Incontro su “Emigrazione e mantenimento delle parlate venete in Brasile da generazione a generazione. Una storia di oltre un secolo” (27 dicembre)

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friuli venezia giulia a turriaco lincontro emigrazione e mantenimento delle parlate venete in brasile da generazione a generazione immagine18“Emigrazione e mantenimento delle parlate venete in Brasile da generazione a generazione. Una storia di oltre un secolo”: è l’incontro che si terrà sabato 27 dicembre, dalle 11, presso la sala consiliare di Turriaco (Gorizia), organizzato dal Gruppo costumi tradizionali bisiachi in collaborazione con il Comune di Turriaco e con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia. Ad annunciare l’evento è il consigliere regionale Enrico Bullian (Patto per l’Autonomia-Civica Fvg) ,che dialogherà con Anderson Felipe Peruzzo De Carvalho del Comune di São Domingos, Stato di Santa Catarina. L’incontro è aperto a tutti. “Anderson – spiega Bullian, già sindaco della cittadina isontina – è ospite a Turriaco per alcuni giorni e ha già collaborato con il Gruppo dei costumi bisiachi quando hanno svolto una trasferta in Brasile nel corso del 2024, quando i nostri ambasciatori della Bisiacaria nel mondo hanno incontrato la comunità dei Taliani di Sao Domingos”. “A 11mila chilometri da casa – prosegue il consigliere – , i nostri bisiachi attraverso il dialetto si sono parlati con naturalezza con i discendenti di questi veneti emigrati a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ma che hanno mantenuto la loro parlata, il Talian appunto (ormai una sorta di veneto-brasiliano). Nel passaggio fra varie generazioni – aggiunge il consigliere – è stato preservato l’uso della parlata veneta, nonostante in alcune epoche storiche lo Stato Brasiliano avesse proibito l’uso di lingue diverse dal portoghese, anche in ambito domestico. Dal 2014 è stato dichiarato come parte del patrimonio culturale del Brasile. Chi oggi usa il Talian in Brasile spesso non è mai stato in Italia e la loro comunità era la prima volta che riceveva una visita organizzata di italiani. Davvero una storia significativa che fa riflettere sul mantenimento dell’identità nella nostra emigrazione, che credo vada tenuta presente anche quando parliamo di immigrazione”. “Fra gli emigranti dell’epoca, dai racconti riportati, ci furono persone più anziane che non impararono mai il portoghese e che si finsero sordomute durante i controlli delle autorità brasiliane. Ad esempio, il trisavolo di Anderson partì da Enego, in provincia di Vicenza, a fine Ottocento e suo bisnonno nacque nel corso della traversata transatlantica sulla nave. Anderson ora è per la prima volta in Italia e siamo orgogliosi che proprio a Turriaco – conclude Bullian – potrà raccontare queste storie da preservare, non solo per interesse culturale, ma anche perché è bene sapere che difficoltà vissero i nostri progenitori non così tanti anni fa”. (Inform)




Potremo cantare “Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”, ma senza il “sì” alla fine

giornata dell’unitÀ nazionale

giornata dell’unitÀ nazionale

No al sì. Niente appendice emotiva alla fine dell’inno di Mameli. Lo stabilisce addirittura un decreto del Presidente della Repubblica del 14 marzo 2025 pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio. Traduzione: ufficiale, definitivo, senza controcanto.

L’ordine arriva dallo Stato Maggiore della Difesa, nero su bianco in un documento del 2 dicembre scorso: durante cerimonie ed eventi militari, quando “Il Canto degli Italiani” è eseguito nella versione cantata, il “sì!” finale non va pronunciato. Punto. Firma del generale Gaetano Lunardo. Diffusione capillare fino all’ultima stazione della Guardia di Finanza. Osservanza “scrupolosa”.

Perché? Le teorie circolano: messaggio subliminale di disarmo? Un modo elegante per dire “tranquilli, non si va in guerra”? Suggestioni. La versione ufficiale è molto più sobria e musicale. Questione di filologia. La legge richiama il testo originale di Mameli e lo spartito di Novaro. E nell’esecuzione “canonica” – quella del 1971 con Mario Del Monaco, oggi sul sito del Quirinale – dopo “Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò” non c’è nessun “sì”. Solo musica. Questione di purismo.

Peccato che la faccenda non sia così lineare. Perché se Mameli il “sì” non lo scrive, Novaro sì. E l’edizione critica del 2019 chiarisce che quel “sì” è un’aggiunta del compositore. Versione che Carlo Azeglio Ciampi aveva fatto sua. Ora no. Niente sì.

 

agenzia Dire – www.dire.it




Il 13 dicembre è Santa Lucia: dalla cuccìa alla notte più lunga, la storia del mito

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foto a 2 sito 2024 12 12t152741.199 1024x576Il 13 dicembre è il giorno in cui si festeggia Santa Lucia. Patrona di Siracusa, protettrice della vista, degli oculisti e dei ciechi, è la Santa della Luce, colei che illumina dopo la notte più buia dell’anno.

