Bergamaschi nel Mondo. Domani a Bruxelles tavola rotonda sull’associazionismo italiano

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Captura 4L’Ente Bergamaschi nel Mondo, in collaborazione con il proprio Circolo di Bruxelles ed il Centro di Ricerca D.L.C.M., comunica la convocazione degli “Stati Generali dell’Associazionismo rappresentativo italiano a Bruxelles” che si terrà in videoconferenza alle ore 18:30 di giovedì 19 novembre 2020.

Bruxelles   si   presenta   come   un   laboratorio   di   indagine   sociologica privilegiato   registrando   la   convivenza   dell’emigrazione   storica   con   gli elementi della nuova mobilità. Ecco che nel decimo anniversario di attività del   Circolo   di   Bruxelles   dell’Ente   Bergamaschi   nel   Mondo,   si   propone   ai referenti dell’associazionismo italiano a Bruxelles, “attivo”, un momento di analisi   propositiva   per   arginare   e   contrastare   i   disagi   della   crisi dell’associazionismo.

Interrogarsi sulle cause del mancato passaggio del testimone alle giovani generazioni potrà fornire un utile strumento di concreta iniziativa, ma non sufficiente   se   carente   dell’adeguamento   alle   esigenze   dei   flussi   migratori   attuali.   Sono giovani ad alto livello di formazione, quadri e managers che decidono di trasferirsi non più per   necessità,   ma   per   la   curiosità   di   vivere   esperienze   “diverse”,   probabilmente   figli  dell'”Erasmus   generation”   e   che   vogliono   mettersi   in   gioco   pronti   a   dare   una   svolta radicale ad un tracciato convenzionale. Per questo l’invito è ad una forma di brain storming collettivo per passare dalla teoria alla prassi   fornendo   suggerimenti   per   una   buona   pratica   di   attività   per   l’associazionismo   in senso lato con l’ambizione di formulare una proposta concreta.

Alla   tavola   rotonda,   e   proprio   perché   si   possa   prendere   atto   delle   istanze   dalla   base, parteciperanno   il  Segretario Generale del CGIE, Michele Schiavone,   come   referente delle organizzazioni elettive, il Consigliere Regionale di  Regione Lombardia, Giovanni Malanchini,   come   rappresentante   della   Consulta   Regionale   dell’Emigrazione   ed   il Presidente dell’Ente Bergamaschi nel Mondo, Carlo Personeni, come referente di un Ente associativo nazionale italiano.

L’evento   gode   del   sostegno   di   regione   Lombardia   e   del   patrocinio   della   Provincia   di Bergamo.




Vino italiano :il “Lugana Doc” protagonista in Svizzera

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vinoluganadocCosì vicino, così inesplorata: è la Svizzera la nuova frontiera della promozione per il Lugana DOC. Il Consorzio di Tutela, infatti, pianterà un’altra importante bandiera sulla sua fitta mappa dei Paesi coinvolti da attività promozionali in tutto il mondo. E lo fa a dispetto di questo difficile momento storico, segno di una forza intrinseca della denominazione e della grande determinazione nel perseguire la propria mission di ambasciatore del Lugana in Italia e all’estero. Il debutto in Svizzera è fissato per domani, 17 novembre, a Zurigo, con ben tre Masterclass, rivolte a operatori e winelovers.
“È una scelta coerente con la nostra strategia di focalizzarsi sul mercato nazionale ed europeo in un anno così complesso per il nostro settore, che ci ha però portato a considerare nuove prospettive di investimento nei paesi di prossimità – afferma il Direttore del Consorzio Andrea Bottarel –. La denominazione sta vivendo una bella ripresa, il Lugana è al primo posto tra i vini emergenti in Italia e vorremmo riuscire a sfruttare questo slancio per progettualità più articolate nel 2021 e per consolidare ulteriormente la fedeltà del consumatore europeo. Continueremo a presidiare i mercati “core” come la Germania, cercando di allargare l’influenza anche a tutti i limitrofi, come Svizzera, Paesi Bassi e Belgio. Il nostro intento come Consorzio è far trasparire gli elementi più tipici, quelli che rendono il Lugana quello che è, un vino assolutamente unico, che ha la grande fortuna di essere immediato e altamente gastronomico”. Per riuscirci il Consorzio ha rinnovato la collaborazione con la prestigiosa rivista “Vinum”, suo storico partner e vera bibbia per gli appassionati svizzeri, tedeschi e austriaci ed ha coinvolto come moderatore Carsten Fuss, accademico e giornalista enologico, responsabile dal 2005 dei corsi dell’Academie du Vin e, dal 2018 moderatore della rubrica settimanale “in Vino Veritas” su Radio 1. “È un piacere presentare al pubblico svizzero la denominazione Lugana e i suoi produttori – afferma Fuss –. Il Lugana è tra i vini bianchi italiani più conosciuti nei mercati di lingua tedesca. Siamo onorati che il Consorzio abbia scelto Vinum come partner autorevole per la sua promozione, in particolare sul mercato svizzero, che da sempre apprezza i vini di qualità”.
L’appuntamento è presso il Restaurant Metropol (Fraumunsterstrasse 12, 8001 Zurich) con tre diverse sessioni di assaggio e studio, alle ore 11.30, 14.00 e 16.00. Verranno degustati i vini di ben 29 diverse aziende e il Direttore Bottarel sarà collegato in diretta dall’Italia.
La denominazione ha raggiunto, negli ultimi anni, quota 2.500 ettari di superficie vitata, con un imbottigliato che, nel 2019, ha chiuso quasi a 22 milioni di bottiglie e che al momento sta vedendo una ripresa, con una crescita che sfiora il 12%, nonostante la flessione delle vendite subita nei mesi di lockdown. Di queste, circa il 70% viene esportato all’estero, con quote maggioritarie da attribuire alla Germania e agli Stati Uniti, che stanno crescendo considerevolmente di anno in anno.




