8 ottobre 1965: nasce il primo Autogrill

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autogrillfiorenzuoladarda ori crop master 0x0L’8 ottobre 1965 viene inaugurato a Fiorenzuola d’Arda (Piacenza) il primo vero “Autogrill” italiano: un ponte di vetro e acciaio che scavalcava l’autostrada Milano-Bologna, permettendo ai viaggiatori di fermarsi, mangiare e guardare il traffico dall’alto. Era una novità assoluta in Europa, destinata a cambiare per sempre il modo di viaggiare.

L’idea era semplice ma rivoluzionaria: trasformare la sosta in autostrada da perdita di tempo a momento di socialità e modernità. Panini imbottiti, caffè espresso, ma anche ristorazione veloce e prodotti tipici: tutto servito con la rapidità richiesta dal viaggiatore.

Nel giro di pochi anni, gli Autogrill divennero icone del boom economico italiano, simboli di libertà e mobilità. Intere famiglie programmavano il viaggio tenendo conto della sosta “sul ponte”, mentre per molti bambini quegli spazi moderni erano una vera attrazione.

Oggi, a distanza di 60 anni, il marchio Autogrill è presente in decine di paesi nel mondo. Ma tutto iniziò in quel giorno d’autunno del 1965, quando un ponte sospeso sopra l’autostrada inaugurò una nuova stagione della mobilità italiana.


Vuoi che te ne prepari un’altra alternativa (magari più culturale, tipo letteratura, cinema o costume) così hai scelta per la rubrica?




La valigia di cartone e il sogno di un mondo migliore

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il 570xn.1957961104 cfvlTra la fine dell’Ottocento e il secondo dopoguerra, milioni di italiani partirono. Dal Piemonte alla Sicilia, intere famiglie lasciarono il proprio paese d’origine con una valigia di cartone, qualche fotografia e una speranza: quella di costruirsi una vita dignitosa altrove. Destinazioni: Argentina, Brasile, Stati Uniti, Belgio, Germania, Venezuela, Canada. La lista è lunga quanto la fame che li spingeva.

Non partivano per turismo, né per “fare esperienza”. Erano contadini, minatori, muratori, braccianti. Gente che parlava i dialetti e che spesso non sapeva né leggere né scrivere. Alcuni finirono nelle piantagioni di caffè, altri nelle miniere di carbone. Lavoravano dodici ore al giorno in condizioni durissime, spesso trattati con diffidenza, quando non con razzismo aperto.

Eppure, senza loro, oggi non esisterebbero le comunità italiane nel mondo. Non ci sarebbero le “little Italy”, i circoli italiani, le scuole fondate all’estero per insegnare l’italiano ai figli degli emigrati. Non ci sarebbe neppure quella “seconda Italia” che, nei secoli, ha mantenuto un legame tenace con la madrepatria, anche quando quest’ultima sembrava dimenticarsene.

Oggi, i discendenti di quegli emigranti rivendicano il diritto alla cittadinanza italiana, talvolta ostacolati da leggi sempre più restrittive. Un paradosso: l’Italia che un tempo espulse i suoi figli ora sembra ignorarli. Ma quei figli, ovunque siano, non hanno mai smesso di chiamarla “casa”.

Ricordare oggi le storie di emigrazione significa fare i conti con un passato di povertà, sacrificio e coraggio. Ma anche con una lezione di umanità che, in tempi di muri e respingimenti, fa ancora più rumore.




Muro di Berlino: a 35 anni dalla caduta, le curiosità sull’evento che cambiò il mondo

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muro di berlino porta di brandeburgo 2“Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente”
(9 novembre 1989, Günter Schabowski, Membro del Politburo del Partito Socialista Unitario della Germania e Ministro della Propaganda della DDR)

Il 9 novembre del 1989 la storia del mondo voltò drasticamente pagina con la caduta del Muro di Berlino. Trentacinque anni dopo, l’evento ha ancora un peso a livello globale, non solo per la sua importanza storica, ma per l’interpretazione, la memoria e i miti a cui è legato. Molti ricordano centinaia di berlinesi ballare e festeggiare in cima del muro a Porta di Brandeburgo quella sera, ma quello che è realmente accaduto, e ciò che realmente significava, sono fatti meno chiari.

Scopriamo qualche curiosità su questo evento della Guerra Fredda, che divise in due la città di Berlino per 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989.

IL MURO DI BERLINO NON ERA SOLO UNO

Quello che noi oggi identifichiamo come muro di Berlino, in realtà, era composto da due mura, separate da uno spazio variabile la cui estensione massima era di 150 metri. Quest’area era conosciuta come “striscia della morte”: al suo interno cani, torri di guardia, proiettori, fossato anticarro e guardie armate con ordine di sparare per uccidere. Questo sistema di fortificazioni di 155 km circondava Berlino Ovest, separandola dalla comunista Berlino Est e dalla campagna circostante della Germania Est.

Un’altra barriera, con più di 1 milione di mine, fossati e filo spinato, fu eretta per 1370 km lungo il confine  tra Germania Est e Ovest. Tutto questo fu fatto per non fare uscire i tedeschi della Germania Est, non per tenere fuori gli altri.

IL MURO NON È CADUTO IL 9 NOVEMBRE

In realtà il 9 novembre è una data simbolica. Quella notte, come nelle settimane successive, le autorità della Germania Est rimossero pezzi del muro per creare più punti di passaggio tra Est e Ovest, e innumerevoli persone armate di martelli e scalpelli presero a picconate il muro.

Ma la maggior parte ancora era in piedi. La demolizione ufficiale del muro iniziò un anno dopo, nell’estate del 1990. Ci sono voluti quasi due anni per rimuovere tutte le fortificazioni di confine intorno a Berlino e quattro anni per smantellarle lungo l’ex confine tra Est e Ovest tedesco. La Germania fu ufficialmente riunificata il 3 ottobre 1990, data designata per il “Giorno della riunificazione”. A Berlino è rimasto poco più di 1,5 km del muro, sparso in diversi siti. Alcuni segmenti sono in mostra negli Stati Uniti e nella capitale tedesca.

UN PEZZO DI MURO SI TROVA NEL BAGNO DI UN CASINO’ DI LAS VEGAS

La demolizione ufficiale del muro di Berlino è iniziata nell’estate del 1990. Più di 40.000 sezioni di pareti sono state riciclate in materiali da costruzione, ma alcune centinaia di segmenti sono state vendute all’asta e sono ora sparse in tutto il mondo. Dai giardini vaticani al bagno per uomini del Main Street Station Casinò di Las Vegas, dove gli orinatoi sono montati su un segmento di muro coperto di graffiti e protetto dietro il vetro.

IL MURO DI BERLINO È CADUTO PER ERRORE

In una conferenza stampa del 9 novembre 1989, il membro del politburo della Germania Est, Günter Schabowski, annunciò prematuramente che le restrizioni sui visti per la popolazione dell’est sarebbero state revocate con effetto immediato. Ma le sue parole furono fraintese. In realtà, la decisione doveva essere annunciata il giorno seguente e avrebbe comunque richiesto ai tedeschi dell’Est di passare attraverso una lunga procedura burocratica per la richiesta di visto. Poche ore dopo l’annuncio, una folla si riversò al checkpoint di Bornholmer.

