Luigi Chighizzola, tra i tanti, continuò la sua vita abbandonando la pirateria e ritirandosi a Grand Isle. Chiamato da tutti “Nez Coupé” per la mutilazione subita al proprio naso, con questo stesso nome si trasferì sull’isola, per vivere il resto dei propri giorni circondato dall’affetto della piccola comunità formata in gran parte da altri ex pirati. Ebbe tre figli  cui diede il  nome di Louis, Petronille e Placide, che vissero sull’isola una tranquilla e anonima vita.

Placide Chighizzola fu l’ultimo dei figli del pirata a essere sepolto nel cimitero di Church Street a Grand Isle: nel 1911 un ritratto  lo descriveva come rispettato membro anziano dell’isola, probabilmente l’ultima memoria vivente del fascinoso mondo dei corsari.




“Quel giorno… 25 anni dopo”: New York ricorda l’11 settembre

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Il 10 settembre l’Istituto Italiano di Cultura di New York dedica una serata alla memoria dell’attentato che cambiò la città, gli Stati Uniti e il mondo.

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Sono passati 25 anni dall’11 settembre 2001.

Un quarto di secolo da quel giorno che ha cambiato per sempre New York, gli Stati Uniti e, in molti aspetti, il mondo intero.

Alla vigilia del venticinquesimo anniversario, l’Istituto Italiano di Cultura di New York dedica una serata alla memoria di quella tragedia. L’appuntamento è per giovedì 10 settembre alle ore 18, nella sede dell’IIC, al 686 di Park Avenue.

L’incontro si intitola “Quel giorno… 25 anni dopo” e partirà dalla testimonianza di un sopravvissuto raccolta dal giornalista Claudio Pagliara in occasione del ventesimo anniversario.

Un giorno che molti americani non hanno vissuto

C’è un elemento che rende particolarmente importante questa ricorrenza.

Secondo i dati citati dall’Istituto Italiano di Cultura, circa 100 milioni di americani sono nati dopo l’11 settembre 2001.

Per una parte enorme della popolazione americana, quindi, quel giorno non è un ricordo personale.

È storia.

È qualcosa che hanno conosciuto attraverso i racconti dei genitori, i documentari, le fotografie, i libri e le immagini televisive.

Ed è proprio per questo che mantenere viva la memoria diventa sempre più importante.

La testimonianza di chi c’era

Durante la serata sarà proiettato un estratto del documentario “Quel giorno”, realizzato da Claudio Pagliara e trasmesso da Speciale TG1 il 5 settembre 2021, in occasione del ventesimo anniversario degli attentati.

Al centro del documentario c’è anche la testimonianza di uno dei sopravvissuti.

Da quella voce partirà la riflessione organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura.

Non soltanto per ricordare ciò che accadde.

Ma per cercare di capire che cosa è successo a New York nei 25 anni successivi.

Due giornalisti italiani che raccontarono quella giornata

Alla serata parteciperanno anche Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, giornalisti italiani che vivevano già a New York nel 2001 e che raccontarono gli avvenimenti per il Corriere della Sera e La Stampa.

Oggi, 25 anni dopo, hanno pubblicato insieme il libro “Da Giuliani a Mamdani. New York 25 anni dopo l’11 settembre”, nel quale raccontano la trasformazione della città attraverso un lungo percorso che arriva fino alla New York di oggi.

A moderare l’incontro sarà lo stesso Claudio Pagliara, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York.

Da Giuliani a Mamdani

Il titolo del libro scelto dai due giornalisti racconta già molto.

In 25 anni New York è cambiata profondamente.

È cambiata politicamente, economicamente, socialmente e urbanisticamente.

È cambiato il modo nel quale la città si percepisce e viene percepita dal resto del mondo.

Ma alcune caratteristiche sono rimaste.

Una soprattutto: la capacità di reagire alle crisi.

Gli autori descrivono una New York oggi meno legata esclusivamente a Wall Street e sempre più orientata verso la tecnologia e la cosiddetta Tech City.

