Peste suina africana, allarme nella Repubblica Dominicana: è in pericolo anche chi ci vive?

alerta sanitaria por peste porcina en rd

Uno specialista propone di eliminare i maiali rimasti e attendere due anni prima di ricostruire gli allevamenti. La produzione nazionale è crollata e il Paese dipende sempre più dalle importazioni. Ma attenzione: il virus non si trasmette all’uomo. I rischi per i cittadini sono soprattutto economici e alimentari.

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La Repubblica Dominicana deve fare i conti con un’emergenza che, dopo cinque anni, continua a mettere sotto pressione un settore importante dell’agricoltura nazionale. La peste suina africana, individuata nel Paese nel 2021, ha provocato una drastica riduzione degli allevamenti e costretto il mercato a fare sempre maggiore affidamento sulla carne importata.

Ora una nuova presa di posizione riapre il dibattito sulla strategia adottata dalle autorità. Carlos Trincado Martínez, specialista in malattie infettive dei suini e biosicurezza, propone una soluzione drastica: vendere gli animali sani che possono essere commercializzati, eliminare quelli rimanenti e attendere due anni prima di avviare una nuova ripopolazione.

È una proposta che, se applicata, avrebbe conseguenze profonde per gli allevatori, per l’approvvigionamento alimentare e per l’intera filiera della carne suina. Ma pone anche una domanda che interessa direttamente chi vive nella Repubblica Dominicana: quali conseguenze può avere questa crisi sulla vita quotidiana?

Il virus non colpisce l’uomo, ma può colpire il portafoglio

Partiamo dalla precisazione più importante. La peste suina africana non è una malattia trasmissibile alle persone. Lo confermano la FAO e l’Organizzazione mondiale per la salute animale. Il virus colpisce i suini domestici e selvatici e può provocare una mortalità molto elevata, arrivando in determinate circostanze fino al 100% degli animali colpiti.

Non bisogna quindi creare allarmismo sanitario tra i cittadini: mangiare carne suina correttamente controllata e preparata non espone una persona alla peste suina africana.

Il problema è un altro. Il virus può sopravvivere a lungo nell’ambiente e propagarsi attraverso animali infetti, attrezzature, indumenti, veicoli e prodotti suini contaminati. Per questo la biosicurezza negli allevamenti, nei trasporti e nella movimentazione dei prodotti è fondamentale.

Per i cittadini dominicani, e per gli stranieri che vivono nel Paese, il rischio più concreto è economico: una produzione nazionale insufficiente può aumentare la dipendenza dalle importazioni e rendere il mercato più esposto alle oscillazioni dei prezzi internazionali, ai costi di trasporto e alle difficoltà commerciali.

Non significa che il prezzo della carne debba necessariamente aumentare nell’immediato. Significa, però, che un Paese che produce meno e importa di più diventa più vulnerabile agli eventi che si verificano fuori dai propri confini.

Da 110.000 a 40.000 tonnellate: il crollo della produzione

Secondo le stime riportate da Acento, Trincado ritiene che la produzione nazionale di carne suina sia passata dalle circa 110.000 tonnellate precedenti all’arrivo della malattia a una previsione di appena 40.000 tonnellate per il 2026.

Lo specialista sostiene inoltre che la popolazione suina sia scesa da oltre 1,2 milioni di animali a meno di 400.000 e che circa il 90% della carne consumata nel Paese provenga oggi dall’estero.

Questi numeri devono essere letti con attenzione: sono stime attribuite all’esperto e non coincidono con quelle delle autorità dominicane. Il direttore generale della Ganadería, Abel Madera, ha infatti indicato una copertura del consumo nazionale da parte della produzione interna intorno al 35%, con il restante 65% soddisfatto dalle importazioni.

La differenza tra le valutazioni è significativa. Per comprendere davvero le dimensioni dell’emergenza, servono statistiche aggiornate, verificabili e confrontabili sulla produzione, sul numero degli animali, sui focolai e sulle importazioni.

Senza dati condivisi e attendibili, diventa difficile valutare con precisione l’efficacia delle misure adottate e stabilire quale strategia sia economicamente e sanitariamente più sostenibile.

La proposta più radicale: eliminare i suini rimasti

Trincado ritiene che gli interventi effettuati dal 2021 non siano riusciti a eradicare il virus e propone un cambio di strategia: commercializzare la maggior parte dei suini sani rimasti, eliminare gli altri animali e mantenere il Paese per due anni in una condizione di vuoto sanitario, prima di avviare una nuova ripopolazione controllata.

Secondo il suo ragionamento, continuare a intervenire soltanto sui focolai non sarebbe sufficiente a interrompere la circolazione del virus. La proposta prevede anche l’introduzione di animali sentinella per verificare le condizioni sanitarie prima di ricostruire gli allevamenti.

Ma una misura del genere avrebbe un costo sociale enorme. Migliaia di famiglie dipendono direttamente o indirettamente dall’allevamento suino. Per molti piccoli produttori, i maiali rappresentano una fonte di reddito difficile da sostituire. Eliminare gli animali senza un adeguato sistema di indennizzi, sostegno economico e riconversione produttiva potrebbe aggravare la povertà nelle comunità rurali.

Inoltre, un piano di eradicazione di questa portata richiederebbe una valutazione epidemiologica indipendente, procedure rigorose per la gestione delle carcasse, risorse finanziarie adeguate e criteri scientifici precisi per stabilire quando sia possibile ripopolare gli allevamenti.

La proposta di Trincado non è una decisione del governo, ma un’ipotesi che merita di essere valutata pubblicamente sulla base di prove scientifiche, costi e benefici.

Il governo sostiene che la situazione stia migliorando

Le autorità dominicane presentano un quadro meno negativo rispetto a quello delineato dallo specialista.

Secondo i dati della Dirección General de Ganadería riportati da Acento, tra gennaio e settembre 2026 sono stati registrati 130 focolai, contro i 436 dello stesso periodo del 2025: una diminuzione del 70,2%.

Il governo sta inoltre preparando protocolli per individuare e dichiarare aree libere dalla malattia. In alcune province meridionali e a Samaná, secondo le dichiarazioni del direttore della Ganadería pubblicate da El Día, non erano stati registrati casi da diversi mesi, sulla base dei controlli effettuati.

È un segnale potenzialmente positivo, ma la diminuzione dei focolai non equivale automaticamente all’eradicazione del virus. Occorre capire quanto siano completi i controlli, se anche gli allevamenti informali vengano monitorati e se la riduzione dei casi sia stabile nel tempo.

Il governo ha dunque il dovere di spiegare con chiarezza quali risultati siano stati raggiunti, quali problemi rimangano e quali obiettivi concreti siano previsti per i prossimi mesi.

Che cosa rischia chi vive nella Repubblica Dominicana?

Per chi abita nel Paese, il primo effetto da tenere sotto osservazione è il prezzo della carne suina. Se la produzione interna non riuscisse a recuperare, le importazioni continuerebbero a svolgere un ruolo decisivo nell’approvvigionamento. Un aumento dei prezzi internazionali, dei costi di trasporto o delle difficoltà commerciali potrebbe riflettersi sul mercato locale.

Il secondo problema riguarda il lavoro. La crisi non colpisce soltanto gli allevatori: coinvolge anche macelli, produttori di mangimi, trasportatori, fornitori di medicinali veterinari, commercianti e lavoratori della distribuzione.