Harald Jäger, l’ufficiale capo in servizio, dovette affrontare una moltitudine crescente di persone che chiedevano a gran voce di varcare il confine. Jäger aprì il valico di frontiera da solo, e presto la stessa cosa accadde agli altri cancelli.

IN FUGA DAL MURO

Più di 5.000 persone riuscirono a fuggire: nascondendosi in compartimenti segreti di auto guidate da persone provenienti da Occidente, volando oltre il muro in mongolfiere, viaggiando attraverso un tunnel scavato sotto il muro, nuotando attraverso canali o corsi d’acqua di Berlino, o semplicemente correndo. Centinaia, forse migliaia, di persone invece, sono state uccise mentre cercavano di fuggire; altre sono state catturate e imprigionate. Ricercatori tedeschi stanno ancora indagando su quante persone esattamente sono morte alla frontiera.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Addio a “Popoff”: è morto Valter Brugiolo, fu il bambino più famoso d’Italia

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screenshot 2024 10 01 104817 “Ma Popoff non si arrende e dopo un po’, scivolando sulla pancia fila verso il fiume Don”: e invece non ce l’ha fatta, Valter Brugiolo– meglio conosciuto come “Popoff”- a 67 anni, si è spento dopo una lunga malattia. La sua celebre canzone, vincitrice all’Antoniano nel 1967, allora la cantava un bambino di 5 anni, biondo e vestito da cosacco. Oggi è un evergreen tra tutti i brani dello Zecchino d’Oro, ascoltata da tutte le generazioni successive e tuttora cantata tra i più piccoli e ‘vista’ su youtube.

Aveva cinque anni, Brugiolo, quando arrivò al teatro dell’Antoniano da un paesino a 30 chilometri da Bologna, San Piero in Casale. Così lo ricorda lo Zecchino d’oro, il celebre festival musicale dedicato alla musica per bambini, dalle sue pagine on line: “Era un bambino silenzioso, ma quando parlava aveva sprazzi magici. Diceva che da grande voleva fare il muratore, perché la casa dove abitavano era troppo piccola e lui ne avrebbe fatta una più grande. Diventò il bambino più celebre d’Italia, dopo la vittoria del 9° Zecchino d’Oro. Fece caroselli, film, ma rimase semplice e sereno anche per l’accorta vigilanza della mamma che non si montò mai la testa e volle che Valter restasse un bimbo come gli altri”.

DI COSA PARLA “POPOFF”

Scritta da Anna Benassi con la musica di Paolo Gualdi e Mario Pagano, la canzone racconta la storia di un immaginario cosacco al servizio dello zar, chiamato appunto Popoff, diverso dagli altri cosacchi: soffre il freddo, è pesante, e non riesce a marciare nella neve verso il fiume Don. Ma poi raggiunge i suoi compagni e anzi, li supera tutti, scivolando e rotolando nella neve come una palla.

A FIANCO DI AL BANO E GIANNI MORANDI

Dopo la vittoria diventò il bambino più celebre d’Italia. Fece caroselli e si esibì nei musicarelli (i film musicali) accanto a cantanti famosi come Al Bano e Romina Power, Little Tony, e Mario Tessuto, Gianni Morandi. Cresciuto lasciò il mondo dello spettacolo. Per 27 anni è stato responsabile dei sistemi informativi ed energetici di una grande cooperativa di costruzioni di Bologna. Alle elezioni politiche del 2008 si candidò in Emilia-Romagna nelle liste dell’Unione di Centro per la Camera dei deputati. Infine, dal 2011 Brugiolo ha ricoperto il ruolo di direttore di una scuola elementare privata a Galliera, istituita grazie al suo impegno, insieme alla moglie Alessandra e ad altri genitori, e intitolata a Mariele Ventre, fondatrice del Piccolo Coro dell’Antoniano.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Il giorno che la Rai cominciò le trasmissioni in tv

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1704190543 bongiorno arrivi e partenze 1Alle 11:00 del 3 gennaio del 1954, settant’anni fa, la presentatrice Fulvia Colombo lesse dagli studi Rai di Milano il messaggio di inaugurazione delle trasmissioni televisive regolari del Programma Nazionale, l’attuale Rai 1. Fu il punto di arrivo di un processo di sperimentazione lungo e faticoso, durato più di vent’anni e interrotto dagli sviluppi della Seconda guerra mondiale.

In Italia infatti i primi studi sulla televisione erano iniziati già nella seconda metà degli anni Venti, e alla fine del decennio successivo l’Eiar (Ente italiano audizioni radiofoniche, la società pubblica antesignana della Rai) aveva realizzato le prime trasmissioni sperimentali negli studi di Roma, Milano e Torino. Erano guardate da un pubblico molto ristretto (le persone che potevano permettersi un televisore erano poche) e che viveva in zone geografiche circoscritte, ma rappresentavano l’inizio di un progetto che avrebbe dovuto portare la televisione in tutto il paese. L’entrata in guerra dell’Italia interruppe questo processo, che fu ripreso soltanto agli inizi degli anni Cinquanta.

Il primo programma andato regolarmente in onda sull’emittente fu Arrivi e partenze, che fu trasmesso alle 14:30 dello stesso giorno: si trattava di una breve rubrica d’intrattenimento in cui venivano intervistati personaggi italiani e internazionali che si trovavano in visita a Roma. Era condotto da Mike Bongiorno, un giornalista italoamericano che dieci anni prima era stato catturato dalla Gestapo, la polizia segreta nazista, per via della sua militanza nella Resistenza italiana. Dopo la cattura rimase per 7 mesi a San Vittore a Milano, poi fu trasferito nel Campo di transito di Bolzano e infine in un campo di concentramento in Austria, dove fu liberato all’inizio del 1945 grazie a uno scambio di prigionieri tra Germania e Stati Uniti.

Alla fine della Seconda guerra mondiale Bongiorno tornò negli Stati Uniti e iniziò la sua carriera da giornalista e annunciatore per la radio. Nel 1952, visto che conosceva bene l’italiano, fu mandato nuovamente in Italia come inviato dalla stazione radio italoamericana di New York WOV, per raccontare la ricostruzione del paese. Nella sua nuova permanenza in Italia, Bongiorno si fece conoscere nell’ambiente radiofonico che si era ricostituito dopo il regime fascista e su spinta di Vittorio Veltroni, all’epoca direttore generale della Rai, ottenne un contratto per collaborare con il Radiogiornale, a patto che prendesse qualche lezione di dizione per migliorare l’accento.

In pochi anni Bongiorno divenne il volto principale delle trasmissioni televisive della Rai: nel 1955 ottenne la conduzione di Lascia o raddoppia?, il primo quiz della televisione italiana, ripreso dal game show statunitense The $64,000 Question (La domanda da 64mila dollari). Bongiorno fu anche il protagonista di alcuni dei primi spot pubblicitari nella storia della televisione italiana: partecipò in più occasioni a Carosello, il programma preserale che con corti e animazioni aveva reso possibili i primi investimenti in pubblicità sul canale Rai.

