Il Piave mormorava… Era il 24 maggio di tanti anni fa

scritto da Fatti Nostri | 24 Maggio 2023
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“Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio…”, un pezzo di storia in una canzone che tutti ricordiamo.

Qui la proponiamo in un video registrato dal Coro e dall’orchestra di Vicenza con il tenore Walter Fraccaro, diretti dal Maestro Giuliano Fracasso.

Leggiamo da Wikipedia: “La leggenda del Piave, conosciuta anche come La canzone del Piave, Il Piave mormorava o semplicemente Il Piave, è una delle più celebri canzoni patriottiche italiane. Il brano fu composto nel giugno 1918 dal maestro napoletano Ermete Giovanni Gaeta (noto con lo pseudonimo di E. A. Mario).

Durante la seconda guerra mondiale, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il governo italiano l’adottò provvisoriamente come inno nazionale,

I fatti storici che ispirarono l’autore risalgono al giugno del 1918, quando l’Impero austro-ungarico decise di sferrare un grande attacco (ricordato con il nome di “battaglia del solstizio”) sul fronte del fiume Piave per piegare definitivamente l’esercito italiano, già reduce dalla sconfitta di Caporetto. L’esercito imperiale austriaco si avvicinò pertanto alle località venete delle Grave di Papadopoli e del Montello, ma fu costretto ad arretrare a causa della piena del fiume. Ebbe così inizio la resistenza delle Forze armate del Regno d’Italia, che costrinse gli austro-ungarici a ripiegare.

Il 4 luglio 1918, la 3ª Armata del Regio Esercito Italiano occupò le zone tra il Piave vecchio ed il Piave nuovo. Durante la battaglia morirono 84.600 militari italiani e 149.000 austro-ungarici. In occasione dell’offensiva finale italiana dopo la battaglia di Vittorio Veneto, nell’ottobre del 1918, il fronte del Piave fu nuovamente teatro di scontri; dopo una tenace resistenza iniziale, l’esercito austro-ungarico si disgregò rapidamente, consentendo alle truppe italiane di sfondare le linee nemiche e decretando lo sfaldamento politico dell’Impero.

Il testo e la musica, che fanno pensare a una canzone patriottica con la funzione di incitare alla battaglia, hanno l’andamento colto e ricercato di altre canzoni che già avevano fatto conoscere Giovanni Gaeta nell’ambiente del cabaret; sue sono anche Vipera, Le rose rosse, Santa Lucia luntana, Balocchi e profumi. La funzione che ebbe La leggenda del Piave nel primo dopoguerra fu quello d’idealizzare la Grande Guerra e di farne dimenticare le atrocità, le sofferenze e i lutti che l’avevano caratterizzata.

Il testo

La leggenda del Piave
Brano di E. A. Mario
Il Piave mormorava
Calmo e placido, al passaggio
Dei primi fanti, il ventiquattro maggio.
L’esercito marciava
Per raggiunger la frontiera
Per far contro il nemico una barriera
Muti passaron quella notte i fanti
Tacere bisognava, e andare avanti.
S’udiva intanto dalle amate sponde
Sommesso e lieve il tripudiar dell’onde
Era un presagio dolce e lusinghiero
Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero”.
Ma in una notte trista
Si parlò di un fosco evento
E il Piave udiva l’ira e lo sgomento
Ahi, quanta gente ha vista
Venir giù, lasciare il tetto
Poiché il nemico irruppe a Caporetto
Profughi ovunque, dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti.
S’udiva allor, dalle violate sponde
Sommesso e triste il mormorio dell’onde
Come un singhiozzo, in quell’autunno nero
Il Piave mormorò: “Ritorna lo straniero”.
E ritornò il nemico
Per l’orgoglio, per la fame
Volea sfogare tutte le sue brame
Vedeva il piano aprico
Di lassù, voleva ancora
Sfamarsi e tripudiare come allora.
“No” disse il Piave, “No” dissero i fanti
Mai più il nemico faccia un passo avanti
E si vide il Piave rigonfiar le sponde
E come i fanti combattevan le onde
Rosso del sangue del nemico altero
Il Piave comandò: “Indietro va’, straniero”.
Indietreggiò il nemico
Fino a Trieste, fino a Trento
E la vittoria sciolse le ali al vento
Fu sacro il patto antico
Tra le schiere, furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro, Battisti.
Infranse, alfin, l’italico valore
Le forche e l’armi dell’impiccatore
Sicure l’Alpi, libere le sponde
E tacque il Piave: “Si placaron le onde”
Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi
La Pace non trovò né oppressi, né stranieri.

 

 




Missionari italiani in Messico tra porfiriato e rivoluzione

scritto da Fatti Nostri | 24 Maggio 2023
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massimodegiuseppevertLunedì 24 aprile ha avuto luogo nella città messicana di Ensenada la conferenza Misioneros italianos en la Baja California, tenuta da Massimo De Giuseppe, docente dell’Università IULM di Milano.

L’esposizione si è centrata su un caso singolare e quasi dimenticato, quello dei missionari di San Pietro e Paolo nella Baja California: un’esperienza integralmente italiana sviluppatasi in una delle regioni più periferiche del Messico nell’epoca porfiriana.

Il Pontificio seminario romano dei Ss. Aa. Pietro e Paolo era stato voluto esplicitamente da Pio IX (1792-1878), che l’aveva affidato alla Congregazione di Propaganda Fide. Il suo promotore era stato il sacerdote romano Pietro Avanzini, formatosi nel collegio Capranica e fondatore della rivista missionaria Acta Sanctae Sedis.

Il nuovo istituto, costituito nel 1867, era ispirato a una concezione più clericale e vaticana della missionarietà rispetto al Seminario lombardo di mons. Ramazzotti (non erano, ad esempio, ammessi i laici), con cui si sarebbe poi fuso nel 1926 dando vita al Pontificio istituto delle Missioni estere (Pime).

I primi alunni formatisi nel seminario romano furono inviati alla fine degli anni ’70 nelle missioni milanesi del Queensland, a Hong Kong, in Bengala, Albania e quindi in Paraguay e Colombia. Prima del vicariato della Baja California messicana, dal 1883, i missionari romani ottennero il controllo della missione californiana di Clear Lake e del vicariato dello Shaanxi Meridionale, in Cina.

L’esperimento di missionarietà a cui si è riferito il prof. De Giuseppe, a quasi cento anni dalla sua conclusione, ha sottolineato alcuni punti interessanti in una prospettiva di sguardi incrociati italo-messicani.

Come emerge dalle carte dell’archivio romano del Pime, la missione messicana fu istituita formalmente, con decreto di Propaganda Fide, l’8 novembre 1895, quasi in coincidenza con la partenza per La Paz dei primi evangelizzatori: il superiore, Luigi Pettinelli, laziale, insieme ai padri Domenico Scarpetta, pugliese, e Paolo Rivelli, piemontese (della Lomellina, anche se nella diocesi di Vigevano). I pochi predicatori presenti, cui si sarebbe aggiunto di lì a poco il padre Tedeschini Lalli, iniziarono la propria attività puntando a recuperare le vecchie missioni gesuitiche abbandonate e a restaurare vecchie parrocchie, distribuendosi tra La Paz, San José del Cabo ed Ensenada de los Santos nella parte settentrionale della sierra, nel cuore della zona mineraria della penisola.

L’esposizione del prof. De Giuseppe si è basata su una sua ricerca dal titolo Missionari e religiosi italiani in Messico tra porfiriato e rivoluzione: documenti dal vicariato apostolico della Baja California pubblicata nel 2011 dall’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea Consiglio Nazionale delle Ricerche e può essere vista accedendo a questo link.

