In azione a Gaza i camion donati dall’Italia al PAM

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download 982L’Italia continua a sostenere l’azione del Programma Alimentare Mondiale (PAM) con l’obiettivo di incrementare gli aiuti alimentari alla popolazione di Gaza e di farli arrivare più rapidamente possibile e in maniera più capillare ai beneficiari, utilizzando la finestra di opportunità creata dal Piano Trump e dal cessate-il-fuoco.

I 15 camion donati dall’Italia al PAM nell’ambito del partenariato lanciato con l’iniziativa Food for Gaza sono già al lavoro e fanno la spola con Gaza e dentro la Striscia. I mezzi vengono utilizzati dal PAM per portare dentro la Striscia, e poi per distribuirli, gli aiuti italiani e quelli acquistati dalle Nazioni Unite con i contributi dei donatori.

Su indicazione del Ministro Tajani, la Farnesina è già al lavoro per raccogliere e inviare a Gaza tonnellate di nuovi aiuti. Un volo partirà dalla base ONU di Brindisi per trasferire il materiale raccolto, mentre in parallelo la diplomazia italiana sta valutando quali sono le azioni per il sostegno alla popolazione e per la riabilitazione delle strutture della Striscia da far partire, appena la Comunità internazionale avrà creato le condizioni per operare concretamente a Gaza.




Tra il 2006 e il 2024 l’emigrazione italiana è diventata un fenomeno strutturale

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fondazione migrantes rapporto italiani nel mondo l11 novembre presentazione a roma della xx edizione . speciale oltre la fuga. talenti cervelli o braccia immagine18Non più solo “emigrazione” o “fuga di cervelli”, ma un insieme di movimenti che raccontano un’Italia plurale, in uscita e di ritorno, dentro e fuori i propri confini: l’Italia fotografata dal XX Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes presentato oggi a Roma non è più un Paese che “fugge”, ma un Paese che si ridefinisce nei legami, nelle reti e nelle comunità transnazionali. Nel RIM 2025 si legge di 1,6 milioni di espatri e 826 mila rimpatri in 20 anni, con un saldo negativo di oltre 817 mila cittadini italiani, concentrato tra Lombardia, Nordest e Mezzogiorno. Al 1° gennaio 2025 risultano iscritti all’Anagrafe per gli italiani all’estero (AIRE), 6,4 milioni di persone, pari quasi a 1 italiano su 9: l’“Italia fuori dell’Italia” è ormai la ventunesima regione, fa notare la Migrantes. Inoltre , oltre 1 milione di cittadini italiani nel periodo 2014-2024 si sono trasferiti dal Meridione al Centro-Nord, con un saldo negativo per il Mezzogiorno di oltre 500 mila persone. Il Rapporto fotografa come tra il 2006 e il 2024 l’emigrazione italiana sia diventata un fenomeno strutturale. Dopo la crisi del 2008, gli espatri sono cresciuti costantemente, toccando nel 2024 il record storico di 155.732 partenze. L’Europa resta il baricentro della mobilità italiana (76% degli espatri), con Regno Unito, Germania e Svizzera in testa. Negli anni però la mobilità si è fatta più circolare e complessa: si parte, si ritorna, si riparte. Accanto ai giovani, tra gli italiani residenti all’estero crescono anche le donne (+115,9% in vent’anni, dati Aire) e gli over 50, spesso nonni o lavoratori che raggiungono figli e nipoti all’estero. Le costanti? Una spinta migratoria legata a fragilità strutturali del Paese e a un sistema bloccato – lavoro precario, disuguaglianze territoriali, riconoscimento del “merito” – ma anche una dimensione di scelta, curiosità e progettualità personale. “Sappiamo molto di più dell’emigrazione, ma forse sappiamo ancora poco degli italiani nel mondo”, si leggeva nella Presentazione della prima edizione del RIM. Lo speciale del Rapporto 2025, “Oltre la fuga: talenti, cervelli o braccia?” – 22 saggi che abbracciano i cinque Continenti – invita a superare la visione riduttiva e quasi tragica dell’espatrio e della mobilità come mera “perdita, strappo, trauma”. I dati e le testimonianze raccolte poi dimostrano che non partono solo ricercatori/laureati e che, anzi, prevalgono i diplomati. Il filo comune non è la fuga, ma una scelta, alla ricerca di dignità, riconoscimento e mobilità sociale. “Il grande bluff – si legge nel Rapporto – non è tra cervelli o braccia, ma nel non riconoscere che tutti sono talenti”. Non basta trattenerli, né rimpiangerli: serve coinvolgerli nella costruzione di nuove visioni collettive. La mobilità interna al Paese continua a svuotare il Sud e le aree interne: dal 2014 al 2024, più di 1 milione di persone ha lasciato il Mezzogiorno per il Centro-Nord, contro 587 mila in direzione opposta. I più mobili sono i giovani tra i 20 e i 34 anni (quasi il 50%), seguiti da adulti in età lavorativa. Le province interne e montane pagano il prezzo più alto: perdita di popolazione, chiusura di scuole e servizi, impoverimento sociale. Il RIM descrive così “un’Italia a velocità diverse”, dove le disuguaglianze territoriali alimentano, in un circolo vizioso, tanto l’esodo interno quanto quello verso l’estero: la mobilità interna, infatti, è spesso la prima tappa di un progetto migratorio più ampio, che molte volte arriva oltre confine. Il RIM 2025 invita a superare narrazioni riduzioniste e rappresentazioni emergenziali, e anche la distinzione rigida tra “emigrazione” e “immigrazione”, sottolineando come entrambe esprimano la mobilità di persone migranti legate in modi diversi al nostro Paese. Negli ultimi anni si registrano fenomeni articolati: ad esempio, i nuovi italiani sono protagonisti sempre più numerosi di spostamenti, soprattutto verso altri Paesi europei. I quattro verbi-guida proposti da papa Francesco per la pastorale migratoria – accogliere, proteggere, promuovere, integrare – vengono applicati, talvolta, anche a contesti non emergenziali, come quello dei migranti italiani. Il rischio è trasformare l’integrazione in assimilazione, imponendo modelli dall’alto. Affinché tutti i migranti diventino effettivamente soggetti attivi di evangelizzazione (Leone XIV l’ha definita missio migrantium), in una logica di reciprocità e crescita comune, i quattro verbi proposti da Francesco dovrebbero essere completati da altri quattro: accogliersi, interpellarsi, valorizzarsi, condividere. L’Italia fotografata dal RIM 2025 non è più un Paese che “fugge”, ma una nazione che si ridefinisce nei legami, nelle reti e nelle comunità transnazionali. Il Rapporto invita a leggere questa mobilità come una risorsa da ascoltare e valorizzare, non come una ferita da nascondere. (Inform)




