Gaetano Bedini, difensore delle comunità cattoliche in America

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cardinal bedini“QUESTA MIA MISSIONE PIENA DI ROSE E SPINE…”

Lasciò  la vita terrena portandosi dietro il peso di aver fatto giustiziare il patriota Ugo Bassi e la storia lo ha voluto identificare come la mano operativa del potere pontificio. Di sicuro, Gaetano Bedini, fu un formidabile campione del papato, tenacissimo difensore del potere temporale in Italia e  della religione cattolica nel Mondo, senza il quale però difficilmente le comunità professe avrebbero potuto trovare il loro spazio in terra americana. Un gigante della logorante battaglia per il credo cattolico.

Era nato a Senigallia il 15 maggio del 1806, in quelle Marche che per secoli rappresentarono il serbatoio della fedeltà pontificia. Figlio di Alessandro Pellegrini e di Marianna Spadoni (originari di Ostra) Gaetano era l’ultimo di sette figli e venne destinato alla carriera ecclesiastica. Gaetano entro giovanissimo nel seminario di Senigallia e fu ordinato presbitero il 20 dicembre 1828. Nella sua città natale trascorse i primi anni del suo sacerdozio, operando come canonico del capitolo della Cattedrale cittadina dal 1829 al 1838. In un’Italia segnata dai primi moti carbonari e dalla moltiplicazione dei patrioti del risorgimento italiano, Gaetano Bedini trovò nella politica la sua propria vocazione e grazie anche all’amicizia di Giovanni Maria Mastai Ferretti, futuro papa con il nome di Pio IX, fu destinato al ruolo di uditore presso la nunziatura apostolica di Vienna, che all’epoca era retta da Lodovico Altieri, arcivescovo di Efeso. Restò nella  capitale austriaca fino all’aprile 1845, quando fu richiamato a  Roma e messo a disposizione della Santa Sede come prelato domestico di Sua Santità  e protonotario apostolico.

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Gaetano Bedini

Il 28 ottobre 1845 arrivò per lui  il primo incarico diplomatico. Bedini fu nominato infatti internunzio e inviato straordinario della Santa Sede in Brasile. Il sacerdote si distinse subito per le sue forti attenzioni alle sorti  dei fedeli cattolici immigrati tedeschi che vivevano in condizioni molto disagiate. Altrettanto fervore mostrò nel  favorire una ripresa del cattolicesimo  per contrastare la diffusione del protestantesimo  in atto nel continente. Bedini rientrò in Italia il 16  agosto 1847,  mettendosi a disposizione della Santa Sede. Prima di partire però ebbe contatti con Giuseppe Garibaldi, in quel periodo residente a Montevideo, il quale con diverse lettere cercò di avvicinarsi a Papa Pio IX. In una famosa lettera al Cardinale, il futuro eroe dei Due Mondi scrisse:

«Offro a Pio IX  la mia spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa, ricordando i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali, … Pur sapendo che il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli.»

Gaetano Bedini decise di non dare risposte precise alle  missive di Garibaldi destinate a Pio IX,   trasmettendo  l’offerta con il massimo riserbo  direttamente al Papa che però gli fece rifiutare la proposta pur con molti ringraziamenti.

foto cardinal bedini1853Terminata la missione in Brasile e rientrato il B. a Roma il 5 marzo 1848 il conterraneo papa Pio IX, lo nominò  sostituto della Segreteria di Stato. Nell’anno della Repubblica Romana, Bedini seguì il pontefice nella fortezza di Gaeta e diede il suo primo segnale di grande autorevolezza. Convinto della necessità di ristabilire l’autorità del papa con la forza delle armi, si recò verso la fine del gennaio 1849,   segretamente a Bologna per convincere le truppe svizzere a lasciare la città e a raggiungere i reparti rimasti fedeli a Pio IX. Questo disegno fallì e Bedini ,  nominato commissario straordinario delle quattro Legazioni, fece il suo ingresso a Bologna al seguito dell’armata austriaca.

Ristabilito il potere temporale del Papa, Bedini continuò nel suo lavoro di commissario pontificio come legato a  Bologna dal 1849 al 1852.  Allorché cominciò a  stancarsi dell’invadenza austriaca, il prelato   manifestò la sua disapprovazione per l’operato delle forze di occupazione e venne sollevato   dal suo incarico all’inizio del 1852.

Dopo i fatti  rivoluzionari la Santa Sede decise di stringere rapporti più stretti con gli Stati Uniti e  la Gran Bretagna, nazioni che avevano accolto numerosi fuoriusciti nazionalisti e  rivoluzionari. A Bedini fu quindi richiesto, tra le righe, di tessere un’abile ragnatela  diplomatica tra Brasile, Stati Uniti e Gran Bretagna e di sondare la situazione delle missioni cattoliche americane, sempre più spesso oggetto di durissimi attacchi protestanti.

L’ostilità nei confronti del Vaticano non tardò a manifestarsi e il viaggio di Bedini assunse contorni drammatici. Il primo attacco arrivò da Alessandro Gavazzi, un patriota Italiano che accusò il prelato di essere il responsabile della fucilazione del patriota Ugo Bassi. Trasferitosi in Canada  il nunzio  venne accolto con ben altro entusiasmo e tutti ne apprezzarono l’operosità verso  emigrati cattolici tedeschi, italiani, francesi e portoghesi.

Bedini aiutò anche la comunità irlandese, soprattutto quella presente a Bytown città  destinata a diventare negli anni seguenti capitale federale con il nome di Ottawa  e sede di un vasto crogiolo di religioni e comunità immigrate. L’opera del religioso  andò comunque ben al di là degli interventi apostolici. Dotato di  carattere fermo e risoluto, il nunzio marchigiano, nella sua permanenza nordamericana si batté contro tutti i diritti acquisiti dal clero americano  inopinatamente. Risolse numerose controversie e si adoperò con tutte le energie  per i suoi emigranti, cui rimase legato per tutta la sua carriera  ecclesiastica.

fotografia cardinal bediniRientrato negli Stati Uniti nel 1853 Bedini fu oggetto a Buffalo e Philadephia di un altro violentissimo attacco da parte dei tedeschi che il lui vedevano il simbolo delle  loro aspirazioni frustrate (i fedeli tedeschi volevano che le loro parrocchie e le loro  scuole fossero rette soltanto da sacerdoti del loro paese), nonché da parte degli  esuli politici italiani, cui era inviso in quanto rappresentante dello Stato Pontificio. Ma  nonostante tutto (ebbe parole di grande riconoscenza per altri cattolici tedeschi  italiani e irlandesi, che si offrirono di difenderlo armi alla mano) egli portò avanti la  sua politica tesa a formare un clero autoctono per gli Stati Uniti, pronto a subentrare  ai sacerdoti  europei. La sua convinzione fu tale da impegnarlo per il resto dei suoi anni, una volta  tornato in Europa. Costretto infatti alla fuga inseguito dagli esuli,  tornò a Roma per perorare la sua idea di realizzare un Collegio per i nuovi sacerdoti  nati negli Usa, scontrandosi con una curia che non vedeva certo di buon occhio il  genuino entusiasmo per il Nuovo Mondo.

Ebbe però l’appoggio decisivo del papa  e  ottenne il segretariato di Propaganda Fide, attraverso cui realizzò il primo progetto di  nunziatura permanente negli Stati Uniti (che si realizzò solo nel 1892) e l’istituzione  del collegio americano di Roma. Dal suo nuovo posto dirigenziale, il prelato prosegui  fino agli ultimi istanti della sua vita (si spense a Viterbo nel 1864) la strenua battaglia  in favore degli emigranti. Gaetano Bedini chiese ripetutamente ai vescovi in Nordamerica e in  Brasile di dare ascolto ai vari gruppi di emigrati e di favorire l’amalgama di queste  nazionalità nell’alveo della loro patria di adozione.  Si batté quindi, primo prelato vaticano, per l’integrazione e preparò il terreno  all’azione di Giovanni Battisita Scalabrini, vera colonna portante del cattolicesimo italiano nelle Americhe.

Nel 1861 venne nominato vescovo di Viterbo e Tuscanella.  Dopo pochi mesi, nel concistoro  del 27 settembre 1861 il papa creò  Bedini cardinale dell’ordine dei presbiteri, con il titolo di Santa Maria sopra Minerva.

Bedini morì la mattina del 6 settembre 1864  a poco più di 58 anni, probabilmente per un ictus. I suoi funerali  si svolsero l’8 settembre con la cattedrale gremita di fedeli accorsi da tutta la diocesi.




La prima legge d’Italia

17 marzo 1861 la proclamazione del regno ditalia copia 2

1861 l unita d italiaEra il 17 marzo e l’Italia era “quasi” del tutto unita. Per completare il puzzle dello stato unitario occorreva ancora abbattere la raccoforte dello Stato Pontificio, con la terza guerra d’indipendenza del 1866, conquistare Roma (con la presa di Porta Pia nel 1870)   mentre per il Veneto, e Friuli Venezia Giulia e Trentino sarebbero occorse le migliaia di morti della quarta guerra d’indipendenza che negli annali della storia sarebbe stata inserita nel grande scenario della prima guerra mondiale.

Quel giorno di metà  marzo del 1861, a Torino venne  proclamata  ufficialmente la nascita del Regno d’Italia e con l’approvazione della legge numero 4761 Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia.

