Seveso, cinquant’anni dopo: dalla nube di diossina a simbolo mondiale della rinascita

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Il 10 luglio 1976 uno dei più gravi disastri ambientali d’Europa cambiò per sempre il rapporto tra industria, ambiente e sicurezza. Oggi quella ferita è diventata una lezione per il mondo.

Cinquant’anni fa, il 10 luglio 1976, una nube invisibile cambiò per sempre la storia di una tranquilla cittadina della Brianza e segnò una svolta nella tutela dell’ambiente in Europa.

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Fu a Seveso che, a causa di un grave incidente nello stabilimento chimico Icmesa, vennero dispersi nell’atmosfera chilogrammi di TCDD, una delle forme più tossiche di diossina conosciute. La nube contaminò vaste aree di Seveso, Meda, Cesano Maderno, Desio e di altri comuni limitrofi, costringendo centinaia di famiglie ad abbandonare le proprie case e provocando la morte di migliaia di animali. Molti bambini svilupparono la cloracne, una grave malattia della pelle causata dall’esposizione alla diossina.

L’incidente suscitò enorme impressione in tutta Europa. Per la prima volta una nube di diossina colpiva direttamente una popolazione civile, facendo emergere i rischi legati agli impianti industriali che producevano sostanze altamente pericolose.

Da tragedia a modello internazionale

A distanza di mezzo secolo, però, Seveso non viene ricordata soltanto per quella tragedia.

L’area più contaminata è stata completamente bonificata e al posto della fabbrica sorge oggi il Bosco delle Querce, un grande parco pubblico diventato il simbolo della rinascita ambientale e della capacità di trasformare una ferita in un patrimonio collettivo.

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Ma l’eredità di Seveso è andata ben oltre i confini italiani.

Proprio da quell’incidente nacque infatti la prima Direttiva Seveso dell’allora Comunità Economica Europea, una normativa destinata a rivoluzionare gli standard di sicurezza degli impianti industriali a rischio. Nel corso degli anni le direttive sono state aggiornate più volte, imponendo controlli sempre più severi, piani di emergenza, informazione ai cittadini e misure preventive oggi adottate in tutta l’Unione Europea.

Una memoria che continua a insegnare

Le celebrazioni del cinquantesimo anniversario non hanno avuto soltanto un valore commemorativo.

Convegni scientifici, incontri istituzionali e iniziative pubbliche hanno ricordato come il disastro di Seveso abbia contribuito alla nascita di una nuova cultura della sicurezza industriale, influenzando legislazioni e procedure ancora oggi considerate un punto di riferimento a livello internazionale.

Cinquant’anni dopo, Seveso continua a ricordare quanto possano essere devastanti gli errori dell’uomo. Ma racconta anche un’altra storia: quella di una comunità che ha saputo ricostruire il proprio futuro e trasformare una delle pagine più dolorose della storia ambientale italiana in un esempio di resilienza e di speranza.




Italiani in Centro America: una storia poco conosciuta di lavoro, integrazione e successo

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Quando si parla di emigrazione italiana, il pensiero corre subito agli Stati Uniti, all’Argentina o al Brasile. Molto meno nota è invece la storia degli italiani che, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, scelsero il Centro America come nuova patria, contribuendo allo sviluppo economico, sociale e culturale della regione.

Pur non avendo mai raggiunto i numeri delle grandi migrazioni verso il Sud America, la presenza italiana in Centro America ha lasciato tracce profonde in paesi come Costa Rica, Guatemala, Panama, Honduras, Nicaragua ed El Salvador.

Le prime presenze italiane documentate risalgono al periodo coloniale, ma fu soprattutto dopo l’Unità d’Italia che migliaia di persone decisero di cercare fortuna oltre oceano. Le difficili condizioni economiche di molte regioni italiane, in particolare del Nord-Est e del Meridione, spinsero numerose famiglie a emigrare.

Molti italiani arrivarono in Centro America come commercianti, artigiani, tecnici, agricoltori e imprenditori. Alcuni furono coinvolti nella costruzione di infrastrutture, ferrovie e porti, mentre altri diedero vita ad attività commerciali che spesso prosperarono nel tempo.