Il terzo riguarda la sicurezza dell’approvvigionamento. Dipendere maggiormente dall’estero non significa necessariamente restare senza carne, ma riduce il peso della produzione nazionale e aumenta l’esposizione a eventuali interruzioni delle forniture.

Per questo non basta chiedersi quanti focolai siano stati registrati. Bisogna anche sapere quanto produce il Paese, quanto importa, quanto costa la carne ai consumatori e quali strumenti siano disponibili per sostenere gli allevatori.

Per gli italiani residenti nella Repubblica Dominicana, il messaggio è semplice: non c’è motivo di temere un contagio umano da peste suina africana, ma è ragionevole seguire l’evoluzione dei prezzi alimentari e affidarsi a prodotti provenienti da filiere regolarmente controllate.

Il problema della frontiera e dei controlli

La peste suina africana non si diffonde soltanto attraverso il contatto diretto tra animali. Può essere trasportata anche da materiali contaminati e da prodotti suini infetti. Di conseguenza, la prevenzione richiede controlli rigorosi sugli spostamenti degli animali, sulla movimentazione delle merci e sulle condizioni igieniche degli allevamenti.

La stessa Dirección General de Ganadería ricorda che il virus può essere trasmesso attraverso indumenti, calzature, veicoli, attrezzature e residui alimentari contaminati.

Per un Paese che condivide un’isola con Haiti e mantiene intensi flussi commerciali e di persone, la sorveglianza veterinaria è un elemento importante della sicurezza agricola. Questo non significa che la malattia stia arrivando da oltre frontiera o che vi sia una nuova emergenza transfrontaliera: per affermarlo servirebbero prove specifiche.

Significa che la biosicurezza deve essere applicata con continuità, anche nei piccoli allevamenti e nei circuiti informali, perché un singolo punto debole può mettere a rischio il lavoro di molti produttori.

La domanda che le autorità non possono evitare

Dopo cinque anni di crisi, il Paese ha bisogno di una valutazione pubblica dei risultati. La riduzione dei focolai è incoraggiante, ma non basta da sola a dimostrare che il problema sia risolto. Le stime sulla produzione, le importazioni e il patrimonio suinicolo mostrano quanto sia importante disporre di dati chiari.

Non si può nemmeno accettare senza discussione una proposta che comporterebbe l’eliminazione di quasi tutti gli animali rimasti e due anni di attesa. Una decisione così pesante dovrebbe essere accompagnata da studi indipendenti, stime economiche, consultazioni con gli allevatori e garanzie per le famiglie coinvolte.

La Repubblica Dominicana deve scegliere una strategia che protegga la salute animale e, allo stesso tempo, la sicurezza alimentare e il lavoro. L’obiettivo non può essere soltanto ridurre i focolai: deve essere ricostruire una filiera nazionale capace di produrre in condizioni sanitarie sicure.

La peste suina africana non è un pericolo diretto per la salute delle persone, ma può diventare un problema per il loro reddito, per il costo della spesa e per l’economia del Paese. La vera emergenza, oggi, è capire se la Repubblica Dominicana stia costruendo una via d’uscita duratura o se rischi di continuare a pagare il prezzo di una crisi senza una soluzione definitiva.




Vino italiano, la sfida americana: 50 milioni di potenziali consumatori. Vinitaly punta a conquistare gli Stati Uniti

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A New York 300 aziende e 2.500 etichette per la terza edizione di Vinitaly.USA. Oltreoceano ci sono già 35 milioni di consumatori di vino italiano, ma il mercato offre ancora enormi margini di crescita. La sfida è conquistare nuovi pubblici, soprattutto tra i giovani.

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Il vino italiano guarda agli Stati Uniti con un obiettivo ambizioso: trasformare milioni di potenziali consumatori in nuovi clienti. È questo il messaggio lanciato da New York, dove il 26 ottobre è stata inaugurata la terza edizione di Vinitaly.USA, la manifestazione organizzata da Veronafiere in collaborazione con ITA – Italian Trade Agency, in programma al Pier 36 fino al 27 ottobre.

I numeri danno la misura delle opportunità. Sono presenti 300 imprese italiane e 2.500 etichette, in una manifestazione che punta a rafforzare la presenza dei produttori italiani nel mercato considerato strategico per l’intero comparto vitivinicolo.

Secondo l’Osservatorio UIV-Vinitaly, negli Stati Uniti e nel resto del mercato nordamericano si contano già circa 35 milioni di consumatori di vino italiano. Ma il dato più interessante è un altro: su quasi 90 milioni di americani che bevono vino abitualmente, oltre 50 milioni costituiscono un bacino potenzialmente interessato alle etichette italiane. Non significa che siano già clienti o che acquisteranno certamente prodotti italiani: rappresentano, piuttosto, una grande opportunità commerciale ancora da sviluppare.

Perché gli Stati Uniti sono così importanti

Il mercato americano rappresenta una destinazione fondamentale per le cantine italiane. Nel 2025 le importazioni statunitensi di vino dall’Unione europea hanno raggiunto un valore di circa 4,4 miliardi di euro, secondo i dati riportati nell’ambito della manifestazione.

Per l’Italia, la posta in gioco è rilevante: il vino non è soltanto uno dei prodotti più conosciuti del Made in Italy, ma anche una filiera che coinvolge agricoltori, aziende familiari, cooperative, imbottigliatori, distributori, ristoratori e operatori della logistica.

Ogni nuovo mercato conquistato può quindi avere ricadute ben oltre la singola cantina. Una maggiore domanda di vini italiani può sostenere le aziende produttrici, rafforzare il lavoro delle imprese che esportano e favorire la presenza dei prodotti regionali italiani nei ristoranti, negli alberghi e nei negozi specializzati.

All’inaugurazione, il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, ha sottolineato la necessità di investire con continuità nel mercato americano. Sulla stessa linea Matteo Zoppas, presidente di ITA, che ha evidenziato il valore della collaborazione tra imprese e istituzioni per sostenere la competitività del settore.

La nuova sfida: conquistare i giovani americani

Il futuro del vino italiano negli Stati Uniti non dipende soltanto dalla capacità di vendere più bottiglie. Conta anche capire come cambiano le abitudini dei consumatori.

Lo studio presentato nell’ambito di Vinitaly.USA segnala una presenza dei vini italiani più equilibrata tra le diverse generazioni rispetto a quella dei vini californiani, i cui volumi di vendita risultano maggiormente concentrati nelle fasce d’età più mature.

Anche le modalità di consumo stanno cambiando. Il vino viene bevuto da solo o durante i pasti, ma una parte crescente dei consumatori lo sceglie anche in contesti meno tradizionali. Secondo l’indagine del Wine Market Council citata dall’Osservatorio UIV-Vinitaly, il 34% dei nuovi consumatori americani considera il vino anche come ingrediente per cocktail, mentre il 30% lo beve freddo con ghiaccio. Il 75% dei consumatori abituali dichiara inoltre di consumarlo anche in forme diverse da quelle tradizionali.

Per i produttori italiani si apre quindi una doppia possibilità: valorizzare la tradizione enologica e, contemporaneamente, trovare nuovi modi per avvicinare il prodotto a un pubblico più giovane.

