Premio Urbino 2026, a Washington premiati Peter Baker e Susan Glasser

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Due delle firme più autorevoli del giornalismo americano hanno ricevuto a Washington il Premio Urbino 2026, riconoscimento arrivato quest’anno alla sua ventesima edizione.

Sono Peter Baker, capo corrispondente dalla Casa Bianca del New York Times, e Susan B. Glasser, tra le principali firme del New Yorker. I loro nomi sono stati annunciati dall’Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti, Marco Peronaci, durante un ricevimento a Villa Firenze, sede della rappresentanza diplomatica italiana a Washington.

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Un premio italiano che guarda all’America

Il Premio Urbino nasce vent’anni fa con l’obiettivo di valorizzare l’eccellenza del giornalismo americano e, allo stesso tempo, rafforzare i rapporti tra Italia e Stati Uniti.

Per Peronaci, proprio questo rappresenta uno degli elementi più importanti del riconoscimento: il Premio contribuisce a creare nuove connessioni tra i due Paesi e può diventare uno strumento di diplomazia culturale.

L’edizione del ventennale ha inoltre una caratteristica particolare: per la prima volta il riconoscimento viene assegnato a due giornalisti che sono anche una coppia nella vita.

Peter Baker, dalla Casa Bianca alla storia americana

Peter Baker è una delle firme più conosciute del giornalismo politico statunitense.

Dal 2008 lavora al New York Times, dopo una lunga esperienza al Washington Post. Nel corso della sua carriera ha seguito direttamente diverse amministrazioni presidenziali, da Bill Clinton a George W. Bush, Barack Obama, Donald Trump e Joe Biden.

Ha inoltre lavorato come corrispondente da Mosca e ha scritto numerosi libri dedicati alla politica e alla storia degli Stati Uniti.

La sua posizione di capo corrispondente dalla Casa Bianca lo colloca quotidianamente al centro della politica americana, in un momento particolarmente complesso per gli Stati Uniti e per i loro rapporti con il resto del mondo.

Susan Glasser e il giornalismo internazionale

Susan B. Glasser ha alle spalle un percorso altrettanto importante.

Prima di arrivare al New Yorker ha lavorato al Washington Post e a Politico, dove nel 2016 ha guidato il team incaricato di seguire le elezioni presidenziali americane.

Con il marito ha inoltre scritto diversi libri dedicati alla politica e alla storia americana.

Il riconoscimento a entrambi sottolinea quindi non soltanto la qualità del loro lavoro, ma anche il ruolo del giornalismo nell’interpretare una realtà americana sempre più complessa.

Da Washington a Urbino

La cerimonia di consegna del Premio non si è conclusa a Washington.

Baker e Glasser hanno infatti espresso l’intenzione di recarsi prossimamente a Urbino, dove si terrà la tradizionale cerimonia a Palazzo Ducale.

È proprio questo il particolare che rende il premio interessante anche dal punto di vista della promozione dell’Italia negli Stati Uniti.

Un riconoscimento nato in Italia, assegnato a giornalisti americani e celebrato prima nella capitale statunitense e poi nelle Marche.

Un ponte tra Italia e Stati Uniti

Alla serata di Washington hanno partecipato anche rappresentanti delle istituzioni italiane e locali, tra cui esponenti del Comune di Urbino, de




Non è solo fuga dei cervelli: sempre più giovani italiani tornano dall’estero

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Per anni abbiamo raccontato soprattutto una direzione: quella dei giovani italiani che partono.

Laureati, professionisti, ricercatori e ragazzi alla ricerca di migliori opportunità hanno lasciato l’Italia per Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia, Stati Uniti e altri Paesi.

Ma c’è anche un altro movimento, molto meno raccontato: quello di chi torna.

Secondo il nuovo Focus della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, negli ultimi cinque anni sono rientrati in Italia oltre 129 mila giovani tra i 18 e i 39 anni dopo un’esperienza all’estero. E il fenomeno è in crescita.

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Il dato che cambia la prospettiva

Tra il 2011 e il 2015 si registravano 26 rientri in Italia ogni 100 trasferimenti all’estero.

Nel quinquennio successivo il rapporto è salito a 31.

Tra il 2021 e il 2025 è arrivato a 40 rientri ogni 100 espatri.

Attenzione, però: questo non significa che quattro giovani su dieci partiti siano necessariamente tornati. Il dato confronta i flussi di espatrio e rimpatrio registrati nei diversi periodi. È comunque un indicatore importante perché mostra quanto il movimento di ritorno sia diventato più consistente.

Perché tornano?

La risposta più interessante è che lo stipendio non è tutto.

L’età media di chi rientra è di 29,6 anni. Sono quindi persone ancora giovani, ma spesso già con un percorso di studio o di lavoro alle spalle.

Per molti, andare all’estero rappresenta una fase della propria vita: si parte per studiare, fare esperienza, imparare una lingua, costruire una carriera. Poi, dopo alcuni anni, si rivalutano le proprie priorità.

E in questa scelta entrano la famiglia, gli affetti, la qualità della vita e la possibilità di conciliare meglio lavoro e vita personale.

Il lavoro non è necessariamente il motivo per restare fuori

Un altro dato sorprendente emerge dalle risposte di chi è tornato.

Il 37% dei rimpatriati ha trovato lavoro soltanto dopo essere rientrato in Italia. Non tutti, quindi, tornano perché hanno già un posto di lavoro pronto ad aspettarli.

Eppure la valutazione dell’esperienza di ritorno è in molti casi positiva.

Oltre il 70% dichiara di essere più soddisfatto della propria situazione personale, mentre il 53,5% considera la propria situazione professionale uguale o migliore rispetto a quella precedente.

Cosa piace di più dell’Italia?

Qui emerge un’altra sorpresa.

Tra gli aspetti considerati migliori o almeno equivalenti rispetto all’esperienza all’estero, al primo posto ci sono le possibilità di conciliare vita privata e lavoro, indicate dal 75% degli intervistati.

Seguono il clima lavorativo, con il 67,9%, le tutele del lavoratore, con il 64,3%, e i benefit, con il 60,7%.

Il punto più debole rimane invece quello economico: soltanto il 42,9% considera adeguati gli stipendi rispetto al costo della vita.

