In inverno fa freddo. Il rimedio una volta era accendere la stufa. Oltre a riscaldare la cucina, serviva ad appendere ai raggi la biancheria ad asciugare, a cucinare, a fare le braci da mettere nella scaldina ai piedi della nonna che facendo poco movimento percepiva di più il cambio di stagione. Togliendo i cerchi sul piano della stufa si inseriva la pentola per sfruttare al meglio il calore della legna che scoppiettava allegra; sui cerchi chiusi invece si abbrustoliva la polenta, le castagne, le bucce d’arancia per profumare l’ambiente e sempre qualche pentola a bollire.
Nel forno si faceva biscottare il pane, da inzuppare il latte a colazione e per ricette in cucina ( ripieno per pollame, impanatura per cotolette, gnocchi).
Nella “ramina” l’acqua bollente si usava per lavarsi a turno in una vaschetta (il bagno nella vasca si faceva solo una volta la settimana, accendendo lo scaldabagno a legna) e per riempire la borsa dell’acqua calda. La nonna si scaldava le mani di giorno e tutta la famiglia i piedi nel letto di notte, nelle mezze stagioni.
Nel letto si metteva la scaldina con le braci inserita nella “monega”, che scaldava molto di più, anzi, spesso bruciacchiava anche le lenzuola, salvo poi raffreddarsi troppo in fretta.
Ormai quasi più in nessuna casa ci si scalda con la stufa a legna: chi ha il camino o la stufa a pellet, chi accende il condizionatore in modalità per togliere umidità e intiepidire le stanze, chi si scalda con i caloriferi a metano o a gasolio. L’odore di fumo impregnava la cucina, perché dai cerchi e dai tubi filtrava un po’ di fuliggine, per cui la biancheria stesa diventava leggermente grigia, eppure l’odore di legna rimane uno dei profumi indimenticabili della infanzia di quasi tutti i non più giovanissimi che si sono scaldati con la stufa a legna.
Dalida, la calabrese di Parigi
scritto da Fatti Nostri | 19 Gennaio 2023
DALIDA (pseudonimo di Iolanda Cristina Gigliotti; Il Cairo, 17 gennaio 1933 – Parigi, 3 maggio 1987) cantante e attrice,
nacque a Choubrah (alle porte del Cairo) in una grande comunità italiana, da genitori calabresi originari di Serrastretta, in provincia di Catanzaro.
Il nonno Giuseppe Gigliotti di Serrastretta (CZ), un sarto, lascia il paese natio nel 1893 per l’Egitto, il padre Pietro diventa primo violino dell’Orchestra del Cairo e trasmette alla piccola Jolanda la passione per il mondo dell’arte.
Nel 1954, di nascosto dalla sua famiglia, si iscrive anche al concorso di Miss Egitto e lo vince.
Jolanda ha appena 21 anni e grazie al titolo conquistato per lei iniziano a spalancarsi le porte del cinema. Nello stesso anno si trasferisce a Parigi dove inizia la carriera musicale.
Nel 1962 DALIDA ha 29 anni quando si reca in visita nel paese di origine dei suoi genitori, Serrastretta (Catanzaro), e canta in uno spettacolo il cui incasso viene devoluto in beneficenza ai gestori di un orfanotrofio locale.
Serrastretta le conferirà, il 7 di aprile, il titolo di cittadina onoraria oltre che la carica di madrina della squadra di calcio.
Nel 1964 è la prima donna a vincere il disco di platino, ma la sua carriera sarà sempre costellata di grandi successi.
La sua vita personale è tormentata e spesso infelice: dopo un matrimonio finito male, nel 1966 si innamora di Luigi Tenco, un amore stroncato dal suicidio del cantante nel 1967. Da quel momento Dalida alterna il successo con momenti di grande depressione, che la portano a tentare il suicidio due volte.
È domenica 3 maggio del 1987 quando, nella sua villa in rue d’Orchamps a Montmartre, Dalida viene trovata senza vita.
A Serrastretta esiste una casa-museo a lei dedicata.
Il Quartetto Cetra, la storia della televisione italiana
scritto da Fatti Nostri | 19 Gennaio 2023
Il Quartetto Cetra, spesso indicato brevemente come I Cetra, fu un gruppo vocale italiano attivo dal 1941 al 1988. La sua formazione più nota e longeva, attiva dal 1947 fino allo scioglimento, consisteva in Felice Chiusano (1922-1990), Giovanni “Tata” Giacobetti (1922-1988), Lucia Mannucci (1920-2012) e Virgilio Savona (1919-2009), marito della Mannucci.
