Passaporti, over 70 senza appuntamento: “Ma quando ho chiesto aiuto non mi hanno fatto entrare”

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un lettore di 78 anni, che racconta la sua esperienza all’Ambasciata d’Italia a Santo Domingo.

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Spettabile Ambasciata d’Italia,
mi chiamo Radaelli Giovanni, ho 78 anni e mi trovo attualmente a Las Terrenas.
In data 26 agosto 2026, avendo smarrito il mio passaporto e dovendo rientrare in Italia, mi sono recato personalmente presso l’Ambasciata d’Italia a Santo Domingo per chiedere assistenza e ottenere il documento provvisorio necessario per il rientro in Italia.
Con mia grande sorpresa e profondo disappunto, non mi è stato nemmeno consentito di accedere all’Ambasciata per poter spiegare personalmente la mia situazione a un funzionario. Mi è stato semplicemente consegnato un foglio con alcuni indirizzi e-mail, dicendomi di scrivere a quegli indirizzi, dopodiché mi è stato detto, in sostanza: “Arrivederci”.
Comprendo perfettamente la necessità di rispettare procedure e modalità organizzative, ma ritengo che quanto accaduto sia stato inadeguato e mortificante, soprattutto considerando che sono una persona di 78 anni, mi trovo in un Paese straniero, ho perso un documento fondamentale e mi sono rivolto all’Ambasciata proprio perché avevo bisogno dell’assistenza delle autorità italiane.
Non pretendo certamente un trattamento privilegiato a causa della mia età, ma ritengo che, in una situazione di questo tipo, sarebbe stato quantomeno doveroso ascoltare direttamente il cittadino, verificare la sua situazione e indicargli con chiarezza come procedere, anziché limitarsi a consegnargli un foglio con alcuni indirizzi e-mail senza alcun ulteriore supporto.
Chiedo pertanto che venga verificato quanto accaduto e che mi venga fornita una risposta concreta e tempestiva, indicando chiaramente la procedura da seguire per ottenere il documento necessario al mio rientro in Italia e, soprattutto, i tempi previsti.
Mi auguro inoltre che episodi di questo genere possano essere evitati in futuro, perché un cittadino italiano che si trova in difficoltà all’estero dovrebbe poter contare sull’assistenza e sulla disponibilità della propria rappresentanza diplomatica.




Alle Eolie torna la Festa degli Eoliani nel Mondo: la memoria dell’emigrazione non si spegne

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Dal 27 agosto al 6 settembre la XIV edizione attraverserà Salina, Lipari e Alicudi. Storie di emigrati, libri, musica e il ricordo delle comunità eoliane sparse nel mondo.

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Le isole Eolie tornano a guardare verso il mondo.

Da domani, 27 agosto, al 6 settembre, Salina, Lipari e Alicudi ospiteranno la XIV edizione della Festa degli Eoliani nel Mondo, una manifestazione che ogni anno riporta al centro dell’attenzione la storia di migliaia di uomini e donne partiti dalle isole alla ricerca di una vita migliore.

Ma quella dell’emigrazione eoliana non è soltanto una storia del passato.

È una storia ancora viva, custodita dalle comunità che oggi abitano in Australia, negli Stati Uniti e in molti altri Paesi.

Ed è proprio questo il senso della festa: mantenere vivo il filo che unisce chi è partito con le proprie isole d’origine.

Dalle Eolie al mondo

Per generazioni gli abitanti delle Eolie hanno conosciuto il significato della partenza.

Valigie, fotografie, lettere, ricordi e una lingua che continuava a essere parlata nelle nuove comunità.

Molti emigrati non sono mai tornati definitivamente.

Ma hanno portato con sé qualcosa delle isole: i nomi delle famiglie, le tradizioni, la cucina, la fede, le canzoni e soprattutto la memoria del luogo dal quale erano partiti.

La Festa degli Eoliani nel Mondo nasce proprio per raccontare questa eredità.

Si comincia a Malfa

L’apertura della XIV edizione è prevista giovedì 27 agosto alle 19.30 a Malfa, nella Sala Multimediale di Piazza Immacolata.

Saranno presenti lo storico Marcello Saija, già professore ordinario all’Università di Palermo, e la storica Michela D’Angelo, già docente all’Università di Messina.

Il tema sarà quello della storia delle comunità eoliane emigrate e dei legami che, nonostante le distanze, sono rimasti vivi nel tempo.

Libri, storie e persone

Il programma non è costruito soltanto intorno alle celebrazioni.

Ci saranno anche libri e testimonianze, perché spesso la storia dell’emigrazione passa proprio attraverso le vicende delle singole famiglie.

Il 29 agosto verrà presentato il volume “Delle viti e dei vini di Sicilia”, mentre Grazia Messina presenterà “La Lezione di Josephine. La storia di un’emigrata in America”.

Ed è proprio attraverso storie come quella di Josephine che l’emigrazione smette di essere una statistica e torna a essere ciò che realmente è:

la storia di persone.

Melbourne, un’altra Eolia dall’altra parte del mondo

Il 3 settembre la manifestazione si sposterà a Santa Marina Salina, dove sarà raccontata la storia della comunità eoliana di Melbourne, in Australia.

Al centro ci saranno le iniziative promosse da Cristina Neri, impegnata nel mantenere vivo il rapporto tra la comunità australiana e le Eolie.

La serata sarà condotta da Giovanna Cirino.

Il giorno successivo, 4 settembre, l’appuntamento sarà a Rinella, sempre dedicato alla comunità eoliana di Melbourne.

Cento anni di una comunità a Brooklyn

La conclusione della manifestazione sarà particolarmente significativa.

Il 6 settembre ad Alicudi si celebreranno infatti i cento anni dalla nascita della Alicudi Society di Brooklyn.

Un secolo.

Cento anni durante i quali generazioni di emigrati hanno mantenuto un legame con la piccola isola dalla quale erano partiti i loro genitori, nonni o bisnonni.

Sarà anche l’occasione per rendere omaggio alla famiglia Taranto/Zagami.

E la festa si concluderà con la musica del duo “Nè Lapa né Musca”, che proporrà un repertorio di canzoni legate all’emigrazione.