Costa Rica. Attenzione connazionali: rifiutato l’ingresso a chi ha il passaporto danneggiato

ambasciata ditaia costa rica

ambasciata ditaia costa ricaAnche piccole imperfezioni nel documento possono costare il rimpatrio immediato

Un nostro connazionale ha vissuto un’esperienza spiacevole all’aeroporto di San José, Costa Rica: nonostante avesse tutti i requisiti di viaggio in regola, le autorità migratorie gli hanno negato l’ingresso nel Paese a causa di un passaporto considerato non integro.

Nel verbale ufficiale emesso da Migración y Extranjería si legge che la causa del rifiuto è:

“Presenta pasaporte o documento de viaje con alteraciones, enmiendas no autorizadas por funcionarios competentes, mutilaciones, falto de hojas o cubierta y cualquier otro defecto que dificulten la completa identificación de la persona.”

Traduzione:

“Presenta un passaporto o documento di viaggio con alterazioni, modifiche non autorizzate da funzionari competenti, mutilazioni, mancanza di pagine o copertina, o qualsiasi altro difetto che renda difficile la completa identificazione della persona.”

In altre parole, anche un passaporto con copertina danneggiata, pagine rovinate, graffi, segni d’acqua o cuciture allentate può essere considerato non valido per l’ingresso nel Paese.

Tentativi di assistenza e chiarimenti

Il viaggiatore ha immediatamente contattato il numero di emergenza dell’Ambasciata d’Italia a San José, inviando anche un’e-mail all’indirizzo ufficiale dell’ambasciata.
Tuttavia, secondo quanto ci ha riferito, gli è stato spiegato che le autorità diplomatiche non sono tenute a intervenire nei casi in cui un ingresso venga respinto dalle autorità migratorie locali, trattandosi di una decisione sovrana dello Stato costaricano.

Il documento ufficiale di Migración y Extranjería indica inoltre che l’interessato dispone di 3 giorni naturali per impugnare il provvedimento, ma nella pratica ciò non sospende il rifiuto d’ingresso: il passeggero viene comunque rimandato nel Paese di provenienza.

Passaporto: un avviso importante per chi viaggia verso il Costa Rica

Questo episodio deve servire da monito a tutti gli italiani che viaggiano verso il Costa Rica (e, in generale, verso l’America Latina):
non mettetevi in viaggio se il vostro passaporto non è perfettamente integro.

Prima di partire, controllate che:

  • la copertina sia saldamente cucita e non staccata;

  • le pagine non presentino pieghe, strappi o macchie;

  • non vi siano segni di alterazione o scritte aggiunte;

  • il chip elettronico (nei passaporti biometrici) non sia danneggiato.

Le autorità di frontiera costaricane possono negare l’ingresso anche per difetti minimi del documento, e la decisione non può essere annullata sul posto.

Controllate sempre il vostro passaporto prima di partire

Viaggiare preparati significa anche assicurarsi che il documento di viaggio sia integro e leggibile al 100%.
In caso di dubbio, è sempre meglio richiedere un nuovo passaporto presso il proprio consolato prima della partenza.

Meglio qualche giorno d’attesa che un volo di ritorno forzato.