Caratterizzato dalle notevoli capacità vocali dei suoi componenti, evidenti nelle armonizzazioni delle canzoni, e da testi spesso umoristici ma sempre di buon gusto, sono considerati anticipatori in Italia di mode e generi musicali come per esempio il rock and roll: già nel 1956 i Cetra incisero una versione italiana di Rock Around the Clock di Bill Haley, L’orologio matto.
Con programmi come Biblioteca di Studio Uno (con le celebri parodie letterarie e canzonettistiche) e Non cantare, spara, sono anche entrati nella storia della televisione italiana.
In ragione della loro vasta produzione musicale, dell’influenza sul panorama culturale italiano e anche della diversificazione degli interessi dei suoi componenti (Savona fu anche ricercatore etnomusicale e produsse canzoni popolari, di protesta e di denuncia sociale, spesso con la collaborazione della moglie Lucia Mannucci), sono stati stimati anche da artisti la cui produzione è di genere completamente diverso dal loro.
wikipedia.org
C’erano una volta… gli “spaghetti western”
scritto da Ennio Marchetti | 19 Gennaio 2023
Pensavamo che erano stati girati in chissà quale località semi deserta degli Stati Uniti o in un set di Hollywood creato allo scopo. Invece gli “spaghetti western” erano caserecci, girati a Cinecittà e in altre località del vicino Lazio, o in Andalusia. Fu sufficiente trovare una “faccia” da pistolero americano, quella di Clint Eastwood, altri attori made in USA cui mescolarne di casa nostra, avere un grande regista come Sergio Leone, le bellissime colonne sonore di Ennio Morricone, dei copioni dove le pistolettate abbondavano, ed ecco la chiave del successo di quel genere tutto italiano che grande successo ha avuto negli Anni Sessanta: Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e infine Il buono, il brutto, il cattivo (1966) che ebbe un budget significativo per quell’epoca: un milione di dollari.
Visto il grande successo internazionale di quelle produzioni, che vediamo ancora oggi a distanza di quasi sessant’anni con grande piacere, Leone girò “C’era una volta il West” che raccontava quella epopea cui tutti abbiamo fantasticato.
In seguito il successo di quel genere che aveva affascinato la cinematografia internazionale e gli spettatori e in cui si erano cimentati, dopo Leone, altri registi e attori, diminuì. Solo negli anni Ottanta e Novanta ebbe di nuovo qualche sussulto, soprattutto con il regista americano Quentin Tarantino.
Portobello ed Enzo Tortora. “Dunque, dove eravamo rimasti?”
scritto da Fatti Nostri | 19 Gennaio 2023
Portobello è stato un programma televisivo andato in onda nella prima serata del venerdì sulla Rete 2 (poi Rai 2) dal 1977 al 1983 e di nuovo per un breve periodo nel 1987, condotto da Enzo Tortora.
Ideato dallo stesso conduttore, assieme alla sorella Anna, al pubblicitario Angelo Citterio ed al funzionario Rai Mario Carpitella, è ricordato come uno dei programmi televisivi più popolari trasmessi dalla televisione italiana. Andava in onda dallo studio 1 della Fiera di Milano, alternandosi con il quiz televisivo Scommettiamo?.
Avrebbe dovuto essere il primo programma ufficiale a colori (dopo quelli realizzati negli anni della sperimentazione) della Rete 2, però lo studio venne attrezzato solo successivamente per le trasmissioni a colori e pertanto la prima edizione (27 maggio-22 luglio 1977) e le prime puntate della seconda edizione (2-30 dicembre 1977) furono trasmesse in bianco e nero, iniziando a essere trasmesso a colori a partire dalla puntata trasmessa il 6 gennaio 1978.
Il nome del programma si ispira a quello di una strada di Londra, Portobello Road, famosa per il suo mercatino dell’antiquariato.
Il format ha ispirato molti celebri programmi dei decenni successivi. Nel 2018 ne viene prodotta una nuova edizione rivisitata, in onda su Rai 1.