Foto: Seminario de Historia de Baja California

da puntodincontro.mx




La “Amerigo Vespuscci”, orgoglio della Marina italiana

scritto da Fatti Nostri | 24 Maggio 2023
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115102872 cbfe640e 3029 4edf 931e fd447a5b863bLa nave Scuola Amerigo Vespucci, l’Unità più anziana in servizio nella Marina Militare interamente costruita e allestita presso il Regio Cantiere Navale di Castellamare di Stabia. Impostato lo scafo il 12 maggio 1930, è stata varata il 22 febbraio 1931; madrina del varo è stata la signora Elena Cerio. Consegnata alla Regia Marina il 26 maggio 1931, entrò in servizio come Nave Scuola il successivo 6 giugno, aggiungendosi alla gemella Cristoforo Colombo (in realtà leggermente più piccola), di tre anni più anziana, e costituendo con essa la “Divisione Navi Scuola” al comando dell’Ammiraglio Cavagnari. Al rientro dalla prima Campagna di Istruzione, il 15 ottobre 1931 ricevette a Genova la Bandiera di Combattimento, offerta dal locale Gruppo UNUCI (Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia).

Il motto della nave è “Non chi comincia ma quel che persevera“, assegnato nel 1978; originariamente il motto era “Per la Patria e per il Re”, già appartenuto al precedente Amerigo Vespucci, sostituito una prima volta, dopo il secondo conflitto mondiale, con “Saldi nella furia dei venti e degli eventi“, infine con quello attuale.

Dal punto di vista tecnico-costruttivo l’Amerigo Vespucci è una Nave a Vela con motore; dal punto di vista dell’attrezzatura velica è “armata a Nave”, quindi con tre alberi verticali, trinchetto, maestra e mezzana, tutti dotati di pennoni e vele quadre, più il bompresso sporgente a prora, a tutti gli effetti un quarto albero. L’unità è inoltre fornita di vele di taglio: i fiocchi, a prora, fra il bompresso e il trinchetto, gli stralli, fra trinchetto e maestra e fra maestra e mezzana, e la randa, dotata di boma e picco, sulla mezzana.

Il porto di assegnazione è La Spezia.

La Dipendenza Organico/Operativa dell’Unità è CINCNAV (Comando in Capo della Squadra Navale) dal 14 ottobre 2013.

Attività della Nave

Dalla sua entrata in servizio la Nave ha svolto ogni anno attività addestrativa (ad eccezione del 1940, a causa degli eventi bellici, e degli anni 1964, 1973 e 1997, per lavori straordinari), principalmente a favore degli allievi dell’Accademia Navale, ma anche degli allievi del Collegio Navale, ora Scuola Navale Militare “Francesco Morosini”, degli allievi nocchieri, nonché di giovani facenti parte di associazioni veliche, quali la Lega Navale Italiana, la Sail Training Association – Italia ed anche l’ANMI.

Oltre a numerose brevi campagne in Mediterraneo, effettuate per lo più nel periodo primaverile e autunnale, da quella del 1931 a quella del 2013 l’Amerigo Vespucci ha effettuato ben 79 Campagne di Istruzione a favore degli Allievi della 1ª Classe dell’Accademia Navale, di cui 42 in Nord Europa, 23 in Mediterraneo, 4 in Atlantico Orientale, 7 in Nord America, 1 in Sud America e 2 nell’ambito dell’unica circumnavigazione del globo, compiuta tra il maggio 2002 ed il settembre 2003, periodo nel quale la Nave è stata coinvolta nelle attività connesse con l’edizione della America’s Cup del 2003 in Nuova Zelanda.

Le Campagne di Istruzione, svolte nel periodo estivo, hanno una durata media di tre mesi e toccano per lo più porti esteri; durante tali Campagne, quindi, l’attività della Nave, eminentemente formativa-addestrativa, si arricchisce dell’aspetto di presenza e rappresentanza (quale la Naval Diplomacy), contribuendo ad affermare l’immagine nazionale e della Marina Militare all’estero.

Per quanto attiene l’aspetto formativo-addestrativo, agli Allievi imbarcati vengono impartite le norme basilari del vivere per mare, come pure le competenze più specifiche nei vari settori: marinaresco, condotta dell’u​nità (compreso l’utilizzo del sestante per effettuare il punto nave), condotta dell’apparato motore ed ausiliari, gestione delle problematiche di tipo logistico, amministrativo e sanitario. A tale scopo, oltre all’attività pratica, vengono organizzate conferenze e lezioni tenute dai membri dell’equipaggio più esperti; il livello di apprendimento viene poi accertato alla fine della Campagna a mezzo di verifiche scritte ed orali.

Lo scafo

Lo scafo è del tipo a tre ponti principali, continui da prora a poppa (di coperta, di batteria e di corridoio), più vari ponti parziali (copertini); possiede due sovrastrutture principali, il castello a prora e il cassero a poppa, che si elevano sul ponte di coperta ma che idealmente ne sono la continuazione. Il caratteristico colore bianco e nero sottolinea il richiamo al passato: le fasce bianche in corrispondenza dei ponti di batteria e corridoio ricordano infatti le due linee di cannoni del vascello ottocentesco alla cui tipologia il progettista si era ispirato.

A prora della nave si trova la polena, che rappresenta Amerigo Vespucci, realizzata in bronzo dorato. Caratteristica della nave sono i fregi di prora e l’arabesco di poppa, in legno ricoperti di foglia d’oro zecchino.

Il fasciame è composto da lamiere di acciaio di vario spessore (da 12 a 16 mm.), collegate mediante chiodatura alle costole, che costituiscono assieme alla chiglia e ai bagli l’ossatura della nave. Tale sistema garantisce la necessaria flessibilità al trave nave; l’impermeabilità del tutto è assicurata dallo stretto contatto fra metallo e metallo, fortemente compressi dalla fitta chiodatura, che deve essere quindi realizzata a regola d’arte.

Tutti gli alberi, compreso il bompresso, sono costituiti da tre tronchi, di cui i primi due in acciaio (anch’essi realizzati mediante lamiere chiodate), il terzo, denominato alberetto per gli alberi verticali, asta di controfiocco per il bompresso, è in legno (douglas). I pennoni seguono la medesima filosofia costruttiva: i tre inferiori sono in acciaio, i due superiori in legno.

Per quanto attiene la randa, il boma è in acciaio mentre il picco è in legno. Molte altre parti della nave sono in legno, diversificato a seconda delle caratteristiche richieste: teak per il ponte di coperta, la battagliola e la timoneria, mogano, teak e legno santo per le attrezzature marinaresche (pazienze, caviglie e bozzelli), frassino per i carabottini, rovere per gli arredi del Quadrato Ufficiali e per gli alloggi Ufficiali, mogano e noce per la Sala Consiglio.

La lunghezza della Nave al galleggiamento è di 82 metri, ma tra la poppa estrema e l’estremità del bompresso si raggiungono i 101 metri. La larghezza massima dello scafo è di 15,5 metri, che arrivano a 21 metri considerando l’ingombro delle imbarcazioni, che sporgono dalla murata, e a 28 metri considerando le estremità del pennone più lungo, il trevo di maestra. L’immersione massima è pari a 7,3 metri.

L’unità è dotata di ben 11 imbarcazioni: due motoscafi, di cui uno riservato al Comandante, due motobarche, due motolance, quattro palischermi a vela e a remi, utilizzati per l’addestramento degli Allievi, e la baleniera, anch’essa a remi e a vela, tradizionalmente riservata al comandante con un armo di soli Ufficiali. Il dislocamento a pieno carico è pari a 4100 tonnellate.