Tra i paesi centroamericani, il Costa Rica rappresenta uno degli esempi più significativi della presenza italiana. Nel 1888 centinaia di operai italiani furono reclutati per partecipare alla costruzione della ferrovia che avrebbe collegato la capitale San José con il porto di Limón.

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Le condizioni di lavoro si rivelarono estremamente dure e molti lavoratori affrontarono malattie tropicali, incidenti e difficoltà climatiche. Nonostante ciò, numerosi italiani decisero di rimanere nel Paese dopo la conclusione dei lavori, integrandosi nella società costaricana e contribuendo alla crescita economica nazionale.

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Ancora oggi molti cognomi italiani sono diffusi in Costa Rica e fanno parte della storia politica, economica e culturale del Paese.

Un altro capitolo importante riguarda Panama. Durante la costruzione del Canale di Panama, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, centinaia di italiani parteciparono ai lavori che avrebbero cambiato la storia del commercio mondiale.

Molti provenivano dalla Liguria, dalla Calabria e dalla Sicilia. Alcuni rientrarono in patria, ma altri si stabilirono definitivamente nel Paese, contribuendo alla nascita di una vivace comunità italiana.

Nel corso del Novecento gli italiani presenti in Centro America si distinsero soprattutto nel commercio, nell’edilizia, nell’industria alimentare e nelle professioni liberali.

In Guatemala e in El Salvador diverse famiglie di origine italiana raggiunsero posizioni di rilievo nel mondo imprenditoriale. In Nicaragua e Honduras gli italiani contribuirono allo sviluppo del settore agricolo e delle attività commerciali.

A differenza di altre realtà migratorie, le comunità italiane centroamericane furono generalmente caratterizzate da una forte capacità di integrazione, mantenendo tuttavia vive le proprie tradizioni e il legame con l’Italia.

Oggi i discendenti degli emigrati italiani rappresentano una parte importante della società centroamericana. Molti conservano i cognomi dei loro antenati e continuano a coltivare l’interesse per la cultura italiana attraverso associazioni, camere di commercio, scuole e iniziative culturali.

L’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei discendenti degli emigrati ha inoltre rafforzato negli ultimi decenni il rapporto tra le nuove generazioni e il Paese d’origine delle loro famiglie.

La storia degli italiani in Centro America dimostra come anche le comunità numericamente più piccole abbiano saputo lasciare un segno duraturo nei paesi che le hanno accolte.

È una vicenda fatta di sacrifici, spirito di iniziativa e capacità di adattamento, che merita di essere conosciuta e valorizzata. Per migliaia di famiglie sparse tra Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica e Panama, l’Italia non rappresenta soltanto una terra lontana, ma una parte viva della propria identità.

 




Dal porto di Napoli a New York: un murale celebra gli italiani che partirono in cerca di un futuro

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C’è un luogo a Napoli da cui, per decenni, migliaia di italiani salutarono le proprie famiglie senza sapere se sarebbero mai tornati. Da quel porto partirono uomini, donne e bambini diretti verso gli Stati Uniti, inseguendo lavoro, speranza e una vita migliore.

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Oggi quel pezzo di storia torna a vivere grazie a un grande murale inaugurato davanti al Molo San Vincenzo, uno dei simboli dell’emigrazione italiana verso l’America. L’opera, intitolata “In Sanguine Foedus. Nuovo Mondo”, è dedicata a tutti coloro che lasciarono l’Italia per costruire il proprio futuro oltreoceano.

Il murale, realizzato dall’artista napoletano Vittorio Valiante, raffigura volti reali di emigranti italiani, ricostruiti attraverso fotografie storiche e testimonianze delle famiglie. Ogni volto racconta una storia di coraggio, sacrificio e speranza. Attraverso un QR Code i visitatori possono conoscere le biografie e i percorsi migratori delle persone rappresentate nell’opera.

