Grecia, una mostra sui navigatori del Vecchio Continente

grecia i marinai greci con colombo e magellano

grecia i marinai greci con colombo e magellanoUna mostra dal titolo “Navigatori del Vecchio Continente. I marinai greci con Colombo e Magellano” sarà inaugurata oggi, 15 gennaio, in Grecia, presso l’auditorium “Mikis Theodorakis” del Comune di Papagou-Cholargos. Un’iniziativa di cooperazione culturale tra Grecia, Italia e Spagna, organizzata in collaborazione con L’Ambasciata d’Italia e l’Ambasciata di Spagna ad Atene, l’Istituto Italiano di Cultura e l’Istituto Cervantes.

La mostra, che rimarrà aperta al pubblico fino al 2 febbraio 2024, è una combinazione di due esposizioni distinte, una italiana sulla scoperta dell’America da parte di Colombo e una spagnola sulla prima circumnavigazione della Terra da parte di Magellano; entrambe spedizioni effettuate per conto della corona spagnola. L’importanza di queste spedizioni per la storia dell’umanità non è in discussione, ma è poco noto che anche alcuni marinai greci, membri degli equipaggi di questi due navigatori, hanno partecipato a queste imprese svolgendo un lavoro importante per la loro riuscita.

Nel corso dell’inaugurazione della mostra sarà proiettato il documentario drammatizzato dell’ellenista spagnolo Pedro Olaya, “Francisco Albo, i marinai greci della prima circumnavigazione della Terra”.




Consolato Generale d’Italia a New York: 29 gennaio Giorno della Memoria

giorno della memoria il 29 gennaio cerimonia commemorativa delle vittime della shoah presso il consolato generale ditalia a new york immagine1

giorno della memoria il 29 gennaio cerimonia commemorativa delle vittime della shoah presso il consolato generale ditalia a new york immagine1Ogni anno, in occasione del Giorno della Memoria, il Consolato Generale d’Italia, il Centro Primo Levi, l’Istituto Italiano di Cultura, la Casa Italiana Zerilli Marimò presso la New York University, l’Italian Academy presso la Columbia University, il Calandra Institute presso CUNY, la Scuola d’Italia Guglielmo Marconi, Magazzino Italian Art e Center for Italian Modern Art (CIMA), commemorano le vittime della persecuzione nazi-fascista con una serie di iniziative volte a preservare la memoria e a sensibilizzare le nuove generazioni sui temi dell’antisemitismo, del razzismo e della xenofobia. Si segnala, in particolare, che lunedì 29 gennaio 2024 si terrà la consueta cerimonia di lettura dei nomi delle migliaia di ebrei deportati dall’Italia e dai territori italiani. L’evento, che rappresenta il momento culminante delle commemorazioni, è aperto al pubblico e si svolgerà dalle 8:30 alle 14:30 all’esterno della Sede del Consolato Generale di New York. (Inform)




La storia della bandiera italiana

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bandieraitalianavertIl 7 gennaio di ogni anno si celebra la Festa del Tricolore, ufficialmente conosciuta come Giornata nazionale della Bandiera, istituita dalla legge n. 671 del 31 dicembre 1996, commemorativa della bandiera nazionale italiana.

Il tricolore italiano quale bandiera nazionale nacque a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decretò «che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti», si legge sul sito del Quirinale.

Ma perché proprio questi tre colori? Nell’Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790.

Anche i reparti militari “italiani”, costituiti all’epoca per affiancare l’esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano la medesima foggia. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano, appunto, i colori bianco, rosso e verde, fortemente radicati nel patrimonio collettivo della regione: il bianco e il rosso, infatti, comparivano nell’antichissimo stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese.

Gli stessi colori, poi, furono adottati anche negli stendardi della Legione Italiana, che raccoglieva i soldati delle terre dell’Emilia e della Romagna, e fu probabilmente questo il motivo che spinse la Repubblica Cispadana a confermarli nella propria bandiera. Al centro della fascia bianca, lo stemma della Repubblica, un turcasso contenente quattro frecce circondato da un serto di alloro e ornato da un trofeo di armi.

Il 17 marzo 1861 venne proclamato il Regno d’Italia e la sua bandiera continuò ad essere, per consuetudine, quella della prima guerra d’indipendenza. Ma la mancanza di una apposita legge al riguardo —emanata soltanto per gli stendardi militari— portò alla realizzazione di vessilli di foggia diversa dall’originaria, spesso addirittura arbitrarie.