Apparato motore e ausiliari

Motori:
Sistema di generazione integrato e automatizzato di tipo Diesel-Elettrico, costituito da 2 Diesel generatori 12 cilindri MTU 12VM33F 2 x 1320 kW (1770 Hp) e 2 Diesel generatori 8 cilindri MTU 8VM23F 2 x 760 kW (1019 Hp).
Propulsione fornita da 1 Motore Elettrico Principale (MEP) ex Ansaldo Sistemi Industriali (NIDEC ASI) CR1000Y8, costituito da due indotti da 750 kW ciascuno per un totale di  2840 kW di potenza continuativa.
I sistemi di generazione e propulsione sono stati oggetto di totale riconfigurazione, durante la sosta lavori di Prolungamento Vita Operativa (PVO) iniziata a ottobre 2013 e terminata a aprile 2016.

Sistema elettrico:
Distribuzione primaria:  380V / 50hz
Distribuzione secondaria:  220V / 50hz e 115V / 60 hz

Luci interne/esterne: a LED, con illuminazione alberatura a led colore bianco e anche tricolore verde, bianco e rosso sui tre alberi principali.

Alberatura e vele

Gli alberi, precedentemente descritti, sono mantenuti in posizione grazie a cavi di acciaio (manovre fisse o dormienti) che li sostengono verso prora (stralli) verso i lati (sartie) e verso poppa (paterazzi). Sugli stralli sono inferiti inoltre i fiocchi e le vele di strallo. L’altezza degli alberi sul livello del mare è di 50 metri per il trinchetto, 54 metri per la maestra e 43 metri per la mezzana; il bompresso sporge per 18 metri.

I tre alberi verticali portano ciascuno cinque pennoni, dal caratteristico nome, comune anche alla vela relativa: sul trinchetto si trovano, dal basso, trevo di trinchetto, parrocchetto fisso, parrocchetto volante, velaccino e controvelaccino; sulla maestra trevo di maestra, gabbia fissa, gabbia volante, velaccio e controvelaccio; sulla mezzana trevo di mezzana, contromezzana fissa, contromezzana volante, belvedere e controbelvedere.

Il trevo di mezzana è normalmente tenuto sguarnito dalla vela (che toglierebbe il vento al trevo di maestra) e prende quindi il nome di “verga secca”. In ciascun albero i due pennoni inferiori sono fissi (possono solo ruotare sul piano orizzontale), mentre i tre superiori possono scorrere sull’albero e vengono alzati al momento di spiegare le vele.

Per quanto attiene le vele di taglio, l’armamento prevede cinque vele a prora (augelletto, controfiocco, fiocco, gran fiocco e trinchettina), quattro vele di strallo (di gabbia, di velaccio, di mezzana, di belvedere) e la randa. A questo “set” di vele, sempre “pronto all’uso” possono essere aggiunti, se del caso, gli scopamare, due vele quadre inferite ai lati del trevo di trinchetto, utilizzando idonee prolunghe del pennone. Con la nave completamente invelata si possono raggiungere velocità ragguardevoli, almeno in relazione al peso della stessa: il “record” è di 14,6 nodi.

La superficie velica totale (24 vele) è pari a circa 2635 metri quadri. Le vele sono di tela olona (tessuto di canapa) di spessore compreso tra i 2 e i 4 millimetri e sono realizzate unendo mediante cucitura più strisce (ferzi).

La manovra delle vele si attua per mezzo di cavi (manovre correnti o volanti) di diverso diametro, per un totale di circa 36 Km.. Anch’essi hanno nomi caratteristici, quali drizze (per alzare i pennoni mobili e le vele di taglio), bracci (per orientare i pennoni), scotte e mure (per fissare gli angoli bassi delle vele quadre, rispettivamente sottovento e sopravvento), imbrogli (per raccogliere le vele sui pennoni), ecc.. Le manovre correnti sono per la maggior parte in manilla (fibra vegetale); fanno eccezione le scotte dei trevi, che per sostenere l’elevato sforzo sono realizzate in nylon. Oltre a ciò l’attrezzatura velica comprende circa 400 bozzelli in legno e 120 in ferro.

Equipaggio

Vero “motore” dell’Amerigo Vespucci è il suo equipaggio, composto da 264 militari, di cui 15 Ufficiali, 30 Sottufficiali, 34 Sergenti e 185 Sottocapi e Comuni, suddiviso nei Servizi Operazioni, Marinaresco, Dettaglio/Armi, Genio Navale/Elettrico, Amministrativo/Logistico e Sanitario. Durante la Campagna di Istruzione l’equipaggio viene a tutti gli effetti integrato dagli Allievi (circa 100 l’anno) e dal personale di supporto dell’Accademia Navale, raggiungendo quindi circa 400 unità.

Ogni Servizio ha il suo compito peculiare a bordo:

il Servizio Operazioni si occupa della navigazione, utilizzando la strumentazione di cui la nave è fornita (radar, ecoscandaglio, GPS), della meteorologia e delle telecomunicazioni;

il Servizio Marinaresco è preposto all’impiego delle vele, alla gestione delle imbarcazioni e all’esecuzione delle manovre di ormeggio e disormeggio;

il Servizio Dettaglio comprende il personale che coordina i servizi giornalieri dell’Unità e gestisce le pratiche personali dell’equipaggio;

il Servizio Armi ha in consegna le armi portatili e provvede all’addestramento dell’equipaggio al loro impiego;

il Servizio Genio Navale/Elettrico assicura la conduzione dell’apparato motore e degli apparati ausiliari, la produzione di energia elettrica ed il mantenimento dell’integrità dello scafo;

il Servizio Amministrativo/Logistico si occupa della acquisizione, contabilizzazione e distribuzione dei materiali, della stesura degli atti amministrativi e della gestione delle cucine;

il Servizio Sanitario, infine, si occupa delle attività di prevenzione e cura del personale.

Vale la pena sottolineare che la messa in vela completa dell’unità, agendo contemporaneamente sui tre alberi (“Posto di Manovra Generale alla Vela“), è possibile solo con gli allievi imbarcati, che tradizionalmente vengono destinati sulla maestra e sulla mezzana, mentre il personale del Servizio Marinaresco, i nocchieri, si occupa del trinchetto oltre che del coordinamento e controllo delle attività sugli altri due alberi. In assenza degli Allievi, la manovra si realizza impiegando tutto il personale nocchiere sugli alberi (“a riva”) e destinando alle manovre dei cavi il personale degli altri Servizi libero da altre incombenze.




Italia e Repubblica Dominicana: il viaggio di Juan Bosch in Europa prima del 27 febbraio 1963

scritto da Fatti Nostri | 24 Maggio 2023
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logo el nuevo diario 2020Il 27 gennaio 1963, per la prima volta, un presidente della Repubblica Dominicana si trovava nella penisola italiana, e scrivo la parola presidente perché quel giorno Juan Bosch in quella condizione o status tenne un incontro ufficiale con il Presidente della Repubblica d’Italia dopo aver trionfato con il 60 per cento dei voti del popolo dominicano alle elezioni del 20 dicembre 1962.

Juan Bosch doveva insediarsi il 27 febbraio 1963, e già a gennaio era in viaggio con il trattamento riservato ai capi di Stato, proprio mentre il presidente della Repubblica italiana Antonio Segni lo riceveva al Quirinale. Entrambi i leader hanno anche pranzato con le rispettive mogli.