A collegare l’intera composizione è un filo rosso, simbolo del legame tra chi partiva e chi restava. Un richiamo alle famiglie divise dall’oceano, ma unite dagli affetti e dalle radici. Lo stesso filo ideale collegherà Napoli a New York, dove nel quartiere di Little Italy verrà realizzato un secondo murale dedicato a San Gennaro, patrono molto amato sia dai napoletani sia dalle comunità italiane d’America.

L’iniziativa rappresenta un tributo non solo agli emigrati del passato, ma anche ai milioni di italiani e discendenti di italiani che oggi vivono all’estero. Molti di loro hanno origini proprio nelle regioni del Sud da cui partirono le grandi ondate migratorie dirette verso New York e altre città americane.

Per le comunità italiane nel mondo, il murale è molto più di un’opera d’arte: è un monumento alla memoria collettiva. Un modo per ricordare che dietro ogni valigia c’era una famiglia, dietro ogni nave un sogno, e dietro ogni emigrante una storia che continua ancora oggi attraverso figli, nipoti e pronipoti sparsi nei cinque continenti.

Da Napoli a New York, il filo della storia continua a unire generazioni di italiani, ricordando che le radici non si perdono mai, nemmeno dopo un viaggio lungo un oceano.




9 maggio 1978, il giorno che sconvolse l’Italia: il corpo di Aldo Moro trovato in via Caetani

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aldo moro 9 maggio 1978Il 9 maggio 1978 rimane una delle date più drammatiche della storia italiana. Dopo 55 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse, il corpo senza vita di #Aldo Moro venne ritrovato a Roma, nel bagagliaio di una #Renault 4 rossa parcheggiata in #via Caetani

Lo statista democristiano era stato rapito il 16 marzo 1978 in #via Fani, in un agguato in cui morirono i cinque uomini della sua scorta. Il sequestro durò quasi due mesi e segnò profondamente la vita politica e civile del Paese.

La scelta di via Caetani non fu casuale. La strada si trova a poca distanza sia dalla storica sede della Democrazia Cristiana in piazza del Gesù sia da quella del Partito Comunista Italiano in via delle Botteghe Oscure, un luogo altamente simbolico negli anni della Guerra Fredda e del terrorismo interno.

La notizia del ritrovamento arrivò nel primo pomeriggio del 9 maggio. In pochi minuti l’Italia intera si fermò davanti alle edizioni straordinarie di radio e televisione. L’immagine della Renault 4 con il corpo di Moro nel bagagliaio diventò il simbolo degli “anni di piombo” e di una ferita ancora aperta nella memoria collettiva del Paese.

Il delitto Moro rappresentò uno spartiacque nella storia della Repubblica italiana. Ancora oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, quel 9 maggio continua a essere ricordato come il giorno in cui l’Italia si trovò faccia a faccia con il terrorismo e con una delle sue pagine più oscure.




Marcinelle, a 70 anni dalla tragedia il Museo dell’Emigrazione Marchigiana ricorda gli italiani morti in miniera

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facebook marcinelle 70 museo dellemigrazione marchigiana il 9 maggio incontro su lavoro sicurezza ed emigrazioneimmagine21A quasi settant’anni dalla tragedia di Marcinelle, il disastro minerario che l’8 agosto 1956 costò la vita a 262 lavoratori, tra cui 136 italiani, il Museo dell’Emigrazione Marchigiana dedica un incontro speciale ai temi del lavoro, della sicurezza e dell’emigrazione italiana nel mondo. L’appuntamento è previsto per il 9 maggio a Recanati, nelle Marche.

L’iniziativa vuole ricordare non soltanto una delle pagine più drammatiche dell’emigrazione italiana del dopoguerra, ma anche il sacrificio di migliaia di connazionali partiti verso Belgio, Germania, Svizzera e Americhe in cerca di lavoro e di una vita migliore.

La tragedia di Marcinelle avvenne nella miniera di carbone di Bois du Cazier, in Belgio, dove un incendio scoppiato nei tunnel sotterranei intrappolò centinaia di minatori. Per giorni l’Italia seguì con angoscia le operazioni di soccorso, fino alla frase diventata simbolo della tragedia: “Tutti cadaveri”. Quel disastro segnò profondamente la memoria collettiva italiana e cambiò anche il dibattito europeo sulle condizioni di sicurezza sul lavoro.

