Gaetano Bedini, difensore delle comunità cattoliche in America

“QUESTA MIA MISSIONE PIENA DI ROSE E SPINE…”
Lasciò la vita terrena portandosi dietro il peso di aver fatto giustiziare il patriota Ugo Bassi e la storia lo ha voluto identificare come la mano operativa del potere pontificio. Di sicuro, Gaetano Bedini, fu un formidabile campione del papato, tenacissimo difensore del potere temporale in Italia e della religione cattolica nel Mondo, senza il quale però difficilmente le comunità professe avrebbero potuto trovare il loro spazio in terra americana. Un gigante della logorante battaglia per il credo cattolico.
Era nato a Senigallia il 15 maggio del 1806, in quelle Marche che per secoli rappresentarono il serbatoio della fedeltà pontificia. Figlio di Alessandro Pellegrini e di Marianna Spadoni (originari di Ostra) Gaetano era l’ultimo di sette figli e venne destinato alla carriera ecclesiastica. Gaetano entro giovanissimo nel seminario di Senigallia e fu ordinato presbitero il 20 dicembre 1828. Nella sua città natale trascorse i primi anni del suo sacerdozio, operando come canonico del capitolo della Cattedrale cittadina dal 1829 al 1838. In un’Italia segnata dai primi moti carbonari e dalla moltiplicazione dei patrioti del risorgimento italiano, Gaetano Bedini trovò nella politica la sua propria vocazione e grazie anche all’amicizia di Giovanni Maria Mastai Ferretti, futuro papa con il nome di Pio IX, fu destinato al ruolo di uditore presso la nunziatura apostolica di Vienna, che all’epoca era retta da Lodovico Altieri, arcivescovo di Efeso. Restò nella capitale austriaca fino all’aprile 1845, quando fu richiamato a Roma e messo a disposizione della Santa Sede come prelato domestico di Sua Santità e protonotario apostolico.

Il 28 ottobre 1845 arrivò per lui il primo incarico diplomatico. Bedini fu nominato infatti internunzio e inviato straordinario della Santa Sede in Brasile. Il sacerdote si distinse subito per le sue forti attenzioni alle sorti dei fedeli cattolici immigrati tedeschi che vivevano in condizioni molto disagiate. Altrettanto fervore mostrò nel favorire una ripresa del cattolicesimo per contrastare la diffusione del protestantesimo in atto nel continente. Bedini rientrò in Italia il 16 agosto 1847, mettendosi a disposizione della Santa Sede. Prima di partire però ebbe contatti con Giuseppe Garibaldi, in quel periodo residente a Montevideo, il quale con diverse lettere cercò di avvicinarsi a Papa Pio IX. In una famosa lettera al Cardinale, il futuro eroe dei Due Mondi scrisse:
«Offro a Pio IX la mia spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa, ricordando i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali, … Pur sapendo che il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli.»
Gaetano Bedini decise di non dare risposte precise alle missive di Garibaldi destinate a Pio IX, trasmettendo l’offerta con il massimo riserbo direttamente al Papa che però gli fece rifiutare la proposta pur con molti ringraziamenti.
Terminata la missione in Brasile e rientrato il B. a Roma il 5 marzo 1848 il conterraneo papa Pio IX, lo nominò sostituto della Segreteria di Stato. Nell’anno della Repubblica Romana, Bedini seguì il pontefice nella fortezza di Gaeta e diede il suo primo segnale di grande autorevolezza. Convinto della necessità di ristabilire l’autorità del papa con la forza delle armi, si recò verso la fine del gennaio 1849, segretamente a Bologna per convincere le truppe svizzere a lasciare la città e a raggiungere i reparti rimasti fedeli a Pio IX. Questo disegno fallì e Bedini , nominato commissario straordinario delle quattro Legazioni, fece il suo ingresso a Bologna al seguito dell’armata austriaca.
Ristabilito il potere temporale del Papa, Bedini continuò nel suo lavoro di commissario pontificio come legato a Bologna dal 1849 al 1852. Allorché cominciò a stancarsi dell’invadenza austriaca, il prelato manifestò la sua disapprovazione per l’operato delle forze di occupazione e venne sollevato dal suo incarico all’inizio del 1852.
Dopo i fatti rivoluzionari la Santa Sede decise di stringere rapporti più stretti con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, nazioni che avevano accolto numerosi fuoriusciti nazionalisti e rivoluzionari. A Bedini fu quindi richiesto, tra le righe, di tessere un’abile ragnatela diplomatica tra Brasile, Stati Uniti e Gran Bretagna e di sondare la situazione delle missioni cattoliche americane, sempre più spesso oggetto di durissimi attacchi protestanti.