Portobello segnò il ritorno di Enzo Tortora in Rai dopo un allontanamento durato otto anni dalla televisione italiana, scaturito da una intervista rilasciata al settimanale Oggi in cui criticava pesantemente l’ente di Stato e il monopolio televisivo.Con la sorella Anna e il pubblicitario Angelo Citterio, creò un format innovativo per l’epoca, basato sull’idea di un mercatino dove i partecipanti potevano vendere le loro invenzioni o cercare oggetti facendosi contattare dal pubblico da casa attraverso telefonate in diretta che venivano ricevute e filtrate dal Centralone, un gruppo di telefoniste guidate da Renée Longarini, ribattezzata Sua Soavità da Enzo Tortora, per via dei suoi modi gentili e leggiadri. Alcune di queste telefoniste divennero poi volti noti televisivi dello spettacolo e del giornalismo come ad esempio Paola Ferrari, Eleonora Brigliadori, Susanna Messaggio, Marina Dalcerri, Marina Perzy, Alessandra Appiano, Antiniska Nemour e Federica Panicucci.
Un momento molto atteso era quello in cui una persona, pescata a caso tra il pubblico in studio, tentava di accaparrarsi una somma in denaro cercando di far pronunciare al pappagallo Portobello, mascotte e simbolo del programma, il suo nome in trenta secondi; la prima persona a riuscire nell’impresa fu, nel 1982 (dopo ben cinque anni di tentativi andati a vuoto), l’attrice Paola Borboni, e con il montepremi fu pagato un intervento chirurgico di ricostruzione facciale a un bimbo rimasto ustionato al volto. Il gioco del pappagallo era una delle componenti più celebri e amate del programma, divenendo in breve tempo un tormentone nonché un fenomeno di costume, oggetto di svariate imitazioni e parodie anche negli anni a seguire. Altre rubriche del programma erano Fiori d’arancio, in cui intervenivano persone alla ricerca di un’anima gemella, e Dove sei?, nella quale delle persone ricercavano amici, parenti o conoscenti che avevano perso di vista da molto tempo.
Il programma venne interrotto prima dell’inizio della settima edizione a causa dell’arresto di Enzo Tortora, accusato di collusione con la camorra. Il 15 settembre 1986, dopo essere stato condannato in primo grado, Tortora fu assolto con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli, che riconobbe il presentatore come del tutto estraneo ai fatti a lui contestati, sentenza resa poi definitiva dalla Corte di Cassazione il 13 giugno 1987, riconoscimento arrivato dopo una lunga ed estenuante battaglia giudiziaria, che ne minò irrimediabilmente lo stato di salute.
Il programma riprese il 20 febbraio 1987, a quattro anni dall’arresto di Tortora. In quella puntata, il presentatore venne accolto da una lunga standing ovation da parte del pubblico presente in studio, poi, visibilmente commosso, fece un breve discorso su tutta la vicenda del suo processo esordendo con la frase, rimasta celebre, «Dunque, dove eravamo rimasti?». La trasmissione non ebbe però il successo delle edizioni precedenti: terminato il ciclo di puntate previste, infatti, non venne più riproposta in seguito (questo anche perché il presentatore scomparve l’anno successivo, stroncato da un tumore polmonare qualche mese prima di compiere 60 anni).
da Wikipedia
Tornerà l’austeriy come negli anni ’70?
scritto da Fatti Nostri | 19 Gennaio 2023
Ci fu chi tirò fuori dalla cantina la bicicletta, chi il tandem e i pattini, qualcuno addirittura la carrozzella e il cavallo. Dal 2 dicembre 1973 un’Italia serenamente abituata al boom economico, ancora poco consapevole dell’ombra del terrorismo e avvezza ormai a correre nella modernità, restò appiedata.
Se ne è parlato spesso in questi giorni, dopo l’aumento dei costi dell’energia a causa di guerra in Ucraina e covid e qualche misura già sperimentata negli anni ’70 potrebbe accompagnare il nostro prossimo inverno. I giovani non l’hanno vissuta, i più adulti la ricordano come un film in bianco e nero, mixando un filo di angoscia a un pizzico di nostalgia.
“Effetto notte” era nelle sale da pochi mesi, “Dark Side of the Moon” roteava sui giradischi di ogni ragazzo: come spesso accade all’arte Francois Truffaut e i Pink Floyd erano stati profetici. Dai primi di dicembre 1973 e fino al 2 giugno del 1974 l’Italia, e non solo lei, piombò nel buio e cominciò l’austerity.
