Santa Domenica Talao, la culla dell’immigrazione italiana nella Repubblica Dominicana

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santa domenica 1I Nardi, come i Russo, i Grisolia, i Pappaterra, i Di Franco, Di Puglia, San Giovanni, D’Allessandro, Riccetti, Senise, Longo, Schiffino, Conte, Oliva, Di Carlo, Sarubbi, Di Vanna e tanti altri, arrivarono nella Repubblica Dominicana oltre cent’anni fa da Santa Domenica Talao, borgo dell’alto Tirreno cosentino. In maggioranza piccoli si trattava di possidenti e professionisti. Si stabilirono a Santiago, La Vega, Puerto Plata e Gaspar Hernandez.

Tutto ebbe inizio 150 anni fa. La Spagna abbandonava volontariamente Hispaniola. I Savoia conquistavano il regno di Napoli. Un certo “sergente”, originario di Santa Domenica Talao, in servizio nella cittá di Puerto Plata con l’esercito borbone, tornato in patria, ebbe modo di constatare la grande crisi provocata dalle nuove leggi savoiarde. Raccontò di un nuovo e libero paese nel nuovo mondo. Fu il primo a tornare.

In quel tempo Puerto Plata era la capitale della nascente Repubblica Dominicana. Poco a poco: “u sargentu” fu seguito da molti paesani i quali prosperarono molto. La casa Di Vanna & Grisolia, per esempio, quasi monopolizzò il commercio d’esportazione di tutto il Cibao. Molti si unirono e fondarono un’associazione benefica, denominata “Pro Santa Domenica Talao”, unicamente per inviare risorse monetarie  in patria. Tali somme furono usate dalle autorità facendone palese la provenienza.

Attualmente nella Repubblica Dominicana sono migliaia i discendenti di quei lontani pionieri, molti arrivati alla sesta generazione. Tanti altri, nati negli anni trenta e quaranta, parlano tuttora il dialetto del paese, imparato nelle case materne, giacché nessuno di quei vecchi emigranti conosceva la moderna lingua italiana e comunicavano in spagnolo con altri connazionali non meridionali. I dialetti italici, infatti, sono molto diversi e spesso incomprensibili tra loro. Per questo è bravo chi è in grado di capire anche solo alcuni dei tanti proverbi italici in lingua locale.  Piemontese: “L’aso ‘d Cavor as lauda da sol”. Friulano: “Il clip di mai svee il caj”. Sardo: “Trunch’ e figu, hast’e figu”. Pugliese: “vi dim nu pikk’ a cci si ttu e a cci só jji”. Siciliano: “ca cu voli a butti ghina e a muggheri ‘briaca”.

Detto questo, é facile intuire che, se tutti gli emigranti italiani d’Argentina, avessero parlato una sola lingua, oggi sarebbe quella ufficiale in quella nazione.

Nella foto: Membri della numerosa colonia calabrese da Santa Domenica Talao (cs)

Foto scattata nella città di Santiago de los Caballeros, Rep. Dominicana. Anno 1916




Addio a “Il Vesuvio”: demolito a Santo Domingo lo storico ristorante italiano sul Malecón

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3163ae53 bd1d 4228 9ec9 1b887582b9a4Con lui se ne va un pezzo autentico della presenza italiana nei Caraibi

È stato abbattuto nei giorni scorsi l’edificio che per oltre sessant’anni aveva ospitato il ristorante Il Vesuvio, sulla Avenida George Washington, il celebre Malecón della capitale dominicana. Con la sua demolizione scompare un punto di riferimento non solo gastronomico, ma anche simbolico per la comunità italiana a Santo Domingo e per molti dominicani amanti della buona cucina.

Le origini: un napoletano con un sogno

Il Vesuvio fu inaugurato nel gennaio del 1954 da Annibale Bonarelli Izzo, originario di Napoli e arrivato in Repubblica Dominicana l’anno precedente, nel 1953. Con l’aiuto della moglie Immacolata Pascale Landi, creò uno dei primi ristoranti italiani del paese.

All’inizio contava solo 18 tavoli, ma offriva già una cucina che fece subito parlare di sé: pasta fatta a mano, lasagne, dolci tipici italiani e un’atmosfera di famiglia. Le attrezzature arrivarono dagli Stati Uniti, dove Annibale aveva vissuto prima di trasferirsi nei Caraibi.

Un punto di riferimento per la comunità

Negli anni, Il Vesuvio divenne una vera istituzione per la comunità italiana, ma anche per molti dominicani. Vi si celebravano feste, si stringevano amicizie, si gustavano piatti autentici in un contesto elegante ma informale. Era il posto dove si ritrovavano imprenditori, diplomatici, famiglie italiane residenti o di passaggio, ma anche figure di spicco della società dominicana.

Il locale ha saputo unire due culture: quella italiana, fatta di ospitalità, sapori e tradizione, e quella dominicana, con il suo calore umano e l’amore per la buona tavola.

La chiusura e la demolizione

Dopo oltre sessant’anni di attività, il ristorante ha chiuso nel novembre del 2016. Da allora l’edificio è rimasto vuoto e in stato di abbandono, fino alla recente demolizione avvenuta nel luglio 2025.

La notizia ha suscitato commozione e tristezza tra molti italo-dominicani, che nel Vesuvio vedevano non solo un locale storico, ma anche una parte della propria memoria personale e collettiva.

Un’eredità che continua

La famiglia Bonarelli, fondatrice del Vesuvio, ha continuato negli anni la tradizione gastronomica con altri progetti, tra cui il ristorante Vesuvio Tiradentes, ancora attivo nella capitale, e altre iniziative guidate dalle nuove generazioni.

Tra queste spicca Maria del Carmen Bonarelli, nipote di Annibale, chef di grande talento e primo volto femminile dominicano al prestigioso concorso culinario Bocuse d’Or Latinoamérica.

L’eredità del Vesuvio quindi non si spegne del tutto. Cambia forma, si evolve, ma resta viva nei piatti, nei ricordi e nel lavoro di chi continua a credere nella qualità e nella passione che animarono quel primo piccolo ristorante sul mare nel lontano 1954.