Le canzoni che attraversano l’oceano

La musica avrà quindi un ruolo importante.

Ed è difficile trovare un linguaggio più adatto a raccontare l’emigrazione.

Le canzoni viaggiavano insieme agli emigranti.

Venivano cantate nelle case, durante le feste, nelle riunioni delle associazioni e nelle comunità italiane all’estero.

Molte persone nate dall’altra parte dell’oceano hanno imparato attraverso quelle canzoni qualcosa della terra dei propri genitori.

Una canzone può diventare una piccola patria.

La memoria come ponte

La Festa degli Eoliani nel Mondo dimostra che il rapporto con la terra d’origine non si interrompe necessariamente con la partenza.

Può cambiare.

Può trasformarsi.

Può diventare memoria familiare.

Un cognome.

Una ricetta.

Una fotografia appesa al muro.

Una storia raccontata ai figli.

Una visita alle Eolie dopo decenni.

Ed è proprio questa continuità che manifestazioni come quella di Salina, Lipari e Alicudi cercano di valorizzare.

Dagli emigrati ai loro discendenti

Oggi molti dei protagonisti delle comunità italiane all’estero non sono più emigrati di prima generazione.

Sono figli, nipoti e pronipoti.

Persone nate in Australia, negli Stati Uniti, in Canada, in Argentina o in altri Paesi che magari non parlano perfettamente italiano, ma conoscono il nome del paese o dell’isola da cui partirono i loro antenati.

Per loro le Eolie possono rappresentare qualcosa di diverso:

non necessariamente il luogo nel quale sono nati,

ma il luogo dal quale è cominciata la storia della loro famiglia.

Una storia che appartiene a tutti gli italiani all’estero

La vicenda eoliana non è un caso isolato.

Milioni di italiani hanno lasciato l’Italia tra la fine dell’Ottocento e il Novecento.

Siciliani, calabresi, campani, pugliesi, veneti, piemontesi, abruzzesi, sardi e italiani provenienti da ogni parte del Paese hanno costruito nuove comunità dall’altra parte del mondo.

E ancora oggi quelle comunità continuano a mantenere rapporti con le località d’origine.

La Festa degli Eoliani nel Mondo è quindi anche una piccola rappresentazione di una storia molto più grande:

quella dell’Italia che è partita e che, nonostante la distanza, non ha mai smesso di sentirsi italiana.

Non soltanto nostalgia

C’è però una cosa importante.

Ricordare l’emigrazione non significa vivere soltanto di nostalgia.

Significa comprendere come le comunità italiane abbiano contribuito alla crescita dei Paesi nei quali si sono stabilite.

Gli emigrati hanno costruito imprese, quartieri, associazioni, chiese, società sportive e istituzioni.

Hanno portato con sé il proprio patrimonio culturale e lo hanno mescolato con quello dei Paesi di accoglienza.

Da questa fusione sono nate nuove identità, che oggi fanno parte della storia sia dell’Italia sia dei Paesi nei quali gli italiani si sono stabiliti.

Un ponte che continua a funzionare

E allora la festa delle Eolie non è soltanto una celebrazione del passato.

È un modo per dire che quel ponte continua a esistere.

Da Salina a Melbourne.

Da Alicudi a Brooklyn.

Dalle piccole isole del Mediterraneo alle grandi città del mondo.

Migliaia di chilometri di distanza non sono bastati a cancellare la memoria.

Perché partire non significa necessariamente dimenticare.

A volte significa portare con sé un pezzo della propria terra e conservarlo per tutta la vita.

E quando quel pezzo di terra viene trasmesso ai figli e ai nipoti, la storia dell’emigrazione continua.

Dal 27 agosto al 6 settembre le Eolie torneranno quindi a incontrare i propri emigrati.

Non soltanto per ricordare chi è partito.

Ma per incontrare chi ancora oggi, dall’altra parte del mondo, continua a chiamare quelle isole “casa”.





New York, il Comites porta in scena la violenza domestica: quando la danza dà voce a ciò che non si vede

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Domenica 30 agosto il primo appuntamento del nuovo progetto del Comites di New York dedicato alla sensibilizzazione, all’informazione e alla prevenzione.

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Ci sono violenze che lasciano segni visibili.

E ce ne sono altre che rimangono nascoste dietro una porta, dentro una famiglia, dietro un sorriso che agli altri può sembrare normale.

È proprio a questa realtà spesso invisibile che il Comites di New York ha deciso di dedicare un nuovo percorso di sensibilizzazione sulla violenza domestica, scegliendo un linguaggio particolare per affrontare un tema così delicato: quello dell’arte e della danza.

Il primo appuntamento è in programma domenica 30 agosto alle ore 20, all’Alvin Ailey Theater di New York, nell’ambito della XVI edizione del FINI Dance Festival.

“What Nobody Sees”

A portare sul palcoscenico il tema della violenza domestica sarà la FINI Dance Company, con la coreografia “What Nobody Sees”, firmata da Mirko Giordano.

Già il titolo dice molto:

“Quello che nessuno vede”.

Perché la violenza domestica spesso non si presenta davanti agli occhi degli altri.

Può nascondersi nell’isolamento, nella paura, nelle minacce, nel controllo economico, nell’umiliazione o nella manipolazione psicologica. Le autorità sanitarie di New York ricordano infatti che la violenza domestica non comprende soltanto le aggressioni fisiche o sessuali, ma anche intimidazione, isolamento, umiliazione, violenza verbale e controllo economico.

La danza per raccontare l’invisibile

Portare questo argomento in un teatro significa affrontarlo senza trasformarlo necessariamente in una conferenza o in una lezione.

Il corpo diventa linguaggio.

Un movimento può raccontare paura.

Un gesto può rappresentare il controllo.

Una distanza tra due persone può raccontare solitudine.

E il silenzio può dire molto più di una lunga spiegazione.

È questo il valore della scelta compiuta dal Comites: utilizzare l’arte per avvicinare il pubblico a una realtà che spesso viene riconosciuta soltanto quando è ormai arrivata a un livello drammatico.

Un progetto che continuerà nei prossimi mesi

Lo spettacolo di domenica non sarà un’iniziativa isolata.