Dialogo e accompagnamento per gli italiani all’estero

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11crudele2Vecchia e nuova emigrazione sono sì diverse ma anche “complementari”, quasi “vasi comunicanti”, visto che “aspetti della prima possono riscontrarsi nella seconda e viceversa”, perché quella italiana all’estero è una “presenza sempre più articolata e complessa”, una “proiezione del nostro Paese nel mondo” che “bisogna interpretare in termini di servizi, ma anche di accompagnamento verso l’integrazione nei Paesi di residenza”, assicurando una “presenza istituzionale nell’auspicio che questa mobilità abbia una connotazione circolare”. Così il vice direttore della Dg italiani nel mondo e politiche migratorie della Farnesina, Paolo Crudele, intervenuto oggi pomeriggio in apertura del convegno promosso dal Centro studi Idos “Vecchia” e “nuova” emigrazione italiana all’estero: rivalutazione strategica della rete degli italiani nel mondo”.
Introdotti da Luca Di Sciullo, i lavori proseguiranno con interventi tematici e saranno conclusi dal viceministro degli esteri Emanuela Del Re. Il convegno, ha spiegato Di Sciullo, è parte di un progetto di ricerca sostenuto dalla Farnesina che si concretizzerà nella pubblicazione di un numero monografico della rivista “Affari sociali e internazionali”.
Portati i saluti del DG Luigi Vignali, Crudele ha ricordato che gli iscritti all’Aire – 5 milioni e mezzo al 31 dicembre 2019 – al 31 ottobre erano già oltre 6 milioni. I connazionali risiedono soprattutto in Europa: dei 131mila espatriati nel 2019, il 41% aveva tra 18 e 34 anni, cioè “sono andati via circa 50mila giovani”, molti qualificati. Una “perdita” per l’Italia anche in termini economici: “volendo cinicamente applicare i parametri Ocse, un laureato che espatria significa perdere anche i 160mila euro che il Paese ha investito su di lui; la cifra per l’Ocse arriva 228mila euro per un dottore di ricerca”. Lavorare all’estero “è sicuramente un arricchimento per loro”, ha osservato Crudele. “Dando per scontato che troveranno vie professionali che li manterranno fuori dall’Italia, dobbiamo comunque essere pronti, laddove ci fosse possibilità e interesse da parte loro a tornare, ad accompagnarli in questo percorso”.
La Dgit, ha aggiunto, “cerca di adattarsi a questa nuova mobilità. Abbiamo sostenuto l’intervento contenuto nel “decreto crescita” sulle agevolazioni fiscali per il rientro” ma al tempo stesso “incoraggiamo maggior dialogo tra nuova e vecchia emigrazione”. Quest’ultima “percorre sentire diversi” dalla prima, che negli anni ha dato vita a forme associative “presenti e robuste” in molti paesi di destinazione. L’associazionismo, ha detto Crudele, “è una realtà importante”, ma “per mantenere viva la sua struttura organizzativa deve aggiornarsi per accompagnare questi nuovi migranti, cosa per altro che sta avvenendo, anche grazie al Cgie e ai Comites”, dove “potrà essere avviata una fase di rinnovamento anche grazie alla riforma” che deve essere approvata.
“Noi come Direzione generale lavoriamo affinché gli strumenti di intervento e di accompagnamento siano adeguati alla sfida dell’emigrazione più recente per essere in grado di mantenere un alto livello di servizi” ma anche per “far rimanere agganciate all’Italia questi nuovi migranti”.
Una realtà che Crudele ha conosciuto a Singapore, dove è stato ambasciatore prima di rientrare a Roma, e che ha cercato di “intercettare”, una cosa non facile, visto che molti di loro rimangono sconosciuti ai consolati. “Abbiamo creato dei gruppo o reti di network”, una mossa “essenziale” anche come “possibile premessa di un loro rientro”, perché è importante “mantenere aperto un canale di comunicazione”.
Ma se all’estero ci sono le associazioni e la rete diplomatica, per Crudele “il grosso del lavoro da fare è qui, in Italia: non si può solo predicare contro la perdita di capitale umano, occorre un’azione decisa per rimuovere gli ostacoli che generano la necessità di espatriare. Dal lavoro agli stipendi adeguati, – ha concluso – c’è molto da fare”.