Quella data, a  partire dal 1911 la giornata è diventata festa nazionale ed è ricordata annualmente come Anniversario dell’Unità d’Italia.

proclamazione del regno 451983788Pochi giorni dopo la seduta inaugurale del parlamento italiano, durante la quale senatori e deputati acclamar ano  Vittorio Emanuele di Savoia nuovo Re d’Italia, Camillo Benso  conte di Cavour presentò in Senato un progetto di legge, con un unico articolo, nel quale si stabilì che Vittorio Emanuele avrebbe assunto per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia. E fu di fatto la prima battaglia parlamentare del neonato stato indipendente italiano. La discussione che precedette  la votazione di questo testo di legge fu infatti abbastanza animata e vide in contrapposizione i   due schieramenti principali di quegli anni: moderati da una parte, e democratici dall’altra. I democratici chiesero al sovrano di assumere il nome di   Vittorio Emanuele I, per rimarcare l’inizio di una nuova era e l’originalità dello Stato appena nato rispetto al vecchio Regno Sabaudo. La richiesta si scontrò però con il punto di vista di Cavour e dello stesso Vittorio Emanuele, che rimasero inflessibili nelle loro posizioni. Per i due, il processo di indipendenza era  stato un movimento guidato dal Piemonte, a partire dalla partecipazione alla guerra di Crimea e al  Congresso di Parigi,   concluso con successo grazie soprattutto all’iniziativa e alla determinazione del re sabaudo e della sua classe dirigente. Alla fine  di un animatissimo dibattito Cavour riusciì a spuntarla  e il 17 marzo 1861, il testo di legge  che sanciva  la nascita del Regno d’Italia venne approvato con il “secondo” che avrebbe accompagnato il titolo di   Vittorio Emanuele . Un  segno di continuità del sistema costituzionale e della dinastia di casa Savoia, che fu la principale artefice dell’unificazione italiana.

b740351d af00 4482 a70a 2688a98cab90Quella che nasceva nel marzo del 1861 era una monarchia costituzionale basata sullo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia ai suoi sudditi del Regno di Sardegna, prima di abdicare l’anno successivo. Al vertice dello Stato vi era il re, il quale riassumeva in sé i tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario seppur esercitati non in maniera assoluta.Tale forma di governo fu avversata dalle frange repubblicane (oltreché internazionaliste e anarchiche) e si concretizzò soprattutto in due note vicende: la fucilazione di Pietro Barsanti (considerato il primo martire della Repubblica Italiana) e l’attentato di Giovanni Passannante, di fede anarchica.

Lo statuto reale terminò ufficialmente nel 1946, quando l’Italia divenne una repubblica che si dotava di   un’Assemblea Costituente al fine di redigere una costituzione avente valore di legge suprema dello Stato repubblicano. Tale legge sostituiva   lo Statuto Albertino sino ad allora vigente e preparò la   a trasformazione nell’attuale assetto istituzionale che avvenne in seguito a un referendum tenutosi il 2 e 3 giugno, con il quale si sancì la nascita della Repubblica Italiana, che il 1º gennaio 1948 si dotò di nuova Costituzione.




Perché oggi si festeggia l’anniversario dell’Italia? Il motivo è torinese

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tricolore sulla facciat ottocentesca 2 2“Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato”. (Torino addì 17 marzo 1861).

L’Italia compie 160 anni. Tanto tempo è passato dal 17 marzo 1861 quando Re Vittorio Emanuele II da ‘ultimo Re del regno di Sardegna divenne il primo Re d’Italia con la promulgazione della legge n. 4671 del Regno di Sardegna.

Torino, prima capitale del Regno d’Italia dal 1861 al 1865, fu la grande protagonista del Risorgimento Italiano e gran merito va dato al Re galantuomo, al primo presidente del Consiglio, Camillo Benso Conte di Cavour, ai valorosi mille guidati da Giuseppe Garibaldi e a  tutti coloro che, uomini donne, i nostri avi, hanno combattuto e si sono impegnati per fare l’Italia e contribuire al suo processo di unificazione.

Fu proprio Cavour a presentare a Palazzo Carignano, prima sede del Parlamento Subalpino, poi del primo parlamento nazionale, una proposta di legge composta da un solo articolo, che ufficializzò la nomina di Vittorio Emanuele a Re d’Italia.

Il 17 marzo in parlamento venne proclamata la nascita del Regno d’Italia: “Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d’Italia. Gli atti del governo e ogni altro atto che debba essere intitolato in nome del Re sarà intestato con la formola seguente: (Il nome del Re) Per Provvidenza divina, per voto della Nazione Re d’Italia”.

Vittorio Emanuele di Savoia continuò a essere II e non I, come segno della continuità della dinastia di casa Savoia che aveva realizzato l’unificazione italiana e della continuità del sistema costituzionale.

I 160 anni dall’Unità d’Italia

Nella settimana dal 15 al 21 marzo 2021, in occasione dei 160 anni dall’Unità d’Italia, Iren illuminerà la facciata di Palazzo Carignano, lato Piazza Carlo Alberto, con il tricolore della bandiera italiana.

Per creare l’effetto scenico, saranno utilizzati 20 proiettori sagomati, 6 per il colore verde e 7 ciascuno per il bianco ed il rosso, che saranno posizionati su stalli collocati nella piazza antistante l’ingresso del Museo Nazionale del Risorgimento.

L’illuminazione sarà realizzata da Iren con il contributo tecnico dello stesso service che da alcuni mesi illumina la facciata di Palazzo Chigi a Roma con i colori verde, bianco e rosso della bandiera italiana.

Nelle sere del 15 e 16 marzo inoltre, Iren proietterà sulla superficie della Mole Antonelliana il logo rappresentante la nuova identità visiva del Museo Nazionale del Risorgimento.

Il 17 marzo, infine, giornata in cui ricorre l’anniversario della proclamazione dell’unità nazionale, la Mole Antonelliana si tingerà dei colori della bandiera italiana. Il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano ha presentato la nuova identità visiva nata dalla collaborazione con l’Istituto Europeo di Design: ecco il video.

da Torinotoday.it




1890. Il linciaggio di 11 italiani a New Orleans

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220px 1891 new orleans italian lynchingQuella del 15 ottobre 1890 è  una notte   piovosa . Il capo della polizia di New Orleans,  David Hennessy e il capitano William O’Connor lasciano la stazione centrale di polizia e Hennessy volta in direzione di  Basin Street, per raggiungere  la casa che divide  con la madre vedova. O’Connor invece cammina  nella direzione opposta verso 273 Girod Street, nella periferia di New Orleans. Il capitano di solito non va a casa da solo, scegliendo di essere accompagnato da  guardie del corpo. Quella notte invece decide di andare da solo.

Come capita in ogni attentato, gli eventi precipitano in pochi secondi. Mentre  Hennessy si appresta a entrare in casa, un gruppo di uomini appare dal buio e apre il fuoco.  Uno dei proiettili gli trapassa il fegato e si ferma nel petto; un altro gli frantuma la gamba destra. Il capo della polizia risponde al fuoco quando è già ferito a morte. Il capitano O’Connor accorre in direzione di Hennessy ma lo trova a terra, in fin di vita, e alla domanda su chi fosse stato Hennessy riesce a rispondere:  “Dagos did it”, usando un termine spregiativo e razzista che viene usato nei confronti degli immigrati italiani, in particolare quelli provenienti dalle regioni meridionali. Portato subito al Charity Hospital il comandante muore nel giro di poche ore.

Le ultime parole sussurrate da Hennessy bastano al sindaco Joseph Shakespeare per riunire il  consiglio comunale  ed esternare apertamente il suo odio razziale nei confronti della comunità italiana. Per il sindaco gli italiani sono “Gli individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi. Dobbiamo dare a questa gente una lezione che dovranno ricordare per sempre“.

L’assassinio del resto non arriva del tutto inaspettato. Il capo della polizia era comproprietario insieme a Joseph Provenzano di un locale di New Orleans dalla dubbia reputazione. Tali rapporti, quasi sempre taciuti dalle fonti americane, aiutano a ipotizzare il vero movente dell’uccisione del capo della polizia, i cui mandanti erano probabilmente i rivali della famiglia Matranga, e gettano delle ombre sull’integrità morale di Hennessy. I giornali però etichettano subito l’omicidio come una “dichiarazione di guerra”, definendolo un “omicidio italiano”.

311.0.840542039 kvph u31101070435399c4c 1224x916@corriere web sezioni 593x443Il sindaco ordina delle retate esclusivamente nei quartieri abitati da immigrati italiani, trascinando in cella oltre 250   italiani per sottoporli  a metodi illegali d’interrogatorio  con l’uso di violenze fisiche e verbali. Diciannove di loro vengono arrestati e di questi, undici vengono accusati di aver avuto un ruolo diretto nell’assassinio. Nei quattro mesi successivi, la stampa scriverà che questi uomini appartengono  a una società segreta d’italiani nota come mafia, che da questo momento inizierà a comparire sui giornali di tutti gli Stati Uniti associando di fatto gli italiani al crimine organizzato.

Il processo che segue sarà molto controverso, con gli inquirenti che tentano di creare prove false di colpevolezza degli imputati. La giuria però ritiene otto di essi non colpevoli ma circola la voce che anche i giurati siano stati corrotti dalla malavita.

