Prima riunione dei componenti MAECI del Comitato nazionale “Neapolis 2500” alla Farnesina

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imagesIl Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha presieduto oggi alla Farnesina la prima riunione con i componenti del Comitato “Neapolis 2500” da lui nominati, al fine di concordare e indirizzare il programma internazionale di celebrazioni per i 2500 anni dalla fondazione della città di Napoli. Il Comitato sarà presieduto dal Prefetto di Napoli, Michele Di Bari, e composto da sei membri, tre nominati dal Ministro degli Esteri e tre dal Ministro della Cultura. I tre componenti selezionati per rappresentare la Farnesina in seno al Comitato sono il regista Pupi Avati, l’imprenditrice Maria Luisa Faraone Mennella e l’Ambasciatore Pasquale Ferrara, rappresentativi di tre settori: cultura, impresa e diplomazia.




Il Giorno della memoria 2025 a Los Angeles

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microsoft word pressbook liliana.docxIl Consolato Generale e l’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles celebrano il Giorno della Memoria 2025, che cade quest’anno nell’80° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz.
Per l’occasione mercoledì 5 febbraio, alle ore 18:00, l’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles ospiterà un evento di commemorazione con la proiezione del film documentario “Liliana” (84′ Italia, 2024) di Ruggero Gabbai, alla presenza del regista.
“Liliana” ripercorre la testimonianza della senatrice a vita e superstite di Auschwitz Liliana Segre legata all’arresto, alla deportazione e allo struggente ultimo addio al padre. Il film si basa su accostamenti, rimandi e contrasti, tra il racconto storico e il ritratto di una delle donne più importanti del panorama italiano. Il docufilm mette in luce gli aspetti meno conosciuti della senatrice, portando in superficie una figura culturale e politica moderna e appassionata nel trasmettere alle giovani generazioni un messaggio di libertà e uguaglianza.
La proiezione si terrà in lingua italiana con sottotitoli in inglese. (aise)




La leggenda dei doni dei Re Magi

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timthumbLa storia dei Re Magi ha origini molto lontane e viene considerata una leggenda proprio perché le fonti a riguardo sono poche e imprecise. I tre misteriosi personaggi sono menzionati solo nel Vangelo di Matteo che parla dei Magi che dall’Oriente arrivarono a Gerusalemme durante il regno di Erode alla ricerca del neonato Re dei Giudei. Arrivano 12 notti dopo la sua nascita, nel giorno che viene definito con il nome di Epifania, cioè apparizione, manifestazione della divinità di Cristo. La tradizione vuole che i Magi portassero dei doni con loro, uno a testa: l’oro, perché è il dono riservato ai re e Gesù è considerato Re dei Re; l’incenso, per venerare la sua divinità, e la mirra, usata nel culto dei morti, poiché Gesù è un mortale. Ed è proprio qui che la loro storia si intreccia con quella della Befana: nel XII secolo si diffuse la leggenda che mentre loro erano diretti a Betlemme, incontrarono difficoltà a trovare la strada e chiesero informazioni ad una signora anziana. Malgrado le loro insistenze affinché li seguisse per far visita al piccolo, la donna non uscì di casa per accompagnarli. Ma pentita di non essere andata con loro, preparò un cesto di dolci ed uscì di casa mettendosi a cercarli, non trovandoli. Si fermò così ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava sperando di imbattersi anche in quella di Gesù. Da quel momento i bambini si sarebbero aspettati ogni Epifania i dolciumi e per ringraziare l’anziana signora, lasciavano le scarpe fuori dall’uscio di casa, così che la donna potesse cambiarsele durante il lungo viaggio, ma se non ne avesse avuto bisogno, avrebbe riempito questi scarponcini di dolciumi. Leggenda o no… è sempre una piacevole storia da raccontare, specialmente ai più piccoli che attendono impazienti l’arrivo non solo del Natale, ma anche dell’Epifania, per poter scartare i doni ricevuti.