Una città che si è arricchita di nuovi musei e istituzioni culturali, ma che è diventata anche più costosa e attraversata da profonde divisioni politiche.

La città che si rialza

Nel libro viene ricordata una frase dello stilista newyorkese Michael Kors, utilizzata per descrivere proprio questa capacità della città di reagire:

quando New York cade, si rialza.

È forse la chiave migliore per comprendere il rapporto tra la città e l’11 settembre.

Ground Zero è diventato un luogo di memoria.

Le Twin Towers non esistono più.

Ma New York continua a vivere, cambiare e reinventarsi.

E proprio questa trasformazione sarà uno degli argomenti della conversazione del 10 settembre.

Il ricordo delle quasi tremila vittime

Naturalmente il centro della serata rimane la memoria delle vittime.

Gli attentati dell’11 settembre causarono quasi 3.000 morti.

Persone di molte nazionalità, religioni e origini diverse.

Uomini e donne che si trovavano nelle Torri Gemelle, al Pentagono o a bordo degli aerei dirottati.

E poi i soccorritori: vigili del fuoco, poliziotti, operatori sanitari e tanti altri che intervennero nelle ore e nei giorni successivi.

Una tragedia che non appartiene soltanto agli Stati Uniti.

Un ricordo che riguarda anche gli italiani

Tra le vittime dell’11 settembre vi furono anche persone legate all’Italia e alla comunità italiana negli Stati Uniti.

Per questo la serata organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura ha anche un significato particolare per gli italiani che vivono a New York.

La città è stata per generazioni una delle principali destinazioni dell’emigrazione italiana.

L’11 settembre ha quindi segnato anche una comunità italiana profondamente inserita nella vita della città.

Vent’anni dopo, un altro sguardo

La proiezione del documentario realizzato nel 2021 permette inoltre di mettere a confronto due momenti.

Il ventesimo anniversario.

E ora il venticinquesimo.

Cinque anni possono sembrare pochi nella storia.

Ma sono abbastanza per permettere a una città e a una società di guardare agli stessi avvenimenti con una prospettiva diversa.

E soprattutto per capire quanto sia cambiata la memoria collettiva.

Quando la memoria diventa storia

Per chi quel giorno lo ha vissuto, le immagini delle Torri in fiamme, delle persone che correvano per le strade di Manhattan e delle nuvole di polvere a Lower Manhattan appartengono ancora alla memoria personale.

Per chi è nato dopo, sono immagini di un passato che non ha vissuto.

È qui che iniziative come quella dell’IIC assumono il loro significato.

La memoria personale, con il passare degli anni, diventa memoria collettiva.

E la memoria collettiva, se viene conservata e raccontata, diventa storia.

Il 10 settembre New York si fermerà idealmente ancora una volta a guardare quel giorno.

Non soltanto per ricordare la tragedia.

Ma per chiedersi che cosa sia diventata la città 25 anni dopo.

Una città ferita, ricostruita, trasformata.

Una città che ha perso quasi tremila persone.

E che, nonostante tutto, ha continuato a rialzarsi.




Seveso, cinquant’anni dopo: dalla nube di diossina a simbolo mondiale della rinascita

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Il 10 luglio 1976 uno dei più gravi disastri ambientali d’Europa cambiò per sempre il rapporto tra industria, ambiente e sicurezza. Oggi quella ferita è diventata una lezione per il mondo.

Cinquant’anni fa, il 10 luglio 1976, una nube invisibile cambiò per sempre la storia di una tranquilla cittadina della Brianza e segnò una svolta nella tutela dell’ambiente in Europa.

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Fu a Seveso che, a causa di un grave incidente nello stabilimento chimico Icmesa, vennero dispersi nell’atmosfera chilogrammi di TCDD, una delle forme più tossiche di diossina conosciute. La nube contaminò vaste aree di Seveso, Meda, Cesano Maderno, Desio e di altri comuni limitrofi, costringendo centinaia di famiglie ad abbandonare le proprie case e provocando la morte di migliaia di animali. Molti bambini svilupparono la cloracne, una grave malattia della pelle causata dall’esposizione alla diossina.