È un dato che dice molto.

L’Italia può risultare meno competitiva sul piano salariale, ma per una parte di chi è stato all’estero può offrire condizioni di vita e relazioni personali che pesano nella decisione finale.

Da dove tornano?

La Germania e il Regno Unito sono tra i Paesi dai quali proviene il maggior numero di giovani rimpatriati.

Il rapporto più alto si registra proprio tra chi rientra da queste due destinazioni: 42 rimpatri ogni 100 espatri, contro una media europea di 32,5.

E anche la geografia italiana dei rientri è interessante.

La Lombardia è al primo posto, con il 19,8% dei giovani rimpatriati. Ma il dato forse più curioso riguarda il Mezzogiorno: complessivamente rappresenta il 31,7% dei rientri.

La Sicilia, da sola, arriva al 9,2%, praticamente alla pari con il Lazio, al 9%.

Il ritorno non cancella la fuga

Sarebbe però sbagliato trasformare questi numeri nella prova che la fuga dei giovani italiani sia finita.

Non è così.

Le partenze continuano a essere superiori ai rientri. Il fenomeno dei rimpatriati racconta piuttosto qualcosa di più complesso: l’emigrazione non è sempre un viaggio di sola andata.

Un giovane può partire, costruire competenze all’estero e poi decidere di riportarle in Italia.

Ed è proprio questo il capitale che il Paese dovrebbe cercare di non perdere.

Il vero problema è farli rimanere

La questione, quindi, non è soltanto convincere gli italiani all’estero a tornare.

È soprattutto creare le condizioni perché possano restare.

Il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca, ha sottolineato proprio la necessità non solo di favorire i rientri, ma anche di rendere questa scelta duratura e di valorizzare le competenze maturate oltreconfine.

È una sfida importante anche perché chi torna porta con sé qualcosa che l’Italia ha spesso difficoltà a costruire internamente: esperienza internazionale, lingue, competenze professionali e un diverso modo di vedere il lavoro.

Per anni abbiamo chiamato “fuga dei cervelli” il viaggio degli italiani verso l’estero.

Forse dovremmo cominciare a raccontare anche il viaggio nella direzione opposta.

Perché quei 129 mila giovani tornati negli ultimi cinque anni rappresentano una parte dell’Italia che, dopo aver visto il mondo, ha deciso di riprovarci a casa.




Premiati i lucchesi che si sono distinti nel mondo

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Consegnati i riconoscimenti ai concittadini di seconda generazione distinti all’estero, firmato il protocollo di intesa con la Fondazione Classicum per iniziative rivolte alle nuove generazioni.

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Generazioni future: premiati oggi i Lucchesi distinti all’estero e siglato l’accordo tra l’associazione Lucchesi nel Mondo e Classicum per iniziative rivolte alle nuove generazioni

Sono di seconda e terza generazione, figli e nipoti di emigrati, che oggi mantengono saldo il legame con la terra d’origine. Nel nome di rinnovamento e proiezione si è tenuta nell’auditorium del Palazzo delle Esposizioni la cerimonia di premiazione dei Lucchesi distinti all’estero, organizzata dall’Associazione Lucchesi nel Mondo insieme alla Camera di Commercio della Toscana Nord-Ovest. Nella stessa occasione è stata annunciata e formalizzata la firma del protocollo d’intesa tra la LNM e l’associazione Classicum, attualmente in fase di costituzione in Fondazione Classicum.

A consegnare i premi Ilaria Del Bianco, presidente dell’associazione Lucchesi nel Mondo, Roberto Favilla, vicepresidente vicario della Camera di Commercio della Toscana Nord-Ovest, insieme all’arcivescovo Paolo Giulietti, al presidente della Fondazione BML, Andrea Palestini, al sindaco di Lucca, Mario Pardini, al presidente della Provincia di Lucca, Marcello Pierucci.

La cerimonia è stata piena di emozione e sia i premiati sia coloro che hanno ritirato il premio in vece degli assenti, hanno pronunciato parole di gratitudine verso la propria terra e i propri predecessori che con coraggio hanno portato avanti una attività “lontano da casa”, tenendo al centro della propria attività quella lavorativa.

“Lucchesi che si sono distinti all’estero”, elenco premiati 2026:

Jeffrey Michael Giannelli (Stati Uniti, originario di Fibbiano – Camaiore – e Pieve di Compito – Capannori -, imprenditore e dirigente industriale) ha ritirato il premio consegnato dal sindaco di Capannori, Giordano Del Chiaro.

Matteo Manzini (Paesi Baschi, Spagna, originario di Vico Pancellorum – Bagni di Lucca -, manager della ristorazione internazionale) ha ritirato il premio consegnato dal vicesindaco di Bagni di Lucca, Sebastiano Pacini.

Renato “Randy” Motroni (Chicago, Stati Uniti, originario di Lucca, imprenditore), ha ritirato il premio consegnato dal sindaco di Lucca, Mario Pardini.

Guglielmo Pellicci (Londra, Regno Unito, originario di Roggio – Vagli Sotto -, dipendente pubblico e rappresentante sindacale), ha ritirato il premio consegnato dal presidente della Provincia, Marcello Pierucci.

Pablo Alejandro Saraví (Buenos Aires, Argentina, originario di Fornovolasco, violinista internazionale) è stato premiato dal sindaco di Fabbriche di Vergemoli, Michele Giannini.

Daniela Villani (Bruxelles, Belgio, originaria di Crasciana, autrice e funzionaria di rappresentanza), è stata premiata dal vice sindaco di Bagni di Lucca, Sebastiano Pacini.

Rosa Crapanzano Menichello Scocci (Belgio, nata a Nicosia – Enna -, collaboratrice del patronato e figura di riferimento del volontariato sociale), ha ritirato il premio Giovanni Martinelli per il suo impegno nel sociale e per l’opera svolta a sostegno della memoria delle vittime del disastro di Marcinelle in cui morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani.

Per Pier Luigi Balanesi (Mar del Plata, Argentina, originario di Castiglione di Garfagnana, imprenditore nei settori ortofrutticolo, alimentare e ittico) ha ritirato il premio il cugino, Giovanni Balanesi, consegnato dal presidente della Provincia di Lucca, Marcello Pierucci.

