Dollari senza oro: la grande illusione?
Pare che gli Stati Uniti abbiano emesso una quantità di dollari di gran lunga superiore al valore dell’oro custodito a Fort Knox. Non è una novità, ma in un mondo che comincia a guardare con crescente diffidenza alla carta moneta americana, la domanda torna a galla: cosa accadrebbe se i creditori internazionali — Cina, Arabia Saudita, Giappone, per citarne alcuni — chiedessero di essere pagati non in dollari, ma in oro?
La risposta è semplice e inquietante: non potrebbero. Da oltre cinquant’anni, il dollaro non è più convertibile in oro. Il cosiddetto gold standard è stato abolito nel 1971. Da allora, la moneta americana — come quasi tutte le altre — si regge solo sulla fiducia. Ma la fiducia, si sa, non è eterna.
Se domani una crisi dovesse scuotere i mercati e i detentori di debito americano decidessero di farsi saldare in qualcosa di più concreto, gli USA non avrebbero abbastanza oro neppure per cominciare a pagare. La proporzione è impietosa: meno del 3% dei dollari emessi è “coperto” da riserve auree. Il resto è… carta.
In tempi di inflazione, di guerre e di instabilità globale, le banche centrali stanno tornando all’oro. Lo comprano, lo accumulano, lo considerano rifugio sicuro. E se un giorno questa tendenza dovesse trasformarsi in un rigetto collettivo del dollaro, il rischio non sarebbe solo finanziario: sarebbe geopolitico.
Forse è tempo di chiederci: siamo davvero pronti a vivere in un mondo dove la moneta di riferimento globale è basata su nulla, e dove un default americano non è più solo un’ipotesi scolastica, ma una possibilità reale?