Alle 20:45 del 3 gennaio del 1954 andò in onda anche la prima edizione regolare del telegiornale, impostata su una durata di quindici minuti: era diretto da Veltroni e condotto da Riccardo Paladini, e andò in onda in questo modo fino al 1957, quando fu anticipato alle 20:30 per cedere la prima serata a Carosello. In realtà il telegiornale veniva trasmesso in forma sperimentale già da due anni. La prima edizione andò in onda il 9 settembre del 1952, quando vennero trasmessi servizi dedicati alla regata storica di Venezia, ai funerali del conte Sforza, alla campagna elettorale negli Stati Uniti, alla corrida portoghese e al Gran Premio di Formula 1 a Monza.

Alle 23:15 andò in onda la prima puntata della Domenica sportiva, programma di approfondimento dedicato al campionato italiano di calcio che viene trasmesso ancora oggi. Tra le altre cose, furono mostrate le prime immagini di una partita: si trattava di Inter-Palermo, che si concluse con il risultato di 4 a 0. Sergio Brighenti, che in quell’occasione segnò una tripletta, fu il primo calciatore ospite della trasmissione, che era condotta dal giornalista sportivo Nicolò Carosio. Come nel caso del telegiornale, anche il calcio arrivò sul Programma Nazionale dopo un lungo periodo di sperimentazione: alla fine degli anni Quaranta, con l’introduzione delle telecamere mobili, fu possibile realizzare le prime riprese delle partite. Grazie a questa tecnica il 5 febbraio 1950, per la 23esima giornata di Serie A, si tentò la prima telecronaca sportiva con Carlo Balilla Bacarelli che commentò Juventus-Milan (finì 1-7).

Il 10 aprile del 1954, a causa dell’estensione della propria attività al settore televisivo, la denominazione della Rai cambiò: da Radio Audizioni Italiane S.p.A. iniziò a chiamarsi Radiotelevisione Italiana S.p.A. L’anno prima era stata allargata la rete nazionale dei trasmettitori televisivi, fino a quel momento presenti soltanto a Roma, Torino e Milano, con la costruzione di quelli del Monte Penice, del Monte di Portofino, del Monte Serra e del Monte Peglia. Nel 1954 la rete era già in grado di raggiungere il 36% della popolazione italiana, e due anni dopo fu estesa fino al Sud e alle Isole.

Nei suoi primi anni di attività, la Rai potenziò la propria offerta aumentando la copertura dell’attualità. Nel 1955 fu realizzata la prima telecronaca di una seduta parlamentare: accadde tra il 28 e il 29 aprile, quando il parlamento elesse Giovanni Gronchi come terzo presidente della Repubblica.

L’anno successivo la Rai ottenne gratuitamente i diritti per le Olimpiadi di Cortina d’Ampezzo, i primi Giochi invernali ospitati dall’Italia e i primi a venire trasmessi in diretta in televisione. La cerimonia di apertura, ripresa per la prima volta dalle telecamere dell’emittente pubblica, si tenne alla presenza di Gronchi e della madrina dell’evento Sophia Loren.

Uno dei primi obiettivi della Rai fu quello di sfruttare il mezzo televisivo per promuovere l’alfabetizzazione in Italia. Nell’immediato dopoguerra, e all’indomani del crollo del fascismo, circa sei milioni di persone non erano in grado di leggere e scrivere. A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, la Rai creò dei programmi indirizzati a questo scopo, che imitavano in tutto e per tutto delle lezioni scolastiche.

Il progetto iniziò nel 1958, quando grazie al sostegno del ministero della Pubblica Istruzione la Rai mandò in onda la prima edizione di Telescuola. Il programma era stato congegnato per contrastare la dispersione scolastica: ai tempi non tutti i comuni italiani avevano degli istituti scolastici, e l’idea era che una trasmissione del genere potesse aiutare i ragazzi che vivevano in zone periferiche a imparare a leggere e scrivere.

Due anni dopo andò in onda Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta, programma condotto dal docente e pedagogista Alberto Manzi. Manzi è ricordato ancora oggi come una figura chiave del processo di alfabetizzazione italiano: nel suo programma offriva lezioni di lettura e scrittura a persone adulte che non avevano potuto frequentare le scuole durante il periodo bellico. Negli anni attorno alla figura di Manzi è stata costruita una vera e propria mitologia: tuttavia, quantificare il suo effettivo apporto all’aumento dell’alfabetizzazione non è semplice. Ad esempio, il critico televisivo del Corriere della Sera Aldo Grasso ha sostenuto in qualche occasione che le persone impararono a parlare in italiano guardando i primi programmi di intrattenimento della Rai, come Lascia o raddoppia? e Il musichiere. 

Anche se le trasmissioni iniziarono nel 1954, in Italia la volontà di creare una programmazione televisiva regolare era presente già nella seconda metà degli anni Venti. Nel 1929 Alessandro Banfi e Sergio Bertolotti, due ingegneri elettronici che lavoravano per l’Eiar, trasmisero in laboratorio la prima immagine della storia della televisione italiana: raffigurava una bambola prodotta dalla Lenci, una famosa fabbrica di giocattoli torinese. Nel 1939 a Roma, Torino e Milano entrarono in funzione i primi trasmettitori televisivi, e l’Eiar iniziò a realizzare le prime trasmissioni televisive sperimentali: si trattava di trasmissioni di intrattenimento che risentivano del controllo ideologico del regime fascista e che erano rivolte a un pubblico molto ristretto.

Le aziende elettrotecniche italiane iniziarono a produrre televisori a valvole, destinati alle poche persone che potevano permetterseli, come gerarchi fascisti, industriali e imprenditori. Anche se le persone in grade di sopportare la spesa necessaria ad acquistare un televisore erano pochissime e le antenne per la ricezione delle immagini erano state allestite soltanto in tre città, il processo avrebbe dovuto portare alla nascita di una rete pubblica. Il 31 maggio del 1940 le trasmissioni furono interrotte per ordine del governo, a causa dell’imminente entrata in guerra dell’Italia.

Con l’inizio della Seconda guerra mondiale le aziende smisero di produrre televisori, riconvertendosi e concentrandosi principalmente sulla realizzazione di radiotrasmittenti e materiale bellico. Questo periodo di sperimentazione è stato raccontato dall’attore e saggista Diego Verdegiglio nel libro La Tv di Mussolini. Sperimentazioni televisive nel ventennio fascista. Tra le altre cose, Verdegiglio sottolinea come durante la guerra gli archivi dell’EIAR furono distrutti, facendo andare perduto tutto il materiale prodotto durante questa fase embrionale della televisione italiana.

Nel 1961 iniziarono anche le trasmissioni del Secondo Programma, l’attuale Rai 2. Luca Barra, esperto di storia della televisione, professore associato all’Università di Bologna e autore del libro Palinsesto – Storia e tecnica della programmazione televisiva, spiega che l’arrivo del Secondo Programma «ebbe una portata che oggi fatichiamo addirittura a concepire», per come «aprì ad altre possibilità» e per quanto cambiò i termini di un’offerta che fino ad allora era stata «singola, univoca e contingentata». Anche se, all’inizio, Secondo Programma aveva il semplice scopo di «raddoppiare alcune fasce orarie», aumentare e variare un poco, per alcune ore al giorno, l’offerta televisiva della Rai.