Per Pablo Javier Boggiano (Buenos Aires, Argentina, famiglia originaria di Massarosa, direttore d’orchestra internazionale) ha ritirato il premio Silvana Rossi, consegnato dal vicesindaco di Massarosa, Adolfo Del Soldato.

“Essere lucchesi nel mondo oggi ha un significato molto più ampio e il succedersi delle generazioni ha aperto nuovi spazi di attività, soprattutto nel rapporto con i giovani”, ha dichiarato Ilaria Del Bianco, presidente dell’associazione Lucchesi nel Mondo. “Da parte nostra, siamo orgogliosi di offrire uno spazio fisico e simbolico dove accompagnare la nostra generazione a coniugare tradizione, passato e futuro”, ha sottolineato Romeo Menchise, presidente dell’associazione Classicum.

L’accordo definisce una collaborazione triennale focalizzata sullo scambio intergenerazionale e sul turismo delle radici. La sinergia intende avvicinare le giovani generazioni di oriundi alla storia e all’identità lucchese attraverso iniziative culturali congiunte, mostre ed eventi realizzati con linguaggi innovativi, promuovendo al contempo la valorizzazione del patrimonio artistico e documentario del territorio sia a livello locale sia nella rete delle comunità all’estero.

Le iniziative dell’associazione proseguono per tutto settembre con due mostre (“Lucca S-composta” nella sede e “Quando s’andava a Lucca a piglia’ il garbo” al Centro Chiavi d’Oro); martedì 15 settembre alle 18,30 con il volume “Lutheria italiana in Argentina” di Pablo Saraví, nella sede LNM; giovedì 24 settembre a Palazzo Ducale con il libro di Simona Berti e Riccardo Bergamini “Oltre la vetta. Come cercare il potenziale invisibile”; martedì 29 settembre alle 18,30 nella sede dell’associazione con il volume “Vocabolario Lucchese”. Gli eventi, tutti a ingresso libero, sono realizzati con l’imprescindibile sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e della Fondazione Banca del Monte di Lucca, e del Comune di Lucca Vivi Lucca Events. Le attività dell’associazione sono sostenute dal Ministero della Cultura Direzione Generale Educazione Ricerca e Istituti Culturali

Per informazioni: lucchesinelmondo@gmail.com




Calabresi nel mondo, dopo sette anni riparte la Consulta: dalle radici agli investimenti

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Per sette anni si erano incontrati senza poter vivere fisicamente quel rapporto con la Calabria che rappresenta, in fondo, il motivo stesso della loro attività.

Ora la Consulta dei Calabresi nel Mondo è tornata a riunirsi in presenza. Dal 9 al 12 settembre rappresentanti delle comunità calabresi di diversi Paesi, insieme a consultori regionali, Comites, Cgie, associazioni e federazioni, si sono ritrovati in Calabria per rilanciare il rapporto tra la regione e i suoi cittadini sparsi nel mondo.

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Ma questa volta il messaggio emerso dagli incontri va ben oltre la nostalgia e il richiamo alle origini.

La Calabria vuole provare a trasformare la propria diaspora in una rete internazionale capace di produrre cultura, turismo, commercio e investimenti.

Non soltanto il turismo delle radici

Il turismo delle radici è stato naturalmente uno dei temi dell’incontro. Milioni di persone nel mondo conservano infatti un legame, diretto o attraverso i genitori e i nonni, con i paesi calabresi dai quali partirono generazioni di emigranti.

Ma l’obiettivo dichiarato dalla nuova Consulta è più ambizioso.

Il presidente Orlandino Greco ha sottolineato la necessità di superare una visione dei calabresi all’estero legata esclusivamente al ricordo. La comunità internazionale può diventare una rete di relazioni, competenze e opportunità per la Calabria.

E qui entra in gioco l’economia.

Dai calabresi all’estero possono arrivare investimenti

Durante gli incontri è stato sottolineato il possibile ruolo dei calabresi residenti all’estero nel favorire nuovi investimenti nella regione.

Il presidente del Consiglio regionale Salvatore Cirillo ha parlato esplicitamente della possibilità di creare occasioni concrete per riportare capitali e imprenditori verso la Calabria. Secondo la Regione, alcuni imprenditori calabresi residenti all’estero hanno già mostrato interesse a investire nella terra d’origine.

La stessa Consulta punta inoltre sull’export.

Un calabrese che vive in Brasile, negli Stati Uniti, in Australia, in Svizzera o in Argentina può infatti essere molto più di un emigrato che mantiene il ricordo della propria terra: può diventare un punto di collegamento per prodotti, imprese e attività calabresi.

È una prospettiva particolarmente interessante per una regione che ha una presenza calabrese in moltissimi Paesi del mondo.

Una rete che supera i confini

Alla Consulta sono arrivati rappresentanti da diverse aree del pianeta. L’obiettivo è costruire una rete stabile tra la Calabria e le comunità all’estero, coinvolgendo non soltanto le associazioni, ma anche università, imprese e istituzioni.

Non è un passaggio secondario.

Per decenni l’emigrazione è stata considerata soprattutto una perdita: persone che lasciavano i piccoli paesi calabresi per cercare lavoro altrove.

Oggi la prospettiva può essere ribaltata.

Chi è partito può diventare un ponte.

Un ponte per far conoscere la Calabria, per attirare visitatori, per creare rapporti commerciali e, in alcuni casi, per tornare a investire.

E i giovani?

C’è poi una questione che riguarda direttamente il futuro della regione: le nuove generazioni.

La Consulta ha indicato tra le proprie priorità anche il rapporto con i giovani calabresi all’estero. È una sfida importante perché molte seconde e terze generazioni hanno un legame affettivo con la Calabria, ma spesso conoscono poco la realtà contemporanea della regione.

Per questo la nuova strategia punta a costruire un rapporto che non sia soltanto fondato sulla memoria degli antenati, ma sulla possibilità di studiare, viaggiare, lavorare, investire e collaborare con la Calabria di oggi.