Nella storia dominicana e mondiale, solo in circostanze eccezionali un Capo di Stato si è insediato nel giorno in cui si celebra la data dell’Indipendenza o della fondazione di detto Stato, e Bosch ha avuto la fortuna di prestare giuramento il 27 febbraio come Presidente della Repubblica dominicano.

La sua visita in Italia è stata preceduta da un incontro a inizio gennaio a Washington con il Presidente degli Stati Uniti d’America John F. Kennedy, ed è stato successivamente ricevuto anche in Europa dal Presidente della Francia Charles De Gaulle, dal Cancelliere Capo del governo tedesco Konrad Adenauder e dal primo ministro inglese Harold McMillan.

L’importanza dell’Italia nella storia dominicana:

downloadJuan Bosch è stato il primo presidente dominicano che in quella condizione o status politico ha visitato l’Italia e la stessa Europa. Rafael Trujillo visitò la Francia per la prima volta nel 1939, ma non era più Presidente della Repubblica.

Prima di Bosch, nessun altro presidente dominicano era stato nel vecchio continente per conto del governo della Repubblica Dominicana.

Negli ultimi anni è già stata prestata attenzione al ruolo svolto dall’Italia nella genesi del popolo dominicano e della nazione dominicana.

L’Italia è la penisola italiana e la sua gente, la sua cultura, le sue diverse entità statali che da secoli sono identificate con questo nome in tutta Europa e nel mondo.

Dal punto di vista dell’organizzazione dello Stato, lo Stato italiano è in realtà relativamente giovane: fu fondato nel 1861 come Regno d’Italia e divenne Repubblica d’Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale, avvenuta tra il 1939 e il 1945.

Per stabilire il rapporto tra il popolo dominicano e la nazione e l’Italia come sempre, dobbiamo evidenziare la presenza di Cristoforo Colombo (Cristoforo Colombo), navigatore genovese, nella scoperta e conquista dell’isola di Hispaniola.

Continuiamo con la menzione del primo arcivescovo residente nella città di Santo Domingo, attuale capitale della Repubblica Dominicana. Si chiamava Monsignor Alessandro Geraldini, di Amelia, Italia. Fu con Geraldini che iniziò la costruzione della prima Cattedrale d’ America, centro di espressione della Fede e della cultura cristiana nel Paese.

D’altra parte, vale la pena ricordare che la maggior parte degli storici dominicani si è interessata molto poco allo studio delle somiglianze stabilite da Don Emilio Rodríguez Demorizi tra Juan Pablo Duarte e Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini – Fondatore nel 1831 della Giovane Italia -. Il famoso storico dominicano Emilio Rodríguez Demorizi mette a confronto nel suo libro “En Torno a Duarte” con il fondatore nel 1838 della Società Segreta La Trinitaria, Juan Pablo Duarte, che forse si ispirò anche alle lotte e dalle idee che andava sviluppando Mazzini, precursore dell’idea di una Repubblica d’Italia unita.

Quando Duarte viaggiò attraverso l’Europa meridionale, la Giovane Italia e la Giovane Europa di Mazzini erano in preparazione. Quelle organizzazioni fondate nel 1831 hanno preceduto la Società Segreta La Trinitaria fondata da Duarte nel 1838.

Mazzini era ligure, in particolare di Genova.

Dobbiamo ricordare che un italiano di Genova, Giovanni Battista Cambiaso, è stato uno dei fondatori della Marina Dominicana che ha combattuto nella guerra navale contro gli haitiani per l’indipendenza dominicana.

Cognomi come Billini, Bonetti, Campillo, Imbert, Bonelli e altri provenivano da soldati reclutati dall’esercito di Napoleone inviati nell’isola di Santo Domingo per rimuovere la prima occupazione haitiana dal territorio dominicano: quella di Toussaint L’Ouverture.

Quei soldati e i loro discendenti entrarono poi a far parte delle milizie che combatterono per la nascente organizzazione nazionale.

Difendevano un territorio che era la dimora di un popolo dominicano già esistente, con caratteristiche culturali proprie, perché il Popolo e la Nazione dei Dominicani esistevano già prima che gli haitiani si ribellassero al potere francese nella parte occidentale dell’isola spagnola .

Quando José Núñez de Cáceres proclamò l’Indipendenza alla fine del 1821 all’inizio del 1822, ebbe luogo la Seconda Occupazione haitiana da parte degli schiavi dell’ex colonia francese riuniti nella parte occidentale dell’isola di Hispaniola.

Dopo che la Repubblica Dominicana fu proclamata e fondata nel 1844 da Juan Pablo Duarte e dai Trinitari, il popolo dominicano (creoli e mulatti che avevano accumulato esperienza militare combattendo contro inglesi, francesi e altri invasori) iniziò le guerre di difesa che consolidarono la loro indipendenza, nonostante le invasioni militari haitiane.

I dominicani di origine italiana furono sempre presenti in quelle lotte per la sovranità nazionale.

L’Italia da allora è sempre stata uno dei Paesi che ha contribuito con tante cose buone allo sviluppo nazionale dominicano.

Victor Manuel Grimaldi Céspedes – da El Nuevo Diario




Foibe: martiri nel nome di Dio

scritto da Generoso D'Agnese | 24 Maggio 2023
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foibe 2Furono almeno 50 e se la loro memoria oggi è stata rispolverata lo si deve a Ranieri Ponis, autore di un volume dedicato proprio ai sacerdoti uccisi nelle foibe. “Storie di preti dell’Istria uccisi per cancellare la loro fede”, pubblicata dalla Litografia Zenit, raccoglie nelle sue pagine le agghiaccianti vicende che videro gli uomini della chiesa brutalmente uccise e gettate negli anfratti naturali del terreno carsico istriano, condividendovi il triste destino di migliaia d’italiani vittime del cinismo titino.

Fu una scelta costruita a tavolino quella che mirò all’eliminazione della presenza italiana in Istria e Dalmazia. Gli slavi decisero di colpire anzitutto coloro che erano a vario modo parte della classe dirigente italiana o comunque punti di riferimento e di aggregazione della comunità e tra essi figuravano   intellettuali,  politici,   imprenditori,   insegnanti e religiosi. Dopo aver annullato ogni organo civile e militare italiano in Venezia Giulia e Dalmazia, a dare conforto alla popolazione italiana erano rimasti soltanto i vescovi e sacerdoti. E nel progetto di conquista titina vi era anche quello della persecuzione religiosa, perpetuata scientificamente per spingere gli italiani all’esodo definitivo dai territori. Per farlo si trasformò in azione la teoria formulata  nel cosiddetto “manuale Cubrilovic”, originariamente pensato dal suo autore per scacciare gli albanesi mussulmani dal Kosovo, ma che finì applicato da costui, divenuto un’alta personalità del regime di Tito, contro gli italiani. Il “manuale Cubrilovic” indicava infatti i sacerdoti come i bersagli perfetti per colpire i membri più rappresentativi ed autorevoli della popolazione nemica e suggeriva di ostacolare al massimo la pratica religiosa, di emarginare, scacciare o uccidere il clero italiano per colpire i giuliano dalmati di ceppo italiano nelle loro convinzioni cristiane. Un vero e proprio genocidio, che nei territori balcanici si sarebbe tristemente ripetuto quasi quaranta anni dopo con le guerre fratricide tra serbi, croati, bosniaci e albanesi.

foibe 4L’eliminazione dei sacerdoti italiani iniziò però già prima dell’8 Settembre 1943, giorno in cui fu firmato l’Armistizio italiano. Padre Antonio Curcio, cappellano militare dell’11° Bersaglieri fu  assassinato dai partigiani comunisti jugoslavi  mentre nel  1942 morirono il parroco di Bencovaz (Dalmazia) don Rocco Rogosic, ferito mortalmente dai partigiani il 17 maggio,  don Raffaele Busi Dogali e don Giovanni Pettenghi  pugnalati a morte rispettivamente il 15 giugno ed il 2 agosto, in Dalmazia.

