Vincenzo Filisola, il fedelissimo della Repubblica messicana

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200px Vicente FilisolaC’era un’aria carica di rivoluzione nel giorno in cui nacque Vincenzo Filisola. Era il 1789 e anche a Ravello, incantevole borgo affacciato sulla costiera amalfitana, il vento della nuova era soffiava tra le case degli abitanti, gonfiandone le speranze.

La famiglia di Filisola serviva, in quel periodo, sotto le insegne spagnole e ne seguì i destini quando l’esercito di Sua Maestà Cattolicissima abbandonò i territori del regno di Napoli. Il padre portò con se tutto il possibile, compreso ovviamente il neonato Vincenzo, destinato a crescere sotto il sole confortevole dell’Andalusia.

Il giovane napoletano crebbe bene, nella sua patria d’adozione e a soli quindici anni decise di intraprendere la carriera militare, per proseguire la tradizione di famiglia e per onorare il valore della stessa. Non cambiò mai “lavoro”, il giovane Vincenzo, da quel 17 marzo 1804 e la sua carriera fu talmente ricca di soddisfazioni da vantare, all’età di soli 21 anni, i gradi di sottotenente dell’esercito spagnolo. Divenuto ufficiale affidabile e apprezzato durante gli anni di lungo conflitto con le armate napoleoniche, Filisola, si imbarcò alla volta della Nuova Spagna, nel 1811. Erano quelli gli anni che precedettero la restaurazione in Europa ma anche l’anno seguente la proclamazione dell’indipendenza messicana da parte di Miguel Hidalgo di Costilla. Al “Grito de Dolores” del 10 settembre 1810 la Spagna aveva infatti risposto inviando le unità migliori della sua Armata e tra i tanti soldati vi era anche il napoletano, con l’incarco di capitano dell’artiglieria.

Ufficiale leale alla monarchia iberica, Filisola si guadagnò sul campo ulteriori meriti per il suo coraggio e nel 1814 passò tra le truppe scelte dei granatieri. Sarebbe stato quello il più alto incarico raggiunto da Filisola nell’esercito spagnolo.

Negli stessi anni infatti egli conobbe Agustin de Iturbide, personaggio straordinario della storia messicana e ne condivise l’amicizia e le idee politiche, abbandonando infine la sua ferrea lealtà nei confronti della patria spagnola. Vincezo Filisola accettò di rischiare la propria vita per la causa messicana e protesse l’amico nella Piana di Igualla, nel giorno in cui Iturbide si autoproclamò imperatore del Messico, conferendogli il comando nel comitato dei Tre Garanti.

Divenuto Brigadiere Generale della nuova armata americana, il napoletano ebbe l’incarico di conquistare tutta la regione centroamericana ai confini del Nuovo Impero e portò a termine con successo gli obiettivi, mantenendo il controllo della regione anche quando Iturbide cadde in disgrazia. Fu del resto proprio la sua grande professionalità militare a mantenerlo a galla anche nel periodo successivo la sciagurata esperienza imperiale. Filisola fu infatti confermato nell’esercito della neocostituita Repubblica del Messico e nonostante una iniziale retrocessione ai ranghi subordinata, a partire dal 1820 (anno della nascita della Repubblica) ripercorse tutta la carriera in divisa per arrivare, nel 1833 a comandante delle Province Interne dell’Est.

Il napoletano prese il controllo dei territori di confine in un’epoca delicatissima della storia americana. A nord del Messico si stava rapidamente espandendo la colonizzazione nordamericana e tra i due Stati si estendeva una vasta zona abitata da tribù pellerossa particolarmente bellicose. Stanco della monotona vita militare, Filisola, negli anni del suo governatorato delle province di confine accettò di entrare in affari con gli stessi nordamericani, adoperandosi per trovare nuove terre da coltivare ai seicento angloamericani arrivati nel territorio del Texas e trovando quest’area nella riserva degli indiani Cherokee. Non fu una scelta felice, quella dell’ex militare campano. Pressato dal proprio governo, criticato aspramente sia dai coloni che dagli indiani, abbandonò infine il sogno di imprenditore agricolo e tornò a vestire i panni dell’esercito messicano, accettando di combattere nella campagna militare di Antonio Lòpez de Santa Anna con il grado di secondo comandante e di entrare involontariamente in una delle pagine più epiche della storia americana. Nonostante la sua lealtà alla Repubblica, l’italiano mantenne buoni contatti con i texani, schierati sul fronte opposto, cercando in ogni occasione il dialogo e il compromesso per una guerra che vedeva contrapposti due realtà storicamente agli antipodi.

Filisola, dall’alto della sua lunga esperienza di frontiera, intuì la intrinseca debolezza delle Forze Armate Messicane così come la prorompente vitalità dei texani, guidati dal fanatismo di Houston e armati da una giovane nazione (gli Stati Uniti) decisa a scrollarsi dalle spalle le reminiscenze del potere europeo. Ma tutto questo non servì ad evitare la sconfitta alla propria nazione. Dopo la cattura del generale Santa Anna, egli non mantenne gli ordini ricevuti dallo stesso comandante, e contro il parere dei suoi sottoposti, decise di intraprendere una ritirata strategica, per cercare di salvare l’onore dell’esercito e preservare i confini del Messico, in accordo con le istruzioni ricevuto dal governo centrale. Filisola ordinò l’evacuazione di San Antonio e negoziò la tregua delle ostilità nel trattato di Velasco, sperando di poter riorganizzare un esercito avvilito e privo delle elementari basi logistiche.