Quattrocentomila iscritti AIRE

Durante i lavori è stato ricordato un dato significativo: secondo quanto dichiarato dal presidente della Consulta, i calabresi iscritti all’AIRE sono circa 400 mila, mentre considerando anche le generazioni successive la comunità di origine calabrese nel mondo sarebbe mol




Passaporti italiani, il Consolato di Chicago arriva a Denver: ecco quando prenotare

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Per gli italiani residenti in Colorado arriva un’importante opportunità per ottenere il passaporto senza dover affrontare il viaggio fino a Chicago.

Il Consolato Generale d’Italia a Chicago, in collaborazione con il Vice Consolato Onorario di Denver, organizza infatti una nuova Giornata Passaporti il 30 settembre 2026. Durante la giornata sarà possibile effettuare l’acquisizione dei dati biometrici necessari al rilascio del documento direttamente a Denver.

L’iniziativa è rivolta ai cittadini italiani regolarmente iscritti all’AIRE nella circoscrizione consolare di Chicago. La possibilità di presentarsi a Denver evita quindi, per chi vive in Colorado, di dover raggiungere fisicamente la sede del Consolato Generale a Chicago.

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Attenzione alla data della prenotazione

La data da segnare sul calendario non è soltanto quella del 30 settembre.

Il Consolato ha comunicato che le modalità per richiedere l’appuntamento saranno pubblicate la mattina del 18 settembre 2026 sul sito ufficiale.

Prima di quella data non saranno prese in considerazione richieste di appuntamento.

Gli appuntamenti disponibili saranno limitati e le richieste verranno esaminate in ordine di arrivo, ma saranno confermate soltanto dopo la verifica dei requisiti da parte del Consolato.

Per questo il consiglio agli interessati è semplice: prepararsi in anticipo e controllare il sito del Consolato nella mattina del 18 settembre.

Chi può chiedere il passaporto a Denver

Il servizio non è destinato indistintamente a tutti gli italiani presenti in Colorado.

Per la Giornata Passaporti del 30 settembre occorre essere regolarmente iscritti all’AIRE nella circoscrizione consolare e avere un passaporto già scaduto oppure con scadenza entro i successivi sei mesi.

Il Consolato invita infatti i connazionali a non occupare gli appuntamenti disponibili se il documento è ancora valido per un periodo più lungo.

Una scelta comprensibile anche perché la Giornata Passaporti a Denver verrà ripetuta periodicamente.

Un servizio importante per chi vive lontano da Chicago

Per un cittadino italiano residente in Colorado, la distanza da Chicago può rappresentare un ostacolo concreto per ottenere un documento consolare.

La possibilità di effettuare a Denver l’acquisizione dei dati biometrici semplifica quindi notevolmente la procedura.

Il servizio rientra nella rete di assistenza consolare italiana negli Stati Uniti, che utilizza anche i consolati e vice consolati onorari per avvicinare alcuni servizi ai cittadini residenti lontano dalle sedi principali. Il Vice Consolato Onorario di Denver fa parte della rete consolare italiana dipendente dalla circoscrizione di Chicago.

Il passaporto non viene più ritirato personalmente a Chicago

C’è inoltre una novità importante per chi deve ottenere un nuovo passaporto attraverso il Consolato di Chicago.

Dal 14 luglio 2026 non è più possibile ritirare personalmente il nuovo passaporto presso il Consolato Generale. Il documento viene restituito per posta e il richiedente deve presentare una busta preaffrancata e autoindirizzata, utilizzando i servizi postali indicati dal Consolato.

Per gli adulti è inoltre necessario fissare un appuntamento per l’acquisizione delle impronte digitali.

Un appuntamento da non perdere

Per gli italiani del Colorado che hanno il passaporto scaduto o in scadenza entro sei mesi, dunque, la data da ricordare è 18 settembre: sarà quella la mattina nella quale il Consolato pubblicherà le istruzioni per prenotare la Giornata Passaporti del 30 settembre.

Gli appuntamenti sono limitati e verranno assegnati secondo l’ordine di arrivo, dopo la verifica dei requisiti.

Una piccola trasferta del Consolato che, per molti italiani residenti in Colorado, può evitare una trasferta molto più lunga.




Trump promette 5.000 dollari agli americani se i Repubblicani vincono le elezioni

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Cinquemila dollari a ogni adulto americano, ma solo se i Repubblicani manterranno il controllo della Camera e del Senato dopo le elezioni di medio termine del prossimo 3 novembre. È la nuova promessa lanciata da Donald Trump durante la convention repubblicana di Dallas, dove il presidente ha presentato quella che ha definito il “Trump Dividend”.

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«Se i Repubblicani vincono, voi vincete con noi e riceverete 5.000 dollari», ha detto Trump, spiegando che il pagamento sarebbe legato alla forza dell’economia americana. La Casa Bianca ha poi rilanciato ufficialmente la proposta, definendola un dividendo destinato agli adulti cittadini statunitensi.

Ma dietro l’annuncio rimangono ancora molte domande. Trump non ha spiegato nei dettagli come verrebbe finanziato il pagamento, quando potrebbe essere distribuito e quali categorie di cittadini ne avrebbero diritto. Il vicepresidente JD Vance ha successivamente indicato nei dazi una possibile fonte di finanziamento e lasciato intendere che il beneficio potrebbe non riguardare gli americani più ricchi.

Un assegno da oltre mille miliardi

Il conto complessivo sarebbe enorme.

Secondo le stime riportate da Reuters, gli adulti cittadini americani sono circa 240 milioni. Un pagamento di 5.000 dollari per ciascuno significherebbe una spesa di circa 1.200 miliardi di dollari. Altre stime, utilizzando una platea più ampia, portano il costo oltre 1.300 miliardi.

Si tratta quindi di una cifra che non può essere considerata marginale nei conti pubblici americani.

Gli Stati Uniti registrano già un forte deficit federale e il finanziamento attraverso i soli proventi dei dazi appare, secondo diversi economisti, difficilmente sufficiente a coprire un esborso di queste dimensioni.

I dazi pagano davvero il dividendo?

È questo uno dei punti più controversi.

Trump ha costruito gran parte della propria politica economica sull’aumento dei dazi, sostenendo che le tariffe permettano agli Stati Uniti di incassare maggiori entrate e proteggere contemporaneamente la produzione nazionale.

