Sant’Anna di Stazzema, per non dimenticare

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12santanna“Sono trascorsi settantotto anni dai giorni dell’eccidio nazifascista compiuto nelle frazioni di Stazzema. L’orrore ha colpito le nostre terre, la nostra gente, a testimonianza degli effetti di ideologie perverse nemiche della dignità e della libertà delle persone. Gli assassini, ufficiali e militari delle SS, che compirono la strage aiutati da fascisti della zona, manifestarono fino in fondo inconcepibile disumanità, colpendo centinaia di persone innocenti, trucidando anziani, donne, bambini, sterminati con ferocia, lasciando corpi martoriati e bruciati”. Queste le parole con cui il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto ricordare il 78° anniversario dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, che conta 560 vittime civili, tra cui 130 bambini.
“La memoria dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema è, per l’intera Europa, una spinta costante a mantenere al primo posto il tema del rispetto della vita delle persone, della pace come orizzonte storico necessario, della partecipazione a comuni prospettive di vita e di sviluppo – ha detto ancora Mattarella -. Il segno profondo di un orrore così grande è inciso a caratteri indelebili nella coscienza della Repubblica. Dalla reazione a quell’abisso scaturì il riscatto morale e civile del nostro popolo, il secondo Risorgimento del nostro Paese. Da qui hanno preso le mosse le radici di una civile convivenza che ha trovato nella Costituzione i suoi architravi”.
“Gli italiani devono grande riconoscenza ai pochi testimoni sopravvissuti, ai familiari delle vittime, a quanti si sono impegnati negli anni a ricostruire circostanze ed eventi, a ricomporre le storie individuali – ha concluso il Presidente della Repubblica -. La loro testimonianza è stata preziosa, contribuendo a costruire un memoriale vivente, intimamente connesso ai valori e ai principi che regolano la vita della nostra comunità: monito permanente alle generazioni che si succedono”. (aise) 




A Pompei scoperti nuovi ambienti arredati

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pompei repertiNuova scoperta nel parco archeologico di Pompei, nell’area nord della Regio V, uno dei grandi quartieri della città antica: piccoli ambienti arredati sono stati rinvenuti attorno al sontuoso larario con raffigurato un ‘giardino incantato’, già scavato nel 2018 nel corso di interventi di manutenzione dei fronti di scavo. La vita immobile di Pompei riaffiora alla luce, con gli ultimi istanti di vita ‘fotografati’ negli arredi sconquassati dall’eruzione del 79 d.C.

Si tratta in particolare di piatti, vasi, anfore, oggetti in vetro e terracotta lasciati in bauli e armadi, abbandonati frettolosamente durante la catastrofe e recuperati oggi con gli strumenti dello scavo stratigrafico. Ma anche oggetti meno documentati come un prezioso bruciaprofumi decorato e il gruppo unico di sette tavolette cerate raccolte da un cordino, di cui è stato possibile realizzare un calco.

Nella stessa area, con accesso dal vicolo di Lucrezio Frontone, nel 2018 emerse un lussuoso larario riccamente decorato: un ambiente adibito al culto, che presentava su una parete una nicchia sacra ai Lari, numi tutelari della casa e al di sotto due grandi serpenti agatodemoni (demone buono) simbolo di prosperità e buon auspicio. E tutt’intorno pareti dipinte con paesaggi idilliaci e una lussureggiante natura con piante e uccelli e su un lato una intera parete con scene di caccia su fondo rosso.

“Nell’impero romano c’era un’ampia fetta della popolazione che lottava per il proprio status sociale e per cui il ‘pane quotidiano’ era tutt’altro che scontato – spiega il direttore del parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel – Un ceto vulnerabile durante crisi politiche e carestie, ma anche ambizioso di salire sulla scala sociale”.

Nella Domus del Larario a Pompei, “si riuscì a far adornare il cortile con il larario e con la vasca per la cisterna con pitture eccezionali, ma evidentemente i mezzi non bastavano per decorare le cinque stanze della casa, una delle quali fungeva da deposito. Nelle altre stanze, due al piano superiore e raggiungibili tramite un soppalco, abbiamo trovato un misto di oggetti, alcuni di materiali preziosi come il bronzo e il vetro, altri di uso quotidiano. I mobili di legno di cui è stato possibile eseguire dei calchi sono di estrema semplicità”.

Osserva ancora Zuchtriegel: “Non conosciamo gli abitanti della casa ma sicuramente la cultura dell’ozio a cui si ispira la meravigliosa decorazione del cortile per loro era più un futuro che sognavano che una realtà vissuta”.

“Pompei davvero non finisce di stupire ed è una bellissima storia di riscatto, la dimostrazione che quando in Italia si lavora in squadra, si investe sui giovani, sulla ricerca e sull’innovazione si raggiungono risultati straordinari”. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, commenta così la scoperta di nuovi ambienti arredati all’interno del parco archeologico di Pompei.

“Pompei è una scoperta continua – osserva Massimo Osanna, direttore generale dei Musei – Ma soprattutto si conferma essere un inesauribile laboratorio di studio e ricerca, che consente di non mettere mai un punto finale alla ricerca, ma al contrario di aggiungere nuovi dati alla storia della città. Il progetto Grande Pompei, con il quale attraverso superiori esigenze di tutela si sono determinati altri scavi, ha consegnato al parco archeologico un’esperienza e una metodologia che oggi viene perseguita in un regime ordinario, nell’ambito del quale continuano ad emergere eccezionale risultati”.

adnkronos.com




I “bastardi senza gloria” che salvarono Roma

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165553396 82cdeb38 7ec8 42c5 9275 c4ced0e74284Quando la polvere rovente tornò a posarsi sul terreno della piana di Canne – era agosto, come oggi – e l’acqua dell’Ofanto finì di spingere verso il mare il sangue della meglio gioventù di Roma e d’Italia – un’intera generazione spazzata via nell’arco di un mattino – il Senato dovette porsi la domanda più difficile: chi ha potuto lasciare che tutto questo avvenisse? Domanda che toglie il respiro ai grandi stati colpiti dalle avversità quando ancora non sono divenuti imperi, e alla quale si risponde con la spasmodica ricerca di un colpevole.