Le domeniche senz’auto, le luci delle città oscurate, i locali chiusi alle 23, i neon di bar e cinema spenti: tutto il Paese dopo gli anni del riscatto economico del Dopoguerra si risvegliò più povero. Fu uno choc, le misure adottate dal governo cambiarono la vita delle famiglie, anticipando gli orari della cena serale e del Tg1, eliminando le gite fuori porta della domenica, anticipando gli orari di chiusura di uffici e negozi.
Ma come spesso accade fu anche un’occasione, per gli italiani, per mettere a frutto l’inventiva, senza rinunciare al divertimento. La crisi energetica era cominciata da qualche anno, ma la svolta decisiva si ebbe nell’ottobre del 1974.
Dopo gli anni del boom e l’aumento del fabbisogno energetico, la guerra dello Yom Kippur, che vide Egitto e Siria attaccare Israele, portò prima a un rincaro del greggio da parte dell’Opec verso gli stati che appoggiavano Tel Aviv, poi a un vero e proprio embargo.
Il prezzo del petrolio schizzò da tre a dodici dollari al barile e tutti i paesi occidentali, a cominciare dall’Olanda, presero misure di contenimento dell’utilizzo dell’energia. Il governo Rumor, in una seduta terminata a notte fonda il 23 novembre 1973, varò il decreto legge 304, il decreto austerity, decidendo di vietare le auto e le moto a tutti gli italiani nei giorni festivi e nelle domeniche, ma anche le barche e gli aerei privati.
“Stiamo entrando in un inverno difficile” spiegò Mariano Rumor alla televisione. Nessuno fu escluso, rimasero appiedati anche i ministri e il presidente della Repubblica, tanto che Giovanni Leone, per andare ad assistere alla cerimonia dell’Immacolata Concezione in piazza di Spagna, recuperò dalle rimesse del Quirinale una carrozza a cavalli.
Strade e autostrade nei week end si svuotarono, in un clima inizialmente surreale. Potevano circolare solo i mezzi di sicurezza e di soccorso, i medici e i parroci, per gli altri la multa era di un milione di lire.
Potevano scendere in strada ovviamente i mezzi pubblici: autobus, treni, taxi, e gli italiani si abituarono a organizzare gite di gruppo, scoprendo inaspettate amicizie con i vicini di casa a cui fino al giorno prima rivolgevano solo un rapido ‘buongiornò.
Per risparmiare benzina, si livellarono al basso anche i limiti di velocità: in città il limite restò ai 50 all’ora ma nelle strade extraurbane scese a 100 all’ora e nelle autostrade a 120 all’ora. Il risultato fu che 11 milioni di biciclette invasero vie e piazze del Paese, insieme a tandem, carrozzelle e pattini, perchè gli italiani non rinunciarono a uscire di casa per trascorrere qualche ora di relax dopo una settimana di lavoro.
Le palestre si riempirono di nuovi sportivi, gli stadi registrarono il tutto esaurito. I bar e i ristoranti dovevano chiudere a mezzanotte, mentre i locali pubblici, cinema, teatri e locali da ballo, dovevano spegnere le luci alle 23: anche la notte di fine d’anno si trascorse in casa e venne consigliato di limitare anche le luminarie natalizie.
Le città ridussero l’illuminazione pubblica del 40%, era possibile accendere solo un lampione su due nella notte. I distributori di benzina restarono chiusi dalle 12 del sabato a tutta la domenica. Gli uffici pubblici anticiparono la chiusura alle 17,30 ma soprattutto i negozi dovettero chiudere le serrande alle 19.
Le insegne al neon e colorate di negozi, vetrine di bar e ristoranti, di supermercati e grandi magazzini dovevano restare spente. Per far anticipare alle famiglie i riti serali di cena e dopocena, anche la Rai cambiò l’orario del telegiornale, l’unico di quegli anni: se prima andava in onda alle 20,30, il Tg1 si spostò alle 20, l’orario mantenuto fino a oggi a cui tutti siamo ormai abituati.
Per spingere gli italiani ad andare a letto presto, risparmiando energia elettrica, la televisione non poteva comunque trasmettere programmi oltre le 22,45, con una tolleranza fino alle 23. L’Enel e le imprese distributrici di elettricità ridussero la tensione del 6-7% dalle 21 alle 7, limitando la possibilità di usare elettrodomestici nelle case.