Il problema è che i dazi vengono formalmente pagati dagli importatori americani, che possono poi trasferire una parte dei costi sui prezzi finali.

Secondo FactCheck.org, Trump non ha fornito un piano dettagliato per finanziare il nuovo dividendo e ha indicato genericamente proprio i proventi dei dazi come possibile fonte.

Per questo gli economisti si interrogano anche sull’effetto che un eventuale assegno da 5.000 dollari avrebbe sull’inflazione. Immettere oltre mille miliardi di dollari nell’economia in tempi relativamente brevi potrebbe aumentare la domanda proprio mentre l’amministrazione sta cercando di contenere il costo della vita.

Una promessa che arriva prima del voto

Il tempismo politico è evidente.

Trump ha legato il pagamento alla vittoria dei Repubblicani in entrambe le Camere. La promessa arriva a meno di due mesi dalle elezioni di medio termine, in un momento nel quale il controllo del Congresso è in discussione.

Il presidente ha anche invitato gli elettori a considerare il voto come se lui stesso fosse sulla scheda elettorale, trasformando così le elezioni di novembre in una sorta di referendum sulla sua amministrazione.

Per questo il “Trump Dividend” viene già interpretato da alcuni osservatori più come una promessa elettorale che come un programma economico definito.

E c’è un precedente: Trump aveva già parlato di un dividendo da 2.000 dollari finanziato dai dazi. Quella promessa, a oggi, non si è concretizzata.

Servirebbe comunque il Congresso

C’è poi un ostacolo istituzionale.

Il presidente degli Stati Uniti non può semplicemente decidere di distribuire oltre mille miliardi di dollari di fondi pubblici. Per un programma di questa portata sarebbe necessario l’intervento del Congresso.

La proposta, dunque, dipenderebbe da una maggioranza parlamentare disposta ad approvarla e dalla definizione di una legge che stabilisca finanziamento, destinatari e modalità di distribuzione.

È anche per questo che, per il momento, i 5.000 dollari promessi da Trump non sono un assegno in arrivo.

Sono una proposta subordinata a un risultato elettorale e ancora priva di un piano legislativo dettagliato.

Un dividendo o una scommessa elettorale?

La domanda politica è inevitabile.

Presentare agli elettori la prospettiva di ricevere 5.000 dollari se il proprio partito conserverà il Congresso rappresenta una strategia elettorale particolarmente diretta.

Trump sostiene che gli americani debbano beneficiare della maggiore ricchezza prodotta dal Paese e paragona il pagamento alla distribuzione di utili che una società effettua ai propri azionisti.

I suoi critici vedono invece una promessa difficilmente sostenibile dal punto di vista finanziario e destinata ad alimentare ulteriormente deficit e inflazione.

La verità, oggi, è che non esiste ancora un programma concreto da valutare nei dettagli.

Esiste una promessa: 5.000 dollari per ogni adulto americano, se i Repubblicani vinceranno Camera e Senato.

Saranno gli elettori, il 3 novembre, a decidere innanzitutto se dare a Trump il Congresso necessario per tentare di trasformare quella promessa in legge.




Iran, cosa sta succedendo davvero? La guerra oltre la propaganda

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La guerra tra Stati Uniti e Iran è entrata in una fase nella quale diventa sempre più difficile capire dove finisca la comunicazione politica e dove cominci la realtà sul terreno.

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Le dichiarazioni del vicepresidente americano JD Vance sono un segnale importante. Secondo quanto ricostruito dal New York Times, Vance avrebbe cercato direttamente dai comandanti militari americani valutazioni non filtrate sull’andamento del conflitto, arrivando a ricevere rapporti molto più preoccupanti rispetto alla rappresentazione pubblica della guerra. Tra i problemi emersi ci sarebbero la capacità dell’Iran di continuare a combattere e la disponibilità limitata di alcune armi difensive americane.

È un elemento che merita attenzione perché contrasta con la narrazione di una guerra ormai sostanzialmente vinta dagli Stati Uniti. La stessa ricostruzione del New York Times riferisce che, nelle valutazioni riservate dell’intelligence americana, l’Iran avrebbe acquisito una maggiore consapevolezza delle proprie capacità e dei limiti della potenza militare statunitense.

L’Iran è stato colpito duramente, ma non è crollato

Non ci sono dubbi sul fatto che l’Iran abbia subito danni enormi. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno colpito infrastrutture militari e nucleari e la guerra ha modificato profondamente gli equilibri regionali.

Ma il risultato che sembra emergere dopo quasi sette mesi di conflitto è diverso da quello di una rapida capitolazione.

L’Iran continua a disporre di capacità missilistiche e mantiene la possibilità di minacciare le forze americane e il traffico marittimo nella regione. I combattimenti, dopo una fase di relativa pausa durante agosto, sono ripresi con nuovi attacchi reciproci. Il 9 settembre gli Stati Uniti hanno distrutto cinque petroliere iraniane e Teheran ha risposto con missili contro una base utilizzata dagli americani in Giordania.

Il conflitto, dunque, non è finito. E soprattutto non sembra avere ancora una vera via d’uscita politica.

Hormuz è diventato il centro della guerra

Uno dei punti decisivi è lo stretto di Hormuz.

Per l’Iran rappresenta una delle poche leve strategiche rimaste: controllare o ostacolare il traffico attraverso uno dei principali corridoi energetici mondiali significa poter esercitare una pressione enorme sull’economia internazionale.

Gli Stati Uniti hanno cercato di contrastare questa strategia con una pressione navale ed economica crescente. Il risultato è una sorta di guerra parallela sui mari, nella quale petroliere, navi commerciali e infrastrutture energetiche sono diventate parte dello scontro.

Le conseguenze non riguardano soltanto Washington e Teheran. Il prezzo del petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile e ogni ulteriore escalation nello stretto può avere ripercussioni sui mercati e sull’inflazione mondiale.

Ma la vera battaglia potrebbe essere dentro l’Iran

È probabilmente questo l’aspetto meno visibile dall’esterno.

L’Iran sta affrontando una crisi economica gravissima. La guerra ha aggravato problemi che esistevano già prima dell’attacco americano e israeliano: inflazione, disoccupazione, svalutazione della moneta, difficoltà energetiche e problemi di approvvigionamento.

