Costa Rica entra nel patto dell’economia digitale: nuove opportunità anche per le imprese italiane

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La Costa Rica fa un passo importante verso l’economia digitale internazionale. Dal 14 settembre 2026 il Paese è ufficialmente il quinto membro del Digital Economy Partnership Agreement (DEPA), l’accordo nato per stabilire regole comuni e favorire la cooperazione nel commercio e nelle tecnologie digitali.

La Costa Rica si aggiunge a Cile, Nuova Zelanda, Singapore e Corea del Sud, diventando il secondo Paese ad aderire all’accordo dopo la sua nascita nel 2020.

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Che cos’è il DEPA

Il DEPA è un accordo internazionale dedicato alle nuove forme di commercio digitale. Non riguarda soltanto le aziende tecnologiche, ma anche le imprese tradizionali che utilizzano piattaforme digitali per vendere prodotti e servizi oltre frontiera.

Tra gli ambiti previsti ci sono il commercio senza documenti cartacei, la fatturazione elettronica, la protezione dei dati personali, l’identità digitale, la cybersicurezza e i trasferimenti transfrontalieri di dati.

L’accordo affronta inoltre temi come l’intelligenza artificiale, le tecnologie emergenti, la partecipazione delle piccole e medie imprese all’economia digitale e la tutela dei consumatori online.

Perché è importante per la Costa Rica

Per San José l’ingresso nel DEPA arriva in un momento nel quale il Paese punta a rafforzare il proprio ruolo come piattaforma internazionale per i servizi e gli investimenti tecnologici.

Secondo il Ministero del Commercio Estero costaricano, nel 2023 i servizi rappresentavano il 45% delle esportazioni complessive del Paese. All’interno di questo settore hanno assunto un peso crescente i servizi moderni legati all’informatica e alle comunicazioni e quelli professionali ad alto valore aggiunto.

L’adesione al DEPA dovrebbe quindi facilitare il commercio digitale e offrire un quadro più stabile per le imprese che operano attraverso internet e piattaforme tecnologiche.

Una porta verso l’Asia-Pacifico

C’è poi un altro elemento interessante.

Tra i partner del DEPA figurano Singapore, Corea del Sud e Nuova Zelanda, oltre al Cile. Per la Costa Rica l’accordo rappresenta quindi anche un modo per rafforzare i rapporti economici con alcuni dei mercati più dinamici dell’area Asia-Pacifico.

Non si tratta soltanto di esportare prodotti. La prospettiva riguarda soprattutto servizi digitali, tecnologia, dati, innovazione e investimenti.

E gli italiani che fanno impresa in Costa Rica?

La novità può interessare anche la comunità italiana presente in Costa Rica, soprattutto quella impegnata nelle attività imprenditoriali e professionali.

Un ambiente digitale con regole più uniformi può facilitare le aziende che lavorano con clienti e fornitori stranieri, vendono online o offrono servizi professionali a distanza.

Per le imprese italiane che guardano al mercato centroamericano, inoltre, la Costa Rica potrebbe rafforzare ulteriormente la propria funzione di piattaforma regionale per attività ad alto contenuto tecnologico.

Non significa che l’adesione al DEPA produca automaticamente nuovi investimenti o nuovi posti di lavoro. Il vantaggio dipenderà anche da come le nuove regole verranno applicate e dalle capacità delle imprese di utilizzarle.

Un accordo che guarda al futuro

La richiesta di adesione della Costa Rica era stata presentata nel dicembre 2022. Nel gennaio 2025 erano state concluse le discussioni sostanziali e successivamente il Paese ha completato le procedure giuridiche necessarie. L’adesione è diventata effettiva il 14 settembre 2026.

Per un Paese relativamente piccolo come la Costa Rica, la scelta ha un significato preciso: cercare di essere competitivo non soltanto attraverso le esportazioni tradizionali, ma anche attraverso servizi, tecnologia e commercio digitale.

E mentre l’Europa discute di come regolamentare l’intelligenza artificiale e il commercio online, in America Centrale la Costa Rica prova a ritagliarsi un ruolo all’interno delle nuove regole dell’economia digitale globale.

 




Italia-Canada, a Toronto il Forum imprenditoriale per rafforzare scambi e investimenti

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Il Canada rappresenta un mercato sempre più importante per le imprese italiane e il prossimo 29 ottobre Toronto ospiterà un nuovo appuntamento dedicato al rafforzamento dei rapporti economici tra i due Paesi.