Un colpevole forse c’era: Gaio Terenzio Varrone, il console demagogo e populista delle soluzioni facili, comandante di turno delle forze romane nel giorno della battaglia contro Annibale, l’uomo che aveva spinto quarantamila legionari nelle spire avviluppanti dell’esercito punico. Ma era il momento in cui lo Stato aveva più bisogno di istituzioni stabili, e in più Varrone aveva avuto l’accortezza di rientrare in tempo per perorare la sua causa. Inoltre la consuetudine di crocifiggere il generale sconfitto non era certo romana; era, semmai, cartaginese. Non era cosa possibile.

Di colpevole, a questo punto, ne restava un altro. Anzi, diecimila: i legionari sopravvissuti al macello. Nacque in questo modo la storia tremenda delle Legioni di Canne, talmente nera da essere affidata a poche pagine di Livio e di Eutropio, ma anche talmente splendida da non potere essere ignorata: in fondo Roma fu anche questo, e non è per niente detto che fu la sua parte meno nobile.

Ora, per capire la tremenda e pervicace severità con cui gli scampati di Canne vennero trattati forse occorre fare un passo avanti, di pochi mesi. Dopo Canne infatti il Senato fu costretto a metter su in tutta fretta un altro esercito per bloccare un Annibale – si pensava – in corsa verso Roma. Talmente in fretta che si arruolarono anche gli schiavi e questi, questi sì, tradirono. Eppure, anche di fronte alla loro fuga che li avrebbe ben portati al patibolo e alla crocifissione, Roma non reagì. Ma, per l’appunto, di schiavi si trattava: non valevano nemmeno i chiodi da infilargli nel metacarpo.

No, i legionari no: erano cittadini, avevano giurato di accettare la morte per difendere la propria casa, e quindi per loro nessun perdono, proprio per l’entità senza precedenti della sconfitta. E il Senato sentenziò: non sarebbero mai tornati alla vita civile, avrebbero continuato sine die a servire nell’esercito, ma l’onore del riscatto non lo avrebbero avuto. Nessun impegno per loro nelle battaglie campali, solo ronde e scaramucce, tedio e noia e servizio in Sicilia, fuori dall’Italia, nelle regioni interne dove l’acqua scarseggia e il sole batte più forte. Lontano dalle città, e dalla civiltà, almeno dieci miglia. Soprattutto, di quei rimasugli di uomini senza gloria sarebbero state fatte due legioni, la Quinta e la Sesta, ed entrambi sarebbero state nominate “Cannensis”; come se ad ogni legionario fosse stato scritto sulla fronte, con la lama di un coltello, il titolo dell’infamia: “Quest’uomo venne sconfitto a Canne”.

Sì, la Repubblica provvedeva loro con i rifornimenti, ma è facile immaginare di quale qualità. E loro, i legionari di Canne, attesero comunque, nell’isolamento e nella vergogna, il momento del riscatto. Che pareva non giungere mai.

Quattro anni dopo l’umiliazione parve che il momento si realizzasse, quando fu loro concesso di prender parte all’assedio della Siracusa passata ad Annibale. Non si fecero pregare: fu una strage di rara violenza e cecità da cui non si salvò neanche Archimede. Dopo arrivò l’ordine di tornare all’accampamento: nella Sicilia interna. Passarono altri tre anni e Taranto si piegò sotto la loro spinta: ai dannati, a quel punto, avevano fatto rimettere piede su suolo italico e questo alimentò più di qualche speranza. E invece furono riportati sui monti siciliani.

Altri quattro anni e qualcosa si mosse: a Roma un giovane ambizioso, anche lui reduce di Canne ma scampato alla punizione, chiese di poter essere mandato in Africa ad aprire lì il fronte della guerra contro Annibale e i suoi cavalieri libici. Publio Cornelio Scipione era considerato un pericolo, e non senza motivo, dagli avversari e anche qualche amico. Qualcuno in Senato si ricordò che, nel marasma della sera di Canne, era stato lui a convincere a restare quanti – e non erano pochissimi – davano per perduta la Repubblica e volevano andare a fare i mercenari in Grecia e in Oriente. Così, per combattere in Africa, a Scipione vennero assegnati i suoi sodali: i soldati, cioè, ritenuti lo scarto della feccia di Roma. Se avesse avuto ragione lui, Annibale sarebbe divenuto un mucchietto di cenere da pesare nei secoli futuri; in caso contrario la Repubblica avrebbe avuto non uno, ma due problemi in meno: lo stesso Scipione e quelle due legioni che erano la cattiva coscienza di ogni buon cittadino.

È qui che questa storia di delitto e castigo, orgoglio e pregiudizio trova la sua nemesi e il suo riscatto.

Zama fu, per tanti versi, il negativo di Canne, nel senso che se a Canne l’esercito cartaginese si era fatto concavo per avviluppare i Romani a Zama l’esercito di Scipione costrinse l’avversario a farsi convesso. Ma Annibale sapeva il fatto suo e i Romani rischiarono, nel momento decisivo, di essere travolti dalla carica dei più fidati tra i suoi uomini: i veterani d’Italia. Quelli che a Canne avevano vinto.

I veterani avanzarono travolgendo i loro stessi alleati: avevano l’ordine di non fermarsi di fronte a nulla perché se Annibale avesse trionfato sul migliore dei generali romani la guerra sarebbe stata, nonostante i calcoli del Senato, vinta una volta per tutte.