Ottenuti nuovi ordini dal governo, nel giugno del 1837 intraprese finalmente una contromarcia, per cercare la rivincita contro l’esercito texano ma a pochi chilometri dalla linea di battaglia dovette desistere definitivamente dai suoi propositi, a causa delle penose condizioni dei suoi soldati. Si ritirò così a Metamoros e consegnò le sue dimissioni al presidente Juan José de Andrade, sostituito da José de Urrea al capo dell’esercito. Avvilito e confuso per una guerra che non poté combattere con la giusta dose di energia, e istigato da altri italiani a cambiare campo per passare sotto le insegne della repubblica texana, il napoletano mantenne fede al suo amore per il Messico e si ritirò a vita privata nella città di Saltillo fino a quando non venne chiamato a rispondere alla corte marziale militare per un’accusa di codardia mossagli dallo stesso Santa Anna e da altri ufficiali delusi dalle sue scelte “temporeggiatrici”. Agli occhi dell’opinione pubblica Filisola era additato anche come traditore e a nulla valse la strenua difesa di numerosi commilitoni. Esonerato nel 1841 dall’Esercito l’ex comandante messicano emigrò proprio nel vicino Texas, nei territori che tanto aveva sognato per le sue imprese agricole, e scrisse la sua personale versione della guerra texana. Accolto con affetto dai suoi ex nemici, Filisola non rinnegò però mai la fedeltà al suo Messico e si batté anche come semplice civile in favore di un ritorno del Texas entro i confini della repubblica centroamericana.

Ma il suo impegno non valse a scongiurare la nuova guerra tra i due paesi, questa volta abilmente architettata dai rampanti Stati Uniti per il possesso – di rapina- della preziosissima California. Filisola intuì l’inganno e cercò di suggerire prudenza alle autorità messicane ma anche questa volta il suo acume venne sottovalutato. Secondo i piani predisposti a Washington, la guerra tra Texas e Messico infine si riaccese trascinando il paese latino nella più grave sconfitta politico-militare della sua storia. Filisola non rimase comunque inerme e riattraversò il confine per arruolarsi ancora una volta nell’esercito messicano, fedele a uno stato ingeneroso nei suoi confronti.

Durante la guera del ‘47 l’italiano ottenne il comando di tre divisioni dell’esercito e si batté eroicamente durante gli scontri con la preponderante armata unionista, ma a nulla valse la sua condotta militare perfetta. Il nemico era preparato e ben armato, ed era soprattutto motivato dal desiderio di conquista: tanti elementi che portarono alla capitolazione del Messico. La capitale dello stato fu conquistata dalle forze nordamericane guidate da comandanti destinati a diventare simboli della storia nazionale (tra essi anche il futuro generale Lee e il presidente confederato Jefferson Davis), lasciando il Messico senza la California, il Texas, il Nuovo Messico, il Colorado e l’Arizona. Uno smacco gravissimo per il giovane Messico, relegato improvvisamente al rango di paese secondario dello scenario americano e destinato a subire l’invasione delle forze francesi di Napoleone III.

153d0b7aef4c05f6c214a903843c20b3Filisola non visse i successivi tristi eventi del suo paese d’adozione. Ritiratosi a vita privata pubblicò diversi libri, per spiegare ai giovani la guerra del Texas: “The Mexican Side of the Texas Revolution” e “Memoirs for the History of the War in Texas” divennero testi fondamentali per la storia di frontiera e regalarono all’italiano un ultimo barlume di notorietà. Ma nulla poté contro l’amarezza del  militare, consapevole di aver intuito le mosse nemiche e di non averle potute neutralizzare.

Filisola visse i suoi ultimi anni con l’impegno di rivalutare l’onore del Messico e per ristabilire la verità su una storia manipolata ad arte dalla propaganda nordamericana. Si batté sostanzialmente con armi impari contro la nascita del mito del West, cercando di spiegare il vero volto delle due guerre texane. Ma non fece in tempo ad essere ascoltato da una platea più preparata. Vincenzo Filisola morì nel suo amatissimo Messico, nel 1850, vittima di un’epidemia di colera e di storia che lo avrebbe relegato ingiustamente tra le tante effimere comparse italiane del Nuovo Mondo.




Associazione per gli studi genealogici italiani, ovvero ricostruire le origini della propria famiglia

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passaportiSi è costituita oggi, con la definizione del direttivo e dei ruoli conseguenti, la nuova “Associazione Internazionale per gli studi genealogici italiani”. Dodici i soci fondatori di ben quattro paesi diversi: Italia, Usa, Francia e Canada. Ma oltre all’altisonante nome, l’associazione è nata per fornire ai soci e a quanti lo chiederanno un aiuto per ricostruire la propria storia familiare.
“Negli anni – spiega il neo eletto presidente dell’associazione, Daniele Elpidio Iadicicco – molti discendenti di italiani all’estero mi hanno contattato. Alcuni volevano approfondire la storia del nostro territorio, altri avevano voglia di completare il loro albero genealogico. In alcuni casi alcuni di questi amici sono venuti qui a Formia per ricalcare i passi dei loro avi. E così pian piano aiutandoli e rimanendo in contatto con molti di loro mi sono accorto che era forte il desiderio di scoperta ed approfondimento rispetto alle loro radici. Ricostruire la storia di famiglia, ridisegnare l’albero genealogico non è cosa facile, soprattutto per chi lo fa per la prima volta. Immaginate quanto sia complicato per chi è a migliaia di km di distanza e così mi è venuta l’idea di creare questa associazione di “mutuo soccorso” per aiutare quanti, come me condividono questa passione”.
Oltre il Presidente Iadicicco, tra l’altro da poco nominato consigliere del prestigioso Istituto Italiano sulla Storia di Famiglia, l’Associazione annovera all’interno del proprio direttivo studiosi già conosciuti a livello nazionale come Nicola Pesacane (nominato Presidente Vicario) e Ciro La Rosa, archivista di Napoli, eletto consigliere.
Due i vicepresidenti, uno con delega USA, Jennifer Morgan di Philadelphia, e l’altro con Delega in Francia, Robert Palmaccio. Molti gli altri soci, come Giovanni D’Onorio De Meo (segretario dell’associazione), Salvatore Buttaro, il professore Aldo Borghesi dalla Sardegna, Marine Vion, Vanessa Vacca e Robert Buttaro tutti dalla Francia ed ancora Frank Chinappi dal Canada.