LA VITA

Lucia nasce a Siracusa verso la fine del III secolo in una ricca famiglia. Molto presto la ragazza avverte la chiamata del Signore al quale fa voto di castità. La madre, Eutichia, ignorando tutto ciò la promette però ad un giovane patrizio. Nel frattempo le condizioni di salute della donna, da tempo ammalata, iniziano a peggiorare e così Lucia decide di recarsi in pellegrinaggio a Catania per chiedere la grazia a Sant’Agata.  Inginocchiatasi davanti il sepolcro della Santa, quest’ultima le appare di fronte chiedendole di mantenere il suo voto di castità.  Subito dopo Eutichia guarisce e Lucia capisce che deve raccontare tutto a sua madre. La ragazza dona quindi tutti i suoi averi ai poveri e inizia a dedicarsi ai più bisognosi.

Il promesso sposo però non si rassegnò a perderla e decise di denunciarla al tribunale dell’impero romano. Sono questi infatti gli anni delle persecuzioni cristiane ad opera dell’imperatore Diocleziano. Lucia viene quindi arrestata, ma non rinnega la sua fede neanche quando le dicono che sarebbe stata mandata a prostituirsi. Inizia quindi la tortura della ragazza che termina il 13 dicembre del 304 con la sua decapitazione, o come è si legge in alcuni testi latini, a causa di un coltello conficcato in gola.

LA LEGGENDA DI SANTA LUCIA

Secondo la leggenda Lucia, consapevole del fatto che i suoi occhi avevano fatto innamorare il suo promesso sposo (e quindi erano fonte di peccato) decise di strapparli via e inviarli al suo fidanzato.  Un paio di occhi ancora più belli le vennero presto restituiti dal Signore. Sarebbe questa la ragione per cui viene spesso ritratta con un piattino in mano contenente due occhi. Il motivo per il quale è proprio lei la protettrice della vista è però probabilmente legato al suo nome: Lucia, da latino Lux, ossia Luce.

LA NOTTE DI SANTA LUCIA NON È LA PIÙ LUNGA CHE CI SIA

Secondo i detti popolari inoltre “la notte di Santa Lucia è la più lunga che ci sia“. Ciò però è solo parzialmente corretto: prima dell’introduzione del Calendario Gregoriano effettivamente il 13 dicembre era il giorno con meno ore di sole di tutto l’anno. Con l’introduzione del nuovo calendario però c’è stato uno slittamento di circa una settimana, per cui ora la notte più lunga dell’anno è il 21 dicembre.

L’ARANCINA DAY E LA CUCCIA DI SANTA LUCIA

Che la si chiami arancina o arancino poco importa. Le celebri palle di riso – che a Catania sono “a punta” – sono per i siciliani un vero e proprio must della propria cucina. Alla carne o al burro o nelle varianti più moderne, le/gli arancine/i  mettono d’accordo i gusti di tutti. Ma perché il cosiddetto arancinaday si “celebra” il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia?

La risposta è rintracciabile proprio nella storia della santa e nella devozione che il popolo siciliano ha nei suoi confronti. Devozione la cui origine risale al 1646. In quell’anno Palermo e tutta la Sicilia furono colpite da una grande carestia.

Per mesi i siciliani soffrirono una fame nera. Il 13 dicembre avvenne il miracolo che tutti aspettavano. Nel porto di Palermo arrivò un grande carico di grano, sufficiente a sfamare tutta la popolazione. La gioia fu talmente grande che non si ebbe la pazienza di lavorarlo. Lo si bollì semplicemente e lo si mangiò condendolo solo con un po’ d’olio. Allora nacque la cosiddetta “cuccìa” che ogni 13 dicembre si cuoce tradizionalmente, condita con cioccolato o ricotta.

I REGALI DI SANTA LUCIA

In alcune regioni italiane, Santa Lucia prende il posto di Babbo Natale. A lei, infatti, i bambini scrivono la letterina per richiedere i doni e preparano un piattino, con biscotti e vin santo, paglia e carota invece vengono messe per il suo asinello. Prima di dormire poi, tradizione vuole che si stenda sul pavimento un telo bianco dove verranno lasciati i regali

 

ag. Dire – www.dire.it




Baghdad, un tesoro della Mesopotamia antica

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Situato oggi nella periferia meridionale dell’attuale Baghdad, lo storico sito di Tell Muhammad rappresenta uno degli insediamenti più significativi della Mesopotamia antica. Dopo le indagini che hanno mostrato l’importanza del sito durante l’epoca di Hammurabi di Babilonia, l’interesse per Tell Muhammad è rinato grazie al progetto Baghdad Urban Archaeological Project, promosso dall’Università di Catania in collaborazione con lo State Board of Antiquities and Heritage iracheno e sostenuto dal Ministero degli Affari Esteri italiano. La missione ha ripreso gli scavi nel 2022, restituendo al presente un patrimonio eccezionale: tra i risultati più significativi, emergono un sistema di mura difensive — con porta monumentale — di epoca Paleobabilonese (ca. 1900-1600 a.C.), strutture residenziali e artigianali, antichi sistemi di gestione delle acque.

Vita quotidiana, attività produttiva e ritualità funeraria nell’antica Mesopotamia

Durante l’ultima campagna di scavo conclusa da poche settimane, gli archeologi hanno portato alla luce ampi settori produttivi che si trovavano all’interno degli edifici posti in prossimità delle fortificazioni settentrionali. In particolare, sono state messe in luce delle stanze dell’epoca di Hammurabi di Babilonia che rappresentavano una sorta di fucina con una serie di forni e di installazioni legate all’utilizzo del fuoco. Qui la produzione di cibo si mescolava a quella di metalli, come evidenziato dalla scoperta di un crogiolo di terracotta quasi intatto al cui interno si trovavano ancora i resti della fusione dei metalli e che è tra i pochi esemplari trovati in contesti archeologici della Mesopotamia.