da somewhere.it




L’antico Borgo di Monterone e il suo Araldico

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stemma finale monterone1L’antico Borgo di Monterone, ha finalmente un suo stemma araldico. Siamo in Toscana, in provincia di Arezzo, ad due passi  dell’antico municipio romano di Sestinum, oggi Sestino, seguendo il corso del fiume Foglia, su un colle, si staglia  una borgata che profuma di storia. Siamo in terra di confine, in un territorio che divide la Toscana dalle Marche, anticamente terra facente parte del Montefeltro. Il Borgo di Monterone che  prende il proprio nome proprio dalla vicinanza del fiume Foglia, da qui il nome Monterionis, e cioè “monte sopra il fiume”è una frazione del Comune di Sestino, una terra che in passato svolgeva un ruolo cruciale come avamposto e territorio cuscinetto. Il suo eccellente stato di conservazione e la sua genuina tranquillità, rendono questa borgata una piccola gemma dell’Italia Medioevale e uno dei borghi più caratteristici del Montefeltro Toscano. Lo Stemma del borgo diviene oggi a tutti gli effetti di proprietà del borgo e di tutti i suoi abitanti. Il Borgo, ora con il suo stemma registrato dal registro araldico nazionale e approvato  da Comune di Sestino, diviene a tutti gli effetti un elemento importante per l’intera comunità. Lo stemma, è stato disegnato dallo scultore Andrea da Montefeltro, premio della Pace dell’arte dell’ONU, al quale abbiamo posto una specifica domanda: “Ma uno stemma araldico oggi  che ruolo può avere e che importanza presenta?” Andrea ci ha risposto così: “Molti simboli che quotidianamente vengono utilizzati e che ci sono particolarmente familiari, sono in realtà il frutto di elementi e tradizioni molto antichi creati nel passato da artisti e signori connessi a precise origini storiche. Però non sempre è possibile compiere una ricostruzione dell’aspetto di origine,  questo a causa delle diverse vicende che investono i territori e che molto spesso in base ai conquistatori, potevano essere eliminati. Un esempio di questo, possiamo ritrovarlo nello sgraffiamento di tutti gli stemmi interni presenti nel Castello dei Conti Oliva a Piandimeleto, dove in seguito alle incursioni napoleoniche, vennero rimossi gli stemmi dei signori. Con perizia e fonti indirette però si può comunque ricostruire il passato, la simbologia degli araldici, infatti, è un’arte che cavalca i tempi e che resiste a volte anche ai suoi nemici. Uno stemma è importante perché quello che valeva un tempo vale ancora oggi, l’identità, la tradizione e la volontà di miglioramento sono alla base di uno stemma. Gli stemmi e gli araldici che pensiamo possano essere elementi del passato, in realtà vivono oggi più che mai, rivisitati e mutati e presenti ovunque. Basti pensare al curioso leoncino d’argento dritto sulle zampe presente sul cofano delle auto Peugeot, oppure basti pensare al motivo per cui in una stessa città, Milano, le strisce rossonere del Milan, si contrappongano proprio a quelle neroazzurre dell’Inter, ex ambrosiana. Basta ripercorrere il passato per trovare la risposta. Ad esempio il percorso delle strisce bicolore delle due celebri società calcistiche milanesi erano rispettivamente le due bandiere di altrettanti quartieri della Milano sforzesca alla fine del quattrocento. Quindi, l’araldica, viene da tutti usata quotidianamente in maniera inconscia, perché questi simboli sono impressi, nella memoria collettiva nel tempo come testimoni. Se però ci si appropria anche del significato dell’origine delle cose si può comprendere che, il simbolo araldico non è più solo un elemento grafico ma acquista un significato d’ispirazione e un destino per coloro che ne conoscono le radici. Certi simboli a noi familiari, presentano elementi storici e di tradizione antica, dal passato spesso illustre e con un codice simbolico preciso, ricco e affascinane da cui è possibile conoscere la storia di un luogo. Dunque, l’araldico e la sua arte, sono in grado di produrre effetti di grande eleganza e di pura bellezza, sicuramente motivo di crescita. E’ stato realizzato questo araldico con l’augurio che grazie al nuovo stemma del Borgo, ricco di colori che simboleggiano le tradizioni con qualità e virtù; tutta la comunità sappia usufruire tale stemma come segno di unione e fratellanza. Le comunità degli antichi borghi trovano un contesto fertile in queste iniziative, affinché l’unione possa essere forza, soprattutto quando le collettività siano consapevoli delle proprie radici storiche e che tali elementi possano essere da spunto per il miglioramento. Sulla nascita di questo nuovo elemento è intervenuta anche l’esperta d’arte internazionale Annalisa Di Maria la quale afferma: “i territori dell’entroterra sono i maggiori testimoni delle antiche culture e popoli che hanno abitato queste terre, per questo motivo vanno valorizzati e salvaguardati al fine di poter tramandare alle generazioni future, la storia e la cultura di coloro che ci hanno preceduto. L’antico territorio del Montefeltro, è testimone del passaggio di antiche famiglie che con la loro storia, hanno contribuito a rendere unici molti borghi. Monterone è un borgo che ha le sue radici già nel Medioevo, ma non si esclude vista la conformità territoriale, che il suo colle sul quale sorge, possa essere il frutto di precedenti e più antichi insediamenti. Si sa infatti come la città di Sestino nel I sec. a.c. fosse territorio romano e che prima di loro, il territorio fosse stato interessato anche dagli etruschi, piceni e galli senoni, testimonianza di questo furono appunto i ritrovamenti archeologici pre-romani fatti nel territorio.