Pigafetta, il primo italiano intorno al mondo

Pigafetta viaggio

Antonio pigafettaLa sua data di nascita è ammantata di dubbi e dovrebbe essere datata 1492. Altrettanti dubbi circondano la data della morte. Per alcuni sarebbe morto nel 1527, durante una pestilenza a Monterosi (Viterbo) presso la sede temporanea i Cavalieri di Rodi al cui ordine apparteneva. Per altri studiosi sarebbe morto in combattimento al largo di Modon (Grecia) nel 1531 durante una battaglia navale tra i Cavalieri Ospitalieri dell’Ordine di San Giovanni e la flotta turca.

Non ci sono invece dubbi sulla sua vita. Visse all’insegna dell’avventura e del coraggio e lasciò ai posteri il racconto della prima circumnavigazione della Terra. Il suo nome era Antonio Pigafetta.

Figlio di Giovanni di Antonino, Antonio fu partorito probabilmente  da Lucia Muzan (l’incertezza sul nome della madre è data dal fatto che il padre si sposò tre volte e nacque con ogni probabilità a Vicenza, dove viveva la famiglia. Le tante ombre sulla sua vita si dipanano negli anni della gioventù, quando Pigafetta entrò a far parte dell’Ordine di San Giovanni Battista di Gerusalemme, ricordati come Cavalieri di Rodi e ora di Malta. Studioso di matematica e astronomia, il giovane cavaliere nel 1519   si recò a Barcellona al seguito del concittadino vescovo e nunzio pontificio Francesco Chiericati. Quest’ultimo fu inviato nella città catalana come ambasciatore di papa Leone X e alla corte di Carlo V di Spagna. Il futuro circumnavigatore accompagnò Chiericati nei vari incontri presso la corte spagnola rimanendo affascinato dalle discussioni sulle scoperte geografiche riguardanti il Nuovo Continente.

48576067. SX318Affascinato dalla possibilità di poter conoscere terre lontane e inesplorate, Pigafetta venne a conoscenza della spedizione che stava organizzando Ferdinando Magellano e grazie alla raccomandazione del nunzio pontificio ottenne il permesso di poter prendere parte al viaggio e fu arruolato come uomo d’arme. Imbarcatosi sulla nave ammiraglia Trinidad dovette superare la diffidenza iniziale di Magellano ma con tenacia e dedizione ne conquistò la fiducia tanto da diventare il suo attendente, ovvero addetto al servizio del comandante. Il suo nome vero non fu registrato nell’elenco dei marinai. Pigafetta venne infatti inserito con il nome di Antonio Lombardo  (sia durante il Medioevo sia all’inizio dell’Età moderna, il nome Lombardo si usava per indicare una generica provenienza teritoriale). Il vicentino indicò il padre e la sua terza moglie come propri eredi in caso di morte (la mamma di Pigafetta era infatti morta nel 1510) e pertanto intraprese il viaggio senza essere sposato e senza figli.

Con la spedizione di Magellano, Pigafetta arrivò nelle propaggini meridionali del Continente americano e navigò lo stretto che prese il nome del capitano.  Poiché le navi di Magellano vi entrarono il 1º novembre, venne chiamato in origine Estrecho de Todos los Santos (Stretto di Tutti i Santi). Il passaggio venne successivamente attraversato anche Francis Drake e Charles Darwin.

Il viaggio proseguì tra mille difficoltà. Dopo aver perso una delle navi (rientrata in Spagna dopo un ammutinamento della flotta) e 19 marinai morti per scorbuto (sulle navi erano rimasti soltanto pane biscottato impregnato di salsedine e derrate scadute) la flotta arrivò nelle Molucche. Ricevuti in amicizia dal re dell’isola di Cebu (i cui  abitanti si convertirono al cristianesimo)  poco dopo i membri della spedizione si trovarono a fronteggiare la popolazione dell’isola di Mactan, apertamente ostile al re. Magellano decise di risolvere tale disputa con uno scontro armato. Sbarcato il 27 aprile 1521, sull’isola di Mactan, nelle attuali Filippine, venne però ucciso dal  re   “Lapi-Lapu” . Con lui caddero diversi   uomini della spedizione. Anche Antonio Pigafetta rimase seriamente ferito e dopo essersi ristabilito iniziò ad assumere gradualmente ruoli di maggiore responsabilità nella flotta, con particolare attenzione alle relazioni con le popolazioni indigene.

01 LETTERATURE DAL MONDO 01 Relazione del primo viaggio intorno al mondoCon una flotta ridotta allo stremo (per malattie e scontri militari) la spedizione decise di  abbandonarne una (la Concepción che venne fatta affondare), prima di ripartire. La Victoria e la Trinidad raggiunsero il Borneo e rimasero più di un mese nel Brunei. L’ammiraglia Trinidad però imbarcava acqua ed era troppo danneggiata per proseguire la navigazione perciò rimase bloccata per il tempo necessario alla riparazione, insieme con metà dell’equipaggio. Una volta sistemata l’imbarcazione, questi scelsero di tornare indietro e riattraversare il Pacifico, seguendo, in senso contrario, la rotta fatta fino a quel punto. L’ultima nave rimasta, la Victoria al comando di Juan Sebastián Elcano, attraversò l’Oceano Indiano e, dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza, giunse prima nelle Isole di Capo Verde (che erano un possedimento portoghese) e infine a San Lucar presso Siviglia il 6 settembre 1522 (due anni, undici mesi e diciassette giorni dopo l’inizio dell’intera spedizione). Dei sessanta superstiti presenti sulla Victoria (che ormai imbarcava acqua ed aveva le velature danneggiate) quando era salpata dal Brunei, solo diciotto giunsero vivi a Siviglia, malmessi, denutriti e alcuni ammalati; tra loro vi erano  anche gli italiani Antonio Pigafetta e Martino de Judicibus.

