Dov’è finita la stagione degli uragani? L’Atlantico è stranamente tranquillo

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Chi vive nei Caraibi lo ha probabilmente notato già da qualche settimana.

Negli anni scorsi, arrivati a settembre, bastava guardare una mappa meteorologica per trovare una successione di onde tropicali, depressioni e tempeste che attraversavano l’Atlantico. Era il periodo in cui gli occhi erano puntati continuamente verso le coste dell’Africa e verso quella grande autostrada atmosferica che porta spesso i sistemi tropicali verso i Caraibi.

Quest’anno, invece, la situazione è sorprendentemente diversa.

L’Atlantico è quasi vuoto.

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E non si tratta soltanto di una sensazione. Al 13 settembre 2026 il bacino atlantico non ha prodotto ancora nessun uragano. Le tempeste tropicali sono state appena cinque e l’attività complessiva è eccezionalmente bassa. Secondo i dati del National Hurricane Center, l’ACE, l’indice che misura l’energia complessiva sviluppata dai cicloni, è circa il 93% sotto la media del periodo di riferimento 1991-2020.

E siamo proprio nel periodo degli uragani

La cosa sorprendente è il momento in cui sta accadendo.

Il picco climatologico della stagione atlantica cade intorno al 10 settembre. È normalmente il periodo nel quale le condizioni atmosferiche diventano più favorevoli alla formazione dei sistemi tropicali.

Invece il 2026 sta facendo registrare un record.

È diventato infatti l’anno dell’era satellitare nel quale si è dovuto aspettare più a lungo per vedere comparire il primo uragano atlantico. Un record che racconta quanto sia insolita la situazione di quest’anno.

E oggi la mappa è ancora praticamente libera.

Il National Hurricane Center non segnala alcun ciclone tropicale nell’Atlantico, nei Caraibi o nel Golfo. L’unico elemento sotto osservazione è una vasta area di temporali disorganizzati nel centro dell’Atlantico, che al momento ha una probabilità vicina allo zero di svilupparsi nelle prossime 48 ore e soltanto del 20% nell’arco di sette giorni.

Anche Dolly non è riuscita a decollare

L’unico momento nel quale sembrava che la stagione potesse finalmente accelerare è arrivato alla fine di agosto con Dolly.

La tempesta tropicale si è formata nell’Atlantico e sembrava destinata ad attraversare la regione caraibica. Ma è durata pochissimo.

Le condizioni atmosferiche l’hanno rapidamente indebolita fino a trasformarla nuovamente in un’onda tropicale aperta. I suoi resti hanno poi portato piogge in alcune isole dei Caraibi, compresa la Repubblica Dominicana, ma Dolly non è mai diventata un uragano.

Ed è proprio qui che si trova una delle spiegazioni della stagione anomala.

La parola chiave è El Niño

Il principale protagonista di questa stagione è El Niño, il fenomeno climatico legato al riscaldamento delle acque del Pacifico equatoriale.

Normalmente El Niño tende a rendere più difficile la formazione degli uragani nell’Atlantico. Il motivo principale è il cosiddetto wind shear verticale, cioè una forte differenza nella direzione e nella velocità dei venti tra gli strati bassi e quelli alti dell’atmosfera.

Per un ciclone in formazione è una pessima notizia.

Una tempesta tropicale ha bisogno di una struttura relativamente ordinata per poter crescere. Se i venti in quota diventano troppo forti e cambiano direzione rispetto a quelli vicini alla superficie, la struttura della perturbazione viene letteralmente deformata e il sistema può non riuscire a organizzarsi.

Quest’anno questo effetto è particolarmente marcato.

Secondo gli esperti citati dall’Associated Press, il wind shear nella principale zona di sviluppo dei cicloni, tra l’Africa e i Caraibi, è a livelli eccezionalmente elevati. A questo si aggiungono aria secca e movimenti discendenti dell’atmosfera, altri due elementi che ostacolano la nascita dei cicloni.

Eppure gli oceani sono caldi

Qui arriva la parte apparentemente contraddittoria.

Si potrebbe pensare che un oceano molto caldo debba necessariamente significare una stagione piena di uragani. Ma non funziona così.

La temperatura dell’acqua è importante, ma non è l’unico ingrediente.

Servono anche condizioni atmosferiche favorevoli. E quest’anno l’atmosfera sta impedendo a molte perturbazioni di trasformarsi in sistemi organizzati.

È uno dei motivi per cui il 2026 sta offrendo uno spettacolo quasi opposto tra i due oceani.

Mentre l’Atlantico è insolitamente tranquillo, il Pacifico orientale e centrale stanno vivendo una stagione molto più attiva. È un comportamento coerente con quello che normalmente si osserva durante El Niño.

Possiamo quindi stare tranquilli?

No. Ed è importante dirlo.

Una stagione tranquilla non significa una stagione senza pericoli.

Il fatto che finora non ci siano stati uragani non impedisce che un sistema possa svilupparsi nelle prossime settimane. Inoltre, i sistemi che si formano vicino alle coste, nel Golfo del Messico, nei Caraibi occidentali o nell’area delle Bahamas possono avere dinamiche diverse rispetto alle grandi onde tropicali che partono dall’Africa.

Gli stessi meteorologi invitano quindi a non abbassare completamente la guardia.

Anche la Repubblica Dominicana, pur trovandosi in una situazione insolitamente tranquilla, non può considerare conclusa la stagione.

La stagione ufficiale degli uragani nell’Atlantico termina infatti soltanto il 30 novembre.

Una stagione che potrebbe entrare nella storia

Per chi vive nei Caraibi, il 2026 potrebbe dunque essere ricordato come l’anno nel quale, proprio quando normalmente iniziava il periodo più preoccupante, le mappe sono rimaste stranamente vuote.

Non è ancora possibile sapere come finirà la stagione.

Ma una cosa è già certa: un Atlantico così tranquillo a metà settembre non si vedeva da quando i satelliti hanno iniziato a osservare sistematicamente i cicloni.

E forse è proprio questo il dato più sorprendente.

Non siamo davanti alla normalità.

Siamo davanti a una stagione che, almeno per ora, sta andando esattamente nella direzione opposta rispetto a quella che siamo abituati ad aspettarci.