Ma quando quei veterani bucarono le prime file avversarie, e lo fecero senza difficoltà, si trovarono davanti loro, la Quinta e la Sesta. Quelli che a Canne avevano perso. I bastardi senza gloria. La storia, a questo punto, non si ripeté.

Sarà perché il pregiudizio non era ancora spento ai loro tempi, ma gli storici romani che trattarono la materia della Battaglia di Zama non ci tramandano – eppure di solito lo fanno – scene di atti eroici compiuti da questi soldati: loro sia l’oblio. Eppure Roma, senza di loro, sarebbe stata con ogni probabilità una città punica di provincia. Anzi, talmente forte è lenta, strisciante e irrevocabile questa damnatio memoriae che nemmeno Hollywood con i suoi Russel Crowe ha mai pensato a farne un’epopea, anche se il racconto fa impallidire tutte le cariche dei seicento e i dollari d’onore che possono venire in mente.

Ci ha pensato – e la cosa fa riflettere – uno youtuber. Sì, uno di quelli che di solito vediamo impegnati nei tutorial dedicati alle padelle o alle delizie dell’orto. Roberto Trizio, invece, ha creato un canale con centinaia di migliaia di iscritti. Si chiama “Scripta manent”, e già il nome è un atto di ricompensato coraggio. Alle Legioni di Canne ha dedicato anche un libro, “I bastardi che vinsero Annibale”, edito da Cairo e che costa meno di 12 euro. Pare vada benissimo, e questa non è una sorpresa.

Ci voleva infatti un giovane youtuber per spiegarci che tutto si tiene: cultura, social, antichità e modernità. Ma anche il delitto e il castigo, ma anche l’orgoglio e il pregiudizio.

agi.it




New York. Jean Farinelli, il sogno in un baule

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img 0534Da qualche giorno il piccolo comune di Controguerra (Teramo) conta un nuovo arrivo. Il sindaco Franco Carlotta ha infatti consegnato l’attestato di Cittadinanza onoraria a Jean Farinelli, residente a New York ma nipote di un corropolese che tentò la fortuna in America senza poterla toccare. Venne fermato infatti, per sempre, da una mortale polmonite che rese la moglie vedova e il figlio orfano a 3 anni. L’epopea della famiglia Farinelli ha trovato così la sua giusta conclusione, con una riscoperta della terra d’origine da parte di chi quella terra la sentiva narrare solo dai racconti del padre.

Jean Farinelli, una vita trascorsa a inseguire la perfezione del marketing e quel “soddisfatti o rimborsati” per conto di numerose aziende di prestigiosi marchi, vive a Manhattan, e saranno proprio i racconti del padre  (nato a Controguerra nel 1910) a regalare alla donna in carriera una nuova identità, fatta di tradizioni e memorie, fatta soprattutto di radici forti e tenaci.

«Quel che conosco della mia famiglia – racconta Jean – mi è arrivato da mio padre perché mia nonna l’ho vista poco e l’ho persa quando io avevo solo 9 anni. So per certo che il grande miraggio americano lo portò in famiglia nonno Pasquale, contadino di Controguerra. Nel 1913 nonno Pasquale stava facendo il servizio di leva e aveva ottenuto una piccola licenza. Camminò per giorni sotto la pioggia incessante e con il freddo pungente per tornare a casa e rivedere la giovane moglie. La polmonite non lo perdonò e se lo portò via in pochi giorni. Pochi giorni dopo arrivarono le tanto attese carte per l’espatrio».

Nella casa di Manhattan, nell’angolo studio, Jean Farinelli conserva uno sbiadito baule da viaggio. E’ tutto quel che rimane del sogno originario di nonno Pasquale e nonna Filomena. Ma è anche la chiave di volta per Jean, che attraverso quel baule e le sue reminiscenze ha deciso di dedicarsi al recupero della sua identità italiana.

«Rimasta vedova e con due figli piccoli, Umberto e Grazia, mia nonna dovette prendere la più difficile delle decisioni e alla fine decise di mantenere fede al sogno del marito. Partì alla volta dell’America, con i suoi figli; aveva 32 anni e per un futuro pieno di incertezze aveva venduto tutti i suoi averi inclusa una piccola collana ricevuta come unico dono di nozze. Arrivarono nel 1916 e per tre mesi rimasero nel ghetto di Ellis Island a causa di un improvviso mutismo della stessa nonna, incapace di rispondere alle domande degli ispettori di frontiera».

La storia americana della famiglia Farinelli prese le pieghe solite. Il trasferimento a Filadelfia presso parenti e l’inserimento faticoso nella comunità italiana della città. E infine la nascita dei nipoti. Jean ha vissuto tutto questo con leggerezza, affrontando le scuole con il piglio sicuro di chi ama il proprio lavoro. E iniziando la sua carriera imprenditoriale a soli 11 anni  con un servizio di autolavaggio specializzato che le ha fatto guadagnare abbastanza denaro da permetterle, a soli 17 anni, di acquistare la sua Chevrolet decappottabile.

Diplomatasi all’American University e ottenuto il master nell’Ohio State University, Farinelli aveva trovato la propria strada professionale con i corsi post laurea in business management, seguiti alla  Wharton School, alla Columbia Business School e alla New York University e nel 1969 ha cominciato a lavorare per il Wall Street Journal. Nel 1987 è divenuta Presidente e Amministratore delegato di una società francese di comunicazioni per il marketing internazionale che fornisce consulenza ai maggiori dirigenti di società censite da “Fortune 500”. Jean Farinelli ha collaborato alla creazione di WebDiagnostics, un servizio di valutazione di siti web, all’elaborazione dell’Hidden Value Index  per lo studio dell’immagine dei consorzi aziendali, e condotto indagini riservate sul livello di soddisfazione dei clienti per conto di diversi marchi. È autrice di dozzine di articoli nei quali si è occupata di gestione dell’immagine aziendale, della formulazione di strategie efficaci per il marketing e di procedure per l’ottimizzazione delle prestazioni del personale. Farinelli è stata direttrice della “Cologne Life Reinsurance”, dell’International Women’s Forum” di New York e della “Skin Cancer Foundation” ente fiduciario della Fondazione nazionale per le malattie infettive; è stata Presidente della “Fondazione della Società di Pubbliche Relazioni d’America”, Fiduciario e Tesoriere della “Arthur Page Society” e Presidente del Consiglio e Direttore della “20 Sutton Place South Corporation”. Attualmente è Direttrice di ITANJ, l’Associazione di Insegnanti di Italiano del New Jersey. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il “Matrix Award” per le “Donne nella Comunicazione” (“Women in Communications”) e il premio dell’Associazione degli Insegnati di Italiano in America (“Association of Italian American Educators”) per la promozione della lingua italiana.