Emigrazione italiana tra passato e presenta

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11idostuttiPensare al passato per gestire il presente dell’emigrazione italiana. È questo il senso delle parole di Franco Pittau, Presidente onorario del Centro Studi IDOS, espresso questo pomeriggio durante il convegno promosso dallo stesso Centro Studi IDOS, dal titolo ““Vecchia” e “Nuova” emigrazione italiana all’estero: rivalutazione strategica della rete degli italiani all’estero”.
Secondo lui, infatti, non è possibile programmare il presente senza tener conto di quello che è stata l’emigrazione italiana negli anni passati. Il fenomeno migratorio ha infatti “segnato la nostra storia” e per far sì che possa migliorare e diventare anche più importante e sentito come argomento, c’è la necessità di “comunicare di più, per mostrare i bisogni delle persone”. Al giorno d’oggi, questa capacità di comunicazione, “si è potenziata”. E dal canto loro, IDOS ha cercato sempre di fare “nuove fotografie del fenomeno migratorio, perché c’è grande bisogno di conoscenza tra i cittadini”.
Ma pensando al passato, Pittau ha ribadito la base del suo concetto, pensare al passato per gestire il presente: “quando penso a come eravamo visti in altri paesi durante la vecchia emigrazione, penso a un disastro. Negli USA, nel Canada, in Svizzera, nel Regno Unito, è stato difficile, perché il processo di integrazione dei migranti italiani all’estero è stato molto lungo, e di questo bisogna continuare a parlare. Siamo stati immigrati di Serie B. E questo in Italia si nasconde, ed è bruttissimo, anche perché non sempre c’è stato l’aiuto necessario per superare tale condizione. Su questo bisogna parlare anche riguardo la “nuova” emigrazione, perché alle volte sembra che partano tutti premi nobel, e non è vero”. E su questo il Presidente Onorario dell’IDOS si è voluto collegare anche rispetto agli immigrati in Italia, che “non sono una cosa estranea rispetto a questo fenomeno di cui stiamo parlando, perché spesso sono molto più qualificati di quanto non eravamo noi emigranti in passato. Non avremmo capito niente se di fronte a cittadini stranieri non cercassimo di non fare gli sbagli che sono stati fatti nei nostri confronti”.
E a proposito di differenti emigrazioni ha parlato anche Michele Colucci, ricercatore Cnr, anche lui ospite del convegno, secondo il quale è necessario “ricomporre il quadro tra vecchia e nuova migrazione, e pensare con continuità a questi due orizzonti”. Nell’associazionismo, a suo parere, già si “possono trovare questi due mondi diversi, come nei patronati, dove vanno nuovi migranti e pensionati. È un incontro che in parte esiste e in parte è giusto rilanciare”. Ma secondo il ricercatore “parlare della storia della migrazione italiana non è semplice”. Si parla infatti di numeri enormi, circa 20 milioni tra il 1861 e la prima guerra mondiale, “un flusso incessante e incredibile dal punto di vista demografico e statistico”; e poi di “un’altra decina di milioni di persone da dopo la Prima guerra mondiale fino agli anni ’70”. E ora un nuovo blocco, che ormai è datato 15 anni ed è un fenomeno in continua crescita, anche osservando i dati Aire (passati da poco più di 3 milioni di iscritti di quindici anni fa ai quasi 6 attuali). È, dunque, “un fenomeno che ha avuto un’accelerazione impressionante negli ultimi anni”, ha specificato il ricercatore.
Tra tutti questi blocchi di emigrazione, ci sono anche elementi di continuità, secondo quanto riferisce Colucci: “c’è una progressiva specializzazione di un’emigrazione italiana. Fino agli anni ’60 il numero dei laureati era molto basso, ora molto più elevato. Fare informazione su questa lunga durata sulle qualifiche è molto importante, che ovviamente alimenta la volontà di miglioramento della propria condizione di vita come spinta a migrare”. E dunque, osservando quella vecchia da un punto di vista scientifico, si possono trarre delle conclusioni su come integrare quella passata con l’emigrazione attuale, quella “nuova”, attraverso, sempre secondo il rappresentante del Cnr, “Organizzazione dell’emigrazione”, il “lavoro” e il “ritorno”.
Per quanto riguarda l’organizzazione, il ricercatore ha specificato come sarebbe necessario osservare i fenomeni dei “legami tra Italia e resto del mondo, dell’associazionismo, delle reti di sostegno dei processi migratori – oggi sempre più indirizzati sul web”. Sul lavoro, invece, ci sarebbe bisogno di “una mappatura concreta delle professioni dell’emigrazione italiana, soprattutto su ciò che sta avvenendo oggi. La fuga dei cervelli spesso nasconde il grosso dell’emigrazione, che è scarsamente o mediamente qualificato, soprattutto tra le generazioni giovani”. E infine il ritorno, che è inteso soprattutto “in termini di competenze” e si dovrebbe fare “una mappatura di chi torna attraverso gli enti locali”.
“C’è molto lavoro da fare” ha chiosato Colucci, e “c’è da costruire una mappatura per le biografie individuali, filone che va assolutamente ripreso, perché oggi molto spesso la biografia individuale si perde nell’inconsistenza del mondo web”.