Due giorni dopo il vicentino venne ricevuto a corte da Carlo V e donò al re il diario di bordo scritto durante il viaggio intorno al mondo. Il preziosissimo documento sparì ben presto nel nulla. La corte spagnola infatti non voleva dare risalto ai merito del portoghese e lo stesso  Pigafetta, testimone scomodo di quanto avvenuto durante la spedizione, ricevette frettolosamente  la paga pattuita senza alcuna gratifica.  La fama di Pigafetta aumentò però esponenzialmente, una volta trasferitosi in Portogallo. Ricevuto dal re , il navigatore italiano raccontò le tante «cose vedute» durante la navigazione mentre in Francia  ottenne udienza dalla reggente Luisa di Savoia . Tornato infine  in Italia nel 1523 fu ospitato in diverse corti italiane (Ferrara, Mantova, Venezia) e ricevuto anche da papa Clemente VII[3]. Il 5 agosto 1524 il Senato della Repubblica di Venezia gli accordò il privilegio di stampa del suo Diario che uscì con il titolo “Relazione del primo viaggio intorno al mondo” . Il libro conteneva il Trattato di Navigazione, le sue memorie sul viaggio, contenenti descrizioni dei popoli, dei paesi, dei prodotti e anche delle lingue che vi si parlavano, di cui il navigatore cercava di tracciare alcuni brevi glossari. La “Relazione” divenne un punto di riferimento dei libri di esplorazione e rese il nome di Pigafetta immortale. La sua vita terrena però non andrò oltre i tre anni dalla pubblicazione del volume  oggi ritenuto uno dei più preziosi documenti sulle grandi scoperte geografiche del Cinquecento. E la testimonianza del primo italiano a circumnavigare il Globo.




Canada. La bandiera italiana nella terra di Baffin

Monte Volpedo dal ghiacciaio della Lepre Bianca. Terra di Baffin. Spedizione CAI Tortona

Giorgio Gualco Mount Sigurd 1972. Terra di Baffin Cordigliera Artica Canada. Foto bn mm 228 x 290. Veduta dal campo al Summit.Giancamillo Cortemiglia, Remo Terranova, Giampaolo Guidobono Cavalchini, Giorgio Gualco, Carlo Boati, Franco Baravalle, Matteo Visconti di Modrone, Pier Luigi Airoldi, Alberto Dalla Rosa, Dino Piazza, Serena Sauli, Maria Antonia Sironi: chissà quanti italiani conoscono questi nomi e ne ricordano i gesti. Uomini impegnati a sconfiggere gli ultimi brandelli di una natura irrequieta, nelle estreme terre dei nostri emisferi. Pochi in effetti associano questi nomi a una spedizione giunta nella Terra di Baffin nel 1972 e alla loro guida Bruno Barabino, vero e proprio superstite di una stirpe di esploratori che ha fatto dell’Italia la terra dei viaggiatori. Sono passati ventotto anni da quella impresa e ancora una volta non è rimasto molto delle fatiche sovrumane cui si sottoposero i componenti della spedizione italiana nell’Artico Canadese. Gli eroi del freddo vengono ricordati soltanto nelle associazione degli “addetti ai lavori” e della loro storia la gran parte della popolazione italiana (dentro e fuori i confini dell’Italia) ignora praticamente tutto.

Eppure nel 1972 si organizzò, si realizzò e si completò una delle ultime esplorazioni umane sul globo terrestre, anche se gli occhi del mondo erano rivolti alla Luna e allo spazio e i televisori si occupavano più delle imprese degli Apollo e delle Sojuz.

Veterano di quella spedizione era Bruno Barabino, considerato oggi nel novero dei maggiori cinquanta esploratori italiani di tutti i tempi, incluso in un elenco nei quali spiccano i nomi di Colombo e di Vespucci, di Caboto e di Verrazzano, di Pancaldo e di Malaspina. Nato a Tortona il 6 settembre del 1910, Barabino si era laureato in medicina con specializzazione in ginecologia, dedicando a questa professione la stessa passione con la quale praticava lo sci d’alpinismo. Istruttore militare di sci presso il Secondo Gruppo d’Armata e ufficiale medico durante i tragici anni della campagna di Russia, ottenne per la sua abnegazione la Medaglia di Bronzo al Valor Militare, ricevendo l’encomio direttamente sul campo. Ma quello premiato in guerra era un uomo che aveva già conosciuto le difficoltà delle condizioni estreme e nel 1963 egli divenne presidente della sezione di Tortona del Club Alpino Italiano, istituzione che ha regalato all’Italia numerosi protagonisti. Parente di Gaetano Casati (compagno e amico dell’esploratore Henry Morton Stanley), amico personale di Luigi Amedeo di Savoia, Barabino organizzò in dieci anni di presidenza 12 esplorazioni in vari continenti, e in Groenlandia, nel 1966 fu protagonista di un clamoroso ritrovamento di necropoli di Norreni e Skraeling, nonché della scoperta del lago Smeraldo (lago nelle cui rocce erano presenti effettivamente degli smeraldi). Sempre in Groenlandia il gruppo da lui guidata conquistò due vette e le battezzò con il nome di Colle Alessandria e “Gabriele Boccalatte”.

In quel 1972, l’inarrestabile esploratore aveva già Sessantadue anni, ma questo non lo fermò dal tentare un’altra audace impresa alla conquista della Natura estrema. Quella alla Terra di Baffin fu in effetti la prima spedizione europea e durante la permanenza italiana vennero effettuati numerosi studi metereologici, lavori geomorfologici e venne altresì impostata una stazione al centro della penisola di Cumberland. Furono diverse le ascensioni portate a termine dal combattivo gruppetto italiano e tra essi vanno segnalate la “Cima Marta” e la” Cima Volpedo”, in ricordo della permanenza italiana. Esplorato anche il ghiacciao del Liévre Blanche, Barabino e compagni ritornarono in Italia raccogliendo il plauso degli esponenti scientifici e qualche attenzione da parte dei mass-media, finendo ben presto nel dimenticatoio.