Simona De Martino è la nuova Ambasciatrice d’Italia a Cuba

simona de martino e la nuova ambasciatrice ditalia a cuba immagine15

simona de martino e la nuova ambasciatrice ditalia a cuba immagine15La diplomatica Simona De Martino ha iniziato oggi il suo mandato di Ambasciatrice d’Italia a L’Avana. “Assumo oggi il mio incarico a L’Avana – scrive la nuova Ambasciatrice – con grande entusiasmo e senso di responsabilità, in una fase di grandi sfide per Cuba. Sono pronta a dare il massimo per rafforzare i rapporti bilaterali e il dialogo in tutti i settori di mutuo interesse, nel segno della tradizionale amicizia che lega l’Italia a Cuba e al suo popolo. Offrirò una costante assistenza ai nostri connazionali e alle nostre imprese sul territorio, cui rivolgo un caloroso saluto”. Simona De Martino, nata a Napoli il 22 luglio 1977, si laurea in Scienze Politiche all’Università di Napoli nel 2000. In seguito ad esame di concorso, entra in carriera diplomatica nel 2001. Dopo un primo incarico alla Direzione Generale per l’Integrazione Europea del Ministero, nel 2004 è Secondo Segretario commerciale all’Ambasciata d’Italia ad Ankara. Nel 2008 è incaricata delle funzioni di Primo Segretario alla Rappresentanza Permanente d’Italia all’Unione Europea a Bruxelles. Nel 2011 rientra al Ministero per prendere servizio alla Direzione Generale per gli Affari Politici e la Sicurezza. Nel 2012 è assegnata alla Segreteria Particolare del Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri. Dal 2013 presta servizio alla Direzione Generale per l’Unione Europea. Nel 2015 è Consigliere presso l’Ambasciata d’Italia a Beirut. Nel 2019 è incaricata delle funzioni di Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia lle Nazioni Unite a New York. Nel 2023 torna al Ministero per prestare servizio alla Direzione Generale per l’Europa e la Politica Commerciale Internazionale. Dal 2024 è Capo dell’Unità per gli Affari istituzionali e giuridici dell’Unione Europea. Dal 10 novembre 2025 è Ambasciatrice d’Italia presso la Repubblica di Cuba. Nel 2016 è stata insignita del Cavalierato dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. (Inform)




Italia Ecuador: 125 anni di amicizia

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italia ecuador lambasciatore a quito davoli celebra moda e cucina italiana e i 125 anni di amicizia tra i due paesi immagine18 354x223Con un ricevimento presso la Residenza d’Italia a Quito al quale hanno partecipato circa 400 persone, l’Ambasciatore Giovanni Davoli ha celebrato i 125 anni delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, la moda e la cucina italiana, nell’ambito anche della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. Molte le personalità ecuadoriane presenti: tra gli altri, il Ministro della Difesa Loffredo, il Ministro degli Interni Reinberg, il Presidente della Corte Nazionale di Giustzia Suing, il Presidente del Consiglio superiore della Magistratura Godoy, il Vice Ministro degli Esteri Davalos. Nell’occasione è stato presentato il libro storico e fotografico “100 anni di casa, 125 anni di amicizia”, edito dall’Ambasciata italiana. Il libro, dello storico Michele Migliori, racconta le storie interconnesse della Residenza d’Italia, costruita nell’anno 1925 e delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, ufficialmente stabilite nell’anno 1900. La Prefazione è del Presidente della Repubblica dell’Ecuador Daniel Noboa Azin, discendente di italiani e cittadino del nostro Paese. L’evento è stato sponsorizzato da Dormel, catena commerciale ecuadoriana che compie nel 2025 sessant’anni di presenza sul mercato, rappresentando e importando nel Paese alcune dei marchi più iconici dell’alta moda italiana. Nell’occasione era presente il Senior CEO del gruppo Vitale Barberis Canonico, Marco Schiavone. Gli ospiti dell’evento hanno potuto assaggiare i piatti preparati dallo chef italiano Toni Pera, rappresentante in Ecuador della Federazione Italiana Cuochi, e degustare i vini del nostro Paese. Nel suo discorso, l’Ambasciatore Davoli ha voluto sottolineare come le relazioni tra i due Paesi, sempre eccellenti, siano oggi migliori che mai. A riprova di ciò, ha citato tra le altre cose le attività della diplomazia giuridica italiana a supporto della lotta al narcotraffico e alle mafie e l’aumento degli scambi commerciali, simbolizzati dal forte incremento delle vendite di vino italiano in Ecuador, oggi il secondo più apprezzato dai consumatori ecuadoriani. (Inform)




Un albero, una visione: la rifondazione economica del Congo parte da Kisangan

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vi lleIn occasione della sua visita di lavoro alla Direzione Provinciale di Kisangani, il 10 novembre 2025, il Signor André WAMESO, Governatore della Banca Centrale del Congo (BCC), ha compiuto un gesto altamente simbolico: la piantagione di una palma da cocco davanti all’ingresso principale dell’edificio provinciale. Questo gesto, in apparenza semplice, possiede una profonda valenza metaforica.

La palma da cocco, al tempo stesso pianta da frutto e ornamentale, non è stata scelta a caso. In molte culture tropicali, essa rappresenta la resilienza e la flessibilità. Il suo tronco slanciato sa piegarsi senza spezzarsi di fronte ai venti più forti, mentre le sue radici, profondamente ancorate al suolo, ne garantiscono la stabilità. Questa immagine illustra perfettamente la filosofia che il Governatore WAMESO desidera imprimere alla Banca Centrale del Congo: un’istituzione fortemente radicata nei propri valori fondamentali, ma capace di adattarsi con flessibilità alle sfide economiche del mondo contemporaneo.

La politica monetaria, come la palma da cocco, deve essere viva, flessibile e reattiva. Deve saper assorbire gli shock esterni — siano essi finanziari, politici o climatici — senza rompere l’equilibrio economico. Una moneta forte non è quella rigida, ma quella che si adatta, che modula i propri strumenti in funzione delle circostanze, che sa correggere la rotta senza perdere la direzione. Piantando personalmente questa palma, il Governatore ha voluto ricordare alla generazione attuale, e ispirare quella futura, che la forza del franco congolese si fonda sulla fiducia, la disciplina e la capacità di adattamento.