Del Re: “L’emigrazione non deve far paura”

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11delreidos“L’emigrazione e l’immigrazione non devono far paura, ma devono essere elementi di affermazione nel mondo. Per questo serve una piccola rivoluzione che cambi la narrazione di questi fenomeni”. Con queste parole la viceministra agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Emanuela Del Re, ha concluso il convegno di questo pomeriggio organizzato dal Centro Studi Idos, in cui si è parlato di “Vecchia e “Nuova” emigrazione italiana nel mondo, e nello specifico della possibile rivalutazione strategica della rete degli italiani all’estero.
L’emigrazione rappresenta infatti, secondo quanto detto dalla viceministra, “un’aspirazione naturale dell’essere umano che va accompagnata e anche compresa. E in qualche modo va sfruttato il suo significato, per far sì che il contributo degli emigranti sia valorizzato e sia un motore per i paesi sia di partenza che di accoglienza”.
Se, secondo l’esponente governativa, la vecchia migrazione “è chiara”, anche se “ancora non ci abbiamo fatto pace”, quella nuova è ancora da studiare. E gli studi di Idos “ci fanno capire come fare un passo avanti in questo senso”. Oggi, infatti, secondo Del Re, ci sono “mobilità ibride, che sono ormai anche virtuali e digitali oltre che fisiche”. I cittadini iscritti agli schedari consolari al 31 ottobre 2020, ha informato il viceministro, sono infatti 6 milioni e 240 mila: “due volte Roma, praticamente. Con una distribuzione globale che ci vede in ogni angolo di mondo, specialmente nei paesi vicini dell’Europa, Svizzera, Francia e Spagna, ma anche in Argentina e Brasile, così come in Sud Africa, dove vecchia e nuova migrazione italiana si incontrano creando “un microcosmo italiano sospeso nel tempo. Chi ha vissuto in un’Italia passata che non c’è più e chi sposa un’identità globale che fa rischiare di dimenticare di essere italiani”.
Ma nonostante i numeri di cui ha dato notizia Del Re siano già impressionanti di loro, il quadro lascia pensare che ci siano “moltissimi italiani di cui non si hanno notizie” in giro per il mondo. Ed è per questo, secondo la viceministra, che “è opportuno valorizzare le reti degli italiani all’estero. Perché non sempre c’è questa spinta. E forse su questa necessità di fare rete bisognerebbe fare un lavoro all’origine della migrazione, non imporla successivamente, quando è difficile”.
Sempre riguardo le reti, l’esponente del Governo ha riferito come “l’Associazionismo sia una delle caratteristiche più belle e importanti della nostra emigrazione, e che un po’ costituisce anche la cifra di come gli italiani si siano posti anche nel passato. Sono oltre 1700 le associazioni italiane ufficialmente registrate. Questo significa che c’è voglia di stare insieme, di confrontarsi. E vuol dire anche che c’è bisogno di ripensare il concetto di identità, facendo sì che questo gap generazionale diventi un legame personale”. L’associazionismo, infatti, secondo la rappresentante della Farnesina “dovrebbe essere aiutato. In parte il Maeci lo fa, ma certamente si può fare di più. Anche perché dal 2000 in poi le associazioni sono cresciute, anche grazie al web”.
Riguardo la nuova emigrazione Del Re ha specificato come, a suo modo di vedere, “mettersi in gioco all’estero” rappresenti una “forma naturale”, anche se resta “un dolore” vedere andare fuori dall’Italia “i nostri ricercatori”. Però, l’emigrazione “può essere anche a termine”. Infatti è possibile creare un modo di vivere l’emigrazione come un fenomeno più fluido in questo periodo storico: “si può ritornare, perché il fattore di attrazione non è esclusivamente lo stipendio, ma anche lo stile di vita”. Chi emigrava nel passato, infatti, “accettava qualsiasi lavoro, perché era per questioni economiche, oggi no. Oggi si può fare una scelta sul modo di vivere”.
Infine, Del Re è tornata sul valore delle reti italiane e sulla loro evoluzione: “abbiamo esempi di successi che vanno conosciuti meglio, come l’associazione di Parigi di professionisti italiani, che è una sorta di agenzia del lavoro, voluto dal Comites e finanziato dal Maeci che è stato un gran successo. O come a Buenos Aires, dove c’è un’associazione che mette in contatto i discendenti italiani con i neo immigrati, cercando di creare un incubatore di idee. Sempre capendo un nuovo modo di emigrazione, che non arriva più da quel mondo difficile dal quale venivano i migranti italiani del passato”.
Concludendo ha elogiato ancora una volta l’associazionismo italiano, che è stato di fondamentale aiuto anche “in questo periodo emergenziale”, e “per i rimpatri”, nello specifico. La rivalorizzazione strategica delle reti degli italiani all’estero, dunque, sta mettendo in pratica una “piccola rivoluzione”. Ancora piccola, “ma da un sassolino si può creare un cambio di narrativa basato su elementi di novità che devono essere diffusi il più possibile, anche nelle scuole, perché – come già detto – l’emigrazione e l’immigrazione non devono far paura, ma devono essere elementi di affermazione nel mondo. Per questo serve questo cambiamento nella narrazione”.