 




Un Natale nel Montana

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1 667x500Vivere a Virginia City, nel Montana, era davvero un’impresa difficile negli anni Sessanta dell’Ottocento.

Città di frontiera per eccellenza, aveva nel proprio nome l’unico tratto gentile, illudendo il viaggiatore di passaggio con la sua malcelata esuberanza.

In realtà  quell’ammasso informe di casupole di legno tenute insieme dalla sottile, fangosa  linea stradale, era un covo di gente senza troppi scrupoli, in gran parte cercatori d’oro inselvatichiti da una vita aspra e gretta, pronti a tutto per soddisfare il  loro sogno personale di ricchezza.

vcoperahouse 300x186Pionieri della costa orientale in cerca di nuovi territori da colonizzare, scalcagnati allevatori boemi, robusti contadini tedeschi, iracondi manovali irlandesi e fantasiosi artigiani italiani sfiniti da una continua e sfibrante corsa verso la grande occasione: era questa la variegata e lacera umanità che si presentò alla vista del giovane prete in abiti neri, capitato nel disarticolato groviglio urbano nei giorni finali dell’anno solare 1865.

joseph giordaPadre Giuseppe Giorda aveva fondato una missione (San Pietro) lungo il corso del fiume Missouri  e nei suoi primi anni americani era entrato in simbiosi con i nativi del grande Nordovest continentale.

In quell’aspro territorio che un giorno sarebbe diventato il parco nazionale dello Yellowstone, l’uomo di chiesa aveva condiviso il suo bivacco con i pellerossa Coeur d‘Alène (conosciuti anche con il nome di Schitsu’umsh o Skitswish ) e aveva lavorato, con un manipolo di “preti di frontiera”,  intorno a una serie di dizionari e grammatiche delle lingue autoctone.

coeur d'alene people and tipis, desmet reservation, c. 1907Ma tutte le energie spese in quella faticosa opera linguistica, tutte le fatiche superate nell’attraversare territori segnati dall’incontaminata natura, le sofferenze patite nel selvaggio Nordovest e le torture inflitte dai nativi ostili anche ai più miti degli uomini bianchi, non avrebbe eguagliato lo scoramento provato dal missionario in quei pungenti giorni di inizio inverno a Virginia City.

Giuseppe Giorda era un uomo di ferro. La sua tunica nera lo indicava alla gente come “blackrobe” e per gli uomini della frontiera lui era un vero soldato di Dio.

L’italiano era un religioso ma anche uomo di cultura e per entrambe le sue passioni si era sempre battuto nei suoi anni nel Nordovest.

virginiacity1866 600Ma in quella città tra le montagne non c’era una chiesa per celebrare il Natale.

Non avevano tempo per Dio gli uomini in cerca del metallo giallo. Tra uno scavo e un ritrovamento, la famelica umanità si eliminava l’un l’altra senza tanti perché, e nel domani di ognuno c’era semplicemente … il domani e, con un po’ di fortuna, la fatidica pepita dell’oro.