Ma l’aspetto straordinario di questa stagione è stata la presenza di tombe poste al di sotto dei pavimenti di questi edifici. I morti continuavano quindi a seguire i vivi attraverso una contiguità tra spazi produttivi e quelli dedicati al mondo degli inferi. La modalità di deposizione dei defunti differiva tra infanti e adulti, ma i luoghi erano i medesimi come evidenziato da una stanza dedicata al culto dei defunti, con un altare che presentava ancora i resti di libagioni, nella quale gli infanti erano posti all’interno di vasi in ceramica accanto ad un individuo adulto con le gambe allargate e le mani sul pube con due bicchieri in ceramica che rappresentavano il corredo funerario. I testi mesopotamici ci ricordano che la rimembranza dei defunti (denominata kispum in Accadico) avveniva esattamente come evidenziato dal contesto archeologico appena descritto. A Tell Muhammad, il connubio tra vita e morte doveva essere un trait d’union costante non solo grazie alla presenza di tombe all’interno degli edifici o di altari dedicati al culto dei defunti, ma grazie all’iconografia riconoscibile nei numerosi sigilli oltre che a figurine in terracotta.

 

Verso il futuro: Un progetto di cooperazione per stimolare il turismo culturale in Iraq

In conclusione, Tell Muhammad emerge oggi come un sito chiave per comprendere la complessità politica, economica e culturale della Mesopotamia. Le sue mura, i suoi canali, le sue ceramiche e i suoi templi raccontano una città viva, stratificata, articolata — una città che non è più semplice “testimonianza del passato”, ma ponte concreto tra noi e migliaia di anni di storia umana e la cui futura narrazione sarà prevista grazie al parco archeologico di Tell Muhammad e Tell Harmal previsto quale parte del progetto di cooperazione ArTourBagh finanziato dal MAECI attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS) e che vede la collaborazione tra le Università di Bologna e Catania con il coordinamento del Prof. Nicolò Marchetti.




Muro di Berlino: a 36 anni dalla caduta, le curiosità sull’evento che cambiò il mondo

muro di berlino porta di brandeburgo 2

muro di berlino porta di brandeburgo 2“Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente”. (9 novembre 1989, Günter Schabowski, Membro del Politburo del Partito Socialista Unitario della Germania e Ministro della Propaganda della DDR)

Il 9 novembre del 1989 la storia del mondo voltò drasticamente pagina con la caduta del Muro di Berlino. Trentasei anni dopo, l’evento ha ancora un peso a livello globale, non solo per la sua importanza storica, ma per l’interpretazione, la memoria e i miti a cui è legato. Molti ricordano centinaia di berlinesi ballare e festeggiare in cima del muro a Porta di Brandeburgo quella sera, ma quello che è realmente accaduto, e ciò che realmente significava, sono fatti meno chiari.

Scopriamo qualche curiosità su questo evento della Guerra Fredda, che divise in due la città di Berlino per 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989.

IL MURO DI BERLINO NON ERA SOLO UNO

Quello che noi oggi identifichiamo come muro di Berlino, in realtà, era composto da due mura, separate da uno spazio variabile la cui estensione massima era di 150 metri. Quest’area era conosciuta come “striscia della morte”: al suo interno cani, torri di guardia, proiettori, fossato anticarro e guardie armate con ordine di sparare per uccidere. Questo sistema di fortificazioni di 155 km circondava Berlino Ovest, separandola dalla comunista Berlino Est e dalla campagna circostante della Germania Est.

Un’altra barriera, con più di 1 milione di mine, fossati e filo spinato, fu eretta per 1370 km lungo il confine  tra Germania Est e Ovest. Tutto questo fu fatto per non fare uscire i tedeschi della Germania Est, non per tenere fuori gli altri.

IL MURO NON È CADUTO IL 9 NOVEMBRE

In realtà il 9 novembre è una data simbolica. Quella notte, come nelle settimane successive, le autorità della Germania Est rimossero pezzi del muro per creare più punti di passaggio tra Est e Ovest, e innumerevoli persone armate di martelli e scalpelli presero a picconate il muro.

Ma la maggior parte ancora era in piedi. La demolizione ufficiale del muro iniziò un anno dopo, nell’estate del 1990. Ci sono voluti quasi due anni per rimuovere tutte le fortificazioni di confine intorno a Berlino e quattro anni per smantellarle lungo l’ex confine tra Est e Ovest tedesco. La Germania fu ufficialmente riunificata il 3 ottobre 1990, data designata per il “Giorno della riunificazione”. A Berlino è rimasto poco più di 1,5 km del muro, sparso in diversi siti. Alcuni segmenti sono in mostra negli Stati Uniti e nella capitale tedesca.

UN PEZZO DI MURO SI TROVA NEL BAGNO DI UN CASINO’ DI LAS VEGAS

La demolizione ufficiale del muro di Berlino è iniziata nell’estate del 1990. Più di 40.000 sezioni di pareti sono state riciclate in materiali da costruzione, ma alcune centinaia di segmenti sono state vendute all’asta e sono ora sparse in tutto il mondo. Dai giardini vaticani al bagno per uomini del Main Street Station Casinò di Las Vegas, dove gli orinatoi sono montati su un segmento di muro coperto di graffiti e protetto dietro il vetro.