In questa occasione, gli agenti della Direzione Provinciale di Kisangani hanno offerto al Governatore una scultura in legno raffigurante le installazioni di pesca Wagenia. Questo gesto, di grande valore simbolico, rende omaggio alla precisione, alla pazienza e alla maestria tecnica dei pescatori Wagenia, le cui tecniche ancestrali, che uniscono coraggio e savoir-faire, sfidano la potente corrente del fiume Congo. Il parallelo è evidente: come i pescatori Wagenia, anche il Governatore WAMESO ha saputo, “contro venti e maree”, rafforzare la moneta nazionale e ristabilire la fiducia del pubblico nel sistema finanziario.

Ma al di là del simbolo, l’atto compiuto a Kisangani apre una riflessione più ampia: quella del legame tra stabilità finanziaria e sviluppo produttivo. Una moneta solida può prosperare solo in un contesto economico strutturato, basato sulla produzione reale, in particolare sul settore agricolo. È qui che entra in gioco una visione d’avanguardia: lo sviluppo dei parchi agro-industriali, o agroparchi, come pilastro della sovranità economica congolese.

Gli agroparchi rappresentano un concetto innovativo ispirato all’esperienza italiana dei distretti agroalimentari. Si tratta di strutture integrate che riuniscono, in un unico sito o in una rete territoriale coerente, le attività di produzione, trasformazione, stoccaggio, ricerca e commercializzazione dei prodotti agricoli. Un agroparco non è quindi una semplice zona industriale: è una comunità economica territoriale, un ecosistema dove si incontrano innovazione, sostenibilità e sviluppo rurale.

Centro di trasformazione rurale: l’agroparco associa la produzione agricola a servizi di sviluppo locale, come la formazione, l’accesso all’energia o all’acqua, e il sostegno tecnico ai piccoli produttori.
Polo di produzione e trasformazione: combina coltivazione, raccolta, ricerca e trasformazione per garantire una produzione continua, meno dipendente dalle stagioni e più resistente alle fluttuazioni del mercato.
Centro di consolidamento: assicura la distribuzione regolare dei prodotti verso i mercati urbani, integrando logistica, conservazione e commercio all’ingrosso.

Nella Repubblica Democratica del Congo, questo modello assume una pertinenza particolare. Il Paese dispone di immense terre arabili, di una biodiversità eccezionale e di un potenziale idrico senza pari in Africa. Tuttavia, la maggior parte di queste risorse rimane sottoutilizzata. La creazione di agroparchi moderni permetterebbe di strutturare le catene del valore agricolo, creare occupazione e ridurre la dipendenza alimentare dalle importazioni.

L’esperienza pilota di Lukula, nella provincia del Kongo Centrale, illustra già questa ambizione. Il sito è stato concepito come una piattaforma agro-industriale che riunisce diverse imprese agricole, unità di trasformazione e infrastrutture logistiche. Collegando la produzione rurale ai mercati urbani, Lukula funge da modello di integrazione territoriale, dove l’efficienza economica si coniuga con la sostenibilità ambientale.

Un agroparco non è semplicemente un raggruppamento fisico di imprese; si fonda su un forte radicamento sociale e ambientale. Ogni impresa è inserita in un tessuto locale, in interazione con le risorse naturali e le comunità circostanti. Questo approccio territoriale, che valorizza le specificità ecologiche e culturali di ogni luogo, promuove un’economia di prossimità basata sulla fiducia, la cooperazione e la qualità.

Il successo di tali progetti richiede una mobilitazione collettiva, in particolare quella della diaspora congolese. Dispersa in tutto il mondo, essa possiede competenze tecniche, risorse finanziarie e una rete internazionale che possono giocare un ruolo decisivo nella trasformazione del settore agricolo. Investendo negli agroparchi, i congolesi all’estero contribuiscono non solo alla creazione di ricchezza nazionale, ma anche al rafforzamento della sovranità alimentare e finanziaria del Paese.

Un’agricoltura forte è infatti il fondamento di un’economia stabile. È un gesto patriottico, che si inscrive nella riscoperta dei valori nazionali promossi dal Presidente della Repubblica.
Essa garantisce l’autonomia alimentare, stabilizza i prezzi interni, alimenta le industrie locali e genera entrate da esportazione. Sostenendo la modernizzazione agricola, la Banca Centrale del Congo svolge dunque un ruolo strategico nella costruzione di una stabilità macroeconomica duratura.

L’atto simbolico di piantare una palma da cocco a Kisangani assume così tutto il suo significato: evoca la rinascita di un modello economico radicato nella terra ma orientato verso il futuro. Come la palma cresce lentamente ma con sicurezza, così anche l’economia congolese, sostenuta da basi solide e da politiche coerenti, può innalzarsi con grazia e resilienza.

Il gesto del Governatore André WAMESO non è un semplice atto protocollare, ma una lezione di economia in azione. Esso ricorda che la stabilità monetaria non è un fine a sé stante: deve accompagnarsi a una stabilità produttiva, fondata sulla creazione di valore reale.
La palma piantata a Kisangani diventa così il simbolo di una nuova era: quella di una Banca Centrale attenta agli equilibri macroeconomici, ma anche radicata nella realtà dello sviluppo nazionale.

Il futuro della Repubblica Democratica del Congo dipenderà dalla sua capacità di unire la finanza alla terra, la moneta alla produzione, la stabilità alla prosperità condivisa. Solo a questo prezzo il Paese potrà realizzare pienamente la sua vocazione: essere non solo il cuore geografico dell’Africa, ma anche il suo polmone economico e alimentare.