Quegli uomini senza anima scrutarono con astio l’esile uomo in logori abiti neri, in sella a un piccolo asino, in cerca di amici di fede.

western heritage christmas sleigh ride fort mcmurray 1590Gli avventurieri di Virginia City, forse non erano più nemmeno uomini, vi assomigliavano soltanto nelle forme esteriori; questo almeno nei pensieri iniziali del tenace blackrobe.

Mancavano pochi giorni per il Santo Natale e non vi era ombra di una chiesa per le anime sparse e disperse del freddo Montana.

Padre Giorda non si diede per vinto. In quella vigilia di Natale  il piccolo grande uomo in tunica nera decise però che un Natale ci sarebbe stato.

christianity comes to the flathead indiansLa voce si sparse  tra i clienti di un saloon.

Alcuni di questi, non disdegnando una bevuta di whisky in onore dell’impegno, decisero di chiamare in causa Thomas Francis Meagher, un possente irlandese facente funzione di governatore del Montana.

virginia city gilberts brewery 500Ascoltato il loro appello, Meagher aderì allo sforzo di raccogliere più oro possibile per affittare un teatro all’incrocio tra via Wallace e via Jackson già impegnato per una compagnia di varietà.

Con modi rudi e spicci, gli attori vennero invitati a riposare per una settimana e nel giro di 24 ore scomparvero le scritte allegre e fu ridipinto l’interno mentre altri uomini costruirono l’altare, la balaustra della comunione, il confessionale.

La prima chiesa di Virginia City fu pronta per la messa di mezzanotte ma non riuscì a contenere tutti i fedeli accorsi: molti si inginocchiarono sulla neve, ascoltando la funzione impassibili all’inclemenza del tempo.

western heritage pranzo hotel metropole a fargo south dakota 1898 new york public libraryIl Natale aveva avuto il suo miracolo. Uomini rozzi e dannati chiesero grazia dei loro peccati al piccolo uomo in tunica nera.

La città del peccato aveva pagato con polvere d’oro la sua prima chiesa, e aveva ripagato con l’amore la tenacia del loro primo parroco.

Invitato  dagli abitanti di Virginia City, il missionario gesuita si fermò in città per quasi vent’anni e rifiutò con modestia la mitra vescovile offertagli a Roma.

Giuseppe Giorda era nato il  19 marzo del  1823 in Piemonte, in una famiglia di stampo nobiliare.  Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1845, Giorda si distinse fin dai suoi primi anni di sacerdozio per la sua vasta cultura e rispose con entusiasmo all’impegno missionario. Arrivato negli Stati Uniti nel  1852,  imparò con grande fatica i rudimenti dell’inglese e  iniziò la sua opera evangelizzatrice tra i Coeur d’Alene.

95590 004 b18802a0Nominato nel 1862 superiore generale delle missioni nelle Montagne Rocciose  Giorda affrontò con coraggio tutte le traversie di una evangelizzazione tra i nativi inclini facilmente alla belligeranza.

Trovatosi nello stesso anno tra i Gros Ventre, Giorda venne fatto prigioniero dagli stessi pagando sulla propria pelle la rabbia dei Nativi nei confronti di coloni bianchi che avevano razziato i cavalli della tribù.

Il missionario rimase segregato per quasi un mese prima di essere rilasciato illeso. Il gesuita  insegnò la catechesi al grande Capo Giuseppe dei Nez Percé  e predicò in sei lingue diverse tra gli indiani Flathead (Testepiatte) e i bellicosi Blackfoot .

Fu scelto come cappellano della seconda Legislatura territoriale del Montana e i Nativi lo chiamarono “Capo Romano”.

Insieme ai missionari Gregorio Mengarini e Giuseppe  Bandini, Giorda redasse il Kalispel Dictionary e pubblicò il Varrative from the Holy Scripture in Kalispel.

vcmapIl tenace piemontese  fondò  la  Missione del Sacro Cuore di Gesù e Maria a    Helena, in  Montana. Riaprì e le missioni tra i Nativi    Flatheads (St. Mary’s) e Colvilles (St. Paul’s).