IL MURO DI BERLINO È CADUTO PER ERRORE

In una conferenza stampa del 9 novembre 1989, il membro del politburo della Germania Est, Günter Schabowski, annunciò prematuramente che le restrizioni sui visti per la popolazione dell’est sarebbero state revocate con effetto immediato. Ma le sue parole furono fraintese. In realtà, la decisione doveva essere annunciata il giorno seguente e avrebbe comunque richiesto ai tedeschi dell’Est di passare attraverso una lunga procedura burocratica per la richiesta di visto. Poche ore dopo l’annuncio, una folla si riversò al checkpoint di Bornholmer.

Harald Jäger, l’ufficiale capo in servizio, dovette affrontare una moltitudine crescente di persone che chiedevano a gran voce di varcare il confine. Jäger aprì il valico di frontiera da solo, e presto la stessa cosa accadde agli altri cancelli.

IN FUGA DAL MURO

Più di 5.000 persone riuscirono a fuggire: nascondendosi in compartimenti segreti di auto guidate da persone provenienti da Occidente, volando oltre il muro in mongolfiere, viaggiando attraverso un tunnel scavato sotto il muro, nuotando attraverso canali o corsi d’acqua di Berlino, o semplicemente correndo. Centinaia, forse migliaia, di persone invece, sono state uccise mentre cercavano di fuggire; altre sono state catturate e imprigionate. Ricercatori tedeschi stanno ancora indagando su quante persone esattamente sono morte alla frontiera.

agenzia DIRE – www.dire.it




MATANZAS rosso sangue

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6291affb9e91c62766c6ecc1 st. augstine history 1460 anni fa il massacro  di S. Augustine che vide coinvolti anche gli italiani

Ha un nome suggestivo, vi abitano gli unici Nativi che non hanno mai firmato un trattato di resa, vi nacquero il più antico insediamento degli attuali Stati Uniti e la figura leggendaria del futuro cowboy: la Florida emana  decisamente un alone di fascino dalla sua centeneria storia e altrettanto fascino traspira dalle  tracce dei primi  italiani approdati in terra nordamericana. Se la saga dei grandi navigatori ha visto scorrere sui mari del Nuovo  Mondo vari volti originari della penisola, la Florida può vantare il primo segnale di emigrazione italiana stabile  che si sarebbe moltiplicata negli anni.  E’ S. Augustine il punto di partenza della storia stanziale europea in  Nordamerica.

20231007+spanish slaughtering french huguenotsGiunto in Florida nel 1513 Juan Ponce de Leòn approda nei pressi dell’attuale Cape Canaveral e  la battezza con l’appellativo attuale in onore della Pasqua Florida spagnola (e anche della rigogliosa flora tropicale).  Poco fiorita è invece l’accoglienza riservata agli spagnoli da parte delle tribù indigene e gli uomini  di Leòn devono rapidamente ripiegare sulle navi per evitare il peggio. Proseguiranno le loro scoperte veleggiando verso nord ma sarà Panfilo de Narvaez ad esplorare il bellissimo golfo dello stato americano, nel 1528, riuscendo anche a ottenere dei successi contro le tribù ostili della zona. Rimasto in pochi uomini a causa di una violenta bufera, l’amico di  Hernàn Cortéz (conquistatore del Messico) divise le sue forze e iniziò la sua esplorazione del territorio mentre le navi lo seguivano per via mare. Il contingente terrestre incontro degli indigeni che iniziarono  a magnificare gli ingenti depositi auriferi presenti nei territori del nord. Arrivati  ad Appalachee gli spagnoli capirono di essersi illusi e si misero in attesa della flotta che non fece mai ritorno.

images(1)Iniziò così una delle più incredibili avventure umane. Costruite delle zattere di fortuna, i reduci tentarono di tornare in Messico costeggiando i territori dell’attuale sud degli Stati Uniti: una nuova bufera, davanti al Texas, mise fine alla vita di gran parte di loro e tra questi c’era Panfilo de Narvaez. L’odissea proseguì per i pochi  superstiti che soltanto otto anni dopo lo sbarco in Florida, ritornarono, in numero di soli tre, in Nueva Espana (Messico), superando avventure che hanno dell’incredibile, e lasciando alla penna di uno di loro (tale Cabeza  de Vaca) la testimonianza della loro storia. I racconti dei superstiti portarono ad una nuova impresa e nel 1539  toccherà a Fernando de Soto, lanciatosi alla ricerca delle favolose città d’oro ( e dopo mesi di conquista e  massacri), raggiungere le sponde del grande Mississippi.

carolinatofloridacoast1733Durante quest’ultima spedizione gli spagnoli ritrovarono anche, quale dignitario di una delle tante tribù Seminole, un altro superstite della spedizione De Narvaez, tale Juan Ortiz, che ridotto a schiavo e poi messo a morte venne graziato dagli indiani per intercessione della figlia del capo villaggio (una storia che ricorrerà un secolo dopo nel New England  tra la principessa Powhatan Pocahontas e il capitano inglese John Smith).