Nei primi anni non esisteva una vera e propria concorrenza tra i due canali della Rai. Anzitutto perché all’inizio Secondo Programma trasmetteva per circa un terzo delle ore totali di Programma Nazionale. Poi perché, come ha scritto sul Fatto Quotidiano Giorgio Simonelli, professore ed esperto di storia della televisione, «l’idea di porre i due canali in concorrenza non sfiorava neppure la dirigenza Rai, al contrario la collaborazione era così forte che presto si inventò il triangolo, un segno grafico di forma triangolare che appariva sui teleschermi nel corso di ogni trasmissione nel momento in cui sull’altro canale cominciava un diverso programma».

Col tempo il Secondo Programma riuscì comunque a ritagliarsi il suo spazio. In parte come luogo in cui sperimentare nuovi formati, approcci e linguaggi, in un modo per certi versi simile a quanto avrebbe fatto Rai 3 dal 1979. In parte, soprattutto dagli anni Settanta in poi, come alternativa spesso considerata più giovane e fresca rispetto al Programma Nazionale.

da Il Post




Una Z per la leggenda!

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zorro 696x385Il destino gli regalò due nomi da battaglia e con essi cavalcò letteralmente il suo mondo di celluloide. Ma in fondo, non poteva essere diversamente per un attore, divenuto sugli schermi (grandi e piccoli) simbolo della giustizia e trasformato dall’entusiasmo dei suoi fan in un’unica lettera dell’alfabeto: la Zeta.

Zeta come Zorro!

Il cavaliere nero  nacque dalla penna fervida dello scrittore Johnston McCulley, nel 1919 e trovò diversi eroi sul grande schermo. Con la maschera cavalcarono attori del calibro di Douglas Fairbanks, Tyrone Power, John Carroll, George Turner, Clayton Moore, dal 1920 al 1949. E nel 1957 arrivò il turno della Walt Disney presentare al pubblico la serie del leggendario giustiziere della California spagnola. The Walt Disney’s Zorro

fu affidata a un attore di bella speranza, che aveva scelto di chiamarsi Guy Williams. Sarebbe diventato l’attore più conosciuto nel ruolo di Zorro, e alla lunga il successo gli si incollò addosso accompagnandolo per il resto della sua carriera.

Guy Williams nacque a New York il 14 gennaio del 1924 e alla fonte battesimale arrivò con il nome di Armando Giuseppe Catalano. Figlio di Attilio e Clara Catalano e nipote di un proprietario terriero di Palermo, Armando crebbe in una famiglia di buona levatura. Il padre, giunto poco tempo prima della sua nascita negli Stati Uniti si era infatti stabilito nel podere acquistato dal nonno nel nord dello stato di New York, e si era creato una solida carriera come agente assicurativo. Era quello il settore nel quale avrebbe voluto vincente anche suo figlio, ma non erano quelli i sogni di Armando, che gli amici amavano chiamare “Guido”. Il giovane italoamericano frequentò con scarso profitto l’accademia militare di Peeksville e dopo il diploma iniziò casualmente la carriera di modello fotografico. La prestanza fisica gli valse infatti più di un’occasione e il giovane non seppe rinunciare a un lavoro che pagava bene e prometteva ancora meglio per il futuro. Ma nonostante il suo ingresso nel mondo “futile” della moda, Catalano mantenne viva la sua voracità intellettiva e non rinunciò mai ai suoi libri e ai suoi scacchi. La sua conoscenza della matematica e dell’astronomia rasentava addirittura la genialità e veniva bilanciata da un’altrettanta bravura nel gioco degli scacchi.

Tra un lavoro fotografico e l’altro, Catalano arrivò alle selezioni per un cast di attori cinematografici e si sentì rifiutare l’ingaggio per il suo “nome” latino. Deluso dalla intolleranza strisciante nei confronti degli italiani (ma quelli erano tempi in cui gli americani tolleravano poco i loro ex-nemici della Seconda Guerra mondiale), il giovane modello non si perse d’animo e cambiò il suo nome in “Guy Williams”, trovando spazi nelle pubblicità di dentifrici, sigarette, e liquori, e guadagnando copertine per Vogue e Harper’s Bazar. Nello stesso tempo continuò la sua “carriera” di scacchista, utilizzando il suo tempo libero nel Club degli scacchi di Manhattan, e giocando in Central Park con gli anziani appassionato dello stesso sport.. Tra un servizio fotografico e l’altro conobbe anche Janice Cooper, una modella che poco dopo decise di sposare e dalla quale ebbe i figli Steve (1952) e Antonia(1958).

s l1200La grande svolta, per Guy , arrivò mentre studiava recitazione al Neighborhood Teather. Chiamato a interpretare un breve ruolo di attore per un film pubblicitario delle Forze Armate, ottenne un relativo successo comparendo nelle sale sempre prima delle pellicole ufficiali. Partecipò inoltre ai programmi importanti dell’epoca come lo “Studio One” di New York nel 1952. Infine decise di trasferirsi a Hollywood per iniziare la carriera vera e propria di attore, alle dipendenze della Universale International Studios. Per più di un anno recitò in  films polizieschi e Western collezionando i seguenti titoli: “Bonga va al College”, “The Mississippi Gambler” (accanto a Tyrone Power e Dennis Weaver). Nello stesso periodo comparve in vari shows televisivi, tra i quali “The Lone Ranger”. La sua prima parte importante arrivò comunque con il contratto dell’American Institute Pictures: egli interpretò infatti la parte di un poliziotto nel film “I was a teenage Werewolf”. Contemporaneamente accettò varie particine nella MGM, per gli shows “Traffic Patrol” e per varie pellicole. La sua carriera subì per uno stop imprevisto a causa di una rovinosa caduta da cavallo. Provetto cavallerizzo, Catalano riuscì a limitare i danni ma dovette fermarsi per vari mesi, per recuperare il suo fisico. In quei mesi egli ebbe modo di rivedere tutta la sua carriera e decise di riprendere a fare il modello e a lavorare a New York. Nel 1957 arrivò però la vera occasione della sua vita e si presentò sotto forma di della Disney. La casa produttrice del celebre cartonista iniziò infatti a selezionare i volti per il suo personaggio televisivo di Zorro e l’italoamericano decise di tentare l’avventura, senza troppo impegno. I cacciatori di testa della Disney avevano visto Williams in uno dei suoi films e lo ritenevano adatto al loro progetto, così come ritenevano adatto al  ruolo l’attore Britt Lomond. Il regista e produttore della serie, Norman Foster, si batté con tutte le sue forze per assegnare la parte a Guy, ma la controversia si risolse soltanto dopo due lunghissimi mesi di braccio di ferro. I coproduttori, nell’arco di tempo, avevano offerto a Williams di recitare in un’altra serie, “Andy Burnette”, di grandi promesse. Incitato dallo stesso Foster, Williams decise di non mollare la presa e venne infine scelto per la parte (la promettente serie alternativa durò lo spazio di sole tre puntate!), mentre a Lomond fu affidata quella di un monaco. Fu l’inizio di una entusiasmante avventura per Guy Williams-Armando Catalano. Zorro era decisamente un personaggio tagliato su misura per lui; il mondo “latino” della California Spagnola, le cavalcate a spron battuto, il personaggio di giustiziere, resero Williams un attore realizzato e famoso. Dal 1957 al ‘59 egli girò 78 episodi della serie televisiva di mezz’ora e nel 1960-61 recitò in quattro films di un’ora. Oltre al suo compenso, l’attore ebbe anche il 25% dei profitti realizzati dalla serie, risolvendo tutti i problemi finanziari dello stesso. Ma il “bottino” sarebbe stato ben più pingue se non fosse sopravvenuta una vera e propria guerra tra la Disney e la NBC, il canale televisivo sul quale veniva trasmessa la serie. La guerra portò alla “cancellazione” temporanea della serie e l’attore dovette fermare per diverso tempo le sue ambizioni recitative. La Disney infatti gli aveva fatto firmare un contratto per altri due anni, onde evitare la perdita del preziosissimo “simbolo” televisivo, e nella speranza di poter continuare a produrre la redditizia serie. Williams dovette quindi trasformarsi in un vero e proprio uomo mascherato, comparendo in pubblico con i vestiti del suo personaggio e recitando dal vivo negli spettacoli allestiti a Disneyland. Nel frattempo in casa Catalano altri piccoli attori crescevano. Il figlio Steve infatti intraprese una promettente carriera di modello fotografico per poi dirigere il suo talento verso lavori meno appariscenti. Nel 1975 egli entrò nei ranghi governativi per restarvi più di 20 anni e per diventare un ottimo programmatore di computer.