È infatti il primo appuntamento di un nuovo progetto del Comites di New York dedicato alla Domestic Violence Awareness.

Il percorso continuerà nei prossimi mesi con altre iniziative di sensibilizzazione, informazione e coinvolgimento della comunità.

L’obiettivo è quindi più ampio rispetto alla singola rappresentazione.

Si vuole creare una maggiore consapevolezza all’interno della comunità italiana di New York, aiutando a riconoscere i segnali della violenza e a parlare di un problema che troppo spesso rimane confinato alla sfera privata.

Un problema che riguarda tutti

La violenza domestica non appartiene a una particolare classe sociale, nazionalità o fascia d’età.

Può colpire persone di qualsiasi genere, età, origine, condizione economica o status migratorio. Anche le autorità dello Stato di New York sottolineano che si tratta di un fenomeno che può riguardare chiunque.

Per una comunità di italiani all’estero esiste inoltre un possibile ostacolo in più: la difficoltà di chiedere aiuto in un Paese straniero, soprattutto quando entrano in gioco problemi linguistici, economici, familiari o legati alla propria situazione personale.

Ecco perché informare è già una forma di prevenzione.

Non soltanto vittime: persone da ascoltare

Parlare di violenza domestica significa anche modificare il modo nel quale si guarda alle persone che la subiscono.

Non bisogna chiedere soltanto:

“Perché non se ne va?”

Bisognerebbe piuttosto chiedersi:

“Che cosa le impedisce di sentirsi libera e al sicuro?”

Paura, dipendenza economica, isolamento, minacce, figli, ricatti e mancanza di informazioni possono rendere estremamente difficile uscire da una situazione di abuso.

Per questo la consapevolezza della comunità può essere importante.

Un familiare, un amico, un vicino, un collega possono essere tra le prime persone a notare che qualcosa non va.

La comunità italiana di New York protagonista

L’iniziativa del Comites ha anche un significato particolare perché nasce direttamente all’interno della comunità italiana.

Il Comites non si occupa soltanto di questioni amministrative o di rapporti con le istituzioni.

Può diventare anche uno spazio nel quale affrontare problemi sociali che riguardano concretamente la vita degli italiani all’estero.

La violenza domestica è certamente uno di questi.

E affrontarla pubblicamente significa rompere almeno in parte quel silenzio che spesso permette alla violenza di continuare.

Un appuntamento attraverso l’arte

La serata del 30 agosto sarà presentata da Ornella Fado e Antonio Fini.

Ma il vero protagonista sarà il messaggio della coreografia.

Non servono necessariamente parole per raccontare ciò che una persona vive dentro una relazione violenta.

A volte è sufficiente un corpo che cerca di liberarsi.

Un altro che lo blocca.

Un movimento che si interrompe.

Un volto che cambia.

La danza può rendere visibile ciò che nella vita quotidiana rimane nascosto.

Un primo passo

Il Comites di New York ha scelto quindi un modo particolare per inaugurare questo nuovo percorso.

Non partire da una statistica.

Non partire da una denuncia.

Partire dall’arte.

Perché prima ancora di intervenire contro la violenza bisogna riuscire a parlarne.

E prima ancora di parlarne bisogna riconoscerla.

“What Nobody Sees” prova proprio a mostrare ciò che spesso nessuno vede.

La speranza è che, una volta terminato lo spettacolo, qualcuno esca dal teatro con una maggiore consapevolezza.

Forse pensando a una persona che conosce.

Forse riconoscendo un comportamento che prima non aveva considerato pericoloso.

O forse semplicemente comprendendo che la violenza domestica non è una questione privata da nascondere, ma un problema della comunità che deve essere affrontato insieme.

E se una coreografia riuscirà anche soltanto ad aprire una conversazione, il primo passo sarà già stato fatto.




“L’Abruzzo è…”: gli abruzzesi nel mondo raccontano la loro terra con una parola

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Una parola può contenere un ricordo.

Può raccontare un luogo, una persona, un profumo, un’estate, una casa lasciata tanti anni fa.

È partendo da questa idea che il CRAM – Consiglio regionale degli Abruzzesi nel Mondo ha lanciato la campagna social “L’Abruzzo è… dillo con una parola”, invitando gli abruzzesi residenti in Italia e all’estero a raccontare il proprio legame con la terra d’origine.

L’iniziativa è stata promossa in occasione della Giornata degli abruzzesi nel mondo, celebrata il 5 agosto, e resterà aperta fino al 5 settembre.

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Una frase da completare

La formula è semplicissima:

“L’Abruzzo è…”

E ognuno può completarla con una parola o con una breve espressione.

Può essere casa.

Può essere famiglia.

Può essere mare.

Può essere montagna.

Può essere il nome di un paese, di una persona o semplicemente una parola che racchiuda un’emozione.

Chi partecipa può anche aggiungere una fotografia, indicando la città e il Paese nel quale vive, e condividere il contenuto attraverso i canali social ufficiali del CRAM, utilizzando i tag e gli hashtag dedicati.

L’Abruzzo visto da lontano

È proprio la distanza a rendere interessante questa iniziativa.

Per chi vive in Abruzzo, una parola come “casa” può sembrare quasi scontata.

Ma per un abruzzese che vive a Toronto, Buenos Aires, Melbourne, New York o in una città italiana a centinaia di chilometri di distanza, quella stessa parola può avere un significato completamente diverso.

Può rappresentare il paese dei genitori, la casa dei nonni, le estati dell’infanzia, una festa patronale, il dialetto ascoltato in famiglia.

La distanza, qualche volta, non cancella il legame.

Lo rende più forte.

Una campagna già sperimentata

Il CRAM ha deciso di riproporre l’iniziativa dopo i risultati positivi ottenuti lo scorso anno.

L’assessore regionale Roberto Santangelo, delegato dal presidente Marco Marsilio alla presidenza del CRAM, ha spiegato che l’obiettivo è preservare il sentimento di appartenenza che molti abruzzesi residenti fuori dalla regione e fuori dall’Italia continuano a mantenere nei confronti della propria terra.

Non è un obiettivo secondario.

