C’era una volta… la Geloso e il Gelosino

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imagesLa Geloso è stata una compagnia italiana produttrice di radio, televisori, amplificatori acustici, ricevitori amatoriali, apparecchi audio e componentistica elettronica. Fondata nel 1931 da Giovanni Geloso, con sede a Milano prima in via Sebenico e più tardi in un grande insediamento industriale in Viale Brenta 29, terminò la sua attività nel 1972.

La creazione e le prime attività

Nel 1931, sull’esempio di quanto aveva visto per anni negli Stati Uniti d’America, dove aveva lavorato presso la Pilot, l’italo-argentino Giovanni Geloso, detto John, iniziò a produrre a Milano scatole di montaggio per radioricevitori e amplificatori BF. Gran parte dei componenti con cui queste scatole erano preparate venivano prodotti direttamente in azienda, a eccezione delle valvole che non vennero mai fabbricate dalla Geloso. Nel tempo furono sviluppati nuovi progetti e brevetti. Durante la seconda guerra mondiale l’azienda produsse vario materiale per le forze armate, oggi molto raro.

Nel secondo dopoguerra la Geloso si espanse e ampliò la sua produzione divenendo dal 1950 in poi un vero e proprio punto di riferimento dell’industria nazionale e degli appassionati e lobbisti di elettronica. Alla tradizionale produzione in scatole di montaggio vennero affiancati progressivamente già dagli anni ’30 anche apparecchi finiti. Una particolare menzione meritano i ricevitori e trasmettitori radioamatoriali che incontrarono un gran successo di vendite in tutta Europa.

I tanti altri prodotti con il marchio Geloso divennero in breve tempo conosciuti e apprezzati in Italia e all’estero. Si trattava di prodotti innovativi, di buona qualità, ben realizzati e soprattutto dal prezzo contenuto. La produzione imponente spaziava dai radioricevitori, amplificatori, registratori a nastro chiamati però con la denominazione “magnetofono” depositata dalla Castelli (celebre il portatile economico “Gelosino”), giradischi, televisori BN, scatole di montaggio, strumentazione professionale da laboratorio ecc, ma anche componenti come condensatori, resistenze, potenziometri, deviatori, connettori, trasformatori, microfoni, ecc. Da notare che sebbene spesso sui tubi termoionici montati sugli apparecchi Geloso campeggiasse il marchio omonimo, questi in realtà furono sempre acquistati da ditte terze e poi rimarchiati. Inoltre la folta produzione di magnetofoni veniva eseguita presso gli stabilimenti della Castelli che apponeva sui prodotti il marchio Geloso, la quale poi ne curava la distribuzione e vendita.

Di notevole interesse fu la produzione di altoparlanti elettrodinamici per uso cinematografico prima del conflitto, nonché la produzione di trombe e relativi driver per la sonorizzazione di piazze e stadi. Nell’arco degli anni ’60 vi furono alcuni altoparlanti non prodotti dalla Geloso forniti dalla ditta genovese IREL, ma dal 1962 la Geloso produsse in proprio vari altoparlanti (radio e HiFi) di ottima qualità.

L’ultimo periodo di attività vide ampliarsi molto l’offerta con prodotti anche inediti. Tra questi i “lampioni sonori” per pubblica illuminazione contenenti un altoparlante per la diffusione di musica. Non fecero però in tempo a trovare mercato perché l’ora della fine si stava avvicinando.

La morte del fondatore e la fine

Alla morte nel 1969 del fondatore, la Geloso era un impero di otto stabilimenti di produzione, con una capillare ed efficiente rete di vendita. La Geloso S.p.A. continuò la produzione fino al 1972, anno in cui chiuse definitivamente.

Le ragioni legate alla sua chiusura furono molte, principalmente la concorrenza estera più agguerrita, ma anche un’inefficace conduzione aziendale subentrata alla morte del fondatore che non seppe valorizzare i nuovi progetti allo studio, tra cui quello già in fase sperimentale relativo alla televisione a colori, senza dimenticare i problemi riconducibili alle lotte sindacali “molto forti a quel tempo”, oltre a una pesante esposizione bancaria della società.

Quando nei primi mesi del 1973 la Geloso S.p.A. fu dichiarata fallita dal Tribunale di Milano tutta la merce rimasta invenduta nei magazzini venne battuta all’asta al miglior offerente, non concedendo alcuna ipotesi di acquisto degli impianti da parte di nuovi soggetti interessati, che vennero di conseguenza rapidamente smantellati, confermando il licenziamento in tronco delle centinaia di lavoratori.