Si tratta del Forum imprenditoriale Italia-Canada, organizzato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e da Agenzia ICE, con la collaborazione di Global Affairs Canada e della Canadian Chamber of Commerce.

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L’appuntamento si svolgerà presso il The Globe and Mail Centre di Toronto e sarà dedicato a scambi commerciali, investimenti e nuove collaborazioni tra imprese italiane e canadesi.

L’export italiano verso il Canada cresce

I numeri spiegano l’interesse italiano per il mercato canadese.

Nel 2025 l’export italiano verso il Canada ha raggiunto 6,33 miliardi di euro, mentre nei primi quattro mesi del 2026 si è registrata un’ulteriore crescita del 7,3%.

Il Canada è oggi il decimo mercato di destinazione delle esportazioni italiane e l’Italia è l’ottavo fornitore del Paese nordamericano. Un rapporto favorito anche dal CETA, l’accordo commerciale tra Unione Europea e Canada, che dal 2017 ha progressivamente eliminato i dazi sulla grande maggioranza dei prodotti europei.

Nel decennio 2016-2025 il valore dell’export Made in Italy in Canada è quasi raddoppiato, con una crescita media annua vicina al 10%.

Dalla meccanica all’intelligenza artificiale

Il Forum sarà articolato in una sessione plenaria e in tre panel dedicati ad alcuni dei settori considerati strategici.

Il primo riguarderà l’industria avanzata, con particolare attenzione ad automotive, macchinari, robotica, automazione industriale, intelligenza artificiale e ICT.

Un secondo panel sarà dedicato a energia, settore minerario e infrastrutture, comparti nei quali il Canada dispone di importanti risorse e sta programmando nuovi investimenti.

Il terzo riguarderà invece difesa, aerospazio e sicurezza cibernetica, settori nei quali la collaborazione industriale tra i due Paesi potrebbe acquisire un peso crescente.

Minerali critici e nuove catene di approvvigionamento

Particolare attenzione sarà dedicata anche al settore minerario.

Il Canada dispone di importanti riserve di litio, terre rare, nichel, cobalto e platino, oltre a una posizione di rilievo nella produzione mondiale di potassa, uranio e palladio.

Per l’Italia, la collaborazione con Ottawa può quindi rappresentare un’opportunità anche sul fronte della diversificazione delle forniture di materie prime considerate strategiche per l’industria e per le nuove tecnologie.

Spazio agli incontri tra le imprese

Una parte importante del Forum sarà costituita dagli incontri B2B tra aziende italiane e canadesi.

Gli appuntamenti saranno organizzati attraverso un’applicazione dedicata, sulla quale le imprese potranno manifestare i propri interessi e individuare possibili interlocutori.

La partecipazione al Forum è gratuita, mentre le spese di viaggio e soggiorno restano a carico delle aziende partecipanti. Le richieste di adesione devono essere presentate entro venerdì 2 ottobre 2026 e saranno valutate in base alla corrispondenza dell’attività aziendale con i settori dell’iniziativa e all’ordine cronologico delle richieste.

Un rapporto economico che guarda al futuro

Il Forum di Toronto arriva quindi in una fase nella quale Italia e Canada stanno cercando di ampliare una collaborazione che non riguarda più soltanto il commercio tradizionale.

Industria avanzata, energia, materie prime, infrastrutture, difesa, aerospazio e tecnologie digitali sono alcuni dei settori destinati a caratterizzare il rapporto economico dei prossimi anni.

Per le imprese italiane, il Canada rappresenta così non soltanto un mercato di sbocco per il Made in Italy, ma anche un possibile partner nella costruzione di nuove filiere industriali e nell’accesso a risorse strategiche.




Salvatore A. Melilli nuovo presidente della Italy-America Chamber of Commerce

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La Italy-America Chamber of Commerce (IACC), una delle principali realtà che favoriscono i rapporti economici tra Italia e Stati Uniti, ha un nuovo presidente.

È Salvatore A. Melilli, managing partner dell’ufficio KPMG di New York, eletto alla guida della Camera italo-americana. Succede a Cristiano Villani, amministratore delegato di Pomì USA, che aveva assunto l’incarico di presidente ad interim nell’aprile scorso durante la fase di transizione.