Nei giorni seguenti l’armistizio  l’8 settembre 1943 bande  di slavi presero  per un mese  il  controllo dell’Istria e durante questo periodo sequestrarono don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovino, per poi ucciderlo dopo pochi giorni di reclusione durante una fucilazione di massa.  I loro corpi vennero gettati in una cava di bauxite. In segno di spregio gli aguzzini cinsero il capo dello sfortunato religioso con una corona di filo spinato. Nello stesso periodo perse la vita don Placido Sancin, parroco di san Dorligo della Valle (sequestrato e sparito nel nulla, probabilmente gettato nella foiba di San Servolo). Nel 1944 gli ecclesiastici vittime dei partigiani slavo-comunisti furono don Luigi Obid (o Obit), parroco a Poggio San Valentino, martoriato ed ucciso il 2 gennaio nei pressi del mattatoio del paese, don Giuseppe Gabana, cappellano delle Guardie di Finanza, venne ferito mortalmente nella sua abitazione a Trieste il 2 marzo. In Istria fu assassinato il seminarista Miro Vivoda, costretto a scavarsi la fossa assieme a suo padre. A  Montenero d’Istria, il 1° settembre, fu ucciso dai partigiani comunisti il chierico Rodolfo Trcek, assieme a due suoi fratelli. Il 12 ottobre venne fucilato a Ranziano di Gorizia fra’ Alessandro Sanguanini e il 18 ottobre toccò a don Giovanni Manzoni, parroco di Rava (Sebenico). Nelle acque dell’isola di Lastovo (Meleda, Dalmazia) in quell’ottobre fu affogato don Nicola Fantela, canonico della diocesi di Ragusa.   Nel 1945 caddero – tra gli altri –  don Ladislao Piscani, vicario di Circhina (Go),  don Lodovico Sluga,   il seminarista Erminio Pavinci da Chersano, il parroco di Bria  don Ernesto Bandelli ,  il cappellano militare don Domenico Gianni,  il parroco di San Giovanni di Sterna don Casimiro Paich.

A guerra ormai terminata gli omicidi continuarono senza sosta. A Prepotto (Go) fu assassinato   il parroco di Sgonico, don Giovanni Dordolò (o Dorbolò) mentre a Cuscevie toccò a un seminarista milanese, Bruno Finotto, residente a Trieste.  Padre Simone Nardin, olivetano e cappellano presso l’Ospedale Militare di Abbazia, fu assassinato dopo essere stato torturato  mentre  don Vittorio Perkan, parroco di Elsane, fu eliminato mentre celebrava una funzione religiosa nel locale cimitero. Don Domenico Benussi scomparve nella zona mineraria di Vines,  il seminarista Gino Vosilla  e il compagno di studi Giovanni Massalin, scomparvero nel Fiumano. Don Giovanni Tul, religioso della diocesi di Trieste-Capodistria, fu assassinato dai partigiani comunisti. Don Francesco Bonifacio fu rapito da un gruppo di “guardie popolari” e militari slavi l’11 settembre 1946. I titini lo picchiarono, lo denudarono, lo lapidarono ed infine lo uccisero a colpi di coltello. Il suo corpo non fu mai ritrovato.  Don Isidoro Zavadlav, parroco di Goregna di Salona (Go), scomparve  il 6 settembre 1946 ,  Don Valentino Pirec, parroco di Idria della Baccia, morì il 23 dicembre 1946 per le sofferenze patite in prigionia slavo-comunista. Don Giacomo Minghetti (o Guido), cappellano militare, venne fucilato nel campo di Borovnica, don Miroslavo Bullesich, parroco di Mompaderno e vice direttore del Seminario di Pisino, fu aggredito ed assassinato la sera del 24 agosto 1947. Anche sei suore scomparvero da un convento di Fiume così come i Benedettini di Daila, monsignor Giorgio Bruni, monsignor Giuseppe Dagri, padre Atanasio Cociancich, don Marco Zelco,

foibe 3Nei terribili mesi delle epurazioni    vi furono anche molte distruzioni di edifici sacri, fra cui un buon numero di chiese con il chiaro obiettivo  di cancellare persino le tracce visibili del passato italiano della regione, annientandone vandalicamente le stesse opere d’arte, come già era accaduto in Dalmazia.Qualcuno però riuscì  a salvare la vita e diventare prezioso testimone di una barbarie negata  per decenni dai carnefici. Monsignor Alfredo Bonizzer era nato nel 1915 a Montona d’Istria. Suo fratello Ubaldo, giornalista, fu vittima dei partigiani nel 1944 e Don Alfredo se lo caricò in  spalla per seppellirlo nel cimitero del paese natale. Il prelato sfuggì nel 1946 al tentativo di arresto da parte dei titini scappando e raggiungendo Trieste con l’aiuto degli anglo-americani. Don Alfredo trovò sostegno nel Governo militare alleato che lo incaricò di essere il  direttore della Caritas americana. Il religioso si distinse  come attento e premuroso tutore   degli esuli istriani e dalmati, e fu anche  cappellano dei vigili urbani triestini e del porto. Il vescovo di Trieste, monsignor Antonio Santin, nel 1947 a Capodistria subì l’assalto della folla in seminario. Il vescovo venne pestato per ore senza che la “polizia” (la guardia popolare) movesse un dito in suo soccorso. I “tutori dell’ordine” intervennero solo per paura che la dittatura di Tito subisse un danno d’immagine internazionale quando fu chiaro che  il vescovo sarebbe stato ucciso. Monsignor Santin fu espulso da Capodistria e diventò la memoria vivente di quel terribile periodo storico.

 

 

 

 




