Ucraina/ Schiavone (Cgie): abbiamo la guerra in Europa

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schiavoneserioROMA\ aise\ – “Quanto si sta verificando da alcuni giorni ai confini orientali europei con lo spiegamento di forze militari russe entrate in Ucraina per destabilizzare il regime democratico, che si è dato da due decenni quel popolo, rappresenta uno scenario bellico che la diplomazia europea ha scongiurato cercando di non cedere alla logica della guerra proponendo, invece, un tavolo negoziale che non ha trovato corrispondenza e disponibilità da parte del presidente russo”. Così scrive Michele Schiavone, segretario generale del Consiglio generale degli italiani all’estero, a commento dell’attacco russo all’Ucraina.
Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero “deplora l’aberrante uso delle armi quale metodo e strumento per dirimere i contenziosi perché le guerre rappresentano sempre il fallimento della ragione umana e la strada di non ritorno in cui si perdono le speranze di una convivenza pacifica dei popoli”.
Il Cgie, prosegue Schiavone, “è preoccupato per il grave pericolo che porta con sé l’intervento militare sulla popolazione civile residente in Ucraina, un paese nel quale vivono alcune migliaia di nostri connazionali, sono presenti diversi interessi commerciali e industriali italiani e in particolare per i drammatici effetti che si ripercuotono sulle copiose famiglie miste italo-ucraine che si sono unite negli ultimi decenni”.
“La guerra in quel Paese – osserva Schiavone – riporta indietro le lancette del tempo di oltre mezzo secolo, traslandole in un’epoca nella quale il mondo è progredito e la civiltà ha raggiunto livelli di interdipendenza tali da scongiurare e debellare preventivamente ogni forma dispotica e di ingerenza militare, che non avremmo più voluto vedere. Chiediamo al Governo italiano – conclude – di salvaguardare l’incolumità dei nostri connazionali e di favorire il loro rientro in patria per tutti quei casi che lo richiedano”. (aise) 




Comites Montreal: 7 consiglieri chiedono le dimissioni del presidente Giordano

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montrealMONTREAL\ aise\ – È guerra aperta nel Comites di Montreal: sette consiglieri – gli stessi che avevano convocato un’assemblea “alternativa” il 16 febbraio scorso e poi richiesto al presidente Giordano di anticipare la seconda “ufficiale” al 23 febbraio – annunciano oggi di voler presentare una mozione in cui si chiedono le dimissioni di Giordano e l’assegnazione della presidenza a Margherita Morsella.
A firmare la mozione sono Renzo Orsi, Luisa Rabach, Paola Miserendino, Maria Ciccone, Santino Quercia, Vera Rosati e la stessa Morsella.
I firmatari chiedono che la mozione venga inserita all’ordine del giorno della assemblea di mercoledì.
I 7 consiglieri eccepiscono vizi di forma nella convocazione e tenuta della prima seduta del Comites – tra l’altro presieduta da Orsi, in qualità di “presidente provvisorio” – contestano a Giordano sia la diffusione di una bozza provvisoria del verbale della prima assemblea che la mancata integrazione dell’ordine del giorno dell’assemblea del 23 febbraio, come da loro richiesto, prevedendo la ripetizione della elezione del presidente.
Un diniego, sostengono, “non giustificato dalle norme che regolano i Comites”. I consiglieri, in particolare, citano il Direttore generale per gli italiani all’estero Vignali che – interrogato in merito – il 21 dicembre scorso scriveva che “la votazione relativa al presidente potrà comunque essere ripetuta se, all’inizio della prossima seduta, si esprimerà a favore della ripetizione del voto la maggioranza dei membri del Comitato”; affermazione, conclude la mozione, “ribadita dalla Console generale Silvia Costantini nella sua missiva del 24 dicembre alla pagina 5 paragrafo 5”.
Con la mozione, i 7 consiglieri chiedono “dimissioni immediate e irrevocabili del consigliere Vittorio Giordano dalla discussa carica di presidente del Comites di Montreal” e “che la consigliera avv. Margherita M Morsella subentri nella carica di presidente del Comites Montreal con effetto immediato”. (aise)