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Furia, cavallo del West…

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Furia o Furia cavallo del West, (Fury) è una serie televisiva statunitense trasmessa per la prima volta dal 1955 al 1960. Il titolo italiano deriva dalle parole della sigla; negli USA la serie è stata ribattezzata “Brave Stallion” nelle riedizioni successive.

Le prime serie televisive ad avere come protagonista un attore bambino si incentravano tutte sul legame stabilitosi tra un ragazzino ed il suo cane. Così era stato con Tommy Rettig in Lassie (1954-1957) e Lee Aaker in Le avventure di Rin Tin Tin (1954-1959). Nel settembre del 1955 furono lanciate due nuove serie televisive: Le avventure di Campione con Barry Curtis e Frida con Johnny Washbrook, che riproducevano la stessa formula legata però alla figura di un cavallo. Non durarono che lo spazio di una stagione; entrambe furono spazzate via dall’ultimo arrivato (ottobre 1955) per l’immediato e straordinario successo che Bobby Diamond e il suo cavallo “Fury” ebbero sullo schermo.

Singolarmente, in tutte queste serie televisive che avevano per protagonista un ragazzino e il suo cavallo o il suo cane (o entrambi), con l’unica eccezione di Frida il piccolo protagonista era sempre un orfano (o di padre o di madre o di entrambi).

La serie narra la storia di Furia, un cavallo morello protagonista di numerose avventure nel Far West. All’inizio della serie Furia viene catturato assieme ad altri cavalli selvaggi da Jim, che tuttavia non riesce a domarlo. Solo Joey, un ragazzo orfano appena adottato da Jim, lo doma, conquistandosi l’affetto dello stallone; Furia gli permette di cavalcarlo e all’occorrenza lo aiuta e lo difende.

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C’era una volta… L’Uovo di Colombo

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catturGli italiani che sono sbarcati nella Repubblica Dominicana dopo il 2010 sicuramente non lo ricordano, forse ne avranno sentito parlare.

Era il mensile stampato che, per un lustro, ha informato i connazionali di questo Paese sugli avvenimenti e sui problemi di loro interesse nella RD.

Era nato quasi per una scommessa. Prima della nascita dell’Uovo ricordo che l’amico Giovanni Garibaldi aveva dato vita al Corriere dei Caraibi, quotidiano on line che poi si era forse un po’ troppo politicizzato ed era scomparso.

Anche il CTIM, allora con Bianchi e Gussio, aveva provato a fare un giornale, stavolta stampato. Si erano dapprima rivolti a me, poi mi avevano preferito un certo Caporaso. E anche quel tentativo era fallito dopo poco.

Volevo dimostrare, e soprattutto dimostrarmi, che un giornale stampato, se fatto con un certo criterio, poteva sopravvivere sostenendosi esclusivamente con la pubblicità. Che farlo era “l’uovo di Colombo” e da qui il nome.

Vivevo a Santo Domingo, in quel periodo. Meglio detto, mi ero trasferito in capitale proprio per realizzarlo. Conoscevo una avvocatessa dominicana, amica della mia compagna di allora, e l’ho pregata di farmi tutti le pratiche per essere totalmente in regola con la legge dominicana sulla stampa. E così è stato. L’Uovo di Colombo, infatti, è uscito fin dal suo primo numero riportando il numero di registrazione in Interior y Policia, il nome del cittadino dominicano direttore responsabile, avevo voluto aggiungere anche il nome della tipografia dove si stampava: il Nuovo Diario, in via Francia, in capitale. Inviavo anche le copie di legge.

C’era un affiatato gruppetto di amici che scrivevano gli articoli e me li mandavano, io controllavo, impaginavo il tutto e portavo al Nuevo Diario. Il giorno dopo passavo a ritirare le mille copie ordinate. Le dividevo in tanti pacchetti e, attraverso i bus di Caribe Tour, le recapitavo nelle varie città dove erano più numerose le comunità italiane: Boca Chica, La Romana, Bavaro, La Vega, Santiago, Dajabon, Montecristi, Puerto Plata, Las Terrenas, ecc. E dove altri amici collaboratori le ricevevano e le distribuivano.