Soltanto nel 1925 si definirono, per legge, i modelli della bandiera nazionale e della bandiera di Stato. Quest’ultima (da usarsi nelle residenze dei sovrani, nelle sedi parlamentari, negli uffici e nelle rappresentanze diplomatiche) avrebbe aggiunto allo stemma la corona reale.

Dopo la nascita della Repubblica, un decreto legislativo presidenziale del 19 giugno 1946 stabilì la foggia provvisoria della nuova bandiera, confermata dall’Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 e inserita all’articolo 12 della Carta Costituzionale.

da puntodincontro.mx




Nasce la Fondazione “Marcinelle dueseidue”

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marcinelle image 309x223Nasce la Fondazione “Marcinelle dueseidue”: il Consiglio regionale dell’Abruzzo ha approvato nei giorni scorsi un progetto di legge per l’istituzione della Fondazione, allo scopo di mantenere vivo il ricordo della tragedia mineraria dell’8 agosto 1956. Per il presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri (Fi), che ha sostenuto il progetto, si tratta di una “norma con un elevatissimo valore culturale e sociale” voluta “in memoria dei 60 minatori abruzzesi morti nelle miniere di Marcinelle”,

“La tragedia di Marcinelle e il prezioso ruolo di sensibilizzazione avuto in tema di prevenzione sui luoghi di lavoro, da adesso in poi – ha sottolineato Sospiri –  troverà riconoscimento in una fondazione regionale che si chiamerà ‘Marcinelle Dueseidue’, come il numero complessivo di lavoratori che persero la vita nell’incidente avvenuto in Belgio nel 1956. La sede sarà a Manoppello (Pescara) , il Comune abruzzese che ha registrato il maggior numero di vittime. La norma, che ho personalmente sostenuto, promuove attività, iniziative, giornate di studio, seminari, incontri culturali e didattici, progetti di turismo delle radici, viaggi della memoria e scambi culturali, concorsi, attività di approfondimento, scambi di studi e culturali anche con il coinvolgimento dell’Ufficio scolastico regionale e delle Università volti ad assegnare borse di studio”.  In una nota congiunta i consiglieri regionali di FdI  Leonardo D’Addazio e Luca De Renzis sottolineano come sia stato “il principio della massima tutela dei lavoratori di ogni nazionalità e il vivo ricordo della catastrofe avvenuta nella miniera di carbone in Belgio l’8 agosto del 1956” ad avere indotto “la Regione Abruzzo ad istituire la fondazione ‘Marcinelle Dueseidue’, realtà socio-culturale che si pone il chiaro obiettivo di elevare il livello di qualità su una tematica ancora tristemente attuale. Una tematica che – evidenziano – ha visto unanime tutte le forze politiche in Consiglio regionale nell’approvare il relativo testo di legge”. “Con un impegno di spesa pari a 50 mila euro, per ciascuna annualità del biennio 2024-2025, siamo certi – aggiungono i due consiglieri – che tutti i soggetti istituzionali e del mondo scolastico e universitario coinvolti sapranno fare del proprio meglio per la realizzazione di un progetto di studio ed educativo da lasciare in dotazione alle nuove generazioni”. (Inform)




Diciassette anni fa: la strage di Erba. I dubbi

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erbaDepositate due istanze di revisione. Cosa non quadra: la  testimonianza dell’unico sopravvissuto, le tracce genetiche di una vittima e personaggi mai interrogati. 

Erano le 20:06 dell’11 Dicembre 2006, quando i vigili del fuoco intervengono in una palazzina di via Diaz ad Erba, una piccola cittadina in provincia di Como. Si era levata una colonna di fumo da un appartamento. Quando i vigili del fuoco arrivarono sulla scena del crimine, trovarono sul pianerottolo del primo piano Mario Frigerio. Entrarono nell’appartamento di proprietà di Raffaella Castagna e nel corridoio c’era il corpo della donna, aggredita e finita con un coltello. Poco distante il cadavere della madre Paola Galli, uccisa anche lei a coltellate. Sul divano del soggiorno giaceva il corpicino di Youssef Marzouk di appena due anni. Al piano superiore della palazzina fu rinvenuto il cadavere di Valeria Cherubini, moglie di Mario Frigerio. Accusati del delitto e condannati all’ergastolo, in via definitiva nel 2011, la coppia di vicini di casa, Olindo Romano e Rosa Bazzi.