In una città abbagliata dalle dichiarazioni di colpevolezza, la sentenza viene accolta con rabbia isterica e il giorno seguente un quotidiano locale compare l’invito ad agire. Invito subito accolto dalla cittadinanza (stranamente già armata e organizzata) . Lo sceriffo Gabriele Villère si raduna  per dirigersi verso la prigione.

the mascotA capeggiarla vi sono l’avvocato Parkerson e il sig. Wickliff.  Alcuni dicono si tratti di 3 mila persone altre parlano di 20mila. Di sicuro si tratta di migliaia di cittadini inferociti, in gran parte appartenenti al ceto benestante, che si avviano verso il carcere cittadino.  Il console italiano Pasquale Corte segue con preoccupazione la riunione e con il procuratore generale chiede invano l’intervento della polizia.

Un gruppo armato si stacca dalla folla e raggiunge l’ingresso principale della prigione urlando di voler entrare. Al rifiuto delle guardie il gruppo inizia a martellare l’ingresso con picconi, asce e martelli fino ad aprire l’uscio. Inutile il tentativo delle guardie di fermare i facinorosi e di far nascondere i prigionieri italiani. La folla li trova e non lascia scampo, crivellandoli di colpi di arma da fuoco.  Il primo a essere ucciso è Antonio Scafidi. Il minorenne Aspero Marchesi, risparmiato per l’età, viene travolto e schiacciato dalla folla. Giuseppe Macheca è il secondo. Sei (tra i quali Antonio Marchesi, il padre di Aspero)  vengono bloccati nel cortile mentre tentano di fuggire. Vengono  fucilati sul posto mentre Antonio Abbagnato viene  impiccato a un ramo. Emanuele Polizzi, disabile mentale, viene è legato con una corda al collo a un lampione. Lui però riuscì ad arrampicarsi finendo ucciso dall’ orrendo tiro al bersaglio. In tutto vengono uccisi 11 italiani. Altri otto si salvano nascondendosi sotto le ampie gonne delle prostitute.

Per cinque ore la folla inferocita si accanisce sui cadaveri. Le donne  inzuppano il fazzoletto nel sangue e strappano lembi dei vestiti per trofei e macabri ricordi. Nei locali si  celebra e si brinda alla «giustizia» sommaria del popolo inferocito. Parkerson, soddisfatto, congeda la folla con un “Dio vi benedica». Poi negherà di aver partecipato al linciaggio.

134732660 f7a55c59 d4af 443b a8d2 c56fefdea381Per il sindaco hanno «agito bene». Aggiunge: «Sono cittadino americano, non ho paura neppure del diavolo. Questi uomini meritavano di essere impiccati. Quando sentii che erano stati assolti, rimasi paralizzato sulla sedia. Sono stati puniti con mezzi legali da pacifici cittadini, ossequienti alla legge. Si è ripetuto qui quello già fatto in Italia. La mafia colà era diventata troppo forte e il sovrano vi ha posto rimedio. Qui pure il sovrano – il popolo – ha provveduto. Sono pronto a difendere i pacifici italiani, non costoro… Essi inalberarono la bandiera siciliana sopra l’americana, uno fu visto calpestare la nostra bandiera».

I responsabili non saranno mai perseguiti. Per la Giuria, il popolo «agì in modo che è difficile determinare la colpa», la città simpatizza e non è possibile sanzionare gli imputati.

Il Console Corte protesta vivamente contro la giustizia sommaria ma la  stampa sollecita e incoraggia le rappresaglie contro gli italiani, che in vari luoghi vengono insultati e percossi. In Italia monta l’ira dei deputati  mentre gli emigrati protestano con un imponente raduno di oltre ottomila persone a New York e si sfiora la crisi diplomatica. A Washington, l’ambasciatore Francesco Saverio Fava infatti protesta veementemente contro  le autorità che non hanno impedito l’assalto e il massacro e chiede di proteggere gli italiani sempre minacciati, di consegnare i responsabili del massacro alla giustizia invocando un’energica repressione e provvedimenti per tutelare la colonia italiana. Richiamato in patria presenta le dimissioni.

Quando il presidente Harrison definisce l’assassinio collettivo di New Orleans «un’offesa alla legge e un crimine contro l’umanità», il Congresso protesta per incriminarlo con l’impeachement. La proposta d’indennizzare le famiglie delle vittime con due mila e 500 dollari cadauna è accolta a suon di fischi. Solo dopo mesi tornerà un clima di apparente serenità ma occorreranno 128 anni per avere un “risarcimento morale pubblico” da parte della città di New Orleans.

A chiedere scusa per il linciaggio del 1891 a nome di New Orleans, in un centro culturale italo-americano, sarà la sindaca della città LaToya Cantrell rispondendo alle richieste della comunità italo-americana locale, intenzionata soprattutto a far conoscere la storia dell’immigrazione italiana alle nuove generazioni.




Il Congo color “rosso sangue italiano”

congo

eccidio kindu francobolloQuando mancano pochi mesi alla tragica ricorrenza dei 60 anni dell’eccidio di Kindu, il Congo torna a entrare negli incubi dell’Italia e il Continente Nero prende il colore del rosso. Rosso sangue. Era infatti il 1961 quando l’Italia visse una delle pagine più tristi della sua politica estera e del suo impegno in favore della Pace. E come allora, anche oggi tutto avvenne sotto l’egida dell’ONU.

L’Italia piange l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci, uccisi in un’imboscata nei pressi di Goma mentre viaggiavano a bordo di un convoglio del World Food Programme. Il gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco contro i mezzi nel tentativo di   sequestrare l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, stroncando la vita del   diplomatico, 44 anni da compiere (che lascia una moglie e tre figlie), e del carabiniere Vittorio Iacovacci, di 30 anni (oltre all’autista congolese del mezzo a bordo del quale viaggiavano).

L’agenzia Onu  specifica che il viaggio era stato autorizzato  su quella strada senza una scorta di sicurezza, certificando di fatti una fiducia mal riposta nella sicurezza del territorio. La stessa fiducia che avevano i tredici aviatori che nel novembre del 1961 si trovavano a Kindu,  trucidati senza pietà dai soldati del Congo. Gli equipaggi dei due “Vagoni volanti” C-119 della 46^ Aerobrigata di Pisa assegnati al contingente delle Nazioni Unite in Congo (Maggiore pilota Amedeo Parmeggiani, 43 anni, di Bologna, comandante della missione,  Sottotenente pilota Onorio De Luca, 25 anni, di Treppo Grande, Tenente medico Francesco Paolo Remotti, 29 anni, di Roma, Maresciallo motorista Nazzareno Quadrumani, 42 anni, di Montefalco, Sergente maggiore montatore Silvestro Possenti, 40 anni, di Fabriano, Sergente elettromeccanico di bordo Martano Marcacci, 27 anni, di Collesalvetti, Sergente marconista Francesco Paga, 31 anni, di Pietrelcina , Capitano pilota Giorgio Gonelli, 31 anni, di Ferrara, Sottotenente pilota Giulio Garbati, 22 anni, di Roma, Maresciallo motorista Filippo Di Giovanni, 42 anni, di Palermo, Sergente maggiore montatore Nicola Stigliani, 30 anni, di Potenza, Sergente maggiore elettromeccanico di bordo Armando Fausto Fabi, 30 anni, di Giuliano di Roma, Sergente maggiore marconista Antonio Mamone, 28 anni, d’Isola di Capo Rizzuto) sarebbero dovuti tornare in Italia il 23 novembre del 1961 e atterrarono all’aeroporto vicino Kindu, una cittadina ai margini della foresta equatoriana, non lontana dal confine con il Katanga, la regione nella quale era montata  la sanguinosa guerra civile che minacciava la giovane repubblica africana, la cui indipendenza era stata proclamata appena il 30 giugno 1960.

congoNulla faceva presagire l’imminente tragedia. I due aerei trasportavano i rifornimenti per i “caschi blu” malesi della guarnigione di Kindu, ottemperando a una missione che l’aviazione militare italiana portava avanti   dall’estate 1960 provvedendo  a circa il 70% delle esigenze di trasporto aereo del contingente ONU. Una missione come tante, in quella fetta di Africa che si era appena riscattata dal colonialismo belga che aveva lasciato il paese in un completo caos politico e amministrativo e fomentando anzi atavici odi tribali con l’aiuto dei vari attori internazionali che miravano a controllare le vaste risorse minerarie del paese, favorendo la secessione della più ricca delle sue province: il Katanga.

In un paese dilaniato dalla lotta tra le fazioni  del presidente Joseph Kasa-Vubu, (con le truppe comandate dal generale Mobutu che controllavano le regioni occidentali) quelle lumumbiste di Antoine Gizenga (con le truppe del generale Lundula sostenute dai sovietici che controllavano le province orientali)  e quelle katanghese di Moise Ciombe (con i gendarmi sostenuti da mercenari bianchi, soprattutto belgi) gli italiani arrivarono subito dopo l’uccisione di Patrice Lumumba, ex primo ministro che aveva tentato di liberare il paese dalle ingerenze esterne. Il mandante dell’omicidio di Lumumba era Moise Ciombe, leader della provincia del Katanga, appoggiato dal presidente della repubblica Joseph Kasa-Vubu e dal capo delle forze armate Joseph-Désiré Mobutu, il quale avrebbe in seguito retto le sorti del paese come dittatore per circa quarant’anni.