Grazie a lui e ai tenaci “blackrobe” anche i Nativi del  Nordovest poterono finalmente leggere e comprendere le Sacre Scritture.

 




150° anniversario dell’emigrazione italiana in Brasile, a Genova la mostra “Le bibliotechine di bordo della Società Dante Alighieri”

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150° anniversario dellemigrazione italiana in brasile a genova la mostra le bibliotechine di bordo della societa dante alighieri immagine4Sabato 16 novembre alle ore 15:30 a Genova, presso l’Auditorium del Galata-Museo del Mare (Calata Ansaldo de Mari 1), in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’emigrazione italiana in Brasile, verrà inaugurata la mostra storico-documentaria sulle “Bibliotechine di bordo della Società Dante Alighieri”. Questa storica iniziativa fu promossa nel 1901 dal Comitato della Dante di Napoli, sviluppando l’idea dell’allora presidente Emanuele Gianturco, del vicepresidente Benedetto Croce e del segretario Eugenio Zaniboni. Le “bibliotechine” contenevano 250 libri di argomento “popolare”, organizzati in tre categorie, e messi a disposizione per la formazione e lo svago degli emigranti durante il viaggio. A dimostrazione del successo dell’iniziativa, si sono poi creati gruppi di lettura spontanei con la formazione di piccole “classi” di analfabeti gestite da maestri che volontariamente, dietro una riduzione del costo del biglietto per la traversata, si mettevano a disposizione per insegnare nozioni base di grammatica e aritmetica. Lo scopo di tale iniziativa venne ben presto condiviso dal Comitato Società Dante Alighieri di Genova, che si fece promotore dell’istituzione di biblioteche di bordo all’interno di navi dirette soprattutto in Sud America. La mostra verrà presentata da Giulia De Castro dell’Ufficio Studi e Archivio della Società Dante Alighieri, che partecipa alle celebrazioni dei 150 anni di Emigrazione Italiana in Brasile a Genova assieme agli altri patrocinatori: il Museo dell’Emigrazione Italiana (MEI), Costa Crociere, Associazione di amicizia Italia-Brasile, Fondazione Casa America, Italea, Galata Museo del Mare, Società Italiana di Santos.(Inform)




Il Congo color “rosso sangue italiano”

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eyjidw~1Era l’11 marzo 1962 quando le loro salme arrivarono a Pisa a bordo di un velivolo statunitense scortati dai caccia dell’Aeronautica Militare. Una scorta d’onore per i 13 aviatori trucidati in Africa che poi dovevano essere tumulati presso il Sacrario dei caduti di Kindu, il tempio aeronautico costruito all’ingresso dell’aeroporto militare di Pisa grazie a una sottoscrizione pubblica lanciata all’indomani della notizia dell’eccidio.

Si chiudeva così una delle pagine più buie del nostro  impegno in favore della Pace. Una pagina che si era aperta mesi prima con un carico di fiducia arrivato su due “Vagoni volanti”, i C-119 della 46^ aerobrigata di Pisa e assegnati al contingente delle Nazioni Unite in Congo. Maggiore pilota Amedeo Parmeggiani, 43 anni, di Bologna, comandante della missione,  Sottotenente pilota Onorio De Luca, 25 anni, di Treppo Grande, Tenente medico Francesco Paolo Remotti, 29 anni, di Roma, Maresciallo motorista Nazzareno Quadrumani, 42 anni, di Montefalco, Sergente maggiore montatore Silvestro Possenti, 40 anni, di Fabriano, Sergente elettromeccanico di bordo Martano Marcacci, 27 anni, di Collesalvetti , Sergente marconista Francesco Paga, 31 anni, di Pietrelcina , Capitano pilota Giorgio Gonelli, 31 anni, di Ferrara, Sottotenente pilota Giulio Garbati, 22 anni, di Roma, Maresciallo motorista Filippo Di Giovanni, 42 anni, di Palermo, Sergente maggiore montatore Nicola Stigliani, 30 anni, di Potenza, Sergente maggiore elettromeccanico di bordo Armando Fausto Fabi, 30 anni, di Giuliano di Roma, Sergente maggiore marconista Antonio Mamone, 28 anni, di Isola di Capo Rizzuto): questi i nomi dei tredici aviatori che nel novembre del 1961atterrarono all’aeroporto vicino Kindu, una cittadina ai margini della foresta equatoriale, non lontana dal confine con il Katanga, la regione nella quale era montata  la sanguinosa guerra civile che minacciava la giovane repubblica africana, la cui indipendenza era stata proclamata appena il 30 giugno 1960.