Il testimone 

Ma il procuratore generale di Milano, Cuno Tarfusser, ha messo in discussione la sentenza, depositando un’istanza di revisione del processo di 58 pagine. Ecco cosa non funziona, secondo il pg, nel dispositivo di condanna di Olindo e Rosa.La testimonianza

L’unico sopravvissuto alla strage e grande accusatore di Olindo, Mario Frigerio, colpito con un fendente alla gola e creduto morto dagli assalitori, riuscì a salvarsi grazie ad una malformazione congenita alla carotide che gli impedì di morire dissanguato. Frigerio inizialmente accusò un uomo di carnagione olivastra, totalmente differente dalla fisiognomica di Olindo Romano. Quando fu reso pubblico l’audio del suo interrogatorio, la sensazione che l’uomo sia stato suggestionato e trascinato a una conclusione diversa fu piuttosto palpabile. Questa sensazione ha un nome, si chiama amnesia anterograda, provocata degli effetti tardivi di una intossicazione da monossido di carbonio, che Frigerio inalò in stato di semi incoscienza, per l’incendio appiccato sulla scena del crimine. Nelle intercettazioni ambientali non trascritte dimostrano la presenza di disfunzioni cognitive tipicamente osservabili nei casi con patologia neurologica. In sintesi il teste è considerato inattendibile 

La macchia di sangue

Si tratta di una traccia genetica appartenente a Valeria Cherubini, la moglie di Frigerio. Non ne è stata accertata la provenienza, cioè l’auto dei coniugi Romano. Né la chain of custody che, in materia di informatica forense, è un documento che consente la tracciatura dei dettagli dei reperti informatici trattati. Per ogni reperto sono indicati cronologicamente i diversi attori che hanno trattato il dato informatico e le operazioni svolte.

Le confessioni

Nel documento, Tarfusser le considera indotte, con modalità che “definire poco ortodosse è fare esercizio di eufemismo”. Le confessioni di Olindo Romano e Rosa Bazzi non soddisfano i criteri scientifici, necessari per considerarle acquiescenti.

Per questo, Tarfusser chiede la revisione del processo “in tutta coscienza, per amore di Verità e Giustizia (scritte in maiuscolo, ndr) e per l’insopportabilità che due persone, vittime probabilmente di un errore giudiziario, stiano scontando l’ergastolo”.

Sulla base di tali  considerazioni anche i legali della coppia hanno depositato istanza di revisione, 150 pagine, alla Corte d’Assise di Brescia  Tra gli argomenti, le modalità della morte di Valeria Cherubini che sarebbero “incompatibili” con la tesi di Olindo e Rosa colpevoli, le intercettazioni ambientali sul letto d’ospedale del sopravvissuto Mario Frigerio, uno studio sull’energia elettrica nella casa dell’eccidio, la testimonianza di Abdi Kais, mai sentito dagli inquirenti, e residente nell’abitazione di Erba, che venne poi arrestato per spaccio nella zona dove avvenne il massacro.




IL PRIMO VESCOVO D’AMERICA: Alessandro Geraldini: da confessore regio a evangelizzatore americano

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gerVolle essere sepolto nella sua terra d’adozione, Alessandro Geraldini, e il suo desiderio fu esaudito dai fedeli della soleggiata Santo Domingo. Oggi i suoi resti umani giacciono accanto alla tomba del grande navigatore Cristoforo Colombo, ed egli riposa da secoli protetto dalle mura di quella cattedrale di cui fu principale artefice. Ma il suo nome, riferito a un  personaggio emblematico della evangelizzazione cattolica nel Nuovo Mondo, ai tanti fugaci turisti italiani  dice ancora una volta poco perpetuando un destino comune a tanti connazionali approdati nei vari angoli della terra.