Secondo gli organizzatori, l’incontro del Museo dell’Emigrazione Marchigiana vuole collegare quella memoria storica alle sfide di oggi: sicurezza nei luoghi di lavoro, diritti dei migranti e valore umano dell’emigrazione. Temi che restano attuali anche nel 2026, in un mondo dove milioni di persone continuano a lasciare il proprio Paese per necessità economiche o sociali.




Friuli, 50 anni fa il terremoto che cambiò una terra e il suo popolo emigrante

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friuli1976Il 6 maggio 1976, alle 21, il Friuli venne colpito da uno dei terremoti più devastanti della storia italiana del dopoguerra. Una scossa di magnitudo 6.5 con epicentro tra Gemona e Osoppo distrusse paesi interi, provocando quasi mille vittime, migliaia di feriti e oltre 100 mila sfollati.

Gemona del Friuli, Venzone, Buja, Majano, Forgaria e molti altri centri furono praticamente rasi al suolo. Le immagini delle case crollate, delle chiese spezzate e degli alpini impegnati nei soccorsi restano ancora oggi impresse nella memoria collettiva italiana.

Ma il terremoto del Friuli non fu soltanto una tragedia locale. Fu anche il dramma di un popolo emigrante sparso nel mondo. Negli anni Settanta decine di migliaia di friulani vivevano già all’estero: in Canada, Argentina, Australia, Svizzera, Belgio, Germania e in molti Paesi dell’America Latina. L’emigrazione era stata per decenni una necessità per una terra povera ma laboriosa, segnata dalla montagna e dalla mancanza di lavoro.

Quando arrivò la notizia del sisma, i “Fogolârs Furlans”, le associazioni dei friulani nel mondo, si mobilitarono immediatamente. Raccolte di fondi, aiuti umanitari, medicine, tende e contributi economici partirono da ogni continente verso la regione devastata. Molti emigrati tornarono temporaneamente in Friuli per aiutare parenti e amici tra le macerie.

Per tanti friulani all’estero fu uno shock profondo: vedere distrutti i paesi lasciati anni prima per cercare fortuna lontano significò perdere improvvisamente una parte della propria identità. Eppure proprio quella straordinaria rete di solidarietà internazionale contribuì alla rinascita della regione.

Dal disastro nacque anche quello che ancora oggi viene chiamato il “modello Friuli”: una ricostruzione rapida, trasparente e fortemente legata alle comunità locali, considerata ancora un esempio di efficienza nella gestione delle emergenze. Il terremoto del 1976 contribuì inoltre alla nascita della moderna Protezione Civile italiana.

Cinquant’anni dopo, il ricordo dell’“Orcolat”, come il terremoto viene chiamato in friulano, continua a vivere non solo nei paesi ricostruiti pietra dopo pietra, ma anche nelle comunità friulane sparse nel mondo, che non hanno mai smesso di sentirsi parte della loro terra d’origine.




Il mondo sottosopra. Volontà di dominio

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mondo sottosopra degli espostiVenerdì 8 maggio 2026 alle ore 21.00, nella la Sala 1° piano del CENTRO POLIVALENTE a LIMIDI (via Papotti n. 18) si continua a parlare di storia. Dopo l’avvincente conferenza del professor Casto sulla civiltà ateniese del V° secolo A. C. si passa alla storia recente. Ritorna DANIEL DEGLI ESPOSTI (nella foto), storico del mondo contemporaneo e Public Historian. Ricercatore indipendente, autore di saggi storici sulla memoria dei conflitti mondiali e sulla guerra aerea nel modenese, intratterrà su “Volontà di dominio. Sfere d’influenza, imperialismo e capitalismo”. Sarà un’occasione per riflettere su come sono cambiati gli equilibri di potere e le relazioni internazionali nel corso della storia.

danielPer comprendere ciò che accade oggi, il relatore partirà dal passato, ricostruendo alcuni tra i più importanti tentativi di affermare un dominio imperiale nella storia dell’Occidente.