kindu15Nulla faceva presagire l’imminente tragedia. I due aerei trasportavano i rifornimenti per i “caschi blu” malesi della guarnigione di Kindu, ottemperando a una missione che l’aviazione militare italiana portava avanti   dall’estate 1960 e provvedendo  a circa il 70% delle esigenze di trasporto aereo del contingente ONU.

Una missione come tante, in quella fetta di Africa che si era appena riscattata dal colonialismo belga che aveva lasciato il paese in un completo caos politico e amministrativo e fomentando anzi atavici odi tribali con l’aiuto dei vari attori internazionali che miravano a controllare le vaste risorse minerarie del paese, favorendo la secessione della più ricca delle sue province: il Katanga. In un paese dilaniato dalla lotta tra le fazioni  del presidente Joseph Kasa-Vubu, (con le truppe comandate dal generale Mobutu che controllavano le regioni occidentali) quelle lumumbiste di Antoine Gizenga (con le truppe del generale Lundula sostenute dai sovietici che controllavano le province orientali)  e quelle katanghese di Moise Ciombe (con i gendarmi sostenuti da mercenari bianchi, soprattutto belgi) gli italiani arrivarono subito dopo l’uccisione di Patrice Lumumba, ex primo ministro che aveva tentato di liberare il paese dalle ingerenze esterne. Il mandante dell’omicidio di Lumumba era Moise Ciombe, leader della provincia del Katanga, appoggiato dal presidente della repubblica Joseph Kasa-Vubu e dal capo delle forze armate Joseph-Désiré Mobutu, il quale avrebbe in seguito retto le sorti del paese come dittatore per circa quarant’anni.

fairch~1La mattina di quel sabato 11 novembre 1961 i due aerei decollarono dalla capitale Leopoldville per portare rifornimento alla piccola guarnigione malese dell’ONU in una città dove poco meno di due mesi prima era morto Raffaele Soru, un volontario della Corpo militare della Croce Rossa Italiana, rimasto ferito a morte nel corso di scontri tra ribelli e soldati. Gli aviatori atterrarono il tempo di scaricare e di mangiare qualcosa ma non sapevano che in città tra i duemila soldati del regime di Stanleyville si era sparsa la voce che fosse imminente un lancio di paracadutisti mercenari al servizio del regime di Ciombe.  Gli  aviatori erano senza armi perché  i  rapporti con la popolazione erano stati sempre buoni e pertanto vennero completamente sorpresi dai militari che fecero irruzione nell’edificio. I circa 80 soldati congolesi sopraffecero rapidamente gli occupanti della palazzina malmenandoli duramente, accanendosi in particolare contro gli italiani scambiati per mercenari belgi al soldo dei katanghesi. Durante l’assalto l’ufficiale medico Remotti tentò la fuga ma fu subito ucciso. Il  comandante malese, maggiore Maud, tentò inutilmente di convincere i capo del presidio locale che gli aviatori erano italiani dell’ONU.

eccidio kindu francobolloI dodici italiani, costretti a trasportare con loro il corpo di Remotti, furono caricati a forza sui camion e portati in città, per poi essere rinchiusi nella piccola prigione locale. Mentre il maggiore Maud e il suo vice discutevano se fosse meglio trattare il rilascio pacifico degli italiani o tentare un’azione di forza per liberarli, quella notte giunsero all’aeroporto di Kindu da Leopoldville il generale Lundula e alcuni funzionari dell’ONUC che tentarono di  contattare il comando del presidio per avviare un canale di trattative, senza alcun successo.

Nella notte i miliziani fecero irruzione nella cella dove erano detenuti i dodici aviatori italiani e li uccisero tutti a colpi di mitra; abbandonati i corpi sul posto, questi furono pietosamente spostati poche ore dopo dal custode del carcere che, temendone lo scempio, li trasportò con un camion nella foresta e li seppellì in una fossa comune.