800px amelia panoramaAlessandro nacque ad Amelia (foto a sinistra), nell’anno 1455, figlio di Pace Bussitani e Graziosa Geraldini. Nella vita di Alessandro entrò ben presto lo zio Angelo Geraldini, vescovo: secondo un uso comune all’epoca lo zio volle adottare i due fratelli Alessandro e Antonio (nato nel 1450) occupandosi della loro educazione culturale e religiosa e i giovani nipoti avrebbero ripagato questo affetto disinteressato prendendo in adozione il prestigioso cognome di Geraldini. La strada dei due fratelli proseguirono per diverso tempo parallelamente. Alessandro si dedicò con fervore alla carriera militare e poi a quella diplomatica ma, scoperta la propria vocazione religiosa, abbandonò tutte le brillanti prospettive del bel mondo per prendere i voti sacri. Il fratello Antonio acquistò invece il titolo di ambasciatore plenipotenziario per il re Ferdinando d’Aragona. Il religioso di Amelia, divenuto in un primo momento accompagnatore ufficiale del fratello, entrò in seguito egli stesso nelle grazie del re e in sua vece portò a termine delle missioni diplomatiche alla soglio del papa Alessandro VI, alle corti dell’imperatore Massimiliano, dei dogi della Repubblica Veneta, del duca di Milano. Egli ebbe quindi l’occasione di viaggiare  in lungo e in largo per l’Europa di fine quattrocento al servizio della monarchia spagnola, sicuramente la più effervescente e potente delle casate rinascimentali.

lo stemma della famiglia geraldini nel palazzo di famiglia di amelia 600x456L’esperienza diplomatica e le particolari doti umane fecero entrare il pio Alessandro nelle grazie della regina Isabella, fervente cattolica: il vescovo umbro divenne prima suo confessore personale e poi educatore delle sue quattro figlie e dei suoi nipoti. Ed è proprio questa familiarità con i reali di Spagna a permettere a Geraldini di intervenire con favore nei progetti proposti da Cristoforo Colombo per il suo viaggio verso le presunte Indie occidentali.

L’impresa del navigatore genovese entrò indirettamente nei progetti di Geraldini solleticando il richiamo dell’avventura. Nel 1516 Geraldini sottopose al Papa Leone X la sua richiesta di essere inviato nel Nuovo Mondo. La domanda venne esaudita il 23 novembre di quello stesso anno. Con la bolla di papa Leone X il religioso umbro ricevette la nomina a vescovo di Santo Domingo e si preparò a raggiungere la sua nuova destinazione. Ma in quell’inizio del secolo XVI i viaggi non erano certamente facili da approntare. E Geraldini dovette ritardare di un anno la sua partenza per le isole scoperte dal navigatore connazionale. Nonostante il grave ritardo e l’impossibilità fisica di raggiungere la sede assegnatagli egli era pur sempre il primo vescovo “americano” e in tale veste partecipò alla XI sessione del Concilio Lateranense. Terminata la lunga sessione dei lavori lateranensi  poté finalmente imbarcarsi dal porto di Cadice per raggiungere le calde isole tropicali. Era il 7 agosto del 1519.

lisola graciosa dellarcipelago delle canarieIl viaggio verso il nuovo mondo durò sette mesi. Nella sua traversata l’italiano, grande studioso di storia antica, volle fermarsi anche sulle coste africane, alla ricerca dei resti archelogici dell’immenso impero romano. Approdato ai Caraibi, il vescovo volle visitare l’isola di Graziosa (nella foto a sinistra), battezzata da Cristoforo Colombo con il nome della mamma di Geraldini. Costeggiò infine Guadalupe, le Isole Vergini, Trinidad, Tobago, Puerto Rico ed infine sbarco a Santo Domingo con tutti i suoi buoni propositi.

L’opera evangelizzatrice, unita all’instancabile forza organizzatrice, permearono la vita “americana” del primo vescovo d’oltreoceano negli anni seguenti e tanto prodigarsi fu stroncato soltanto dalla morte, sopraggiunta improvvisa l’8 marzo del 1524.

la tomba di alessandro geraldini nella cattedrale di santo domingo 570x380In quei pochi anni il religioso di Amelia descrisse gli usi e i costumi dei nativi e denunciò con veemenza i gravissimi soprusi e le numerose stragi perpetuate dagli spagnoli ai danni degli stessi. Scrisse infine un libro, tra il 1521 e il 1522, dal titolo “L’itinerarium ad regiones subaequinotiali plaga constitutas”, edito a Roma nel 1631 da Guglielmo Facciotti, nel quale raccolse le impressioni del suo viaggio verso il Nuovo Mondo inserendovi informazioni preziose sulla vita e le imprese dell’illustre conterraneo Colombo. Geraldini morì in odore di santità e lasciò dietro di se le fondamenta di un poderoso edificio destinato a divenire il cattolicesimo americano.