L’ostilità nei confronti del Vaticano non tardò a manifestarsi e il viaggio di Bedini assunse contorni drammatici. Il primo attacco arrivò da Alessandro Gavazzi, un patriota Italiano che accusò il prelato di essere il responsabile della fucilazione del patriota Ugo Bassi. Trasferitosi in Canada il nunzio venne accolto con ben altro entusiasmo e tutti ne apprezzarono l’operosità verso emigrati cattolici tedeschi, italiani, francesi e portoghesi.
Bedini aiutò anche la comunità irlandese, soprattutto quella presente a Bytown città destinata a diventare negli anni seguenti capitale federale con il nome di Ottawa e sede di un vasto crogiolo di religioni e comunità immigrate. L’opera del religioso andò comunque ben al di là degli interventi apostolici. Dotato di carattere fermo e risoluto, il nunzio marchigiano, nella sua permanenza nordamericana si batté contro tutti i diritti acquisiti dal clero americano inopinatamente. Risolse numerose controversie e si adoperò con tutte le energie per i suoi emigranti, cui rimase legato per tutta la sua carriera ecclesiastica.
Rientrato negli Stati Uniti nel 1853 Bedini fu oggetto a Buffalo e Philadephia di un altro violentissimo attacco da parte dei tedeschi che il lui vedevano il simbolo delle loro aspirazioni frustrate (i fedeli tedeschi volevano che le loro parrocchie e le loro scuole fossero rette soltanto da sacerdoti del loro paese), nonché da parte degli esuli politici italiani, cui era inviso in quanto rappresentante dello Stato Pontificio. Ma nonostante tutto (ebbe parole di grande riconoscenza per altri cattolici tedeschi italiani e irlandesi, che si offrirono di difenderlo armi alla mano) egli portò avanti la sua politica tesa a formare un clero autoctono per gli Stati Uniti, pronto a subentrare ai sacerdoti europei. La sua convinzione fu tale da impegnarlo per il resto dei suoi anni, una volta tornato in Europa. Costretto infatti alla fuga inseguito dagli esuli, tornò a Roma per perorare la sua idea di realizzare un Collegio per i nuovi sacerdoti nati negli Usa, scontrandosi con una curia che non vedeva certo di buon occhio il genuino entusiasmo per il Nuovo Mondo.
Ebbe però l’appoggio decisivo del papa e ottenne il segretariato di Propaganda Fide, attraverso cui realizzò il primo progetto di nunziatura permanente negli Stati Uniti (che si realizzò solo nel 1892) e l’istituzione del collegio americano di Roma. Dal suo nuovo posto dirigenziale, il prelato prosegui fino agli ultimi istanti della sua vita (si spense a Viterbo nel 1864) la strenua battaglia in favore degli emigranti. Gaetano Bedini chiese ripetutamente ai vescovi in Nordamerica e in Brasile di dare ascolto ai vari gruppi di emigrati e di favorire l’amalgama di queste nazionalità nell’alveo della loro patria di adozione. Si batté quindi, primo prelato vaticano, per l’integrazione e preparò il terreno all’azione di Giovanni Battisita Scalabrini, vera colonna portante del cattolicesimo italiano nelle Americhe.
Nel 1861 venne nominato vescovo di Viterbo e Tuscanella. Dopo pochi mesi, nel concistoro del 27 settembre 1861 il papa creò Bedini cardinale dell’ordine dei presbiteri, con il titolo di Santa Maria sopra Minerva.
Bedini morì la mattina del 6 settembre 1864 a poco più di 58 anni, probabilmente per un ictus. I suoi funerali si svolsero l’8 settembre con la cattedrale gremita di fedeli accorsi da tutta la diocesi.

Era il 17 marzo e l’Italia era “quasi” del tutto unita. Per completare il puzzle dello stato unitario occorreva ancora abbattere la raccoforte dello Stato Pontificio, con la terza guerra d’indipendenza del 1866, conquistare Roma (con la presa di Porta Pia nel 1870) mentre per il Veneto, e Friuli Venezia Giulia e Trentino sarebbero occorse le migliaia di morti della quarta guerra d’indipendenza che negli annali della storia sarebbe stata inserita nel grande scenario della prima guerra mondiale.