Comites Montevideo vs Gente d’Italia: Porta (Pd) interroga Di Maio

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porta22ROMA\ aise\ – Il Ministero degli Esteri dovrebbe “dare chiare e urgenti disposizioni ai rappresentanti diplomatico-consolari operanti in Uruguay affinché l’esercizio delle prerogative riconosciute agli organismi di rappresentanza locali, per la loro stessa efficacia, siano ricondotti rigorosamente nell’alveo delle leggi e della prassi amministrativa esistenti, superando prevenzioni di parte e scorie localistiche”. Così Fabio Porta, senatore Pd eletto in Sud America, che come preannunciato nei giorni scorsi, ha presentato una interrogazione al Ministro Di Maio sul parere negativo che la maggioranza dei consiglieri del Comites di Montevideo ha reso sul quotidiano “Gente d’Italia” diretto da Domenico Porpiglia.
Nella permessa, Porta ricorda che “la legge 23 ottobre 2003 n. 286, recante “Norme relative alla disciplina dei Comitati per gli italiani all’estero” attribuisce a tali organismi di rappresentanza la prerogativa di esprimere “parere obbligatorio, entro trenta giorni dalla richiesta, sui contributi accordati dalle amministrazioni dello Stato ai locali mezzi di informazione” (art.2, comma 4, lett. h); in virtù di tale funzione, che si traduce nell’espressione di un parere obbligatorio ma non vincolante per l’Amministrazione che dovrà procedere all’assegnazione dei contributi previsti dalla normativa sull’editoria all’estero, in data 17 febbraio il COMITES dell’Uruguay si è riunito in Montevideo per procedere agli adempimenti nel settore dell’informazione e, in tale occasione, ha espresso parere negativo sugli eventuali contributi da concedere alla testata “Gente d’Italia””.
“I pareri richiesti ai COMITES sui contributi che lo Stato riconosce alle testate che pubblicano all’estero – chiarisce il senatore – devono tenere conto dei criteri che l’Amministrazione pone come condizione di tali assegnazioni e risultare con essi coerenti; tali criteri consistono nell’attestazione dell’esistenza della testata, nella regolarità delle distribuzione delle copie dichiarate e nel rispetto della percentuale di scritti in lingua italiana nell’ambito di ciascun numero del giornale, con esclusione di qualsiasi interferenza nella linea editoriale, sia da parte dell’organismo che esprime il parere che da parte della stessa Amministrazione che riconosce il contributo”.
Al contrario, accusa Porta, “il parere espresso a maggioranza (con il voto contrario dei consiglieri di minoranza) dal Comites di Montevideo non fa alcun riferimento agli elementi obiettivi di esistenza della testata e di svolgimento della sua attività editoriale nel rispetto dei parametri fissati dall’Amministrazione centrale, ma per l’intero suo svolgimento – letteralmente dalla prima all’ultima parola – si concentra sulla linea editoriale del giornale, sulla quale riversa una serie di annotazioni critiche che alla fine assumono la forma di una sentenza senza appello”.
“Tale interferenza, che riguarda non solo il giudizio sul taglio della strategia informativa e sulle scelte editoriali, – continua Porta – si estende addirittura a prefigurare i possibili effetti critici che nel futuro potrebbero aversi nella comunità in conseguenza dell’operato del giornale, coniugando in tal modo un’illegittima pretesa censoria sul presente con una specie di preventivo “avvertimento” per il futuro”.
“È di vitale interesse per gli interessi generali del nostro Paese – sottolinea il senatore – cercare di salvaguardare, nel pieno rispetto delle normative esistenti e delle regole fissate, la vita e l’attività delle ormai poche testate in lingua italiana editate all’estero, in considerazione del ruolo che esse liberamente svolgono per incentivare la partecipazione dei cittadini italiani alla vita democratica e per sostenere le linee d’intervento che l’Italia persegue nel campo della promozione integrata del Sistema Paese e, di recente, in quello del turismo di ritorno”.
Per questo, Porta chiede a Di Maio “se non intenda dare chiare e urgenti disposizioni ai rappresentanti diplomatico-consolari operanti in Uruguay affinché l’esercizio delle prerogative riconosciute agli organismi di rappresentanza locali, per la loro stessa efficacia, siano ricondotti rigorosamente nell’alveo delle leggi e della prassi amministrativa esistenti, superando prevenzioni di parte e scorie localistiche” e “se non intenda fare in modo che nel percorso ulteriore della questione dei contributi pubblici a una testata in lingua italiana come «Gente d’Italia», tra le più autorevoli tra quelle sopravvissute a livello mondiale, vi sia da parte degli organi preposti a tali decisioni una valutazione più legata all’obiettività dei fatti e dell’attività che realmente la testata svolge”. (aise) 