L’Uovo era in formato tabloid, 12 pagine quasi sempre, tipica carta da giornale, bianco e nero, nessun lusso.  Il colore nella prima e ultima lo abbiamo inserito quando mi sono trasferito a Puerto Plata e lo facevo con l’aiuto degli amici del MIR. Avevo cambiato tipografia. Questa ci forniva i fogli aperti e noi, nell’allora sede del MIR, movimento locale apolitico, li piegavamo e li inserivamo uno dentro l’altro. Poi distribuzione, sempre attraverso Caribe Tour, a livello nazionale.

Poi, dopo cinque anni, come tutte le belle cose che hanno un inizio e una fine, anche l’Uovo ha smesso di uscire. È accaduto che era venuta a mancare la persona che reperiva la pubblicità, rientrata in Italia, non abbiamo trovato un sostituto e senza il sostegno degli annunci commerciali un giornale, ancorché gratuito come L’Uovo di Colombo, non può andare avanti.

Giorni fa l’amico Paolo Dussich mi ha fornito i pdf di tutte, o quasi, le copie dell’Uovo. Ricordo che, nel 2010, gli avevo venduto i diritti e la proprietà del giornale.

Mi ha fatto un gran piacere rivedere il mio Uovo, di cui mi è rimasta appena una copia stampata. E per questo lo ringrazio qui pubblicamente.




C’era una volta… Carosello

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Carosello fu un programma televisivo pubblicitario italiano andato in onda sul Programma Nazionale (poi Rete 1) della Rai dal 3 febbraio 1957 al 1º gennaio 1977.

Veniva trasmesso tutti i giorni, tranne il venerdì santo e il 2 novembre, originariamente dalle 20:50 alle 21:00. Per effetto dell’austerity, che spinse la Rai ad anticipare tutti i programmi della serata a partire dal Telegiornale (spostato alle 20:00), dal 2 dicembre 1973 fu trasmesso alle 20:30. In totale andarono in onda 7 261 episodi.

Fu sospeso per una settimana tra il 31 maggio e il 6 giugno 1963 per l’agonia e la morte di papa Giovanni XXIII e per tre giorni dal 12 al 15 dicembre 1969, quando il Paese fu scosso dalla strage di piazza Fontana. Altre sospensioni più brevi si ebbero per la morte di papa Pio XII (9 ottobre – 11 ottobre 1958), per le uccisioni dei fratelli John (22 novembre 1963) e Robert Kennedy (5 giugno 1968) nonché, a seguito d’improrogabili collegamenti, per la prima trasmissione in Mondovisione, il 25 giugno 1967, e per l’ammaraggio della navicella spaziale Apollo 14, il 9 febbraio 1971.

Consisteva in una serie di filmati (spesso sketch comici sullo stile del teatro leggero o intermezzi musicali) seguiti da messaggi pubblicitari. Non subì interruzioni né errori per circa vent’anni: unica eccezione, gli eventi sopra menzionati e alcuni scioperi e agitazioni in seno alla RAI che alterarono (sia pure lievemente) la programmazione, ad esempio con l’avvio della sigla finale senza l’elencazione dei prodotti reclamizzati.

Carosello non era e non poteva essere solo un contenitore di messaggi pubblicitari: erano predeterminati il numero di secondi dedicati alla pubblicità, il numero di citazioni del nome del prodotto, il numero di secondi da dedicare allo “spettacolo”, la cui trama doveva essere di per sé estranea al prodotto. Per una legge allora vigente non era concesso fare della pubblicità all’interno di alcuno spettacolo televisivo serale e nemmeno prima di un intervallo di novanta secondi dall’inizio del medesimo.

I corti venivano realizzati come qualsiasi film professionale, girati in pellicola impegnando set e maestranze delle normali produzioni cinematografiche, spesso ricorrendo a sceneggiatori di fama – per esempio Age & Scarpelli – e a grandi registi: fra gli altri, Luciano Emmer (che ne è considerato l’inventore), Pupi Avati, Corrado Farina, Federico Fellini, Ugo Gregoretti, Sergio Leone, Luigi Magni, Ermanno Olmi, Pier Paolo Pasolini, Gillo Pontecorvo, Valerio Zurlini e, fra gli stranieri, l’americano Richard Lester.

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C’era una volta… il camper del dottor Stranamore, Alberto Castagna

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downloadStranamore, che ha ripreso un’idea già presente nella rubrica Fiori di Arancio della trasmissione Portobello di Enzo Tortora, della rubrica Amore ritorna del programma Studio 5 e in seguito della rubrica Ti amo… parliamone del programma Agenzia matrimoniale, nasce nel 1994 sotto la conduzione di Alberto Castagna, volto storico della trasmissione, che è stato al timone dello show fino al giorno del suo decesso, il 1º marzo 2005.