Il 12% della popolazione toscana è migrante: l’immigrazione torna a crescere

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8pisadossierDa 424.066 stranieri residenti a 439.789. Aumenta per il terzo anno consecutivo l’immigrazione in Toscana: dopo il +2,1% del 2022 e dell’anno successivo, infatti, nel 2024 la popolazione straniera è salita di un ulteriore 3,7%, una quota corrispondente a quasi 16mila persone, almeno stando ai dati provvisori diffusi dall’Istat nel corso dell’anno.
Il dossier statistico sull’Immigrazione, con i dati relativi alla Toscana, è stato presentato nei giorni scorsi presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Il Dossier è stato realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS, punto di riferimento a livello nazionale per l’analisi dei fenomeni migratori in Italia e nelle diverse regioni. Presenti il Emanuele Rossi (docente Scuola Superiore Sant’Anna), Anna Maria Romano (Segreteria Cgil Toscana) e Sara Elisabeth Heinrich (Pastora valdese della Diaconia di Pisa e Livorno), in rappresentanza dei sostenitori del Dossier, Francesco Paletti (referente del Centro Studi Idos per la Toscana), Federico Russo (docente dell’Università del Salento), e Francesca Biondi Dal Monte (docente Scuola Superiore Sant’Anna).
Diversamente dal 2023, quando l’incremento era stato determinato soprattutto dal numero limitato di stranieri che avevano lasciato la Toscana, quindi da una maggiore propensione al radicamento, la crescita del 2024 sembrerebbe, invece, la conseguenza di una ripresa della mobilità e della capacità attrattiva del territorio regionale dato che, bilancio demografico alla mano, l’aumento di quasi 16mila stranieri residenti a fine anno è assorbito pressoché interamente dal saldo migratorio con l’estero (+26.332, con 29.306 “nuovi” stranieri registrati in anagrafe), al netto delle 13.373 acquisizioni di cittadinanza italiana che, logicamente, abbassano il numero degli stranieri residenti.
L’altra novità è che, la distribuzione territoriale dei nuovi migranti non ha riguardato solo l’area fiorentino-pratese, principale e tradizionale bacino d’insediamento della popolazione straniera, ma anche e soprattutto la fascia costiera, in particolare quella centro settentrionale. In termini percentuali, infatti, l’incremento maggiore è stato realizzato dalla provincia di Massa Carrara (+6,7%), che per il secondo anno consecutivo è la prima delle province toscane per aumento percentuale di cittadini stranieri. Seguono Arezzo (+4,5%), Firenze (+4,3%) e Prato (+4,1%), ma anche Lucca ( +4,0%), non a caso territorialmente limitrofa alla provincia apuana.
In un quadro economico di crescita a dir poco timida, con un aumento del Pil regionale dello 0,6% – in linea con l’incremento medio nazionale (0,7%)- più che la capacità attrattiva dei principali settori dell’economia, l’aumento della popolazione straniera, in particolare nella fascia costiera, ha molto a che fare con le direttive del Ministero dell’Interno in materia di redistribuzione degli sbarchi che obbligano le imbarcazioni impegnate nei salvataggi nel Mediterraneo meridionale, a lunghi viaggi verso i porti dell’Italia centro-settentrionale dove i migranti possono essere finalmente accolti. Al riguardo il protagonismo della provincia di Massa Carrara, molto rilevante nel 2023 con 22 sbarchi per un totale di 1.103 persone, è stato marcato anche nel 2024, nonostante il drastico calo degli arrivi sulle coste italiane, dato che al porto di Marina di Carrara sono arrivati 708 migranti in 12 diversi sbarchi. Ma una situazione simile interessa pure la provincia di Livorno: al porto della città labronica, infatti, nel corso del 2024 sono arrivate 711 persone, in aumento rispetto alle 525 dell’anno precedente.
Diversamente da ciò che ci si potrebbe attendere, però, queste tendenze non si riflettono nei dati sulle presenze di migranti nelle strutture d’accoglienza toscane: a giugno 2024, infatti, vi erano ospitati 9.985 persone (l’81.,7% delle quali nei c.d. “Cas e in altri”, i centri governativi), appena 197 in più (+2,0%) rispetto a dicembre 2023. Il motivo, verosimilmente, è che gli arrivi dell’anno precedente – +37,6% tra il 2022 e il 2023, passando da 7.1135 a 9.788 migranti ospitati – hanno pressoché esaurito i posti del sistema d’accoglienza regionale.
L’incremento dei cittadini residenti stranieri residenti ne ha ulteriormente accresciuto il peso su totale della popolazione della regione: in Toscana, infatti, è straniero il 12,0% di tutti gli iscritti in anagrafe (contro l’11,6% del 2023), un’incidenza ampiamente superiore alla media nazionale (9,2%). A spingere in alto il dato, sono soprattutto Prato, che con una percentuale del 22,9% si conferma la prima provincia d’Italia per incidenza della popolazione straniera, e Firenze (13,8%). Tutti gli altri territori, invece, si pongono al di sotto della media regionale.
La distribuzione per continenti e per principali paesi Paesi di provenienza, infine, è analoga a quella degli anni precedenti: quasi la metà (45,3%) degli stranieri “toscani” è europeo (di cui il 22,8% di un Paese Ue e il 21,3% dell’Europa centro centro-orientale), quasi un terzo asiatico (31,2%), un sesto africano (16,5%) e il 6,9% americano. La comunità più numerosa è quella della Romania (16,8% della popolazione immigrata) seguita da Cina (16,2%), Albania (13,2%), Marocco (6,7%) e Senegal e Ucraina (entrambe 3,2%).
Parlando di occupati, il Rapporto spiega che nel 2024 il numero di occupati stranieri ha sfiorato quota 214mila, il massimo storico registrato in Toscana, per un’incidenza del 12,8% sugli occupati totali. È quanto emerge dalla Rilevazione sulle forze di lavoro Istat secondo cui, complessivamente, in Toscana, il numero degli occupati è cresciuto del 2,5% arrivando a 1.668.000 occupati. L’aumento dipende sia dalla dinamica positiva della componente italiana (+19mila), sia di quella straniera (+20mila).
L’incremento dell’occupazione straniera è dovuto prevalentemente alla dinamica della componente femminile (+14mila), con un contributo che rimane comunque positivo anche per quella maschile (+6mila). I numeri sembrano indicare un andamento positivo dell’occupazione straniera, ma permangono le strutturali condizioni di svantaggio. Al riguardo, infatti, il Rapporto evidenzia che i disoccupati stranieri sono l’8,7%, un valore sì in diminuzione rispetto a 2023 (11,3%) e significativamente più basso rispetto a quello medio nazionale (10,1%), ma anche ampiamente superiore al tasso degli italiani (5,9%). Non solo, circa un terzo (33,2%) dei lavoratori immigrati è sovraistruito, ossia ha un livello di istruzione e competenze superiore a quelle richieste per la mansione che svolge, contro il 27,7% degli italiani. E il 5,8% è sottoccupato, ovvero lavora meno ore di quelle che avrebbe voluto e potuto fare, mentre per gli italiani l’incidenza si ferma all’1,7%.
Inoltre i lavoratori stranieri continuano ad essere impiegati nel lavoro manuale non specializzato in percentuale largamente maggiore agli italiani (24,6 contro 7,2%), mentre sono molto più raramente occupati come dirigenti o in professioni intellettuali e tecniche (10% contro il 37,8% degli italiani).
Parlando di scuola, invece, il Rapporto indica che per l’a.s. 2023/2024 gli studenti stranieri sono cresciuti passando dai 72.769 a 73.5784, per un incremento di appena l’1,1% nell’arco di dodici mesi. Si tratta di una crescita molto lieve, ma non irrilevante, per due motivi principali: in primo luogo perché, in uno scenario di crisi demografica, che particolarmente acuta in Toscana, il pur timido aumento della componente straniera sulla popolazione studentesca rappresenta l’unico elemento in grado di compensare, almeno parzialmente, la perdita complessiva di alunni che continua ormai da più di un decennio. Anche nel a.s. 2023/24, infatti, il numero totale degli studenti è sceso dell’1,4%. In secondo luogo perché è il secondo anno consecutivo di crescita dopo la flessione di iscritti stranieri registrata nel biennio della pandemia, motivo per cui si può immaginare che i motivi che avevano provocato tale flessione siano ormai superati.
In tal modo, la percentuale complessiva degli alunni di cittadinanza non italiana sulla popolazione studentesca complessiva sale al 15,4%, un’incidenza che è ampiamente superiore a quella media degli stranieri sul totale dei residenti (12,0%).
Resta, la criticità della sovra rappresentazione degli studenti stranieri negli istituti tecnici e professionali delle secondarie di secondo grado, per quanto più attenuata rispetto a qualche anno fa. Nell’anno scolastico 2023/2024, tra i giovani stranieri iscritti alle “superiori”, il 33,3% ha scelto un percorso liceale, mentre il 35,6% ha optato per un istituto tecnico e il 31,2% per uno professionale, contro, rispettivamente, il 55,0%, il 28,6% e il 16,4% degli italiani. (aise) 