Panama: l’Ambasciatore Nicoletti visita il cantiere del Data Center dell’italiana Sparkle

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24panamaPANAMA\ aise\ – L’Ambasciatore d’Italia a Panama, Fabrizio Nicoletti, ha visitato nei giorni scorsi il cantiere del nuovo Data Center di Panama Digital Gateway (PDG), progetto frutto di un accordo strategico di joint venture tra l’italiana Sparkle – primo operatore di servizi internazionali in Italia e fra i primi dieci nel mondo – e la società panamense Trans Ocean Network, operatore che possiede, gestisce e mantiene una rete terrestre di cavi in fibra ottica a Panama.
La visita al Data Center, organizzata dalla società italiana rappresentata per l’occasione dall’Amministratore Delegato di Sparkle Americas e della stessa PDG Carmine Sorrentino, ha visto la presenza di una folta delegazione di autorità e tecnici panamensi, tra cui il Ministro per gli Investimenti Privati, José Alejandro Rojas Pardini, il Vice Ministro del Commercio e Industria Juan Carlos Sosa, e l’Amministratore Generale dell’Autorità Governativa per l’Innovazione (AIG) Luis Oliva.
Il Panama Digital Gateway (che dovrebbe ricoprire una superficie totale superiore ai 5.000 metri quadrati, distribuiti su 4 piani) sarà localizzato in una zona strategica dell’area urbana adiacente al Canale di Panama e costituirà una stazione di atterraggio e connettività che aspira a diventare uno snodo digitale non solo per tutta l’America centrale, ma anche per la regione andina e i Caraibi, integrandosi con la dorsale globale di Sparkle – una rete in fibra che si estende per oltre 600.000 km attraverso Europa, l’Africa, le Americhe e l’Asia.
Tale naturale punto di approdo per cavi sottomarini alla ricerca di un ingresso diversificato in America Centrale, rafforzerà sia la presenza imprenditoriale italiana nel Paese, sia il ruolo di Panama come snodo strategico tra Nord e Sud America e la sua stessa ambizione di proporsi come “hub” regionale anche per l’innovazione e la digitalizzazione, grazie a questo progetto dalla grande valenza strategica, capace di ospitare giganti globali e multinazionali in settori ad alta intensità tecnologica, come logistica e finanza, ma soprattutto i grandi player globali del mondo digitale quali, ad esempio, Google, Facebook o Amazon. (aise)




Ucraina: le raccomandazioni dell’Ambasciata d’Italia a Mosca ai connazionali

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MOSCA\ aise\ – L’Ambasciata d’Italia a Mosca sta seguendo con attenzione l’evolversi della situazione attuale in Russia e, “data la fluidità della situazione e i rischi di sicurezza connessi agli sviluppi nel teatro ucraino”, raccomanda ai connazionali di “esercitare massima prudenza e cautela, in particolare nelle zone di confine con l’Ucraina. Non si ravvisano al momento rischi particolari sul restante territorio della Russia”. Nel giorni un cui il presidente russo Vladimir Putin ha dato il via ai bombardamenti e, di fatto, all’invasione dell’Ucraina, l’Ambasciata d’Italia a Mosca ha diramato questo avviso ai connazionali nel Paese.
L’Ambasciata invita, fra l’altro, gli italiani “in procinto di intraprendere un viaggio aereo” a “verificare con la compagnia l’effettiva operatività del volo, in quanto in alcune aree del Paese, più prossime al confine con l’Ucraina, risultano al momento sospesi i collegamenti aerei”.
L’Ambasciata invita inoltre tutti i connazionali in Russia a tenersi aggiornati sulla situazione di sicurezza nella Federazione Russa, consultando regolarmente il sito www.viaggiaresicuri.it, nonché i siti e i profili social dell’Ambasciata stessa e dei Consolati Generali a Mosca e San Pietroburgo. Infine raccomanda “vivamente” ai connazionali in transito di registrarsi sul sito www.dovesiamonelmondo.it dell’Unità di crisi del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
In caso di necessità, i Consolati Generali a Mosca e San Pietroburgo sono pienamente operativi e possono essere raggiunti ai numeri di emergenza +79060382441 per Mosca e +79219365191 per San Pietroburgo. I connazionali potranno in ogni caso segnalare la propria presenza in Russia anche inviando una mail all’indirizzo email di Consolati Generali a Mosca presenzetemp@esteri.it e a San Pietroburgo consolare.spb@esteri.it.
“Anche la rete consolare onoraria è pronta a fornire l’assistenza necessaria sul territorio”, conclude l’Ambasciata. (aise)