Che cosa contraddistinse l’espansione geografica ed economica dell’antica Roma? Come si sviluppò il primo tentativo di globalizzazione nell’età moderna? Perché il capitalismo ha segnato un cambio di passo non solo nella sfera economica, ma anche nelle relazioni internazionali?

E, infine, che cosa si intende oggi col termine imperialismo? Quali risposte sono state elaborare per arginare o per fronteggiare questo fenomeno? In che modo la potenza economica incide sulle relazioni internazionali?

Nel corso della serata verrà tracciata una serie di collegamenti tra epoche storiche diverse, cercando di mettere in luce elementi di continuità nelle differenze dei contesti.

Agli studenti e professori che lo richiederanno sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

L’evento fa parte del programma di Incontri Culturali, tutti con ingresso libero e gratuito senza necessità di prenotazione, organizzati dal Gruppo Cultura del CENTRO POLIVALENTE di LIMIDI, col contributo della Fondazione Campori di Soliera (Modena).

A seguire, la programmazione prevede per domenica 24-5-2026 alle ore 16,00 sempre presso la Sala 1° piano del CENTRO POLIVALENTE a LIMIDI, lo spettacolo di cabaret dialettale “A t’al digh mè” con i 2 ciocapiat




Cento anni fa nasceva Minerva Mirabal, il simbolo che Trujillo non riuscì a silenziare

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mirabal sisters patria dede minerva dominican republic activistsIl 12 marzo si celebra il centenario della nascita della più celebre eroina dominicana. La sua storia — e quella delle sorelle — continua a ispirare il mondo

C’è una data che il calendario dominicano di marzo porta con sé come un peso e come una luce insieme: il 12 marzo 2026 segna i cento anni dalla nascita di Minerva Mirabal, nata a Ojo de Agua, nella provincia di Salcedo, nel 1926. Un secolo fa veniva al mondo la donna che sarebbe diventata il simbolo più potente della resistenza contro la dittatura di Rafael Leónidas Trujillo — e che quella dittatura avrebbe poi pagato con la vita.

Minerva fu una delle figure più emblematiche della resistenza contro il regime trujillista, pioniera nel campo accademico come una delle prime donne a conseguire una laurea in Giurisprudenza all’Università Autonoma di Santo Domingo, e figura chiave del Movimiento Revolucionario 14 de Junio.

Ma Minerva non era sola. Insieme alle sorelle Patria e María Teresa — le tre diventate celebri come Las Mariposas, le farfalle — formava un terzetto di coraggio che la macchina del terrore trujillista non riuscì mai davvero a piegare, nemmeno quando, il 25 novembre 1960, le tre donne vennero assassinate per ordine del dittatore mentre tornavano da una visita ai loro mariti in prigione. Avevano rispettivamente 36, 25 e 25 anni.

Il loro lascito trascende i confini dominicani: le Nazioni Unite hanno dichiarato il 25 novembre Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne proprio in loro memoria.

Il centenario arriva in un momento particolarmente significativo per il Paese. La Repubblica Dominicana ha assunto a gennaio la Presidenza Pro Tempore del Consiglio dei Ministri della Donna dell’America Centrale, e il nome di Minerva risuona con rinnovata forza nel dibattito pubblico su diritti, uguaglianza e memoria storica.

Per gli italiani residenti nell’isola — una comunità che negli ultimi decenni è cresciuta in modo significativo soprattutto nelle zone turistiche della costa nord e della penisola di Samaná — il centenario di Minerva Mirabal non è solo una commemorazione locale. È un invito a conoscere più a fondo il Paese che hanno scelto come casa, la sua storia complessa, le ferite che ancora non si sono del tutto chiuse.

Perché la storia della Repubblica Dominicana del Novecento è, tra le altre cose, la storia di Trujillo: trent’anni di dittatura (1930-1961) che hanno segnato ogni aspetto della vita dell’isola, dalle campagne alle città, dai pescatori del nord ai contadini del sud. Una dittatura che molti italiani che vivono sull’isola conoscono solo superficialmente, ma che continua a parlare attraverso le strade, i monumenti, le famiglie che ancora portano i segni di quegli anni.