Perché l’emigrazione non riguarda soltanto chi è partito.

Riguarda anche figli e nipoti, persone che magari sono nate dall’altra parte del mondo ma hanno ricevuto dalla famiglia racconti, fotografie, ricette e parole che continuano a collegarle all’Abruzzo.

Una parola contro la distanza

C’è qualcosa di particolarmente bello nel chiedere una sola parola.

Non serve scrivere un lungo racconto.

Non servono discorsi.

A volte basta una parola per far capire quanto sia profondo un legame.

Un emigrato potrebbe scrivere:

“L’Abruzzo è… radici.”

Un altro:

“L’Abruzzo è… nonna.”

Un altro ancora:

“L’Abruzzo è… ritorno.”

Tre parole diverse, tre storie completamente diverse.

Ma tutte raccontano la stessa cosa: la distanza geografica non coincide necessariamente con la distanza affettiva.

Un’iniziativa che parla anche agli italiani all’estero

Quello del CRAM è un esempio di un fenomeno che interessa ormai molte regioni italiane.

Le comunità italiane nel mondo non sono più soltanto quelle formate dagli emigrati della prima generazione.

Sono comunità composte da generazioni diverse, spesso con identità multiple.

Una persona può essere perfettamente integrata nel Paese nel quale vive e contemporaneamente sentirsi profondamente legata alla regione dalla quale provenivano i suoi genitori o i suoi nonni.

L’Abruzzo prova a mantenere vivo proprio questo rapporto.

La fotografia aggiunge un pezzo di storia

La possibilità di accompagnare la parola con una fotografia rende la campagna ancora più interessante.

Perché una fotografia può trasformare una semplice parola in una piccola storia.

Una vecchia casa.

Una montagna.

Il mare della costa abruzzese.

Una festa di paese.

Una fotografia di famiglia.

O magari una fotografia scattata durante l’ultimo viaggio in Abruzzo.

Sono immagini che possono raccontare un Abruzzo personale, diverso per ogni partecipante.

Ed è forse questo il vero valore della campagna.

Non costruire un’immagine ufficiale dell’Abruzzo, ma raccogliere tante immagini diverse dell’Abruzzo vissuto e ricordato.

Un patrimonio che non deve andare perduto

Il rischio, quando passano le generazioni, è che il rapporto con la terra d’origine si indebolisca.

La lingua cambia.

I ricordi diventano più lontani.

I nonni scompaiono.

Le fotografie rimangono negli album.

Per questo iniziative di questo tipo possono avere un valore che va oltre la comunicazione sui social.

Sono anche un modo per raccogliere memoria.

Una parola oggi può diventare, domani, la testimonianza di come una comunità di emigrati percepiva la propria terra.

Dall’Abruzzo al mondo

La storia dell’emigrazione abruzzese è una storia globale.

Intere generazioni sono partite verso le Americhe, l’Australia, il Canada, l’Europa e altre parti d’Italia.

Hanno costruito nuove vite lontano, ma spesso hanno mantenuto il rapporto con i paesi di origine.

Oggi i social permettono una cosa che per i loro nonni era impossibile:

raccontarsi e sentirsi parte della stessa comunità anche a migliaia di chilometri di distanza.

Un messaggio pubblicato a New York può essere letto nello stesso momento a L’Aquila, Pescara, Chieti o Teramo.

E allora, cos’è l’Abruzzo?

La risposta non la darà la Regione.

La daranno gli abruzzesi.

Ognuno con la propria parola.

Ognuno con la propria fotografia.

Ognuno con il proprio ricordo.

Forse alla fine emergerà un grande mosaico fatto di parole diverse.

Ma dietro quelle parole ci sarà una sola storia:

quella di una terra che, nonostante l’emigrazione e la distanza, continua a vivere nella memoria di chi l’ha lasciata.

E forse è proprio questo il significato più profondo di “L’Abruzzo è… dillo con una parola”.

Non chiedere agli abruzzesi nel mondo di spiegare perché ricordano la loro terra.

Chiedere loro di scegliere una parola.

E lasciare che sia quella parola a raccontare tutto il resto.




Canada, sempre più importante conoscere le vie legali per trasferirsi: il confronto tra ICCO e “Migration to Canada”

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Trasferirsi in Canada non significa semplicemente comprare un biglietto aereo e cercare casa.

Per chi arriva dall’estero, la scelta del percorso migratorio può determinare il futuro professionale, la situazione familiare e la possibilità stessa di stabilirsi nel Paese.

È questo uno dei temi affrontati dalla Italian Chamber of Commerce of Ontario – ICCO Canada, che nei giorni scorsi ha incontrato Eric Katz, rappresentante di “Migration to Canada”, realtà che assiste le persone interessate a trasferirsi legalmente nel Paese.

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Un Paese che continua ad attirare persone

Il Canada rimane una destinazione importante per chi cerca nuove opportunità professionali e imprenditoriali.

Ma il sistema dell’immigrazione canadese è articolato e prevede differenti possibilità a seconda della situazione di ciascun candidato.

Età, formazione, esperienza professionale, conoscenza delle lingue, situazione familiare e progetto lavorativo possono infatti incidere sulle possibilità e sulla scelta del percorso.

Per questo motivo, prima di partire, informarsi correttamente è fondamentale.

Non esiste un unico modo per arrivare in Canada

È probabilmente questo il messaggio più importante emerso dall’incontro.

Esistono diversi percorsi migratori e non tutti sono adatti alle stesse persone.

Chi vuole andare in Canada per lavorare ha esigenze diverse da chi vuole aprire un’impresa, studiare, ricongiungersi con la famiglia o trasferirsi stabilmente.

Secondo ICCO Canada, “Migration to Canada” aiuta i propri clienti proprio a orientarsi tra le diverse possibilità, in un sistema che può risultare complesso e scoraggiante per chi non lo conosce.

La comunità italiana e il Canada

Per Fatti Nostri c’è anche un motivo particolare per seguire questo tipo di iniziative.

Il Canada ha una forte e storica presenza italiana.

Generazioni di italiani sono arrivate soprattutto in Ontario e Québec, costruendo attività commerciali, imprese, professioni e famiglie.