Ucraina, italiano nel Donbass: ”40mila miliziani pronti, meglio rischiare con armi che senza”

donbass

donbassSono ”giornate tese, intense”, ma ”dopo il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Luhansk” da parte del presidente russo Vladimir Putin ”sono diminuiti i bombardamenti. Sempre presenti sì, ma in maniera minore”. Anche se ”l’escalation e la tensione militare di questi giorni” ha riportato gli uomini del Donbass nell’ottica di essere pronti a combattere. ”Le due repubbliche si sono svuotate” di donne, bambini e anziani, ma ci sono ”40mila miliziani che si erano ritirati a vita civile e che ora hanno ripreso le armi. Sono pronti a combattere”. Lo racconta ad Adnkronos Vittorio Rangeloni, 30 anni e da sette nel Donetsk, ”la capitale della Repubblica popolare riconosciuta dalla Russia”.

Rangeloni era andato in vacanza dai nonni a Kiev, nell’estate del 2015, e da allora non se n’è più andato. Per ”raccontare quello che vive la gente del Donbass, per far sentire la sua voce. Per testimoniare il cambiamento e la spaccatura interna al Paese che ha portato la rivoluzione”. Qui ”gli uomini e le donne vorrebbero la pace, non tutti sono entusiasti di rischiare prendendo parte al conflitto. Ma molti comprendono che nel caso di una vera guerra, imbracciare le armi è una decisione da tenere in conto. Rischierebbero la vita in ogni caso, meglio farlo da militari che da civili”. Perché negli ultimi anni ”la guerra era di trincea e non ce n’era bisogno, oggi è diverso”. Così ”i civili che nel 2014 avevano preso le armi e poi le avevano abbandonate, ora sono tornati”.

Rangeloni, nato e Barzio in provincia di Lecco e un diploma da geometra, spiega che finora ”700mila persone sono state evacuate, sono le stime ufficiali, su un totale di 4 milioni di persone che vivono nelle due repubbliche”. Accanto ai miliziani ”ci sono i militari, i riservisti richiamati alle armi”.

Autore del libro ‘Le mie cronache di guerra’, spiega che nel Donbass si registrava ”un periodo di relativa calma e stabilità sulla linea del fronte fino a inizio novembre quando Biden e la Nato hanno cominciato a parlare di una possibile invasione russa”. Ora è ”difficile capire cosa accadrà nei prossimi giorni. Il riconoscimento delle due repubbliche da parte russa ha segnato la fine degli Accordi di Minsk siglati nel 2015 per risolvere il conflitto in modo pacifico e diplomatico”. Ma ”la stessa Ucraina sapeva che questi accordi non avrebbero portato a nulla, che era solo un compromesso per risolvere un conflitto violento, ma che prima o poi bisognava fare i conti con la realtà’.

Con elmetto e giubbotto antiproiettile racconta che ieri, ad esempio, ”sono finito in mezzo a una sparatoria. Ero sull’autostrada che collega Donetsk e Luhansk, la linea del fronte non corre molto lontana. Mi sono riparato in un posto sicuro ed è andato tutto bene”. Intanto la popolazione resiste, ma ”è logorata da una guerra silenziosa che va avanti da otto anni”. Una popolazione che vede, racconta Angeloni, ”l’ingresso dell’esercito russo come una garanzia della stabilità e della pace”. Perché ”nessuno vuole un conflitto come nel 2014”.