Le celebrazioni per il centenario si annunciano diffuse su tutto il territorio nazionale. Mostre, convegni, eventi culturali e commemorazioni ufficiali riempiranno le settimane attorno al 12 marzo. Il Teatro Nacional Eduardo Brito di Santo Domingo ospiterà uno degli eventi principali, mentre in tutto il Paese scuole e università dedicheranno spazio alla figura di Minerva e delle sue sorelle.

Chi volesse capire qualcosa di più della Repubblica Dominicana che vive e abita — al di là delle spiagge e dei resort — farebbe bene a fermarsi un momento su questa storia. Tre donne, tre farfalle, cento anni dopo. E un Paese che non ha ancora finito di fare i conti con il proprio passato, né di trarre forza dal proprio coraggio.




Florida: MATANZAS rosso sangue

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460 anni fa il massacro  di S. Augustine che vide coinvolti anche gli italiani.

Ha un nome suggestivo, vi abitano gli unici Nativi che non hanno mai firmato un trattato di resa, vi nacquero il più antico insediamento degli attuali Stati Uniti e la figura leggendaria del futuro cowboy: la Florida emana  decisamente un alone di fascino dalla sua centeneria storia e altrettanto fascino traspira dalle  tracce dei primi  italiani approdati in terra nordamericana.

Se la saga dei grandi navigatori ha visto scorrere sui mari del Nuovo  Mondo vari volti originari della penisola, la #Florida può vantare il primo segnale di #emigrazione italiana stabile  che si sarebbe moltiplicata negli anni.  E’ #S. Augustine il punto di partenza della storia stanziale europea in  Nordamerica.

staugustine1702siege(1)Giunto in Florida nel 1513 Juan Ponce de Leòn approda nei pressi dell’attuale Cape Canaveral e  la battezza con l’appellativo attuale in onore della Pasqua Florida spagnola (e anche della rigogliosa flora tropicale).

Poco fiorita è invece l’accoglienza riservata agli spagnoli da parte delle tribù indigene e gli uomini  di Leòn devono rapidamente ripiegare sulle navi per evitare il peggio. Proseguiranno le loro scoperte veleggiando verso nord ma sarà Panfilo de Narvaez ad esplorare il bellissimo golfo dello stato americano, nel 1528, riuscendo anche a ottenere dei successi contro le tribù ostili della zona.

Rimasto in pochi uomini a causa di una violenta bufera, l’amico di  Hernàn Cortéz (conquistatore del Messico) divise le sue forze e iniziò la sua esplorazione del territorio mentre le navi lo seguivano per via mare. Il contingente terrestre incontro degli indigeni che iniziarono  a magnificare gli ingenti depositi auriferi presenti nei territori del nord. Arrivati  ad Appalachee gli spagnoli capirono di essersi illusi e si misero in attesa della flotta che non fece mai ritorno.

images(1)Iniziò così una delle più incredibili avventure umane. Costruite delle zattere di fortuna, i reduci tentarono di tornare in Messico costeggiando i territori dell’attuale sud degli Stati Uniti: una nuova bufera, davanti al Texas, mise fine alla vita di gran parte di loro e tra questi c’era Panfilo de Narvaez.

L’odissea proseguì per i pochi  superstiti che soltanto otto anni dopo lo sbarco in Florida, ritornarono, in numero di soli tre, in Nueva Espana (Messico), superando avventure che hanno dell’incredibile, e lasciando alla penna di uno di loro (tale Cabeza  de Vaca) la testimonianza della loro storia. I racconti dei superstiti portarono ad una nuova impresa e nel 1539  toccherà a Fernando de Soto, lanciatosi alla ricerca delle favolose città d’oro (e dopo mesi di conquista e  massacri), raggiungere le sponde del grande Mississippi.

6291affb9e91c62766c6ecc1 st. augstine history 1Durante quest’ultima spedizione gli spagnoli ritrovarono anche, quale dignitario di una delle tante tribù Seminole, un altro superstite della spedizione De Narvaez, tale Juan Ortiz, che ridotto a schiavo e poi messo a morte venne graziato dagli indiani per intercessione della figlia del capo villaggio (una storia che ricorrerà un secolo dopo nel New England  tra la principessa Powhatan Pocahontas e il capitano inglese John Smith).