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La nomina arriva in un momento nel quale i rapporti commerciali tra Italia e Stati Uniti stanno attraversando una fase particolarmente importante, tra nuovi scenari tariffari, investimenti e crescente attenzione delle imprese italiane al mercato americano.

Oltre trent’anni nel mondo delle imprese

Melilli porta alla presidenza della IACC una lunga esperienza professionale.

Lavora in KPMG da oltre 30 anni e ha ricoperto diversi incarichi di responsabilità sia a livello locale sia nazionale. Tra questi anche quello di U.S. Audit Lead Partner per l’Italian Corridor, ruolo che lo ha portato a seguire da vicino le relazioni tra imprese italiane e sistema economico statunitense.

È un’esperienza particolarmente legata alla funzione della Camera: aiutare le aziende che operano tra i due Paesi a costruire relazioni commerciali e professionali.

La IACC, fondata a New York nel 1887, è un’organizzazione privata senza scopo di lucro che rappresenta imprese interessate agli scambi economici tra Italia e Stati Uniti. È riconosciuta dal Governo italiano e fa parte di Assocamerestero.

Una squadra con nomi importanti del Made in Italy

Con Melilli è stato eletto anche il nuovo Comitato Esecutivo.

Ne fanno parte Diego Rodinò di Miglione di Luxottica, come vice presidente esecutivo; Eugenio Perrier del Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano, vice presidente; Alberto Paderi di Bindi North America, segretario corporate; e Giovanni Quaratesi di Certified Origins, tesoriere.

È una composizione che riunisce realtà molto diverse del sistema italiano negli Stati Uniti: dalla moda e dagli occhiali all’agroalimentare, fino alla distribuzione e ai servizi.

Un ponte tra Italia e Stati Uniti

La funzione della IACC va infatti oltre la rappresentanza formale delle imprese.

La Camera organizza incontri, iniziative di networking e programmi destinati a favorire l’ingresso e lo sviluppo delle aziende italiane sul mercato americano. Dispone inoltre di una sede a New York e di un ufficio a Milano, mantenendo così un collegamento diretto tra i due mercati.

Negli ultimi mesi la Camera ha inoltre dedicato particolare attenzione alle politiche commerciali e tariffarie tra Stati Uniti e Italia, con un comitato congiunto IACC-AmCham Italy e un rapporto dedicato alle conseguenze del nuovo scenario commerciale.

Una presidenza in una fase delicata

Il nuovo incarico di Melilli arriva quindi in una fase nella quale per le imprese italiane presenti o interessate agli Stati Uniti diventa sempre più importante comprendere le regole del mercato americano e i cambiamenti della politica commerciale.

La IACC dovrà continuare a svolgere proprio questa funzione di collegamento: mettere in relazione aziende, professionisti e istituzioni dei due Paesi.

Per la comunità imprenditoriale italiana negli Stati Uniti, la nomina rappresenta anche la conferma di un modello costruito ormai da quasi 140 anni.

La Camera nata a New York nel 1887 continua infatti a svolgere la stessa missione di fondo: fare dell’Atlantico non una barriera, ma un collegamento tra imprese italiane e mercato americano.




Italia e Messico, la sanità diventa un nuovo terreno per investimenti e collaborazione

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Un tavolo tra la Camera di Commercio Italiana in Messico e il Senato messicano punta a rafforzare la cooperazione su ricerca, innovazione, farmaceutica e investimenti.

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La sanità può diventare uno dei nuovi terreni di collaborazione economica tra Italia e Messico. È questo il senso del tavolo congiunto avviato il 2 settembre tra la Camera di Commercio Italiana in Messico e la Commissione Salute del Senato messicano.

L’incontro si è svolto nella sala Elena Poniatowska del Senato e ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Valentina Valente, responsabile dell’Ufficio economico-commerciale dell’Ambasciata d’Italia in Messico, e di Lorenzo Vianello, presidente della Camera di Commercio Italiana in Messico.

L’obiettivo è costruire un’agenda comune che metta insieme investimenti, ricerca e innovazione, anche sfruttando le opportunità offerte dal nuovo Accordo globale modernizzato tra Messico e Unione europea, firmato il 22 maggio.