edizioni logo color 0001 400x400Jean Farinelli è Fondatrice ed Editrice delle Edizioni Farinelli, create nel 2003 per pubblicare esclusivamente materiale didattico di lingua italiana per università, scuole superiori, scuole medie e studi privati negli Stati Uniti. L’azienda è frutto anche della drammatica esperienza dell’attentato alle torri gemelle di New York vissuta personalmente dalla dott.ssa Farinelli l’11 settembre del 2001. A seguito di quell’evento la dott.ssa Farinelli ha inteso riallacciare i rapporti con le sue origini italiane, riprendendo lo studio della lingua della sua famiglia di origine emigrata negli Stati Uniti nel 1916 dal paese di Controguerra, in Abruzzo

Tutto quel che resta della famiglia Farinelli è lo sbiadito baule collocato nello studio di Jean. Ma rappresenta molto più del semplice involucro di cartone e tessuto. Per Jean rappresenta la svolta epocale della sua vita. Scoprendo la sua storia l’imprenditrice rampante di Manhattan ha deciso di cambiare direzione e di tornare sui passi dei suoi avi.

«Oggi porto dentro di me un grande rimpianto: quello di aver scoperto solo da adulta la ricchezza della mia cultura e il piacere di parlare italiano. Mio padre ha voluto americanizzarmi a tutti  i costi e  non lo biasimo: penso che anche per lui sia stato difficile soffocare le sue origini e che abbia cercato di proteggermi da discriminazioni e umiliazioni. Tuttavia sarebbe stato molto bello  se mia nonna avesse potuto raccontarmi  la sua storia: magari l’avrei vissuta come una favola a lieto fine. A me piace conoscere l’Italia e con essa le mie radici. Mi sono svegliata da un sonno imposto e mi sono riappropriata di una fetta del mio cuore che era rimasto nascosto.Tutto quanto ottenuto finora mi fa piacere perché rappresenta il mio percorso professionale. La riscoperta della mia parte italiana ha però cambiato il ritmo della mia esistenza. Ora conto con piacere le ore che mi separano dai miei viaggi in Italia, e godo ogni secondo del sole che prendo sulle bellissime spiagge abruzzesi. Se tutto questo è possibile, lo devo davvero a quell’unico cimelio tramandatomi da un padre troppo impegnato a nascondere le sue radici e vissuto con la rabbia di aver trascorso il suo primo Natale in una fredda stanza a Ellis Island, con il terrore di essere rispedito in Italia».




Italo Balbo, l’eroe della prima trasvolata atlantica

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un bell'alpino, un grande aviatore. italo balbo fra gli alpini e l'aeronautica
Un bell’alpino, un grande aviatore. Italo Balbo fra gli alpini e l’aeronautica

Pubblicato da Eclettica Edizioni il volume Un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario” di Marco Petrelli, Giorgio Baldacci e Alessandro Pinelli

Unisci la sapienza del giornalista Marco Petrelli e dei  due generali Giorgio Baldacci (AM) ed Alessandro Pinelli (EI), arricchisci con la prefazione dell’Ambasciatore Domenico Vecchioni e l’analisi del generale Mario Arpino; poi affidalo alla sapienza editoriale della Ecclettica. Mescola il tutto e ti troverai a viaggiare nel tempo e nella storia attraverso l’affascinante figura di Italo Balbo, alpino e trasvolatore, straordinaria figura di un’Italia all’avanguardia nelle tecnologie aviatorie

“Un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario” : questo il titolo scelto per il libro dagli autori i quali hanno attinto all’epitaffio di Italo Balbo, militare, giornalista e politico italiano fra i più importanti del Paese nella prima metà del XX Secolo. Petrelli, Baldacci e Pinelli si sono avvalsi di una accurata documentazione (parte della quale inedita) per restituire un’immagine quanto più obiettiva di Italo Balbo, che rimane uno dei personaggi più iconografici dell’Italia degli anni Venti e Trenta.

Ufficiale dell’Esercito, comandante di plotone arditi Alpini nelle fasi conclusive e più intense della Grande Guerra, Italo Balbo nacque a Quartesana (Ferrara) il 6 giugno del 1896 da padre piemontese e madre romagnola. Nel 1914 si schierò decisamente con il movimento interventista e durante una manifestazione a favore dello stesso conobbe a Milano il futuro Duce, Benito Mussolini. Entrato nel 1915 nella scuola militare di Modena come Allievo Ufficiale, dopo cinque mesi venne mandato con il grado di “aspirante” al battaglione degli Alpini “Val Fella”.