New York. Casa IED apre un nuovo Spazio di connessione e di scambio culturale

casaied news (3)

casaied news (3)È stata inaugurata ieri, 6 novembre, a New York “Casa IED”, il primo degli spazi che l’Istituto Europeo di Design dedica allo scambio culturale e al creare sinergie fra designer e territorio, in una città simbolo delle interconnessioni.
Casa IED è il luogo del coesistere, del lavorare e progettare insieme, è il luogo di una comunità che condivide la cultura del progetto.
L’Istituto Europeo di Design ha scelto di lanciare l’idea di Casa IED da New York insieme a Salotto.nyc, l’hub di creativi italiani residenti a Brooklyn e riuniti nel loft di 84 Withers St. Le due realtà condividono un comune valore del progetto e senso di comunità, oltre alle radici stesse di Salotto, fondato da un gruppo di progettisti, fra cui gli Alumni IED Gabriel Zangari, responsabile design, ed Emiliano Ponzi, illustratore e artista visuale.
Società benefit di proprietà della Fondazione Francesco Morelli, che opera senza scopo di lucro per valorizzare il design come leva di crescita sociale, l’Istituto Europeo di Design inaugura con Casa IED un nuovo modello di “restituzione” del sapere alla comunità, attraverso un programma pubblico aperto al pubblico fatto di incontri, panel, lecture, workshop e che diventa occasione di confronto, scambio e quindi di trasformazione sociale.
“IED è una rete di scuole che si basa su pluralità di voci e relazioni con i territori. Un ricco sistema composto da sedi, Chapter Alumni nelle grandi città e comunità locali. Questo sistema si arricchisce di Casa IED, un nuovo componente per entrare in contatto con i territori, arricchire la community, diffondere il sapere e mantenere una connessione con l’intelligenza plurale. Casa IED ci permette di alimentare questo scambio per continuare a nutrirci di nuove voci e quindi altre intelligenze”, dichiara Riccardo Balbo, direttore accademico Gruppo IED.
L’hub Salotto unisce quattordici progettisti italiani residenti a New York ed è dedicato a espressioni diverse della creatività: un collettivo dove design, grafica, video, film, illustrazione e dimensione digital trovano integrazione e producono innovazione. Oggi Salotto non è solo un co-working dalla cui immaginazione scaturiscono progetti e visioni tangibili, ma un luogo di ricerca e di aggregazione culturale attorno a cui ruotano eventi unconventional. Uno spazio nato per mettere in connessione idee e costruire relazioni, luogo dove NYC incontra la nuova generazione italiana di professionisti dell’arte e del design. Gabriel Zangari, oltre ad essere Alumno IED Milano diplomato nel 2004 in Industrial Design, è leader anche del primo Alumni Chapter di IED, ovvero la community locale di Alumni residenti a New York. Da New York condivide news ed eventi insieme alla sua esperienza nell’ambito del design sistemico.
A inaugurare ieri il programma pubblico di Casa IED è stato il talk sul tema dell’intelligenza plurale con Riccardo Balbo e Nicolas Heller regista pubblicitario e documentarista, conosciuto con oltre 3 milioni di follower come @newyorknico per la sua capacità di raccontare storie autentiche e restituire una narrazione attraverso una pluralità di contributi e di voci. Heller ha diretto campagne per alcuni dei noti brand, unendo estetica cinematografica e storytelling, con un talento innato per la scelta di volti fuori dagli schemi. È da poco disponibile il suo nuovo documentario, 26.2, dedicato ai maratoneti della città di New York. (aise) 