Pochi giorni dopo la seduta inaugurale del parlamento italiano, durante la quale senatori e deputati acclamar ano Vittorio Emanuele di Savoia nuovo Re d’Italia, Camillo Benso conte di Cavour presentò in Senato un progetto di legge, con un unico articolo, nel quale si stabilì che Vittorio Emanuele avrebbe assunto per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia. E fu di fatto la prima battaglia parlamentare del neonato stato indipendente italiano. La discussione che precedette la votazione di questo testo di legge fu infatti abbastanza animata e vide in contrapposizione i due schieramenti principali di quegli anni: moderati da una parte, e democratici dall’altra. I democratici chiesero al sovrano di assumere il nome di Vittorio Emanuele I, per rimarcare l’inizio di una nuova era e l’originalità dello Stato appena nato rispetto al vecchio Regno Sabaudo. La richiesta si scontrò però con il punto di vista di Cavour e dello stesso Vittorio Emanuele, che rimasero inflessibili nelle loro posizioni. Per i due, il processo di indipendenza era stato un movimento guidato dal Piemonte, a partire dalla partecipazione alla guerra di Crimea e al Congresso di Parigi, concluso con successo grazie soprattutto all’iniziativa e alla determinazione del re sabaudo e della sua classe dirigente. Alla fine di un animatissimo dibattito Cavour riusciì a spuntarla e il 17 marzo 1861, il testo di legge che sanciva la nascita del Regno d’Italia venne approvato con il “secondo” che avrebbe accompagnato il titolo di Vittorio Emanuele . Un segno di continuità del sistema costituzionale e della dinastia di casa Savoia, che fu la principale artefice dell’unificazione italiana.
Quella che nasceva nel marzo del 1861 era una 
“Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato”. (Torino addì 17 marzo 1861).
Quella del 15 ottobre 1890 è una notte piovosa . Il capo della polizia di New Orleans, David Hennessy e il capitano William O’Connor lasciano la stazione centrale di polizia e Hennessy volta in direzione di Basin Street, per raggiungere la casa che divide con la madre vedova. O’Connor invece cammina nella direzione opposta verso 273 Girod Street, nella periferia di New Orleans. Il capitano di solito non va a casa da solo, scegliendo di essere accompagnato da guardie del corpo. Quella notte invece decide di andare da solo.
Il sindaco ordina delle retate esclusivamente nei quartieri abitati da immigrati italiani, trascinando in cella oltre 250 italiani per sottoporli a metodi illegali d’interrogatorio con l’uso di violenze fisiche e verbali. Diciannove di loro vengono arrestati e di questi, undici vengono accusati di aver avuto un ruolo diretto nell’assassinio. Nei quattro mesi successivi, la stampa scriverà che questi uomini appartengono a una società segreta d’italiani nota come mafia, che da questo momento inizierà a comparire sui giornali di tutti gli Stati Uniti associando di fatto gli italiani al crimine organizzato.
A capeggiarla vi sono l’avvocato Parkerson e il sig. Wickliff. Alcuni dicono si tratti di 3 mila persone altre parlano di 20mila. Di sicuro si tratta di migliaia di cittadini inferociti, in gran parte appartenenti al ceto benestante, che si avviano verso il carcere cittadino. Il console italiano Pasquale Corte segue con preoccupazione la riunione e con il procuratore generale chiede invano l’intervento della polizia.
Per il sindaco hanno «agito bene». Aggiunge: «Sono cittadino americano, non ho paura neppure del diavolo. Questi uomini meritavano di essere impiccati. Quando sentii che erano stati assolti, rimasi paralizzato sulla sedia. Sono stati puniti con mezzi legali da pacifici cittadini, ossequienti alla legge. Si è ripetuto qui quello già fatto in Italia. La mafia colà era diventata troppo forte e il sovrano vi ha posto rimedio. Qui pure il sovrano – il popolo – ha provveduto. Sono pronto a difendere i pacifici italiani, non costoro… Essi inalberarono la bandiera siciliana sopra l’americana, uno fu visto calpestare la nostra bandiera».
Quando mancano pochi mesi alla tragica ricorrenza dei 60 anni dell’eccidio di Kindu, il Congo torna a entrare negli incubi dell’Italia e il Continente Nero prende il colore del rosso. Rosso sangue. Era infatti il 1961 quando l’Italia visse una delle pagine più tristi della sua politica estera e del suo impegno in favore della Pace. E come allora, anche oggi tutto avvenne sotto l’egida dell’ONU.