1101330626 400Dopo alcuni in mesi in Carnia chiese un trasferimento nell’aviazione. Il 4 aprile del 1918 venne rimandato nel battaglione di Alpini “Pieve del Cadore”, e con un gruppo di “arditi”  partecipò all’offensiva sul monte Grappa che liberò la città di Feltre. Negli  ultimi mesi di guerra Balbo si guadagnò 3 medaglie al valor militare, 2 argento e 1 di bronzo.  Il 6 novembre 1926  venne nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell’Aeronautica, e nel nuovo incarico organizzò la neo costituita Regia Aeronautica come forza armata autonoma, forza armata ancora ai primi passi, coi bilanci insufficienti, bisognosa di un ammodernamento e di un aumento di prestigio. Il 12 settembre 1929, a soli trentatré anni, Italo Balbo fu nominato ministro dell’Aeronautica, veste in cui promosse e guidò diverse crociere aeree come la crociera aerea transatlantica Italia-Brasile e la crociera aerea del Decennale. Gli idrovolanti  S.55 X partirono da Orbetello per la crociera aerea transatlantica Italia-Stati Uniti il 1º luglio   del 1933 per  raggiungere Chicago dopo essere passati dal Canada. La metropoli dell’Illinois quell’anno ospitava l’Esposizione Universale e accolse la squadriglia di Balbo con tutti gli onori, aprendo di fatto  la rotta commerciale fra l’Europa e il Nord America. Il Time dedicò la sua copertina   alla trasvolata di Balbo andando in stampa proprio mentre la stessa era in corso. I record aeronautici  regalarono a Italo Balbo un immensa popolarità sia in Italia sia nel mondo intero, ma portarono anche la gelosia degli altri gerarchi. Il ferrarese per molti divenni un potenziale rivale politico di Mussolini. Insignito del grado di maresciallo dell’aria nel 1933 e di grande ammiraglio della Regia Marina. Italo Balbo, divenne una figura scomoda  e  fu allontanato, da Roma. Balbo venne trasferito   in Libia con il titolo di governatore della Tripolitania italiana, della Cirenaica italiana e del Fezzan che per  suo volere si fusero in un’unica colonia: nasceva così la Libia,

310px crociera aerea del decennaleNel 1938 guidò di persona un convoglio di diciassette navi partito dall’Italia alla volta della Libia con a bordo 1.800 famiglie, per la cui venuta furono fondati 26 nuovi villaggi, principalmente in Cirenaica, ognuno con un municipio, un ospedale, una chiesa, un ufficio postale, una stazione di polizia, un locale per bere il caffè, una cooperativa di consumo, un mercato e una sede del PNF. Sull’evento fu organizzata una grande campagna pubblicitaria, che Mussolini fece presto tacere per non dare troppo risalto alla figura di Balbo.

«Il giorno 28, volando sul cielo di Tobruch, durante un’azione di bombardamento nemica, l’apparecchio pilotato da Italo Balbo è precipitato in fiamme. Italo Balbo e i componenti dell’equipaggio sono periti. Le bandiere delle Forze Armate d’Italia s’inchinano in segno di omaggio e di alto onore alla memoria di Italo Balbo, volontario alpino della guerra mondiale, Quadrumviro della Rivoluzione, trasvolatore dell’Oceano, Maresciallo dell’Aria, caduto al posto di combattimento. »

220px tritticiCon questo bollettino  straordinario n. 19 del 28 giugno 1940 si annunciò la morte del governatore della Libia. A  conferma della stima di cui godeva anche presso  i nemici, due giorni dopo la sua morte, un aereo britannico paracadutò sul campo italiano dove era successo il tragico episodio,   una corona di alloro con un biglietto di cordoglio:

« Le forze aeree britanniche esprimono il loro sincero compianto per la morte del Maresciallo Balbo, un grande condottiero e un valoroso aviatore che la sorte pose in campo avverso. »

Il giorno dopo la sua morte Benito Mussolini dichiarò: «un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario. Il solo che sarebbe stato capace di uccidermi»

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Gli autori

Marco Petrelli è nato a Terni nel 1983, ed  è  laureato in Storia e Società (curriculum Storia e Politica Internazionale) all’Università degli Studi di Roma Tre e in Storia contemporanea  all’Università degli Studi di Firenze. Ha all’attivo circa 15 pubblicazioni di genere storico e geopolitico, pubblicate da importanti riviste nazionali ed internazionali. Per Eclettica Edizioni ha pubblicato A Difendere i cieli d’Italia, I Messerschmitt del Comandante Drago e Qui non si salva nessuno. È altresì curatore della collana Aerovie del medesimo editore. Dal 2012 collabora con LiberoQuotidiano.it, per il quale segue la rubrica “Alzabandiera!.Nel 2020 ha pubblicato: I partigiani di Tito nella Resistenza Italiana (Mursia, 2020).

Giorgio Baldacci è nato a Perugia nel 1954, ha iniziato la carriera militare nel 1973  ed è laureato in Scienze Aeronautiche e in Scienze Politiche.In quarantacinque anni di carriera ha ricoperto molteplici incarichi, sia in ambito nazionale sia internazionale.. Appassionato cultore della storia della forza armata, ha promosso numerose iniziative per la sua diffusione esterna, fra cui l’apertura al pubblico del Palazzo Aeronautica, sia in termini di visite guidate che di mostre a tema,.

Alessandro Pinelli è nato nel 1961 ha ricoperto i principali incarichi di comando e di istruttore e direttore dei corsi di alpinismo e di sci. Ha servito nei comandi interforze e in quelli multinazionali, in patria e all’estero E’ appassionato di ricerca storica.