31161695349Papà Zorro intanto, nel periodo di “contratto disneyano” riuscì a dimostrare in qualche modo il suo talento recitando nei films “Sindbad il Marinaio”, “Il principe e il povero” e “Damon e Pythias”. Il suo nome, per qualche puntata si legò anche a quello di un’altra fortunatissima serie televisiva: Bonanza, per la quale egli recitò la parte del cugino Will Cartwright. Negli anni seguenti, sganciatosi dal suo personaggio leggendario, Williams riuscì a riproporsi in un nuovo importante ruolo seriale: quello del prof. Robinson, nella seria “Lost in Space”, programmata dal 1965 al 1968, e apparve in episodi di “Alfred Hitchcock presents” e “Maverick” Raggiunta la notorietà definitiva, Catalano si ritrasse pian piano dal mondo attivo della televisione, rientrandovi nel 1985 con l’ingresso nel programma “A Far Away Zorro”, della Disney Channel. Accompagnato da una fama “mondiale” (la serie viene trasmessa anche in questi giorni sulla Rai, riscuotendo ancora una volta grande successo) l’attore italoamericano si fermò nel 1978 a Buenos Aires, per raccogliere un’accoglienza degna dei grandi capi di stato. Acclamato al grido di “Zorro for president”, Catalano ammaliò ancora di più gli argentini grazie alla sua ottima conoscenza dello spagnolo e dell’italiano, divenendo un vero e proprio idolo del Sudamerica. Tutto questo però non cambiò sostanzialmente il carattere dell’ex fotomodello di New York. Guy si costruì una casa con 15 stanze, e vi infuse tutta la sua passione mediterranea, creando una vera e propria “hacienda” di stile andaluso. La sua villa rappresentò per lui un rifugio sicuro, dove proseguire gli studi storici, filosofici, matematici e astronomici.

Proprio per la sua grande passione intellettuale, Williams fu sempre tenuto lontano dai movimenti mondani della Hollywood chiassosa. Troppa cultura in quel viso baciato dalla fama di un personaggio novello Robin Hood!

La vita di “Zorro” Williams si interruppe tragicamente nel 1989.Il 20 maggio di quell’anno tutti i giornali del mondo pubblicarono la notizia della morte dell’attore, decretando un lutto di sapore transcontinentale. In Argentina, seconda patria di un figlio italiano d’America, si era spento per sempre il giustiziere dal mantello nero, per fare posto al “mito di Zorro”.

LA LEGGENDA DI ZORRO

Quella di Zorro è una leggenda che nasce da lontano. Recenti studi hanno rispolverato personaggi “massonici” e collegamenti con il mondo rivoluzionario del Settecento.Ma se queste sono le congetture, la data di nascita certa del personaggio moderno è stabilita nel  1919. In quell’anno lo scrittore Johnston McCulley diede alle stampe “Curse of Capistrano”, primo episodio di una lunga saga che avrebbe visto alternarsi sugli schermi cinematografici e televisivi numerosi attori di grido, nei panni del giustiziere mascherato. Douglas Fairbanks recitò per primo il ruolo del novello Robin Hood in un film del 1920 dal titolo “Il segno di Zorro”, basato sulla storia di Mc Culley. Nel 1925, usciì una nuova versione del film chiamata “Don Q., Il figlio di  Zorro” , mentre nel 1936 toccò a Robert Livingstone creare una ispirata a Zorro e chiamata  “The Bold Caballero”. Altro eroe della Vecchia California fu Tyrone Power : fu lui a prendere i panni  di Fairbanks nel remake de “Il Segno di Zorro” nel 1940 e accanto a lui spuntarono attori come John Carroll, Reed Hadley, George Turner e Clayton Moore. Dopo la celeberrima serie Disney interpretata da Guy Williams, scese il sipario sulle gesta del gisutiziere della California, un sipario che si sarebbe riaperto nel 1998 con una nuova, spettacolare pellicola interpretata da Antonio Banderas e Antony Hopkins e intitolata “La maschera di Zorro”. Sarebbe stato un altro trionfo per questo personaggio nato dalla penna fervida di uno scrittore innamorata della California e di un cavaliere dal cuore d’oro.




Cold Case: La strage di Sinnai (2a parte). Il killer è quello dietro alle sbarre?

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screenshot 2023 11 29 193930Il 30 Novembre è iniziato il processo di revisione, per Beniamino Zuncheddu. Condannato all’ergastolo per omicidio plurimo.

Era l’8 Gennaio 1991 quando, nel tardo pomeriggio, un uomo raggiunse l’ovile Cuile is Coccus sulle montagne tra Sinnai e Burcei. Scese dalla sella della Vespa, imbracciando un fucile. Sparò a bruciapelo al proprietario Gesuino Fadda,56 anni, sorpreso sulla stradina di accesso all’ovile. Successivamente salì verso lo stazzo -lo spazio dove venivano ricoverate le pecore durante la notte- uccidendo  il figlio di Fadda, Giuseppe 24 anni. Quindi entrò nel piccolo edificio sulla destra e fulminò il pastore Ignazio Pusceddu, 55 anni, che si era nascosto in una stanza interna; infine sparò contro il genero del titolare -Luigi Pinna, 32 anni- accucciato nella stessa camera. Il ragazzo sopravvisse. Tutto si concluse in pochi minuti. Dopo un mese il superstite,  indica Beniamino Zuncheddu come l’autore della strage. 

Dopo trentadue  anni di carcere, Zuncheddu ha ottenuto la sospensione della pena. Ora ha 59 anni. Il 30 Novembre scorso è iniziato il processo di revisione che si concluderà il prossimo 19 Dicembre. 

Nella prima parte abbiamo detto che – a parte la testimonianza di Pinna- c’erano alcuni punti oscuri nella vicenda. 

La tesi degli inquirenti che sarebbe stato un solo uomo a compiere l’eccidio in pochi minuti, stride con la dinamica dei fatti più aderente ad un assalto di tipo paramilitare con un gruppo di fuoco. I tempi tra la partenza di Zuncheddu da Brucei – il paese dove abitava- e il suo rientro alle 19, con in mezzo una bella strage, è insensato.