La difficoltà consiste nel farlo senza snaturare l’identità delle etichette. La qualità, la provenienza geografica, i vitigni e la storia dei territori rimangono elementi distintivi, ma la comunicazione deve saper parlare anche a consumatori che non conoscono ancora bene le differenze tra le regioni vinicole italiane.

Dal Piemonte alla Sicilia: il valore del territorio

Il vino italiano ha un vantaggio competitivo nella varietà. Poche nazioni possono offrire una gamma altrettanto ampia di vitigni autoctoni, denominazioni, stili e tradizioni regionali.

Questa ricchezza può diventare una risorsa commerciale se viene accompagnata da una strategia efficace. Non basta portare negli Stati Uniti una buona bottiglia: occorre far conoscere il produttore, spiegare il territorio, trovare gli importatori giusti e costruire rapporti stabili con distributori, ristoranti e negozi specializzati.

La manifestazione di New York si inserisce proprio in questa prospettiva. Accanto agli incontri commerciali, il programma comprende sessioni di approfondimento sul mercato, la distribuzione, la formazione, le masterclass e l’enoturismo.

Il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Sacripante, ha richiamato l’importanza di utilizzare qualità, varietà e tradizione per raggiungere pubblici differenti, dall’alta ristorazione alle nuove occasioni di consumo.

Anche per gli italiani all’estero è una notizia importante

Per le comunità italiane che vivono negli Stati Uniti, il vino è spesso molto più di una bevanda: rappresenta un legame con le proprie origini, con le tradizioni familiari e con i territori da cui provengono genitori, nonni o bisnonni.

Ma il mercato non può basarsi soltanto sulla nostalgia degli emigrati. La vera crescita passa dalla capacità di raggiungere anche gli americani che non hanno origini italiane e che possono scoprire i prodotti del nostro Paese attraverso la ristorazione, il turismo, gli eventi e le nuove forme di comunicazione.

Per questo iniziative come Vinitaly.USA interessano anche chi vive lontano dall’Italia. Il successo del Made in Italy sui mercati internazionali contribuisce a mantenere viva l’immagine del Paese, crea opportunità per le imprese e rafforza il ruolo delle comunità italiane come ponte culturale e commerciale.

Un ristorante italiano che introduce nuovi vini regionali, un importatore che investe in una piccola cantina o un consumatore americano che scopre un vitigno poco conosciuto possono diventare parte di un processo più ampio di promozione del patrimonio enogastronomico italiano.

Una grande opportunità, ma la concorrenza è forte

I numeri sono promettenti, ma non garantiscono automaticamente il successo. Le cantine italiane devono affrontare costi logistici, concorrenza internazionale, regole commerciali e difficoltà di accesso ai canali distributivi. Anche i dazi e le condizioni dell’export possono incidere sui prezzi finali e sulla competitività dei prodotti.

Per trasformare il bacino potenziale di oltre 50 milioni di consumatori in risultati concreti serviranno quindi investimenti, promozione continuativa e una conoscenza sempre più precisa delle preferenze locali.

Il messaggio che arriva da New York è chiaro: il vino italiano ha già una posizione importante negli Stati Uniti, ma non ha ancora esaurito le possibilità di crescita. La prossima fase non consiste soltanto nel vendere di più a chi conosce già il prodotto, ma nel conquistare nuovi consumatori e nuove occasioni di consumo.

Cinquantamilioni di potenziali clienti non sono una conquista già ottenuta. Sono una sfida. E per le cantine italiane, per il mondo dell’export e per l’immagine del Made in Italy all’estero, può essere una sfida decisiva.




Repubblica Dominicana, dal 2027 trasferimenti bancari in pochi secondi: pagamenti istantanei 24 ore su 24

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Il Banco Central annuncia una nuova piattaforma operativa tutti i giorni, anche nei festivi. Il cambiamento promette di semplificare i trasferimenti tra banche, con vantaggi per famiglie, imprese e residenti stranieri.

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Inviare denaro da una banca a un’altra senza dover controllare gli orari di lavorazione, attendere il giorno lavorativo successivo o chiedersi quando i fondi saranno effettivamente disponibili. È la prospettiva annunciata dal Banco Central de la República Dominicana, che nel 2027 introdurrà una nuova piattaforma di pagamenti istantanei.

Il sistema funzionerà 24 ore su 24, sette giorni su sette, per tutti i 365 giorni dell’anno, con l’accredito delle somme in pochi secondi. L’annuncio è stato dato dal governatore del Banco Central, Héctor Valdez Albizu, in occasione del 79º anniversario dell’istituzione monetaria, celebrato il 23 ottobre.

La novità interessa direttamente anche gli italiani che risiedono nel Paese: chi deve trasferire denaro tra conti dominicani, pagare collaboratori o fornitori, gestire un’attività oppure dividere spese familiari potrebbe beneficiare di operazioni più rapide e prevedibili.

Addio alle attese per i trasferimenti interbancari?

Attualmente, il sistema di Liquidación Bruta en Tiempo Real (LBTR), gestito dal Banco Central, permette già di effettuare trasferimenti elettronici tra diverse istituzioni finanziarie. Tuttavia, la liquidazione definitiva delle operazioni è ancora legata a finestre operative e condizioni che possono limitare l’immediatezza del servizio.

La nuova piattaforma punta a superare questi vincoli, consentendo ai clienti delle diverse entità finanziarie regolamentate di trasferire fondi con disponibilità pressoché immediata.

Il principio è semplice: il denaro dovrebbe arrivare a destinazione in pochi secondi, anche di sera, durante il fine settimana o nei giorni festivi. Non sarà quindi più necessario, almeno per le operazioni comprese nel nuovo sistema, organizzare ogni trasferimento in funzione degli orari bancari tradizionali.

Il Banco Central non ha ancora illustrato tutti i dettagli pratici destinati ai clienti, compresi gli eventuali limiti per singola operazione, le commissioni applicabili e le modalità di accesso attraverso le singole banche. Saranno questi elementi a determinare quanto il servizio risulterà conveniente nella vita quotidiana.

Un sistema che muove già migliaia di miliardi

I numeri mostrano quanto i trasferimenti elettronici siano ormai centrali nell’economia dominicana. Nel primo semestre del 2026, attraverso il sistema LBTR sono state effettuate 23,6 milioni di transazioni, per un valore complessivo di oltre 2.318 miliardi di pesos dominicani.

La nuova piattaforma nasce dunque in un mercato nel quale famiglie, imprese e operatori economici utilizzano già in misura significativa i pagamenti digitali.

Secondo Valdez Albizu, il cambiamento contribuirà a rivoluzionare il modo di effettuare trasferimenti elettronici, favorendo la digitalizzazione dei pagamenti e l’inclusione finanziaria. Tra i beneficiari attesi figurano anche le piccole e medie imprese, per le quali la rapidità nell’incasso e nella disponibilità dei fondi può avere un effetto concreto sulla gestione della liquidità.

Che cosa cambia per gli italiani residenti

Per gli italiani che vivono stabilmente nella Repubblica Dominicana, la novità potrebbe rendere più agevoli numerose operazioni quotidiane: trasferire denaro tra conti intestati alla stessa persona presso banche differenti, pagare un fornitore, versare una somma a un collaboratore o ricevere un pagamento senza attendere il successivo ciclo bancario.