Gli italiani, in terra florida comparvero alla fine delle grandi imprese avventurose spagnole. Tra il 1562 e il 1564 approdarono infatti sulle spiagge di Miami due spedizioni francesi. Si trattava di ugonotti, uomini dal credo religioso inviso alla corona di Francia (all’epoca dominata da una rappresentante della famiglia de’Medici di Firenze), e decisi a trovare un nuovo rifugio in terra americana. I francesi si accamparono sulle sponde dell’attuale St. Johns River, battezzando l’area “La Caroline” in onore del sovrano Carlo IX.  Vita difficile per questo primo nucleo di transpalpini, che riuscì a sopravvivere soltanto grazie ad una nuova spedizione di aiuto, capitanata da Jean Ribault, e che superò anche un complotto ai danni di Renè de Laudonnière, cui partecipò Stefano Genoese. Di questo italiano, grande avversario del leader ugonotto, le notizie sono alquanto precarie. Genoese, uscito sconfitto dal tentativo di rovesciare il comando, fu giustiziato.

castillo de san marcosLa storia della Florida, tra il 1564 e il 1575 si tinge di sangue coloniale. Ai francesi infatti reagiscono in modo impetuoso i reali di Spagna che spediscono in America l’efficientissimo Pedro Menèndez de Avilès, il quale fonda il villaggio più longevo degli attuali Stati Uniti, S. Augustine, rinforzandolo, dopo un primo tragico saccheggio perpetuato dal famoso corsaro inglese Francis Drake, con l’imprendibile castillo de San Marcos.

Gli spagnoli si misero subito all’opera contro quelli che consideravano eretici e i francesi reagirono trincerandosi nella città di Fort Caroline. Renè de Laudonnière decise però di tentare l’attacco a sorpresa alla fortezza spagnola, e tra gli uomini che comandavano il suo contingente vi era Nicola Ornano, un italiano di  Corsica appartenente ad una famiglia destinata a dare numerosi condottieri alle bandiere francesi. Viceammiraglio della flotta di Ribault, e comandante della nave Emerillon, Nicola Ornano subì il destino di tutta la comunità francese di Florida. La spedizione di de Laudonnière infatti si sfaldò sotto la forza degli uragani tropicali, aprendosi al micidiale contrattacco spagnolo. La storia ricorda quei giorni con un sinistro nome: il massacro di Matanzas. Il 29 settembre del 1565 infatti i superstiti del primo gruppo d’attacco (sfiniti e affamati) furono circondati dagli spagnoli. Accettata la resa, 130 francesi furono però giustiziati a tradimento: la vita venne risparmiata soltanto a coloro che si dichiararono cattolici.

staugustine1702siege(1)Il secondo gruppo, capitanato da Ribault arrivò sul luogo del massacro il 12 ottobre, in condizioni disperate. In questo gruppo vi era anche Nicola Ornano, il quale subì la stessa sorte degli altri 134 francesi: pur osservando i miseri resti del primo gruppo di francesi, gli uomini di Ribault decisero di arrendersi e vennero giustiziati, con l’esclusione di altri sedici graziati. Toccherà simile sorte anche a un altro italiano al servizio della Francia.

Dieci anni dopo il massacro  di Matanzas, Nicola Strozzi, capitano della nave “Prince”, venne catturato da Pedro Menendez Maques, nipote del comandante spagnolo autore della strage.  Nicola Strozzi era capitano al servizio del re di Francia, ed era figlio di Simone Strozzi e di Albiera di Iacopo Bindi, mantenendo alto il nome della nobile famiglia italiana nei mari del mondo. Esperto navigatore e combattente, egli si era distinto in vari scontri con i turchi ma, arrivato nei mari del Nuovo Mondo come capitano della nave “Prince”, trovò ad attenderlo una fine crudele. Pedro Menendez Marques lo fece prigioniero e gli chiese un riscatto per avere salva la vita. Strozzi accettò ed offrì al nemico 300 ducati per riacquistare la libertà: in cambio venne repentinamente giustiziato dall’avversario, emulo del feroce zio… e della moneta non si ebbe più nessuna traccia!

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Nelle acque torbide del fine Cinquecento altri italiani approdarono sulla costa della  Florida. Molti furono al servizio della corona spagnola e si insediarono nel villaggio di S.Augustine  contribuendo a formare la prima città stabile dei futuri Stati Uniti. Di loro restano pochissime tracce: erano per  lo più domestici, soldati semplici, artigiani al servizio dei condottieri nobili spagnoli sbarcati in terra americana. Tra i 2646 marinai e armigeri imbarcati sui 34 vascelli spagnoli della flotta di Menendes de Aviles, c’erano infatti tantissimi italiani residenti nei territori spagnoli della penisola. Tra essi spicca il nome di un certo Augustino Espinola (o Spinola) grande collaboratore del condottiero spagnolo. Francesco Genoese invece servì  l’autore della strage di Matanzas  sulle navi della sua flotta in rotta verso i territori americani. Italiano infine, anche se il suo nome è scomparso dagli annali della storia, fu il cappellano del capitano Francisco Lopez Mendoza Grajales, ovvero il primo uomo a mettere piede sul terreno dove sorse S. Augustine, il bisnonno dei  paesi statunitensi.




8 ottobre 1871: il grande incendio di Chicago e l’aiuto degli italiani

chicago in flames by currier & ives, 1871 (cropped)

chicago in flames by currier & ives, 1871 (cropped)Nella notte tra l’8 e il 9 ottobre 1871, un terribile incendio devastò la città di Chicago, negli Stati Uniti. In poco più di 24 ore il fuoco distrusse oltre 17.000 edifici, lasciò senza casa quasi 100.000 persone e provocò più di 300 vittime. Fu una delle più grandi catastrofi urbane del XIX secolo.

