Dove sono la sinistra e il grande sindacato nella Repubblica Dominicana?

In un Paese con oltre metà degli occupati nell’economia informale, la rappresentanza politica e sindacale dei lavoratori appare frammentata. Ma perché non si è mai affermata una grande forza di sinistra capace di rappresentare stabilmente le fasce popolari?

È una domanda che può sembrare sorprendente a chi osserva la Repubblica Dominicana dall’esterno.
Il Paese ha milioni di persone con redditi modesti, una forte presenza di lavoratori informali e profonde differenze sociali. Eppure, nella politica nazionale, non esiste oggi un grande partito che si presenti agli elettori come una forza della sinistra tradizionale, con un programma chiaramente costruito attorno alla rappresentanza del lavoro, alla redistribuzione della ricchezza e al rafforzamento dello Stato sociale.
E qualcosa di simile si può osservare sul fronte sindacale. Esistono organizzazioni importanti e tre grandi centrali — CNUS, CNTD e CASC — ma non una confederazione unica capace di rappresentare la generalità dei lavoratori dominicani.
Perché?
La sinistra esisteva, ma non è diventata maggioritaria
La storia politica dominicana ha conosciuto partiti e movimenti di sinistra, socialisti e rivoluzionari. Ma nessuno è riuscito a trasformarsi in una grande forza elettorale nazionale paragonabile ai principali partiti che hanno dominato la politica dopo la caduta della dittatura di Trujillo.
Il caso più interessante è forse quello del Partido de la Liberación Dominicana.
Fondato da Juan Bosch nel 1973, il PLD nacque con l’obiettivo dichiarato di costruire una società fondata sulla giustizia sociale e sulla dignità umana. La stessa storia ufficiale del partito ricorda le sue origini nella concezione politica di Bosch e nella sua idea di liberazione nazionale.
Ma il PLD non rimase quello delle origini.
Con la trasformazione della società dominicana e l’evoluzione della sua classe dirigente, il partito divenne progressivamente una grande macchina politica ed elettorale, governando il Paese per diversi periodi e collocandosi in una posizione molto più ampia rispetto alla tradizionale sinistra ideologica.
È uno dei motivi per cui oggi non è semplice definire il sistema politico dominicano attraverso la tradizionale contrapposizione destra-sinistra.
La politica dominicana è soprattutto elettorale
Una delle caratteristiche più evidenti del sistema dominicano è il peso delle relazioni personali, delle leadership e delle strutture territoriali dei partiti.
Il voto non viene necessariamente organizzato intorno a una precisa appartenenza ideologica.
Un elettore può sostenere un candidato per la sua popolarità, per il rapporto personale con il dirigente locale, per la promessa di un intervento concreto o semplicemente perché considera quel partito più vicino ai propri interessi in quel momento.
Questo non significa che gli elettori dominicani non abbiano convinzioni ideologiche. Significa piuttosto che l’identità politica non si è strutturata principalmente attraverso una grande contrapposizione ideologica tra destra e sinistra.
Ed è anche in questo ambiente che il clientelismo politico ha trovato spazio.
Quando il partito diventa anche una rete di opportunità
In molti sistemi politici il partito serve soprattutto a rappresentare idee e interessi.
Nella Repubblica Dominicana può svolgere anche un’altra funzione: costruire una rete di relazioni che collega dirigenti, militanti, amministratori e sostenitori.
È il fenomeno generalmente definito clientelismo politico.
La questione degli incarichi pubblici è particolarmente significativa. Nel dibattito dominicano viene da tempo contestata la pratica di assegnare posti nell’amministrazione come ricompensa per la fedeltà politica o per il lavoro svolto durante una campagna elettorale.
Il problema non è naturalmente che un militante politico possa essere competente. Il problema nasce quando l’appartenenza politica diventa un criterio più importante della preparazione professionale.
In questo modo il partito non è soltanto uno strumento per arrivare al governo: può diventare anche una struttura attraverso la quale distribuire opportunità.
Ed è difficile costruire una forte identità di classe quando il rapporto con lo Stato passa anche attraverso relazioni personali e politiche.
E i lavoratori?
Qui arriviamo all’altra metà della domanda.
La Repubblica Dominicana ha un movimento sindacale. Non è corretto dire il contrario.
Le tre principali centrali sono la Confederación Nacional de Unidad Sindical (CNUS), la Confederación Nacional de Trabajadores Dominicanos (CNTD) e la Confederación Autónoma Sindical Clasista (CASC). Le tre organizzazioni partecipano anche al dialogo istituzionale con il Governo e le organizzazioni degli imprenditori.