”Decine di migliaia di persone sono state fatte evacuare nella Federazione russa come misura preventiva, l’Ucraina sul suo versante sta facendo lo stesso. Chi è rimasto cerca di trovare una parvenza di normalità”‘. Rangeloni, personalmente, dice che ”non ho mai pensato di prendere le armi. In questo contesto quella che uso io è l’arma dell’informazione, perché è in atto anche una guerra mediatica e diplomatica. Una guerra che può essere più pericolosa di quella combattuta con carri armati e mortai. La stessa Ucraina ha chiesto alla Cnn e ai media occidentali di abbassare i toni per non creare panico e allarmismo”. Quello che l’autore lecchese si propone di fare, quindi, è di ”dare la possibilità a queste persone di raccontare, superando la visione di questo conflitto come contrapposizione tra mondo russo ed Europa, per costruire ponti superando stereotipi e il ricorso alle armi”.

”La maggioranza della popolazione del Donbass non è semplicemente filo russa, ma è russa etnicamente. Migliaia di persone hanno cittadinanza e passaporto russo”, afferma. Nel Donbass ”hanno molto più in comune con Mosca che con Kiev dove vengono portate avanti le istanze degli ucraini nazionalisti dell’Ovest che vanno in contrasto con i principi storici del resto del Paese”, conclude.

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Italiani in Ucraina: l’invito dell’ambasciata a lasciare il Paese

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ambakievKIEV\ aise\ – “L’Ambasciata d’Italia a Kiev rimane pienamente operativa a Kiev e segue assiduamente l’evolversi della situazione in Ucraina a tutela dell’incolumità e della sicurezza dei connazionali”. Ad una settimana dal primo messaggio ai connazionali, ma soprattutto all’indomani della decisione di Putin di riconoscere l’indipendenza delle autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, con il conseguente invio di armi “a tutela della pace”, l’Ambasciata italiana a Kiev dal suo sito web invita tutti i connazionali a lasciare il Paese.
“Dallo scorso 12 febbraio – si ricorda nel nuovo messaggio diramato ieri sera – è stato deciso, a scopo precauzionale, di consigliare alla comunità italiana in Ucraina di lasciare temporaneamente il Paese e di raccomandare di posticipare tutti i viaggi verso l’Ucraina e di mantenersi costantemente aggiornati sui mezzi d’informazione e sul sito Viaggiare Sicuri. A causa di eventuali rapidi sviluppi della situazione, a quanti fossero tuttora presenti è ribadito l’invito a lasciare il Paese con i mezzi commerciali al momento disponibili e a seguire tutte le indicazioni delle Autorità locali”.
Ai connazionali che dovessero comunque decidere di non lasciare il Paese, l’Ambasciata raccomanda di “usare la massima prudenza, di assicurarsi di avere documenti d’identità validi ed aggiornati”. Inoltre, “si suggerisce, a titolo precauzionale, di valutare l’opportunità di predisporre alcune scorte di acqua, cibo e vestiti caldi e di carburante per le auto”.
A coloro che a qualsiasi titolo dovessero trovarsi in Ucraina l’Ambasciata rinnova – come già fatto nelle ultime settimane – l’invito a registrarsi sul sito Dove Siamo nel Mondo con la nuova funzione di geolocalizzazione, indicando su mappa la propria abitazione e fornendo un recapito d’emergenza.
In caso di necessità, l’Ambasciata d’Italia a Kiev è operativa e raggiungibile al numero di emergenza: +380 50 310 2111, che i profili social (Facebook, Twitter, Instagram) e il sito internet della Sede sono costantemente aggiornati e che gli Uffici restano raggiungibili ai consueti recapiti.
“Continueremo a profondere ogni sforzo a tutela degli interessi dei nostri connazionali”, conclude il messaggio. “Potete contare sul pieno supporto e sulla costante attenzione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, attraverso l’Ambasciata e l’Unità di Crisi”. (aise)




Antonello Caponera (Comites Colombia): “Vogliamo essere vicini alla nostra gente”

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Gli abbiamo chiesto di raccontarci com’è nata l’idea di candidarsi:

– Innanzitutto, vorrei fare una breve premessa per chi non ha familiarità con i Com.It.Es. I cosiddetti “Comitati degli Italiani all’Estero” – spiega – sono organismi rappresentativi della collettività italiana, eletti direttamente dai connazionali residenti all’estero in ciascuna circoscrizione consolare ove risiedono almeno tremila italiani. Tali organismi sono a carattere collegiale e sono sanciti con la legge 286 del 2003. L’idea di candidarmi è maturata, anche sollecitato da vari connazionali, per cercare di dare un impulso alle attività della comunità italiana presente in Colombia. Era da circa quindici anni che tale organismo non era più presente nella terra dei “cafeteros” e molti ne sentivano la mancanza.