Nulla faceva presagire l’imminente tragedia. I due aerei trasportavano i rifornimenti per i “caschi blu” malesi della guarnigione di Kindu, ottemperando a una missione che l’aviazione militare italiana portava avanti dall’estate 1960 provvedendo a circa il 70% delle esigenze di trasporto aereo del contingente ONU. Una missione come tante, in quella fetta di Africa che si era appena riscattata dal colonialismo belga che aveva lasciato il paese in un completo caos politico e amministrativo e fomentando anzi atavici odi tribali con l’aiuto dei vari attori internazionali che miravano a controllare le vaste risorse minerarie del paese, favorendo la secessione della più ricca delle sue province: il Katanga.
L’11 marzo 1962 le loro salme arrivarono a Pisa a bordo di un velivolo statunitense con la scorta d’onore di caccia dell’Aeronautica Militare per essere poi tumulate presso il Sacrario dei caduti di Kindu, il tempio aeronautico costruito all’ingresso dell’aeroporto militare di Pisa grazie a una sottoscrizione pubblica lanciata all’indomani della notizia dell’eccidio.
16 settembre 1920: una deflagrazione squassa Wall Street provocando una vera e propria strage. Muoiono 30 persone e più di duecento rimangono seriamente feriti. I danni materiali ammontano a due milioni di dollari con il crollo totale dello stabile che ospita gli uffici della J.P. Morgan.
Era nato a Torino, il 12 agosto del 1861, il futuro protagonista della stagione insanguinata dell’attivismo operaio. Figlio di una famiglia borghese benestante, si iscrisse, dopo gli studi regolari, alla Facoltà di Legge dell’Università di Torino arricchendo accademicamente il proprio bagaglio di protesta contro la società industriale. In un’Europa segnata dalla gestione “animalesca” della forza lavoro e pervasa da aneliti libertari cresciuti all’ombra delle teorie socialiste, il carattere rivoluzionario di Luigi non ebbe esitazione a manifestarsi in favore della lotta. A tutti i costi. Divenuto avvocato, ripudiò la professione legale per dedicarsi alla propaganda delle idee anarchiche di Bakunin. Raggiunse nel 1880 la Francia e divenne un attivo militante anarchico partecipando a diverse manifestazioni. Arrestato durante la dimostrazione del 1° Magggio, venne espulso dalla F rancia per fermarsi in Italia solo il tempo necessario per trovare una nuova meta. Raggiunse quindi la Svizzera per riunirsi ad altri esponenti del movimento anarchico. Frequentò l’Università di Ginevra portando molti studenti alle idee rivoluzionarie: bollato come agitatore politico venne ancora una volta espulso per la sua attiva e violenta partecipazione alla giornata per la celebrazione dei “Martiri di Haymarket”. Ormai inviso anche alle autorità italiane, Galleani venne arrestato dopo gli ennesimi atti dimostrativi che lo vedevano tra i protagonisti. Il Regno d’Italia non fu tenero con lo scapestrato mestatore dell’ordine precostituito e nel 1895 condannò il giovane alla deportazione nell’isola di Pantelleria. Il confino isolano durò cinque anni. Nel 1900 Galleani decise di chiudere la propria parentesi di detenuto fuggendo da Pantelleria alla volta dell’Egitto in attesa di poter raggiungere Londra.
Galleani trovò ospitalità nella città di Patterson, nel New Jersey, e assunse la direzione de “La Questione Sociale”, periodico italoamericano degli anarchici.
I suoi scritti apparvero spesso senza la sua firma, eccezion fatta per La Fine dell’anarchismo nel quale Galleani rispondeva alla pubblicazione dell’exanarchico Saverio Merlino intitolato “The End of Anarchism” nel quale si bollava la dottrina come obsoleta e priva di futuro politico.
Era troppo. Galleani venne arrestato e deportato insieme a moglie e figli e nonostante una vittoriosa causa contro il governo, venne indotto a espatriare verso l’Italia. L’anarchico vi giunse proprio durante la presa di potere da parte di Mussolini e trovò ad attenderlo il carcere e un lento oblio dalle scene internazionali. Luigi Galleani morì a settanta anni, il 4 novembre del 1931, per un attacco di cuore ma anche questa morte non è mai stata accettata come una verità assoluta!