L’incidente suscitò enorme impressione in tutta Europa. Per la prima volta una nube di diossina colpiva direttamente una popolazione civile, facendo emergere i rischi legati agli impianti industriali che producevano sostanze altamente pericolose.

Da tragedia a modello internazionale

A distanza di mezzo secolo, però, Seveso non viene ricordata soltanto per quella tragedia.

L’area più contaminata è stata completamente bonificata e al posto della fabbrica sorge oggi il Bosco delle Querce, un grande parco pubblico diventato il simbolo della rinascita ambientale e della capacità di trasformare una ferita in un patrimonio collettivo.

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Ma l’eredità di Seveso è andata ben oltre i confini italiani.

Proprio da quell’incidente nacque infatti la prima Direttiva Seveso dell’allora Comunità Economica Europea, una normativa destinata a rivoluzionare gli standard di sicurezza degli impianti industriali a rischio. Nel corso degli anni le direttive sono state aggiornate più volte, imponendo controlli sempre più severi, piani di emergenza, informazione ai cittadini e misure preventive oggi adottate in tutta l’Unione Europea.

Una memoria che continua a insegnare

Le celebrazioni del cinquantesimo anniversario non hanno avuto soltanto un valore commemorativo.

Convegni scientifici, incontri istituzionali e iniziative pubbliche hanno ricordato come il disastro di Seveso abbia contribuito alla nascita di una nuova cultura della sicurezza industriale, influenzando legislazioni e procedure ancora oggi considerate un punto di riferimento a livello internazionale.

Cinquant’anni dopo, Seveso continua a ricordare quanto possano essere devastanti gli errori dell’uomo. Ma racconta anche un’altra storia: quella di una comunità che ha saputo ricostruire il proprio futuro e trasformare una delle pagine più dolorose della storia ambientale italiana in un esempio di resilienza e di speranza.




Italiani in Centro America: una storia poco conosciuta di lavoro, integrazione e successo

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Quando si parla di emigrazione italiana, il pensiero corre subito agli Stati Uniti, all’Argentina o al Brasile. Molto meno nota è invece la storia degli italiani che, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, scelsero il Centro America come nuova patria, contribuendo allo sviluppo economico, sociale e culturale della regione.

Pur non avendo mai raggiunto i numeri delle grandi migrazioni verso il Sud America, la presenza italiana in Centro America ha lasciato tracce profonde in paesi come Costa Rica, Guatemala, Panama, Honduras, Nicaragua ed El Salvador.

Le prime presenze italiane documentate risalgono al periodo coloniale, ma fu soprattutto dopo l’Unità d’Italia che migliaia di persone decisero di cercare fortuna oltre oceano. Le difficili condizioni economiche di molte regioni italiane, in particolare del Nord-Est e del Meridione, spinsero numerose famiglie a emigrare.

Molti italiani arrivarono in Centro America come commercianti, artigiani, tecnici, agricoltori e imprenditori. Alcuni furono coinvolti nella costruzione di infrastrutture, ferrovie e porti, mentre altri diedero vita ad attività commerciali che spesso prosperarono nel tempo.

Tra i paesi centroamericani, il Costa Rica rappresenta uno degli esempi più significativi della presenza italiana. Nel 1888 centinaia di operai italiani furono reclutati per partecipare alla costruzione della ferrovia che avrebbe collegato la capitale San José con il porto di Limón.

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Le condizioni di lavoro si rivelarono estremamente dure e molti lavoratori affrontarono malattie tropicali, incidenti e difficoltà climatiche. Nonostante ciò, numerosi italiani decisero di rimanere nel Paese dopo la conclusione dei lavori, integrandosi nella società costaricana e contribuendo alla crescita economica nazionale.

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Ancora oggi molti cognomi italiani sono diffusi in Costa Rica e fanno parte della storia politica, economica e culturale del Paese.

Un altro capitolo importante riguarda Panama. Durante la costruzione del Canale di Panama, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, centinaia di italiani parteciparono ai lavori che avrebbero cambiato la storia del commercio mondiale.