Nella foto a destra la tomba del Vescovo Geraldini a Santo Domingo




Vent’anni fa la strage di Nassiryia, arriva il ‘monumento digitale’ per tutti i caduti (VIDEO)

monumento digitale nassiryia

Un sito web con un elenco di nomi e una galleria fotografica in continuo aggiornamento “per ricordare chi ha dato la propria vita affinché si potesse costruire un mondo migliore”. È un vero e proprio ‘monumento digitale‘ quello realizzato dalla Fondazione Memoriale Caduti per la Pace per rendere un tributo alle vittime italiane, militari e civili, donne e uomini, che hanno perso la vita nelle operazioni internazionali, in occasione dei vent’anni della strage di Nassiriya.
Visitabile all’indirizzo www.memorialidipace.it, l’opera digitale di ricordo e omaggio ispirata dal generale Alberto Ricuciello e realizzata da artisti, storici, giornalisti e informatici, è stata presentata stamattina con un evento dedicato, intitolato proprio ‘Memoriali di pace’, nell’Aula Magna del Rettorato dell’Università Roma Tre, in via Ostiense.

All’iniziativa, patrocinata dal ministro della Difesa, Guido Crosetto e organizzata in collaborazione con il V Reparto dello Stato Maggiore e Roma Capitale, hanno partecipato l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo di Stato Maggiore della Difesa, i presidenti della Fondazione, Gianni Letta e Giuliano Amato e il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. In rappresentanza delle vittime Berta Crainz Ficuciello, madre di Massimo, caduto il 12 novembre 2003 a Nassiriya, e vedova del generale Ficuciello.

Il progetto ‘Memoriali di Pace‘ mostrerà quindi il nuovo monumento digitale ai caduti, con interviste inedite agli ufficiali delle Forze Armate e ai parenti delle vittime grazie alle testimonianze del generale di divisione Francesco Olla, del tenente colonnello Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valore militare, del vicedirettore di Repubblica, Gianluca Di Feo e del funzionario internazionale Andrea Angeli. In questo modo studenti, comunità e opinione pubblica potranno riscoprire la storia del Checkpoint Pasta, dell’attacco a Nassiriya e di altri episodi cruciali per l’Italia e il mondo intero, raccontati direttamente dai loro protagonisti.

“Non so quanto possa essere di consolazione, ma ho la certezza che il loro sacrificio abbia piantato radici profonde nei valori di pace, della sicurezza e del rispetto della persona umana di cui noi oggi siamo e saremo sempre portatori”, le parole di Cavo Dragone. “Le nostre missioni di pace e di stabilizzazione all’estero continuano, posso dire con orgoglio che il mondo intero apprezza la nostra capacità di porci come disinteressati a interessi strategici ed economici ma interessati esclusivamente alla convivenza civile. Nei miei due anni come capo di Stato Maggiore- ha aggiunto- ho toccato con mano come a livello internazionale siamo stimati come stakeholder della pace”.

Quella di Nassiriya, ha detto Amato, “è una lezione che deve essere ricordata. Io credo che gli italiani siano brava gente, ma anche la brava gente deve distinguere il bene dal male e combattere il male dove esso è. Ricordare investe i nostri valori di fondo e da qui arriva l’idea dei monumenti ai caduti, e questa è una delle applicazioni migliori delle nuove tecnologie perché diventa uno strumento di diffusione della memoria“. In questo modo, ha sottolineato, “realizziamo due obiettivi: alimentare la consapevolezza dei valori e non lascia sole le famiglie nel loro ricordo ma anzi lo fa condividere”.
Questo monumento, ha concluso Berta Crainz Ficuciello, “conserverà il ricordo dei nostri cari, e il ricordo è la forza che ci tiene saldi e solidali. Il nostro dolore perenne si addolcisce se il ricordo diventa patrimonio collettivo”.

ag. dire – www.dire.it




Buenos Aires, in mostra reperti di Canosa di Puglia

buenos aires la mostra su canosa di puglia

buenos aires la mostra su canosa di pugliaÈ giunta a Buenos Aires, seconda tappa dopo Santiago del Cile, la mostra “Forme e Colori dall’Italia preromana. Canosa di Puglia”, allestita nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura e aperta al pubblico dal 6 novembre 2023 al 2 febbraio 2024. All’evento di presentazione della mostra ha partecipato l’Ambasciatore d’Italia in Argentina, Fabrizio Lucentini; e fra gli altri, il Direttore Genere dei Musei del Ministero della Cultura (MiC) e curatore della mostra, Massimo Osanna, l’Addetta Reggente ad interim dell’IIC di Buenos Aires, Giuliana Gentile, oltre ad una delegazione del Ministero della Cultura italiano. Dopo Buenos Aires, la mostra proseguirà nel 2024 il suo itinerario verso San Paolo e Città del Messico.