La Marca: “Sospendere la campagna per l’ esistenza in vita”

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inps esistenzainvita“Ho presentato nella Commissione Lavoro della Camera un’interrogazione urgente al Governo per chiedere di farsi parte attiva presso l’INPS affinché si proceda a un rinvio o quantomeno ad una conversione in modalità di autocertificazione della campagna appena avviata per la certificazione dell’esistenza in vita dei pensionati italiani residenti”. Ne dà notizia Francesca La Marca, deputata Pd eletta in Centro e Nord America.
“La recrudescenza della pandemia in tutti i paesi nei quali risiede la maggior parte dei nostri pensionati impone di non fermarsi alle tradizionali regole burocratiche, ma di mettere al primo posto la salute e la vita degli anziani e degli operatori che li devono assistere, soprattutto negli uffici dei patronati”, spiega la parlamentare, secondo cui “l’iniziale rinvio della campagna di certificazione non basta perché la seconda ondata pandemica si presenta più grave di quanto si prevedesse e l’abitudine degli anziani di affollarsi presso gli uffici dei patronati o presso i consolati sono elementi da affrontare con assoluto senso di responsabilità e con soluzioni efficaci e immediate”.
“Per questo, – conferma la deputata – ho chiesto al Ministro del Lavoro di intervenire con urgenza sui responsabili dell’INPS per decidere la sospensione della campagna, finché la situazione sanitaria non torni alla normalità, o, in alternativa, di consentire modalità di accertamento mediante autocertificazione, spostando nello stesso tempo da febbraio ad aprile la scadenza dell’operazione”.