La mattina di quel sabato 11 novembre 1961 i due aerei decollarono dalla capitale Leopoldville per portare rifornimento alla piccola guarnigione malese dell’ONU in una città dove poco meno di due mesi prima era morto  Raffaele Soru, un volontario della Corpo militare della Croce Rossa Italiana, rimasto ferito a morte nel corso di scontri tra ribelli e soldati. Gli aviatori atterrarono il tempo di scaricare e di mangiare qualcosa ma non sapevano che in città tra i duemila soldati del regime di Stanleyville si era sparsa la voce che fosse imminente un lancio di paracadutisti mercenari al servizio del regime di Ciombe.

Gli  aviatori erano senza armi perché  i  rapporti con la popolazione erano stati sempre buoni e pertanto vennero completamente sorpresi dai militari che fecero irruzione nell’edificio. I circa 80 soldati congolesi sopraffecero rapidamente gli occupanti della palazzina malmenandoli duramente, accanendosi in particolare contro gli italiani scambiati per mercenari belgi al soldo dei katanghesi.

Durante l’assalto l’ufficiale medico Remotti tentò la fuga ma fu subito ucciso. Il  comandante malese, maggiore Maud, tentò inutilmente di convincere i capo del presidio locale che gli aviatori erano italiani dell’ONU.  I dodici italiani, costretti a trasportare con loro il corpo di Remotti, furono caricati a forza sui camion e portati in città, per poi essere rinchiusi nella piccola prigione locale.

Mentre il maggiore Maud e il suo vice discutevano se fosse meglio trattare il rilascio pacifico degli italiani o tentare un’azione di forza per liberarli, quella notte giunsero all’aeroporto di Kindu da Leopoldville il generale Lundula e alcuni funzionari dell’ONUC che tentarono di  contattare il comando del presidio per avviare un canale di trattative, senza alcun successo.

Nella notte i miliziani fecero irruzione nella cella dove erano detenuti i dodici aviatori italiani e li uccisero tutti a colpi di mitra; abbandonati i corpi sul posto, questi furono pietosamente spostati poche ore dopo dal custode del carcere che, temendone lo scempio, li trasportò con un camion nella foresta e li seppellì in una fossa comune.

Per giustificare il massacro, i miliziani congolesi accusarono gli italiani di fornire le armi ai secessionisti,  e diffusero la notizia secondo la quale questi fossero in volo verso il Katanga e fossero stati ingannati e convinti ad atterrare a Kindu dai responsabili della torre di controllo.

L’inviato speciale de La Stampa, Alberto Ronchey riuscì però pochi giorni dopo a dimostrare che la torre di controllo non funzionava da molti mesi, smontando pertanto tale teoria. Per giorni non si seppe nulla della sorte degli aviatori, e lo stesso comando delle truppe ONU temporeggiò per evitare di scatenare una rappresaglia contro gli italiani, senza sapere che questi erano già stati uccisi. Solo alcune settimane dopo l’eccidio il custode del carcere si mise in contatto con i fratelli Arcidiacono, due italiani residenti da tempo a Kindu: questi riuscirono a ricostruire le circostanze dell’eccidio e a contattare le autorità ONU per organizzare il recupero dei resti.

Nel febbraio del 1962 un convoglio della Croce Rossa austriaca, scortato da un contingente di caschi blu etiopi e accompagnato da due ufficiali della 46ª Aerobrigata  ritrovò la fossa comune dove erano stati seppelliti gli italiani nel cimitero di Tokolote, un piccolo villaggio sulle rive del Lualaba ai margini della foresta.

11 novembre 1961 eccidio di kinduL’11 marzo 1962 le loro salme arrivarono a Pisa a bordo di un velivolo statunitense con la scorta d’onore di caccia dell’Aeronautica Militare per essere poi tumulate presso il Sacrario dei caduti di Kindu, il tempio aeronautico costruito all’ingresso dell’aeroporto militare di Pisa grazie a una sottoscrizione pubblica lanciata all’indomani della notizia dell’eccidio.

I  piloti e gli assistenti di volo uomini dell’Alitalia richiesero che la loro divisa fosse dotata della cravatta nera in luogo della precedente blu, in segno di lutto perenne per i 13 aviatori uccisi. La cravatta nera rimase in dotazione agli equipaggi Alitalia fino a giugno del 2015  quando la compagnia di bandiera decise di sostituire la cravatta degli assistenti di volo con una più vivace fantasia regimental.

I piloti continuano però a indossare la  cravatta nera d’ordinanza per perpetuare il ricordo di quei 13 sfortunati militari al servizio della pace.




Luigi Galleani: un editore esplosivo

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216 settembre 1920: una deflagrazione squassa Wall Street provocando una vera e propria strage. Muoiono 30 persone e più di duecento rimangono seriamente feriti. I danni materiali ammontano a due milioni di dollari con il crollo totale dello stabile che ospita gli uffici della J.P. Morgan.

L’indagine viene affidata a J.Edgar Hoover, cui da poco è stata affidata la gestione di una nuova struttura investigativa: il Federal Bureau of Investigation (FBI).

Sarà uno dei primi casi cui lavorerà positivamente l’agenzia investigativa federale e in poco tempo verrà arrestato Mario Buda, un anarchico che si professa seguace di Luigi Galleani.

Sarà proprio quest’ultimo la chiave di volta di un’indagine che mira a fare piazza pulita definitiva del movimento anarchico negli Stati Uniti e che era già culminata nella deportazione di radicali, comunisti e anarchici del 1919. Ma Mario Buda non uccise su istigazione di Galleani. Quest’ultimo infatti era tra i deportati e quindi impossibilitato a poter organizzare un’azione di distruzione. Mario Buda però era uno dei tanti “figli” delle idee anarchiche galleane, dotato di poca fantasia e di grande spirito emulativo, cresciuto leggendo ossessivamente le pagine di “Cronaca sovversiva”, e nutrito dai passaggi piùaspri e duri della dottrina anarchica. Un frutto anomalo in un albero che non aveva prodotto solo odio e morte.

Luigi Galliani rappresenta ancora oggi il “leader màximo” dell’anarchismo anti- organizzitivista cresciuto nella Francia di fine Ottocento ed esploso nei primi venti anni nelle strade delle maggiori metropoli americane dell’Estcoast. Una stagione velata di sangue e culminata con l’esecuzione di Sacco e Vanzetti e l’omicidio misterioso di Carlo Tresca.

luigi galleani e maria ralloEra nato a Torino, il 12 agosto del 1861, il futuro protagonista della stagione insanguinata dell’attivismo operaio. Figlio di una famiglia borghese benestante, si iscrisse, dopo gli studi regolari, alla Facoltà di Legge dell’Università di Torino arricchendo accademicamente il proprio bagaglio di protesta contro la società industriale. In un’Europa segnata dalla gestione “animalesca” della forza lavoro e pervasa da aneliti libertari cresciuti all’ombra delle teorie socialiste, il carattere rivoluzionario di Luigi non ebbe esitazione a manifestarsi in favore della lotta. A tutti i costi. Divenuto avvocato, ripudiò la professione legale per dedicarsi alla propaganda delle idee anarchiche di Bakunin. Raggiunse nel 1880 la Francia e divenne un attivo militante anarchico partecipando a diverse manifestazioni. Arrestato durante la dimostrazione del 1° Magggio, venne espulso dalla F rancia per fermarsi in Italia solo il tempo necessario per trovare una nuova meta. Raggiunse quindi la Svizzera per riunirsi ad altri esponenti del movimento anarchico. Frequentò l’Università di Ginevra portando molti studenti alle idee rivoluzionarie: bollato come agitatore politico venne ancora una volta espulso per la sua attiva e violenta partecipazione alla giornata per la celebrazione dei “Martiri di Haymarket”. Ormai inviso anche alle autorità italiane, Galleani venne arrestato dopo gli ennesimi atti dimostrativi che lo vedevano tra i protagonisti. Il Regno d’Italia non fu tenero con lo scapestrato mestatore dell’ordine precostituito e nel 1895 condannò il giovane alla deportazione nell’isola di Pantelleria. Il confino isolano durò cinque anni. Nel 1900 Galleani decise di chiudere la propria parentesi di detenuto fuggendo da Pantelleria alla volta dell’Egitto in attesa di poter raggiungere Londra.

Dopo un anno raggiunse finalmente la capitale inglese per poi attraversare l’Oceano e sbarcare sul molo di New York. Esattamente un mese dopo l’omicidio del presidente McKinley avvenuto per mano di un uomo proclamatosi anarchico. I suoi trascorsi politici e la sua fama non tardarono a raggiungere anche le autorità americane, famelicamente attente nei confronti del movimento anarchico e radicale.

1Galleani trovò ospitalità nella città di Patterson, nel New Jersey, e assunse la direzione de “La Questione Sociale”, periodico italoamericano degli anarchici.