Archeologi italiani in Tunisia nell’antica città romana di Thuburbo Maius

scritto da Fatti Nostri | 24 Maggio 2023
28capitolium

28capitoliumÈ partita una nuova avventura per gli archeologi dell’Università di Bologna, sull’altra sponda del Mediterraneo, in Tunisia. A giugno e a settembre dello scorso anno si sono svolte due campagne sul sito di Thuburbo Maius, antica città romana i cui resti si trovano circa 60 chilometri a sud di Tunisi.
Originariamente un centro punico, la città venne rifondata dai Romani nel 27 a.C. e crebbe fino a diventare un importante centro economico per la produzione di grano, olive e frutta: il suo periodo di massima espansione, con la costruzione dei principali edifici, fu tra il 150 e il 200 d.C. Le zone su cui si sono concentrate le indagini degli archeologi tunisini e italiani sono i complessi monumentali delle Terme d’Inverno, delle Terme d’Estate e della Palestra dei Petronii.
L’iniziativa è parte del progetto “Alibi Archaeologies. Rediscovering Roman Tunisia”, cofinanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dall’Università di Bologna.
Il sito di Thuburbo Maius è il primo caso di studio selezionato per le attività sul terreno, su proposta dell’Institut National du Patrimoine (INP) di Tunisi, nella persona del funzionario responsabile per il sito, Hamden Ben Romdhane. L’obiettivo è finalizzare la ricerca e la formazione alla conservazione e alla valorizzazione, in convenzione con l’INP e con la Faculté des Lettres de l’Universitè de la Manouba (FLAHM): l’iniziativa è codiretta da Hamden Ben Romdhane (INP) e Lamia Ben Abid (FLAHM), con Antonella Coralini per l’Alma Mater.
“Da alcuni anni il gruppo di lavoro interdisciplinare e interuniversitario tuniso-italiano che fa capo all’Institut National du Patrimoine e alla cattedra di Archeologia e storia dell’arte romana dell’Alma Mater ha deciso di mettere alla prova le strategie e i metodi di intervento messi a punto sui siti e sui musei archeologici della nostra penisola in un’altra regione del Mediterraneo”, spiega la professoressa Coralini. “Da qui è nata questa nuova sfida, con una particolare attenzione per la valorizzazione dei vecchi scavi e di quella parte di patrimonio che, pur essendo in luce, attende ancora di essere documentata, studiata e resa pienamente fruibile: sia sulla carta, con le pubblicazioni, sia sul terreno, con adeguati interventi di conservazione e presentazione. Siamo molto grati ai colleghi tunisini per averci voluto coinvolgere nei loro progetti di studio e valorizzazione”.
Sul sito di Thuburbo Maius gli studiosi hanno realizzato rilievi con laser scanner e drone, a cura di Tommaso Empler e Arianna Caldarone, architetti dell’Università Sapienza di Roma, nel quadro di una convenzione di ricerca con il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Alma Mater. I risultati sono stati poi integrati dall’analisi dello stato di conservazione (a cura di Nicola Santopuoli), dalla lettura stratigrafica degli alzati (diretta da Hamden Ben Romdhane, in collaborazione con Hajer Krimi, Direttrice di Ricerca presso l’INP e responsabile del sito e della regione di Sousse/Hadrumetum) e da una campagna sistematica di campionamento dei materiali edilizi (a cura di Karima Zoghlami, Université de Bizerte).
L’area delle Terme d’Inverno è stata inoltre teatro di un laboratorio didattico sul campo (coordinato da Salvatore Mancuso e Federica Formisano, allievi del Corso di Laurea in Archeologia e culture del mondo antico), che ha visto gli studenti impegnati nel rilievo integrale con Lidar: una tecnica che permette agli archeologi di acquisire rapidamente dati di elevata qualità, realizzando modelli tridimensionali per lo studio di dettaglio delle strutture analizzate e per le ipotesi di ricostruzione.
Infine, alle attività sul campo si è affiancata anche una missione nel Museo di Cartagine, diretta da Lamia Ben Abid (FLAHM) e dedicata al recupero e alla documentazione dei reperti provenienti da Thuburbo Maius. (aise) 




A San Casciano come a Riace, dall’acqua emergono 24 bronzi

scritto da Fatti Nostri | 24 Maggio 2023
san casciano embargo 8/11 dopo le 10 la testa di un bimbo

san casciano embargo 8/11 dopo le 10 la testa di un bimbo

Adagiato sul fondo della grande vasca romana, il giovane efebo, bellissimo, sembra quasi dormire.

Accanto a lui c’è Igea, la dea della salute che fu figlia o moglie di Asclepio, un serpente arrotolato sul braccio.

Poco più in là, ancora in parte sommerso dall’acqua, si intravvede Apollo e poi ancora divinità, matrone, fanciulli, imperatori. Protetto per 2300 anni dal fango e dall’acqua bollente delle vasche sacre, è riemerso in questi giorni dagli scavi di San Casciano dei Bagni, in Toscana, un deposito votivo mai visto, con oltre 24 statue in bronzo di raffinatissima fattura, cinque delle quali alte quasi un metro, tutte integre e in perfetto stato di conservazione. “Una scoperta che riscriverà la storia e sulla quale sono già al lavoro oltre 60 esperti di tutto il mondo” annuncia in anteprima all’ANSA l’archeologo Jacopo Tabolli, il giovane docente dell‘Università per Stranieri di Siena, che dal 2019 guida il progetto con la concessione del ministero della Cultura e il sostegno anche economico del piccolo comune. Un tesoro “assolutamente unico”, sottolinea, che si accompagna a una incredibile quantità d’iscrizioni in etrusco e in latino e al quale si aggiungono migliaia di monete oltre ad una serie di altrettanto interessanti offerte vegetali. Insediato da una manciata di giorni, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano ha già visitato il laboratorio di restauro che ha appena accolto le statue e ora applaude: “Un ritrovamento eccezionale che ci conferma una volta di più che l’Italia è un paese fatto di tesori immensi e unici.La stratificazione di diverse civiltà è un unicum della cultura italiana”, si appassiona il responsabile del Collegio Romano.

“La scoperta più importante dai Bronzi di Riace e certamente uno dei ritrovamenti di bronzi più significativi mai fatti nella storia del Mediterraneo antico”, commenta accanto a lui il dg musei del MiC Massimo Osanna, che ha appena approvato l’acquisto del palazzo cinquecentesco che ospiterà nel borgo di San Casciano le meraviglie restituite dal Bagno Grande, un museo al quale si aggiungerà in futuro un vero e proprio parco archeologico. Luigi La Rocca, direttore generale per l’archeologia, condivide l’entusiasmo e sottolinea “l’importanza del metodo usato in questo scavo”, che come è stato per le scoperte più recenti di Pompei, anche qui ha visto all’opera “specialisti di ogni disciplina, dagli architetti ai geologi, dagli archeobotanici agli esperti di epigrafia e numismatica”.

Realizzate con tutta probabilità da artigiani locali, le 24 statue appena ritrovate – spiega Tabolli affiancato dal direttore dello scavo Emanuele Mariotti e da Ada Salvi della Soprintendenza- si possono datare tra il II secolo avanti Cristo e il I dopo. Il santuario, con le sue piscine ribollenti, le terrazze digradanti, le fontane, gli altari, esisteva almeno dal III secolo a.C. e rimase attivo fino al V d.C., racconta, quando in epoca cristiana venne chiuso ma non distrutto, le vasche sigillate con pesanti colonne di pietra, le divinità affidate con rispetto all’acqua. È anche per questo che, rimossa quella copertura, gli archeologi si sono trovati davanti un tesoro ancora intatto, di fatto “il più grande deposito di statue dell’Italia antica e comunque l’unico di cui abbiamo la possibilità di ricostruire interamente il contesto”, ribadisce Tabolli.

Disposte in parte sui rami di un enorme tronco d’albero fissato sul fondo della vasca, in molti casi appunto ricoperte di iscrizioni, le statue come pure gli innumerevoli ex voto, arrivano dalle grandi famiglie del territorio e non solo, esponenti delle élites del mondo etrusco e poi romano, proprietari terrieri, signorotti locali, classi agiate di Roma e addirittura imperatori. Qui, a sorpresa, la lingua degli etruschi sembra sopravvivere molto più a lungo rispetto alle date canoniche della storia, così come le conoscenze etrusche in fatto di medicina sembrano essere riconosciute e accettate come tali anche in epoca romana.

Un grande santuario che sembra raccontarsi, insomma, come un luogo unico anche per gli antichi, una sorta di bolla di pace, se si pensa, come spiega Tabolli, “che anche in epoche storiche in cui fuori infuriano i più tremendi conflitti, all’interno di queste vasche e su questi altari i due mondi, quello etrusco e quello latino, sembrano convivere senza problemi”. Chissà, ragiona l’archeologo, forse perché fin dalle origini il nume qui è sempre rimasta l’acqua con la sua divinazione, la sua forza, il suo potere: “Qui passa il tempo, cambia la lingua, cambiano persino i nomi delle divinità, ma il tipo di culto e l’intervento terapeutico rimangono gli stessi”. Il cantiere adesso si chiude, riprenderà in primavera. L’inverno servirà per restaurare, studiare, capire. “Sarà un lavoro di squadra, com’è stato sempre finora”, sorride orgoglioso Tabolli. Università, ministero, comune, specialisti di altri atenei del mondo. Tutti insieme, con l’occasione unica per scrivere un capitolo integralmente nuovo della storia antica.
ansa.it



Il massacro alle Olimpiadi di Monaco, 50 anni dopo

scritto da Fatti Nostri | 24 Maggio 2023
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unnamedDovevano essere il simbolo della Germania rinata dopo il nazismo, invece le Olimpiadi di Monaco del 1972 passarono alla storia per il massacro di 11 atleti israeliani per mano di terroristi del gruppo palestinese Settembre Nero.