Secondo la House of Commons Library britannica, nell’agosto 2026 la valuta iraniana aveva raggiunto un nuovo minimo rispetto al dollaro e l’inflazione annuale aveva raggiunto l’84%. Il Paese arrivava alla guerra già indebolito da anni di sanzioni e da problemi strutturali legati all’economia, all’acqua e all’energia.

Anche il governo iraniano riconosce la gravità della situazione. Il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf ha indicato inflazione, disoccupazione, oscillazioni della valuta e difficoltà nella gestione del mercato tra le principali emergenze interne.

Questo non significa, però, che la crisi economica stia automaticamente facendo crollare il regime.

È proprio questa una delle scommesse più rischiose di Washington: che la pressione economica provochi un cambiamento politico a Teheran. Per ora non è accaduto.

Quanto è davvero forte l’Iran?

La risposta non è semplice.

L’Iran è certamente molto più debole rispetto a prima dell’inizio della guerra. Ha perso infrastrutture, capacità militari e una parte importante delle proprie possibilità economiche.

Ma la guerra ha anche prodotto un effetto inatteso: Teheran ha avuto mesi per studiare le modalità operative americane e capire quali siano i limiti della macchina militare statunitense.

È proprio questo che emerge dalle valutazioni dell’intelligence americana citate dal New York Times: l’Iran sarebbe diventato più consapevole della propria capacità di colpire obiettivi nella regione e sembrerebbe disposto a prolungare il conflitto per mettere alla prova la capacità americana di sostenerlo nel tempo.

Non significa che l’Iran possa vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti. La disparità di forze resta enorme.

Significa piuttosto che Teheran potrebbe non aver bisogno di vincere per impedire agli Stati Uniti di dichiarare una vittoria piena.

La guerra che Washington racconta e quella che esiste

È qui che la vicenda Vance diventa significativa.

Il vicepresidente non ha necessariamente scoperto una realtà completamente sconosciuta all’amministrazione americana. Ha cercato, però, di ottenere direttamente dai comandanti una fotografia meno filtrata della situazione.

E quella fotografia appare molto più complessa della comunicazione politica.

Da una parte Washington ha ottenuto risultati militari importanti e ha gravemente danneggiato le capacità iraniane. Dall’altra, il conflitto continua, le forze iraniane sono ancora in grado di reagire, Hormuz rimane un punto di tensione e non esiste un accordo politico stabile.

L’Associated Press ha descritto proprio questa situazione come una guerra ancora lontana da una conclusione, nonostante i risultati ottenuti dagli Stati Uniti nel ridurre il controllo iraniano sullo stretto e nel colpire le esportazioni petrolifere di Teheran.

La domanda decisiva: come finirà?

È probabilmente questa la domanda alla quale oggi nessuno è in grado di dare una risposta convincente.

Il precedente accordo raggiunto in giugno attraverso la mediazione pakistana non ha prodotto una soluzione definitiva e i combattimenti sono ripresi.

Gli Stati Uniti puntano sulla pressione economica e militare per costringere Teheran a cedere. L’Iran punta sulla capacità di resistere abbastanza a lungo da rendere troppo alto il costo della guerra per Washington.

Nel mezzo ci sono milioni di iraniani che devono fare i conti con inflazione, carenze e una situazione economica sempre più difficile.

Per questo, oggi, la domanda non è soltanto chi stia vincendo la guerra.

La domanda più importante è se gli Stati Uniti abbiano davvero un piano per trasformare la superiorità militare in una soluzione politica.

Perché distruggere infrastrutture è una cosa. Costringere un Paese come l’Iran ad arrendersi, cambiare il proprio comportamento e accettare un nuovo equilibrio regionale è un’altra.

E dopo quasi sette mesi di conflitto, questa seconda parte della guerra sembra ancora tutta da scrivere.




Svelati i nomi dei lucchesi che si sono distinti all’estero per l’anno 2026

tamburini e del bianco

La Camera di Commercio della Toscana Nord-Ovest e l’associazione Lucchesi nel Mondo consegneranno i riconoscimenti domenica 13 settembre 2026 ore 16:30 nell’auditorium del Palazzo delle Esposizioni – FBML

tamburini e del bianco

Lucca, 9 settembre 2026 – Si è tenuta questa mattina, nella sede di Lucca della Camera di Commercio della Toscana Nord-Ovest, la conferenza stampa di annuncio dei 13 cittadini originari del territorio che hanno raggiunto traguardi di eccellenza nel mondo. L’evento ha visto la partecipazione di Valter Tamburini, presidente della camera di commercio della Toscana Nord-Ovest, e di Ilaria Del Bianco, presidente dell’associazione dei Lucchesi nel Mondo.

“Questo premio non è semplicemente un riconoscimento al successo professionale, per quanto importante e spesso di livello internazionale –, ha dichiarato Valter Tamburini -. È qualcosa di più, un’occasione per raccontare, attraverso le vicende personali di donne e uomini diversi tra loro, una parte della nostra storia e della nostra identità. Il riconoscimento non va soltanto a chi è diventato famoso, ma a tutti coloro che hanno lasciato un segno, misurabile anche dalla capacità di mantenere un legame vivo con la terra d’origine e con la comunità”.

I riconoscimenti di quest’anno celebrano una grande varietà di talenti, che spaziano dall’imprenditoria alla scienza, fino all’arte e alla solidarietà. Tra i premiati figurano imprenditori di successo come Pier Luigi Balanesi in Argentina, Pasquale Dianda e Jeffrey Michael Giannelli negli Stati Uniti, Renato Motroni a Chicago e Marco Manzini nei Paesi Baschi. Grande spazio è stato dato anche alla cultura e alla musica, con i riconoscimenti assegnati al direttore d’orchestra Pablo Javier Boggiano, alla cantante lirica Raquel Pierotti e al violinista Pablo Alejandro Saraví. L’impegno civico e il lavoro per le istituzioni sono stati celebrati attraverso i profili di Maria Pellicci Bravi, Guglielmo Pellicci e Daniela Villani.