Poi c’è l’enorme macchia nera delle pressioni della polizia sullo stesso Pinna, indotto ad un riconoscimento forzato. Ma perchè ?

Secondo la procuratrice Nanni tutto era stato orchestrato per indirizzare le indagini verso di lui pur di non farle arrivare al rapimento Murgia -imprenditore  di Dolianova, sequestrato per 80 giorni-  nel quale erano implicati alcuni confidenti del discusso giudice istruttore Luigi Lombardini – che si suicidò con un colpo di pistola negli uffici della procura di Cagliari, dopo essere stato accusato di avvalersi di una rete  di pregiudicati, per lo svolgimento di indagini paralleli nei sequestri di persona, tra i quali alcuni condannati proprio per il rapimento.

I collegamenti tra i due episodi sarebbero diversi. Uno dei carcerieri di Murgia aveva trascorso la latitanza nella zona dell’ovile; già all’epoca del sequestro i carabinieri di Dolianova ipotizzano che il commando di sequestratori fosse passato a ridosso dell’ovile dei Fadda e indicarono il movente nell’eliminazione di testimoni pericolosi o di complici in disaccordo; uno dei sequestratori, confidente di Lombardini, prese possesso dell’ovile subito dopo gli omicidi. Murgia doveva essere rilasciato tre giorni prima del suo ritrovamento,che risale all’11 gennaio 1991. Un ritardo dovuto a ciò che accadde proprio quel 8 Gennaio ? Uno dei carcerieri che interagiva con l’ostaggio durante la detenzione gli riferì  che non volevano dividere il riscatto con altri, ed era stato definito da Murgia «agitatissimo e preoccupato». Forse perché sapeva del sopravvissuto all’eccidio, e temeva che questi avesse visto troppo ?




La strage di Sinnai (prima parte). Il killer è quello dietro le sbarre?

screenshot 2023 11 29 193930

screenshot 2023 11 29 193930Il 30 Novembre è iniziato il processo di revisione, per Beniamino Zuncheddu. Condannato all’ergastolo per omicidio plurimo.

«Prima di effettuare il riconoscimento dei sospettati, l’agente di polizia che conduceva le indagini mi mostrò la foto di Beniamino Zuncheddu e mi disse che il colpevole della strage era lui. È andata così. Ho sbagliato a dare ascolto alla persona sbagliata».

A parlare è Luigi Pinna -62anni- unico superstite della strage di Sinnai in provincia di Cagliari. 

Era l’8 Gennaio 1991 quando, nel tardo pomeriggio, un uomo raggiunse l’ovile Cuile is Coccus sulle montagne tra Sinnai e Burcei. Scese dalla sella della Vespa, imbracciando un fucile. Sparò a bruciapelo al proprietario Gesuino Fadda,56 anni, sorpreso sulla stradina di accesso all’ovile. Successivamente salì verso lo stazzo -lo spazio dove venivano ricoverate le pecore durante la notte- uccidendo  il figlio di Fadda, Giuseppe 24 anni. Quindi entrò nel piccolo edificio sulla destra e fulminò il pastore Ignazio Pusceddu, 55 anni, che si era nascosto in una stanza interna; infine sparò contro il genero del titolare -lo stesso Pinna, che all’epoca aveva 32 anni- accucciato nella stessa camera. Il ragazzo sopravvisse. Tutto si concluse in pochi minuti. Dopo un mese il superstite,  indica Beniamino come l’autore della strage. 

Ma perché Zuncheddu -un ragazzo di 27 anni- avrebbe compiuto quella mattanza? Si imboccò la strada dei contrasti tra allevatori. Da una parte i Fadda, che stavano a Cuile is Coccus; dall’altra gli Zuncheddu, che gravitavano attorno all’ovile Masone Scusa. Vacche uccise, cani impiccati, aggressioni fisiche, scazzottate, minacce di morte da entrambe le parti. 

La rivelazione convinse i giudici, secondo i quali Zuncheddu aveva il movente e tempo prima del massacro, aveva rivolto una chiara minaccia alle vittime: «Se facessero a voi quel che fate alle vacche…». Quella sera si era costruito, in forte ritardo, un alibi ritenuto falso. Colpevole.

O forse no ? 

Il testimone oculare, dopo un mese di tentennamenti – disse  di non poter riconoscere il killer, perché aveva una calza da donna sul volto- indicò Zuncheddu alla polizia. Una giravolta che oggi, la procura di Cagliari e il legale del detenuto, legano a presunte pressioni del funzionario Interpol, Mario Udia, attualmente titolare di un’agenzia di investigazioni.  Il poliziotto era convinto che Zuncheddu fosse colpevole, e aveva mostrato al testimone la sua fotografia prima del riconoscimento ufficiale, un espediente per memorizzare e farla indicare -davanti al pm-  tra quelle degli altri sospettati. 

Non solo una testimonianza, a quanto afferma lo stesso superstite, decisamente “imboccata”  ma anche le modalità del crimine, presentavano le caratteristiche dell’azione paramilitare . E’ poco probabile che un killer solitario, abbia potuto uccidere -quasi contemporaneamente- tre persone e ferire un’altra in modo grave.

Se la procura e l’avvocato difensore di Zuncheddu,Mario Trogu -che hanno chiesto la revisione del processo- avessero ragione, perché si è voluto incastrare quell’uomo , in carcere da 33 anni ? -Continua




Un 20 luglio di 54 anni fa: l’uomo sulla Luna

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362226100 10230544390583219 6521753353763740154 nRicordo ancora quella notte, incollato alla televisione in bianco e nero. Ascoltando la cronaca dell’allunaggio da Tito Stagno e Ruggero Orlando.

Ero un ragazzo, gli occhi mi si chiudevano per il sonno e il giorno dopo mi aspettava la scuola. Ho resistito e ho assistito, emozionatissimo, al dibattito tra Stagno e Orlando. Ha toccato… no, non ancora.. Indimenticabile.

Beati noi che quel momento lo abbiamo vissuto dal vivo.

Così raccontava La Nazione:

Una volta sbarcati sulla Luna, il comandante della missione, l’astronauta americano Neil Armstrong doveva restare quattro ore a riposo, come previsto dal programma spaziale. Ma non lo fece. Aprì invece il portello e incominciò a scendere dalla scaletta. Arrivato all’ultimo gradino pronunciò la storica frase: “È un piccolo passo per un uomo, un balzo da gigante per l’umanità”. In quell’avventura senza precedenti, Armstrong era il primo uomo a mettere piede sulla Luna.

Dopo 18 minuti scese anche Edwin Aldrin, più noto come Buzz, che era il pilota del modulo lunare. Era il 20 luglio 1969 quando venne realizzata questa eccezionale impresa nella storia dell’era spaziale e dell’umanità. Tre furono i protagonisti della missione Apollo 11: il comandante Armstrong, il pilota del modulo di comando Michael Collins e il pilota del modulo lunare, Edwin Aldrin.

Era il 16 luglio 1969 quando partì da Cape Canaveral alla volta dello spazio Saturno V, alto 110 metri e pesante oltre 2mila tonnellate, per portare in orbita la navetta Apollo e il suo equipaggio. Domenica 20, mentre Collins rimaneva sul Columbia, che era il modulo di comando, Armstrong e Aldrin entravano in quello lunare, denominato Aquila. Alla 13esima orbita lunare i due moduli si separarono e Aquila accese i motori per cominciare la discesa. In tutto il mondo, col fiato sospeso, oltre 500 milioni di persone stavano seguendo dalle tv ogni fase di questa storica missione. Immagini in bianco e nero annunciavano che l’uomo aveva raggiunto un traguardo inseguito da tempo, spalancando così le porte a un futuro quasi fantascientifico.