Pochi mesi dopo la sua figura si stagliò nitida sull’improvvisato palco dell’assemblea spontanea degli operai siderurgici in sciopero. La lotta era totale contro le disumane condizioni di lavoro e l’italiano fu subito tra i protagonisti della manifestazione, con il suo innato talento dell’oratoria e le sue efficaci invettive contro il capitalismo e lo sfruttamento del proletariato. La polizia aprì il fuoco contro il corteo compatto che sfilava in segno di protesta colpendo in pieno volto il leader italiano. Indicato come vero sobillatore della protesta, Galleani riuscì a sfuggire, seppur ferito, agli arresti e riparò, con l’aiuto di amici anarchici, nel vicino Canada. Rientrò negli Stati Uniti dopo un anno di pericolosa vita da latitante e si fermò nel Vermont, per fondare, il 6 giugno 1903, il periodico “Cronaca Sovversiva”, giornale destinato ad entrare nella storia del movimento anarchico italiano in America. Dotato di una naturale irruenza, Galleani la trasportò anche nelle pagine del giornale la sua vivacità culturale e raccolse molti consensi per la sua avventura editoriale, nonostante la tiratura non superasse mai le cinquemila copie. Si scontrò però con Giacinto Menotti Serrati, editore de Il Proletario e suo acerrimo rivale politico. Sarà proprio il socialista a indicare alle autorità le supposte responsabilità di Galleani negli scontri sanguinosi del 1902, e dopo quattro anni dai fatti, l’italiano venne arrestato per essere sottoposto a regolare processo. Ancora una volta Galleani stupì tutti e iniziò uno sciopero della fame, per protestare contro un arresto ingiusto. Alla fine ottenne soddisfazione e la restituzione della libertà, tuffandosi di nuovo nel suo impegno politico. Ritornato nel Vermont, il leader anarchico iniziò un fecondissimo periodo letterario e giornalistico, firmando numerosi pezzi e diversi libri che negli anni a venire i suoi estimatori avrebbero pazientemente raccolto in un’opere riassuntive.

90a0255cd39618f5I suoi scritti apparvero spesso senza la sua firma, eccezion fatta per La Fine dell’anarchismo nel quale Galleani rispondeva alla pubblicazione dell’exanarchico Saverio Merlino intitolato “The End of Anarchism” nel quale si bollava la dottrina come obsoleta e priva di futuro politico.

Le sue idee radicali ed estreme rimasero tali anche durante gli anni della feroce repressione intrapresa dal governo americano nei confronti degli esponenti del comunismo, del movimento radicale e degli anarchici. Trasferitosi nel 1912 a Lynn, dopo due anni pubblicò “Faccia a faccia col nemico”, proponendo ancora una volta una lotta radicale al sistema capitalistico. Improntati all’assoluto diniego della mediazione sociale, gli scritti dell’avvocato torinese, trovarono pochi ma agguerriti adepti e molti mitomani pronti a usare il suo nome per ogni azione violenta. Il suo carattere irruento e ferreo nonammetteva paradossalmente il dissenso da parte di nessuno, trasformando le sue idee in una guerra statica di posizione estrema. Nonostante questo, l’agitatore trovò fertile terreno nella massa di italiani disperati che avevano ingrossato le fila della manodopera industriale americana.

Imbevuto delle gesta di Sante Caserio (attentatore del presidente francese nel 1894), di Michele Angiolillo, (l’assassino del primo ministro spagnolo nel 1897) e di Gaetano Bresci, (assassino di re Umberto nel 1900) Galleani fu sempre visto come un pericoloso uomo del proletariato, ma molti investigatori capirono che la sua attività si limitava in sostanza all’azione politica e intellettuale, più che a una vera e propria azione violenta. Altrettanto non avvenne però per alcuni suoi seguaci, le cui gesta portarono alla totale disistima nei confronti dell’anarchismo militante. Per i fanatici del pensiero “galleano”, l’unico volume prezioso era rappresentato da “La Salute è in voi”, vera e propria guida alle azioni dinamitarde, adattata con nozioni chimiche dall’amico Ettore Molinari. La mitomania produsse effetti paradossali. In pochi giorni ben sette uomini vennero ricoverati negli ospedali di New York per ferite da scoppio, e tutti ammisero di aver letto il manuale di Galleani. Ma produsse anche effetti mortali. Tre anarchici, dopo il massacro di Ludlow, fecero brillare una bomba distruggendo la casa di John D.Rockefeller a Tarrytown (NY) nel 1914. Nel 1915 sette bombe scoppiarono in diverse zone di New York per opera di fanatici e nel nome di Galleani, e tra queste vi erano diverse stazioni di polizia. Infine, Nesto Dandoglio, un fanatico aderente alle teorie di Galleani, tentò di avvelenare tutti gli invitati accorsi al banchetto in onore dell’arcivescovo Mundelain, provocando la morte di un solo ospite (la maggior parte vomitò la minestra all’arsenico appena ingurgitati i primi cucchiai).

3Era troppo. Galleani venne arrestato e deportato insieme a moglie e figli e nonostante una vittoriosa causa contro il governo, venne indotto a espatriare verso l’Italia. L’anarchico vi giunse proprio durante la presa di potere da parte di Mussolini e trovò ad attenderlo il carcere e un lento oblio dalle scene internazionali. Luigi Galleani morì a settanta anni, il 4 novembre del 1931,  per un attacco di cuore ma anche questa morte non è mai stata accettata come una verità assoluta!




Nelle Foibe in nome di Dio

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sacerdoti uccisi foto 1024x823Furono almeno 50 e se la loro memoria oggi è stata rispolverata lo si deve a Ranieri Ponis, autore di un volume dedicato proprio ai sacerdoti uccisi nelle foibe. “Storie di preti dell’Istria uccisi per cancellare la loro fede”, pubblicata dalla Litografia Zenit, raccoglie nelle sue pagine le agghiaccianti vicende che videro gli uomini della chiesa brutalmente uccise e gettate negli anfratti naturali del terreno carsico istriano, condividendovi il triste destino di migliaia di italiani vittime del cinismo titino.

Fu una scelta costruita a tavolino quella che mirò all’eliminazione della presenza italiana in Istria e Dalmazia. Gli slavi decisero di colpire anzitutto coloro che erano a vario modo parte della classe dirigente italiana o comunque punti di riferimento e di aggregazione della comunità e tra essi figuravano   intellettuali,  politici,   imprenditori,   insegnanti e religiosi. Dopo aver annullato ogni organo civile e militare italiano in Venezia Giulia e Dalmazia, a dare conforto alla popolazione italiana erano rimasti soltanto i vescovi e sacerdoti. E nel progetto di conquista titina vi era anche quello della persecuzione religiosa, perpetuata scientificamente per spingere gli italiani all’esodo definitivo dai territori. Per farlo si trasformò in azione la teoria formulata  nel cosiddetto “manuale Cubrilovic”, originariamente pensato dal suo autore per scacciare gli albanesi mussulmani dal Kosovo, ma che finì applicato da costui, divenuto un’alta personalità del regime di Tito, contro gli italiani. Il “manuale Cubrilovic” indicava infatti i sacerdoti come i bersagli perfetti per colpire i membri più rappresentativi ed autorevoli della popolazione nemica e suggeriva di ostacolare al massimo la pratica religiosa, di emarginare, scacciare o uccidere il clero italiano per colpire i giuliano dalmati di ceppo italiano nelle loro convinzioni cristiane. Un vero e proprio genocidio, che nei territori balcanici si sarebbe tristemente ripetuto quasi quaranta anni dopo con le guerre fratricide tra serbi, croati, bosniaci e albanesi.

foibeL’eliminazione dei sacerdoti italiani iniziò però già prima dell’8 Settembre 1943, giorno in cui fu firmato l’Armistizio italiano. Padre Antonio Curcio, cappellano militare dell’11° Bersaglieri fu  assassinato dai partigiani comunisti jugoslavi  mentre nel  1942 morirono il parroco di Bencovaz (Dalmazia) don Rocco Rogosic, ferito mortalmente dai partigiani il 17 maggio,  don Raffaele Busi Dogali e don Giovanni Pettenghi  pugnalati a morte rispettivamente il 15 giugno ed il 2 agosto, in Dalmazia.

Nei giorni seguenti l’armistizio  l’8 settembre 1943 bande  di slavi presero  per un mese  il  controllo dell’Istria e durante questo periodo sequestrarono don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovino, per poi ucciderlo dopo pochi giorni di reclusione durante una fucilazione di massa.  I loro corpi vennero gettati in una cava di bauxite. In segno di spregio gli aguzzini cinsero il capo dello sfortunato religioso con una corona di filo spinato. Nello stesso periodo perse la vita don Placido Sancin, parroco di san Dorligo della Valle (sequestrato e sparito nel nulla, probabilmente gettato nella foiba di San Servolo). Nel 1944 gli ecclesiastici vittime dei partigiani slavo-comunisti furono don Luigi Obid (o Obit), parroco a Poggio San Valentino, martoriato ed ucciso il 2 gennaio nei pressi del mattatoio del paese, don Giuseppe Gabana, cappellano delle Guardie di Finanza, venne ferito mortalmente nella sua abitazione a Trieste il 2 marzo. In Istria fu assassinato il seminarista Miro Vivoda, costretto a scavarsi la fossa assieme a suo padre. A  Montenero d’Istria, il 1° settembre, fu ucciso dai partigiani comunisti il chierico Rodolfo Trcek, assieme a due suoi fratelli. Il 12 ottobre venne fucilato a Ranziano di Gorizia fra’ Alessandro Sanguanini e il 18 ottobre toccò a don Giovanni Manzoni, parroco di Rava (Sebenico). Nelle acque dell’isola di Lastovo (Meleda, Dalmazia) in quell’ottobre fu affogato don Nicola Fantela, canonico della diocesi di Ragusa.   Nel 1945 caddero – tra gli altri –  don Ladislao Piscani, vicario di Circhina (Go),  don Lodovico Sluga,   il seminarista Erminio Pavinci da Chersano, il parroco di Bria  don Ernesto Bandelli ,  il cappellano militare don Domenico Gianni,  il parroco di San Giovanni di Sterna don Casimiro Paich.