Gli italiani, in terra florida comparvero alla fine delle grandi imprese avventurose spagnole. Tra il 1562 e il 1564 approdarono infatti sulle spiagge di Miami due spedizioni francesi. Si trattava di ugonotti, uomini dal credo religioso inviso alla corona di Francia (all’epoca dominata da una rappresentante della famiglia de’Medici di Firenze), e decisi a trovare un nuovo rifugio in terra americana.

carolinatofloridacoast1733I francesi si accamparono sulle sponde dell’attuale St. Johns River, battezzando l’area “La Caroline” in onore del sovrano Carlo IX.  Vita difficile per questo primo nucleo di transpalpini, che riuscì a sopravvivere soltanto grazie ad una nuova spedizione di aiuto, capitanata da Jean Ribault, e che superò anche un complotto ai danni di Renè de Laudonnière, cui partecipò Stefano Genoese. Di questo italiano, grande avversario del leader ugonotto, le notizie sono alquanto precarie. Genoese, uscito sconfitto dal tentativo di rovesciare il comando, fu giustiziato.

La storia della Florida, tra il 1564 e il 1575 si tinge di sangue coloniale. Ai francesi infatti reagiscono in modo impetuoso i reali di Spagna che spediscono in America l’efficientissimo Pedro Menèndez de Avilès, il quale fonda il villaggio più longevo degli attuali Stati Uniti, S. Augustine, rinforzandolo, dopo un primo tragico saccheggio perpetuato dal famoso corsaro inglese #Francis Drake, con l’imprendibile castillo de San Marcos.

Gli spagnoli si misero subito all’opera contro quelli che consideravano eretici e i francesi reagirono trincerandosi nella città di Fort Caroline.

castillo de san marcosRenè de Laudonnière decise però di tentare l’attacco a sorpresa alla fortezza spagnola, e tra gli uomini che comandavano il suo contingente vi era Nicola Ornano, un italiano di  Corsica appartenente ad una famiglia destinata a dare numerosi condottieri alle bandiere francesi. Viceammiraglio della flotta di Ribault, e comandante della nave Emerillon, Nicola Ornano subì il destino di tutta la comunità francese di Florida. La spedizione di de Laudonnière infatti si sfaldò sotto la forza degli uragani tropicali, aprendosi al micidiale contrattacco spagnolo. La storia ricorda quei giorni con un sinistro nome: il massacro di Matanzas. Il 29 settembre del 1565 infatti i superstiti del primo gruppo d’attacco (sfiniti e affamati) furono circondati dagli spagnoli. Accettata la resa, 130 francesi furono però giustiziati a tradimento: la vita venne risparmiata soltanto a coloro che si dichiararono cattolici.

Il secondo gruppo, capitanato da Ribault arrivò sul luogo del massacro il 12 ottobre, in condizioni disperate. In questo gruppo vi era anche Nicola Ornano, il quale subì la stessa sorte degli altri 134 francesi: pur osservando i miseri resti del primo gruppo di francesi, gli uomini di Ribault decisero di arrendersi e vennero giustiziati, con l’esclusione di altri sedici graziati. Toccherà simile sorte anche a un altro italiano al servizio della Francia.

Dieci anni dopo il massacro  di Matanzas, Nicola Strozzi, capitano della nave “Prince”, venne catturato da Pedro Menendez Maques, nipote del comandante spagnolo autore della strage.  Nicola Strozzi era capitano al servizio del re di Francia, ed era figlio di Simone Strozzi e di Albiera di Iacopo Bindi, mantenendo alto il nome della nobile famiglia italiana nei mari del mondo. Esperto navigatore e combattente, egli si era distinto in vari scontri con i turchi ma, arrivato nei mari del Nuovo Mondo come capitano della nave “Prince”, trovò ad attenderlo una fine crudele. Pedro Menendez Marques lo fece prigioniero e gli chiese un riscatto per avere salva la vita. Strozzi accettò ed offrì al nemico 300 ducati per riacquistare la libertà: in cambio venne repentinamente giustiziato dall’avversario, emulo del feroce zio… e della moneta non si ebbe più nessuna traccia!