La temperatura consigliata negli edifici era di massimo 20 gradi. Dopo pochi mesi l’austerity non fu più necessaria, anche se i principali dati macroeconomici fecero registrare numeri negativi e l’inflazione giunse alle stelle, fino al 12,5%.
A marzo l’embargo del petrolio terminò e dall’aprile del 1974 la crisi energetica si allentò; cominciarono le domeniche con targhe alterne, una domenica potevano circolare solo le auto con numero finale pari e la domenica successiva solo quelle con numero finale dispari.
Ma quei pochi mesi d’inverno avevano cambiato il clima nel Paese e l’abitudine a un uso oculato dell’energia rimase per anni, tanto che ancora nel 1976 la Rai decise di aprire un nuovo programma, Domenica in, proprio per convincere le famiglie a restare in casa la domenica, evitando gite in automobile fuori città.
Carosello, atteso ogni sera da ogni bambino, chiuse invece per sempre, sostituito dagli spot per tutto il giorno, la tv diventò a colori, le discoteche sostituirono rapidamente le sale da ballo e nacquero i computer.
L’austerity lentamente cedette il passo al consumismo, facendo dimenticare ristrettezze e parsimonia e cominciarono chiassosi e travolgenti i “favolosi” anni Ottanta.
agi.it
Le nostre vacanze Anni Sessanta
scritto da Fatti Nostri | 19 Gennaio 2023
Il cosiddetto “miracolo economico” a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 aveva migliorato il tenore di vita dell’italiano di ceto medio e medio basso, come di quello operaio, permettendogli di realizzare qualche piccolo sogno come il televisore, il frigo, la lavatrice e l’automobile (almeno una piccola utilitaria).
Il tutto pagato a rate, spesso rinunciando alle vacanze fuori città.
Concessionaria Fiat anni sessanta – Da www.raistoria.rai.it
Sì, perché negli anni ’60 non si vivono vere e proprie “smanie per la villeggiatura” di tipo goldoniano: le vacanze al mare in particolare diventano una vera e propria conquista sociale, che permette al semplice impiegato, all’artigiano e al pizzicagnolo, di piantare il proprio ombrellone accanto a quello del noto professionista, del capoufficio, dell’imprenditore; e magari, tra una chiacchiera e l’altra, stringere una specie di amicizia, perché, a contatto con la natura e tutti in costume da bagno, le differenze sociali si assottigliano, si ridiventa più umani.
La famiglia tipo di quegli anni parte tutta insieme per le vacanze, un po’ perché la patente allora non si prendeva prima dei vent’anni, ma soprattutto perché di auto in una famiglia di medio reddito in genere ne bastava una, e grazie che ci fosse.
Spiaggia anni sessanta
Carica fino al tetto di valigie legate con gli appositi elastici e coperta di un nailon in caso di pioggia (che ogni tanti kilometri occorre fermarsi a rimboccare perché sbatacchia rumorosamente)la nuova Seicento o Millecento Fiat si immette fiduciosa per una delle tante nuovissime autostrade della penisola.
Ma poiché la massa dei vacanzieri” si muove quasi tutta il giorno successivoalla chiusura delle grandi fabbriche del nord (e delle poche del sud), all’ingresso del primo casello è già coda di svariati kilometri. In genere non ci si altera più di tanto, l’italiano medio sa che questo è lo scotto da pagare per andare in ferie, e si sente comunque parte di un esercito di privilegiati.
La mitica Fiat 600 – Da members.xoom.it
E la coda in autostrada è una sorta di “livella” sociale, che accomuna tutti i “cumenda” con la Maserati e gli operai calabresi che ritornano con la famigliola al paese natio. Tutti ad aspettare e pazientare, sbirciando nella macchina del vicino di coda.
Per lo più ci si accontenta di mete non troppo lontane; per chi cala dal nord industriale va bene la Liguria, una pensioncina o una camera ammobiliata (casomai si dorme in tre nel lettone), se si può invece addirittura un appartamento in affitto. I prezzi sono ancora onesti e accessibili
a tutti, ma ci si deve accontentare magari di una località deturpata dal cemento di un’edilizia turistica selvaggia, e di un mare (già allora) non troppo pulito.Ma noi ragazzi a quel tempo non eravamo di certo consapevoli ei problemi dell’ecologia: non conoscevamo neppure la parola.