Tra i quartieri rasi al suolo vi erano anche quelli abitati da immigrati europei, e la comunità italiana fu tra le più colpite. Molti connazionali persero tutto: case, botteghe, chiese, attività costruite con sacrifici negli anni precedenti. Eppure, proprio da quella tragedia nacque una forte solidarietà: associazioni italiane e comitati di mutuo soccorso, come la Società di San Rocco, si mobilitarono per aiutare i più bisognosi, distribuendo viveri e organizzando raccolte fondi anche in Italia.

Quell’esperienza segnò l’inizio di una lunga storia di partecipazione civica degli italoamericani a Chicago. Dalle macerie del 1871 emerse una comunità più unita, che negli anni successivi fondò scuole, giornali e parrocchie, diventando parte integrante della rinascita della città.

Oggi il grande incendio è ricordato con memoriali e musei, ma per gli italiani all’estero resta anche un capitolo di resilienza e orgoglio comunitario, che testimonia come, anche nelle avversità, gli emigrati seppero fare fronte comune e contribuire alla ricostruzione.




Genio senza confini: Leonardo da Vinci e la sorprendente anticipazione di una tecnica giapponese

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1000094217Un legame inatteso tra Rinascimento e Sol Levante

L’annotazione che riscrive la storia

In un passo del Codice Madrid II (87r), Leonardo scrive:
«Si manterranno meglio scortecciati e abruciati in superficie che in alcun altro modo.»

Parole essenziali, ma dal valore rivoluzionario. Fino a quel momento, infatti, i metodi di conservazione del legno erano perlopiù passivi: le palafitte veneziane, ad esempio, si basavano sull’immersione in acqua per sfruttare l’ambiente anaerobico che rallentava la decomposizione. Leonardo, invece, proponeva un intervento attivo: modificare le proprietà del legno attraverso una manipolazione diretta, ovvero la carbonizzazione superficiale.

La sua intuizione anticipava di oltre due secoli il procedimento giapponese dello Shou Sugi Ban (o Yakisugi), documentato solo dal XVIII secolo.

Tra Plinio, Vitruvio e Palladio: la cultura dietro l’invenzione

L’annotazione di Leonardo non nasce dal nulla. Il Codice testimonia il suo confronto con i grandi autori dell’antichità:
– Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, descriveva le caratteristiche dei materiali naturali.
– Vitruvio, con il De Architectura, offriva consigli su tempi e modalità di taglio del legname.
– Rutilius Taurus Aemilianus Palladius, agronomo romano, trattava la coltivazione e la conservazione delle foreste.

Leonardo, “lettore onnivoro”, non si limita a copiare: mette a confronto queste fonti, ne evidenzia le divergenze e integra il tutto con osservazioni pratiche personali. È proprio qui che emerge il suo genio: l’annotazione sulla bruciatura del legno non compare in nessun autore antico, ma rappresenta un’idea originale, frutto di sperimentazione.

La scienza dietro la bruciatura

Oggi sappiamo che la carbonizzazione superficiale produce tre effetti fondamentali, perfettamente coincidenti con quanto avviene nello Shou Sugi Ban giapponese:

1. Impermeabilità e resistenza agli agenti atmosferici – Il fuoco elimina l’umidità residua e chiude i pori del legno. Lo strato carbonizzato diventa una barriera contro l’acqua e le variazioni climatiche.
2. Protezione dagli incendi – Paradossalmente, il legno già bruciato in superficie resiste meglio alle fiamme, perché lo strato di carbone rallenta la propagazione del calore.
3. Difesa da insetti e funghi – Il calore elimina zuccheri e componenti nutritive della cellulosa, rendendo il materiale inospitale a parassiti e muffe.

Un caso di invenzione convergente

Gli studiosi escludono che Leonardo potesse conoscere pratiche giapponesi: tra il Quattrocento e il Cinquecento il Giappone era pressoché isolato e lo Yakisugi non era ancora documentato.
La coincidenza è dunque straordinaria: due culture distanti, senza alcun contatto, hanno trovato la stessa soluzione tecnica a un problema comune. Un fenomeno noto come invenzione convergente.

Eppure alcuni studiosi si chiedono se gli scambi culturali avviati nel XVI secolo dai navigatori portoghesi e spagnoli possano aver portato tracce indirette delle idee di Leonardo in Oriente. È un’ipotesi affascinante.

leonardo madrid ii 157rLeonardo, il legno e le sue mille applicazioni

Per Leonardo il legno non era un materiale qualunque. Nel Rinascimento, esso era la base di ponti, navi, macchine e strumenti musicali. Il Codice di Madrid rivela la sua attenzione per ogni aspetto del materiale:

– Scelta della specie: quercia e rovere per resistenza; frassino e tiglio per flessibilità e leggerezza; ontano e salice per lavori subacquei.
– Stagionatura naturale: lasciare i tronchi “sopra le radici” per far scolare gli “umori” (linfa), riducendo deformazioni e fragilità.
– Uso in architettura: castagno e faggio per “chiavi e catene” murarie, elementi strutturali che rinforzavano gli edifici.
– Musica e acustica: acero e tiglio per strumenti musicali, dove la qualità del suono dipende dalla fibra e dalla stagionatura.