La memoria ritrovata dei marinai italiani prigionieri in Messico

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naveitalianapuntovertDurante la Seconda guerra mondiale, la flotta mercantile italiana —allora tra le più importanti al mondo— venne travolta da eventi bellici, anche in Messico, con una sorte drammatica, oggi in gran parte dimenticata.

Al momento dell’entrata nel conflitto dell’Italia al fianco della Germania —il 10 giugno 1940— più di 200 navi commerciali battenti bandiera tricolore si ritrovarono impossibilitate a ritornare nel Mediterraneo, non potendo attraversare lo Stretto di Gibilterra controllato, allora come oggi, dal Regno Unito.

Tra queste vi erano molte petroliere di armatori liguri, come la Atlas Genova, che in quel periodo si trovava nel porto di Tampico, in Messico, e rimase quindi bloccata lontano dall’Europa. Sebbene ufficialmente neutrale, il Messico decise di requisire alcune navi straniere con l’obiettivo di potenziare la propria flotta petrolifera e favorire gli scambi con gli Stati Uniti, ormai prossimi all’ingresso in guerra al fianco di Francia e Regno Unito.

Fu in questo contesto che Domenico Bruzzone, originario di Genova-Pegli e capo-macchinista della petroliera, visse la sua drammatica esperienza di prigionia, riscoperta dal nipote, che porta il suo stesso nome.

«La vicenda venne alla luce grazie alle ricerche di un’immagine della nave Atlas Genova, che non era presente in nessuno dei testi ufficiali o dei documenti che descrivono queste vicende: venne ritrovata sotto forma di cartolina, presso un venditore statunitense sul sito di eBay», racconta Bruzzone.

Il destino di Domenico e degli altri marittimi italiani internati in Messico rivela, secondo il nipote, «molteplici sfaccettature della condizione umana in tempo di guerra: mentre gli Stati agiscono con logiche geopolitiche e commerciali, le persone vivono esperienze emotive ed esistenziali, segnate da relazioni, sofferenze, illusioni e speranze».

La Atlas Genova era una piro-cisterna costruita negli Stati Uniti e acquistata dall’armatore genovese Barbagelata. Seguendo l’ordine dell’ammiragliato italiano, il comandante tentò l’autoaffondamento per impedire l’uso della nave da parte messicana. «L’Atlas si adagiò su un fondale basso, e venne poi recuperata dai messicani, fu ribattezzata eLas Choapas e finì poi affondata da un sommergibile tedesco», spiega Bruzzone.

L’equipaggio venne arrestato e considerato sabotatore, e Domenico Bruzzone fu imprigionato prima a Tampico e poi alla Fortaleza de San Carlos de Perote, un’antica fortezza spagnola trasformata in un penitenziario, noto per le sue dure condizioni di isolamento, freddo e umidità.

Dopo circa due anni di prigionia, morì di polmonite nel maggio del 1942, e il suo decesso «fu comunicato alla famiglia con oltre un anno di ritardo, con il distante linguaggio burocratico di queste circostanze, accompagnato da un inventario dei suoi pochi beni personali», racconta il nipote.

Tuttavia, accanto ai freddi documenti, emergono testimonianze di grande umanità e affetto, come si può notare dalla corrispondenza tra Bruzzone e la moglie, fatta di «lettere semplici, ma delicate ed affettuose», che rivelano «un mondo emotivo fatto di rispetto e pudore, caratteristico dell’epoca e del contesto della cultura operaia in Liguria».

Un linguaggio, quello della corrispondenza privata di Bruzzone e dei suoi compagni di prigionia, «in aspro contrasto con l’aridità, burocratica e gelida, delle comunicazioni ufficiali».

Durante la prigionia a Perote, il contesto di convivenza forzata di italiani, tedeschi – e probabilmente anche alcuni giapponesi– portò alla nascita spontanea di legami di solidarietà in un ambiente ostile e isolato, fatto di privazioni e distanze.

«La vita di comunità, con i suoi rituali improvvisati e le bandiere sabaude o naziste che sembrano cadere da inconsapevoli rami, suggerisce che anche nei contesti più duri è possibile creare forme di coesione, alimentate dalla necessità di resistere e trovare senso nella condivisione e nel radicamento degli amori e degli affetti», riflette il nipote del capo-macchinista dell’Atlas Genova.

Molti di questi marittimi, una volta liberati, scelsero di rimanere in Messico, dove entrarono a far parte della comunità italiana grazie alla quale, negli anni, vennero fondate istituzioni come la Casa de Italia e la Società Dante Alighieri (il Comitato in Messico della Società Dante Alighieri era già stato fondato nel 1901, ndr), per mantenere vivi i legami con la terra d’origine.

Nel lavoro di ricostruzione di queste vicende hanno avuto un ruolo importante anche le ricerche collettive e digitali: tra queste, il blog Con la pelle appesa a un chiodo, curato da Lorenzo Colombo, che ha contribuito a far emergere numerose storie dimenticate di molte navi mercantili durante il conflitto e dei loro equipaggi.

«Alcuni discendenti di quegli uomini sono oggi figure pubbliche, professionisti e imprenditori che portano avanti la memoria dei loro padri e nonni attraverso iniziative culturali, educative e memoriali», spiega Bruzzone, che ha fatto della ricostruzione di queste vicende un progetto attivo.

«Non si tratta solo onorare un familiare», chiarisce infatti, spiegando che questa operazione di «post-memoria», come la definisce, serve anche a «denunciare l’assenza dello Stato e l’insensatezza della guerra, e riaffermare invece valori umani fondamentali come la solidarietà, l’intrapresa, l’impegno sociale».

A chiudere idealmente un cerchio, oggi, è anche il ritorno simbolico della famiglia Bruzzone in America Latina, con la fondazione dell’impresa agricola Pique Roto, in Uruguay: una scelta che trasforma la traiettoria forzata di un migrante involontario, quella del nonno, in un atto di radicamento consapevole del nipote.