“Essere ‘lucchesi nel mondo’, oggi, ha un significato molto più ampio rispetto al passato; questo ha rappresentato una sfida per la nostra Associazione, chiamata, pur mantenendo un saldo legame con quanti sono stati protagonisti dell’emigrazione del secondo dopoguerra, a rivolgersi ai loro figli e nipoti, nati e cresciuti all’estero, aprendosi contemporaneamente alle diversissime necessità dei tanti nostro concittadini, non solo giovani e non solo ‘cervelli’, che negli ultimi anni si sono trasferiti in altri Paesi per studio, per lavoro, per scelta o per necessità”, ha dichiarato Ilaria del Bianco, presidente dell’Associazione Lucchesi nel Mondo. “Il succedersi delle generazioni non ha ridotto gli spazi di attività, ma ne ha aperti di nuovi, soprattutto nel rapporto con i giovani. Lo dimostra anche il profilo delle persone che quest’anno riceveranno il Premio: storie, età e percorsi diversi, che raccontano quanto sia cambiato nel tempo il modo di essere lucchesi all’estero, senza perdere il legame con la propria terra d’origine.”

Il premio alla memoria è stato assegnato a Stephen Francis Biagi, fisico di fama internazionale che ha operato in Europa e sviluppato software di riferimento mondiale, mantenendo per tutta la vita un profondo legame con Barga e la comunità scozzese. Il premio speciale Martinelli, destinato a valorizzare i meriti nell’ambito sociale e della solidarietà, è andato invece a Rosa Crapanzano Scocci, per decenni figura di riferimento del volontariato sociale e dell’associazionismo italiano in Belgio.

L’iniziativa, nata nel 1970, continua a rappresentare un patrimonio umano inestimabile, capace di dimostrare come l’emigrazione lucchese non sia soltanto una pagina del passato, ma una realtà viva e in continua evoluzione attraverso le generazioni.

I riconoscimenti saranno consegnati domenica 13 settembre alle 16,30 durante la 53esima cerimonia di conferimento del premio nato grazie all’iniziativa della Camera di commercio e dell’associazione Lucchesi nel Mondo.




Sei milioni e 600mila italiani vivono all’estero: cosa raccontano i nuovi dati Istat

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La presenza italiana fuori dai confini nazionali continua ad aumentare, ma con un ritmo più contenuto. Nel 2025 sono cresciute soprattutto le acquisizioni della cittadinanza, mentre le nascite hanno registrato una forte diminuzione.

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Quanti sono oggi gli italiani che vivono fuori dal Paese? Una risposta arriva dai nuovi dati dell’Istat, che fotografano la presenza italiana all’estero alla fine del 2025.

Al 31 dicembre dello scorso anno risultavano 6 milioni e 604mila cittadini italiani abitualmente residenti all’estero. Sono circa 183mila in più rispetto all’inizio del 2025, ma l’aumento è stato più contenuto rispetto all’anno precedente: +2,8%, contro il +4,6% del 2024.

Dietro questo numero si nasconde una realtà molto più complessa di quanto possa sembrare.

L’Europa concentra più della metà degli italiani all’estero

La prima caratteristica che emerge dai dati è la forte presenza italiana in Europa.

Il 53,1% degli italiani residenti all’estero vive infatti in Paesi europei. Un’altra grande componente, pari al 34,3%, si trova nell’America centro-meridionale.

Queste due aree, insieme, raccolgono quindi quasi nove italiani all’estero su dieci.

La distribuzione geografica, tuttavia, racconta storie molto diverse: in Europa pesa maggiormente la mobilità più recente, mentre in diversi Paesi dell’America Latina la presenza italiana è legata anche a generazioni di discendenti degli emigrati e alle acquisizioni della cittadinanza italiana.

Aumentano gli italiani, ma non grazie alle nascite

Uno degli aspetti più interessanti del rapporto riguarda la dinamica demografica.

Nel 2025 sono nati all’estero poco più di 16mila bambini da genitori italiani, contro i circa 26mila dell’anno precedente.

La diminuzione è stata del 37,1%.

I decessi sono stati invece poco più di 13mila, con un aumento del 2,4%. Di conseguenza, il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi, si è ridotto a circa 3mila persone, rispetto alle 13mila del 2024.

È un dato che mostra quanto sia cambiata la struttura delle comunità italiane fuori dall’Italia.

Il fenomeno è particolarmente evidente in America Latina

Il calo delle nascite è stato particolarmente forte nel continente americano.

In America centro-meridionale, dove esistono alcune delle più numerose comunità di origine italiana, la struttura della popolazione è infatti mediamente più anziana, anche perché si tratta spesso di comunità formatesi attraverso le grandi ondate migratorie del passato.

A questo elemento demografico si aggiungono le modifiche intervenute nella normativa italiana sulla cittadinanza per discendenza, che hanno avuto conseguenze soprattutto sui flussi legati al riconoscimento della cittadinanza italiana.

127mila nuove cittadinanze italiane all’estero

C’è però un altro numero che aiuta a capire perché la popolazione italiana all’estero continui ad aumentare.

Nel 2025 sono state circa 127mila le acquisizioni della cittadinanza italiana all’estero.

Questo dato comprende soprattutto persone che hanno ottenuto la cittadinanza italiana attraverso le diverse procedure previste dalla legge, comprese quelle legate alla discendenza.

È un elemento importante perché significa che il numero degli italiani registrati all’estero non coincide semplicemente con quello delle persone nate in Italia che hanno deciso di trasferirsi oltreconfine.

Dove vanno gli italiani che lasciano il Paese

Anche i movimenti migratori sono cambiati.

Nel 2025 gli italiani che hanno trasferito la propria residenza dall’Italia all’estero sono stati circa 109mila, in forte diminuzione rispetto al picco di 141mila registrato nel 2024.

Il saldo migratorio degli italiani rimane comunque negativo per l’Italia: gli espatri continuano a essere più numerosi dei rientri, anche se la differenza si è ridotta a circa 53mila persone.

Le destinazioni preferite rimangono soprattutto europee. Nel 2025 Spagna e Germania hanno registrato circa 13mila nuovi arrivi dall’Italia ciascuna, seguite da Svizzera, Regno Unito e Francia.

Questi cinque Paesi hanno accolto complessivamente oltre la metà degli italiani che hanno lasciato il Paese.