Una lezione di modernità

La riscoperta dell’annotazione di Leonardo da Vinci, messa in luce da studiosi come Annalisa Di Maria, Andrea da Montefeltro e Lucica Bianchi, non è solo una curiosità erudita. È la dimostrazione di come il genio rinascimentale avesse intuito principi oggi alla base della scienza dei materiali e della bioarchitettura sostenibile.

Lo stesso trattamento che Leonardo suggeriva per preservare pali, travi e ingranaggi, oggi viene adottato da architetti contemporanei per rivestimenti, facciate e design ecocompatibile.

Il pensiero leonardesco, radicato nella conoscenza degli antichi ma proiettato nel futuro, continua a insegnarci che innovazione e tradizione non sono opposti, ma parti di un dialogo senza tempo.




Marcinelle, 69 anni fa. Per non dimenticare

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marcinelle orig“L’Italia non dimenticherà mai la catastrofe del crollo della miniera di carbone del Bois du Cazier di Marcinelle”. Così il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni oggi 8 agosto,  69° anniversario della tragedia di Marcinelle e 24ª Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo . “L’8 agosto di 69 anni fa – ricorda Meloni -, 262 minatori hanno perso la vita nel buio di una miniera, lontani dalle loro case e dai loro affetti, nell’adempimento del loro dovere. L’Italia ha pagato il prezzo più alto di questa tragedia europea e noi oggi rendiamo omaggio ai nostri 136 connazionali che – come tanti altri – sono stati costretti ad abbandonare la terra dove erano nati e cresciuti per trovare altrove maggiori opportunità di lavoro. Dal ricordo di quel disastro è nata la “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”. Ricorrenza fortemente voluta dall’indimenticato Ministro Tremaglia per omaggiare tutti i lavoratori italiani caduti in ogni continente e il contributo che hanno assicurato, con dedizione e umiltà, allo sviluppo delle Nazioni che li hanno accolti.  Oggi, in questa Giornata, voglio fare mie le parole pronunciate proprio da Mirko Tremaglia l’8 agosto 2001 in occasione della sua prima visita ufficiale alla miniera come Ministro per gli Italiani nel mondo: “Marcinelle rappresenta il simbolo della sofferenza, della fatica, del sangue versato sul lavoro dagli italiani nel mondo e dai loro fratelli europei e la superiorità di quell’umanesimo del lavoro allora ignorato che riconosce, a chi lavora, dignità e parità di diritti e di doveri”. Parole – conclude il Presidente del Consiglio  – che risuonano in tutta la loro attualità e che rinnovano il profondo debito di riconoscenza nei confronti dei nostri connazionali e della grande storia dell’emigrazione italiana”. (Inform)




Hiroshima e Nagasaki: 80 anni dopo nel mondo ci sono oltre 12.000 atomiche

bomba atomica

bomba atomicaAlle 8.15 del 6 agosto del 1945 il mondo scoprì l’Apocalisse a Hiroshima: Enola Gay aveva sganciato Little boy che esplose riducendo in cenere ogni forma di vita e sciogliendo persino l’acciaio. La prima bomba atomica che portò a termine la sua missione provocò oltre 140.000 vittime e la distruzione di circa il 70% degli edifici della città giapponese. Di lei resta nell’immaginario collettivo il gigantesco “fungo” di fumo, alto 12 km, visibile fino a 640 km: una immagine diventata sinonimo di orrore e crudeltà, monito per l’umanità. Tre giorni dopo l’orrore si è ripetuto identico a Nagasaki: “Fat Man”, l’ordigno caricato con plutonio-239, tocca terra ed esplode a soli 500 metri di distanza dalla scuola elementare di Shiroyama alle 11.02 di mattina, con le aule piene di alunni. La seconda bomba atomica uccise subito 40.000 persone, un numero che entro la fine del 1945 salirà a 74.000 morti.

I NUOVI CONFLITTI RIPORTANO L’INCUBO DELLA BOMBA ATOMICA, PERCHÈ

A distanza di 80 anni, i nuovi importanti conflitti in medio oriente e nella stessa Europa, ma soprattutto la recente escalation militare tra Israele e Iran, ha riportato con forza al centro del dibattito internazionale la questione delle armi nucleari e ha ricordato al mondo che l’incubo di Hiroshima e Nagasaki può tornare. Dal 1945 ad oggi il nostro Pianeta ‘conserva’ 12 mila atomiche: secondo una recente inchiesta pubblicata il 9 luglio scorso sul settimanale L’Espresso, più precisamente nel mondo, attualmente, ci sono 12.241 testate nucleari. La corsa agli armamenti nucleari dal 1945 è stata motivata dall’effetto “deterrenza” e dalla garanzia di pace e stabilità: motivazioni che oggi appaiono però molto fragili

IL “CLUB NUCLEARE”: CHI NE FA PARTE

In base ai termini del trattato di non proliferazione nucleare (TNP), in vigore dal 5 marzo 1970, sono considerati “Stati con armi nucleari” quegli Stati che hanno assemblato e testato ordigni nucleari prima del 1º gennaio 1967. A far parte del ‘club nucleare’ sono quindi gli Stati uniti d’America, la Russia (erede dell’Unione sovietica), il Regno Unito, la Francia e la Cina: ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Sono questi i cinque Paesi che ad oggi ‘ufficialmente’ posseggono un arsenale nucleare.