«Un’impresa olivicola, con le sue radici italiane e la sua proiezione latinoamericana, è una forma di continuità, un ponte tra passato e futuro, tra luoghi e persone, tra memoria e creazione, e anche questa materializza un progetto culturale», sottolinea.

Ad approfondire ulteriormente contribuisce il volume Il viaggio inaspettato, pubblicato nel 2011 da De Ferrari Editore e scritto da Adrián Daneri Navarro (a sua volta discendente da un ufficiale ligure prigioniero in Messico), Ana Isabel González Ramella e Giacomo Daneri Hernández.

Il libro, frutto di anni di ricerche su oltre 1500 documenti e testimonianze, è stato ripubblicato in una nuova edizione promossa dalla Società Dante Alighieri di Guadalajara, presentato il 27 giugno a Genova, nell’ambito di una conferenza ospitata dalla Camera di Commercio e promossa da Casa America, con il patrocinio del Comune.

Per l’occasione, una delegazione di discendenti dei marittimi italiani internati in Messico – oggi cittadini messicani – ha raggiunto il capoluogo ligure per partecipare all’incontro, in un viaggio a ritroso che ha riannodato i fili della memoria familiare e collettiva. Un ritorno simbolico nella terra degli avi, che ha restituito volti e nomi a una pagina di storia per troppo tempo dimenticata. E che dimostra come, a ottant’anni di distanza, la memoria resta uno strumento potente per ricostruire identità e rinsaldare appartenenze.

Articolo di Lorenzo Meneghini, pubblicato il 18 giugno 2025 da ilglobo.com, piattaforma online del quotidiano Il Globo, che si rivolge alla comunità italiana all’estero.

Immagini: ilglobo.com

da puntodincontro.mx




Cinquecento anni fa finiva l’Impero Azteco. Ma la sua memoria resiste

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atzechiNel 1525, tre anni dopo la caduta di Tenochtitlán, l’Impero Azteco cessava formalmente di esistere. Hernán Cortés e i suoi alleati indigeni – soprattutto tlaxcaltechi – completarono la conquista militare e politica del cuore del Messico centrale. Ma quella che fu presentata come una “vittoria della civiltà sulla barbarie” si rivela oggi una narrazione profondamente distorta, figlia dell’ideologia coloniale europea.

L’Impero Mexica (nome corretto della civiltà che chiamavamo “azteca”) era una realtà complessa, con un sistema educativo universale, un’organizzazione urbana avanzata, pratiche agricole sofisticate e una religione che legava profondamente popolo e natura. La sua distruzione ha significato anche la perdita di interi sistemi di conoscenza, biblioteche di codici, tradizioni orali e culture locali annientate dalla spada e dalla croce.

Oggi, a 500 anni di distanza, stiamo finalmente riscoprendo quella civiltà con occhi diversi. Gli scavi archeologici a Città del Messico (che sorge sulle rovine di Tenochtitlán) continuano a restituire reperti straordinari. Gli storici rivalutano le cronache indigene e i codici pictografici superstiti, mentre cresce il numero di artisti e scrittori messicani che reclamano l’eredità mexica con orgoglio.

Non si tratta di idealizzare il passato, ma di riconoscere che il mondo precolombiano non era affatto “primitivo”, come per secoli ci è stato insegnato. E che il trauma della conquista non è finito: vive ancora nella memoria delle popolazioni indigene, nella marginalizzazione culturale, nella lingua nahuatl che lotta per sopravvivere.

Ricordare oggi la fine dell’Impero Azteco significa dare dignità a una storia cancellata con violenza. E, forse, cominciare a scriverla davvero per la prima volta.




Arandora Star, sì della Commissione Esteri della Camera all’istituzione della Giornata in ricordo del naufragio.

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copertina e1593604219243 615x223La Commissione Affari Esteri della Camera ha dato il via libera al provvedimento volto all’istituzione della Giornata nazionale in memoria di 446 italiani internati e deportati dal Regno Unito per causa di guerra, periti nel naufragio del piroscafo britannico Arandora Star, silurato da un’unità della Marina tedesca nell’Oceano Atlantico il 2 luglio 1940. La Commissione ha dato mandato alla relatrice Deborah Bergamini (FI) a riferire favorevolmente all’Assemblea sul provvedimento in esame. Nel corso della seduta il vice Presidente della Commissione Paolo Formentini ha segnalato come si siano espresse favorevolmente sul testo le Commissioni Affari costituzionali e Cultura, mentre la Commissione parlamentare per le questioni regionali ha comunicato che non esprimerà il parere di competenza. Anche la Commissione Bilancio ha espresso un parere favorevole con una condizione, volta a garantire il rispetto dell’articolo 81 della Costituzione. Conseguentemente la relatrice ha predisposto l’emendamento 2.1 che appone alcune modifiche al testo e prevede che : “dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni competenti provvedono ai relativi adempimenti nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”. La III Commissione, dopo il parere favorevole del Sottosegretario agli Esteri Silli, ha approvato l’emendamento.  Per quanto riguarda i contenuti del provvedimento la Giornata verrebbe celebrata l’11 ottobre di ogni anno, ovvero la data di decesso di Rando Bertoia l’ultimo sopravvissuto alla tragedia. La Giornata non verrebbe però considerata festiva, in quanto non determinerebbe gli effetti civili previsti dalle disposizioni in materia di ricorrenze festive di cui alla legge n. 260 del1949. In tale occasione, tuttavia, province o enti territoriali di livello equivalente potranno promuovere e organizzare manifestazioni pubbliche, cerimonie, incontri, momenti comuni di ricordo dei fatti e di riflessione, volti a diffondere la conoscenza della strage e a conservare la memoria dei connazionali periti. Analogamente le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, nell’ambito della loro autonomia, potranno promuovere iniziative didattiche e organizzare studi, convegni e momenti comuni di narrazione e riflessione dedicati agli italiani morti nel naufragio dell’Arandora Star. Si prevede che la società concessionaria del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale, secondo le disposizioni previste dal contratto di servizio, assicuri adeguati spazi nella programmazione televisiva pubblica nazionale e regionale alla Giornata nazionale, al fine di divulgare, conservare e rinnovare la memoria di quei tragici fatti. (Inform)




Giovanni Paolo II a Casablanca: 40 anni di un discorso storico per la pace e il dialogo

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Iimagesl 19 agosto 1985 si svolse un momento storico allo stadio Mohammed V di Casablanca. Papa Giovanni Paolo II si è rivolto a circa 80.000 giovani musulmani, in un discorso senza precedenti pronunciato in una terra a maggioranza islamica. Questo evento, tanto inaspettato quanto stimolante, ha segnato una tappa essenziale nel riavvicinamento tra cristiani e musulmani, ponendo le basi per un dialogo rispettoso, sincero e pacifico.