Molti provenivano dalla Liguria, dalla Calabria e dalla Sicilia. Alcuni rientrarono in patria, ma altri si stabilirono definitivamente nel Paese, contribuendo alla nascita di una vivace comunità italiana.

Nel corso del Novecento gli italiani presenti in Centro America si distinsero soprattutto nel commercio, nell’edilizia, nell’industria alimentare e nelle professioni liberali.

In Guatemala e in El Salvador diverse famiglie di origine italiana raggiunsero posizioni di rilievo nel mondo imprenditoriale. In Nicaragua e Honduras gli italiani contribuirono allo sviluppo del settore agricolo e delle attività commerciali.

A differenza di altre realtà migratorie, le comunità italiane centroamericane furono generalmente caratterizzate da una forte capacità di integrazione, mantenendo tuttavia vive le proprie tradizioni e il legame con l’Italia.

Oggi i discendenti degli emigrati italiani rappresentano una parte importante della società centroamericana. Molti conservano i cognomi dei loro antenati e continuano a coltivare l’interesse per la cultura italiana attraverso associazioni, camere di commercio, scuole e iniziative culturali.

L’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei discendenti degli emigrati ha inoltre rafforzato negli ultimi decenni il rapporto tra le nuove generazioni e il Paese d’origine delle loro famiglie.

La storia degli italiani in Centro America dimostra come anche le comunità numericamente più piccole abbiano saputo lasciare un segno duraturo nei paesi che le hanno accolte.

È una vicenda fatta di sacrifici, spirito di iniziativa e capacità di adattamento, che merita di essere conosciuta e valorizzata. Per migliaia di famiglie sparse tra Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica e Panama, l’Italia non rappresenta soltanto una terra lontana, ma una parte viva della propria identità.

 




Dal porto di Napoli a New York: un murale celebra gli italiani che partirono in cerca di un futuro

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C’è un luogo a Napoli da cui, per decenni, migliaia di italiani salutarono le proprie famiglie senza sapere se sarebbero mai tornati. Da quel porto partirono uomini, donne e bambini diretti verso gli Stati Uniti, inseguendo lavoro, speranza e una vita migliore.

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Oggi quel pezzo di storia torna a vivere grazie a un grande murale inaugurato davanti al Molo San Vincenzo, uno dei simboli dell’emigrazione italiana verso l’America. L’opera, intitolata “In Sanguine Foedus. Nuovo Mondo”, è dedicata a tutti coloro che lasciarono l’Italia per costruire il proprio futuro oltreoceano.

Il murale, realizzato dall’artista napoletano Vittorio Valiante, raffigura volti reali di emigranti italiani, ricostruiti attraverso fotografie storiche e testimonianze delle famiglie. Ogni volto racconta una storia di coraggio, sacrificio e speranza. Attraverso un QR Code i visitatori possono conoscere le biografie e i percorsi migratori delle persone rappresentate nell’opera.

A collegare l’intera composizione è un filo rosso, simbolo del legame tra chi partiva e chi restava. Un richiamo alle famiglie divise dall’oceano, ma unite dagli affetti e dalle radici. Lo stesso filo ideale collegherà Napoli a New York, dove nel quartiere di Little Italy verrà realizzato un secondo murale dedicato a San Gennaro, patrono molto amato sia dai napoletani sia dalle comunità italiane d’America.

L’iniziativa rappresenta un tributo non solo agli emigrati del passato, ma anche ai milioni di italiani e discendenti di italiani che oggi vivono all’estero. Molti di loro hanno origini proprio nelle regioni del Sud da cui partirono le grandi ondate migratorie dirette verso New York e altre città americane.

Per le comunità italiane nel mondo, il murale è molto più di un’opera d’arte: è un monumento alla memoria collettiva. Un modo per ricordare che dietro ogni valigia c’era una famiglia, dietro ogni nave un sogno, e dietro ogni emigrante una storia che continua ancora oggi attraverso figli, nipoti e pronipoti sparsi nei cinque continenti.

Da Napoli a New York, il filo della storia continua a unire generazioni di italiani, ricordando che le radici non si perdono mai, nemmeno dopo un viaggio lungo un oceano.