Nelle acque torbide del fine Cinquecento altri italiani approdarono sulla costa della  Florida. Molti furono al servizio della corona spagnola e si insediarono nel villaggio di S.Augustine  contribuendo a formare la prima città stabile dei futuri Stati Uniti. Di loro restano pochissime tracce: erano per  lo più domestici, soldati semplici, artigiani al servizio dei condottieri nobili spagnoli sbarcati in terra americana.

Tra i 2646 marinai e armigeri imbarcati sui 34 vascelli spagnoli della flotta di Menendes de Aviles, c’erano infatti tantissimi italiani residenti nei territori spagnoli della penisola. Tra essi spicca il nome di un certo Augustino Espinola (o Spinola) grande collaboratore del condottiero spagnolo. Francesco Genoese invece servì  l’autore della strage di Matanzas  sulle navi della sua flotta in rotta verso i territori americani. Italiano infine, anche se il suo nome è scomparso dagli annali della storia, fu il cappellano del capitano Francisco Lopez Mendoza Grajales, ovvero il primo uomo a mettere piede sul terreno dove sorse S. Augustine, il bisnonno dei  paesi statunitensi.

 

 

 

 




Giornata della Memoria: eventi di commemorazione in Canada

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giornata della memoria ambasciata ditalia a ottawa eventi di commemorazione in canadaimmagine6 198x223In occasione della Giornata Internazionale della Memoria, l’Ambasciatore d’Italia in Canada Alessandro Cattaneo ha partecipato alla cerimonia organizzata dal Governo canadese presso il National Holocaust Monument di Ottawa, alla presenza del Primo Ministro Mark Carney e di numerosi rappresentanti politici e istituzionali del Canada. L’Ambasciatore ha inoltre preso parte all’evento organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura a Toronto, in collaborazione con il Consolato Generale d’Italia a Toronto, l’Ambasciata d’Italia, il Centro Culturale Ebraico Miles Nadal e l’Italian Contemporary Film Festival.

Alla presenza di un folto pubblico, la serata è stata incentrata sulla proiezione del documentario “Liliana” del regista Ruggero Gabbai, dedicato alla storia della Senatrice a vita Liliana Segre. Tra i presenti, Autorità politiche e rappresentanti istituzionali canadesi, tra cui il Senatore Toni Varone e il Procuratore Generale dell’Ontario, On. Michael Kerzner.

Nel suo intervento di apertura, l’Ambasciatore Cattaneo ha sottolineato il profondo significato della ricorrenza alla luce della recrudescenza dell’antisemitismo su scala globale, che richiede ancor di più di promuovere presso le nuove generazioni una consapevole educazione alla Memoria. L’evento di Toronto dà il via ad una serie di iniziative realizzate dalla rete diplomatico-consolare italiana in Canada, su impulso dell’Ambasciata, dedicate alle Giornata Internazionale della Memoria. Il 2 febbraio il documentario “Liliana” sarà proiettato, con il sostegno del Consolato Generale d’Italia a Vancouver, presso il Vancouver Holocaust Education Centre.

Il 3 febbraio l’Istituto italiano di Cultura ed il Consolato Generale d’Italia a Montreal presenteranno presso il Cinéma du Musée il documentario “Il respiro di Shlomo”, del regista Ruggero Gabbai, incentrato sulla testimonianza di Shlomo Venezia. Lo stesso documentario sarà inoltre presentato dall’Ambasciata d’Italia a Ottawa presso l’Ottawa Art Gallery il giorno seguente. Le proiezioni di Ottawa e Montreal verranno seguite da una conversazione con il Prof. Mario Venezia, figlio di Shlomo Venezia, produttore del documentario e Presidente della Fondazione Museo della Shoah, presente in qualità di ospite d’onore ad entrambi gli eventi.(Inform)