A quel tempo, la visita di un papa in un paese musulmano era eccezionale. Giovanni Paolo II, accogliendo l’invito del re Hassan II, compì un gesto forte e simbolico. L’iniziativa ha l’obiettivo di affermare che le relazioni tra cristiani e musulmani possono aprirsi a una nuova era, di ascolto, comprensione e rispetto reciproco.

Il mondo degli anni ’80 era ancora segnato da tensioni ideologiche e conflitti identitari. La diffidenza tra le religioni monoteiste rimase forte, alimentata da secoli di incomprensioni. La scelta del Marocco per questo incontro con i giovani musulmani ha rappresentato quindi una rottura con il passato, un atto audace per un futuro basato sulla fraternità.

Di fronte a questa grande folla, il papa non è venuto a predicare o a convertirsi. È venuto a parlare come un uomo di fede, come un fratello, rivolgendosi agli altri credenti con rispetto e franchezza. Fin dall’inizio, ha sottolineato un punto fondamentale: cristiani e musulmani credono in un solo Dio, onnipotente e misericordioso. Ha evidenziato i valori condivisi dalle due religioni: la preghiera, la carità, il digiuno, il perdono, l’umiltà davanti a Dio.

Ma Giovanni Paolo II non ha cercato di cancellare le differenze. Li ha riconosciuti apertamente, pur invitando a un vero dialogo, basato sull’accoglienza e sul rispetto. Per lui le differenze religiose non devono essere fonte di conflitto, ma una ricchezza da esplorare insieme.

Giovanni Paolo II si è rivolto in particolare ai giovani, invitandoli a svolgere un ruolo chiave nella costruzione di un mondo più fraterno. Riconobbe la loro sete di verità, di giustizia, di pace. Ha messo in guardia contro le ideologie che possono sedurre, ma spesso svuotare l’anima. Li ha invitati ad attingere dalla loro fede una forza interiore capace di trasformare la società.

Ha sottolineato che i giovani, siano essi musulmani o cristiani, sono portatori di un futuro migliore. In essi c’è una capacità di rinnovamento, una preziosa energia spirituale. Li ha esortati a non cedere alla paura dell’altro, ma a cercare la conoscenza, a dialogare, a lavorare insieme per costruire una società più giusta e più umana.

Il messaggio del papa è andato oltre il semplice dialogo religioso. Era un appello alla pace tra i popoli, alla riconciliazione tra le culture, all’amicizia tra i popoli. Nel suo discorso, ha insistito sul fatto che la religione non dovrebbe mai essere usata per giustificare l’odio, il rifiuto o la violenza. Al contrario, doveva essere una leva di fraternità.

Il Papa ha affermato che la fede autentica, vissuta nella verità e nell’umiltà, può unire le persone. Può aiutarli a superare i pregiudizi, ad aprire il cuore, a costruire ponti dove sono stati eretti muri.

I giovani marocchini presenti quel giorno accolsero le parole del Papa con commozione e rispetto. Per molti, è stata la prima volta che un leader cristiano si è rivolto a loro in modo diretto, franco e rispettoso. Vedevano in lui non un leader straniero, ma un uomo di Dio che era venuto per dialogare, ascoltare e incoraggiare.

Il mondo intero è rimasto colpito dal significato di questo evento. Ha rivelato che un’altra relazione tra le religioni era possibile, basata sul riconoscimento reciproco e sulla cooperazione. Questo discorso ha fatto impressione, perché ha proposto un altro modo di vivere le differenze: non nella contrapposizione, ma nel dialogo e nella solidarietà.

Quarant’anni dopo, il discorso di Giovanni Paolo II a Casablanca rimane una pietra miliare. In un mondo ancora alle prese con crescenti tensioni religiose e identitarie, risuona come un appello alla pacificazione, alla comprensione reciproca e alla fratellanza universale. Egli ci ricorda che la fede non deve mai essere fonte di divisione, ma di riavvicinamento.

Il messaggio del papa ha gettato semi che hanno continuato a germogliare. Seguirono altri incontri interreligiosi, con lo stesso spirito. I leader spirituali, intere comunità, sono stati ispirati da questo momento a continuare lo sforzo del dialogo. C’è ancora molta strada da fare, ma la testimonianza di Casablanca continua a illuminare la strada.

Questo discorso non è un ricordo congelato nel passato. È un appello che è ancora attuale. Invita tutti, credenti e non, a non temere la differenza, ma a interessarsene, ad accoglierla, a comprenderla. Ci dice che la pace è possibile, se abbiamo il coraggio di ascoltare l’altro, se scegliamo il rispetto piuttosto che il rifiuto, il dialogo piuttosto che il conflitto.