Ma l’immigrazione italiana non appartiene soltanto al passato.

Anche oggi ci sono italiani che valutano il Canada come possibile destinazione.

La differenza è che l’emigrazione contemporanea è spesso legata a professionalità altamente specializzate, imprenditoria, ricerca, tecnologia e percorsi universitari.

Dall’emigrazione all’imprenditoria

L’incontro tra ICCO Canada e “Migration to Canada” ha avuto infatti anche un’altra dimensione.

Il confronto si è concentrato sulle molte storie che si nascondono dietro le aziende che compongono la comunità italiana in Canada.

È un aspetto interessante.

Dietro una piccola impresa, un ristorante, uno studio professionale o una società tecnologica può esserci infatti una storia di immigrazione.

Una persona che è arrivata in Canada con un progetto, ha trovato il proprio spazio e successivamente ha creato lavoro anche per altri.

Prima di partire, conoscere le regole

Per chi sta pensando di trasferirsi, il messaggio è quindi abbastanza semplice.

Non improvvisare.

Le regole dell’immigrazione possono cambiare e una scelta sbagliata all’inizio può rendere molto più difficile l’intero percorso.

È importante distinguere inoltre tra informazioni generali e consulenza professionale: chi valuta concretamente un trasferimento dovrebbe verificare sempre le condizioni aggiornate presso le autorità canadesi competenti e, quando necessario, rivolgersi a professionisti autorizzati.

Un Canada diverso da quello degli emigrati di ieri

C’è poi una riflessione più ampia.

Quando pensiamo all’emigrazione italiana in Canada immaginiamo spesso le grandi ondate migratorie del dopoguerra.

Ma oggi il fenomeno è cambiato.

L’italiano che parte nel 2026 può essere un giovane laureato, un professionista, un imprenditore o una famiglia che cerca un nuovo ambiente per i propri figli.

Può arrivare con competenze che il mercato canadese cerca e con un progetto molto più strutturato rispetto a quello degli emigrati di molti decenni fa.

È una nuova emigrazione italiana.

E anche le organizzazioni italiane all’estero devono necessariamente confrontarsi con questa realtà.

Una porta che va aperta conoscendo la strada

L’incontro di Toronto non significa quindi che il Canada stia aprendo nuove porte automaticamente agli italiani.

Significa piuttosto che conoscere le porte esistenti è diventato fondamentale.

Perché il Canada può offrire opportunità importanti, ma il percorso per arrivarci deve essere costruito con attenzione.

E forse è proprio questa la differenza tra l’emigrazione di ieri e quella di oggi.

I nostri nonni partivano spesso con una valigia e molte speranze.

Chi parte oggi può avere con sé un diploma, una laurea, un mestiere, un progetto imprenditoriale e molte più informazioni.

Ma deve sapere quale strada prendere.

Ecco perché il dialogo tra la comunità imprenditoriale italiana e gli esperti di immigrazione può essere utile.

Non per promettere un Canada facile.

Ma per aiutare chi vuole provarci a farlo nel modo giusto.




Washington, il Comites si riunisce il 25 agosto: al centro attività e prossimi appuntamenti

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Nuovo appuntamento per la comunità italiana della circoscrizione consolare di Washington.

Il Comites di Washington DC si riunirà martedì 25 agosto alle ore 18.30. L’incontro si svolgerà in modalità telematica attraverso la piattaforma Zoom.

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Nel corso della riunione i componenti del Comitato faranno il punto sulle attività attualmente in corso e sui prossimi appuntamenti, con particolare attenzione alle questioni che interessano la comunità italiana residente nella circoscrizione.

L’appuntamento arriva inoltre in un momento particolarmente importante per il sistema dei Comites, poiché entro la fine dell’anno è previsto il loro rinnovo. Secondo le indicazioni attualmente disponibili, il voto dovrebbe svolgersi il 4 dicembre 2026.

Verso le elezioni dei nuovi Comites

Quest’anno c’è un aspetto sul quale gli italiani all’estero devono prestare particolare attenzione.

Per partecipare alle elezioni dei Comites non è sufficiente essere iscritti all’AIRE. A differenza di quanto avviene per le elezioni politiche e i referendum, il plico elettorale viene inviato soltanto a chi abbia espressamente richiesto al proprio Consolato l’iscrizione nell’elenco degli elettori.

La richiesta dovrà essere presentata entro il 4 novembre 2026.

È un’informazione importante perché chi non effettuerà questa procedura entro il termine previsto non riceverà automaticamente il plico per votare.

Il ruolo del Comites

I Comites rappresentano le comunità italiane residenti nelle diverse circoscrizioni consolari e costituiscono uno degli strumenti attraverso i quali gli italiani all’estero possono portare all’attenzione delle istituzioni esigenze, problemi e proposte.

La riunione del 25 agosto rappresenterà quindi anche un’occasione per fare il punto sul lavoro svolto a Washington mentre ci si avvicina alla conclusione dell’attuale mandato.

Per la numerosa comunità italiana presente nella capitale americana e nell’area di competenza consolare, sarà importante seguire non soltanto le attività del Comitato, ma anche le prossime scadenze elettorali.

Perché i Comites funzionano davvero soltanto se gli italiani all’estero conoscono questi organismi, partecipano e utilizzano il proprio diritto di voto.




Un amore nel nome della poesia, una visita alla città del lucchese nato ad Alessandria d’Egitto

la visita alla targa

Un amore nel nome della poesia, una visita alla città del Lucchese nato ad Alessandria d’Egitto. Bruna Bianco, poetessa e avvocata brasiliana di origine astigiana, ha visitato stamani (sabato 22 agosto 2026) la sede dell’associazione Lucchesi nel Mondo, accolta dalla presidente Ilaria Del Bianco insieme al consigliere Bruno Micheletti, e da Umberto Sereni.

la visita alla targa

Insieme, hanno visitato la lapide commemorativa dedicata a Giuseppe Ungaretti, apposta nel 2022 nel loggiato del Cortile Carrara, a Palazzo Ducale, su iniziativa della Lucchesi nel Mondo in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale.