Per giustificare il massacro, i miliziani congolesi accusarono gli italiani di fornire le armi ai secessionisti,  e diffusero la notizia secondo la quale questi fossero in volo verso il Katanga e fossero stati ingannati e convinti ad atterrare a Kindu dai responsabili della torre di controllo.

L’inviato speciale de La Stampa, Alberto Ronchey riuscì però pochi giorni dopo a dimostrare che la torre di controllo non funzionava da molti mesi, smontando pertanto tale teoria. Per giorni non si seppe nulla della sorte degli aviatori, e lo stesso comando delle truppe ONU temporeggiò per evitare di scatenare una rappresaglia contro gli italiani, senza sapere che questi erano già stati uccisi. Solo alcune settimane dopo l’eccidio il custode del carcere si mise in contatto con i fratelli Arcidiacono, due italiani residenti da tempo a Kindu: questi riuscirono a ricostruire le circostanze dell’eccidio e a contattare le autorità ONU per organizzare il recupero dei resti.

14Nel febbraio del 1962 un convoglio della Croce Rossa austriaca, scortato da un contingente di caschi blu etiopi e accompagnato da due ufficiali della 46ª Aerobrigata  ritrovò la fossa comune dove erano stati seppelliti gli italiani nel cimitero di Tokolote, un piccolo villaggio sulle rive del Lualaba ai margini della foresta.  

Dopo aver sepolto gli sfortunati italiani, i  piloti e gli assistenti di volo uomini dell’Alitalia richiesero che la loro divisa fosse dotata della cravatta nera in luogo della precedente blu, in segno di lutto perenne per i 13 aviatori uccisi. La cravatta nera rimase in dotazione agli equipaggi Alitalia fino a giugno del 2015  quando la compagnia di bandiera decise di sostituire la cravatta degli assistenti di volo con una più vivace fantasia regimental. I piloti continuano però a indossare la  cravatta nera d’ordinanza per perpetuare il ricordo di quei 13 sfortunati militari al servizio della pace.

 




Messico. L’Italia studia l’inquisizione spagnola

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inquisizionevertUn’iniziativa italiana riunisce a Città del Messico due importanti eventi accademici dedicati ai tribunali che per tre secoli indagarono sui crimini contro la fede cattolica in Spagna, Italia, nelle Fiandre e nelle Indie orientali e occidentali.

L’Istituto Italiano di Cultura di Coyoacán, nella capitale messicana, sarà una delle sedi dell’incontro internazionale Inquisizione e impero spagnolo, che riunisce quest’anno il VI Colloquio dell’inquisizione nella Nuova Spagna e il III congresso Inquisizione e criptogiudaismo nei secoli XVI-XVIII.

L’incontro —in programma dal 28 al 31 ottobre— è coordinato dal ricercatore siciliano Fernando Ciaramitaro, dottore in storia dell’Università di Catania con studi post-dottorato al Collegio del Messico.

«L’obiettivo» —spiega Ciaramitaro all’ANSA/Puntodincontro— «è esaminare e dibattere il ruolo imperiale dell’Inquisizione in tutte le sue geografie: da Siviglia, primo polo d’azione, alle Americhe e alle Filippine. Ma anche in quei territori che appartenevano all’impero e non avevano un’Inquisizione spagnola, come, ad esempio, nelle Fiandre, a Napoli e a Milano”.

«L’Inquisizione iberica» —aggiunge l’accademico— «insieme alle istituzioni analoghe nelle province e i regni della monarchia cattolica, aveva una fisionomia specifica, quella di un’ortodossia guerriera, di confine e di mediazione, che si espresse lungo tre secoli nella l’immensa geografia imperiale».

Lo storico –membro dell’Associazione dei ricercatori italiani in Messico– spiega il congresso mira a «ridefinire ipotesi temporali e tematiche e postulare nuove domande di ricerca sul come e il perché del Sant’Uffizio nell’intera monarchia ispanica, dai momenti precedenti la sua fondazione, nel XV secolo, attraverso il periodo Fernandino, a metà tra due secoli, fino ad arrivare all’estinzione. Un’attenzione particolare è dedicata anche alla questione ebraica e ai ‘convertiti’».