Il 19 agosto 1985 un papa parlò ai giovani musulmani e ai suoi fratelli. Quarant’anni dopo, questo gesto conserva un impatto immenso. Egli mostra che le religioni, lungi dall’essere rinchiuse nei loro dogmi, possono aprirsi, tendere la mano l’una all’altra, incontrarsi nella verità e nell’amore

 




Dalla Russia alla Resistenza: Il coraggio del Gruppo Nicola sulle montagne della Valle Trompia

sentieri delle miniere della valtrompia escursioni brescia 1

sentieri delle miniere della valtrompia escursioni brescia 1Nel paesaggio montano della Valle Trompia e della Valle Sabbia, tra sentieri impervi e boschi fitti, si svolse una storia poco conosciuta ma straordinaria, che racconta il valore, la sofferenza e l’impegno di un gruppo di giovani russi che scelsero di unirsi alla lotta contro il fascismo. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia si trovò in un caos profondo, e molti prigionieri di guerra e soldati stranieri riuscirono a fuggire dai campi di concentramento o dai reparti tedeschi in cui erano costretti a lavorare. Tra loro c’erano alcuni giovani russi, che trovarono rifugio e un nuovo senso alla loro fuga proprio nelle montagne bresciane.

Questi uomini, provenienti da un mondo lontano, riuscirono a formare un piccolo gruppo organizzato. Una quindicina di loro si riunì attorno alla figura carismatica di Nicolaj Petrovich Pankov, un giovane moscovita nato nel 1922, ex allievo ufficiale dell’esercito sovietico. Pankov, soprannominato “Nicola”, divenne rapidamente il punto di riferimento per i suoi compagni. Il gruppo si stabilì inizialmente nei pressi della Valle Trompia, mantenendosi in movimento continuo tra boschi e vallate, spingendosi anche verso la Valle Sabbia.

Ciò che rende la loro esperienza unica è la tenacia con cui riuscirono a sopravvivere durante il rigido inverno del 1943-1944, nonostante fossero privi di equipaggiamenti adeguati, mezzi di sostentamento e protezioni. Non erano soldati ben armati, ma giovani in fuga, spinti dal desiderio di libertà e dalla volontà di opporsi a un sistema che aveva distrutto le loro vite. Trovarono supporto tra alcune figure locali, in particolare in ambienti antifascisti e comunisti. Questo sostegno fu fondamentale: grazie a reti clandestine di solidarietà, i russi ricevettero viveri, indicazioni, aiuto logistico.

Durante i primi mesi, il gruppo non compì azioni militari dirette. La loro preoccupazione principale era sopravvivere. Si approvvigionavano requisendo cibo da commercianti e industriali legati al regime fascista, con estrema attenzione a non danneggiare le famiglie contadine o la popolazione povera. Questo codice morale interno al gruppo era talmente forte che arrivarono anche a punire severamente chi trasgrediva: un membro fu giustiziato dagli stessi compagni per un furto che rischiava di compromettere i rapporti con la popolazione locale.

Nonostante la durezza della vita tra i boschi, gran parte dei russi decise di restare. Alcuni pensarono di scendere a valle, verso la pianura, ma la maggioranza scelse di continuare a resistere. Col passare delle settimane, la loro presenza divenne un punto di riferimento anche per alcuni giovani italiani della Valle Trompia, affascinati dal loro coraggio e dalla loro determinazione. In un certo senso, questi stranieri diventarono catalizzatori di nuove vocazioni resistenziali locali.

Con l’arrivo della primavera del 1944, il gruppo assunse un ruolo più attivo nella Resistenza. Le montagne si fecero meno ostili, i collegamenti più semplici, e nuove forze si unirono alla lotta. Tra le azioni più importanti portate a termine dal gruppo Nicola, spicca l’assalto alla caserma della Guardia Nazionale Repubblicana a Brozzo, avvenuto il 28 giugno. Fu un colpo diretto al cuore del potere fascista locale, e rafforzò ulteriormente la reputazione dei russi tra le fila partigiane e tra la popolazione.

Nonostante l’ammirazione crescente, il gruppo mantenne la propria autonomia. Le formazioni partigiane italiane cercarono più volte di assorbirli all’interno delle strutture già esistenti, ma Nicola e i suoi compagni preferirono mantenere un’organizzazione separata. Questa scelta rispondeva a ragioni pratiche e culturali: differenze linguistiche, una visione militare più disciplinata e una diffidenza reciproca impedirono una fusione immediata. Tuttavia, i legami con il movimento antifascista italiano si rafforzarono gradualmente.

Nel mese di agosto, le pressioni per “regolarizzare” il gruppo si fecero più intense. Furono avviati contatti per far confluire il gruppo in una formazione partigiana riconosciuta, in particolare nella brigata “Matteotti”. A quel punto, il gruppo era composto da 26 uomini, di cui 21 russi, armati con mitragliatori, mitra, moschetti e pistole. Il loro armamento, conquistato e conservato con grande fatica, era ormai adeguato a sostenere operazioni di guerriglia più complesse.

Ma il tempo stava per scadere. Il 26 agosto 1944 ebbe inizio un massiccio rastrellamento da parte delle forze tedesche e repubblichine. Era una reazione decisa alle attività partigiane in crescita in tutta la zona. Il gruppo Nicola si disperse. Alcuni furono catturati, altri riuscirono a raggiungere le fila di altre formazioni, come la brigata “Monte Suello” in Valdorizzo. Nicola, invece, rimase isolato con un compagno, Michele. La sua sorte fu tragica: fu catturato e ucciso non dai nemici dichiarati, ma da un gruppo di garibaldini italiani. Le ragioni di questo atto restano ancora oggi oggetto di discussione e riflessione: rivalità interne, sospetti, errori. È uno degli aspetti più amari e controversi di quella stagione.

Dopo la fine del gruppo, i russi superstiti furono integrati nei distaccamenti della brigata “Lorenzini”, e successivamente si cercò di metterli in salvo oltre confine. Tra ottobre e novembre 1944, fu organizzato il loro trasferimento in Svizzera. Alcuni riuscirono a oltrepassare il confine, ma non tutti ce la fecero. In Val Brandèt venne ritrovato un russo ferito, che fu poi curato e portato in salvo, mentre un altro, Stefan Rudienko, morì assiderato, a pochi passi dalla libertà.