Luigi di Palma di Cesnola, primo direttore del Metropolitan di New York

ritratto luigi palma di cesnola jacob d. blondel 1865 1

ritratto luigi palma di cesnola jacob d. blondel 1865 1Quello che sbarcò nel porto di New York era un uomo di ventotto anni, senza grande futuro e con un passato da dimenticare ma il suo portamento nobile non passò inosservato ai tanti volti in attesa di abbracciare l’ultima ondata di connazionali provenienti dalla vecchia, turbolenta Europa. Era il 1858 e in quegli anni i bastimenti rovesciavano su Ellis Island l’umanità più varia: tedeschi, boemi, svedesi, italiani, ungheresi, slavi stavano gradatamente soppiantando la grande emigrazione irlandese  contribuendo alla nascita del grande crogiolo razziale che sarebbe poi passato alla storia con il termine di “Melting Pot”. Luigi Palma  era soltanto uno dei tanti uomini in cerca di nuova fortuna, senza arte né parte e con un titolo nobiliare, quello di conte di Cesnola, praticamente sconosciuto alla grande, chiassosa e attiva democrazia liberale dell’Unione. Ma nel giro di pochi anni le cose cambiarono radicalmente, per il conte e per l’esuberante America, che in quel 1858, senza poterlo prevedere, stava scivolando verso il sanguinoso e crudele baratro della guerra civile. Era stato un avventuriero, Luigi Palma di Cesnola ed aveva partecipato alla guerra di Crimea, il conflitto bellico che avrebbe legato saldamente la monarchia inglese a quella sabauda, partorendo quella particolare alleanza d’intenti che si sarebbe rivelata essenziale durante la guerra d’indipendenza italiana. Il conte di Cavour, da abilissimo stratega, aveva tessuto pazientemente la sua rete e l’invio di truppe piemontesi in Crimea, sarebbe stato soltanto l’atto finale di un piano a larghissimo raggio. In tutte queste elucubrazioni, Luigi Palma, non era entrato ma aveva fatto in tempo a diventare un esperto soldato al servizio di sua Maestà Britannica e quella sua esperienza avrebbe messo a disposizione del governo americano dopo tre anni di permanenza  negli Stati Uniti.

Iniziata la sua attività professionale americana con sporadici corsi di italiano e francese, il piemontese scoprì tra una delle sue allieve il suo grande amore sposandosi poco dopo con quella fanciulla americana. Formatosi la famiglia, Luigi Palma di Cesnola proseguì sulla strada dell’insegnamento ma cambiò settore, mettendo a frutto la sua unica, grande esperienza, quella militare. Aprì così un’accademia militare privata che permetteva agli allievi di accedere ai corsi di arte marziale e di altre tecniche militari al costo di cento dollari, pagabili a rate. La “War School of Italian army Captain count Luigi Palma di Cesnola”, non poteva certo paragonarsi alle accademie di West Point o di Annapolis ma permise a tanti ragazzi di formarsi una solida preparazione militare, preparazione che  sarebbe tornata quanto mai utile negli anni della mattanza bellica tra l’Unione e Dixie’s land.

In sei mesi gli allievi apprendevano così i rudimenti dell’artiglieria, della tattica, dell’organizzazione di fanteria e cavalleria, arricchendo la loro teoria con vari addestramenti sul campo. La scuola del conte di Cesnola licenziò più di settecento graduati e tra essi la gran parte avrebbe combattuto sui campi di battaglia della guerra civile, assurgendo al grado di ufficiale e distinguendosi per l’ottima preparazione. Vari allievi provenivano tra l’altro dalla borghesia sudista e, combattendo nelle armate della Confederazione incrociarono sui campi di battaglia anche il loro giovane maestro di accademia.

220px di cesnola, luigi palma moh 1862 public domainLuigi Palma di Cesnola si arruolò come volontario nell’armata dell’Unione e a soli trentuno anni, la sua grande esperienza militare gli valse il grado di tenente colonnello dell’11° Reggimento di Cavalleria di New York. La carriera militare del conte piemontese non fu però tra quelle baciate da grande fortuna. Le capacità tecniche dell’italiano venivano infatti spesso offuscate dalla sua indole egocentrica (questo almeno secondo le tesi di alcuni ufficiali superiori). Ma l’esercito dell’Unione, prima di finire sotto l’ala efficientista del generale Grant, non rappresentava certo un modello di cameratismo, e le croniche discussioni disciplinari facevano da contraltare alle numerose sconfitte rimediate sui campi di battaglia, a opera di un nemico certamente più motivato e meno gravato da zavorre burocratiche.

In quel grande calderone confuso rappresentato dalle armate unioniste dei primi due anni di guerra, il conte di Cesnola, navigò a sua volta in mari tempestosi. Riverito e amato dalle sue truppe, l’italiano dovette subire l’onta dell’arresto, frutto di una polemica disobbedienza verso i suoi diretti superiori. Messo temporaneamente a riposo forzato l’italiano visse con sgomento la devastante azione del generale confederato Jeb Stuart in  Virginia, cui i cavalleggeri nordisti non seppero opporre una difesa adeguata perdendo completamente la testa. In uno di questi ripetuti assalti, l’italiano dovette opporsi disarmato  all’irruzione della cavalleria in grigio reagendo da militare di razza all’imminente disastro.

alessandro palma di cesnola, ante 1881 accademia delle scienze di torino 0120Montato a cavallo e recuperata un’arma al nemico, egli organizzò un vero e proprio contrattacco che non sortì l’effetto di sconfiggere i nemici ma bastò per mettere in salvo gran parte del reggimento. Tornato alla base gli stessi ufficiali che lo avevano arrestato gli restituirono la sciabola da ufficiale, tributandogli gli onori dell’eroe di guerra e affidandogli il comando campale dell’unità. L’italiano ritornò così prontamente in azione e si batté con grandissimo coraggio nelle successive battaglie ma nonostante il suo impetuoso dinamismo le sorti nordiste erano segnate. Disarcionato, durante l’ennesima carica, dal proprio cavallo colpito a morte, Luigi Palma terminò la sua guerra sotto il corpo straziato dell’animale. Ferito a sua volta seriamente, l’ufficiale piemontese, combatté con coraggio contro i nemici che ormai avevano vinto la battaglia e che infine lo recuperarono come prigioniero di guerra. Imprigionato nelle orride galere sudiste di Richmond, l’italiano condivise sei stanze con milleduecento altri ufficiali dell’Unione per poi essere trasferito nel carcere di Belle Isle. Il contegno, l’autorità e il tatto del conte piemontese gli valsero un trattamento dignitoso da parte del nemico  e un incarico ufficiale da parte della stessa Confederazione, che scelse Palma quale rappresentante dei prigionieri. L’ufficiale si fece così portavoce delle esigenze primarie dei suoi commilitoni e riuscì a spuntare più di un’agevolazione nei dieci duri mesi di prigionia, mitigando la difficile esistenza propria e dei suoi soldati. Grazie ad un’intensa azione diplomatica condotta da sua moglie e da altre autorità di New York, Luigi Palma di Cesnola venne rilasciato il 21 maggio del 1864 e rientrò tra i ranghi per essere congedato soltanto quattro mesi dopo, con gli onori dell’Esercito.