Il programma dell’evento, che include un ricco calendario di conferenze e tavole rotonde presso l’Istituto di ricerca giuridica dell’Università nazionale autonoma del Messico (Unam), l’Università Iberoamericana, l’antico Palazzo dell’inquisizione (oggi Museo della medicina dell’Unam) e il Centro di documentazione e ricerca ebraica, prevede la partecipazione di oltre 50 esperti provenienti da atenei del Messico, degli Stati Uniti e dell’Europa.

L’immagine principale di questo articolo è un dettaglio del dipinto L’agitatore della Linguadoca (1887),
olio su tela di Jean-Paul Laurens, conservato nel Musée des Augustins del Municipio di Tolosa.

ansa.it- puntodincontro.mx




L’eredità dinamica delle migrazioni italiane: a Lucca il convegno della Fondazione Cresci e Altreitalie

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23luccaInizia domani, giovedì 24 ottobre, il Convegno “L’eredità dinamica delle migrazioni italiane. Conservare la memoria della storia e del presente” che la Fondazione Cresci di Lucca e il Centro Altreitalie di Torino organizzano presso il Palazzo Ducale di Lucca.
Il Terzo Millennio è cominciato con profondi mutamenti nei trend migratori italiani e non solo: lungi dall’esaurimento hanno ripreso la via dell’espatrio numeri sempre più grandi di cittadini vecchi e nuovi della Penisola, mentre nel mondo masse di popolazioni spinte da mutamenti climatici, o dal moltiplicarsi dei conflitti hanno intensificato le mobilità.
Il convegno è dedicato a una riflessione approfondita sullo stato della ricerca riguardante le migrazioni italiane. “Anche se spesso marginalizzata nel dibattito pubblico, la ricerca sui fenomeni migratori non è rimasta insensibile ai repentini cambiamenti degli ultimi anni. Ha continuato a riflettere sia sulle migrazioni del passato sia su quelle attuali”, afferma Maddalena Tirabassi, direttrice del Centro Altreitalie. “In un’epoca di mobilità crescente, documentare, studiare e preservare le esperienze migratorie è un compito cruciale per comprendere le dinamiche che hanno plasmato la nostra storia. Oggi, grazie alla tecnologia, abbiamo anche l’opportunità di conservare le testimonianze contemporanee per la futura ricerca sulle migrazioni italiane”.
Il convegno si concluderà venerdì 25 con una tavola rotonda che coinvolgerà i direttori di alcuni dei principali siti istituzionali dedicati alla conservazione, costruzione e diffusione della memoria migratoria italiana: riviste, musei, centri di ricerca e archivi storici.
L’evento sarà trasmesso anche in streaming a questo link. (aise) 




Nazioni Unite a Vienna, mostra sulla lotta alla criminalità organizzata transazionale

nazioni unite a vienna mostra sulla lotta alla criminalita organizzata transazionale

nazioni unite a vienna mostra sulla lotta alla criminalita organizzata transazionaleIn occasione della Conferenza delle Parti della Convenzione di Palermo (Convenzione delle Nazioni Unite contro la Criminalità Organizzata Transnazionale), l’Italia ha promosso nella sede delle Nazioni Unite di Vienna una mostra che illustra l’esperienza del nostro Paese nella lotta alla criminalità organizzata transnazionale, realizzata dai Ministeri degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dell’Interno e della Giustizia. Attraverso un percorso di immagini evocative, la mostra illustra alcune fasi cruciali della lotta contro la mafia, il ruolo dei magistrati Flacone e Borsellino, la reazione alle stragi del 1992, la strada che ha portato all’adozione della Convenzione di Palermo, le attività di cooperazione internazionale e le sfide future.

Inaugurata dal Ministro della Giustizia Nordio e dalla Direttrice Esecutiva dell’Ufficio Nazioni Unite per la Droga e il Crimine (UNODC), la mostra segna anche l’inizio di un mese di mobilitazione in vista della prima Giornata internazionale contro la criminalità Organizzata Transnazionale (15 novembre), istituita quest’anno, su iniziativa italiana, con una risoluzione dell’Assemblea Generale.