Giuseppe Ungaretti e Bruna Bianco si sono conosciuti a San Paolo del Brasile nel settembre del 1966 e il loro amore è durato fino alla primavera del 1969.

Della loro appassionata storia d’amore restano, come testimonianza, oltre 300 lettere che nel 2015 Bianco ha deciso di depositare alla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori.

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Ultima musa del poeta di origini lucchesi, è stata accompagnata da Paolo Linetti, storico dell’arte giapponese, studioso di arte lombarda del XVI e XVII secolo ed esperto in iconografia e simbologia, che a Lucca ha collaborato per diverse iniziative e che ha conosciuto Bruna proprio per una raccolta di stampe cinesi donatele dal poeta, e da Tiziana Tassinari, direttrice della Struttura complessa di Neurologia dell’ospedale di Pietra Ligure. Così Bruna ha potuto finalmente conoscere Lucca, la città del Serchio, uno dei fiumi cantati dal poeta.




La Sardegna vuole riportare a casa i suoi emigrati: 5 milioni per il programma “In Domo”

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Per decenni l’emigrazione è stata una delle grandi realtà della Sardegna.

Generazioni di sardi hanno lasciato l’Isola per cercare lavoro e costruire il proprio futuro in altre regioni italiane o all’estero.

Ora la Regione Sardegna prova a invertire il percorso.

Con il programma “In Domo – Rientro Lavoro Sardegna” sono stati stanziati 5 milioni di euro per favorire il ritorno degli emigrati e trasformare le competenze maturate fuori dall’Isola in nuove attività economiche.

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Non si tratta quindi semplicemente di invitare gli emigrati a tornare.

L’idea è molto più concreta: creare le condizioni perché possano tornare e aprire una nuova impresa in Sardegna.

Non soltanto emigrati: anche i loro discendenti

La misura presenta un elemento particolarmente interessante.

Potranno accedere agli incentivi gli emigrati sardi residenti in Italia o all’estero, ma anche i loro discendenti fino al secondo grado. Sono inoltre compresi i cittadini residenti in Sardegna che vivono e lavorano fuori dall’Isola da almeno 36 mesi consecutivi.

È un’apertura significativa.

Perché significa riconoscere che il rapporto con la Sardegna non necessariamente si interrompe quando una persona emigra.

Un figlio o un nipote di emigrati può conservare un legame con la terra d’origine e, un giorno, decidere di tornarvi per costruire il proprio futuro.

Il ritorno deve diventare un’impresa

C’è però una condizione fondamentale.

Per ottenere gli incentivi bisognerà avviare una nuova attività imprenditoriale con sede in Sardegna.

Ed è proprio questo l’aspetto più interessante del progetto.

La Regione non vuole finanziare semplicemente un trasferimento di residenza.

Vuole attirare nell’Isola competenze, professionalità, esperienza e capacità imprenditoriali maturate altrove.

Un ingegnere che ha lavorato vent’anni all’estero, un professionista che ha costruito un’attività in un’altra regione italiana, un imprenditore che ha esperienza internazionale: tutte queste competenze possono diventare una risorsa per il territorio se la persona decide di tornare.

Il problema che la Sardegna cerca di affrontare è quello che riguarda molti territori italiani, soprattutto quelli periferici e insulari: lo spopolamento.

Quando i giovani partono, il territorio perde non soltanto abitanti.

Perde competenze, consumatori, imprenditori e spesso anche la possibilità di creare nuove famiglie.

Il programma “In Domo” prova quindi a ragionare al contrario.

Non soltanto:

“Come impediamo ai nostri giovani di partire?”

Ma anche:

“Come facciamo tornare quelli che sono partiti?”

È una differenza importante.

Perché molti emigrati, dopo aver costruito una carriera altrove, potrebbero essere disponibili a tornare se trovassero condizioni economiche e professionali adeguate.

La Sardegna non è l’unica regione italiana ad avere questo problema.

Calabria, Sicilia, Basilicata, Campania, Puglia, Molise e molte altre aree del Paese hanno conosciuto una lunga emigrazione.

E milioni di italiani vivono oggi fuori dalla propria regione d’origine o fuori dall’Italia.

In molti casi i loro figli e nipoti hanno mantenuto un rapporto con il territorio dei nonni.

Perché allora non trasformare questo rapporto in una possibilità concreta?

Il programma sardo introduce proprio questa prospettiva: l’emigrato non come persona che ha abbandonato il territorio, ma come possibile portatore di nuove competenze e nuovi investimenti.

La questione interessa particolarmente anche chi vive fuori dall’Italia.

Un italiano residente in America, in Canada, in Australia o in Europa potrebbe avere oggi una posizione professionale che venti o trent’anni fa non avrebbe mai potuto immaginare.

Ma potrebbe anche desiderare, prima o poi, di tornare in Italia.

Non necessariamente per andare in pensione.

Potrebbe tornare per lavorare, investire, aprire un’attività o trasferire in Italia ciò che ha imparato all’estero.

È un cambiamento di prospettiva importante.

L’emigrazione, in questo modo, non sarebbe più soltanto un viaggio a senso unico.

Potrebbe diventare un rapporto circolare tra l’Italia e le comunità italiane nel mondo.

Il nome scelto dalla Regione è significativo.

“In Domo” significa, nella lingua sarda, “a casa”.

Ma il programma propone un’idea particolare di ritorno.

Non tornare indietro nel tempo.

Tornare a casa portando con sé ciò che si è imparato fuori.

È probabilmente questo il punto più moderno dell’iniziativa.

Un emigrato che torna dopo vent’anni non è la stessa persona che era partita.

Ha acquisito esperienza, conoscenze, relazioni professionali e magari una visione internazionale.

Se il territorio riesce a valorizzare tutto questo, il ritorno può diventare un investimento.

I 5 milioni di euro stanziati dalla Regione rappresentano dunque un tentativo concreto di trasformare il fenomeno migratorio.

Naturalmente bisognerà vedere come saranno strutturati i bandi, quali saranno gli importi effettivamente disponibili per ciascun beneficiario e quante nuove imprese riusciranno realmente a nascere.

I soldi, da soli, non bastano.

Servono infrastrutture, servizi, collegamenti, accesso a internet, scuole, sanità e soprattutto un ambiente nel quale una nuova impresa possa realmente crescere.