È importante, tuttavia, distinguere i trasferimenti interbancari interni al sistema dominicano dai bonifici internazionali. L’annuncio riguarda la nuova piattaforma nazionale: non significa che dal 2027 anche i trasferimenti dall’Italia alla Repubblica Dominicana o viceversa arriveranno automaticamente in pochi secondi. Per questi ultimi continueranno a contare i circuiti internazionali utilizzati, le banche coinvolte, i controlli e le relative condizioni.

Prima del lancio sarà quindi utile verificare con la propria banca quali operazioni saranno incluse, se il servizio sarà disponibile direttamente dall’applicazione mobile e quali eventuali costi verranno applicati.

Un sistema bancario in crescita

L’annuncio è arrivato insieme a un bilancio positivo presentato dal governatore sul settore finanziario. A settembre 2026, gli attivi complessivi del sistema bancario dominicano avevano raggiunto 4.600 miliardi di pesos, con un incremento annuo del 10,7%.

La redditività patrimoniale si attestava al 23,1%, mentre la morosità era scesa all’1,5%, rispetto all’1,9% registrato nel settembre 2025. La solvibilità regolamentare aveva raggiunto il 18,9% a maggio, oltre il minimo del 10% previsto dalla normativa.

Sono indicatori che il Banco Central presenta come segnali della solidità del settore e della capacità del sistema finanziario di sostenere nuovi investimenti tecnologici.

La vera prova sarà l’utilizzo quotidiano

L’introduzione dei pagamenti istantanei rappresenta un passo importante nella modernizzazione dei servizi bancari dominicani. Ma il successo della piattaforma dipenderà dalla sua effettiva diffusione, dalla partecipazione degli istituti finanziari, dai costi per i clienti e dall’affidabilità del servizio.

Per chi vive nella Repubblica Dominicana, il vantaggio più evidente potrebbe essere la possibilità di disporre del proprio denaro senza le attese legate agli orari bancari. Per le imprese, invece, la disponibilità immediata dei fondi potrebbe migliorare la gestione dei pagamenti e ridurre i tempi delle transazioni commerciali.

Il 2027 sarà quindi un anno importante per verificare se la promessa di trasferimenti in pochi secondi diventerà una realtà accessibile a tutti i clienti delle banche aderenti. Perché una tecnologia finanziaria è davvero utile quando non si limita a rendere più moderno il sistema, ma semplifica concretamente la vita di chi lo utilizza.




Venezuela, il petrolio di Trump e l’accordo segreto: agli Stati Uniti il controllo, ai venezuelani poche garanzie

acuerdo petrolero secreto entre potencias
ProPublica pubblica le 18 pagine dell’intesa con la compagnia NABEP: Washington punta a una quota del 35%, ottiene la priorità sull’acquisto del greggio per mezzo secolo e paga una parte del petrolio appena 30 dollari al barile. Ma i 200 miliardi di dollari promessi al Venezuela non sono garantiti esplicitamente dal contratto.

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Il petrolio venezuelano torna al centro della strategia americana, ma il documento che dovrebbe definire le regole della partita racconta una storia più complessa rispetto agli annunci della Casa Bianca. ProPublica, la testata statunitense specializzata nel giornalismo investigativo, ha ottenuto una copia dell’accordo di partenariato strategico di 18 pagine promosso dall’amministrazione di Donald Trump e firmato, per gli Stati Uniti, dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Il presidente americano aveva definito l’intesa, annunciata alla fine di agosto, «il più grande accordo petrolifero della storia». Il testo, tuttavia, mostra una struttura nella quale i vantaggi per Washington sono descritti con precisione, mentre gli obblighi economici a favore del Venezuela appaiono molto meno definiti.

Al centro dell’operazione c’è la North American Blue Energy Partners (NABEP), società petrolifera guidata dall’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt. L’accordo prevede l’ingresso degli Stati Uniti con una partecipazione del 35% nella società capogruppo registrata alle Barbados, mentre il controllo operativo viene affidato a un consiglio di amministrazione nel quale la maggioranza deve essere composta da cittadini americani.

Petrolio a 30 dollari e priorità per cinquant’anni

Uno degli aspetti più significativi riguarda le condizioni di acquisto del greggio. Gli Stati Uniti avranno il diritto di acquistare il 20% della produzione di NABEP al prezzo di 30 dollari al barile, una cifra molto inferiore alle quotazioni di mercato riportate negli ultimi mesi.

Non si tratta, però, di un costo complessivo che comprenda ogni spesa necessaria per portare il petrolio fino al mercato. Il greggio venezuelano è spesso particolarmente pesante e può richiedere la miscelazione con prodotti più leggeri per poter essere trasportato negli oleodotti. L’accordo non include nel prezzo indicato questi eventuali costi aggiuntivi, mentre NABEP sostiene che gran parte dei suoi giacimenti richieda poca o nessuna diluizione.

La posizione americana non si limita a una parte della produzione. Washington avrà la priorità nell’acquisto del petrolio restante per i successivi cinquant’anni e potrà arrivare ad acquistare l’intera produzione della società in caso di emergenza nazionale dichiarata dagli Stati Uniti.

È proprio questa durata a ridimensionare uno degli annunci di Trump, che aveva parlato di un secolo di dominio energetico americano: i diritti di acquisto previsti dal documento scadono dopo cinquant’anni.

I 200 miliardi promessi non sono garantiti

Un altro punto controverso riguarda i benefici economici destinati al Venezuela. La Casa Bianca aveva indicato in circa 200 miliardi di dollari il valore delle royalties e delle imposte che sarebbero dovute affluire al Paese.

Nel testo esaminato da ProPublica, tuttavia, non compare una garanzia esplicita di pagamento di quella cifra. La distinzione è importante: una previsione politica o una stima economica non equivale a un obbligo contrattuale vincolante.

Anche la durata delle concessioni solleva interrogativi. Un funzionario americano avrebbe sostenuto che Caracas abbia concesso a NABEP licenze operative per cento anni, ma tale durata non compare nell’accordo e sembra entrare in conflitto con la normativa venezuelana, che limita a 25 anni le concessioni petrolifere.

Il documento stabilisce inoltre che le controversie siano regolate dal diritto statunitense e affrontate davanti al tribunale federale del distretto settentrionale del Texas, anziché davanti ai tribunali venezuelani.

Una società con proprietari in parte sconosciuti

La struttura societaria è un altro elemento centrale dell’inchiesta. Gli Stati Uniti dovrebbero ottenere la loro quota attraverso l’acquisizione di azioni della società capogruppo registrata alle Barbados, con un esborso iniziale nullo e un prezzo simbolico di un centesimo per azione previsto per l’operazione.

Gli altri proprietari e investitori della capogruppo restano in gran parte sconosciuti. Il consiglio di amministrazione sarà composto da sette membri, con una maggioranza di cittadini americani e un osservatore nominato dal governo statunitense, privo di diritto di voto.

Alejandro Betancourt manterrà la carica di amministratore delegato. Per rimuoverlo saranno necessari cinque voti su sette, mentre il mandato iniziale del consiglio durerà quindici anni. L’accordo non prevede una partecipazione del governo venezuelano nel consiglio.

Secondo persone informate sui negoziati citate da ProPublica, la struttura sarebbe stata concepita per rendere difficile a future amministrazioni americane o venezuelane smantellare l’intesa.

Chi è Alejandro Betancourt

Betancourt è un imprenditore venezuelano del settore energetico che ha già operato in passato attraverso società attive nel Paese. Secondo l’inchiesta, è stato oggetto di indagini per riciclaggio in diversi Paesi, ma non è stato incriminato nei procedimenti citati.