Le code in autostrada – Da www.donnamoderna.com
Ci bastava la presenza mitica e finalmente reale del mare, sporco o pulito che fosse, agognata e rimpianta per tutto il resto dell’anno in città; la nostra terrazza e la nostra compagnia, la stessa della stagione precedente, con le varianti di nuovi adepti e di qualche defezione.
La mitica terrazza sul mare, quella dello stabilimento balneare scelto dai nostri genitori, è il luogo di convegno tacito, il nostro tempio. Qui lontani dai “matusa” intenti al riposino pomeridiano, ci facciamo squarciare le orecchie dal primo juke-box a tutto volume (tre canzoni cento lire).
Il Jukebox al mare anni sessanta
Paul Anka grida disperato “Oh Oh Diana, il rock-n-roll di Elvis ci fa muovere le gambe sotto il tavolo, mentre “Be bop a lula” diventa il tormentone dell’estate.
Sono le ore calde, non si balla; seduti e silenziosi ostentiamo sguardi assordi e distaccati da esistenzialisti, ci atteggiamo, nascondendo le emozioni, ad apparire grandi e “navigati”. E’ la moda del momento.
In realtà la nostra forza sta nel sentirci parte di un gruppo, nell’essere tanti, tutti insieme.
Ma la sera la terrazza non è più soltanto nostra e non è più la stessa: lampadine sospese ai fili e luci del lungomare riflesse sull’acqua creano un’atmosfera magica, un incantesimo.
Scena tratta dal film di Dino Risi “Il sorpasso” del 1962
Anche i genitori, rigorosamente in disparte, cedono alla dolcezza di un valzer o al brio di una mazurka.
Quelli sono però i “nostri” tempi: si respira rinnovamento nell’aria, come nella musica, nelle idee, nella politica. Di questo ci saremmo accorti solo più tardi.
Sulla terrazza d’estate ci bastava uno sguardo un po’ più significativo, un ballo guancia a guancia, per scatenare i battiti del cuore e farci immaginare un futuro fantastico, dove tutto era alla nostra portata, tutto era ancora possibile.
Il mondo che stava cambiando sapeva finalmente di giovane, e questo ci andava bene.
GraziellaParisi – da nauticareport.it
Cino Tortorella, il mago Zurlì
scritto da Fatti Nostri | 19 Gennaio 2023
Il Mago Zurlì è un personaggio televisivo ideato da Cino Tortorella e interpretato dallo stesso presentatore nell’ambito del programma per ragazzi Zurlì, il mago del giovedì, verso la fine degli anni cinquanta. In un’intervista del 2004 Tortorella afferma che fu Umberto Eco, allora funzionario RAI, a proporre il programma.
Il personaggio venne creato nel 1959 da Tortorella come il protagonista di uno spettacolo teatrale per bambini, Zurlì, mago lì per lì, e interpretato originariamente da Giancarlo Dettori. Dotato di bacchetta magica, con i capelli luccicanti di polvere, corpetto aderente in vita e calzamaglia, il personaggio conduceva, all’interno di una striscia pomeridiana, giochi e passatempi per i più piccoli lanciando telefilm che avrebbero riscosso un grande successo, come ad esempio Jim della giungla o Le avventure di Rin Tin Tin.
Tortorella continuò dal 1959 fino al 1972 a impersonare, accanto a Mariele Ventre e al Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna, il personaggio nella trasmissione Zecchino d’Oro alla quale prese parte fino al 2009; l’anno seguente, in occasione del compimento dei suoi mille mesi, Tortorella ha fondato l’associazione Gli Amici di Mago Zurlì, con scopo di tutelare i diritti dell’infanzia.
da Wikipedia
Il maestro Alberto Manzi e “Non è mai troppo tardi”
scritto da Fatti Nostri | 19 Gennaio 2023
Non è mai troppo tardi. Corso d’istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta fu un programma televisivo italiano curato da Oreste Gasperini, Alberto Manzi e Carlo Piantoni e prodotto dalla Rai, in collaborazione con il ministero della pubblica istruzione, tra il 1960 e il 1968. Andava in onda dal lunedì al venerdì, originariamente sul Nazionale e, successivamente, sul Secondo Programma.