Gli italiani all’estero e la pandemia, tra rimpatri e povertà

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italianinelmondo giovani studenti erasmus nuovaemigrazioneCome se la stanno passando gli italiani all’estero durante la pandemia? E quale attenzione stanno ricevendo dal loro Paese? C’è questo al centro del nuovo lavoro del Centro studi e ricerche Idos (autore dell’annuale Dossier statistico sull’immigrazione), dal titolo ““Vecchia” e “nuova” emigrazione italiana all’estero”, i cui primi risultati verranno illustrati domani, 11 novembre, alle ore 16.00 in una web conference in diretta streaming su www.dossierimmigrazione.it e sulla pagina Facebook Dossier Statistico Immigrazione – Idos.
La ricerca, finanziata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e realizzata in partnership con il Circolo studi diplomatici, contiene analisi ed elaborazioni inedite sull’argomento che saranno pubblicate a dicembre sulla rivista “Affari sociali internazionali”, e prende in considerazione anche varie tipologie di italiani che vivono all’estero in via più o meno temporanea e che mantengono ancora un rapporto molto stretto con la madrepatria. Va ricordato che, con uno sforzo notevole, nei primi mesi della pandemia il governo ha rimpatriato, con voli umanitari e collegamenti via mare e via terra, oltre 72 mila italiani da 60 paesi esteri in cui si trovavano per motivi diversi (compreso il turismo).
Ma andando nel dettaglio, l’IDOS ha già anticipato quello che sarà il focus della presentazione di domani, parlando della situazione dei lavoratori iscritti all’AIRE, degli studenti erasmus, dei cooperanti e dei pensionati, ognuno con una situazione a sé.
Per quanto riguarda i lavoratori italiani iscritti all’anagrafe dei residenti all’estero (Aire), quasi 5,5 milioni nel 2019, di cui oltre la metà “espatriati” soprattutto per lavoro, IDOS ha rivelato come in realtà i 5,5 milioni sia un numero sottostimato del fenomeno, in quanto per moltissimi l’iscrizione all’Aire avviene dopo diversi anni di permanenza. Secondo un sondaggio del Centro Altreitalie di Torino, infatti, gli emigrati giovani e più integrati economicamente hanno retto bene le conseguenze della pandemia, continuando in gran parte a lavorare e in un caso su dieci fruendo anche degli ammortizzatori sociali in loco.
Ma non sono pochi i connazionali rimasti senza stipendio. Il Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) stimava ad aprile che in pochi mesi sarebbero rientrati in Italia quasi 150 mila lavoratori a causa della probabile chiusura delle loro piccole e medie imprese oltre confine, in particolare della ristorazione. I più colpiti sono gli italiani di recente emigrazione (450 mila gli espatriati ufficiali negli ultimi 3 anni), meno integrati e più propensi a tornare in patria. Ma quali aiuti hanno trovato nel nostro Paese? Paradossalmente, in caso di indigenza gli emigrati italiani di ritorno non possono fruire del reddito di cittadinanza: incappano infatti nella stessa barriera (il requisito della residenza continuativa di almeno 5 anni in Italia) creata per gli stranieri. In compenso, grazie al decreto Rilancio, hanno potuto accedere al reddito di emergenza, purché abbiano ripreso la cittadinanza italiana entro giugno.
Secondo l’Unesco, invece, gli studenti universitari italiani all’estero all’inizio della pandemia erano 75.954, soprattutto nel Regno Unito, Austria, Germania, Francia e Spagna. Non ci sono dati su quanti siano riusciti a tornare in Italia dal marzo scorso e quanti siano ripartiti dopo l’estate. È certo però che molti sono stati bloccati dalle regole disposte da molte università, britanniche ma non solo, che in virtù del blended learning obbligano tuttora gli studenti a frequentare in presenza un giorno a settimana e a restare chiusi nelle proprie residenze per seguire le lezioni on line per il resto della settimana.
Erano invece 47 mila (fonte Indire) gli studenti italiani in Erasmus nell’ultimo semestre, soprattutto in Spagna, Francia e Germania. Anche per questi giovani il dilemma tra rimanere nelle città ospitanti (esponendosi a contagio) o rientrare in Italia (sfruttando le opportunità offerte dalla didattica a distanza), è stato molto spesso collegato alle disponibilità economiche limitate e alle incertezze sul ritorno. Per il semestre in corso il programma Erasmus è sospeso.
Sono oltre 3.000, secondo l’associazione delle Ong, i cooperanti e i volontari del servizio civile italiani che hanno deciso di continuare la missione all’estero, cioè in oltre 100 paesi esteri, soprattutto in Africa e America latina. Un numero largamente sottostimato secondo alcuni osservatori, in quanto non comprende i soggetti legati ad associazioni che non comunicano dati ad una unica fonte – come lo è Open cooperazione per le Ong più grandi. Un recente report proprio di Open Cooperazione ha mostrato come a causa della pandemia le Ong italiane nel 65% dei casi hanno bloccato o rimandato oltre il 50% della propria operatività, mentre solo una organizzazione su dieci dichiara di non aver dovuto rallentare o interrompere gli interventi. A causa del crollo della raccolta fondi il 37% ha scelto di usufruire della cassa integrazione straordinaria messa a disposizione dal decreto Cura Italia. Tuttavia, oltre la metà delle Ong non ha rimpatriato alcun cooperante, nel 30% dei casi sono stati rimpatriati solo alcuni cooperanti, mentre soltanto 16 organizzazioni hanno provveduto al rimpatrio di tutti i propri cooperanti espatriati.
Infine i pensionati, che per una spesa annua di quasi un miliardo, sono circa 388 mila i pensionati italiani all’estero, soprattutto in Canada, Germania, Svizzera, Australia e Francia, percepiscono per lo più assegni molto bassi (in media 259 euro) avendo lavorato in Italia pochi anni prima di trasferirsi all’estero. Tra essi c’è però una quota non trascurabile di connazionali anziani che hanno scelto di godersi la pensione in Paesi dove la vita è meno costosa. Sono in particolare i percettori di assegni mensili più alti (spesso oltre 2.000 euro) che risiedono in paesi come Ciprio, Malta, Emirati Arabi, Turchia e Portogallo. In quest’ultimo paese, nel 2019 ben il 33,9% dei nuovi residenti italiani aveva più di 65 anni. L’Inps aveva avviato nei mesi scorsi una campagna di controlli volta a quantificare anche questo fenomeno, ma ha dovuto interromperla proprio a causa della pandemia.
Di tutto questo si discuterà domani, nella web conference di IDOS dedicata proprio al fenomeno migratorio degli italiani.