La verità sulla Resistenza e il valore della memoria: la lezione del ministro Nordio

nordio mont valerien

nordio mont valerienL’articolo pubblicato sul quotidiano nazionale del Ministro Carlo Nordio restituisce finalmente una prospettiva di verità storica, troppo spesso offuscata da narrazioni ideologiche.

La sua visita al Mont Valérien, vicino a Parigi, uno dei luoghi più simbolici della memoria europea della Resistenza, rappresenta un gesto di grande valore civile e politico. Nordio è stato infatti l’unico ministro della Repubblica Italiana a recarsi in questo luogo sacro, dove centinaia di resistenti francesi furono fucilati dai nazisti. La sua presenza ha avuto il merito di riconoscere un dato di fatto storico: la Resistenza, come fenomeno europeo, fu complessa, plurale e non riducibile alle sole esperienze nazionali.

Per comprendere il significato profondo del Mont Valérien, bisogna tornare al 18 giugno 1940, quando Charles de Gaulle, rifugiato a Londra, si rivolse via radio al popolo francese invitandolo a non arrendersi e a continuare la lotta contro la Germania nazista. Il suo appello trovò eco soprattutto nel nord della Francia, meno nel sud, dove si instaurò il governo collaborazionista di Vichy guidato da Pétain.

La Francia, divisa in due, vedeva un nord occupato militarmente dai tedeschi e un sud apparentemente autonomo ma sotto l’influenza del Reich. In questo contesto nacque una Resistenza frammentata, composta da gruppi con motivazioni diverse: la Resistenza comunista, le formazioni lealiste a De Gaulle e movimenti regionalisti o indipendenti.

Già alla fine del 1940, nel nord della Francia, la clandestinità prendeva forma con la nascita dell’Organisation Spéciale (OS) e con la pubblicazione di giornali clandestini, strumenti di informazione e propaganda contro l’occupazione. Nel maggio del 1941 venne paracadutato il primo agente del SOE britannico (Special Operations Executive), con il compito di sostenere e coordinare le azioni della Resistenza. A fianco dei francesi operarono anche le resistenze belga, polacca e olandese, in una rete europea che univa chiunque fosse disposto a combattere contro la tirannia.

whatsapp image 2022 11 22 at 12.56.59Molti resistenti erano ex militari che, sfuggiti alla cattura o rilasciati dai campi di prigionia, avevano nascosto le armi in attesa di riprendere la lotta. Altri provenivano da ambienti socialisti e comunisti, perseguitati dalla Gestapo, che trovarono rifugio nelle zone montane e forestali. Da questi nuclei nacquero i maquis, le bande partigiane che divennero il simbolo della lotta armata contro i tedeschi.

Fra i loro ranghi combatterono anche spagnoli repubblicani esuli dalla guerra civile, e perfino tedeschi antifascisti ed ebrei che avevano lasciato la Germania per sfuggire alle persecuzioni. Questa mescolanza di origini e convinzioni rese la Resistenza francese un laboratorio di solidarietà e di coraggio europeo.

Nonostante la complessità politica e l’isolamento iniziale, dal giugno 1941 – dopo l’invasione nazista dell’Unione Sovietica – la Resistenza trovò una nuova unità e un rinnovato vigore. Tutti i gruppi comunisti francesi si unirono in un fronte comune, rendendo l’azione antitedesca più efficace e organizzata. Da quel momento, la lotta clandestina si intensificò, contribuendo concretamente al logoramento delle forze di occupazione e alla preparazione dello sbarco alleato in Normandia.

Quella fu la vera Resistenza europea, che insieme all’Esercito Popolare Jugoslavo di Tito e alla Francia Libera di De Gaulle contribuì in modo decisivo alla liberazione del continente dal nazifascismo.

Sul nostro territorio combatterono e morirono soldati polacchi, francesi, britannici, americani, indiani, greci e perfino brasiliani. Senza il loro contributo, la Resistenza italiana – pur valorosa – non avrebbe mai potuto sconfiggere da sola un esercito ben più forte e organizzato.