Il contributo di questi giovani russi alla lotta partigiana italiana è stato a lungo dimenticato, sottovalutato o relegato a nota marginale nelle cronache della Resistenza. Eppure, la loro storia è una testimonianza straordinaria di coraggio, solidarietà e scelta morale. Non combatterono per la loro patria, né per un ritorno glorioso, ma per un’idea più ampia di giustizia e dignità umana.

La loro presenza sulle montagne bresciane dimostra come la Resistenza fu anche un fenomeno internazionale, un incontro di destini che travalicava i confini nazionali. Quei ragazzi russi, persi in una terra straniera, trovarono un senso nella lotta collettiva contro l’oppressione. La loro memoria vive nei racconti tramandati, nei luoghi attraversati, e nel ricordo silenzioso delle montagne che li accolsero. A loro va un posto d’onore nella storia della libertà.




Ferrara. Maresciallo dei carabinieri suicida: l’ombra del mobbing in caserma

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unnamedNon aveva ancora 30 anni il maresciallo Gaudio Adinolfi quando si è ucciso nella stazione carabinieri  di Casumaro, in provincia di Ferrara, nel  tardo pomeriggio del 30 ottobre 2023: I colleghi lo hanno trovato riverso a terra nella sua stanza in caserma, la porta socchiusa, e un colpo in testa con la pistola d’ordinanza. Quell’ultima lunghissima giornata, era iniziata la mattina alle otto, ben prima del suo inizio turno, alle dieci con una telefonata con il suo comandante.

La famiglia si è opposta alla richiesta di archiviazione del PM. Vogliono vederci chiaro, perchè secondo loro Gaudio è stato portato all’esasperazione, dallo stalking esercitato dai suoi superiori.

Il padre Antonio  parla di un clima cupo. Secondo  le testimonianze presentate dai legali di Adinolfi, il maresciallo era stato vessato dal suo comandante di compagnia. Lo teneva a lungo al telefono, per rimproverarlo soprattutto su adempimenti burocratici, a suo dire non corretti. Tanto che Adinolfi era preoccupato dal fatto che le continue richieste del comandante, gli avrebbero fatto accumulare i fascicoli delle denunce, furti, rapine ecc.

Secondo Antonio Adinolfi, al figlio tremavano le mani quando parlava con il suo capo: “ Mi rompe il cazzo dalla mattina alla sera, non va mai niente bene “’ gli raccontava.

I carabinieri che hanno testimoniato, dicono che il maresciallo  veniva chiamato continuamente dal comandante e spesso  gli chiudeva il telefono in faccia .In un altro passaggio un testimone dice: ‘Quello che veniva tollerato in altre stazioni, a Gaudio non veniva tollerato”.

I colleghi con più esperienza, gli avevano suggerito di “farsi scivolare addosso” questa situazione. Ma Adinolfi era di fresca nomina, uscito solo da tre mesi dalla scuola sottufficiali. Forse è stato lasciato troppo solo, come sussurrano alcuni carabinieri della stazione

Il prossimo 12 Marzo, il GIP deciderà sulla richiesta di non archiviare da parte della famiglia Adinolfi. I  legali chiederanno spiegazioni, sul fatto che il comandante sia ancora al suo posto, che non ci sia stata nessuna misura preventiva anche in ambito strettamente disciplinare.

Si perchè l’ufficiale non è nuovo ad episodi simili. E’ stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio e dopo un opposizione all’archiviazione il GIP ha disposto l’imputazione coatta, come riporta la testata ‘il Centro’. ‘Per compiacere un amico ha punito una persona, ma si è preso la prescrizione’, racconta Antonio.

Inoltre il comandante , prima che il cellulare del maresciallo tornasse ai familiari per le indagini, ne avrebbe chiesto il PIN alla fidanzata e risulterebbe, come si legge nella denuncia della famiglia, che qualcuno lo abbia acceso dopo la morte.Perché?




Il sangue italiano color BLU e GRIGIO! Il contributo degli emigranti nella guerra civile americana terminata nel 1865

garibaldi guards

garibaldi guards1865. La guerra civile americana sta mietendo vittime da ormai quattro anni e si avvia al tragico epilogo finale: la sconfitta dei Confederati e la resa firmata il 6 aprile, dal generale Edward Lee nel piccolo villaggio di Appomattox (Virginia). La pagina finale di un libro firmato con il sangue di numerosi immigrati provenienti da tutta Europa.

Nel 1861 l’Europa era una un crogiolo di nazionalismi sparsi all’interno di vari stati  nascenti o appena nati. In queste realtà non era raro trovare quindi uomini ormai veterani di  guerra; uomini fuoriusciti da eserciti polacchi, tedeschi, ungheresi e italiani rappresentarono  una merce ghiotta per gli agenti arruolatori dell’Unione americana, alla disperata ricerca di  manodopera “specializzata” per un conflitto che sembrava una semplice goliardata e che invece si stava trasformando in una carneficina. La guerra di secessione rappresenta anche per gli ex soldati europei un’opportunità per tradurre in soldi un’esperienza bellica appresa sulla propria pelle, e la strada più veloce per raggiungere il mitico Ovest, con le sue ampie terre, i suoi giacimenti aurei, le sue città rampanti (la febbre dell’oro in California era esplosa una decina di anni prima e anche in Colorado, Arizona e Montana si erano trovate tracce dei preziosi metalli).

9.2 e1454793193194Tanti europei, diseredati in patria o sbandati dagli ultimi conflitto (vedi gli ex garibaldini o i soldati sconfitti dell’esercito borbonico) accettarono quindi con entusiasmo di passare nelle fila dell’esercito unionista. Tanti furono anche gli italiani residenti negli Stati Uniti, pronti a organizzarsi in proprio, con proprie formazioni volontarie, nel teatro della guerra. Combattuta su un fronte di 3500 chilometri, la guerra civile americana sarebbe stati infatti la prima guerra “democratica” della storia: vi si fronteggiarono due eserciti formati in gran parte da volontari, liberi cittadini che credevano nella propria causa.