L’italiano però non accettò il congedo con il grado proposto dalle Forze armate unioniste e chiese un incontro ufficiale al presidente Lincoln per perorare la propria causa. Egli incontrò il presidente due giorni prima dell’assassinio dello stesso e gli illustrò le sue richieste di ottenere il grado di generale di brigata e un incarico di console americano in Italia. Lincoln ascoltò con attenzione e accettò le argomentazioni del piemontese impegnandosi in suo favore ma non ebbe tempo di accontentare il militare. I fatti che seguirono spinsero giocoforza nell’ ombra le richieste di Palma, che non avrebbe mai trovato soddisfazione alle legittime richieste. Per tutti però egli divenne generale, trovando tra l’affetto dei suoi ex commilitoni quella giusta riconoscenza per i meriti militari. Anche l’incarico di console in Italia gli scivolò lontano: al piemontese il segretario di stato Seward offrì però la cittadinanza americana e l’incarico diplomatico di console a Cipro, ottenendone l’accettazione. il conte di Cesnola si calò con entusiasmo nella nuova veste di rappresentante diplomatico per il suo nuovo paese e nell’isola mediterranea riscoprì la sua vecchia passione per l’archeologia. Iniziò una personale campagna di scavi che ottenne risultati spettacolari.

metLuigi Palma recuperò infatti un enorme quantità di manufatti, di armi e di gioielli appartenenti alla civiltà ellenistica e mise insieme una notevole collezione affidandola al nascente Metropolitan Museum of Art di New York. Il console italoamericano curò personalmente l’organizzazione di tutti i reperti storici dando il via alla grande stagione delle mostre archeologiche. Ma contemporaneamente proseguì anche il suo impegno negli scavi scoprendo nell’isola cipriota un tempio greco con più di settemila oggetti ornamentali, la maggior parte dei quali in oro. La scoperta diede a Luigi Palma di Cesnola una temporanea celebrità inducendo l’amministrazione americana a conferirgli l’incarico di direttore del Metropolitan, primo direttore assoluto dell’ente culturale statunitense. Le luci della ribalta si spensero gradualmente sulla spettacolare attività archeologica dell’italiano: le campagne archeologiche si moltiplicarono tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento e resero il grande pubblico partecipe dei numerosi ritrovamenti di resti delle grandi civiltà  del passato. Si spense nel tempo anche il nome di Luigi Palma di Cesnola, che però ebbe la ventura di essere sempre ricordato come il primo direttore del Metropolitan Museum di New York, vera e propria istituzione cittadina e vanto della ex piccola colonia olandese.




Sarà santo Scalabrini, l’angelo degli italiani emigrati in Usa

giovannibat

giovannibatPartivano con valigie di cartone, lunghi viaggi con la nave da Genova, per arrivare negli Stati Uniti in cerca di lavoro e di una vita migliore. Ma spesso ad attenderli erano emarginazione e diffidenza, nonché abitazioni anguste e malsane e lavori nei quali erano sfruttati.

Erano le migliaia di italiani che a partire dalla metà dell’800 cercavano fortuna in America. Una storia che si ripete: oggi la traversata è quella del Mediterraneo dove dal Sud del mondo si spera di trovare una vita migliore in Italia e in Europa.

Oggi come allora accanto ai migranti ci sono scalabriniani e scalabriniane, con i loro centri di accoglienza, le scuole, i presidi sanitari, le micro-imprese per dare una chance di lavoro a chi arriva dall’altra parte del mondo. Ora quei missionari, e i migranti che assistono, avranno il loro santo patrono: Papa Francesco ha deciso che Giovanni Battista Scalabrini, il vescovo di Piacenza che sul finire dell’Ottocento fondò le Congregazioni dei Missionari e delle Missionarie di San Carlo con la specifica missione di servire i migranti, sarà santo e per questo convocherà un Concistoro.

Un santo che viene anche ‘dispensato’ dal miracolo che occorre per autorizzare la Congregazione dei santi ad emettere il decreto di canonizzazione. Sarà una festa per la famiglia dei missionari che proprio quest’anno sta celebrando l’anno scalabriniano per i 25 anni della beatificazione del vescovo piacentino.

I missionari e le missionarie sono oggi diverse centinaia e particolarmente estesa è la rete di servizi in diversi Paesi del mondo. E’ una testimonianza di primo piano, tanto che sono diversi gli esponenti della congregazione che hanno portato al loro esperienza nella curia vaticana, dal cardinale Silvano Maria Tomasi a padre Fabio Baggio, sottosegretario al Dicastero dello Sviluppo umano con un ruolo specifico sui migranti.

L’esperienza degli Scalabriniani è riconosciuta anche fuori dalle stanze vaticane tanto che il superiore generale, padre Leonir Chiarello, porta la sua esperienza a Davos, il Forum dove ogni anno si disegnano le strategie economico-finanziarie del futuro.

Il Concistoro annunciato dal Papa, per il quale ancora non c’è una data, riguarderà anche la canonizzazione del beato Artemide Zatti. E anche per lui si tratta di storia dei migranti: fu infatti un medico salesiano, italiano emigrato in Argentina con i genitori, che dedicò la sua vita a curare la gente della Patagonia.