La sanità vista come investimento

Durante l’incontro, il presidente della Commissione Salute del Senato messicano, José Manuel Cruz Castellanos, ha sottolineato un concetto destinato ad avere un peso crescente nelle politiche pubbliche: la sanità non dovrebbe essere considerata soltanto una voce di spesa, ma anche un investimento nello sviluppo del Paese.

Il tema riguarda direttamente anche il rapporto con le imprese.

Una regolamentazione più moderna e trasparente, secondo il senatore, dovrebbe consentire di mantenere elevati gli standard di sicurezza e contemporaneamente facilitare l’arrivo sul mercato di quelle innovazioni che possono offrire benefici ai cittadini.

Un punto particolarmente importante per l’industria farmaceutica, dove tempi e procedure di autorizzazione possono incidere sulla capacità delle aziende di introdurre nuovi prodotti e tecnologie.

Il peso dell’industria farmaceutica italiana

Durante il tavolo, Virgilio Serrano Vera, coordinatore del Comitato di Salute e Regolamentazione Sanitaria della Camera di Commercio Italiana in Messico, ha richiamato il peso internazionale dell’industria farmaceutica italiana.

Secondo i dati presentati nell’incontro, il settore italiano è cresciuto del 248% nell’ultimo decennio e punta a esportazioni vicine ai 70 miliardi di euro nel 2025.

Per il Messico, si tratta di un comparto nel quale potrebbero aprirsi ulteriori possibilità di collaborazione, dalla produzione alla ricerca, fino alla distribuzione e allo sviluppo di nuove tecnologie sanitarie.

Un interscambio che supera i 10 miliardi

La sanità si inserisce in un rapporto economico più ampio.

La Camera di Commercio Italiana in Messico ha ricordato che l’Unione europea è il secondo investitore straniero e il terzo partner commerciale del Messico.

Per quanto riguarda l’Italia, l’interscambio commerciale con il Paese latinoamericano ha superato i 10 miliardi di euro nel 2025, facendo del Messico il secondo mercato di destinazione delle merci italiane nel continente americano.

Numeri che spiegano perché settori come farmaceutica, dispositivi medici, ricerca e tecnologie sanitarie possano rappresentare una componente sempre più importante delle relazioni economiche bilaterali.

Verso il Comitato di novembre

Il tavolo di settembre rappresenta anche un passaggio preparatorio in vista del quarto Comitato di Salute e Regolamentazione Sanitaria, previsto per novembre.

L’obiettivo è arrivare a quell’appuntamento con una serie di temi condivisi e con una maggiore collaborazione tra istituzioni e mondo imprenditoriale.

Per le aziende italiane presenti o interessate al mercato messicano, il settore sanitario può quindi diventare uno spazio di internazionalizzazione particolarmente interessante.

Non soltanto per vendere prodotti, ma per costruire partnership, ricerca comune e investimenti.

Ed è forse proprio questo l’aspetto più significativo del nuovo dialogo tra Italia e Messico: la possibilità di trasformare una relazione commerciale già importante in una collaborazione più strutturata nei settori dell’innovazione e della salute.

 

foto: puntodincontro.mx




Gragnano porta la pasta italiana nel mondo: torna MondoPasta!

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Dall’11 al 13 settembre Gragnano ospita una nuova edizione di “Gragnano Città della Pasta”. Quest’anno il tema è l’incontro tra la tradizione italiana e le culture gastronomiche del mondo.

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C’è un prodotto italiano che non ha avuto bisogno di ambasciatori per conquistare il mondo: la pasta. Eppure, una volta arrivata sulle tavole di Paesi lontani, la pasta ha cominciato a parlare anche lingue diverse, incontrando ingredienti, tecniche e tradizioni nuove.

È proprio questo viaggio il tema di “MondoPasta! La pasta nel mondo. Il mondo nella pasta”, l’edizione 2026 di Gragnano Città della Pasta, in programma dall’11 al 13 settembre nella città campana. La manifestazione è promossa dal Consorzio di Tutela della Pasta di Gragnano IGP insieme al Comune di Gragnano e alla Regione Campania.

Quando la tradizione incontra altre culture

Per tre giorni Gragnano diventerà una sorta di mappa gastronomica internazionale.