Il primo raggruppamento combattente di italiani si formò a New York con il nome di Garibaldi Guard. Si trattò di un reggimento di volontari inseriti nella 39° Brigata Fanteria di New York, formato da elementi provenienti da tutta europa. Oltre a contenere al suo interno idiomi tedeschi, ungheresi, francesi, spagnoli e italiani, questo reggimento si distinse subito per la sua pittoricità. Cappelli ornati di piume, pantaloni alla zuava e una bandiera tricolore con la scritta “DIO E POPOLO” facevano in un primo momento sorridere i cittadini americani, ma ben presto il reggimento ebbe modo di distinguersi in numerosi scontri, ottenendo la croce di merito per l’alto valore militare.

Creato in risposta al mancato arrivo dell’eroe dei Due Mondi – gli eventi italiani non permisero a Garibaldi di lasciare la penisola – il reggimento annoverò diversi italiani alla propria guida. Nell’archivio storico compaiono infatti i nomi del tenente colonnello Tinelli, dei capitani Osnaghi, Venuti e Salviatti e di altri 12 ufficiali italiani. La Garibaldi Guard parteciò al primo rovinoso scontro di Bull Run ed era presente alla resa dei sudisti ad Appomattox nel 1865.

Altra formazione che raggruppò volontari italiani fu il reggimento dell’Enfants Perdus.  Formatosi nel novembre del 1861, il raggruppamento comprese soprattutto emigranti piemontesi distinguendosi però più nelle rivendicazioni salariali che non in operazioni  belliche effettive.

La Spinola Empire Brigade entrò invece di prepotenza nel teatro bellico americano. Fondata e organizzata da Francis B. Spinola, nato a Long Island da genitori italiani, essa partecipò a battaglie cruente contro i ribelli. Lo stesso Spinola, che nel 1887 sarebbe stato il primo deputato di origine italiana, rimase gravemente ferito nella battaglia di Wapping Heights, alla testa dei suoi uomini durante un assalto alla baionetta.

guerra di secessioneSe gli emigranti che parteciparono per l’Unione alla guerra ricevettero il giusto encomio lasciandosi alle spalle un ricordo storico indelebile  poco è stato fatto per gli italiani che si trovarono dall’altro lato della barricata, motivati dalla speranza di vivere in una Confederazione libera dai legami imprenditoriali nordisti. La comunità italiana aveva solide radici nella ex Florida spagnola. Famiglie giunte nel 1600 al servizio della corona spagnola avevano sicuramente perso i loro legami con la madre patria mantenendone però vive le

tradizioni in mille sfumature. La comunità italiana più attiva era però quella di New Orleans, la contava a quell’epoca 10.000 persone, tra italiani e discendenti di italiani, nonché famiglie provenienti da Venezia, Trento, Trieste (non ancora unificate) e dalla Corsica (già appartenente al Regno di Sardegna). Almeno  500 di questi italiani della Louisiana diedero  vita alla Brigata Europea di New Orleans, una formazione militare che si distinse nella difesa del proprio stato.

Altra formazione che operò con la divisa grigia e sotto le insegne rosse della Confederazione fu quella della Italian Guard, guidata dal maggiore Della Valle. La Garibaldi Guard e la Italian Guard probabilmente non si scontrarono mai direttamente sul vastissimo teatro di guerra ma anche questa brigata ebbe modo di distinguersi in numerosissi scontri  con il nemico, sottolineando il fortissimo attaccamento ai propri ideali.

Numerosi furono gli italiani che parteciparono alla guerra civile americana   inquadrati tra le file degli eserciti unionisti.   Veterani delle battaglie europee di Montebello, San Martino e del Volturno, reduci dalle guerre d’indipendenza italiana, ex garibaldini o ex borbonici, scelsero di mettere a disposizione la loro esperienza bellica anche se spesso la scarsa (o nulla) conoscenza della lingua ne pregiudicarono il migliore utilizzo in battaglia. E’ questo il caso emblematico di Carlo Lombardi. Ufficiale garibaldino nella guerra d’indipendenza, negli U.S.A. dovette adattarsi a combattere come semplice soldato nelle file  dell’Unione e soltanto nel 1864 divenne sottotenente dell’39° U.S. Colored Infantry, un reggimento di negri  alla cui testa  cadde ferito a morte durante l’assalto a Forte Fisher (North Carolina) nel gennaio del 1865.

Tra le file dell’esercito yankee militò, anche se soltanto nell’ultimo anno di guerra, quel Carlo Di Rudio, conte bellunese molto chiacchierato per il suo passato anarchico. Rudio entrò nelle file di un reggimento volontario di New York grazie all’istituto della sostituzione (prassi secondo la quale i chiamati alle armi potevano vendere il loro richiamo a volontari interessati ad acquisire la cittadinanza americana!), ed ottenne, grazie alla sua abilità militare, il grado di sottufficiale. Lo stesso italiano, anni dopo avrebbe partecipato alla tragica battaglia del Little Big Horn.

 Adolfo Farsari, vicentino di nascita e futuro fotografo d’arte del Giappone di fine secolo, si distinse invece, nelle file del 12° Cava lleria di New York, per numerosi atti di eroismo, meritandosi il soprannome di Garibaldi e rimanendo gravemente ferito a Raleigh. Luigi Palma di Cesnola, piemontese, venne decorato con la medaglia d’onore del Congresso americano e arrivò al grado di generale. Per i meriti acquisiti durante il conflitto e per la  conoscenza artistica a quest’ultimo venne affidata, al termine del conflitto, la direzione del nuovissimo Metropolitan Museum of Arts di New York. Anche Joseph H. De Castro ,  italiano nato a Boston e caporale del 19° Massachus sets Infantry, meritò la medaglia d’onore del Congresso avendo catturato la bandiera del nemico.