9 maggio 1978, il giorno che sconvolse l’Italia: il corpo di Aldo Moro trovato in via Caetani

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aldo moro 9 maggio 1978Il 9 maggio 1978 rimane una delle date più drammatiche della storia italiana. Dopo 55 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse, il corpo senza vita di #Aldo Moro venne ritrovato a Roma, nel bagagliaio di una #Renault 4 rossa parcheggiata in #via Caetani

Lo statista democristiano era stato rapito il 16 marzo 1978 in #via Fani, in un agguato in cui morirono i cinque uomini della sua scorta. Il sequestro durò quasi due mesi e segnò profondamente la vita politica e civile del Paese.

La scelta di via Caetani non fu casuale. La strada si trova a poca distanza sia dalla storica sede della Democrazia Cristiana in piazza del Gesù sia da quella del Partito Comunista Italiano in via delle Botteghe Oscure, un luogo altamente simbolico negli anni della Guerra Fredda e del terrorismo interno.

La notizia del ritrovamento arrivò nel primo pomeriggio del 9 maggio. In pochi minuti l’Italia intera si fermò davanti alle edizioni straordinarie di radio e televisione. L’immagine della Renault 4 con il corpo di Moro nel bagagliaio diventò il simbolo degli “anni di piombo” e di una ferita ancora aperta nella memoria collettiva del Paese.

Il delitto Moro rappresentò uno spartiacque nella storia della Repubblica italiana. Ancora oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, quel 9 maggio continua a essere ricordato come il giorno in cui l’Italia si trovò faccia a faccia con il terrorismo e con una delle sue pagine più oscure.




Marcinelle, a 70 anni dalla tragedia il Museo dell’Emigrazione Marchigiana ricorda gli italiani morti in miniera

facebook marcinelle 70 museo dellemigrazione marchigiana il 9 maggio incontro su lavoro sicurezza ed emigrazioneimmagine21

facebook marcinelle 70 museo dellemigrazione marchigiana il 9 maggio incontro su lavoro sicurezza ed emigrazioneimmagine21A quasi settant’anni dalla tragedia di Marcinelle, il disastro minerario che l’8 agosto 1956 costò la vita a 262 lavoratori, tra cui 136 italiani, il Museo dell’Emigrazione Marchigiana dedica un incontro speciale ai temi del lavoro, della sicurezza e dell’emigrazione italiana nel mondo. L’appuntamento è previsto per il 9 maggio a Recanati, nelle Marche.

L’iniziativa vuole ricordare non soltanto una delle pagine più drammatiche dell’emigrazione italiana del dopoguerra, ma anche il sacrificio di migliaia di connazionali partiti verso Belgio, Germania, Svizzera e Americhe in cerca di lavoro e di una vita migliore.

La tragedia di Marcinelle avvenne nella miniera di carbone di Bois du Cazier, in Belgio, dove un incendio scoppiato nei tunnel sotterranei intrappolò centinaia di minatori. Per giorni l’Italia seguì con angoscia le operazioni di soccorso, fino alla frase diventata simbolo della tragedia: “Tutti cadaveri”. Quel disastro segnò profondamente la memoria collettiva italiana e cambiò anche il dibattito europeo sulle condizioni di sicurezza sul lavoro.

Secondo gli organizzatori, l’incontro del Museo dell’Emigrazione Marchigiana vuole collegare quella memoria storica alle sfide di oggi: sicurezza nei luoghi di lavoro, diritti dei migranti e valore umano dell’emigrazione. Temi che restano attuali anche nel 2026, in un mondo dove milioni di persone continuano a lasciare il proprio Paese per necessità economiche o sociali.




Friuli, 50 anni fa il terremoto che cambiò una terra e il suo popolo emigrante

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friuli1976Il 6 maggio 1976, alle 21, il Friuli venne colpito da uno dei terremoti più devastanti della storia italiana del dopoguerra. Una scossa di magnitudo 6.5 con epicentro tra Gemona e Osoppo distrusse paesi interi, provocando quasi mille vittime, migliaia di feriti e oltre 100 mila sfollati.