Il programma prevede infatti ricette nelle quali la Pasta di Gragnano IGP incontrerà sapori provenienti da altri continenti. Tra gli esempi ci sono il Vesuvio al Dahl, ispirato alla cucina indiana, il pacchero con ragù senegalese e gli spaghetti di Gragnano utilizzati per preparare lo Yakisoba giapponese.

Non si tratta soltanto di sperimentazione culinaria. L’idea è mostrare come un prodotto fortemente legato a un territorio possa essere reinterpretato in contesti diversi senza perdere la propria identità.

Chef italiani e internazionali presenteranno le loro preparazioni negli stand e durante gli show cooking organizzati dal Pasta Hub.

Gragnano, capitale della pasta

La manifestazione sarà anche un’occasione per conoscere più da vicino il territorio nel quale nasce una delle eccellenze più riconoscibili della gastronomia italiana.

Saranno organizzati i Pastifici Aperti, mentre il FAI proporrà visite alla Valle dei Mulini, uno dei luoghi simbolo della storia produttiva di Gragnano.

Il programma comprende inoltre incontri dedicati alla cultura del cibo, musica, spettacoli e iniziative pensate per accompagnare il pubblico attraverso le diverse culture presenti alla manifestazione.

Un francobollo per la Pasta di Gragnano

Tra le novità di questa edizione c’è anche un riconoscimento particolarmente significativo per il Made in Italy.

Sarà infatti presentato un francobollo ordinario dedicato alla Pasta di Gragnano IGP, emesso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy in collaborazione con Poste Italiane.

Ci sarà anche un curioso “Pastaporto”, attraverso il quale i visitatori potranno raccogliere i timbri dei sette Paesi rappresentati negli stand della manifestazione.

Un modo giocoso per raccontare una realtà molto seria: la pasta italiana è diventata internazionale proprio perché ha saputo viaggiare senza dimenticare da dove è partita.

La pasta come linguaggio universale

Il messaggio di MondoPasta è quindi più ampio di una semplice festa gastronomica.

La pasta è uno dei simboli più immediati dell’Italia nel mondo, ma la sua storia dimostra anche che una tradizione non deve necessariamente chiudersi per conservare la propria identità.

Può viaggiare, incontrare altre culture, cambiare forma e accogliere nuovi sapori.

E a Gragnano, dall’11 al 13 settembre, sarà proprio questa capacità di aprire la tradizione al mondo a finire nel piatto.




Il design italiano guarda a Panama: dal 18 settembre l’Expo Italian Furniture & Design

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Il Made in Italy dell’arredamento e del design punta a rafforzare la propria presenza in America Centrale. Dal 18 al 20 settembre, a Città di Panama, si terrà la prima edizione di Expo Italian Furniture & Design, iniziativa dedicata al mondo del mobile, dell’arredamento e dell’edilizia.

L’appuntamento nasce in un momento considerato particolarmente interessante per il mercato panamense, dove dal 2026 è prevista una ripresa dei comparti immobiliare, delle costruzioni e del contract. L’obiettivo è quindi mettere in contatto l’offerta italiana con un mercato che può offrire nuove opportunità commerciali.

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Un ponte tra imprese italiane e mercato centroamericano

L’evento è promosso dalla Camera di Commercio, Industria e Agricoltura Italiano-Panamense, insieme all’Ambasciata d’Italia a Panama e all’Agenzia ICE – Italian Trade Agency.

La manifestazione è pensata per coinvolgere non soltanto le aziende italiane e locali, ma anche istituzioni, associazioni di categoria, architetti, sviluppatori immobiliari e buyer.

Il programma prevede un’area espositiva, conferenze dedicate ai diversi aspetti del settore e soprattutto incontri B2B, con l’intento di creare occasioni concrete di collaborazione commerciale.

Il design come strumento di internazionalizzazione

Per le imprese italiane, la manifestazione rappresenta anche un’occasione per consolidare la presenza dei marchi già attivi sul mercato e facilitare l’ingresso di nuove realtà.

Il progetto punta infatti a presentare il design italiano non semplicemente come prodotto da esportare, ma come possibile partner per i nuovi progetti immobiliari e di costruzione che stanno interessando Panama e, più in generale, l’area centroamericana.

Innovazione, formazione tecnica e relazioni tra operatori saranno quindi elementi centrali dell’iniziativa.