Il commando di otto uomini entrò in azione poco prima dell’alba del 5 settembre, sorprendendo la delegazione dello Stato ebraico nel sonno. Entrare nel villaggio olimpico non fu difficile: proprio per evitare uno schieramento di forze di sicurezza che ricordasse i tempi bui dei Giochi olimpici tenuti sotto Hitler nel 1936, la polizia locale era in abiti civili e disarmata.  Entrati nell’appartamento, i terroristi spararono e uccisero immediatamente l’allenatore di wrestling Moshe Weinberg e ferirono gravemente il sollevatore di pesi Josef Romano che rimase a morire dissanguato per terra mentre altri 9 atleti israeliani venivano presi in ostaggio.

Klaus Langhoff, all’epoca giocatore di pallamano per la Germania dell’Est, ancora si ricorda la scena agghiacciante cui assistette insieme ai suoi colleghi: “Fu tremendo, ovunque guardassimo fuori dalla finestra o dal balcone, vedevamo il corpo lì a terra” di un ostaggio, trascinato e lasciato fuori dalla porta come avvertimento.

Il commando chiese la liberazione di oltre 200 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e di due terroristi tedeschi della Raf, Andreas Baader e Ulrike Meinhof, insieme a un aereo per portarli al sicuro in una destinazione del Medio Oriente. “Se accettassimo, nessun israeliano sarebbe più al sicuro nel mondo”, rispose la premier israeliana Golda Meir, rifiutando il “ricatto della peggiore specie”. Lo Stato ebraico si offrì di inviare una propria squadra di forze speciali ma Berlino rifiutò.

Le autorità tedesche intavolarono una trattativa, cercando di prendere tempo mentre preparavano piani per liberare gli ostaggi. Impreparati agli eventi e malequipaggiati per situazioni simili, agenti armati provarono a fare irruzione nell’appartamento ma le loro mosse di avvicinamento furono riprese in diretta dalle tv che trasmettevano dal villaggio olimpico – anche i terroristi erano davanti agli schermi – e furono costretti a ritirarsi.  Alle dieci di sera, dopo che la scadenza dell’ultimatum era stata spostata più volte, ci fu l’accordo per il trasferimento del commando con gli ostaggi alla base aerea di Fuerstenfeldbruck da dove sarebbero partiti alla volta del Cairo insieme ai nove atleti israeliani. I tedeschi puntavano a effettuare nello scalo un blitz per liberare i sequestrati ma le cose andarono storte: trasportati sulla pista con due elicotteri, i terroristi trovarono ad attenderli un Boeing con le forze speciali mascherate da equipaggio. Quando due palestinesi salirono per ispezionarlo, la polizia aprì il fuoco, innescando una lunga sparatoria. Mentre i rinforzi tardavano ad arrivare, i terroristi lanciarono una granata nel primo elicottero, uccidendo gli occupanti, e poi spararono agli ostaggi che erano sul secondo.

Il bilancio finale dell’operazione fallita fu di nove atleti morti insieme a un poliziotto tedesco e a cinque degli attentatori. I restanti tre membri del gruppo di Settembre Nero vennero catturati ma la loro detenzione non durò a lungo: Berlino li scarcerò poche settimane dopo, in seguito al dirottamento di un volo Lufthansa a Zagabria, in cambio della liberazione di equipaggio e passeggeri.

Il 6 settembre, all’indomani del massacro, si tenne un memoriale allo stadio per ricordare le vittime e il presidente del Comitato olimpico internazionale Avery Brundage dichiarò: “I Giochi devono andare avanti”, una decisione che spaccò l’opinione pubblica. Polemiche suscitarono anche le parole del capo della polizia locale Manfred Schreiber che pochi giorni dopo attribuì la responsabilità dell’accaduto a Israele, colpevole di aver emesso “una condanna a morte” per gli atleti respingendo le richieste dei terroristi: “Non ci sono stati errori” nella gestione del caso da parte delle autorità tedesche e “niente poteva essere fatto meglio”, affermò.

Nel 2012, Israele ha pubblicato documenti ufficiali sul sequestro, compreso materiale classificato e un rapporto dell’allora capo del Mossad Zvi Zamir, di ritorno da Monaco, in cui criticava duramente l’operato tedesco e sottolineava che non era stato fatto nulla per cercare di “salvare vite umane”.

Dopo la tragedia si aprì il contenzioso tra le famiglie delle vittime e Berlino per le scuse ufficiali e i risarcimenti: l’offerta iniziale tedesca fu di un milione di marchi come “gesto umanitario” rifiutando qualsiasi ammissione di responsabilità. Negli anni si arrivò a 4,6 milioni di euro, ancora ben lontani dalla cifra richiesta dai familiari, fino a quando nei giorni scorsi le due parti hanno raggiunto un accordo per 28 milioni di euro.

Berlino ha riconosciuto la sua “responsabilità e le terribili sofferenze delle persone uccise e dei loro parenti”, hanno sottolineato i presidenti tedesco e israeliano Frank-Walter Steinmeier e Isaac Herzog in una nota congiunta. “L’accordo non può sanare tutte le ferite. Ma apre una porta l’uno all’altro”.

agi.it




Quarant’anni fa la mafia uccideva il Generale Dalla Chiesa

scritto da Fatti Nostri | 24 Maggio 2023
generale dalla chiesa

generale dalla chiesaCerimonia di commemorazione questa mattina a Palermo, in via Isidoro Carini, per il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, uccisi dalla mafia il 3 settembre del 1982. Sul luogo dell’agguato, tra gli altri, c’erano la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, il prefetto di Palermo, Giuseppe Forlani, il Comandante generale dell’arma dei carabinieri Teo Luzi, il questore Leopoldo Laricchia, il governatore siciliano Nello Musumeci e il sindaco del capoluogo dell’Isola, Roberto Lagalla. Presenti anche Nando Dalla Chiesa, figlio del prefetto, e Vincenzo Agostino, padre di Antonino, il poliziotto ucciso il 5 agosto del 1989 a Villagrazia di Carini con la moglie, Ida Castelluccio.

DRAGHI: “A 40 ANNI MORTE GRATITUDINE E VICINANZA MIA E DI GOVERNO”

“Oggi ricordiamo con riconoscenza il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente della scorta Domenico Russo, uccisi in un vile attentato mafioso quarant’anni fa. Dopo aver combattuto durante la Seconda Guerra Mondiale per la liberazione dell’Italia, Dalla Chiesa contribuì in modo decisivo alla stabilità e alla sicurezza del Paese. Il suo impegno contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata hanno protetto la nostra democrazia e rafforzato le nostre istituzioni. Ai suoi cari esprimo la vicinanza e gratitudine del Governo e mia personale”. Così in una nota il presidente del Consiglio, Mario Draghi.