Gemona del Friuli, Venzone, Buja, Majano, Forgaria e molti altri centri furono praticamente rasi al suolo. Le immagini delle case crollate, delle chiese spezzate e degli alpini impegnati nei soccorsi restano ancora oggi impresse nella memoria collettiva italiana.

Ma il terremoto del Friuli non fu soltanto una tragedia locale. Fu anche il dramma di un popolo emigrante sparso nel mondo. Negli anni Settanta decine di migliaia di friulani vivevano già all’estero: in Canada, Argentina, Australia, Svizzera, Belgio, Germania e in molti Paesi dell’America Latina. L’emigrazione era stata per decenni una necessità per una terra povera ma laboriosa, segnata dalla montagna e dalla mancanza di lavoro.

Quando arrivò la notizia del sisma, i “Fogolârs Furlans”, le associazioni dei friulani nel mondo, si mobilitarono immediatamente. Raccolte di fondi, aiuti umanitari, medicine, tende e contributi economici partirono da ogni continente verso la regione devastata. Molti emigrati tornarono temporaneamente in Friuli per aiutare parenti e amici tra le macerie.

Per tanti friulani all’estero fu uno shock profondo: vedere distrutti i paesi lasciati anni prima per cercare fortuna lontano significò perdere improvvisamente una parte della propria identità. Eppure proprio quella straordinaria rete di solidarietà internazionale contribuì alla rinascita della regione.

Dal disastro nacque anche quello che ancora oggi viene chiamato il “modello Friuli”: una ricostruzione rapida, trasparente e fortemente legata alle comunità locali, considerata ancora un esempio di efficienza nella gestione delle emergenze. Il terremoto del 1976 contribuì inoltre alla nascita della moderna Protezione Civile italiana.

Cinquant’anni dopo, il ricordo dell’“Orcolat”, come il terremoto viene chiamato in friulano, continua a vivere non solo nei paesi ricostruiti pietra dopo pietra, ma anche nelle comunità friulane sparse nel mondo, che non hanno mai smesso di sentirsi parte della loro terra d’origine.




Il mondo sottosopra. Volontà di dominio

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mondo sottosopra degli espostiVenerdì 8 maggio 2026 alle ore 21.00, nella la Sala 1° piano del CENTRO POLIVALENTE a LIMIDI (via Papotti n. 18) si continua a parlare di storia. Dopo l’avvincente conferenza del professor Casto sulla civiltà ateniese del V° secolo A. C. si passa alla storia recente. Ritorna DANIEL DEGLI ESPOSTI (nella foto), storico del mondo contemporaneo e Public Historian. Ricercatore indipendente, autore di saggi storici sulla memoria dei conflitti mondiali e sulla guerra aerea nel modenese, intratterrà su “Volontà di dominio. Sfere d’influenza, imperialismo e capitalismo”. Sarà un’occasione per riflettere su come sono cambiati gli equilibri di potere e le relazioni internazionali nel corso della storia.

danielPer comprendere ciò che accade oggi, il relatore partirà dal passato, ricostruendo alcuni tra i più importanti tentativi di affermare un dominio imperiale nella storia dell’Occidente.

Che cosa contraddistinse l’espansione geografica ed economica dell’antica Roma? Come si sviluppò il primo tentativo di globalizzazione nell’età moderna? Perché il capitalismo ha segnato un cambio di passo non solo nella sfera economica, ma anche nelle relazioni internazionali?

E, infine, che cosa si intende oggi col termine imperialismo? Quali risposte sono state elaborare per arginare o per fronteggiare questo fenomeno? In che modo la potenza economica incide sulle relazioni internazionali?

Nel corso della serata verrà tracciata una serie di collegamenti tra epoche storiche diverse, cercando di mettere in luce elementi di continuità nelle differenze dei contesti.

Agli studenti e professori che lo richiederanno sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

L’evento fa parte del programma di Incontri Culturali, tutti con ingresso libero e gratuito senza necessità di prenotazione, organizzati dal Gruppo Cultura del CENTRO POLIVALENTE di LIMIDI, col contributo della Fondazione Campori di Soliera (Modena).