La società respinge le accuse e sottolinea che né Betancourt né il cofirmatario Orlando Alvarado sono mai stati incriminati. Alvarado ha firmato l’accordo per conto della società capogruppo; secondo il Miami Herald, era stato indicato dai procuratori federali americani come co-cospiratore non incriminato in un presunto schema per sottrarre fondi alla compagnia petrolifera statale venezuelana.

La scelta di Betancourt ha suscitato critiche anche tra esponenti dell’opposizione venezuelana e senatori democratici statunitensi. Questi ultimi hanno sollevato dubbi sia sulla trasparenza dell’operazione sia sull’autorità legale dell’ufficio del Pentagono incaricato di gestire la partecipazione americana.

I benefici per il Venezuela restano da dimostrare

La Casa Bianca sostiene che l’accordo contribuirà a stabilizzare l’economia venezuelana e ad ampliare le riserve petrolifere americane. La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha definito l’intesa storica e ha difeso la scelta di Betancourt.

I risultati immediati, tuttavia, sono ancora limitati. NABEP produce attualmente circa 200.000 barili al giorno e punta a raggiungere quota 500.000 entro la fine del 2028. Secondo le valutazioni riportate nell’inchiesta, potrebbe essere necessario attendere anni prima che l’operazione produca effetti significativi sui mercati petroliferi e sui consumatori americani.

La vicenda apre quindi una questione che va oltre il prezzo del greggio: chi controllerà realmente le risorse, chi incasserà i profitti e quali garanzie avrà la popolazione venezuelana?

Il testo ottenuto da ProPublica non dimostra, da solo, che l’accordo sia destinato a fallire. Mostra però una differenza sostanziale tra le promesse pubbliche e gli impegni scritti: per gli Stati Uniti sono previsti diritti di acquisto e strumenti di controllo dettagliati; per i benefici economici promessi al Venezuela, invece, le garanzie contrattuali risultano assai meno esplicite.

È su questa differenza che si concentrerà il dibattito politico e giuridico nei prossimi mesi.

 

Fonte principale: La Voce di New York, 22 ottobre 2026; inchiesta originale di ProPublica, “The Secret Terms of Trump’s Venezuelan Oil Deal”.

 

 




Città del Messico, l’Italia protagonista a Expo CIHAC 2026: 20 aziende puntano sul mercato delle costruzioni

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Dal marmo alle tecnologie per l’edilizia, le imprese italiane si presentano alla principale fiera messicana del settore. L’Italia è già un fornitore di riferimento per i materiali lapidei e guarda alle nuove opportunità offerte dallo sviluppo infrastrutturale del Paese.

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L’eccellenza italiana nel settore delle costruzioni è protagonista a Città del Messico, dove il 15 ottobre ha preso il via la 36ª edizione di Expo CIHAC, manifestazione internazionale dedicata all’edilizia, all’architettura, al design e all’ingegneria. L’evento si è svolto presso il centro fieristico Banamex e si è concluso il 16 ottobre.

A coordinare la partecipazione italiana è stata ICE-Agenzia, in collaborazione con Confindustria Marmomacchine e ANIMA Confindustria Meccanica Varia. Il padiglione nazionale ha riunito 20 aziende italiane, di cui sette specializzate nel comparto del marmo e tredici attive nella produzione di macchinari e tecnologie per l’edilizia.

Il Messico, un mercato strategico per il Made in Italy

All’inaugurazione ha partecipato l’ambasciatore d’Italia in Messico, Alessandro Modiano, che ha sottolineato il ruolo del Paese latinoamericano come principale destinazione dell’export italiano in America Latina nel 2025.

Il settore messicano delle costruzioni rappresenta un comparto importante dell’economia nazionale, con un’incidenza stimata del 6,2% sul PIL nel 2025. I progetti infrastrutturali, lo sviluppo industriale e la crescita dell’edilizia turistica e residenziale alimentano la domanda di materiali, macchinari e soluzioni tecnologiche.

In questo scenario, le imprese italiane possono contare su una reputazione consolidata per qualità dei materiali, competenze tecniche e capacità di innovazione.

Marmo e macchinari: i punti di forza italiani

I dati relativi al 2025 evidenziano posizioni significative per l’Italia nel mercato messicano delle pietre naturali e delle tecnologie per la loro lavorazione.

Per marmo, travertino e altre pietre da costruzione non lavorate, l’Italia è risultata il primo fornitore del Messico, con esportazioni per un valore di 4,5 milioni di euro e una quota di mercato del 27,5%.

Nel segmento delle macchine utensili per la lavorazione della pietra, il nostro Paese si è collocato al secondo posto, dopo la Cina, con importazioni messicane pari a 9,4 milioni di euro e una quota del 23,33%. Per i macchinari destinati alla frantumazione e alla macinazione di materie minerali, l’Italia ha occupato invece la terza posizione, dopo Cina e Stati Uniti.

Una vetrina per nuove collaborazioni

Expo CIHAC 2026 ha riunito oltre 500 espositori su una superficie superiore a 23.000 metri quadrati, con più di 19.000 visitatori qualificati attesi tra produttori, importatori e compratori internazionali. Numeri che confermano il peso della manifestazione come punto d’incontro per le imprese interessate al mercato latinoamericano.

Per le aziende italiane, la fiera ha rappresentato un’occasione per consolidare i rapporti commerciali, presentare nuove tecnologie e intercettare la domanda di un settore in trasformazione.

La sfida, ora, è convertire la visibilità internazionale in nuovi contratti e collaborazioni durature. Per il Made in Italy, il Messico si conferma un mercato da seguire con attenzione: non soltanto per il valore delle esportazioni già raggiunto, ma anche per le opportunità che lo sviluppo delle infrastrutture e dell’edilizia potrà offrire nei prossimi anni.




Alfa Romeo, la Junior conquista il Messico: vendite in crescita del 90% nel primo semestre

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Il nuovo modello compatto diventa protagonista dell’espansione internazionale del marchio italiano. Ad agosto raggiunto il record mensile di 53 vetture consegnate nel mercato messicano.

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La nuova Alfa Romeo Junior sta contribuendo in modo significativo alla crescita del marchio italiano sui mercati internazionali. In Messico, il debutto del modello ha dato una forte spinta ai risultati commerciali, con un aumento delle vendite del 90% nel primo semestre del 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il risultato conferma le potenzialità del mercato messicano per la casa automobilistica del Biscione, impegnata in una strategia di espansione che guarda oltre i confini europei.

Junior traina i risultati in Messico

I numeri registrati nei mesi estivi evidenziano il contributo del nuovo modello. A giugno sono state consegnate in Messico 42 Alfa Romeo Junior, mentre ad agosto le consegne sono salite a 53 unità, stabilendo il nuovo primato mensile per la vettura nel Paese.

Secondo Santo Ficili, responsabile dei marchi Alfa Romeo e Maserati, l’accoglienza riservata alla Junior in Messico dimostra quanto il modello possa sostenere la crescita internazionale del marchio.

La vettura si è affermata anche nel quadro complessivo delle vendite Alfa Romeo: a livello globale rappresenta il 56% dei volumi commerciali della casa automobilistica, diventando il modello più importante della gamma in termini di quantità vendute.