Covid: chiude la Cancelleria Consolare di Tirana

cancelleriatirana

cancelleriatiranaA causa dell’emergenza sanitaria, gli Uffici Consolari dell’ambasciata italiana a Tirana da oggi, 9 novembre, saranno temporaneamente chiusi al pubblico.
Nel comunicarlo ai connazionali, l’Ambasciata assicura che verrà data tempestiva notizia della riapertura degli uffici e che gli appuntamenti verranno riprogrammati




Francesco Pietrobelli, il veneto che fondó la città di Comodoro Rivadavia, in Patagonia

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Francesco PietrobelliLe luci della ribalta, per Comodoro Rivadavia, si accesero nel 1907. In quell’anno, nelle vicinanze della città argentina della Patagonia, si scoprì il petrolio e l’economia nazionale girò lo sguardo verso quel suo remoto angolo dell’estremo Sud. Oggi questa città di frontiera ha perso gran parte del suo fascino di inizio Novecento e tra le sue case, molte delle quali prefabbricate, soltanto il famigerato vento della Patagonia opera indisturbato come novanta anni fa.

Ma se questo lembo di terra non vive nessuna particolare emozione dai tempi della rapina di Butch Cassidy e Sundance Kid (che appena arrivati dal Nordamerica, pensarono bene di proseguire la loro attività ai danni delle banche argentine e boliviane), nulla toglie a Comodoro Rivadavia il fascino tutto italiano della sua nascita, avvenuta a fine Ottocento per opera di un intraprendente veronese giunto in Patagonia sull’onda di una vita ricchissima di avventure.

Si chiamava Francesco Pietrobelli l’uomo che arrivò sulle sponde dell’Oceano Atlantico nel 1901 e che costruì il primo capannone battezzandolo con il nome di Comodoro Rivadavia. In quel lontano 23 febbraio il veronese decise di costruire una città e di farne uno scalo obbligatorio per le navi provenienti da Buenos Aires e da Colonia iniziando una nuova vita lontano dalle esplorazioni spericolate che lo avevano portato fin lì. Quella della vita avventurosa era infatti una vera e propria vocazione per Francesco Pietrobelli.

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Nato nel 1858 nella città scaligera, egli ebbe la fortuna di frequentare il ginnasio e riuscì a specializzarsi nel rilevamento topografico e nel tracciato delle strade, mestiere che si sarebbe rivelato assai utile nell’evoluzione vitale del ragazzo.

Dotato di dinamismo e di insaziabile curiosità, Pietrobelli emigrò in Germania e poi negli Stati Uniti ma nella terra yankee rimase giusto il tempo di riorganizzare una nuova partenza, questa volta con destinazione Argentina. Assunto da una società inglese che stava costruendo una ferrovia in Patagonia per collegare le città di Puerto Madryn, Trelew e Gaiman, il veronese si stabilì nell’estremo Sud argentino per tre anni avviando, contemporaneamente al lavoro principale, anche una redditizia attività commerciale.

La pace dei sensi durò fino al 1894, quando Pietrobelli fondò “El Fenix”, una società operante nelle esplorazione delle zone andine della Patagonia ma il suo sogno durò ben poco. A corto di qualsivoglia finanziamento da parte del governo centrale, il veneto dovette rinunciare ai suoi propositi e rivedere i propri piani. Ma Pietrobelli non abbandonò i suoi progetti e continuò imperterrito a battere il territorio andino. Divenuto ottimo organizzatore logistico, l’italiano si sentì pronto per affrontare l’esplorazione del deserto della Patagonia centrale e le sue avventure rischiose divennero oggetto del libro “Exploraciòn y colonizaciòn de la Patagonia central”.

com 2Con l’aiuto di coloni gallesi, appena giunti nella zona di Rio Chobut, l’italiano scoprì una ubertosa vallata che fu registrata nella topografia argentina con il nome di “Canadon Pietrobelli”. Sua fu anche la strada disegnata per l’attraversamento del deserto e il collegamento dei laghi Muster e Colhue Haupi con Bahia Camarones. Lungo questa strada di 360 chilometri Pietrobelli fondò Colonia Ideal (oggi chiamata Colonia Sarmiento) che nel giro di pochi anni divenne una cittadina di seimila abitanti, in gran parte provenienti dal Galles. In quella città di frontiera però tutto era lontano, e occorrevano quasi 300 chilometri per arrivare al porto più vicino. Una distanza che non permetteva di avere frutta, ortaggi, e altri generi di prima necessità in tempi rapidi e che esponeva la cittadinanza a un isolamento feroce.