Ma questo non influì sulla volontà dell’esploratore tortonese di continuare nel suo girovagare terrestre. Nel 1976 egli ripartì così alla volta delle Ande Peruviane Centrali, nella valle del Pumarinri, nella Cordigliera di Huayuash. In questo lembo di paradiso naturale Barabino compì nuove ascensioni ( e tra esse vanno ricordate la conquista del Cerro Mitopunta, del Cerro Fior d’Alpe, del Cerro Gociapampa, della Cima Micheli e della Cima Brixa) nonché numerosi studi medico-naturalistici e meteorologici in collaborazione con l’Aeronautica Militare Italiana. In quella spedizione vennero tra l’altro salvate in extremis due componenti colpiti da una gravissima forma di edema polmonare e cerebrale.

Per un uomo di sessantasei anni le scalate sulla Cordigliera andina dovrebbero bastare a soddisfare la sete della conoscenza, così come il ricordo della estrema natura della Terra di Baffin. Non fu così per Barabino che continuò le sue scalate e si trasformò in documentarista, esplorando nuove terre nel Nepal e delle Isole Svalbard.

Da quell’esaltante esperienza uscì anche un suggestivo libro, “Terra di Baffin”, scritto con acume da Maria Antonia Sironi, la quale raccontò con dovizia di particolare la difficile impresa. Aggregatasi al gruppo in qualità di naturalista, la Sironi affiancò per alcune settimane l’esploratore canadese Patrick D. Baird, e scalò con perizia le vette ghiacciate di quelle terre estreme. Nelle pagine del libro sono state evidenziate soprattutto la maestosità della Natura e l’adattamento della spedizione a quegli elementi estremi, troppo spesso ricercati da sprovveduti avventurosi per gusto della sfida. Barabino, Sironi e gli altri non appartenevano a quella genìa e l’avanzata età del primo era discriminante solo per i periodi di recupero, tra un’impresa e l’altra. Barabino era di nuovo in campo, impegnato sullo stesso Continente, anche se nella parte subcontinentale meridionale.  Soltanto la malattia, una vecchia ferita regalatagli dal fronte sul Don, fermò definitivamente il viaggiatore tortonese votato alle scoperte geografiche e alpinistiche. Bruno Barabino morì il 28 settembre del 1996 portando con sé uno degli ultimi brandelli della storia esplorativa terrestre.




La vita spericolata di Carlo Camillo Di Rudio

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Di RudioRisorgimento, anarchia, penitenziario a vita, guerra civile americana, guerre indiane: c’è proprio di tutto nella vita di Carlo Camillo Di Rudio, un italiano che ha attraversato il XIX secolo dal suo lato più avventuroso.

Nato a Belluno il 26 agosto 1832, da famiglia nobile, Carlo Camillo Di Rudio iniziò la sua avventura umana tra le mura del collegio militare austro-ungarico di San Luca, a Milano. Coinvolto suo malgrado nella prima guerra d’indipendenza (1848) il giovane, in compagnia del fratello Achille, assiste impotente ad alcune delle tante stragi perpetuate dalle truppe occupanti sulla popolazione civile. Carlo Camillo maturerà proprio in quest’occasione la decisione di abbracciare la causa del Risorgimento italiano, dovendo però aspettare il ritorno a casa dalla leva forzata in divisa austriaca.

Segnato il temporaneo successo dell’Impero austriaco, il conflitto continuava a Venezia, richiamando nella città lagunare i tanti patrioti ancora convinti nella vittoria e tra essi c’erano i due fratelli Di Rudio. I due bellunesi presero parte attiva alla disperata difesa della Serenissima. Carlo, tra l’altro, venne arrestato dai nemici, riuscendo nella prima delle sue tante fughe.

Raggiunta Roma per partecipare all’esperienza repubblicana, il giovane patriota vi avrebbe incontrato personaggi che lasciarono il segno nella storia italiana: Mazzini, Garibaldi, i fratelli Dandolo, Mameli, Saffi, Armellini, Bixio e altri saranno compagni della nuova avventura risorgimentale del ragazzo bellunese.

Terminata anche questa esperienza, il conte veneto raggiunse Genova. Con Venezia sconfitta dagli austriaci, con Garibaldi costretto all’esilio forzato in quella New York nella quale lavorerà dignitosamente nella fabbrica di candele, anche per Rudio si aprì la stagione della perenne fuga. Intenzionato a raggiungere Garibaldi nella capitale americana, il giovane dovette invece riparare in Spagna a causa di un naufragio. Tornato temporaneamente in Francia, egli non trovò pace nel periodo antecedente il colpo di stato di Luigi Napoleone, costretto a rifugiarsi ancora una volta in terra straniera.

Scelta la tranquilla Svizzera, passò prima a Varese e poi in Piemonte per riabbracciare  i familiari. Trasformatosi in un vero e proprio tormento per le polizie monarchiche dei vari stati europei, Rudio conservò nella sua vita una convinzione sincera per le istituzioni repubblicane e per esse avrebbe pagato un prezzo davvero notevole. Sbarcato, in uno dei suoi tanti spostamenti, in terra inglese, Rudio lavorò per qualche tempo come giardiniere al servizio di Luigi Pinciani, un noto filantropo amico di Victor Hugo e costantemente in contatto con Giuseppe Mazzini.

Conosciuta la giovanissima Eliza Booth, la futura moglie che avrebbe condiviso con l’italiano tutte le traversie della sua frastagliata vita, Carlo accantonò per un po’ i suoi propositi romantici dedicandosi alla tranquillità familiare, minata peraltro da continui stenti economici.  L’occasione per tornare nella mischia venne con lo sciagurato progetto dell’attentato a Luigi Napoleone, da poco autoproclamatosi imperatore di Francia. Rudio vi partecipò seguendo Felice Orsini nell’impresa e nelle malsane carceri francesi. Condannato a morte al pari degli altri congiurati Rudio riuscì a sfuggire alla pena capitale grazie all’abilità del suo avvocato, alle manovre politiche del proprio suocero inglese e all’indulgenza (politicamente calcolata) dell’imperatore. Al giovane veneto venne concessa la splendida prospettiva di finire la propria vita nelle famigerate colonie penali del Sud America!