Una strategia che guarda al mondo

La crescita messicana si inserisce in un piano di sviluppo internazionale più ampio. Alfa Romeo è presente in circa 70 Paesi e considera l’Europa il proprio principale mercato, con Francia e Germania tra i riferimenti più importanti.

Anche l’Asia sta offrendo risultati incoraggianti, in particolare in Giappone e Taiwan. Nel primo semestre del 2026, secondo i dati diffusi da Stellantis, le vendite del marchio sono aumentate del 95% in Giappone e del 50% nell’intera area asiatica. Nel Regno Unito la crescita è stata del 24%.

La Junior, commercializzata in 45 Paesi, svolge un ruolo centrale in questa strategia grazie a una gamma che comprende motorizzazioni ibride ed elettriche, pensate per raggiungere una clientela internazionale più ampia.

Tonale, Giulia e Stelvio completano la gamma

Accanto alla Junior, anche l’Alfa Romeo Tonale continua a ottenere risultati positivi in diversi mercati, confermando il proprio ruolo nella gamma del marchio.

Giulia e Stelvio restano invece i modelli di riferimento per chi cerca prestazioni elevate e caratteristiche sportive, soprattutto nelle versioni Quadrifoglio. Al vertice dell’offerta si colloca la 33 Stradale, progetto esclusivo che rende omaggio alla storia e alla tradizione sportiva della casa automobilistica.

La strategia di Alfa Romeo punta dunque a coniugare l’espansione commerciale con gli elementi che caratterizzano da sempre l’identità del marchio: design, prestazioni e piacere di guida.

Il Messico come opportunità di crescita

I risultati della Junior indicano che il mercato messicano può contribuire in modo rilevante allo sviluppo internazionale di Alfa Romeo. Il record di consegne registrato ad agosto rappresenta un segnale positivo, mentre la crescita del primo semestre conferma il buon avvio commerciale del modello.

La sfida per il marchio sarà ora consolidare questi risultati e trasformare l’interesse iniziale in una presenza stabile sul mercato. In un settore automobilistico sempre più competitivo, la Junior rappresenta uno degli strumenti principali con cui Alfa Romeo intende rafforzare la propria posizione nel mondo.




Vino italiano, sfida americana: a New York il forum Vinitaly punta su mercato, ristorazione ed enoturismo

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Il 26 e 27 ottobre al Pier 36 si riuniranno operatori e imprese del settore. Attese 300 aziende italiane e oltre mille buyer preregistrati da Stati Uniti, Canada e Messico.

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Il vino italiano si prepara a rafforzare la propria presenza negli Stati Uniti, uno dei mercati più importanti per il settore. È questo l’obiettivo della tredicesima edizione di wine2wine Vinitaly Business Forum, in programma il 26 e 27 ottobre al Pier 36 di Manhattan, in contemporanea con Vinitaly.USA.

L’iniziativa, organizzata da Veronafiere in collaborazione con ITA – Italian Trade Agency, proporrà 22 sessioni dedicate alle trasformazioni del mercato, alle strategie di vendita, alla ristorazione e al turismo enogastronomico. Accanto al programma professionale sono previste attività commerciali con 300 aziende italiane e operatori internazionali. I buyer preregistrati hanno già superato quota mille, provenienti soprattutto da Stati Uniti, Canada e Messico.

Conoscere il mercato per crescere

La manifestazione nasce con l’intento di aiutare produttori e imprese a comprendere meglio le caratteristiche del mercato statunitense, dove le modalità di distribuzione e vendita variano sensibilmente da uno Stato all’altro.

Il programma prevede incontri tra produttori italiani, importatori, distributori, sommelier e professionisti della ristorazione. Il confronto servirà ad approfondire le preferenze dei consumatori, il ruolo delle carte dei vini nei ristoranti e le strategie necessarie per valorizzare le etichette italiane in un contesto competitivo.

Tra gli appuntamenti della prima giornata figura un confronto sulle prospettive dei rapporti commerciali tra Italia e Stati Uniti, con rappresentanti delle istituzioni e del mondo imprenditoriale. Un altro incontro metterà a confronto i produttori italiani con i Master Sommelier americani, per discutere le esigenze del mercato e le aspettative degli operatori.

Millennials e Generazione Z nel mirino

Una parte importante dell’iniziativa sarà dedicata ai consumatori più giovani, in età legale per acquistare e consumare alcolici. Le imprese del vino sono chiamate a comprendere abitudini, gusti e modalità di comunicazione di queste generazioni, per individuare nuove opportunità senza perdere il legame con la qualità e l’identità dei territori.

Il forum analizzerà anche le differenze regionali del mercato americano, con un approfondimento sul Texas e sulle città di Dallas, Houston e Austin. L’obiettivo è offrire alle aziende strumenti per adattare le proprie strategie alle caratteristiche dei diversi mercati locali.

L’enoturismo come strumento di promozione

Non soltanto commercio e distribuzione. Il programma riserva ampio spazio all’enoturismo, considerato una risorsa per collegare il prodotto alla cultura, ai paesaggi e alle tradizioni italiane.

Gli incontri esamineranno come gli operatori internazionali costruiscono e propongono itinerari legati al vino e quali esperienze possano attrarre i viaggiatori americani. Per le cantine, l’enoturismo può rappresentare un modo per rafforzare la relazione con il consumatore e promuovere direttamente i territori di produzione.

Il 27 ottobre è previsto anche un appuntamento dedicato al futuro delle destinazioni enoturistiche italiane, con il coinvolgimento del Ministero del Turismo e di Enit.

Formazione e degustazioni

Accanto ai dibattiti commerciali, il programma comprenderà masterclass e degustazioni dedicate ai vitigni autoctoni, alle produzioni regionali e alle diverse espressioni del vino italiano. Saranno approfonditi, tra gli altri, i vini della Sardegna e del Friuli-Venezia Giulia, il Metodo Classico e le varietà italiane meno conosciute sui mercati internazionali.

Gli incontri formativi mirano a rafforzare la conoscenza del patrimonio enologico nazionale tra gli operatori stranieri e a fornire ai professionisti strumenti utili per raccontare le etichette italiane in modo più efficace.

Un ponte tra le cantine italiane e gli Stati Uniti

Con wine2wine Vinitaly Business Forum, Veronafiere punta a consolidare il dialogo tra le imprese italiane e gli operatori nordamericani. Il trasferimento di Vinitaly.USA da Chicago a New York accompagna questa strategia, portando l’iniziativa in una delle principali piazze internazionali per il commercio e la ristorazione.

La sfida non riguarda soltanto l’aumento delle vendite, ma anche la capacità di far conoscere l’identità dei territori, intercettare nuovi consumatori e trasformare il vino in un’esperienza culturale e turistica.

Per le aziende italiane, l’appuntamento di fine ottobre sarà quindi un’occasione per creare contatti, comprendere le dinamiche del mercato e individuare nuove strade per promuovere il vino italiano negli Stati Uniti.




Fedriga negli Stati Uniti: il Friuli Venezia Giulia punta su ricerca, imprese e nuove collaborazioni

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Dal 14 al 20 ottobre il governatore Massimiliano Fedriga e l’assessore Alessia Rosolen saranno a New York e Washington per una serie di incontri istituzionali ed economici. Il 16 ottobre appuntamento alle Nazioni Unite dedicato alla ricerca e all’innovazione regionali.