Ma almeno la direzione sembra interessante.

E se altre regioni facessero lo stesso?

È forse questa la domanda che la Sardegna pone indirettamente al resto d’Italia.

Perché non creare programmi simili per i calabresi, i siciliani, i lucani, i pugliesi, i campani o i veneti emigrati all’estero?

L’Italia possiede una risorsa straordinaria: milioni di persone che hanno mantenuto, in forme diverse, un rapporto con il Paese pur vivendo fuori dai suoi confini.

Non tutti torneranno.

Ma probabilmente una parte di loro potrebbe essere interessata a farlo.

A condizione che tornare non significhi rinunciare a ciò che hanno costruito, ma poterlo mettere a frutto anche nella terra d’origine.

L’emigrazione può diventare una risorsa

È forse questa la lezione più interessante di “In Domo”.

Per molto tempo abbiamo considerato l’emigrazione soprattutto come una perdita.

Una città perde giovani.

Un paese perde abitanti.

Una regione perde professionalità.

Ma quelle persone non scompaiono.

Continuano a vivere, lavorare e accumulare esperienza altrove.

La sfida consiste nel creare le condizioni perché almeno una parte di quel patrimonio umano possa tornare.

La Sardegna ci prova con cinque milioni di euro.

Ora bisognerà vedere se gli emigrati risponderanno all’invito.

Perché la vera domanda non è soltanto se la Sardegna vuole riportarli a casa.

È anche un’altra: quanti sardi nel mondo stanno aspettando un motivo concreto per tornarci




Ferragosto a Toronto: la comunità italo-canadese ritrova le sue tradizioni

facebook ferragosto della comunita italo canadese al columbus centre di toronto immagine2 188x223

Ferragosto non è soltanto una data sul calendario italiano.

Per milioni di italiani, anche per quelli che vivono a migliaia di chilometri dalla penisola, rappresenta un insieme di ricordi: la famiglia riunita, il pranzo, la musica, le feste all’aperto e quella particolare atmosfera che accompagna il cuore dell’estate.

A Toronto, il 16 agosto, la comunità italo-canadese ha voluto mantenere viva proprio questa tradizione, riunendosi al Columbus Centre per una giornata dedicata alla cultura, alla musica, al cibo e allo stare insieme.

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Un Ferragosto italiano in Canada

L’iniziativa è stata organizzata da Villa Charities, in collaborazione con la Canadian Italian Business and Professional Association (CIBPA) e con il contributo di numerosi volontari.

Una festa pensata non soltanto per gli italiani arrivati dal nostro Paese, ma per un’intera comunità che nel corso delle generazioni ha costruito in Canada una propria identità, conservando allo stesso tempo un legame molto forte con le origini.

E forse proprio questo è l’aspetto più interessante.

A Toronto Ferragosto non è stato semplicemente “importato” dall’Italia.

È diventato una tradizione italiana vissuta in terra canadese.

Quando una festa diventa memoria

Per chi è emigrato molti anni fa, certe ricorrenze hanno un valore particolare.

Il Ferragosto può riportare alla mente le estati trascorse in Italia, i pranzi con i parenti, le tavolate interminabili, le sagre di paese e le vacanze al mare.

Per i figli e soprattutto per i nipoti degli emigrati il significato può essere diverso.

Magari non hanno mai vissuto un Ferragosto in Italia.

Ma attraverso una festa come quella del Columbus Centre possono conoscere una parte della cultura dei propri genitori e dei propri nonni.

La tradizione diventa così uno strumento per trasmettere la memoria da una generazione all’altra.

Anche la cucina parla italiano

Naturalmente non poteva mancare il cibo.

La gastronomia è probabilmente uno degli strumenti più efficaci attraverso i quali le comunità italiane nel mondo mantengono il rapporto con le proprie origini.

Una ricetta tramandata dalla nonna, un piatto preparato secondo la tradizione familiare, il profumo di una cucina conosciuta fin dall’infanzia possono raccontare l’Italia forse meglio di molte parole.

E a Toronto questa cultura gastronomica continua a essere parte integrante della vita della comunità.

Una comunità che non vuole perdere le proprie radici

Alla festa hanno partecipato anche il Console Generale d’Italia Andrea Bertozzi e la Sindaca di Toronto Olivia Chow, a testimonianza dell’importanza che la comunità italiana continua ad avere nella città.

La presenza delle istituzioni ha dato alla giornata anche un significato che va oltre la festa.

La comunità italo-canadese è ormai parte integrante della società canadese.

Gli italiani e i loro discendenti non vivono in Canada come una comunità separata: sono professionisti, imprenditori, artisti, lavoratori, amministratori e cittadini pienamente inseriti nella società.

Ma continuano anche a conservare una parte della propria storia.

Italiani senza frontiere

È un fenomeno che riguarda milioni di persone nel mondo.

Le comunità italiane all’estero hanno ormai una caratteristica particolare: essere contemporaneamente parte del Paese nel quale vivono e custodi di una cultura ricevuta dalla famiglia.

A Toronto questo equilibrio è particolarmente evidente.

L’italiano-canadese può sentirsi profondamente canadese e, nello stesso tempo, emozionarsi davanti a una canzone italiana, a un piatto della propria regione o a una festa come Ferragosto.

Non c’è contraddizione.

È semplicemente il risultato dell’emigrazione e delle generazioni che sono venute dopo.

Dal Ferragosto a un ponte con l’Italia

Manifestazioni come quella del Columbus Centre hanno quindi anche un valore culturale.

Mantengono vivo un ponte tra l’Italia e il Canada.

E quel ponte può diventare importante anche per le nuove generazioni.

Un ragazzo nato a Toronto potrebbe conoscere attraverso queste iniziative il paese dal quale partirono i suoi nonni.

Potrebbe decidere di visitarlo.

Potrebbe scoprire la regione di origine della propria famiglia.

Potrebbe persino diventare, un domani, uno dei tanti protagonisti del turismo delle radici.

La festa finisce, la tradizione rimane

Il Ferragosto di Toronto è durato una giornata.