Chiusa miserevolmente la prima parte della propria vita, Carlo si avviò così alla Cajenna portando con sè un solo pensiero fisso: la fuga a tutti i costi dall’inferno tropicale. La testarda convinzione di riuscire nella disperata impresa avrebbe accompagnato ogni attimo delle terribili giornate ergastolane dell’italiano. Considerato un sovversivo politico anche dai compagni di reclusione, il giovane anarchico dovette rispondere con coraggio e forza anche alle continue insolenze razziste degli ergastolani francesi, dando vita a più di un episodio di rissa. Nonostante tutto Di Rudio riuscì a trovare nella malsana colonia penale degli alleati disposti a partecipare al suo tentativo di fuga.

Fallito un primo tentativo, dopo mesi e mesi di ulteriori preparativi segreti, la fuga riuscì suscitando un clamore eccezionale in tutte le terre coloniali francesi (è probabilmente tratto dalla sua storia il soggetto cinematografico del fortunato film “Papillon”). I fuggiaschi raggiunsero, dopo innumerevoli peripezie, il territorio inglese trovandovi funzionari ben lieti di nasconderli alle pressanti richieste francesi (molti deportati infatti erano condannati politici, invisi alla monarchia francese ma non alla Corona inglese).

Tornato ancora una volta in Inghilterra il giovane Rudio riuscì a riabbracciare la propria moglie e la prima figlia tornando per un po’ alla serenità familiare. Alle porte della storia intanto aveva bussato il 1860 ma per l’ex galeotto, ridotto alla miseria economica, non c’era più spazio nel Risorgimento italiano. Gli stessi rappresentanti repubblicani consigliarono il conte bellunese di migrare negli Stati Uniti e il consiglio si sarebbe rivelato davvero prezioso per l’affamata famiglia Di Rudio.

Sbarcato in terra americana, il giovane Carlo trovò subito impiego tra le truppe federali americane, impegnate nella Guerra Civile. Arruolatosi come semplice volontario nell’esercito antischiavista del Nord, l’ex patriota si distinse a tal punto da meritare i gradi in una compagnia composta interamente da soldati di colore.

Finita la guerra e aiutato dai numerosi amici repubblicani, i soli a conoscere il vero passato dell’italiano, Carlo restò nei ranghi dell’esercito americano per passarvi il resto della sua vita professionale. Per la famiglia Di Rudio arrivò quindi finalmente la serenità economica e con essa crebbe anche il numero dei figli, battezzati tutti con gli eloquenti nomi di Italia, Roma, America ed Hercules.

La destinazione effettiva dell’attempato ufficiale sarebbe divenuta da lì a poco un nome leggendario: l’italiano venne assegnato infatti al 7° Cavalleria degli Stati Uniti, alle dipendenze del personaggio più controverso della storia americana, il tenente colonnello George A. Custer! L’ultima parte della spericolata vita si sarebbe così svolta per Rudio in groppa a un cavallo. Ed egli si distinse in molte  operazioni del leggendario Settimo Cavalleria diventando anche veterano delle guerre indiane. Pur dovendoli combattere per professione, l’italiano si sforzò  di comprendere le ragioni dei pellerossa e cercò con loro sempre la strada del dialogo, cosa che lo invise a “Lunghi capelli” Custer, vero e proprio accentratore di potere e ossequiato dalla gran parte dei suoi uomini. Non fu possibile per Rudio evitare il leggendario scontro del 25 giugno 1876! Nel giorno della grande disfatta del Little Big Horn, Rudio (uno dei sei italiani presenti nelle file del 7^ cavalleria) eseguì diligentemente il suo ordine che lo vedeva impegnato in una colonna parallela.  Assegnato alle squadre del capitano Reno, l’italiano spronò il suo cavallo all’attacco per ritrovarsi circondato da migliaia di indiani pronti a massacrare ogni viso pallido che fosse loro capitato a tiro. Rudio, costretto dagli eventi a una disastrosa ritirata, riuscì a eludere la sorte nefasta di tanti altri compagni nascondendosi in un provvidenziale anfratto. Insieme a un altro soldato riuscì a superare con astuzia l’accerchiamento per poi fare ritorno al proprio reparto, accolto dalle acclamazioni dei commilitoni.  Tutto intorno era morte!  Soltanto dopo altre 24 ore i superstiti della battaglia riuscirono a intraprendere le ricerche dei reparti dispersi per poi imbattersi nei cadaveri degli uomini di Custer.

84696135La disfatta del Little Big Horn traformò gli Stati Uniti in una nazione assetata di verità e di vendetta. Vennero così le prime pagine di tutti i giornali americani, le polemiche, le insinuazioni, le inchieste, le testimonianze in aula…. una serie di vicende che questa volta avrebbe solo sfiorato  il maturo ufficiale del 7°.

Trasferito ad altri fronti e poi di nuovo nelle terre dell’ Nordovest, Carlo Rudio, ormai capitano, partecipò anche all’epica rincorsa a Capo Giuseppe, l’indiano Nez Percé che era riuscito a tenere in scacco l’esercito americano con i suoi pochi guerrieri e la sua disperata fuga verso il Canada.

Raggiunte le calde terre del Texas con nuovi incarichi logistici, l’ormai anziano soldato italiano riuscì a conoscere anche il grande Geronimo degli Apache Chirichaua. Nella ormai tranquilla guarnigione di frontiera raggiunse la tanto agognata pensione, benvoluto dai tanti commilitoni che nell’attempato ufficiale avevano trovato una memoria storica eccezionale e affabile. L’ex patriota repubblicano, l’ex anarchico, l’ex galeotto, l’ex nordista, l’ex ufficiale del 7^ cavalleria, per godersi la vecchiaia scelse, come tanti altri italiani, la città che portava nel suo nome la venerazione al santo patrono d’Italia: San Francisco. E nella laboriosa città californiana Rudio morì nel 1910, in un letto sovrastato dai ritratti di Calvi e di Mazzini,  una causa mai rinnegata nel proprio cuore.