foibe seats (1)A guerra ormai terminata gli omicidi continuarono senza sosta. A Prepotto (Go) fu assassinato   il parroco di Sgonico, don Giovanni Dordolò (o Dorbolò) mentre a Cuscevie toccò a un seminarista milanese, Bruno Finotto, residente a Trieste.  Padre Simone Nardin, olivetano e cappellano presso l’Ospedale Militare di Abbazia, fu assassinato dopo essere stato torturato  mentre  don Vittorio Perkan, parroco di Elsane, fu eliminato mentre celebrava una funzione religiosa nel locale cimitero. Don Domenico Benussi scomparve nella zona mineraria di Vines,  il seminarista Gino Vosilla  e il compagno di studi Giovanni Massalin, scomparvero nel Fiumano. Don Giovanni Tul, religioso della diocesi di Trieste-Capodistria, fu assassinato dai partigiani comunisti. Don Francesco Bonifacio fu rapito da un gruppo di “guardie popolari” e militari slavi l’11 settembre 1946. I titini lo picchiarono, lo denudarono, lo lapidarono ed infine lo uccisero a colpi di coltello. Il suo corpo non fu mai ritrovato.  Don Isidoro Zavadlav, parroco di Goregna di Salona (Go), scomparve  il 6 settembre 1946 ,  Don Valentino Pirec, parroco di Idria della Baccia, morì il 23 dicembre 1946 per le sofferenze patite in prigionia slavo-comunista. Don Giacomo Minghetti (o Guido), cappellano militare, venne fucilato nel campo di Borovnica, don Miroslavo Bullesich, parroco di Mompaderno e vice direttore del Seminario di Pisino, fu aggredito ed assassinato la sera del 24 agosto 1947. Anche sei suore scomparvero da un convento di Fiume così come i Benedettini di Daila, monsignor Giorgio Bruni, monsignor Giuseppe Dagri, padre Atanasio Cociancich, don Marco Zelco,

4328.0.781522954 k50f u3000813808101gkc 1224x916@corriere web sezioni 593x443Nei terribili mesi delle epurazioni    vi furono anche molte distruzioni di edifici sacri, fra cui un buon numero di chiese con il chiaro obiettivo  di cancellare persino le tracce visibili del passato italiano della regione, annientandone vandalicamente le stesse opere d’arte, come già era accaduto in Dalmazia.Qualcuno però riuscì  a salvare la vita e diventare prezioso testimone di una barbarie negata  per decenni dai carnefici. Monsignor Alfredo Bonizzer era nato nel 1915 a Montona d’Istria. Suo fratello Ubaldo, giornalista, fu vittima dei partigiani nel 1944 e Don Alfredo se lo caricò in  spalla per seppellirlo nel cimitero del paese natale. Il prelato sfuggì nel 1946 al tentativo di arresto da parte dei titini scappando e raggiungendo Trieste con l’aiuto degli anglo-americani. Don Alfredo trovò sostegno nel Governo militare alleato che lo incaricò di essere il  direttore della Caritas americana. Il religioso si distinse  come attento e premuroso tutore   degli esuli istriani e dalmati, e fu anche  cappellano dei vigili urbani triestini e del porto. Il vescovo di Trieste, monsignor Antonio Santin, nel 1947 a Capodistria subì l’assalto della folla in seminario. Il vescovo venne pestato per ore senza che la “polizia” (la guardia popolare) movesse un dito in suo soccorso. I “tutori dell’ordine” intervennero solo per paura che la dittatura di Tito subisse un danno d’immagine internazionale quando fu chiaro che  il vescovo sarebbe stato ucciso. Monsignor Santin fu espulso da Capodistria e diventò la memoria vivente di quel terribile periodo storico.




Le prime croci americane: l’inizio dell’evangelizzazione in Sudamerica

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imagesPer gli storici Germán Arciniegas e Gabriel Camargo Perez il navigatore Amerigo Vespucci avrebbe fatto il suo primo viaggio insieme a Juan de la Cosa nel giugno del 1497, con probabile comandante Juan Díaz de Solís.

Altri ritengono   che questo viaggio non sia mai avvenuto, ma nessuno mette in dubbio che Vespucci fu tra i primi europei – insieme agli altri componenti dell’equipaggio –  a mettere piede nel Continente americano, descrivendo, nelle sue lettere indirizzate a Lorenzo il Popolano, un “Nuovo Mondo” cui la storia darà proprio il nome di America.

Vespucci, esplorando le coste del Venezuela ed entrando nella laguna di Maracaibo, segnò ufficialmente anche l’inizio dell’evangelizzazione del Continente Americano, facendo da apripista ai primi insediamenti europei. I primi anni della presenza europea sulla terraferma americana furono però segnati dal binomio conquista ed evangelizzazione suffragata dalla legittimazione del Pontefice. Con la bolla pontificia relativa alle terre appena scoperte, la Inter Caetera del 1493, papa Alessandro VI esortò infatti i Reali di Spagna a diffondere la religione cristiana tra gli abitanti delle nuove terre, permettendo a molti conquistatori di poterlo fare con modi violenti e oppressivi senza tener conto in alcun modo del rispetto per la cultura, i costumi, i caratteri dei Nativi. Il risultato di tale prima colonizzazione fu lo sterminio o la riduzione in schiavitù delle popolazioni che dovevano essere salvate nel nome di Cristo.

ZZ14185E8CDopo i primi venti anni di assoluta anarchia morale, arrivarono le prima infuocate reprimende dei missionari. Nel 1511 il domenicano Antonio de Monsenisos accusò, in una sua predica, di peccato mortale contro il comandamento della carità tutti coloro che esercitano soprusi e crudeltà sulle popolazioni innocenti. Anche il primo vescovo residenziale di Santo Domingo, Alessandro Geraldini, si batté per in difesa dei Nativi inserendosi nella costruzione dottrinale che per anni divideva la natura degli stessi in esseri razionali o esseri inferiori, e conseguentemente delegittimati ad avere propri territori e oggetti di legittima conquista da parte die sovrani cristiani.

Nel 1537 la bolla pontificia di Papa Paolo III, Veritatis ipsa, riprese le affermazioni del vescovo di Tlaxcala Juliàn Garcés e dichiarò gli indios capaci di usare e godere lecitamente della loro libertà e del dominio sulle cose in loro possesso. Il Papa proibì che i nativi venissero privati con la forza della loro libertà e che venissero ridotti in schiavitù, esortando alla loro evangelizzazione, facendo cadere l’importante giustificazione sulla conquista armata delle popolazioni locali. Di fatto, il 1537 segna la linea di partenza della evangelizzazione e questo merito va attribuito in parte anche al combattivo padre domenicano Bartolomé Las Casas che dedicò la sua vita alla difesa dei diritti degli indios.

b01c1f969bdfc5ba1ed167a059a1282f XLIl primo paese del Sudamerica a essere oggetto di una evangelizzazione organizzata fu il Venezuela, con il clero regolare che accompagnava gli spagnoli lungo il corso del fiume Orinoco per poi diffondersi verso la zona di Cumanà, Coro ed El Tocuyo.

Cumanà, fondata nel 1521, fu il primo luogo in cui si mise il tentativo di evangelizzazione pura, ovvero senza soldati o commercianti spagnoli. L’iniziativa fu presa da Bartolomé Las Casas con l’appoggio dell’ordine francescano ma durò pochi anni, dal 1515 al 1522, per insufficienza di religiosi e per i soprusi dei soldati spagnoli al seguito dei missionari. Negli stessi anni falliva poco distante anche l’esperimento dei domenicani a Chichiribichi mentre altre tre comunità programmate in Venezuela non videro la luce perché i frati francescani ad esse destinate perirono tutti in un naufragio.

Negli anni l’evangelizzazione organizzata in Sudamerica permise alla città di Coro di erigersi a diocesi il 21 giugno del 1531 con la bolla Pro Excellenti Praeminentia di papa Clemente VII. A Coro si celebrarono i primi due sinodi della chiesa venezuelana (nel 1561 e 1610). Nel 1567 fu fondata Santiago de León de Caracas che divenne col tempo il punto di riferimento della religiosità venezuelana e nel 1578 divenne sede della Provincia de Venezuela. Diego de Baños y Sotomayor, vescovo di Caracas dal 1683 al 1706, celebrò il più importante Sinodo della Chiesa in Venezuela, le cui costituzioni rimasero in vigore fino al Ventesimo Secolo.

Gli europei arrivarono in Colombia nel 1499 con la spedizione guidata da Alonso de Ojeda che giunse nella penisola de la Guajira. Nel 1510 fu fondata Santa María la Antigua del Darién, nel 1525 Santa Marta e nel 1533 Cartagena de Indias, comunità nelle quali si insediarono i domenicani, gli agostiniani, i francescani e infine i gesuiti, destinati a diventare i veri protagonisti dell’evangelizzazione sudamericana.