La trasmissione era condotta dall’educatore Alberto Manzi con il fine d’insegnare lettura e scrittura agli italiani fuori età scolare ancora totalmente o parzialmente analfabeti. Si trattava di autentiche lezioni in classe in diretta televisiva durante le quali Manzi utilizzava moderne tecniche d’insegnamento consistenti in filmati, supporti audio, dimostrazioni pratiche, nonché degli schizzi e dei bozzetti disegnati dallo stesso Manzi su una lavagna a grandi fogli.
La trasmissione, promossa dalla Rai in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, ebbe inizio il 15 novembre 1960 e venne mandata in onda nella fascia preserale, anche per permettere a chi lavorava di potervi assistere. Furono realizzate 484 puntate fino al 10 maggio 1968, anno in cui poté essere sospesa grazie all’aumento della frequenza alla scuola dell’obbligo.
Alcuni anni prima, nel 1958, era già stato creato un progetto pilota, che sarebbe durato sino al 1966, intitolato Telescuola, programma a carattere «sostitutivo», cioè diretto a consentire il completamento del ciclo di istruzione obbligatoria ai ragazzi residenti in località prive di scuole secondarie. Fu un progetto fortemente innovativo, con 4 milioni di ascolti giornalieri, che vide Enrico Accatino innovare la didattica dell’Educazione Artistica, promuovendo la docenza della storia dell’arte e dell’educazione all’immagine nella scuola dell’obbligo.
Non è mai troppo tardi ebbe un importante ruolo sociale ed educativo, contribuendo all’unificazione culturale della nazione tramite l’insegnamento della lingua italiana e abbassando notevolmente il tasso di analfabetismo, particolarmente elevato nell’Italia degli anni ‘60: pare che, grazie a queste lezioni a distanza, quasi un milione e mezzo di persone sia riuscito a conseguire la licenza elementare. Il progetto ebbe inoltre un grande successo internazionale, in quanto fu imitato da settantadue paesi.
da wikipedia
La TV dei ragazzi
scritto da Fatti Nostri | 19 Gennaio 2023
TV dei ragazzi (ma anche, più correttamente, televisione per i ragazzi) è il termine che in Italia ha convenzionalmente e per lungo tempo indicato il particolare segmento di programmazione della televisione pubblica della RAI, poi imitata da Mediaset, dedicata all’infanzia e all’adolescenza.
Nella formula base la programmazione televisiva prevedeva una particolare fascia oraria di un’ora, inizialmente dalle 16.30 alle 17.30, di trasmissione di programmi per i più piccini come Piccole storie, (quindi di età compresa tra i quattro e gli otto anni); a cui seguivano dalle 17.30 alle 18.30 trasmissioni destinate ad adolescenti, con trasmissioni differenziate in ragione del sesso (es. nel 1957 Anni Verdi e nel 1966 Per te Elisabetta, destinate alle bambine; e, nel 1954 la rubrica di aeromodellismo La rosa dei venti e, nel 1956, quella sul fai-da-teCostruire è facile, destinata prevalentemente ai bambini).
Dal 1965 la programmazione Rai cambia con l’introduzione del Telegiornale del pomeriggio alle 17:30; l’inizio della parte per i più piccini viene portato alle 17:00, e quello della parte per i più grandi alle 17.45 con conclusione alle 18:30.
Della TV dei ragazzi fanno a buon titolo parte le trasmissioni televisive dello Zecchino d’Oro con le canzoni accompagnate dal Piccolo Coro dell’Antoniano.
È spesso servita da banco di prova o trampolino di lancio a futuri presentatori televisivi: in questo ambito mossero i primi passi ad esempio Enza Sampò con Anni Verdi, Ettore Andenna con il telequiz per ragazzi Scacco al re, Claudio Sorrentino con Gioco-città, Fabrizio Frizzi con Il barattolo e Tandem e Carlo Conti con Big!
La programmazione della TV dei ragazzi era scandita su trasmissioni a telequiz, telefilm e cartoni animati, oltre a trasmissioni di creatività manuale, alcune delle quali destinate a diventare celebri, come Art Attack.
Al lemma TV dei ragazzi l’Enciclopedia della televisione curata da Aldo Grasso dedica un ampio spazio fornendone la storia dettagliata a partire dagli anni cinquanta e sessanta quando la Rai, che aveva iniziato da poco le sue programmazioni, pensò – con intenti palesemente pedagogici (il motto iniziale non a caso era Educare divertendo) – di destinare un apposito e preciso spazio ai telespettatori più giovani.