E aggiunge:

– Dopo aver seguito tutta la procedura: sottoscrizione della lista da presentare, candidati iscritti nelle liste degli italiani residenti all’estero (A.I.R.E.), ci siamo messi in gioco, insieme ad altri colleghi, e siamo risultati eletti il 3 dicembre scorso. Il Consiglio ha poi deciso di nominarmi presidente, incarico della durata di cinque anni che sono onorato di ricoprire e che spero di svolgere nel migliore dei modi.

– Il consiglio – specifica – è composto da dodici eletti: si tratta di una squadra straordinaria, rappresentata perlopiù da persone al di sotto dei quarant’anni, tutte laureate. Un gruppo impreziosito dalla presenza competente e stimolante di quattro donne: Valeria Bassi, vicepresidente; Maria Laura Lucci, segretaria; Noemi Cicognini e Silvia Cresentini, componenti del consiglio. Ci auguriamo – sottolinea – di rappresentare al meglio le esigenze dei circa 28 mila connazionali espatriati in Colombia: cercando, ad esempio, di riuscire a concretizzare un accordo di reciprocità contributiva tra l’Italia e il Paese che ci ospita, in maniera tale che l’italiano in Colombia, oppure il colombiano che vive e lavora in Italia, possa ottenere il riconoscimento dei contributi versati in entrambi i Paesi e decidere in quale dei due accorparli, per richiedere l’agognata pensione.

Il programma per i prossimi cinque anni è fitto, così come i temi che richiedono un intervento tempestivo:

– Con il prezioso aiuto dei consiglieri eletti – ci spiega Caponera – cercheremo di portare avanti iniziative di carattere culturale e, allo stesso tempo, di far conoscere il meglio della tradizione italiana invitando, se le finanze ce lo consentiranno, personaggi del mondo culturale e dello spettacolo direttamente dall’Italia. Stiamo, ovviamente, ponendo tutta l’attenzione possibile alle situazioni di disagio che vivono alcuni nostri connazionali. Anche in questo caso, se avremo le necessarie coperture finanziarie, potremo stabilire delle priorità di assistenza sociale.  Al momento – prosegue – siamo già in contatto con l’Ambasciata e con il Ministero degli Esteri e Cooperazione Internazionale. Ci auguriamo, al più presto, di entrare in sintonia con altre entità italiane che possano esserci utili nella nostra attività.

La Colombia è un Paese vasto e in parte anche inesplorato. Chiediamo al Presidente Caponera quali sfide, i nostri compatrioti, si trovano ad affrontare, nella loro vita di tutti i giorni:

– Capire in maniera approfondita quali sono le sfide che gli italiani debbono affrontare quotidianamente in Colombia è senz’altro uno dei nostri obiettivi principali. L’italiano, generalmente, è ben visto dal cittadino colombiano; tuttavia, le distanze (la Colombia è quasi quattro volte più grande dell’Italia) non sempre permettono una facile interazione. Per quanto ci riguarda, vogliamo cercare di essere il più possibili vicini alla gente e siamo aperti a consigli e suggerimenti per cercare di rendere questa esperienza utile e costruttiva. VI invitiamo, quindi, a contattarci via email a: colombiacomites@gmail.com.

(Stefania Del Monte-La Voce d’Italia,11 febbraio /Inform)




Il M.I.R.E. alle Bahamas. Il Presidente Odoguardi incontra il console Onorario Alberto Suighi e Andrea Cecchi, responsabile locale del Movimento

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dc4edd5a af5e 4e5b a88b 0624b4584defIl Presidente del M.I.R.E., Enzo Odoguardi (al centro nella foto), si è recato nei giorni scorsi alle Bahamas dove ha incontrato il Console Onorario d’Italia, Alberto Suighi (a destra), e il responsabile locale del  Movimento degli Italiani residenti all’Estero, Andrea Cecchi (a sinistra).