Il problema però fu risolto ancora una volta dall’intraprendenza dell’italiano, ormai padrone della geologia geografia e di cinque lingue. Pietrobelli allestì una spedizione esplorativa al centro del deserto per trovare la via più breve verso la costa atlantica. Egli disegnò la sua strada di 160 chilometri e partì con pochi uomini, tredici cavalli e una carretta piena di viveri e attrezzi alla volta dell’ignoto.

Abbandonati temporaneamente i propri compagni, l’avventuroso scaligero ebbe modo anche di perdersi nel deserto e di vagare per due giorni sotto il sole ardente seguendo soltanto il proprio istinto e le coordinate stellari, prima di ricongiungersi al gruppo. Arrivati finalmente sulla costa, gli esploratori decisero di battezzare il golfo con il nome di Rada Tilly e di iniziare la costruzione di un primo insediamento, quello che sarebbe divenuto appunto Comodoro Rivadavia.

Com 1Ritornato a Buenos Aires, l’italiano si trasformò in abile politico e ottenne, per la sua neonata cittadina, aiuto e collaborazione dal governo centrale. Divenuta scalo obbligatorio per le navi, la città di Rivadavia soffrì per anni di carenze idriche e si affidò ancora una volta al vulcanico Pietrobelli per trovare la soluzione.

Trasferitosi con la famiglia nella sua città il veneto aveva abbandonato la vita avventurosa ma non aveva mandato in soffitta il suo ingegno e decise di applicare la sua intraprendenza alla risoluzione della siccità congenita del suo agglomerato urbano. Ottenuta da Buenos Aires una macchina perforatrice, Pietrobelli iniziò le trivellazioni ma non ottenne risultati. Pochi mesi dopo però la stessa macchina fece sgorgare in superficie un liquido nerastro. Era petrolio e l’anno era il 1907, l’anno d’oro della città argentina. Seguirono da allora tempi eccezionali per la piccola città della Patagonia. Non per Francesco Pietrobelli che sulla scoperta del petrolio non guadagnò nulla e che nel 1918, ormai stanco di vivere in una città commerciale, decise di rientrare in Italia con tutta la famiglia.

Non era ricco l’uomo che tornò a Verona e dopo pochi mesi l’uomo che aveva attraversato il deserto fu colpito da una paralisi devastante che lo costrinse a letto fino al 1926, anno della sua morte.

Sconosciuto in patria, Pietrobelli ottenne il giusto riconoscimento nel 1971. Nella celebrazione dei settanta anni della fondazione di Comodoro Rivadavia, il sindaco Bernal sancì la grandezza dell’italiano: “La fondazione di questa città non si deve a un evento fortuito. Fu voluta. E il merito esclusivo è di Francisco Pietrobelli, il veneto che cercò nel golfo di San Giorgio il luogo più propizio, per dare uno sbocco sul mare alla colonia di Sarmiento.”

Di lui non restano tracce in Italia. In Argentina, la comunità italiana gli ha dedicato il monumento nella Avenida Rivadavia, riconoscendone la grande statura umana e professionale.




Passaporti in Florida: missione consolare a Orlando

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Per andare incontro alle necessità dei connazionali che risiedono nelle città di Orlando, Tampa, Jacksonville e nelle zone limitrofe nello stato della Florida, il Consolato Generale a Miami ha organizzato una missione speciale a Orlando di un funzionario incaricato della rilevazione delle impronte digitali per il rilascio dei passaporti.
La missione si svolgerà a Orlando i giorni 19 e 20 novembre.
I connazionali che hanno bisogno di rinnovare o richiedere un nuovo passaporto, dovranno inviare una email a passaporti.miami@esteri.it entro il 13 novembre, comunicando i propri dati, i contatti ed eventuali passaporti italiani già posseduti.
Il messaggio deve riportare come oggetto: “ORLANDO – MISSIONE PASSAPORTI”.
I dettagli su orario e luogo dell’appuntamento saranno comunicati direttamente agli interessati. Per qualsiasi domanda si può contattare il Consolato Generale all’indirizzo passaporti.miami@esteri.it.