Durante questi primi anni di colonizzazione la Chiesa divenne un punto di riferimento per la formazione delle èlites creole grazie alla fondazione di collegi, università e ospedali. L’espansione missionaria seguì parallelamente alla progressiva scoperta e colonizzazione degli attuali paesi della cartina geografica sudamericana. E se nel Brasile tradizione vuole che la prima messa venisse celebrata la domenica di Pasqua del 1500 (il 22 aprile) da un sacerdote arrivato all’attuale Santa Cruz de Cabràlia (Bahia) con la prima spedizione portoghese guidata da Pedro Alvares Cabral, fu solo nel 1549 che fu organizzata la prima missione sistematica del territorio con l’arrivo dei gesuiti al seguito del governatore generale Tomé de Sousa.

I gesuiti erano guidati da padre Manuel da Nòbrega, destinato a diventare un grandissimo punto di riferimento dell’evangelizzazione brasiliana. I padri José de Anchieta, Leonardo Nunes e João de Azpilcueta Navarro rappresentarono altrettanti figure giganti dell’azione missionaria gesuitica che si concretizzò, nel 1551, con l’erezione a diocesi della capitale São Salvador da Bahia de Todos os Santos, fondata nel 1549. In seguito i gesuiti stabilirono le loro missioni anche a São Paulo dos Campos de Piratininga e aprirono la strada agli ordini dei Carmelitani Scalzi e Benedettini (che arrivarono nel 1581), ai Francescani (nel 1584), agli Oratoriani (1611), ai Mercedari (1640) e infine ai Cappuccini (nel 1642).

La progressiva scoperta delle terre sudamericane spinse gli spagnoli nei territori dell’odierno Uruguay, nel 1516, trovando una fiera resistenza nella popolazione locale. L’assenza di oro e argento rese l’Uruguay meno soggetto alla conquista e la presenza evangelizzatrice dei francescani, domenicani fu occasionale. I francescani e i gesuiti fondarono delle comunità alla foce dei fiumi Negro e Uruguay e il primo insediamento permanente fu quello di Villa Soriano, sul Río Negro, fondato dagli spagnoli nel 1624, mentre tra il 1669 e il 1671 i portoghesi costruirono un forte a Colonia del Sacramento. I territori dal punto di vista ecclesiastico dipesero dalla Diocesi di Asunción fino al 1620, quando passarono sotto la giurisdizione della Diocesi di Buenos Aires.

I missionari gesuiti seguirono gli esploratori anche nella regione colombiana amazzonica del Caqueta, Guavire, Amazonas e Putumayo e tra il 1547 e il 1681 divisero l’evangelizzazione con i Francescani e i Domenicani per poi concentrarsi, sul finire del XVII Secolo, nella zona di Maynas e lasciare la regione ai Francescani che costruirono sul fiume Putumayo le loro riduzioni.

427b3747e698575e888c7b3ae09db887 XLLa Chiesa cattolica iniziò ufficialmente la sua storia in territorio ecuadoriano con la nascita della parrocchia San Francisco de Quito, nel 1534. Padre Juan de Rodriguez fu nominato il primo parroco, aprendo la strada all’evangelizzazione dei francescani Jodoco Rique e Marco da Nizza, del mercedario Hernando de Granada e del domenicano Alonso de Montenegro. Particolarmente importante fu l’opera svolta dal vescovo agostiniano Luis Lopez de Solis che fondò due seminari, uno dei quali per il clero indigeno e battendosi in favore dei diritti dei Nativi. Altrettanto importante fu l’opera del vescovo Alonso de Penã y Montenegro il quale scrisse “Itinerario para Pàrrocos de Indios (1668), un’opera che divenne un classico della pastorale missionaria nelle colonie spagnole.

La prima evangelizzazione boliviana fu segnata dall’organizzazione ecclesiale, dall’esercizio della carità, l’inculturazione, l’educazione e l’istruzione delle persone e del clero. La prima canonica fu eretta a La Plata, e fu disposta da papa Giulio III con la Bolla Super Specula del 27 giugno 1552. Con tale atto nacque il territorio della diocesi di Cuzco, suffraganea dell’Arcidiocesi di Lima.

In Guayana i primi missionari toccarono terra nel 1548 insieme alle spedizioni portoghesi, mentre in Suriname i Francescani arrivarono nel 1483, per lasciarlo poco dopo a causa della particolare durezza del clima. Il paese fu totalmente abbandonato fino al 1786 quando alcuni sacerdoti secolari aprirono un centro missionario.

Nella Guyana Francese furono invece i Cappuccini  Jean-Baptiste de Dieppe e Bernardin du Renouard ad iniziare l’azione evangelizzatrice, nel 1643. Furono però i gesuiti a ottenere dalla Compagnia delle Indie Occidentali il permesso di stabilire, nel 1665, l’avvio di una intensa azione missionaria, fondando le prime parrocchie e fondando le riduzioni a Kourou, Conamama e Sinnamary. Grazie a loro fu eretta la prefettura apostolica della Guyana francese nel 1731. L’espulsione dell’ordine consegnò le missioni alla Congregazione dello Spirito Santo, i cui religiosi vengono chiamati padri Spiritani.

Se in Cile la prima messa fu celebrata nel 1520 a Punta Arenas dai religiosi al servizio di Magellano, la prima presenza ufficiale del cattolicesimo sul territorio risale al 13 dicembre 1540. I primi tre sacerdoti che toccarono piede in Cile furono Rodrigo Gonzalez Marmolejo, Juan Lobo e Diego Pérez. Per venti anni le missioni cilene furono sotto la giurisdizione ecclesiastica della Diocesi di Lima. Nel 1561 papa Pio IV creò la diocesi di Santiago di Cile con padre Marmolejo, primo vescovo, e grandi personalità francescane come Fernando de Barrionuevo, Diego de Medellìn e Pedro de Azuaga . Diego De Medellìn divise  la diocesi in quattro parrocchie e fondò il seminario, ordinò i primi sacerdoti autoctoni ed eresse il primo monastero femminile in Cile.

La diocesi fu eretta nel 1561 mentre il cattolicesimo fu introdotto soprattutto dai Domenicani e Francescani.

I gesuiti  giunsero nel vicereame di Perù nel 1568, con qualche decennio di ritardo rispetto ai domenicani, ai francescani e ad altri ordini missionari, e penarono molto per avere l’autorizzazione ad aprire residenze in questa regione e nel Paraguay. Il 3 marzo 1566 re Filippo II concesse al preposito generale Francisco Borja, permettendo ai gesuiti di fondare Huarochiri (sulle Ande) la prima comunità che ebbe vita breve. Poco dopo, nelle vicinanze di Lima fu fondata la missione del “Cercado de Lima” che anticipò la comunità di Juli che sorgeva a 4 mila metri di altitudine sulle sponde meridionali del Lago Titicaca e giunse ad ospitare novemila indiani in quattro parrocchie.

I gesuiti dirigevano insieme ai “cacicchi” peruviani l’amministrazione civile della comunità e ne seguivano anche le attività economiche. A Juli furono edificate quattro chiese intitolate ad altrettante basiliche romane (S. Paolo, S.Pietro, S.Giovanni e Sta Croce in Gerusalemme) meritandole il titolo di Piccola Roma. Le chiese furono realizzate e ornate dagli artigiani indiani ricopiando i modelli  romani, il primo vero lavoro di una comunità indo-ispanica che si sarebbe specializzata nell’artigianato artistico. I gesuiti organizzarono riduzioni anche nell’Alto Perù superando anche il grande ostacolo della catena delle Ande, ma l’impresa che legò i gesuiti all’evangelizzazione si sarebbe verificata nelle terre attualmente comprese tra Argentina, Brasile e Paraguay: la creazione di un complesso di “riduzioni” formanti un sistema economicamente integrato e amministrativamente autonomo passato alla storia con il nome di “Stato gesuita del Guaranì”.

La prima diocesi creata nell’area che oggi comprende l’Argentina fu quella di Córdoba del Tucumán, con la bolla di papa Pio V, Super specula militanti Ecclesiae del 14 maggio 1570, ma la storia dell’evangelizzazione argentina si lega indissolubilmente a quella delle reducciones gesuitiche tra le popolazioni Guaraní e Guaycurúes. Create nei territori della corona spagnola furono caratterizzate dall’isolamento e dalla straordinaria organizzazione sociale, con la comunione della terra per i soli indigeni e la proprietà privata ridotta al minimo.  Nelle riduzioni l’alloggio e il vestiario erano uguali per tutti e ai missionari veniva affidata sia la responsabilità spirituale che quella temporale.

Il modello adottato dai gesuiti nel Paraguay derivava da quello previsto dai decreti reali, ma l’originalità delle riduzioni fondate dai gesuiti consisteva nel fatto che le comunità erano tenute lontano dalle città spagnole per evitare cattivi esempi, che il lavoro veniva eseguito dagli indigeni interamente o quasi dentro la medesima riduzione e a favore di tutta la comunità, che il lavoro dell’evangelizzazione era costante e imbibiva anche la vita sociale, economica e politica delle comunità, che le relazioni tra i villaggi furono sempre attive, grazie alla collocazione geografica strategica delle riduzioni, intese a creare comunità collegate tra loro.

La maggior parte delle riduzioni si concentrò nelle zone impervie dell’alto Paranà e dei suoi affluenti, abitate dai Guaraní, i cui resti possono essere visti ancora oggi. Altre riduzioni divennero i primi nuclei di vere città. Al massimo della loro espansione riunirono oltre 140 mila nativi, cui i missionari capirono di dover dare una ferrea disciplina per evitare la pericolosa deriva ingorda e avida.