MINE VAGANTI ‘FUORI’ DAL TRATTATO: INDIA, PAKISTAN, COREA DEL NORD E ISRAELE

Ci sono infatti poi altri Paesi che non aderiscono al Trattato di non proliferazione e che hanno sviluppato o posseggono bombe nucleari. Sono India, Pakistan, Corea del Nord (che aveva aderito al Trattato nel 1985 ma poi si era ritirata nel 2001) e Israele. In particolare, quest’ultimo Paese ufficialmente nega di avere ordigni atomici, ma ‘fonti non ufficiali’ riportate dal settimanale, stimano che abbia 90 testate.

LA MINACCIA ‘IRAN’

L’Iran resta ufficialmente parte del Tnp e motiva il proprio programma nucleare come “pacifico”. Tuttavia, l’arricchimento dell’uranio al 60 per cento, il rapporto problematico verso Israele e la propaganda contro questo paese sollevano dubbi. Per gli Stati Uniti- che hanno affiancato l’attacco israeliano ai reattori- Teheran non abbia ancora deciso di costruire un’arma, ma ne possiede le capacità tecniche. L’Iran è considerata quindi una potenza nucleare latente.

CHI HA CHIUSO CON IL NUCLEARE

Ci sono poi gli Stati che al contrario hanno deciso di ‘chiudere’ con il nucleare ed eliminare le proprie dotazioni. Il Sudafrica allestì il suo forziere nucleare tra la metà degli anni ’70 e la fine degli ’80 del secolo scorso, ma se ne liberò nel 1991. Poi i Paesi ex Urss come Bielorussia, Kazakistan e Ucraina: una volta divenuti Stati indipendenti smantellarono gli armamenti o li restituirono all’ex casa madre russia.

L’ITALIA HA LA BOMBA ATOMICA?

E l’Italia? Dove si colloca il nostro Paese in questa classificazione? Siamo liberi dalla presenza di testate nucleari? Le risposte a queste domande cadono nella categoria del “nuclear sharing”: ovvero l’Italia non possiede di per sé una ‘sua’ bomba nucleare ma è un paese ospite, disponibile ad ospitarla per conto della Nato. Accetta la condivisione nucleare “in caso di conflitto”. Dal 2018 i Paesi Nato che aderiscono a questo programma sono il Belgio (con 10 testate dislocate nella base di Klein Brogel), la Germania (10-20 testate nella base di Büchel), l’Italia (ci sarebbero 50 testate ad Aviano e 20-40 in quella di Ghedi), i Paesi Bassi (10-20 testate nella base di Volkel) e la Turchia (50-90 testate nella base di Adana). Sono numeri approssimativi ricostruiti attraverso una rassegna stampa da Wikipedia.

L’ALLARME DEL SIPRI: “NUOVA CORSA AGLI ARMAMENTI NUCLEARI”

I numeri delle testate nucleari non possono infatti mai essere precisi, perché restano segreto di Stato. Per la maggior parte degli Stati con armi nucleari esistono solo stime basate su analisi di esperti, dichiarazioni pubbliche e fughe di notizie. Fanno eccezione gli Stati Uniti e la Russia che, sulla base della serie di trattati START, devono sottoporre i propri arsenali nucleari a periodiche ispezioni pubbliche. Secondo l’ultimo rapporto dedicato allo stato della sicurezza globale del Sipri, l’istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, pubblicato lo scorso 16 giugno,  “sta emergendo una nuova e pericolosa corsa agli armamenti nucleari in un momento in cui i regimi di controllo degli armamenti sono gravemente indeboliti“.

LA CLASSIFICA DEGLI ARSENALI NUCLEARI NEL MONDO: I NUMERI DEL SIPRI

Stando ai calcoli del Sipri, a inizio 2025 l’arsenale nucleare mondiale ammontava a 12.241 unità, concentrate nelle mani di nove Stati: Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele. Questa cifra mette insieme le testate pronte ad un potenziale utilizzo – un totale di 9.614 ordigni, di cui 3.912 già armati su missili e aerei (circa 2.100 di questi si troverebbero in stato di “alta allerta operativa”) e 5.702 conservati in depositi – e quelle ritirate (cioè per così dire messe in pensione, ma non smantellate), attestatesi a quota 2.627.
La quasi totalità di queste testate appartengono a Washington e Mosca. In termini numerici Russia e Usa detengono attualmente circa il 90 per cento delle armi atomiche mondiali. L ’arsenale che cresce più velocemente è quello di Pechino. Ad oggi, certifica l’Istituto di Stoccolma, la Repubblica popolare dispone di almeno 600 testate nucleari e potrebbe arrivare a disporre di circa un terzo di quelle di Usa e Russia entro il 2035. Pure lo stock del Regno Unito dovrebbe crescere, così come quelli dell’India e, potenzialmente, anche del Pakistan. In dettaglio, ecco chi ha cosa secondo il rapporto Sipri aggiornato a gennaio scorso: Russia 4.309 testate, Stati Uniti 3.700, Cina 600, Francia 290, Regno Unito 225, India 180, Pakistan 170, Israele 90, Corea del Nord 50 testate.

(photo credit: sistema bibliotecario del Friuli Sbhu/ web)

 

Agenzia DIRE – www.dire.it