L’esposizione – che rientra nel programma di valorizzazione e promozione del patrimonio culturale italiano all’estero, “Il racconto della bellezza” – illustra le caratteristiche peculiari della cultura dei Dauni attraverso armature, ceramiche, gioielli e ornamenti provenienti da uno dei principali centri della Puglia, l’area dell’attuale Canosa di Puglia. Qui, tra il IV e il II secolo a.C., i cosiddetti Principes, personaggi al vertice dell’élite locale, venivano sepolti in ipogei (tombe a camera familiari, scavate nel tufo locale), con ricchi corredi funerari che testimoniano il loro status economico e culturale all’interno della comunità. I pezzi selezionati provengono principalmente dalle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Canosa di Puglia e dalle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Taranto, nonché dalle collezioni delle Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Province di Foggia e Barletta-Andria-Trani, del Museo Archeologico di Santa Scolastica (Bari) e della Soprintendenza Nazionale per i Beni Culturali Subacquei con sede a Taranto.




Mostra ad Amburgo su reperti archeologici della Basilicata

mostra ad amburgo su reperti archeologici della basilicata

mostra ad amburgo su reperti archeologici della basilicata“Il racconto della bellezza. Tesori della Basilicata antica” è il titolo di una mostra su reperti archeologici, allestita all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, che sarà inaugurata il prossimo 24 novembre. L’esposizione, organizzata in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, il Ministero della Cultura, la Rete dei Musei Nazionali della Basilicata e gli Istituti Italiani di Cultura di Varsavia, Budapest e Vienna, resterà aperta al pubblico fino al 9 febbraio 2024.

La mostra racconta, attraverso reperti archeologici, la storia delle genti che abitavano la Basilicata prima dell’arrivo dei Greci. In particolare degli Enotri, antico popolo italico vissuto tra il IX e il VI secolo a.C. nell’area meridionale dell’attuale Basilicata prima della seconda colonizzazione greca. Particolare attenzione è riposta ai corredi funerari realizzati con magnifici gioielli in bronzo e ambra, simboli di aristocrazia e di importanza per le relazioni e gli scambi culturali. Proprio il culto dei morti, simboleggiato nelle tombe, è l’elemento più importante per comprendere la vita sociale di questo popolo. I reperti selezionati per l’occasione – fra i più straordinari dell’Età del Ferro dell’antica Basilicata – provengono dai centri di Guardia Perticara, Chiaromonte, Incoronata, San Teodoro di Pisticci e del Materano.




49 anni fa… il mostro di Firenze

borgo giubbino

borgo giubbinoDUE GIORNI PRIMA DEL NOVILUNIO:IL PRIMO DELITTO DEL MOSTRO 1a PARTE

Era il 15 Settembre 1974 quando un contadino si imbatte in una Fiat 127 blu nei pressi del suo vigneto. Riverso nell’auto,  un ragazzo che indossa solo degli slip. Accanto al tubo di scappamento una ragazza completamente nuda,intrisa di sangue. 

Sabato 14 Settembre 1974 sono circa le 23.45, quando una coppia che transita nelle campagne  del Mugello sente alcuni colpi di pistola provenienti da un vigneto.

La  domenica successiva alle 7.40, Pietro Landi si sta dirigendo proprio lì. E’ il proprietario di quella vigna. nei pressi del fiume Sieve in località Rabatta, frazione a metà strada tra Borgo San Lorenzo e Vicchio. Ma non ci entra nemmeno, perché scorge una Fiat 127 blu in mezzo ad un campo ed una scena agghiacciante 

La portiera anteriore destra è aperta: a pochi metri – all’altezza del tubo di scappamento- giace il corpo di una ragazza con le gambe aperte,  completamente nuda ed intrisa di sangue. Le hanno  infilato nella vagina un tralcio di vite. Sul lato del guidatore, il corpo riverso di un ragazzo che indossa solo degli slip. La portiera è bloccata dall’interno ed il vetro  è in frantumi. 

1 e1599985316409 pasquale e stefaniaSono Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini, rispettivamente di 19 e 18 anni. Le prime vittime del Mostro di Firenze. 