Una comunità sempre più grande e sempre più diversa

Il dato dei 6,6 milioni racconta quindi soltanto una parte della storia.

La popolazione italiana all’estero comprende emigrati recenti, famiglie trasferitesi per lavoro o studio, pensionati, ma anche milioni di persone nate fuori dall’Italia che hanno acquisito la cittadinanza italiana attraverso la propria storia familiare.

Un dato particolarmente significativo riguarda proprio l’origine anagrafica: solo il 30,3% degli italiani residenti all’estero nel 2024 era nato in Italia.

Questo significa che la presenza italiana nel mondo non può più essere letta soltanto attraverso il fenomeno dell’emigrazione.

È ormai una realtà molto più ampia: una comunità internazionale nella quale convivono nuove generazioni di emigrati e discendenti di italiani che, anche a distanza di molte generazioni, continuano a mantenere un legame giuridico e culturale con l’Italia.

L’Italia fuori dall’Italia

I numeri appena pubblicati dall’Istat mostrano dunque un fenomeno destinato a rimanere centrale.

Gli italiani residenti all’estero hanno superato quota 6,6 milioni, ma la crescita rallenta. Le nascite diminuiscono sensibilmente, mentre il numero complessivo continua a essere sostenuto soprattutto dai movimenti migratori e dalle nuove acquisizioni della cittadinanza.

Dietro queste cifre ci sono comunità molto diverse tra loro, distribuite in ogni continente e legate all’Italia da rapporti familiari, culturali, economici e istituzionali.

È, a tutti gli effetti, un’altra parte dell’Italia: quella che vive fuori dai confini nazionali.

Fonte: Istat




Elezioni Comites 2026: si vota il 4 dicembre, ecco le scadenze per gli italiani all’estero

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Sono state ufficialmente indette le elezioni per il rinnovo dei Comitati degli Italiani all’Estero. Gli iscritti all’AIRE dovranno registrarsi nell’elenco degli elettori entro il 4 novembre per poter ricevere il materiale elettorale.

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È ufficiale: il 4 dicembre 2026 si voterà per il rinnovo dei Comites, i Comitati degli Italiani all’Estero che rappresentano le comunità italiane presso le rispettive circoscrizioni consolari.

I Consolati hanno infatti emanato il decreto che indice le elezioni, facendo scattare anche il calendario delle principali scadenze elettorali.

Per gli italiani residenti all’estero si tratta di un appuntamento importante, ma occorre prestare attenzione a una differenza fondamentale rispetto alle elezioni politiche: per votare per i Comites non è sufficiente essere iscritti all’AIRE.

Chi può votare

Possono partecipare alle elezioni i cittadini italiani residenti e iscritti all’AIRE nella circoscrizione consolare da almeno sei mesi rispetto alla data delle votazioni.

Per ricevere il plico elettorale è però necessario iscriversi nell’elenco degli elettori entro il 4 novembre 2026.

L’iscrizione può essere effettuata secondo le modalità stabilite dal proprio Consolato: direttamente presso la sede consolare oppure inviando l’apposito modulo per posta o per posta elettronica, anche certificata, accompagnato dalla copia di un documento d’identità.

Le principali scadenze delle elezioni Comites

Il calendario fissato dal decreto consolare prevede diverse date da ricordare.

23 settembre – 3 ottobre: presentazione delle liste

Le liste dei candidati potranno essere presentate dal 23 settembre al 3 ottobre 2026.

È questa la finestra prevista per la presentazione delle candidature al rinnovo dei Comites.

4 novembre: termine per iscriversi al voto

Questa è probabilmente la data più importante per gli elettori.

Chi vuole partecipare alle elezioni dovrà risultare iscritto nell’apposito registro degli elettori entro il 4 novembre 2026.

Essere semplicemente iscritti all’AIRE, quindi, non è sufficiente per ricevere automaticamente il materiale elettorale.

Il voto sarà per corrispondenza

Come già avvenuto nelle precedenti elezioni, gli italiani residenti all’estero voteranno per corrispondenza.

Gli elettori regolarmente iscritti riceveranno il plico contenente il materiale necessario per votare entro il 15 novembre 2026.

Se il plico non dovesse arrivare, sarà possibile richiederne un duplicato a partire dal 21 novembre.

Le schede votate dovranno essere rispedite al Consolato. Per essere considerate valide, le buste dovranno comunque arrivare agli uffici consolari entro le ore 24 del 4 dicembre, giorno delle elezioni.

Che cosa sono i Comites

I Comites, cioè i Comitati degli Italiani all’Estero, sono organismi rappresentativi delle comunità italiane residenti fuori dall’Italia.

Vengono istituiti nelle circoscrizioni consolari nelle quali risiedono almeno 3.000 cittadini italiani.

A seconda del numero di italiani residenti nella circoscrizione, i Comites sono composti da 12 oppure 18 consiglieri.

Ogni Consolato provvede a indire le elezioni nella propria circoscrizione e, dove previsto, possono essere presenti anche più Comites.

Un appuntamento importante per gli italiani all’estero

Le elezioni del 4 dicembre rappresentano quindi un momento importante per la partecipazione degli italiani alla vita delle proprie comunità all’estero.

Per chi desidera votare, il consiglio più semplice è quello di non aspettare l’ultimo momento e verificare per tempo presso il proprio Consolato le modalità di iscrizione nell’elenco degli elettori.

La prima data da segnare sul calendario è il 23 settembre, quando si aprirà la finestra per la presentazione delle liste. Ma per gli elettori la scadenza fondamentale sarà il 4 novembre 2026, ultimo giorno utile per iscriversi al registro elettorale.

Il voto si terrà infine il 4 dicembre 2026.

Calendario essenziale

  • 23 settembre – 3 ottobre 2026: presentazione delle liste
  • 4 novembre 2026: termine per iscriversi nell’elenco degli elettori
  • 15 novembre 2026: termine previsto per la ricezione del materiale elettorale
  • 21 novembre 2026: possibilità di richiedere il duplicato del plico in caso di mancata ricezione
  • 25 novembre 2026: termine indicato per la spedizione delle schede votate
  • 4 dicembre 2026: elezioni per il rinnovo dei Comites

Fonte: AISE