Del Re: “L’emigrazione non deve far paura”

“L’emigrazione e l’immigrazione non devono far paura, ma devono essere elementi di affermazione nel mondo. Per questo serve una piccola rivoluzione che cambi la narrazione di questi fenomeni”. Con queste parole la viceministra agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Emanuela Del Re, ha concluso il convegno di questo pomeriggio organizzato dal Centro Studi Idos, in cui si è parlato di “Vecchia e “Nuova” emigrazione italiana nel mondo, e nello specifico della possibile rivalutazione strategica della rete degli italiani all’estero.
L’emigrazione rappresenta infatti, secondo quanto detto dalla viceministra, “un’aspirazione naturale dell’essere umano che va accompagnata e anche compresa. E in qualche modo va sfruttato il suo significato, per far sì che il contributo degli emigranti sia valorizzato e sia un motore per i paesi sia di partenza che di accoglienza”.
Se, secondo l’esponente governativa, la vecchia migrazione “è chiara”, anche se “ancora non ci abbiamo fatto pace”, quella nuova è ancora da studiare. E gli studi di Idos “ci fanno capire come fare un passo avanti in questo senso”. Oggi, infatti, secondo Del Re, ci sono “mobilità ibride, che sono ormai anche virtuali e digitali oltre che fisiche”. I cittadini iscritti agli schedari consolari al 31 ottobre 2020, ha informato il viceministro, sono infatti 6 milioni e 240 mila: “due volte Roma, praticamente. Con una distribuzione globale che ci vede in ogni angolo di mondo, specialmente nei paesi vicini dell’Europa, Svizzera, Francia e Spagna, ma anche in Argentina e Brasile, così come in Sud Africa, dove vecchia e nuova migrazione italiana si incontrano creando “un microcosmo italiano sospeso nel tempo. Chi ha vissuto in un’Italia passata che non c’è più e chi sposa un’identità globale che fa rischiare di dimenticare di essere italiani”.
Ma nonostante i numeri di cui ha dato notizia Del Re siano già impressionanti di loro, il quadro lascia pensare che ci siano “moltissimi italiani di cui non si hanno notizie” in giro per il mondo. Ed è per questo, secondo la viceministra, che “è opportuno valorizzare le reti degli italiani all’estero. Perché non sempre c’è questa spinta. E forse su questa necessità di fare rete bisognerebbe fare un lavoro all’origine della migrazione, non imporla successivamente, quando è difficile”.
Sempre riguardo le reti, l’esponente del Governo ha riferito come “l’Associazionismo sia una delle caratteristiche più belle e importanti della nostra emigrazione, e che un po’ costituisce anche la cifra di come gli italiani si siano posti anche nel passato. Sono oltre 1700 le associazioni italiane ufficialmente registrate. Questo significa che c’è voglia di stare insieme, di confrontarsi. E vuol dire anche che c’è bisogno di ripensare il concetto di identità, facendo sì che questo gap generazionale diventi un legame personale”. L’associazionismo, infatti, secondo la rappresentante della Farnesina “dovrebbe essere aiutato. In parte il Maeci lo fa, ma certamente si può fare di più. Anche perché dal 2000 in poi le associazioni sono cresciute, anche grazie al web”.
Riguardo la nuova emigrazione Del Re ha specificato come, a suo modo di vedere, “mettersi in gioco all’estero” rappresenti una “forma naturale”, anche se resta “un dolore” vedere andare fuori dall’Italia “i nostri ricercatori”. Però, l’emigrazione “può essere anche a termine”. Infatti è possibile creare un modo di vivere l’emigrazione come un fenomeno più fluido in questo periodo storico: “si può ritornare, perché il fattore di attrazione non è esclusivamente lo stipendio, ma anche lo stile di vita”. Chi emigrava nel passato, infatti, “accettava qualsiasi lavoro, perché era per questioni economiche, oggi no. Oggi si può fare una scelta sul modo di vivere”.
Infine, Del Re è tornata sul valore delle reti italiane e sulla loro evoluzione: “abbiamo esempi di successi che vanno conosciuti meglio, come l’associazione di Parigi di professionisti italiani, che è una sorta di agenzia del lavoro, voluto dal Comites e finanziato dal Maeci che è stato un gran successo. O come a Buenos Aires, dove c’è un’associazione che mette in contatto i discendenti italiani con i neo immigrati, cercando di creare un incubatore di idee. Sempre capendo un nuovo modo di emigrazione, che non arriva più da quel mondo difficile dal quale venivano i migranti italiani del passato”.
Concludendo ha elogiato ancora una volta l’associazionismo italiano, che è stato di fondamentale aiuto anche “in questo periodo emergenziale”, e “per i rimpatri”, nello specifico. La rivalorizzazione strategica delle reti degli italiani all’estero, dunque, sta mettendo in pratica una “piccola rivoluzione”. Ancora piccola, “ma da un sassolino si può creare un cambio di narrativa basato su elementi di novità che devono essere diffusi il più possibile, anche nelle scuole, perché – come già detto – l’emigrazione e l’immigrazione non devono far paura, ma devono essere elementi di affermazione nel mondo. Per questo serve questo cambiamento nella narrazione”.