Dalla più breve (i 100 metri) alla più lunga: l’Italia è regina della corsa

42 giorni, 17 ore, 38 minuti e 38 secondi. Questo è il tempo occorso da Andrea Marcato per completare e vincere la «Sri Chinmoy Self-Transcendence 3100 Mile Race», la corsa su strada certificata più lunga al mondo. Indicata in «yards» nel nome originale, il percorso massacrante equivale a ben 4987 chilometri. L’atleta italiano non solo ha vinto ma è diventato anche il terzo uomo più veloce al mondo a completare il percorso, battendo il tempo dell’ucraino Galya Volodymer Baltskyy di 1 minuto e 21 secondi.
Qualcuno ha definito la «Sri Chinmoy Self-Transcendence 3100 Mile Race», una corsa da topi perché questa competizione si percorre quasi interamente intorno allo stesso isolato di New York, un giro da meno di un chilometri da ripetere per 5649 volte. Andrea Marcato, accademico di professione ha corso per oltre 72 miglia (116 chilometri) al giorno consumando 16 paia di scarpe, avendo modo di riposare solo 6 ore al giorno e mettendo in fila l’equivalente di 118 maratone consecutive.
Per dare una misura del risultato, è come se Marcato avesse corso 118 maratone in successione. La gara è stata descritta come il «Monte Everest dell’ultra-running» e solo 49 atleti hanno completato in 24 anni il massacrante percorso. Tuttavia non conserva lo stesso fascino che ancora oggi ha la Trans-American Footrace , nata nel 1928, anno e considerata ancora oggi come la prima “Utramaratona”.
Promossa dall’impresario sportivo Charles C. Pyle, si inserì in una serie di iniziative che promuovevano la nascita della famosa 66Highway, la nuova autostrada che collegava la costa orientale a quella occidentale e destinata a entrare nell’immaginario collettivo americano e non solo. L’evento sportivo era incentrato pertanto su elementi di spettacolo e attirò 199 atleti provenienti da tutto il mondo. Il costo di iscrizione era di 25 dollari. 25 dollari per poter correre 5507,39 chilometri su strada, da un capo all’altro degli Stati Uniti!
Gli atleti partirono il 4 marzo 1928 dall’Ascot Speedway di Los Angeles e tra i quasi duecento corridori vi furono due italo-americani, Louis Perrella da Albany e Norman Codeluppi da Pasadena, un inglese di origine piemontese (Pietro Gavuzzi). Iscritto, ma non partito, anche Giuseppe Conte, alessandrino emigrato in USA nel 1921 mentre nell’edizione del 1929 parteciparono gli italo-americani Antony Montalbo e Emer Cominciala, il romano Cesare Diorio o Di Iorio (patrocinato da Beniamino Gigli), Pietro Marini di Voghera, e il podista-ciclista di Genova Colombo Pandolfi, questi ultimi tre tutti costretti al ritiro. Iscritti ma non partiti anche Orlando Cesaroni di Roma e Armando Giovannetti di Forio d’Ischia, mentre un atleta di Trieste, Giusto Umek, maricatore, sarebbe entrato nella leggenda della corsa.
Dei 199 atleti partiti da Los Angeles ne arrivarono solo 55. Umek si piazzò prima dell’italo-americano Luigi Perrella (arrivato settimo) e di Norman Codeluppi (arrivato al 27 posto). Atleti preparati come l’italo-inglese Gavazzi, si dovettero ritirare. Il triestino vinse anche i premi previsti a ogni arrivo di tappa, aggiudicandosene quattro.
La corsa segnò l’apoteosi di numerosi artigiani che lungo il tragitto poterono dare assistenza all’impianto logistico della corsa: meccanici, riparatori di biciclette, infermieri e massaggiatori, perfino palafrenieri sostennero con le loro abilità i quasi duecento atleti e i loro assistenti nell’attraversata del Continente americano. La corsa prese il nome di BUNION DERBY, per sottolineare le vesciche e le callosità che si formarono nei piedi di atleti che gareggiavano con scarpette primordiali e lontanissime parenti delle calzature tecniche contemporanee.
L’edizione del 1929 vide un netto calo d’iscrizioni. Questa volta si presentarono alla partenza al Columbus Circe di New York (il tragitto era inverso rispetto a quello dell’anno precedente) solo 90
atleti, pronti a sfidarsi per 78 giorni su un percorso totale di 5927,15 chilometri. La corsa vide arrivare al traguardo di Wrigley Field di Los Angeles solo 19 atleti. Nella seconda edizione l’organizzatore Pyle aumentò il montepremi da 48 a 60 mila dollari ma gli atleti dovevano provvedere in proprio a tutto il necessario, compreso il vitto e l’alloggio, permettendo l’uso di sponsorizzazione. Umek, che nell’anno trascorso in America aveva conosciuto molti italiani, vennesponsorizzato dalla ditta L.Gandolfi & C di New York, concessionaria per il Nordamerica della società Fratelli Branca di Milano. Umek potè contare anche sull’assistenza di un’automobile e di un meccanico al seguito, guidata da un certo signor Ferro che aveva tappezzato l’automobile di striscioni sui quali gli italiani potevano scrivere il loro nome per ricordo. Umek conquistò nella seconda edizioni ben 13 vittorie di tappa e assaporò per alcuni istanti il piacere di ricevere 6.500 dollari per il piazzamento al terzo posto (dietro all’italo- inglese Peter Gavazzi) della ultramaratonaamericana. Non vide però nulla perché l’organizzatore scappò senza pagare i concorrenti e non fu mai più in grado di saldare i debiti del suo fallimento delle catene di teatri e cinema