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Rafforzare i rapporti con gli Stati Uniti e aprire nuove opportunità di collaborazione nei settori dell’economia, della ricerca scientifica e dell’innovazione. È questo l’obiettivo della missione istituzionale che porterà il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e l’assessore regionale Alessia Rosolen a New York e Washington dal 14 al 20 ottobre.

La visita si inserisce nella strategia regionale di consolidamento delle relazioni internazionali, con particolare attenzione ai rapporti con il mondo imprenditoriale e scientifico americano. Il programma prevede incontri con rappresentanti delle imprese, organizzazioni internazionali e centri di ricerca e analisi geopolitica.

«Gli Stati Uniti rappresentano un interlocutore di primo piano per il Friuli Venezia Giulia», ha sottolineato Fedriga, evidenziando il valore dei legami storici e delle collaborazioni già sviluppate tra le due realtà.

Il sistema scientifico regionale protagonista all’ONU

Uno degli appuntamenti centrali è previsto per venerdì 16 ottobre, nella sede delle Nazioni Unite a New York. Fedriga e Rosolen parteciperanno a un evento dedicato al sistema scientifico e dell’innovazione del Friuli Venezia Giulia e al contributo della cooperazione internazionale agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.

L’iniziativa offrirà l’occasione per presentare a un pubblico internazionale le competenze scientifiche e tecnologiche presenti sul territorio regionale, valorizzando le possibilità di collaborazione tra istituzioni, università e centri di ricerca.

Incontri con imprenditori e grandi realtà tecnologiche

Il calendario newyorkese comprende anche un confronto con una delegazione di imprenditori italiani che operano negli Stati Uniti, finalizzato a rafforzare i collegamenti economici e a individuare nuove prospettive di investimento e collaborazione.

In programma inoltre un incontro con esponenti del vertice di Meta, il gruppo tecnologico che controlla piattaforme come Facebook, Instagram e WhatsApp. La missione prevede anche colloqui con rappresentanti del World Jewish Congress e dell’American Jewish Committee, organizzazioni attive nel dialogo istituzionale e nella rappresentanza delle comunità ebraiche.

A Washington il confronto sulle relazioni transatlantiche

La seconda parte della visita si svolgerà nella capitale federale, dove Fedriga e Rosolen prenderanno parte alla cena di gala della National Italian American Foundation (NIAF), uno degli appuntamenti di riferimento per la comunità italoamericana negli Stati Uniti.

Sono previsti anche incontri al Wilson Center e all’Atlantic Council. Il primo promuove il confronto tra ricerca e decisori pubblici; il secondo si occupa di relazioni transatlantiche, sicurezza e questioni geopolitiche internazionali.

I colloqui saranno dedicati ai cambiamenti degli equilibri economici e politici globali, al ruolo dell’innovazione nello sviluppo e alle prospettive della cooperazione tra Europa e Stati Uniti.

Una strategia internazionale per lo sviluppo regionale

Per il Friuli Venezia Giulia, la missione rappresenta un’occasione per consolidare relazioni già esistenti e creare nuovi canali di collaborazione con interlocutori economici, scientifici e istituzionali.

Fedriga ha rimarcato l’importanza di una presenza internazionale sempre più strutturata anche per le politiche regionali, sottolineando come il confronto con imprese, ricercatori ed esperti possa contribuire a individuare nuove direttrici di crescita.

I risultati concreti della missione potranno essere valutati al termine degli incontri, sulla base delle opportunità di collaborazione che emergeranno nei diversi ambiti. L’obiettivo dichiarato è trasformare il dialogo internazionale in occasioni utili per il sistema produttivo, scientifico e formativo del Friuli Venezia Giulia.




Hai un conto dimenticato in Repubblica Dominicana? Potresti avere ancora dei soldi da recuperare

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In banca ci sono RD$ 53,775 milioni che i titolari non possono, non sanno o non hanno ancora potuto utilizzare. E la questione riguarda anche gli italiani che vivono o hanno vissuto nella Repubblica Dominicana

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Potrebbe esserci anche qualche italiano tra le migliaia di persone che hanno lasciato in banca un conto dimenticato, un vecchio deposito, un certificato mai chiuso oppure denaro rimasto intestato a un familiare deceduto.

Il dato è sorprendente: alla fine di agosto 2026 risultavano nella banca dominicana RD$ 53.775 milioni, una somma enorme che non è però, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, “denaro perso”. Si tratta di fondi che appartengono ancora ai loro titolari o agli aventi diritto, ma che per diversi motivi non possono essere utilizzati.

La cifra comprende RD$ 28.312 milioni sottoposti a embargo, RD$ 12.872 milioni intestati a clienti deceduti, RD$ 12.269 milioni presenti in conti inattivi da tre a dieci anni e altri RD$ 322 milioni relativi a conti abbandonati da oltre dieci anni. Complessivamente sono oltre 2,3 milioni di strumenti finanziari coinvolti.

Perché un conto diventa “inattivo”?

È una situazione molto più comune di quanto si possa pensare.

Un italiano arrivato nella Repubblica Dominicana molti anni fa potrebbe, per esempio, aver aperto un conto per ricevere lo stipendio, averlo utilizzato per qualche anno e poi averlo completamente dimenticato dopo aver cambiato banca.

Oppure potrebbe aver aperto un conto per acquistare una casa, ottenuto un finanziamento, trasferito il denaro su un altro conto e lasciato il vecchio rapporto aperto.

Può succedere anche con un piccolo conto di risparmio, con un certificato bancario o con un conto utilizzato per una vecchia attività commerciale.

Secondo ProUsuario, un conto viene considerato inattivo dopo tre anni senza prelievi o depositi effettuati dal titolare. Il denaro non scompare e continua, quando previsto, a generare gli interessi pattuiti; inoltre la banca deve sospendere l’applicazione di commissioni sul conto inattivo.

Dopo dieci anni senza movimenti il conto passa invece allo stato di abbandonato e il denaro viene trasferito alla custodia del Banco Central.

Attenzione: dopo vent’anni il recupero diventa impossibile

Questo è probabilmente l’aspetto più importante da conoscere.

La normativa dominicana prevede che, trascorsi dieci anni senza movimenti, il denaro venga trasferito al Banco Central. Da quel momento il titolare o gli eredi hanno ancora la possibilità di reclamarlo.

Ma esiste un limite.

Se trascorrono altri dieci anni senza che nessuno reclami quelle somme, cioè vent’anni complessivi dall’ultima movimentazione, il denaro viene trasferito al Fondo de Contingencia e non è più recuperabile.

Per questo motivo, chi ha vissuto per molti anni nella Repubblica Dominicana e conserva vecchi rapporti bancari farebbe bene a controllare.

E se il titolare del conto è morto?

Qui la questione può diventare particolarmente interessante per le famiglie italiane.

Secondo i dati aggiornati ad agosto, RD$ 12.872 milioni risultavano intestati a clienti deceduti, con un aumento del 13,6% rispetto all’anno precedente. Il saldo medio di questi rapporti è di circa RD$ 79.451.

In questo caso il denaro non può semplicemente essere ritirato da un familiare.

Gli eredi devono dimostrare il proprio diritto alla successione e seguire la procedura prevista dalla normativa dominicana. La Superintendencia de Bancos spiega che ProUsuario offre gratuitamente un servizio attraverso il quale è possibile ottenere informazioni sui prodotti finanziari intestati a una persona deceduta presso le entità sottoposte alla supervisione bancaria.