Tuttavia, nello scritto del dottor Nordio, persona di profonda cultura e che stimo sinceramente, manca un passaggio che molti hanno dimenticato: quello della collaborazione tra il Vescovo di Nizza e le autorità italiane “di occupazione “.
Il Vescovo Paul Rémond è noto non solo per la sua ferma protesta contro l’antisemitismo negli anni Trenta, ma anche per le sue coraggiose azioni in difesa degli ebrei durante l’occupazione. Intervenne personalmente, rilasciando falsi certificati di battesimo e contribuendo alla creazione della cosiddetta Rete Marcel, che riuscì a salvare diverse centinaia di bambini e famiglie ebree.

Grazie all’impegno dei combattenti della Resistenza e all’opera del Vescovo Rémond, Nizza e il suo territorio circostante divennero un rifugio sicuro per molti ebrei francesi, anche con l’assenso delle autorità militari italiane.

In particolare, la valle della Vesubia divenne una zona di transito e di accoglienza, garantendo agli ebrei una forma di protezione concessa dal comando delle forze di occupazione italiane, guidate dal generale Mario Vercellino.

Chi era Mario Vercellino? Nato ad Asti nel 1879, ufficiale di carriera, combatté nella Prima guerra mondiale, distinguendosi per equilibrio, disciplina e senso di umanità. Durante la Seconda guerra mondiale comandò la 6ª Armata nella campagna di Francia del 1940 e la 9ª Armata in Albania tra il 1940 e il 1941. Nel novembre 1942 fu nominato comandante della 4ª Armata d’occupazione in Francia, con giurisdizione sulla zona sud-est e sulla Costa Azzurra, allora sotto controllo italiano.

 Era anche aiutante di campo del re Vittorio Emanuele III, posizione che gli conferiva un ruolo di peso nelle scelte militari e diplomatiche dell’Italia.

Fu in quei mesi, dal novembre 1942 all’8 settembre 1943, che Vercellino si trovò di fronte a una scelta decisiva: eseguire le pressioni tedesche e vichyste per la consegna degli ebrei presenti nella zona italiana o agire secondo la propria coscienza. Scelse la seconda via. Fedele al giuramento a Re, fedele agli ideali del Risorgimento italiano e di Casa Savoia che nel 1848 aveva dato libertà religiosa all’Italia.

Con fermezza, respinse più volte le richieste del governo di Vichy e delle autorità tedesche di procedere agli arresti. Sostenne, tacitamente ma efficacemente, l’azione del Vescovo Rémond e delle reti cattoliche e resistenziali che proteggevano i profughi ebrei, consentendo che migliaia di loro trovassero rifugio nei villaggi delle Alpi Marittime.

La valle della Vesubia, San Martino, Saint-Sauveur, Beuil e altri centri montani divennero oasi di umanità sotto la protezione dell’esercito italiano. I comandi italiani, per disposizione diretta di Vercellino, rifiutarono di eseguire rastrellamenti e impedirono l’ingresso delle truppe tedesche nella zona di occupazione, garantendo per quasi un anno una relativa sicurezza ai rifugiati. Fu una forma di resistenza silenziosa ma concreta, compiuta da un generale che non obbedì a Berlino, ma alla propria coscienza e al senso dell’onore militare.




Nuove iniziative per gli abruzzesi nel mondo

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6cramIl Consiglio Regionale degli Abruzzesi nel Mondo ha pubblicato in queste ore la graduatoria dei progetti risultati ammissibili e finanziabili nell’ambito dell’Avviso pubblico per l’assegnazione di contributi per l’annualità 2025–2026 rivolto alle Confederazioni, Federazioni e Associazioni di Abruzzesi nel Mondo.
Sono 8 i progetti che beneficeranno di questo contributo regionale, con l’obiettivo di sostenere le attività delle associazioni abruzzesi all’estero, promuovendo iniziative capaci di mantenere e rafforzare il legame con la terra d’origine, valorizzare l’immagine dell’Abruzzo nel mondo, favorire la conservazione delle tradizioni abruzzesi e stimolare la partecipazione delle nuove generazioni.
I progetti finanziati sono: Premio Corradino D’Ascanio per l’Innovazione, 3° e 4° edizione – Associazione Abruzzesi in Cina; Settimana di cucina abruzzese – FEAS – Federazione Emigrati Abruzzesi in Svizzera; Favole in viaggio: L’Abruzzo che vive tra Argentina e Uruguay – Associazione Abruzzese di Montevideo; Programma Radio “L’eco d’Abruzzo” – Federazione Abruzzese Greater Toronto; Abruzzo Porte Aperte – Famiglia Abruzzese di Rosario; Roby Santini presenta “Abruzzesi nel mondo Live Tour” – Federazione Associazioni Abruzzese D’Australia; Italian Cultural Center of the Delaware Valley – Associazione Regionale Abruzzese Delco e Delaware Valley; Radici che uniscono: gemellaggio tra Schiavi di Abruzzo e la comunità abruzzese in Paraguay – Associazione degli Abruzzesi in Paraguay (finanziato parzialmente).
Il progetto “Radici che uniscono”, finanziato parzialmente, e gli altri progetti idonei ma non finanziati restano in graduatoria e potranno essere sostenuti in futuro in caso di nuove disponibilità, come previsto dall’Avviso.
La graduatoria completa è disponibile anche sul sito della Regione Abruzzo. (aise)