I primi evangelizzatori della Compagnia di Gesù lavorarono con infinita pazienza escogitando un sistema sociale adatto a loro e preparandoli anche alla difesa dai razziatori di schiavi provenienti da São Paulo. A chi li accusava di copiare modelli sociali greci e rinascimentali, i gesuiti rispondevano che non avevano fatto altro che attingere alla storia della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, descritta negli Atti degli Apostoli, nella quale si praticò un comunismo dei beni di consumo. Il grande esperimento sociale terminò, dopo decenni di cruenti scontri tra Nativi e Bandeirantes, nel 1767. Preparando il terreno alla nuova fase dell’evangelizzazione sudamericana, senza mai finire del tutto nel dimenticatoio della grande storia della civiltà.




Giorgio il “giusto”

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Perlasca2Giorgio Perlascara è uno delle migliaia di eroi che salvarono gli ebrei, a costo della propria vita.

Li chiamano Giusti e nel giardino dello Yad Yashem di Gerusalemme ognuno ha il suo nome abbinato a un albero. Sono i protagonisti – spesso solida silenziosi – di un mondo eroico che seppe opporsi alla barbarie disumana dello sterminio nazista. Uomini che pagarono anche con la propria vita la scelta di nascondere e proteggere amici, conoscenti o perfetti estranei dalle mani rapaci dell’orrore antisemita o che operarono sotto false spoglie per aiutare decine di inermi ebrei rei soltanto di appartenere alla tribù di Davide.

Tra i tanti protagonisti che la storia ha riportato alla luce, quella di Giorgio Perlasca rappresenta una pagina importante del riscatto umano nei confronti del genocidio. E la Rai, dieci anni fa, seppe magistralmente tratteggiare la figura di quest’uomo che per quasi cinquanta anni aveva nascosto il proprio gesto eroico nelle pieghe della vita quotidiana, celandone gran parte perfino alla moglie.

1572617159592 2048x1152Giorgio Perlasca riuscì a strappare a morte certa oltre 5200 ungheresi di religione ebraica inventandosi un ruolo non suo, quello di diplomatico spagnolo, lui che non era né spagnolo né diplomatico. Per i successivi 45 anni di vita non raccontò a nessuno la sua vicenda e se non fosse stato per alcune donne ebree ungheresi che lo ritrovarono nel 1988 a Padova, pensionato ottantenne, la sua vicenda sarebbe andata dispersa. Ma il destino dispose diversamente. Perché non raccontò nulla – si chiede oggi Franco Perlasca, il presidente della fondazione intitolata al padre – nemmeno in famiglia?

Perché si limitò a scrivere e consegnare nel 1945 un memoriale, che andò disperso, al Governo italiano e spagnolo? Perché non rivendicò nell’Italia del dopoguerra meriti, onori e ricompense?

Esiste un racconto della tradizione ebraica che secondo me dà il vestito su misura a Giorgio Perlasca ma in fondo a tutti i “giusti”.

images 1“Esistono sempre al mondo 36 Giusti, nessuno sa chi sono e nemmeno loro sanno d’esserlo ma quando il male sembra prevalere escono allo scoperto, si prendono i destini del mondo sulle loro spalle e questo è uno dei motivi perché Dio  non distrugge il mondo”.

Terminato questo periodo tornano tranquillamente alla vita normale, alla quotidianità di tutti i giorni, dimenticando quasi quanto fatto perché ritengono di avere solamente il loro dovere.

“Ma lei cosa avrebbe fatto al mio posto vedendo delle persone uccise, perseguitate solo per un diverso credo religioso?”, era la risposta che Giorgio Perlasca dava a chi gli chiedeva perché lo aveva fatto, perché aveva rischiato la vita quando poteva andarsene tranquillamente in Svizzera attendendo lì la fine della guerra.

Il testamento spirituale di Giorgio Perlasca è racchiuso in una semplice frase detta a Giovanni Minoli, nella trasmissione Mixer andata in onda nel1990, che gli chiedeva il perché questa storia doveva essere ricordata; lui rispose senza pensarci troppo, con immediatezza:

“Vorrei che i giovani si interessassero a questa mia storia unicamente per pensare, oltre a quello che è successo, a quello che potrebbe accadere e sapere opporsi, eventualmente, a violenze del genere”.




L’importanza dell’esercito brasiliano in Italia

FEB IMAGEM EM ALTA

FEB IMAGEM EM ALTANon sono un’insegnante di storia o specialista di guerra e non pretendo di esserlo.

Vi chiedo, cari lettori, perchè l’esercito brasiliano è stato molto importante per l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale?

Quindi, con questo articolo, vorrei approfondire l’argomento storico e capire come le truppe brasiliane sono veramente da non dimenticare. Molti italiani conoscono la storia, specialmente gli inamorati del Brasile, però tantissimi brasiliani non hanno mai studiato questa parte storica nelle scuole.

75 anni fa, durante la Seconda Guerra Mondiale, il Brasile intrapese un’importante passo che segnò per sempre la storia delle sue Forze Armate.

Nel luglio 1944 arriva in Italia la FEB, il gruppo militare dell’esercito brasiliano, con circa 27 mila soldati (uomini e donne) inviato in Europa per combattere l’Italia fascista di Mussolini e integrare le truppe dei paesi alleati (Stati Uniti, Unione Sovietica, Resistenza francese, ecc) contro le potenze dell’Asse (Germania, Italiae il Giapone).

Il simbolo della FEB – Força Expedicionaria Brasileira, che può essere visto nell’immagine di copertina di questo articolo, è quello di un serpente che fuma la pipa. Questo simbolo fu una risposta a coloro che dissero che il Brasile non aveva la capacità di andare in Guerra. “Sarebbe successo solo – dissero sdegnosamente – se il serpente fumasse”.

FEB IMAGEM EM ALTA 4Il motivo principale dell’ingresso del Brasile nel contesto della Seconda Guerra si verificò tra il 5 e il 17 agosto 1942. Alcuni miliziani nazisti silurarono sei navi mercantili brasiliane che viaggiavano lungo la costa nord-occidentale, provocando la morte di centinaia di persone.

Questo evento causò una grande commozione popolare che indusse Getulio Vargas (l’allora Presidente) a dichiarare guerra allla Germania e e ai suoi alleati.

Comandante della FEB era il generale MASCARENHAS DE MORAIS, della Seconda Regione di San Paolo. Fu assegnato al comando direttamente dal Ministro della Guerra-Eurico Gaspar Dutra. Le truppe brasiliane operarono nelle regioni montuose d’Italia tra la fine del 1945.

La battaglia principale fu quella di MONTE CASTELLO. Nonostante la vittoria, la battaglia nel confine di Montese fu una delle più sanguinose nella storia della FEB, con oltre quattrocento vittime, tra morti e feriti.

La topografia favoriva il difensore tedesco, che deteneva una posizione dominante sul terreno. Un’altro fattore molto importante fu la forte resistenza germanica, per l’importanza strategica dell’area.

Hanno reagito dai campi minerari, contrattacando con tutto l’arsenale a loro disposizione.

Secondo alcuni specialisti di guerra, il Brasile stava combattendo al fianco di truppe multietiniche e la comprensione non era facile da amministrare.

Il compito della FEB era molto complicato nel processo di liberazione dall’Italia perché era una truppa mal addestrata, mal equipaggiata, con molti problemi che si adattavano, ciò nonostante erano in grado di combattere con coraggio contro l’esercito meglio preparato del mondo. Mantenevano una dignità senza uguali, considerando la popolazione italiana, e condividendo le risorse che avevano, principalmente cibo e medicine.

Ora pensiamo all’inverno tra il 1944 e 1945, uno dei più freddi della storia italiana, con temperature anche a -20 gradi. Immaginiamo i brasiliani, lontano dal calore dei tropici, vedendo la neve per la prima volta nella vita e, peggio, dover combattere contro due nemici, il tedesco e il freddo! Tornando a casa molti ex combattenti hanno lamentato vari problemi, psicologici e finanziari,

Per tutto questo, dal 1963, le Associazioni Nazionali dei Veterani della FEB (ANVFEB) sono state istituite in tutto il paese per commemorare le vittorie, onorare i morti e sostenere i combattenti. Realizzano incontri, azioni sociali e ricostruzioni storiche con i partecipanti e familiari.

FOTO MONUMENTO VOTIVOPer conoscere di più la storia dei nostri eroi, vi invito a visitare la città di Pistoia, dove si trova l’unico monumento votivo militare in Italia dedicato ai militari brasiliani caduti, noto come “cimitero militare brasiliano”, gestito dal governo brasiliano,  e il sacrario di San Rocco, eretto in onore dei soldati,  e questo ci fa molto piacere! Il complesso è sempre aperto e si presenta con un ampio viale centrale e una fiamma votiva che brucia ininterrottamente. I nomi dei caduti sono incisi su una grande parete di pietra che si riflette nell’acqua e in una serie di mattonelle in marmo disposte in fila sul terreno. Non si trova al centro storico della città ma è comunque facilmente raggiungibile in auto. Il giardino è curato e l’atmosfera che si respira in questo luogo è quasi surreale, non ha nulla a che fare con i rumori di una guerra. Un posto veramente molto suggestivo e tranquillo.