A seguire, la programmazione prevede per domenica 24-5-2026 alle ore 16,00 sempre presso la Sala 1° piano del CENTRO POLIVALENTE a LIMIDI, lo spettacolo di cabaret dialettale “A t’al digh mè” con i 2 ciocapiat




Cento anni fa nasceva Minerva Mirabal, il simbolo che Trujillo non riuscì a silenziare

mirabal sisters patria dede minerva dominican republic activists

mirabal sisters patria dede minerva dominican republic activistsIl 12 marzo si celebra il centenario della nascita della più celebre eroina dominicana. La sua storia — e quella delle sorelle — continua a ispirare il mondo

C’è una data che il calendario dominicano di marzo porta con sé come un peso e come una luce insieme: il 12 marzo 2026 segna i cento anni dalla nascita di Minerva Mirabal, nata a Ojo de Agua, nella provincia di Salcedo, nel 1926. Un secolo fa veniva al mondo la donna che sarebbe diventata il simbolo più potente della resistenza contro la dittatura di Rafael Leónidas Trujillo — e che quella dittatura avrebbe poi pagato con la vita.

Minerva fu una delle figure più emblematiche della resistenza contro il regime trujillista, pioniera nel campo accademico come una delle prime donne a conseguire una laurea in Giurisprudenza all’Università Autonoma di Santo Domingo, e figura chiave del Movimiento Revolucionario 14 de Junio.

Ma Minerva non era sola. Insieme alle sorelle Patria e María Teresa — le tre diventate celebri come Las Mariposas, le farfalle — formava un terzetto di coraggio che la macchina del terrore trujillista non riuscì mai davvero a piegare, nemmeno quando, il 25 novembre 1960, le tre donne vennero assassinate per ordine del dittatore mentre tornavano da una visita ai loro mariti in prigione. Avevano rispettivamente 36, 25 e 25 anni.

Il loro lascito trascende i confini dominicani: le Nazioni Unite hanno dichiarato il 25 novembre Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne proprio in loro memoria.

Il centenario arriva in un momento particolarmente significativo per il Paese. La Repubblica Dominicana ha assunto a gennaio la Presidenza Pro Tempore del Consiglio dei Ministri della Donna dell’America Centrale, e il nome di Minerva risuona con rinnovata forza nel dibattito pubblico su diritti, uguaglianza e memoria storica.

Per gli italiani residenti nell’isola — una comunità che negli ultimi decenni è cresciuta in modo significativo soprattutto nelle zone turistiche della costa nord e della penisola di Samaná — il centenario di Minerva Mirabal non è solo una commemorazione locale. È un invito a conoscere più a fondo il Paese che hanno scelto come casa, la sua storia complessa, le ferite che ancora non si sono del tutto chiuse.

Perché la storia della Repubblica Dominicana del Novecento è, tra le altre cose, la storia di Trujillo: trent’anni di dittatura (1930-1961) che hanno segnato ogni aspetto della vita dell’isola, dalle campagne alle città, dai pescatori del nord ai contadini del sud. Una dittatura che molti italiani che vivono sull’isola conoscono solo superficialmente, ma che continua a parlare attraverso le strade, i monumenti, le famiglie che ancora portano i segni di quegli anni.

Le celebrazioni per il centenario si annunciano diffuse su tutto il territorio nazionale. Mostre, convegni, eventi culturali e commemorazioni ufficiali riempiranno le settimane attorno al 12 marzo. Il Teatro Nacional Eduardo Brito di Santo Domingo ospiterà uno degli eventi principali, mentre in tutto il Paese scuole e università dedicheranno spazio alla figura di Minerva e delle sue sorelle.

Chi volesse capire qualcosa di più della Repubblica Dominicana che vive e abita — al di là delle spiagge e dei resort — farebbe bene a fermarsi un momento su questa storia. Tre donne, tre farfalle, cento anni dopo. E un Paese che non ha ancora finito di fare i conti con il proprio passato, né di trarre forza dal proprio coraggio.