Inizialmente la trasmissione sarebbe dovuta andare in onda quotidianamente nella fascia pomeridiana di Rete 4 poiché non particolarmente apprezzata da Silvio Berlusconi, all’epoca alla guida delle reti Fininvest, ma in seguito alla discesa in campo di Berlusconi e del conseguente abbandono di tutti i ruoli in Fininvest, Fatma Ruffini, autrice e adattatrice del format originale, ottenne la collocazione della trasmissione in prima serata sulla rete ammiraglia del gruppo.

dnloadLe prime edizioni del fortunato programma andarono in onda su Canale 5, facendo registrare ascolti record. La struttura è piuttosto semplice: si basa su storie di coppie in crisi che tentano la riconciliazione tramite il mezzo televisivo e accorati appelli videoregistrati. Diventa caratteristico l’uso di un camper che gira l’Italia per raggiungere i vari personaggi, cercando con l’occasione di far vedere scorci, magari poco conosciuti, della nazione. Tuttavia la trasmissione, che nel 1994 riceve il Telegatto come programma televisivo dell’anno, viene accusata di non trasmettere sempre storie realmente esistenti.

doloadNel 1998 a causa di problemi di salute del conduttore, il programma viene interrotto per essere ripreso solo nel 2001. I risultati furono però meno lusinghieri e il programma venne trasferito e retrocesso da Canale 5 a un’altra rete televisiva del gruppo Mediaset, la minore Rete 4. Nel corso degli anni, varie vallette hanno affiancato i conduttori nel programma; dalle storiche Francesca Rettondini, Isabel Toselli, Serena Autieri, Luciana Francioli De Freitas e Laura Piovani fino alle più recenti Claudia Galanti, Jessi Schneider e anche Emanuela Folliero, nell’edizione precedente la quale è subentrata a Castagna.

La successiva interruzione del programma è stata causata dall’improvviso decesso del suo conduttore storico, avvenuta il 1º marzo 2005, che troncò a metà l’edizione di quell’anno del programma.

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Ivanhoe, il nostro eroe dei primi Anni Sessanta

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Roger Moore nella seconda metà degli anni Cinquanta era ancora un giovane attore emergente. L’agente 007 era ancora lontano da venire.

Moore fu protagonista di una serie televisiva inglese, Ivanhoe, del 1958 che, negli Anni Sessanta, arrivò anche sugli schermi della RAI e fu inserita nei programmi pomeridiani della TV dei Ragazzi, spazio allora dedicato agli spettatori più giovani.

Non me ne perdevo una puntata, così come del resto, facevo con Rin Tin Tin di cui ho già detto, Lassie, La Freccia Nera, Giovanna la nonna del corsaro nero, poi Furia ecc.

Squilli di tromba nella accattivante sigla ovviamente in bianco e nero, appariva il ragazzino gridando “Ivanhoe, Ivanhoe” e subito i boscaioli, con in sottofondo una coinvolgente marcetta, lasciavano il loro lavoro e accorrevano per vedere l’eroe della serie sopraggiungere in sella al suo cavallo.

La serie “Ivanhoe”, ambientata nel 1194 e tratta dall’omonimo romanzo storico (pubblicato nel 1829) di sir Walter Scott, aveva appunto come protagonista la futura star del piccolo e grande schermo Roger Moore, qui nel suo primo ruolo di rilievo.

 




Le avventure di Rin Tin Tin, nostalgia in bianco e nero

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I ragazzi degli anni Cinquanta e Sessanta non lo hanno sicuramente dimenticato. Rin Tin Tin era un bravo cagnolone pastore tedesco che, nella seconda metà degli anni Cinquanta, ha accompagnato le nostre giornate davanti allo schermo in bianco e nero della televisione.

“Le avventure di Rin Tin Tin” con il bambino/caporale Rusty, il sergente ‘O Hara e il tenente Rip Master ci tenevano incollati alla tv fin da quando la puntata iniziava con lo squillo della trombetta del soldato che annunciava l’arrivo della colonna militare guidata da Master e che qui sotto riproponiamo.

Rusty era orfano di entrambi i genitori, uccisi durante una incursione indiana, e aveva trovato nel reggimento di stanza a Fort Apache la sua famiglia adottiva.