La CASC, per esempio, dichiara di rappresentare lavoratori dell’industria, del turismo, dei trasporti, della sanità e anche dell’economia informale.
Quindi il problema non è l’assenza del sindacato.
È la difficoltà di costruire una rappresentanza unitaria di un mondo del lavoro estremamente frammentato.
Più della metà degli occupati è informale
Il dato che forse spiega meglio la situazione è quello dell’occupazione informale.
Nel primo trimestre del 2026 la Repubblica Dominicana contava circa 2,83 milioni di lavoratori informali, contro 2,40 milioni di lavoratori formali. L’occupazione informale rappresentava il 54,1% del totale.
Un lavoratore dipendente di una grande azienda può organizzarsi sindacalmente con modalità molto diverse da quelle di un venditore ambulante, un lavoratore autonomo, un piccolo commerciante, un motoconchista o una persona che vive di lavori occasionali.
E proprio qui si trova una delle grandi difficoltà del sindacalismo contemporaneo dominicano.
Come si organizza una categoria di lavoratori che, per definizione, spesso non ha un datore di lavoro stabile?
I sindacati stanno cercando nuove forme
Il problema è conosciuto anche dalle organizzazioni sindacali.
Secondo la Confederación Sindical de las Américas, le tre centrali dominicane hanno sviluppato iniziative specifiche per organizzare i lavoratori autonomi e quelli dell’economia informale. Nel 2024 hanno anche lavorato a una strategia comune per favorire la transizione verso la formalità.
La stessa OIL ha collaborato con il Ministero del Lavoro, le centrali sindacali e le organizzazioni degli imprenditori su programmi destinati a favorire la transizione dall’economia informale a quella formale.
Quindi una risposta alla domanda esiste già: il sindacato sta cercando di cambiare per raggiungere persone che il modello sindacale tradizionale fatica a rappresentare.
Ma la strada è ancora lunga.
Anche la contrattazione ha i suoi ostacoli
C’è poi un altro elemento interessante.
La Commissione di esperti dell’Organizzazione internazionale del lavoro ha osservato che la legislazione dominicana richiede a un sindacato di rappresentare la maggioranza assoluta dei lavoratori dell’impresa o del settore per poter negoziare collettivamente.
Secondo la Commissione, questa soglia può rappresentare un ostacolo alla contrattazione collettiva e, in alcuni casi, renderla molto difficile.
È un dettaglio tecnico, ma importante: anche quando esiste un’organizzazione sindacale, la sua capacità effettiva di rappresentare e negoziare può essere condizionata dalla struttura del mercato del lavoro e dalle regole della rappresentanza.
Perché allora non nasce una grande sinistra?
Probabilmente non esiste una sola risposta.
Una parte della spiegazione sta nella storia politica dominicana, un’altra nella forza delle leadership personali e dei grandi partiti, un’altra ancora nella struttura economica e sociale del Paese.
Ma c’è anche un elemento culturale e politico: essere povero o avere un reddito basso non significa automaticamente sentirsi di sinistra.
Un piccolo commerciante, un lavoratore autonomo o un dipendente con aspirazioni imprenditoriali può avere interessi economici molto diversi da quelli di un lavoratore industriale organizzato.
La società dominicana è quindi molto più complessa della semplice contrapposizione tra ricchi e poveri.
La domanda rimane aperta
Ed è forse questo l’aspetto più interessante.
La Repubblica Dominicana ha una grande popolazione di lavoratori, ma oltre metà degli occupati opera nell’informalità. Ha tre grandi centrali sindacali, ma non un’unica organizzazione nazionale del lavoro. Ha avuto una tradizione politica di sinistra, ma nessun grande partito contemporaneo che rappresenti in modo netto e continuativo quella tradizione.
Non è necessariamente una contraddizione.
È il risultato di una storia politica diversa da quella di molti Paesi europei, dove per decenni partiti socialisti e comunisti e grandi confederazioni sindacali hanno rappresentato una parte fondamentale della società.
Nella Repubblica Dominicana la rappresentanza sociale si è sviluppata attraverso percorsi differenti: partiti personali e territoriali, sindacati divisi per organizzazioni, associazioni professionali, movimenti sociali e una vasta economia informale.
La domanda, quindi, non è soltanto dove sia finita la sinistra.
È più ampia: chi rappresenta oggi, politicamente e socialmente, i milioni di dominicani che lavorano, producono e vivono senza avere una grande organizzazione alle proprie spalle?
È una domanda che riguarda non soltanto la politica, ma il futuro stesso della rappresentanza democratica nella Repubblica Dominicana.