Si è parlato proficuamente dei temi che riguardano lo sviluppo dell’imprenditoria italiana nelle isole e, in modo particolare, in quella di Eleuthera, della preparazione dei giovani bahamensi ai servizi turistici e dell’espansione turistica del sud di Eleuthera.

Non sono mancati gli incontri con le autorità competenti e, ovviamente, si sono delineate le strategie del M.I.R.E. nell’area caraibica.

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Al via il nuovo progetto di CBM in Ruanda: l’obiettivo è curare 200mila persone entro il 2026

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19rwandaROMA\ aise\ – Potenziare i servizi oculistici all’Ospedale Kabgayi – dove avviene l’80% degli interventi di tutto il Ruanda – e formare i medici locali dell’Ospedale Gahini, situato nella zona est del Paese dove oggi non c’è neanche un oculista. Questo l’obiettivo di CBM che in questi giorni lancia un nuovo progetto quinquennale di inclusive eye health, per portare prevenzione e cure anche nelle zone rurali dove le persone, soprattutto i bambini, con disabilità visiva sono tra le più emarginate.
Immerso nell’Africa Orientale, il Ruanda conta 13 milioni di abitanti, di cui – secondo IAPB (Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità) – sono 1,2 milioni le persone con disabilità visive, di cui 23.000 cieche.
Nel concreto, il progetto quinquennale (che durerà fino al 2026) appena avviato riguarda il potenziamento dell’Ospedale Kabgayi e l’attività di formazione all’Ospedale Gahini.
L’ospedale Kabgayi è il principale centro oculistico pediatrico del Ruanda, situato nella zona sud del Paese e punto di riferimento per le cure oculistiche nazionale oltre che dei Paesi limitrofi come Repubblica Democratica del Congo e Burundi.
L’80% degli interventi agli occhi in Ruanda sono eseguiti qui. Gestito dalla diocesi cattolica di Kabgayi, l’Ospedale collabora fin dalla sua nascita nel 1993 con il Ministero della Salute ruandese e con CBM, impegnata a rendere i servizi oculistici disponibili e accessibili alla popolazione povera. L’ospedale è specializzato nell’oculistica pediatrica e nelle cliniche oculistiche mobili, che raggiungono i villaggi più lontani per individuare le persone, soprattutto i bambini, più vulnerabili. Inoltre al proprio interno ha anche un laboratorio ottico dove vengono realizzati occhiali da vista per pazienti con difetti refrattivi.
CBM si impegna ora da un lato a estendere i servizi oculistici integrati e di qualità (medicine, strumenti, ausili e occhiali, visite, screening e sensibilizzazione nelle scuole e nelle comunità) con l’obiettivo di curare entro il 2026 200.000 persone. Dall’altro promuove la formazione del personale medico locale anche nella parte orientale del Paese, dove sorge un altro ospedale importante, il Gahini Hospital, che al momento però non ha neanche un oculista, mentre il bisogno è urgente (in questa area del Paese vive un quarto dell’intera popolazione ruandese). Avere chirurghi specializzati e stanziali è fondamentale per aumentare il numero di persone operate ogni giorno: per questo CBM promuove l’attività di mentoring e formazione da parte dei medici del Kabgayi che periodicamente si recheranno al Gahini per erogare cure e formare il personale.
“Questo ambizioso ma necessario progetto che abbiamo avviato in Ruanda è in linea con il Piano strategico sulla salute del Ministero della Salute ruandese (2018-2024) che ha l’obiettivo di non lasciare indietro nessuno nell’accesso ai servizi di salute visiva” commenta Massimo Maggio, direttore di CBM Italia. “Sappiamo che nei Paesi in Via di Sviluppo si concentra l’80% del miliardo di persone con disabilità presenti al mondo, il che significa che esiste un ciclo che lega povertà e disabilità che è necessario spezzare. CBM cerca di farlo operando ogni giorno attraverso progetti di salute, educazione, vita indipendente che mettono al centro le persone con disabilità”. (aise)