Ma ciò che conta non è soltanto ciò che è accaduto il 16 agosto.

Conta il fatto che una comunità abbia sentito il bisogno di ritrovarsi attorno a una tradizione italiana.

Perché le tradizioni, quando vengono vissute, non appartengono più soltanto al passato.

Continuano a cambiare, ad attraversare oceani e a passare da una generazione all’altra.

E così può succedere che una festa nata nell’Italia di molti decenni fa trovi una nuova casa a Toronto.

Ferragosto cambia continente, ma non perde la sua anima.

E forse è proprio questo uno dei modi più belli attraverso i quali gli italiani nel mondo continuano a sentirsi, almeno per un giorno, un po’ più vicini a casa.




Dalla Calabria allo Utah, un ponte tra chi è partito e chi è rimasto

calabria emigrazione memoria e turismo delle radici un ponte tra le nostre comunita i cittadini di decollatura incontrano il console onorario ditalia nello utah nick fuoco immagine5

C’è un filo che continua a unire i piccoli paesi della Calabria alle comunità italiane che, nel corso delle generazioni, hanno costruito la propria vita dall’altra parte dell’oceano.

È un filo fatto di cognomi, ricordi, fotografie, racconti familiari e soprattutto di una memoria che non vuole scomparire.

A Decollatura, in provincia di Catanzaro, questo legame sarà al centro della manifestazione “Emigrazione, Memoria e Turismo delle Radici: un ponte tra le nostre comunità”, in programma il 19 agosto nella sala consiliare del Comune.

Ospite dell’incontro sarà Nicola “Nick” Fuoco, Console Onorario d’Italia per lo Stato dello Utah, negli Stati Uniti, dove risiedono numerosi decollaturesi.

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Un console con radici calabresi

La presenza di Fuoco a Decollatura ha un significato particolare.

Il Console Onorario, manager e promotore culturale nominato nel maggio 2025 a Salt Lake City, è infatti originario della Calabria: la sua famiglia proviene da Pedivigliano, nel Cosentino.

Un legame che era già stato celebrato lo scorso anno, quando a Fuoco furono consegnate simbolicamente le chiavi della città di Pedivigliano.

Il suo percorso rappresenta quindi perfettamente il tema dell’incontro.

Le radici possono attraversare l’oceano senza spezzarsi.

Quando un paese continua a vivere dall’altra parte del mondo

La storia di Decollatura è quella di moltissimi comuni italiani.

Nel corso del Novecento tanti abitanti lasciarono la Calabria per cercare nuove opportunità.

Alcuni andarono negli Stati Uniti, altri in Canada, Australia, Argentina, Brasile e in numerosi altri Paesi.

Con il passare delle generazioni, però, il rapporto con il paese d’origine può diventare più fragile.

I figli conoscono ancora il luogo dal quale partirono i genitori.

I nipoti magari ne hanno soltanto qualche fotografia.

Per i pronipoti può rimanere soltanto un cognome.

Ed è proprio qui che entra in gioco il turismo delle radici.

Non soltanto una vacanza

Tornare nel paese dei propri antenati non è come fare una normale vacanza.

Chi arriva a Decollatura perché suo nonno era nato lì non cerca soltanto un albergo o un ristorante.

Vuole vedere la strada nella quale viveva la famiglia.

Vuole conoscere la chiesa dove fu battezzato un antenato.

Vuole magari cercare una casa, un cognome, una vecchia fotografia.

Vuole soprattutto dare un luogo alla propria memoria familiare.

È per questo che il turismo delle radici può rappresentare un’opportunità importante per i piccoli comuni italiani.

Dalla memoria allo sviluppo

Il turismo delle radici non dovrebbe però essere considerato soltanto come una forma di nostalgia.

Può diventare anche uno strumento di sviluppo.

Un discendente che torna in Italia può fermarsi alcuni giorni, visitare il territorio, conoscere i prodotti locali, incontrare associazioni e abitanti e magari tornare ancora.

Può diventare, a sua volta, un ambasciatore del paese d’origine nel proprio Paese di residenza.

E soprattutto può trasmettere ai propri figli una conoscenza che altrimenti rischierebbe di perdersi.

La memoria diventa così anche una risorsa economica e culturale.

Un premio a chi ha custodito le radici

La giornata di Decollatura avrà anche un momento particolarmente significativo.

Sarà infatti consegnato il premio “Custode delle Radici” a Salvatore Lupo, emigrato in Australia. È previsto inoltre un video-documentario dal titolo Salvatore, realizzato da Luca Bonacci, insieme a una mostra fotografica.

È un riconoscimento che contiene un messaggio importante.

Non sono soltanto i paesi d’origine a dover ricordare gli emigrati.

Anche chi è partito può diventare custode della memoria del proprio paese.

Un modello per tanti comuni italiani

L’iniziativa di Decollatura potrebbe essere replicata in moltissimi altri piccoli comuni italiani.

Non esiste praticamente una regione italiana che non abbia una propria storia migratoria.

Ogni paese può avere una comunità di discendenti negli Stati Uniti, in Canada, in Australia o in America Latina.

E spesso queste comunità sono molto più numerose della popolazione rimasta nel paese d’origine.

Creare un rapporto stabile con loro significa quindi recuperare una parte importante della propria storia.

Ma anche costruire un possibile futuro.

Il ponte attraversa l’oceano

La manifestazione del 19 agosto non sarà dunque soltanto un incontro istituzionale.

Sarà il simbolo di qualcosa di molto più grande.

Da una parte Decollatura, piccolo comune calabrese.

Dall’altra lo Utah, uno Stato americano nel quale vivono persone che discendono proprio da quelle famiglie che un tempo lasciarono la Calabria.

In mezzo, un oceano.

Ma anche un legame che non è mai completamente scomparso.

Ed è forse questa la vera forza del turismo delle radici.

Non riportare semplicemente i discendenti in Italia, ma farli sentire nuovamente parte della storia dei luoghi dai quali partirono i loro antenati.

Perché un emigrato può lasciare il proprio paese.

I suoi figli possono nascere dall’altra parte del mondo.

Ma finché qualcuno conserva quella storia, quel paese continua a vivere anche lontano da casa.