Mentre il modulo Aquila sorvolava la zona rocciosa del ‘Mare della Tranquillità’, Armstrong decise di passare ai comandi manuali. Erano le 22,17 ora italiana quando comunicò al centro di controllo di Houston: “Aquila è atterrata”.  Quelle parole arrivarono forte e chiare al centro di controllo della Nasa, per poi rimbalzare in un attimo sulle televisioni e le frequenze radio di tutto il mondo, provocando un entusiasmo che non è stato molto probabilmente ancora eguagliato da nessun’altra impresa umana.




Gli anni di “Alto Gradimento”

arbore boncompagni

arbore boncompagniAlto gradimento fu una trasmissione radiofonica ideata da Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Giorgio Bracardi e Mario Marenco, andata in onda negli anni 1970 sul secondo programma radio della Rai. Tra i collaboratori che prestarono la loro voce e le loro invenzioni per i tanti personaggi creati dalla trasmissione figurano Mario Marenco, i fratelli Giorgio e Franco Bracardi, Marcello Casco e altri.

La prima puntata della prima serie fu trasmessa sul Secondo programma Rai il 7 luglio 1970 e il programma proseguì a più riprese fino al 2 ottobre 1976. Andava in onda dal lunedì al venerdì, dalle 12.30 alle 13.30.

Il 9 ottobre 1976 la trasmissione riprese di fatto con il nome “Radio Trionfo”, fino al 31 dicembre 1977. Il 1º gennaio 1978 la trasmissione riapparì con il titolo “No, non è la BBC”, fino al 31 dicembre 1978.

Una seconda serie con il nome storico “Alto gradimento” fu trasmessa su Radio 2, dal 2 gennaio 1979 al 30 settembre 1980, il martedì, giovedì e il sabato dalle 12.45 alle 13.30 e la domenica dalle 11 alle 12.

La trasmissione venne infine brevemente riproposta nel 1998, in ventisette puntate.

Ogni puntata era caratterizzata dalla totale assenza di un filo logico, con frequenti interruzioni dei brani musicali, battute varie e ricorrenti interventi surreali, nonsense e demenziali di ogni genere. La sigla musicale di apertura e chiusura era un medley di 3 successi rock and roll USA, ovvero Rock Around the Clock, See You Later Alligator, e Hound Dog, arrangiato per big band da James Last. Anch’essa era inframmezzata dagli interventi dei due conduttori e dalle voci dei vari personaggi.

Le gag erano spesso improvvisate su un canovaccio: i personaggi, ideati e interpretati principalmente da Giorgio Bracardi e Mario Marenco, interagivano con i due conduttori i quali fungevano da spalla e lasciavano spazio all’invenzione estemporanea del comico di turno. Erano impiegati effetti sonori registrati come ad esempio il rumore di una porta che si apre e si chiude a simulare l’improvvisa intrusione dei personaggi nello studio o lo squillo di un telefono, con analoga funzione.

Agli interventi si aggiungevano frequentemente anche voci registrate di noti personaggi dello spettacolo o della politica (Amintore Fanfani, Mike Bongiorno, Vittorio De Sica, Sophia Loren, Marcello Mastroianni, ecc.) cui veniva solitamente fatta ripetere una singola frase a tormentone, quasi sempre accompagnati dall’apertura e chiusura della porta. Fra una gag e l’altra venivano programmati successi di musica pop italiana e internazionale.

Personaggi

Di seguito, un elenco parziale degli innumerevoli personaggi che popolarono la trasmissione.