Sulla scena del crimine, gli oggetti personali dei due ragazzi sono sparsi per centinaia di metri. Rituale comune in tutti i delitti del ( o dei ) serial killer..

I due furono sorpresi mentre si erano appartati, in una zona nota alle coppie e ai “guardoni”

Pasquale venne raggiunto da cinque colpi di pistola e mori’ sul colpo, seduto al volante. Stefania venne raggiunta da tre proiettili, alle gambe e all’addome, non mortali, per essere trascinata fuori dall’auto e massacrata con 97 coltellate. Furono i primi tre colpi ad essere letali, così violenti da ledere lo sterno. I rimanenti circoscrivono il pube e ed il seno.  Mentre la vagina non presentava lesioni. Il tralcio era stato solo introdotto, senza pressioni o particolare violenza. Anche il ragazzo presentava cinque ferite da taglio, post mortem. L’assassino o gli assassini esplosero otto colpi di arma da fuoco. I bossoli vennero raccolti solo nel pomeriggio della domenica.Inizialmente gli inquirenti pensarono a un delitto commesso esclusivamente con arma bianca. Solo in seguito, nei laboratori di medicinadi legale, sui cadaveri dei ragazzi furono scoperte le ferite prodotte dai colpi d’arma da fuoco. Allertati dai medici legali, gli inquirenti tornarono sul luogo del delitto -dove la Fiat 127 era stata nel frattempo rimossa-alla ricerca dei bossoli,ma non furono ritrovati tutti. I proiettili appartenevano ad una  Beretta Calibro 22 Long Rifle (LR) Serie 70. 

Con i limitati mezzi investigativi dell’epoca, nessuno mise in correlazione questa analogia con il duplice omicidio di sei anni prima a Signa. Quello dove era sopravvissuto un bimbo di 6 anni, Natalino Mele. Eppure l’arma e i proiettili sono gli stessi : Winchester a palla ramata con impresso sul fondello la lettera H, esattamente lo stesso tipo di proiettili con le stesse imperfezioni. 

Quel sabato sera Pasquale, alle 21.30 passò a prendere Stefania a Vicchio, dove abitava.

omicidio mostro di firenze3 20213151 e1599992740745Un quarto d’ora prima, il ragazzo aveva accompagnato la sorella Maria Cristina al “Teen Club” una discoteca di Borgo San Lorenzo. Dove la coppia avrebbe dovuto raggiungere più tardi  gli amici. Durante il tragitto probabilmente decidono di appartarsi in quel luogo, che i due conoscevano come indicato negli appunti del diario di Stefania. I due sono stati sorpresi  ovviamente mentre facevano sesso, la morte li attendeva nscosta in quel vigneto.

Sembra da escludere che l’obiettivo del Mostro fossero proprio Stefania e Pasquale ma semplicemente una qualunque coppia che si sarebbe appartata in quel luogo. La ricostruzione del tragitto dei fidanzati, non rivela nessun pedinamento.

Le indagini si dirigono principalmente verso il mondo del voyeurismo. I magistrati si focalizzano su Guido Giovannini, guardone dal passato violento. Ci sono tre testimoni che collocano l’uomo nelle campagne,nei pressi della scena del crimine – precedentemente al delitto- con atteggiamenti esibizionistici ed intimidatori, nei confronti delle coppiette. 

Ci  sono anche le solite lettere anonime che girano intorno alla vicenda. Una telefonata alla caserma dei carabinieri di San Lorenzo. Ma questa è  un’altra storia, che vedremo prossimamente insieme ad un verbale dimenticato in cui si indica che alcuni militari dell’Arma sarebbero coinvolti nel giro dei “guardoni”.

Giovannini viene rivoltato come un calzino. Anche la sua abitazione è perquisita, in presenza della moglie Anna. Vengono ritrovati  una roncola macchiata, presumibilmente di sangue, e alcune carabine non dichiarate.Il giorno dopo, l’uomo – in Abruzzo per lavoro- viene arrestato e detenuto a Firenze.  In seguito gli esami accertano,  che le macchie ematiche sulla roncola sono di tipo animale, inoltre un paio di testimonianze scagionano del tutto Guido. Che forse è un guardone molesto ma non un assassino. Lui e i familiari, verranno indagati per almeno un anno senza esiti concreti…continua

Giuseppe Folchini