(di Manuela Tulli/ANSA)




Dal mare del Salento riemerge il porto sommerso dell’antica Lupiae

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Continua a riemergere dal mare la storia sommersa del Salento. Recenti ricerche archeologiche condotte dal dipartimento di Beni culturali dell’Università del Salento hanno riportato in luce un antico molo lungo il tratto di costa tra San Cataldo e Le Cesine: un ritrovamento che restituisce un disegno nuovo dell’antico scalo portuale di Lupiae. La scoperta è avvenuta durante le ultime campagne di ricognizione (condotte sia su terra che sott’acqua, con uso di varie metodologie e tecnologie (drone, ROV, georadar, fotogrammetria e altro), e dirette da Rita Auriemma, docente a UniSalento di Archeologia subacquea.

I resti lasciano ipotizzare che al margine dell’area umida dell’oasi naturale gestita dal Wwf, nell’area dell’edificio idrovoro della Riforma agraria, in località Posto San Giovanni, sorgesse un porto che aveva una sua importanza tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale. E che solo successivamente sia stato costruito, più a nord, a San Cataldo il porto di Adriano. A raccontare una “nuova storia” sono diversi elementi emersi durante gli ultimi studi, approfondendo così le evidenze indagate sino agli anni Novanta. In quella posizione erano stati già documentati allineamenti murari connessi a depositi di età romana tardo repubblicana: una struttura nota come ‘chiesa sommersa’, una serie di vasche scavate nella roccia e un’altra sempre immersa nel mare, posizionata più a sud.

La ‘chiesa sommersa’, che si trova a 150 metri dalla riva, su uno sperone roccioso che si erge su un fondale di circa 5 metri, mostra una struttura intagliata nel banco roccioso, ma conserva anche resti di muri realizzati in conglomerato cementizio. La seconda struttura è costituita da allineamenti, paralleli e perpendicolari tra loro, di blocchi in calcarenite locale che si trovano a una profondità media di -3.5 metri e occupano, per quanto visibile, un’area rettangolare di 24×30 metri, che potrebbe però estendersi molto di più, poiché alcuni filari di blocchi sembrano continuare sotto un notevole apporto sabbioso.

L’Adriatico conserva nei suoi fondali tesori ancora da scoprire, testimoni dell’ingegno di popoli che un tempo pianificavano le loro città con fortificazioni, monumenti, porti e strade.

ag. DIRE – www.dire.it




Aldo Moro, Mattarella depone una corona di fiori in via Caetani

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mattarella aldo moro e1652095986255In occasione del quarantaquattresimo anniversario dell’uccisione dell’on. Aldo Moro, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deposto una corona in via Caetani, sotto la lapide che ricorda il luogo del ritrovamento del corpo dell’on. Moro avvenuto il 9 maggio 1978.

Successivamente il Capo dello Stato ha partecipato alla cerimonia di celebrazione del Giorno della Memoria dedicato alle Vittime del terrorismo nell’Aula di palazzo Montecitorio, che è stata aperta dagli interventi del Presidente della Camera, Roberto Fico e della Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Nel corso della cerimonia si sono alternate le testimonianze di alcuni familiari di vittime del terrorismo: Mario Calabresi, figlio di Luigi; Luigina Dongiovanni, nipote di Franco, carabiniere deceduto nella strage di Peteano; Maria Cristina Ammaturo, figlia del Vice Questore Antonio, e Marina Orlandi, vedova di Marco Biagi.

Sono intervenuti lo storico Angelo Ventrone e gli studenti Luca Contini, dell’Istituto di istruzione superiore “Roberto Rossellini” di Roma, e Martina Spangher, del Liceo “Laura Bassi” di Bologna.

ag DIRE – www.dire.it




La storie delle valli dolomitiche ladine al centro del nuovo corso di Accadamiabm.it

abm2021

abm2021Avrà luogo domani, giovedì 21 aprile, alle ore 11.00, nella sede dell’Associazione Bellunesi nel Mondo a Belluno la presentazione del nuovo corso di Accadamiabm.it dal titolo “Storie delle valli dolomitiche ladine nel corso del Novecento“ a cura di Luciana Palla.
Saranno presenti il presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, Oscar De Bona, e l’autrice del corso Luciana Palla.
Il corso intende proporre un breve excursus sulla storia delle valli ladine dolomitiche (Badia, Gardena, Fassa, Livinallongo, Colle Santa Lucia e Cortina d’Ampezzo) dalla seconda metà dell’ottocento fino ad oggi. Si affonterà, a grandi linee, aspetti economici, sociali, politici e culturali. Molto importante per questa terra di confine tra mondo latino e germanico è stata la rivalutazione, lo studio e la consapevolezza della propria identità ladina, intesa sotto l’aspetto linguistico, culturale, di usi e costumi. Ne è derivata una progressiva coscienza della propria specificità, che da elitaria è diventata di massa dopo la prima guerra mondiale, ed è sfociata in varie rivendicazioni in favore di un suo riconoscimento pubblico: richieste di autonomia, di riunificazione dei ladini dolomitici divisi dal 1923 in tre province (Bolzano, Trento, Belluno) che tuttora sono state solo parzialmente soddisfatte.
Da cinquant’anni a questa parte le questioni identitarie si sono complicate con l’insorgere di una nuova questione ladina relativa alla parte settentrionale della provincia di Belluno dove, sulla base di un sostrato linguistico ladino venetizzandosi nel tempo, ma di cui esistono ancora molti elementi nella parlata, è stata portata avanti la richiesta del riconoscimento ufficiale anche di questa antica ladinità. Il tutto in una montagna dolomitica che si sta trasformando sotto lo sfruttamento turistico, per cui si pone urgentemente l’esigenza di un progetto per un suo futuro di salvaguardia e di valorizzazione. (aise)