Peter Giannini, banchiere dal cuore grande

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Bank of ItalyA San Francisco una piazza porta il suo nome e nel 1973 il servizio postale americano ha emesso un francobollo con il  suo ritratto. Nel 2004  il  governo italiano ha ricordato con una cerimonia in parlamento il centenario della fondazione della sua banca e anche il 2009 vedrà il nome di Amedeo Peter Giannini nelle agende commemorative degli Stati Uniti. Osannato come “Builder  and titan” del XX secolo dalla rivista Time  venne definito dai biografi un “economista dal volto umano”: un uomo che non rimase mai vittima del guadagno e dell’accumulo sterile di titoli e di aziende.

Nato a San Josè in California nel 1870, Amedeo Pietro era originario  di Favale di Malvaro, vicino a Chiavari in Liguria. Papà  Luigi e mamma Virginia  arrivarono in California trasformando la loro casa prima in una piccola locanda e pensione e poi in un Hotel, ma non poterono godere il successo imprenditoriale. Testimone dell’omicidio del padre (per futili motivi economici) Amedeo rimase orfano a sette anni ma dopo poco tempo trovò nel patrigno Lorenzo Scatena, amorevole sostegno per i suoi studi.  Il giovane imparò anche i rudimenti dell’ impresa e quando si laureò in economia e commercio aveva alle spalle già una notevole esperienza. A 22 anni, Giannini sposò la ricca Clorinda Flores Cuneo trovando nella moglie il punto di riferimento per tutta la sua carriera imprenditoriale. Deciso a non farsi soggiogare dal demone del denaro, nel 1901 il giovane ligure decise di vendere metà dell’azienda ai dipendenti permettendo loro di pagare sui futuri guadagni. Un’intuizione genale che gli assicurò un reddito fisso e la possibilità di dedicarsi a un altro segmento imprenditoriale.

“Non voglio diventare troppo ricco, perché nessun ricco possiede la ricchezza, ma ne è posseduto”. Con queste parole l’italo-americano scelse di dare una regola precisa alla propria vita e di mantenervi fede per tutti gli anni a venire.

Collaboratore della Columbus Saving and Loan (una banca appartenente alla famiglia Cuneo) Giannini  si convinse ancora di più delle proprie teorie che vedevano nella banca uno strumento di finanziamento delle classi sociali più deboli. Dimessosi dalla Columbus, Amedeo decise di tentare così l’avventura in proprio e nel 1904 fondò la Bank of Italy, investendovi tutti i suoi averi. La Bank of Italy in poco tempo divenne la banca degli immigrati, cui venivano erogati prestiti a partire da 25 dollari. Giannini  adottò anche la formula dell’azionariato popolare per limitare il potere degli amministratori: nel suo primo anno la banca raccolse 700 mila dollari di deposito.

40a0c66e12e52153a66b0da170cb250cLe intuizioni di Giannini si rivelarono fondamentali durante il tragico terremoto di San Francisco del 1906. In una città rasa al suolo dal sisma, Giannini fu l’unico a riaprire la propria banca dopo pochi giorni, offrendo prestiti sulla fiducia a operai che avevano perso tutto. Una scelta rischiosa ma basata sulla convinzione che la fiducia sarebbe stata ripagata da uomini cresciuti con il valore dell’onore. Il carretto di frutta che celava i soldi salvati dalle macerie divenne leggendario e trasformò Giannini nell’emblema della ricostruzione di San Francisco. Il banchiere ligure trasmise sicurezza e ottimismo a stimolò il coraggio di riprovare in una comunità che si legò in modo irreversibile alla Bank of Italy. La fama di Giannini iniziò a virare nella leggenda, e la sua integrità morale fece accorrere nuovi clienti da ogni dove. Nel 1909 la Bank of Italy aprì la sua prima filiale a San Josè e nel 1919 Giannini comprò una banca di New York, e la chiamò Bancitaly Cooperation che nove mesi dopo acquisì la “Banca dell’ Italia Meridionale” e mutuò il nome in “Banca d’ America e d’ Italia”. Affiliata nel 1919 alla Federal Riserve Sistem,  la creatura di Giannini nel  1927 venne nazionalizzata.

Amedeo Peter Giannini non si fermò all’attività bancaria. Intuì prima di altri la possibilità di sviluppo dell’industria cinematografica (che operava soprattutto a New York) e offrì agli artisti prestiti a tassi agevolati. Fu lui a finanziare con 50mila dollari il progetto di un giovane di talento che non riusciva a trovare il capitale per il suo film. Grazie al banchiere Charlie Chaplin poté girare  “Ill monello”.

Fedele alla propria teoria, Giannini non accumulò mai somme ingenti per fini personali e nel 1928  trasferì alla Università della California e alla ricerca sulle tecniche agricoli i suoi utili derivanti dai proventi imprenditoriali. Nello stesso periodo decise di finanziare anche il progetto di Walt Disney su “Biancaneve e  i sette nani.”

Colpito dalla poliomelite nel 1931, Giannini respinse l’assalto di speculatori interessati alle sue azioni bancarie e durante i mesi di difficoltà fisica  conobbe un giovane artista siciliano,  Frank Capra, e il suo sogno in celluloide.. Grazie alla loro amicizia, Giannini finanziò “Accadde  una notte” di Capra e oltre 500 film e proseguì nel suo percorso di  economia sociale destinando sei milioni di dollari alla costruzione del Golden Gate, imponendo alla Bank of America di non percepire alcun interesse. Passato il testimone al figlio Lawrence Mario, Amedeo si ritirò ufficialmente dal mondo finanziario con 423 filiali, dopo aver devoluto (con assoluta discrezione) gran parte dei suoi guadagni a opere sociali, creando la Giannini Foundation of Agricoltural Economics (che affidò all’Università della California) e la Giannini Family Foundation con lo scopo di promuovere la ricerca medica. Suoi furono anche i soldi che aiutarono gli italiani confinati nei campi di internamento durante la seconda guerra mondiale, e i tentativi di evitare l’internamento di altri italo-americani.