Nella Marina dell’Unione troviamo altrettanti nomi italiani meritevoli di ricordo. Tra gli ufficiali dell’arma troviamo Joseph J. Tinelli, Alfred L.B. Zerega di New York, Eugene Biondi di Paterson (New Jersey),  George A. Falconi , Lorenzo Frank Papanti, James Como, Domingo Castano, Thomas Pentony, John S. Pera. Un cenno particolare merita  la figura di Frank Bonistalli. La famiglia Bonistalli viveva a Pittsburgh ed era una pioniera del settore mercantile. Alla fine delle ostilità lo stesso Frank continuò l’attività  divenendo, associato con Ernest Bisi, il primo importatore di pasta italiana. Cariche  eminenti raggiunsero nella Marina dell’Unione Louis G. Sartori, figlio di Giovanni Battista Sartori di Trenton (costruì la prima chiesa cattolica del New Jersey) e Bancroft Gherardi, nato a Jackson (Louisiana) e divenuto  comandante nel 1862.

Così come per i reggimenti sudisti formati da cittadini immigrati anche per i singoli immigrati la storia ufficiale ha steso il velo del silenzio. In una Confederazione che annoverò – ironia della sorte – negli ultimi mesi di battaglia soldati neri, schiavi liberati ma indissolubilmente legati alla loro terra, militarono numerosi italiani, dei quali però si sono perse gran parte delle tracce.

lee 1024x792La famiglia italo-americana dei Phinizy, residente in Georgia,  contribuì ad esempio, con un colonnello, due capitani, un sergente e un agente finanziario alle sorti di Dixie’s land. Sylvester Festarozzi guidò con il grado di capitano le truppe di fanteria dell’Alabama, Alfred Pico guidò con lo stesso grado una compagnia italiana della Virginia; Frank J. Arrighi, del Mississippi, anch’egli capitano di fanteria, venne ferito per ben tre volte in battaglia (Antietam, Chancellorsville e Spottsylvania) divenendo uno dei veterani della gloriosa armata del generale Lee.  Per costoro la storia non ha lasciato tracce perché gli sconfitti spesso non vengono considerati meritevoli di giusto ricordo.  Nel cimitero di Gettysburg, (città protagonista del più cruento capitolo del conflitto civile) si erge l’unico munumento ai soldati italiani, quello dedicato alla Garibaldi Guard:  su quell’unica pietra è bello ricordare i tanti italiani caduti, tra gli “yankees” e i “rebels” per amore della propria libertà.

 

 




Costa Rica: un monumento alla memoria degli immigrati italiani a Turrialba

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img 20250128 wa0046Domenica scorsa il Com.It.Es si è recato a Turrialba, un luogo che custodisce un piccolo ma significativo pezzo di storia italiana in Costa Rica. Si tratta di un monumento eretto nel marzo del 1955 in memoria degli immigrati italiani che, con coraggio e sacrificio, contribuirono alla costruzione della linea ferroviaria del paese, un’opera titanica che collegava la Valle Centrale a Limón.

Testimonianza di Melvin Coles Coghi discendente italiano:

“Questo monumento è nella zona della stazione ferroviaria di Turrialba… hanno sistemato molto bene anche la stazione, hanno fatto un ristorante e hanno sistemato 2 vagoni ferroviari dove ci sono tavolini e attenzioni esclusive da parte del Ristorante. Per aneddoto, sono cresciuto a Turrialba e da bambino, una volta all’anno, non ricordo il mese, mia madre ci portava a vedere un gruppo di cadetti italiani che sfilavano a Turrialba con le loro uniformi e deponevano una corona d’alloro. Arrivarono a Limón su una fregata militare, di lì arrivarono in treno a Turrialba e dopo il tributo tornarono in treno a Limón.”

Il monumento non è solo in onore dei 1.500 lavoratori italiani che parteciparono a questa impresa, ma anche di coloro che persero la vita durante il progetto. Come ricorda la targa, il monumento è dedicato ai caduti, agli uomini che non ce l’hanno fatta, a coloro che sacrificarono la propria vita per il progresso:

La targa dice:

“A la memoria de los trabajadores italianos pioneros intrépidos quienes sacrificaron su vida en la lucha tenaz contra la naturaleza y el clima, contribuyeron al progreso de Costa Rica. La colectividad italiana erigió, marzo del 1955.”

Alla memoria dei lavoratori italiani, pionieri intrepidi, che sacrificarono la loro vita nella lotta tenace contro la natura e il clima, contribuendo al progresso della Costa Rica. La collettività italiana eresse, marzo del 1955.

Purtroppo, trovare questo monumento non è semplice. Non vi sono informazioni precise sulla sua posizione nei motori di ricerca come Google, Bing o Yahoo, né indicazioni turistiche locali. Solo grazie a un post pubblicato il 5 novembre 2023 sulla pagina Instagram dell’Ambasciata d’Italia in Costa Rica si è riusciti a individuarlo. Il post sottolineava l’importanza del monumento e annunciava l’intenzione di restaurarlo insieme al Municipio di Turrialba nel corso del 2024.

La costruzione della ferrovia del Caribe, avvenuta tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, segnò profondamente la storia della Costa Rica. Gli italiani giocarono un ruolo centrale in questo progetto, ma le condizioni di lavoro erano così dure che portarono al primo sciopero della storia costaricense nel 1888. I lavoratori, sostenuti dalle comunità di Cartago e San José, protestarono contro l’imprenditore che non rispettava le condizioni di sussistenza, alimentazione e vitto promesse.

Dopo lo sciopero, una parte degli italiani decise di tornare in patria, mentre altri rimasero in Costa Rica, lasciando un’impronta indelebile nella cultura e nella società del paese.

Grazie all’impegno del Comites (Comitato degli Italiani all’Estero), è stato possibile creare una posizione su Google Maps e Bing map per facilitare la localizzazione del monumento.

Ora, chiunque desideri visitarlo può trovarlo cercando:

“Monumento a la memoria de los immigrantes italiani Turrialba”
Indirizzo: Contiguo a Antigua estación de ferrocarril, Provincia de Cartago, Turrialba, 30501
Link Google Maps: https://g.co/kgs/EaLYDx9

Inoltre, il Comites si impegna nel 2025 a sostenere la restaurazione e il mantenimento del monumento, affinché questo simbolo di memoria e sacrificio possa essere preservato per le future generazioni.