CASELLATI: “ONESTÀ E SPIRITO SACRIFICIO HANNO SEGNATO NOSTRA STORIA”

“Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa è un modello di fedeltà allo Stato e ai suoi valori fondamentali. È stato partigiano, ha sconfitto il terrorismo e combattuto Cosa Nostra. Le sue intuizioni, la sua onestà e il suo spirito di sacrificio hanno segnato la nostra storia. È grazie ad esempi come il suo che i nostri giovani crescono in un mondo in cui il sentimento dell’antimafia è più forte e radicato. A 40 anni dalla strage mafiosa di Via Carini, in cui persero la vita anche la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di Polizia Domenico Russo, tutti abbiamo il dovere di ricordarlo e onorarlo”. Lo ha dichiarato il Presidente del Senato, Elisabetta Casellati.

FICO: “SUA FIGURA È SIMBOLO IMPORTANTE NOSTRO PAESE”

“Desidero rivolgere i miei sentimenti di profonda vicinanza e solidarietà a tutti i partecipanti agli eventi oggi organizzati in memoria del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie, Emanuela Setti Carraro, e dell’agente della Polizia di Stato, Domenico Russo, assassinati quarant’anni fa a Palermo”. Così il presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, in messaggio al Prefetto di Palermo, Giuseppe Forlani, in occasione del 40° Anniversario dell’assassinio del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’Agente Scelto della Polizia di Stato Domenico Russo.
“La figura del Generale Dalla Chiesa- prosegue Fico- rappresenta ancora oggi un simbolo importante per il nostro Paese: un modello di rigore, competenza e determinazione nella difesa della democrazia contro i nemici del terrorismo stragista e della criminalità organizzata. Un servitore dello Stato che ha pagato con la vita il proprio impegno professionale e la passione civile nella costruzione di un’Italia più sicura, democratica e onesta. Della mafia egli aveva compreso natura, dinamiche e vulnerabilità. Sapeva esattamente dove e come fosse necessario indagare. La sua era una strategia lucida e determinata, non sempre supportata dagli strumenti operativi adeguati: la battaglia di un eroe lasciato spesso in solitudine ad affrontare un nemico gigantesco”.
“Questo spiega, in parte, il senso di vivo smarrimento che provocò nella comunità nazionale la notizia del suo assassinio, perché fu chiaro a tutti di come il Paese avesse perso nella lotta contro la mafia un protagonista di enorme statura. Oggi sappiamo che il suo operato non è andato perduto, avendo contribuito in modo incisivo ad indicare una strada di riscatto del Paese sulla quale molti altri, anche grazie al suo esempio, hanno lasciato impronte indelebili. Un percorso puntellato da normative più efficaci, azioni sempre più sofisticate di forze dell’ordine e magistratura, e da una crescente sensibilizzazione civile e culturale che deve continuare. Non dobbiamo infatti abbassare la guardia”.
“Oggi che il nostro Paese è chiamato a dare prova di rigore e di concretezza nell’attuazione del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, dobbiamo unire gli sforzi per bloccare il passo ai tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nella gestione dei fondi europei. Deve esserci da parte di tutti la piena consapevolezza che la presenza pervasiva del fenomeno mafioso pregiudica ogni possibilità di rilancio condannando l’Italia nelle retrovie economiche e culturali del continente europeo. Non è questo il futuro che il Generale Dalla Chiesa sognava per il suo Paese. Onorare il suo nome richiede di portarne avanti il progetto di democrazia, trasparenza civile e giustizia. Con questo auspicio, e ringraziandovi per l’attenzione che avete inteso rivolgermi, invio a tutti i presenti il mio saluto più cordiale”, ha concluso.

ag. DIRE – www.dire.it




Una tragedia della migrazione italiana: 57 anni fa la sciagura di Mattmark

scritto da Fatti Nostri | 24 Maggio 2023
30mattmark

30mattmarkDue milioni di metri cubi di ghiaccio e di detriti si staccano dal ghiacciaio dell’Allalin, nel Vallese, in Svizzera, e seppelliscono il cantiere della diga di Mattmark. Era il 30 agosto 1965 e 88 furono i morti di quella tragedia, tra cui 56 italiani. Una tragedia, quella di 57 anni fa, che è ricordata come la più grave sciagura della Svizzera moderna e che con gli anni è diventata simbolo di molte drammatiche storie di migrazione italiana.
Se oggi, al di fuori della Valle di Saas e delle cerchie familiari di lavoratori della diga di Mattmark, non ci sono più molte persone che ricordano le immagini della sciagura, all’epoca dei fatti esse fecero il giro del mondo suscitando grande commozione. Una commozione ancora più forte nei due Paesi protagonisti: la Svizzera, teatro della tragedia, con 23 suoi cittadini tra gli 88 morti, e l’Italia con ben 56 vittime. Oltre a loro rimasero sotto i detriti e il ghiaccio anche quattro spagnoli, due austriaci, due tedeschi e un apolide.

Unite nel cordoglio e negli slanci di generosa solidarietà popolare in quei giorni, Svizzera e Italia si ritrovarono però divise quando fu questione di determinare se quella catastrofe fosse stata assolutamente imprevedibile oppure evitabile e di condannare gli eventuali colpevoli.
Officine, uffici, mense del cantiere e i dormitori degli operai di un’azienda erano stati costruiti sulla traiettoria di caduta del ghiacciaio sospeso. Un rischio inaudito? Perché le autorità avevano dato i permessi? Le imprese avevano monitorato il ghiacciaio come promesso? Variazioni climatiche o gli scavi delle morene o altro ancora: cosa aveva causato il crollo?
Interrogativi e ipotesi si moltiplicarono. Dopo un’istruttoria durata sette anni, nel 1972 si arrivò a un processo. Sotto accusa c’erano 17 imputati: tutti furono assolti. La sentenza fu confermata in appello dal Tribunale cantonale del Vallese lo stesso anno.

La provenienza regionale dei caduti rappresenta l’Italia intera da Belluno a Domodossola fino a Lecce, San Giovanni in Fiore e Trapani.
Alla cerimonia, promossa dal Comitato organizzatore formato da Colonia italiana di Briga Naters e dintorni, hanno preso parte la Missione Cattolica Italiana del Vallese e l’Associazione ItaliaValais, con il sostegno dell’Ambasciata d’Italia a Berna e del Consolato Generale d’Italia a Ginevra. Sono stati presenti anche l’Ambasciatore Silvio Mignano, i Consiglieri CGIE eletti in Svizzera, i COMITES, i Rappresentanti delle Istituzioni, Enti e Associazioni, italiane e svizzere.
È stato letto anche il messaggio di Luca Zaia, governatore del Veneto, che ha detto: “la storia dell’emigrazione non è fatta solo di numeri, statistiche e date. Dietro ogni numero ci sono uomini e famiglie, lavoro e fatiche, speranze e dolori. Per questo, una data come quella di oggi deve rimanere scolpita nella memoria e far riandare con il pensiero a quanti bellunesi molti anni fa persero la vita nel tentativo di costruire, per sé e per i propri cari, un futuro migliore. A quegli operai dobbiamo moltissimo: il loro sacrificio non è stato vano, anzi: ha contribuito a raccontare la storia della nostra regione e la nostra identità attraverso singole storie individuali. Se oggi il Veneto è una terra operosa lo dobbiamo proprio a quanti, prima di noi, hanno tracciato un solco. Oggi abbiamo il dovere di ricordare, per ringraziare. Mattmark ha segnato una cesura nella storia dell’emigrazione veneta e italiana. Per questo deve rimanere un simbolo: non dobbiamo dimenticare quegli uomini, ai quali vanno la nostra gratitudine e il nostro rispetto”, ha concluso il Governatore veneto. (aise)