 
Personaggio Descrizione Interprete
Ragionier Affastellati Traumatizzato dalla mancata presenza della sua amata ad un appuntamento galante, ripete incessantemente il tormentone: «Perché non sei venutta? Ttiiinnn!» Giorgio Bracardi
Max Vinella Sedicente giornalista di cronaca nera, raccomandato dall’influente Dottor Cianfroni. Cerca di mascherare la propria pochezza professionale mediante uno sciagurato eloquio finto-francese, nonché con disastrosi tentativi di vocalizzi lirici. Il suo tormentone è «Chiàppala! Chiàppala! Pà! Pà!». Frequenta la «parrocchietta» di Don Pezzotta, è accudito dalla Sora Camilla, ed è facile bersaglio dei due conduttori. Giorgio Bracardi
Ermanno Catenacci Inizialmente «Castellacci»; ex federale fascista, racconta con fervore inverosimili episodi del Ventennio e improbabili retroscena della vita di Mussolini. Giorgio Bracardi
Patroclo Il nome del personaggio non è mai svelato ed egli non interagisce mai con i conduttori: urla ripetutamente «Patroclooo!» a squarciagola, talvolta aggiungendo frasi a mezza bocca tipo: «ti faccio vedere io!». Non è chiaro neppure chi sia il Patroclo che egli va chiamando disperatamente. Giorgio Bracardi
Bozambo Servitore personale africano di «badrone doddor gosdanzo» (Maurizio Costanzo). Giorgio Bracardi
Dottor Marsala Anziano capotecnico Rai: col pretesto di controllare la funzionalità di microfoni e cuffie, entra di sorpresa nello studio a lamentare continuamente «dei dolori, dei dolori …e un cerchio alla testa». Pessimista e ipocondriaco, saltuariamente curato da un medico ottantaduenne, mantiene contatti con svariati collaboratori, tra cui Quaglia, Càccoli, Tarantolazzi e Gospedale. Rimasto vedovo della povera Pina, è divorato dal rimorso di non aver saputo prestare le dovute attenzioni al geranio tanto caro alla defunta moglie. Giorgio Bracardi
Maestro Benito Cerbottana Compositore, appassionato cantore dei fasti della Dolce Vita felliniana; fra i suoi cavalli di battaglia, la sgangherata canzone Via Veneto. Giorgio Bracardi
Prof. Onorato Spadone Ordinario di Bestialismo Materialistico Critico presso un’università non meglio identificata. La base della sua teoria filosofica è: «l’uomo è una bestia!». Giorgio Bracardi
Scarpantibus Uccello preistorico dalle fattezze incerte, catturato in Nicaragua; calza scarponi anfibi militari privi di stringhe ed emette solo versi e vocalizzi disarticolati. Giorgio Bracardi
Malik Maluk Scalpellino arabo, in perenne polemica contro i committenti che non lo pagano e ai quali perciò rivolge continuamente l’invettiva: «Fangàla! Àssara ‘ffangàla!». Giorgio Bracardi
Pastore abruzzese Reclama invano le sue pecore, che ha smarrito dopo averle incautamente messe a disposizione per un presepe vivente allestito dalla Rai. Va ripetendo: «Li pècuri! Li pècuri!». Giorgio Bracardi
Maestro Ennio Torvajanica Etnomusicologo, nella sua vita ha raccolto «circa 1.542.703 canti popolari» di popolazioni come «i Porcoti della Porcozia» o «gli uomini-talpa della Malgaccia Superiore». Giorgio Bracardi
Prof. Ànemo Carlone Luminare che vanta altissime quanto improbabili referenze accademiche e professionali. Si produce in dissertazioni medico-scientifiche utilizzando una terminologia contorta e quasi incomprensibile che spaccia per “linguaggio tecnico”. Mario Marenco
Comandante Raimundo Navarro Astronauta spagnolo dimenticato in orbita da otto anni a bordo di una navicella spaziale, la Paloma secunda, mal costruita e piena di difetti tecnici. Mario Marenco
Marius Marenco Poeta. Declama in diretta le sue poesie surreali. Talvolta, nell’accomiatarsi, inscena tentativi di suicidio, buttandosi dalla finestra con fragorosi effetti sonori. Mario Marenco
Lo chef Léon Noto soprattutto per «la Palla di Cacao! […] preceduta da un tripudio di puttini». Mario Marenco
Dott.ssa Ada Venzolato in De Martiris Sociologa, esponente del collettivo femminista oltranzista «Caina e Abela». Accanita fumatrice di pipa e perciò affetta da cronici e interminabili accessi di tosse. Mario Marenco
Prof. Aristogitone Anziano insegnante di italiano in pensione, ritiratosi presso una «lontana parente» sorda, in una casa adiacente uno scalo ferroviario. Apostrofando i conduttori con il tipico intercalare Amico caro…!, rimpiange i più antiquati modelli di scuola, soppiantati dal sessantotto: «Quarand’anni di insegnamendo, quarand’anni di duro lavoro, in mezzo a queste quattro mura scolastiche!». Detesta l’estate e l’inerzia dei mesi di vacanza, anelando l’ennesimo ritorno in cattedra, per assestare ai suoi svogliati studenti una liberatoria sfraganéta di mazzate. Mario Marenco
Colonnello Buttiglione Divenuto in seguito Generale Damigiani. Alto ufficiale che, sbagliando regolarmente numero, telefona in trasmissione scambiando i conduttori per suoi sottoposti, tutti dai cognomi bizzarri come Bàllico, Bergonzoni, Vicchiolo, Ruffolillo, Arnaboldi, Busnelli, Marchiondi, Marmaglino, ecc. Fieramente dedito alla disciplina e al rigore militare, assiste sgomento al diffondersi inarrestabile di pubblicazioncelle spinte, in tutti gli uffici e reparti della caserma afferente al comando centrale. Mario Marenco
Il Completo Programma culturale a cura del Ministero della Pubblica Istruzione; consiste nella lettura di elenchi arbitrari e totalmente inutili di cose o persone. Mario Marenco
La sgarrambona Donna dalla voce baritonale, presumibilmente sedotta e abbandonata da Gianni Boncompagni in quanto telefona in studio esclusivamente per insultarlo. Mario Marenco
Vinicio Internato in un manicomio che racconta le sue assurde imprese e i suoi maldestri tentativi di sedurre le infermiere. Mario Marenco
Verzo Studente liceale romano svogliato e sgrammaticato: «C’hanno dato er tema: “Bartolomeo Colleoni, vita e morte” ma noi amo fatto assemblea e amo deliberato de fa’ er tema: “Er mio compagno de banco”». Mario Marenco
Pasquale Zambuto Ladro napoletano che nega sistematicamente la sua attività, presentandola come «sperimentazione» e adducendo improbabili giustificazioni di natura esistenziale. Mario Marenco
Venditore ambulante Venditore di generi di ristoro e articoli vari in spiaggia, tutti rigorosamente caldi: «Patata calda, grasso di maiale caldo, saponata bollita scaldata calda con patate carciofi cipolle agli peperoni maiale e lumache calde, sanguinacci caldi, sugna lardo sapone fangata schiumata calda, aranciata calda, bibite calde, canottiere calde…». Mario Marenco
Signorina dei Grandi Magazzini Addetta agli annunci all’altoparlante: «Si ricorda alla gentile clientela che è vietato palpare le commesse». Mario Marenco
Colonnello Otto Muller Ex ufficiale nazista dotato di grande memoria. Rievoca nei minimi dettagli oscuri episodi dell’estate 1942 nel deserto della Cirenaica, citando effimere imprese belliche dei propri commilitoni e degli ufficiali italiani, tra cui il Capitano Spadavecchia, il Tenente Pizzirillen, oltre a Friso, Tremone e altri valorosi soldati. Convinto dell’imminente rivalsa dell’esercito tedesco, rimpiange particolarmente la reiterata perdita della supremazia sulla città di Tobruch, più volte conquistata dalle truppe italo-tedesche, ma poi puntualmente restituita all’irriducibile nemico britannico. Mario Marenco
Jean-Jacques le Baron de la Fiche de la Bagarre Raffinato stilista francese, illustra le ultime novità parigine per l’uomo à la page, proponendo banali capi di abbigliamento e accessori di uso comune, dal costo però estremamente elevato, in quanto caratterizzati dalla prestigiosa griffe Victoir Venafràn. Alla perplessità dei conduttori Jean-Jacques risponde che a Parigi, se non possiedi e non sfoggi simili articoli alla moda, la gente per strada «ti sputa en fache». Mario Marenco
Lo strillone Strillone della rivista Menzogna Illustrata: «Clamoroso: Aroldo Tieri fecondato artificialmente dal mago Silvan! “Silvan, grazie per avermi reso mamma!”» Mario Marenco
Ing. Ghisletti Industriale lombardo, titolare della “Ada Tubi Ghisletti SpA”: propone ai due conduttori di prestarsi a improbabili caroselli pubblicitari per la sua azienda, come ad esempio vestirsi da Dante e Virgilio e interpretare l’intera Divina Commedia. Mario Marenco
Sig.ra Paola Centralinista che interferisce con la trasmissione proponendo ai conduttori i più disparati collegamenti in teleselezione. Mario Marenco
Prof. Kurt Weill Guaritore via radio, originario di Magdeburgo. Parla solo tedesco (inventato) per cui in Italia la sua pratica risulta totalmente inutile. Mario Marenco
Signor Mocumescu Cittadino rumeno, erudito cultore della storia e delle tradizioni del proprio Paese, ama decantare la prelibatezza del piatto preferito dai suoi connazionali, il cavolo caldo, specificando come all’abbondante consumo di tale squisita pietanza, faccia immancabilmente seguito un grande rumore con bocca. Gianni Boncompagni
il figlio di Menuel Seguace di una fantomatica setta pseudo-mistica, detta appunto dei «Figli di Menuel». Marcello Casco
Mortificazione Cartomante dalla voce sinistra che snocciola oroscopi infausti e lancia anatemi all’indirizzo dei suoi detrattori. Franco Bracardi
Pallottino Radioamatore «de l’Onda Pirata» che trasmette «da ignota destinazione dell’Umbria» Franco Bracardi
Signora Isotta Cantante lirica corpulenta che ha bisogno di due sedie per accomodarsi.
Mafalda Scatenata fan dei due conduttori che irrompe nello studio per chiedere loro autografi, accompagnata dalla mamma.
Gianluca Ragazzo omosessuale che talvolta risponde ad alcune lettere del pubblico.
Radio Bari Voce ansiosa che interviene pensando di essere stata chiamata in causa con la frase: “Qui radio Bari, ci avete chiamato???, Pensavamo che ci avevate chiamato!”