Un mercato da conoscere

L’interesse per Panama va oltre la singola manifestazione. Per le aziende italiane dell’arredamento e dell’edilizia, entrare in relazione con architetti, developer e operatori locali significa conoscere più da vicino esigenze e caratteristiche di un mercato diverso da quello europeo.

Ed è proprio questo il ruolo che l’Expo vuole svolgere: creare un punto d’incontro stabile tra imprese, professionisti e istituzioni, trasformando la tradizione del design italiano in nuove opportunità di collaborazione internazionale.

L’organizzazione dell’evento, dalla logistica alla comunicazione fino al successivo follow-up commerciale, sarà curata dalla Camera Italo-Panamense.

Per il Made in Italy, dunque, l’appuntamento di settembre rappresenta una nuova occasione per guardare oltre i mercati tradizionali e misurarsi con le opportunità offerte dall’America Centrale.




Messico, stretta sugli investimenti stranieri: nuovi controlli per i settori strategici

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Sheinbaum propone una riforma della legge: per acquisire oltre il 49% di un’azienda messicana in settori sensibili potrebbe diventare necessaria un’autorizzazione per motivi di sicurezza nazionale.

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Il Messico si prepara a introdurre nuove regole per gli investimenti stranieri.

La presidente Claudia Sheinbaum ha inviato al Senato una proposta di riforma della Legge sugli investimenti esteri che introduce un nuovo sistema di controllo sulle acquisizioni di aziende messicane da parte di capitali stranieri.

L’obiettivo dichiarato è quello di impedire che un investimento straniero possa creare rischi per la sicurezza nazionale o mettere sotto controllo estero attività considerate strategiche per il Paese.

Ma attenzione: la riforma non è ancora legge. È una proposta che dovrà essere esaminata e votata dal Congresso.

La soglia del 49%

Il punto centrale della proposta riguarda le acquisizioni di partecipazioni superiori al 49% del capitale di una società messicana.

Quando l’azienda opera in un settore considerato strategico o sensibile e supera determinati parametri dimensionali, l’investitore straniero dovrebbe ottenere preventivamente il via libera della Commissione Nazionale per gli Investimenti Esteri (CNIE).

In altre parole, non sarebbe sufficiente acquistare una quota di controllo e successivamente informare le autorità.

L’autorizzazione dovrebbe arrivare prima dell’operazione.

Quali settori sarebbero interessati?

La lista proposta dal governo è ampia.

Tra le attività considerate sensibili figurano:

  • energia;
  • infrastrutture e trasporti;
  • estrazione mineraria;
  • sanità;
  • gestione e trattamento dei dati;
  • intelligenza artificiale;
  • robotica;
  • semiconduttori;
  • cybersicurezza;
  • tecnologie aerospaziali e della difesa;
  • alcune tecnologie nucleari e quantistiche;
  • biotecnologie e nanotecnologie;
  • approvvigionamento di materie prime e altri input fondamentali;
  • sicurezza alimentare.

La logica è evidente: il Messico vuole evitare che il controllo di imprese straniere possa trasformarsi in un rischio per infrastrutture, informazioni o risorse considerate strategiche.

Non solo petrolio ed energia

La novità più significativa è proprio l’ampiezza della definizione.

Non si parla soltanto di petrolio, elettricità o miniere.

Il governo vuole includere anche settori tecnologici nei quali il controllo di un’impresa può significare avere accesso a dati sensibili, tecnologie avanzate o infrastrutture digitali.

L’intelligenza artificiale, i semiconduttori e la cybersicurezza entrano così direttamente nel campo della sicurezza nazionale.

La Commissione avrà nuovi poteri

La riforma prevede un rafforzamento della Commissione Nazionale per gli Investimenti Esteri.

Non si tratterebbe più soltanto di valutare l’investimento dal punto di vista economico.

La Commissione dovrebbe stabilire se l’operazione può rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale e potrebbe:

approvarla,
approvarla imponendo determinate condizioni,
oppure respingerla.

Entrano Difesa, Marina e Sicurezza

Anche la composizione dell’organismo dovrebbe cambiare.

La proposta prevede infatti l’ingresso nella Commissione dei vertici dei ministeri della:

  • Difesa nazionale;
  • Marina;
  • Sicurezza e Protezione del cittadino.