Suoi furono infine molti soldi che servirono per la ricostruzione dell’Italia post-bellica nell’ambito del Piano Marshall. Quando abbandonò l’attività nel 1945, Giannini lasciò come sempre i cassetti della propria scrivania aperta e alle proprie spalle chiuse la porta della banca più grande del mondo!




“Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna”, una grande mostra a Bologna

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9etruschiDopo l’emergenza COVID-19, da sabato scorso, 6 giugno, ha riaperto la grande mostra “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna” allestita al Museo Civico Archeologico di Bologna.
L’ambizioso progetto dedicato alla civiltà etrusca – circa 1400 oggetti esposti su oltre 1000 metri quadrati di superficie espositiva – sarà visitabile fino al 29 novembre 2020, grazie all’impegno congiunto di Istituzione Bologna Musei ed Electa e alla disponibilità di tutti i prestatori coinvolti che, con generoso spirito di solidarietà, hanno acconsentito a rendere possibile l’apertura, tra cui il British Museum di Londra, il Musée du Louvre di Parigi, il Musée Royal d’Art d’Histoire di Bruxelles, il Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen e i Musei Vaticani.
“Abbiamo riaperto i musei, al termine del lockdown, per ridare ai bolognesi e ora ai turisti la possibilità di visitarli e fare apprezzare loro il nostro patrimonio artistico e scientifico”, dichiara Matteo Lepore, assessore alla Cultura e Promozione della città del Comune di Bologna. “La notizia dell’apertura della mostra “Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna” è per noi molto importante perché aggiunge ai nostri percorsi culturali un itinerario di qualità, dando la possibilità di vivere la storia degli Etruschi attraverso opere provenienti da tutto il mondo. Ringrazio l’Istituzione Musei, i dipendenti del Museo Archeologico ed Electa per questo importante accordo raggiunto”.
“Siamo felici di offrire ai turisti e ai bolognesi l’esperienza unica di un viaggio nel tempo e nello spazio abitato dalle popolazioni etrusche”, commenta Roberto Grandi, presidente Istituzione Bologna Musei. “Aprire la mostra per questi 6 mesi è stato possibile, in primo luogo, perché i 60 musei ed enti prestatori hanno ritenuto che la grande qualità della esposizione giustificasse la concessione per un tempo così lungo di opere spesso tra le più significative delle loro collezioni. Siamo certi che questo sforzo congiunto di tante importanti istituzioni italiane e internazionali verrà ripagato da una presenza di pubblico numerosa che testimonia la curiosità e l’interesse per una civiltà che si è sviluppata dall’Italia meridionale fino al nostro territorio”.
Maurizio Ferretti, direttore Istituzione Bologna Musei, sottolinea a sua volta come “le condizioni di sostenibilità per riaprire in sicurezza la mostra sono state create grazie a uno sforzo straordinario sia del Comune di Bologna che di Electa. Si tratta di una disponibilità non scontata cui va riconosciuto un valore particolare, in ragione della sofferenza che il settore degli eventi espositivi sta attraversando in questo momento. Se si è riusciti a condividere questo percorso, lo si deve alla consapevolezza condivisa da tutte le parti del valore eccezionale di questa mostra. Si tratta davvero di una opportunità unica per scoprire un periodo di storia del territorio italiano poco conosciuta, attraverso un percorso ricco di informazioni e di cose sorprendenti da vedere”.
L’esposizione è progettata e promossa da Istituzione Bologna Musei | Museo Civico Archeologico, in collaborazione con la Cattedra di Etruscologia e Archeologia italica di Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, realizzata da Electa e posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana. Il progetto scientifico é a cura di Laura Bentini, Anna Dore, Paola Giovetti, Federica Guidi, Marinella Marchesi, Laura Minarini (Istituzione Bologna Musei | Museo Civico Archeologico) e Elisabetta Govi, Giuseppe Sassatelli (Cattedra di Etruscologia e Antichità Italiche Alma Mater Studiorum Università di Bologna). Il progetto di allestimento é a cura di Paolo Capponcelli, PANSTUDIO architetti associati. (aise)




Ilio Capocci, l’italiano che respinse gli USA dalla Repubblica Dominicana

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download 1Era l’aprile del 1962 quando gli Stati Uniti invasero la Repubblica Dominicana. Intendevano sostituire il presidente eletto Gaviño, le cui posizioni socialisteggianti erano in contrasto con quelle americane, con un loro fantoccio.

I dominicani opposero una resistenza disperata ed eroica.

Un italiano, Ilio Capocci, che aveva fatto parte dei sommozzatori della Decima Mas durante la Seconda Guerra Mondiale, vi partecipó ed istruí un corpo d’elite della Marina dominicana, quello degli “uomini rana”.

“Un Titano di decine di battaglie che morì il 19 maggio 1965 durante l’assalto al Palacio Nacional, dopo aver trascorso tutta la sua vita flirtando con la morte in altre guerre. Un veterano della Seconda Guerra Mondiale, venuto a morire nella Repubblica Dominicana. Protagonista della battaglia del Puente Duarte, unico veterano di guerra. Insegnò al presidente costituzionalista Francisco Caamaño Deño strategie e tattiche di combattimento. Capocci, che istruiva i militari costituzionalisti, istruí in poco tempo tutto un popolo a battersi per la sua libertà, a sconfiggere in maniera schiacciante gli sbirri traditori, mettendo in evidenza il coraggio del dominicano contro i nemici interni ed esterni. Ilio Capocci è stato uno dei combattenti di maggiore importanza in questo evento storico, epico ed eroico del nostro paese, senza sminuire con questo il valore e il coraggio degli altri indomabili Guerrieri della Libertà.” cosí scrive Henry Osvaldo Tejeda Báez.

Le sue imprese sono ricordate nei libri di storia dominicani che raccontano pure che Ilio, prima dell’assalto al palazzo della presidenza, era stato a colloquio con l’ambasciatore italiano a Santo Domingo. In quella occasione lo aveva salutato con queste parole: ““L’uomo non sa quando né dove nasce, ma può decidere quando e perché morire!”.

Le spoglie di Capocci riposano nel Cimitero dell’avenida Independencia, nella capitale dominicana