Rusty e il suo cane “Rinti” protagonizzavano storie western con carattere educativo, attorniati da tribú di indiani e avventurieri.

La serie, di 164 puntate di 25 minuti ciascuna, fu girata in bianco e nero e poi trasferita al colore.

In Italia la RAI cominciò a trasmetterla dal 1956 con grandissimo successo nell’unico canale tv allora disponibile.




Le feste in casa degli anni ’60

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festeLe “feste in casa” si facevano, all’epoca, in occasione di compleanni, onomastici o anche senza una ricorrenza particolare, tanto per ascoltare musica insieme e per ballare. Si organizzavano di sabato o di domenica pomeriggio fino all’ora di cena. Qualcuno metteva a disposizione, nella propria casa, una stanza abbastanza grande per poter ballare, le sedie erano posizionate alle pareti, poi bastava il giradischi e tanti meravigliosi dischi “in vinile”, che i partecipanti portavano e sulle copertine si scrivevano i propri nomi, perché ciascuno potesse riprenderseli alla fine della festa. Era preferibile che in casa non ci fossero i familiari, ma siccome, raramente, questo era possibile, si facevano anche con la loro presenza, chiudendo, però, la porta, perchè non entrassero, ma, ogni tanto, la mamma o la nonna di turno, con una scusa qualsiasi, apriva improvvisamente la porta per accertarsi che tutto fosse regolare…

Le bibite erano aranciate, “gazzose”, coca cola e quant’altro di rigorosamente non alcolico, le cose “mangerecce” erano biscotti, dolcetti vari e qualche pezzetto di crostata “casalinga” che ciascuno portava. Si faceva molta attenzione a non rigare i dischi con la “puntina”, si mettevano alternativamente canzoni più o meno “movimentate” e anche canzoni da “balli lenti” …con l’aria che si surriscaldava nella stanza, si facevano anche tante sudate e di conseguenza anche i cosiddetti “impacchi di sudore”…

Dopo il tramonto, si accendeva la luce, che qualcuno  spegneva, sempre nel momento più opportuno…, ma, come per magia, ecco aprirsi la porta ed entrare la mamma, insospettita dalla musica più “soft”, accendeva la luce … riportando tutto alla normalità.

Verso l’ora di cena, dopo i ringraziamenti vari per l’ospitalità, si ritornava a casa … qualcuno tenendosi per mano, qualcun altro con un po’ di delusione, sperando che andasse meglio la prossima volta…

E così, di festa in festa,  si “cresceva”… e se ne andava il periodo della spensieratezza, oggi ben “archiviato” nei nostri ricordi…

 

Da rivieradelconero.blogspot.com




1973: Le domeniche a piedi per l’Austerity

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austerityPer affrontare le conseguenze della crisi petrolifera del 1973 il governo italiano, come altri governi europei, adottò misure di austerità volte alla riduzione forzata dei consumi energetici che modificarono nel breve periodo le abitudini dei cittadini e resero l’opinione pubblica consapevole della fine di un lungo ciclo di espansione economica.

Il 2 dicembre 1973 è la data della prima domenica italiana di “austerity”.

A distanza di oltre quarant’anni, dopo avere attraversato altri momenti e modelli di crisi, le domeniche dell’austerity che incominciarono il 2 dicembre 1973 possono apparire un curioso fenomeno di costume circoscritto nel tempo che non determinò modifiche di lunga durata nelle abitudini quotidiane degli italiani. Tuttavia, rileggendo la stampa dell’epoca, vediamo emergere preoccupazioni sul modello di sviluppo sostenibile, appelli al risparmio energetico in funzione economica ma anche, forse per la prima volta, ecologica, nuove sensibilità verso la ricerca di energie alternative, senza contare che provvedimenti come il blocco della circolazione veicolare o il sistema della circolazione a targhe alterne continuano a fare parte dell’attualità dei nostri centri storici urbani, sia pure per motivazioni differenti.