Furono almeno 50 e se la loro memoria oggi è stata rispolverata lo si deve a Ranieri Ponis, autore di un volume dedicato proprio ai sacerdoti uccisi nelle foibe. “Storie di preti dell’Istria uccisi per cancellare la loro fede”, pubblicata dalla Litografia Zenit, raccoglie nelle sue pagine le agghiaccianti vicende che videro gli uomini della chiesa brutalmente uccise e gettate negli anfratti naturali del terreno carsico istriano, condividendovi il triste destino di migliaia di italiani vittime del cinismo titino.
L’eliminazione dei sacerdoti italiani iniziò però già prima dell’8 Settembre 1943, giorno in cui fu firmato l’Armistizio italiano. Padre Antonio Curcio, cappellano militare dell’11° Bersaglieri fu assassinato dai partigiani comunisti jugoslavi mentre nel 1942 morirono il parroco di Bencovaz (Dalmazia) don Rocco Rogosic, ferito mortalmente dai partigiani il 17 maggio, don Raffaele Busi Dogali e don Giovanni Pettenghi pugnalati a morte rispettivamente il 15 giugno ed il 2 agosto, in Dalmazia.
A guerra ormai terminata gli omicidi continuarono senza sosta. A Prepotto (Go) fu assassinato il parroco di Sgonico, don Giovanni Dordolò (o Dorbolò) mentre a Cuscevie toccò a un seminarista milanese, Bruno Finotto, residente a Trieste. Padre Simone Nardin, olivetano e cappellano presso l’Ospedale Militare di Abbazia, fu assassinato dopo essere stato torturato mentre don Vittorio Perkan, parroco di Elsane, fu eliminato mentre celebrava una funzione religiosa nel locale cimitero. Don Domenico Benussi scomparve nella zona mineraria di Vines, il seminarista Gino Vosilla e il compagno di studi Giovanni Massalin, scomparvero nel Fiumano. Don Giovanni Tul, religioso della diocesi di Trieste-Capodistria, fu assassinato dai partigiani comunisti. Don Francesco Bonifacio fu rapito da un gruppo di “guardie popolari” e militari slavi l’11 settembre 1946. I titini lo picchiarono, lo denudarono, lo lapidarono ed infine lo uccisero a colpi di coltello. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Don Isidoro Zavadlav, parroco di Goregna di Salona (Go), scomparve il 6 settembre 1946 , Don Valentino Pirec, parroco di Idria della Baccia, morì il 23 dicembre 1946 per le sofferenze patite in prigionia slavo-comunista. Don Giacomo Minghetti (o Guido), cappellano militare, venne fucilato nel campo di Borovnica, don Miroslavo Bullesich, parroco di Mompaderno e vice direttore del Seminario di Pisino, fu aggredito ed assassinato la sera del 24 agosto 1947. Anche sei suore scomparvero da un convento di Fiume così come i Benedettini di Daila, monsignor Giorgio Bruni, monsignor Giuseppe Dagri, padre Atanasio Cociancich, don Marco Zelco,
Nei terribili mesi delle epurazioni vi furono anche molte distruzioni di edifici sacri, fra cui un buon numero di chiese con il chiaro obiettivo di cancellare persino le tracce visibili del passato italiano della regione, annientandone vandalicamente le stesse opere d’arte, come già era accaduto in Dalmazia.Qualcuno però riuscì a salvare la vita e diventare prezioso testimone di una barbarie negata per decenni dai carnefici. Monsignor Alfredo Bonizzer era nato nel 1915 a Montona d’Istria. Suo fratello Ubaldo, giornalista, fu vittima dei partigiani nel 1944 e Don Alfredo se lo caricò in spalla per seppellirlo nel cimitero del paese natale. Il prelato sfuggì nel 1946 al tentativo di arresto da parte dei titini scappando e raggiungendo Trieste con l’aiuto degli anglo-americani. Don Alfredo trovò sostegno nel Governo militare alleato che lo incaricò di essere il direttore della Caritas americana. Il religioso si distinse come attento e premuroso tutore degli esuli istriani e dalmati, e fu anche cappellano dei vigili urbani triestini e del porto. Il vescovo di Trieste, monsignor Antonio Santin, nel 1947 a Capodistria subì l’assalto della folla in seminario. Il vescovo venne pestato per ore senza che la “polizia” (la guardia popolare) movesse un dito in suo soccorso. I “tutori dell’ordine” intervennero solo per paura che la dittatura di Tito subisse un danno d’immagine internazionale quando fu chiaro che il vescovo sarebbe stato ucciso. Monsignor Santin fu espulso da Capodistria e diventò la memoria vivente di quel terribile periodo storico.