Per gli eredi possono essere necessari, tra gli altri documenti, atto di morte, atti di nascita degli eredi, certificato di matrimonio quando applicabile, documenti di identità e, in determinate situazioni, la determinazione degli eredi.

Questo può riguardare anche una famiglia divisa tra Repubblica Dominicana e Italia.

Un italiano che vive in Italia potrebbe infatti essere erede di un genitore o di un altro familiare che aveva lasciato denaro in una banca dominicana.

Come può controllare un italiano?

La buona notizia è che non è necessario andare banca per banca.

ProUsuario, il servizio della Superintendencia de Bancos dedicato agli utenti finanziari, permette di verificare online l’eventuale esistenza di conti inattivi o abbandonati.

La consultazione può essere effettuata utilizzando cédula, RNC oppure passaporto. Questo ultimo punto è particolarmente importante per gli italiani che hanno o hanno avuto rapporti bancari in Repubblica Dominicana.

Se viene individuato un conto inattivo, bisogna contattare direttamente l’istituto finanziario per verificarne la situazione e procedere alla riattivazione o alla chiusura.

Se invece il conto è già classificato come abbandonato e il denaro è passato al Banco Central, occorre rivolgersi al Departamento de Tesorería del Banco Central. ProUsuario indica il numero 809-221-9111, estensioni 3535 e 3413, per fissare l’appuntamento.

Non sono soltanto “milioni dimenticati”

Il dato complessivo di RD$ 53.775 milioni può impressionare, ma bisogna leggerlo correttamente.

Questi soldi rappresentano soltanto circa l’1,5% delle captazioni complessive del sistema finanziario dominicano. Il problema è quindi più che altro quello di una grande quantità di rapporti finanziari che, per ragioni diverse, sono rimasti bloccati o inutilizzati.

E per un singolo cittadino, naturalmente, la situazione può essere molto diversa.

Un conto inattivo può contenere poche migliaia di pesos. Un certificato bancario può contenerne molti di più. Nel caso di un’eredità, inoltre, la somma può rappresentare una parte importante del patrimonio familiare.

Un consiglio agli italiani della Repubblica Dominicana

Per chi vive da molti anni nella Repubblica Dominicana il consiglio è semplice: controllate i vecchi rapporti bancari.

E soprattutto, se avete avuto conti in passato, non date per scontato che siano stati automaticamente chiusi.

Vale la pena controllare anche la situazione bancaria di un familiare deceduto, soprattutto se aveva vissuto, lavorato o posseduto beni nella Repubblica Dominicana.

La verifica attraverso ProUsuario è gratuita e può evitare che una somma rimanga dimenticata per anni.

Per gli italiani che hanno ancora familiari in Italia, può essere inoltre utile conservare in un luogo sicuro l’elenco delle proprie banche, dei certificati, degli investimenti e delle assicurazioni. Non le password, naturalmente, ma almeno l’informazione che quei rapporti esistono.

Perché il problema non è soltanto avere dei soldi in banca.

Il problema è che, quando nessuno sa dove sono, possono diventare molto difficili da ritrovare.

Come controllare

ProUsuario – Cuentas inactivas y abandonadas

Controlla se hai conti inattivi o abbandonati

ProUsuario: telefono 809-731-3535, WhatsApp allo stesso numero oppure numero gratuito da cellulare *778.

 

 




Asiago DOP, vittoria in appello negli Stati Uniti contro l’Italian Sounding

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Una decisione che rafforza la tutela delle eccellenze italiane.

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Una sentenza della Corte d’Appello di Milano segna un passaggio importante nella tutela delle denominazioni d’origine italiane sui mercati internazionali. Con una decisione del 25 settembre 2026, i giudici hanno accolto il ricorso del Consorzio Tutela Formaggio Asiago contro Giuseppe Citterio Salumificio S.p.A. ed Euro Foods Inc., società statunitense appartenente al gruppo.

Al centro della controversia c’era il prodotto denominato “Sopressata & Asiago Cheese”, commercializzato negli Stati Uniti con il marchio Citterio. Secondo la Corte, la confezione e la comunicazione commerciale potevano indurre i consumatori a credere che il formaggio utilizzato fosse italiano o possedesse le caratteristiche distintive dell’Asiago DOP, pur non avendo tale provenienza.

La decisione ribalta integralmente la sentenza del Tribunale di Milano del 15 maggio 2023, che non aveva esaminato il merito della controversia, dichiarando di non avere giurisdizione sulla vicenda.

Stop alla commercializzazione con messaggi ingannevoli

La Corte ha disposto il divieto di produrre, distribuire, importare, esportare, vendere e pubblicizzare il prodotto in questione con confezioni e materiali promozionali che facciano riferimento alla provenienza o alla fabbricazione italiana, oppure attribuiscano al formaggio caratteristiche organolettiche proprie dell’Asiago DOP.

La decisione si fonda sull’applicazione della normativa statunitense in materia di pubblicità ingannevole, con l’obiettivo di garantire una tutela effettiva della denominazione protetta anche sul mercato americano. È stato inoltre disposto il risarcimento dei danni.

Che cos’è l’Italian Sounding

Il caso riporta l’attenzione sul fenomeno dell’Italian Sounding, una pratica commerciale che consiste nell’utilizzare nomi, immagini, colori, simboli e altri riferimenti riconducibili all’Italia per promuovere prodotti che non hanno un’effettiva origine italiana.

Queste strategie possono generare confusione tra i consumatori e creare una concorrenza difficile per le aziende che producono autentiche specialità italiane nel rispetto dei disciplinari di qualità.

Secondo una stima elaborata nel 2026 da TEHA Group-Ambrosetti sulla base di dati Istat, il valore dell’Italian Sounding raggiungerebbe circa 73 miliardi di euro, a fronte di un export italiano di 71 miliardi. Se quella domanda si traducesse in acquisti di prodotti autentici, il potenziale dell’export nazionale potrebbe arrivare a circa 143 miliardi di euro.

Asiago DOP, una specialità presente in oltre 50 Paesi

L’Asiago è uno dei formaggi italiani a denominazione di origine protetta più conosciuti all’estero. Secondo i dati riportati dal Consorzio, la filiera coinvolge circa mille aziende agricole e produce ogni anno circa 22.000 tonnellate di formaggio, distribuite in oltre cinquanta Paesi.

La crescente diffusione internazionale rende la protezione del nome e delle caratteristiche del prodotto un elemento centrale per valorizzare il lavoro degli allevatori e dei caseifici.

Il presidente del Consorzio Tutela Formaggio Asiago, Fiorenzo Rigoni, ha accolto con soddisfazione la decisione, auspicando che possa costituire un precedente utile nella lotta all’Italian Sounding e nella difesa delle produzioni autentiche.

Anche Riccardo Deserti, presidente di Origin, l’alleanza mondiale delle indicazioni geografiche, ha sottolineato l’importanza della pronuncia per la tutela delle denominazioni protette e per il riconoscimento del valore delle produzioni di qualità.

La vicenda assume quindi un significato che va oltre il singolo formaggio: per le imprese italiane che operano sui mercati internazionali, la difesa delle indicazioni geografiche rappresenta uno strumento per proteggere la reputazione dei prodotti, il lavoro delle filiere e la fiducia dei consumatori.