 

 

Da novecento.org




Al via su Madison Avenue il festival del Made in Italy

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vocegiusta“L’ambasciatrice Mariangela Zappia e Kevin Kim, commissioner per lo “small Business Services” della città di New York, hanno inaugurato con un simpatico taglio del nastro l’atteso “Italy on Madison” la settimana di eventi che segna il rilancio, dopo la pandemia, dello stile italiano del design della moda e della gastronomia concentrati nella via dello shopping per eccellenza a Manhattan”. Ne scrive Emma Pistarino su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Stefano Vaccara.
19zappia“L’evento, organizzato dall’ITA e dal suo direttore Antonino Laspina col sostegno prezioso delle partnership di quartiere e dei piccoli e grandi marchi che hanno sede su Madison Avenue, durerà dal 18 al 25 maggio. Davanti alla sede dell’Ice sulla 67 esima strada incorniciata da due Lamborghini fiammanti, il commento del commissioner Kim è stato: “fin dall’inizio del suo mandato, il sindaco Adams ha messo al primo posto la ripresa economica e la pubblica sicurezza. Ha sempre sostenuto che la prima favorisca la seconda”. New York sta tornando. Quest’implacabile energia è ciò che rende unica la città”.
Kim ha raccontato del suo amore per il Belpaese dove, durante i mondiali del ‘90, ha assistito ai festeggiamenti degli italiani con “una passione mai vista prima”. Il punto centrale del suo discorso, però, è stato lo sforzo suo e del sindaco nel promuovere e proteggere le piccole imprese, alcune delle quali coinvolte anche nell’Italy on Madison. Solo due giorni fa, Adams si è ripromesso di ridurre le multe che toccano le piccole realtà commerciali newyorkesi, consentendo loro di risparmiare $1.9 milioni l’anno.
I tre partner che hanno affiancato ITA nell’organizzazione di questa intensa settimana di eventi, sono stati il Madison Avenue Business Improvement District, diretto da Matthew Bower, che ha voluto lodare i business italiani per la sostenibilità ed eccellente manifattura dei loro prodotti. Bower ha poi ringraziato molto l’ITA per l’impegno costante dimostrato nei confronti delle aziende italiane in generale sparse per New York e in particolare delle oltre 70 che si trovano su Madison Avenue. Bower ha ricordato a tutti “Italy salutes New York”, un progetto ideato sempre dall’ITA poco dopo l’attacco alle torri gemelle per evidenziare le difficoltà vissute dai piccoli business dopo l’attentato.
Alfredo Cerullo, CEO della Grand Central Partnership, si è detto pronto a sostenere Italy on Madison anche negli anni a venire perché lo considera estremamente importante per l’economia cittadina.
“I nostri clienti acquistano in maniera molto attenta”, ha spiegato Cerullo. “Vogliono prodotti che dimostrino unicità, qualità e stile. È proprio questo che ricevi quando compri italiano. Ma con la manifattura tricolore si ottengono anche la passione e l’amore che vengono inseriti dentro ad ogni creazione”.
Da ultimo James Mettham, italiano di seconda generazione e direttore esecutivo della Flatiron 23rd Street Partnership ha suggerito al pubblico di scendere qualche decina di isolati più sotto, per apprezzare la parte di Madison Avenue vicina al Flatiron dove il buon cibo incontra il design e l’arredamento italiano.
Nei prossimi giorni, la via dello shopping e del lusso newyorkese offrirà al pubblico occasioni per visitare showroom d’alta moda, assistere a seminari vari, ricevere gadget di qualità, bere e mangiare in compagnia durante aperitivi e degustazioni. Laspina ha definito l’evento “un festival dello shopping, una celebrazione dei negozi, dei ristoranti e degli showroom di Madison Avenue”.
Il calendario degli incontri è fitto. Il 19 si terrà nella sede dell’ITA l’Italy on Madison Design Day, una serie di conferenze e seminari dedicati alla storia del design italiano negli USA. Nelle stesse stanze, il 23 maggio, verrà dato spazio alle donne, con un incontro intitolato Women in Wine – The Italian Perspective. Tra il 20 ed il 22, invece, al Eataly Flatiron si potranno degustare alcune birre italiane per “un nuovo twist alla Dolce Vita”.
Molti dei negozi che partecipano all’iniziativa sempre aperta al pubblico avranno il marchio riconoscibile nelle loro vetrine e offriranno ai visitatori aperitivi e piccoli regali. Tra i partecipanti a questa prima edizione ci sono Acquatalia, Aquazzurra, Armani, Buccellati, Canali, Davide Cenci, Ippolita, Isaia, Marina Rinaldi, Marina B, Max Mara, Monnalisa, Punto Ottico, Sermoneta Gloves, Tods, Zegna, B&B Italia, Molteni&Dada, Natuzzi Italia, OnMadisonPark/Arclinea NY e Poliform”.

da La Voce di New York/aise