Per gli storici Germán Arciniegas e Gabriel Camargo Perez il navigatore Amerigo Vespucci avrebbe fatto il suo primo viaggio insieme a Juan de la Cosa nel giugno del 1497, con probabile comandante Juan Díaz de Solís.
Dopo i primi venti anni di assoluta anarchia morale, arrivarono le prima infuocate reprimende dei missionari. Nel 1511 il domenicano Antonio de Monsenisos accusò, in una sua predica, di peccato mortale contro il comandamento della carità tutti coloro che esercitano soprusi e crudeltà sulle popolazioni innocenti. Anche il primo vescovo residenziale di Santo Domingo, Alessandro Geraldini, si batté per in difesa dei Nativi inserendosi nella costruzione dottrinale che per anni divideva la natura degli stessi in esseri razionali o esseri inferiori, e conseguentemente delegittimati ad avere propri territori e oggetti di legittima conquista da parte die sovrani cristiani.
Il primo paese del Sudamerica a essere oggetto di una evangelizzazione organizzata fu il Venezuela, con il clero regolare che accompagnava gli spagnoli lungo il corso del fiume Orinoco per poi diffondersi verso la zona di Cumanà, Coro ed El Tocuyo.
La Chiesa cattolica iniziò ufficialmente la sua storia in territorio ecuadoriano con la nascita della parrocchia San Francisco de Quito, nel 1534. Padre Juan de Rodriguez fu nominato il primo parroco, aprendo la strada all’evangelizzazione dei francescani Jodoco Rique e Marco da Nizza, del mercedario Hernando de Granada e del domenicano Alonso de Montenegro. Particolarmente importante fu l’opera svolta dal vescovo agostiniano Luis Lopez de Solis che fondò due seminari, uno dei quali per il clero indigeno e battendosi in favore dei diritti dei Nativi. Altrettanto importante fu l’opera del vescovo Alonso de Penã y Montenegro il quale scrisse “Itinerario para Pàrrocos de Indios (1668), un’opera che divenne un classico della pastorale missionaria nelle colonie spagnole.
Giorgio Perlascara è uno delle migliaia di eroi che salvarono gli ebrei, a costo della propria vita.
Giorgio Perlasca riuscì a strappare a morte certa oltre 5200 ungheresi di religione ebraica inventandosi un ruolo non suo, quello di diplomatico spagnolo, lui che non era né spagnolo né diplomatico. Per i successivi 45 anni di vita non raccontò a nessuno la sua vicenda e se non fosse stato per alcune donne ebree ungheresi che lo ritrovarono nel 1988 a Padova, pensionato ottantenne, la sua vicenda sarebbe andata dispersa. Ma il destino dispose diversamente. Perché non raccontò nulla – si chiede oggi Franco Perlasca, il presidente della fondazione intitolata al padre – nemmeno in famiglia?
“Esistono sempre al mondo 36 Giusti, nessuno sa chi sono e nemmeno loro sanno d’esserlo ma quando il male sembra prevalere escono allo scoperto, si prendono i destini del mondo sulle loro spalle e questo è uno dei motivi perché Dio non distrugge il mondo”.
Non sono un’insegnante di storia o specialista di guerra e non pretendo di esserlo.
Il motivo principale dell’ingresso del Brasile nel contesto della Seconda Guerra si verificò tra il 5 e il 17 agosto 1942. Alcuni miliziani nazisti silurarono sei navi mercantili brasiliane che viaggiavano lungo la costa nord-occidentale, provocando la morte di centinaia di persone.
Per conoscere di più la storia dei nostri eroi, vi invito a visitare la città di Pistoia, dove si trova l’unico monumento votivo militare in Italia dedicato ai militari brasiliani caduti, noto come “cimitero militare brasiliano”, gestito dal governo brasiliano, e il sacrario di San Rocco, eretto in onore dei soldati, e questo ci fa molto piacere! Il complesso è sempre aperto e si presenta con un ampio viale centrale e una fiamma votiva che brucia ininterrottamente. I nomi dei caduti sono incisi su una grande parete di pietra che si riflette nell’acqua e in una serie di mattonelle in marmo disposte in fila sul terreno. Non si trova al centro storico della città ma è comunque facilmente raggiungibile in auto. Il giardino è curato e l’atmosfera che si respira in questo luogo è quasi surreale, non ha nulla a che fare con i rumori di una guerra. Un posto veramente molto suggestivo e tranquillo.