Inoltre, quando saranno esaminate questioni riguardanti la sicurezza nazionale, potrebbero partecipare alle riunioni, con diritto di parola ma senza voto, rappresentanti della Procura generale, del Centro nazionale di intelligence, del fisco e dell’Unità di intelligence finanziaria.

Si tratta quindi di un passaggio da una valutazione prevalentemente economica a una valutazione che coinvolge direttamente sicurezza, intelligence e interessi strategici dello Stato.

E se qualcuno aggira le nuove regole?

La proposta prevede sanzioni pesanti.

Le società messicane che trasferissero azioni a un investitore straniero senza la necessaria autorizzazione, oppure nonostante un diniego, potrebbero essere soggette a multe molto elevate.

La proposta indica una sanzione compresa tra 5.000 e 200.000 UMA, una misura che può arrivare a circa 1,15 milioni di dollari ai valori indicati nelle attuali stime.

L’obiettivo è evidente: rendere molto rischioso tentare di aggirare il nuovo filtro.

Una stretta contro gli investimenti stranieri?

Non necessariamente.

Il governo messicano sostiene che il progetto non mira a chiudere il Paese ai capitali esteri.

La proposta indica infatti principi come non discriminazione, trasparenza, prevedibilità, proporzionalità e responsabilità nella valutazione delle operazioni.

Il problema sarà capire come questi principi verranno applicati concretamente.

Per un investitore straniero la differenza è importante.

Una cosa è sapere in anticipo quali sono le regole.

Un’altra è trovarsi davanti a una procedura nella quale un’autorità può bloccare un’acquisizione sulla base di un concetto ampio come quello di “sicurezza nazionale”.

La proposta arriva in un momento particolare

Il Messico continua ad attirare importanti investimenti internazionali grazie alla sua posizione geografica, alla vicinanza agli Stati Uniti e alla crescente integrazione delle catene produttive nordamericane.

La riforma arriva quindi in un momento nel quale il Paese cerca contemporaneamente di attrarre capitali stranieri e proteggere i propri settori strategici.

È un equilibrio delicato.

Da una parte servono investimenti per creare occupazione, sviluppare infrastrutture e aumentare la competitività.

Dall’altra il governo vuole evitare che capitali stranieri possano acquisire il controllo di attività considerate essenziali per l’interesse nazionale.

Cosa significa per un investitore italiano?

Per le aziende italiane interessate al mercato messicano, la proposta merita attenzione, soprattutto per chi opera nei settori dell’energia, infrastrutture, tecnologia, sanità, automazione, semiconduttori, dati e materie prime.

Ma non bisogna interpretare la proposta come un divieto generale agli investimenti stranieri.

La soglia del 49% e l’appartenenza dell’impresa a un settore considerato strategico saranno elementi fondamentali per determinare se sarà necessaria l’autorizzazione preventiva.

Inoltre, la legge non è ancora entrata in vigore.

Ora la parola passa al Senato

La proposta dovrà essere discussa dal Congresso messicano.

Il testo potrebbe essere modificato durante l’iter parlamentare e, soprattutto, dovranno essere definiti alcuni elementi operativi.

Tra questi c’è anche la soglia patrimoniale delle società alle quali si applicherà il nuovo sistema di autorizzazione.

Secondo l’analisi dello studio legale Pérez Correa González, se la riforma sarà approvata nella forma attuale, la CNIE avrebbe poi fino a 180 giorni per stabilire con una propria risoluzione generale la soglia degli attivi che farà scattare il controllo.

Il Messico alza la guardia

La proposta di Sheinbaum rappresenta quindi un cambiamento significativo nella filosofia con cui il Messico guarda agli investimenti stranieri.

Fino a oggi il criterio era prevalentemente economico.

Con la nuova impostazione entrerebbe in gioco anche una domanda diversa:

questo investimento può rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale?

Se la risposta fosse sì, lo Stato potrebbe intervenire.

Il Messico non chiude la porta agli investitori stranieri, ma vuole decidere chi può entrare nei settori più sensibili e a quali condizioni.

Per le imprese straniere, comprese quelle italiane, sarà quindi importante seguire attentamente l’iter della riforma.

Perché se il Congresso approverà il progetto, acquisire il controllo di un’azienda messicana in un settore strategico potrebbe diventare un’operazione molto più complessa di quanto non sia oggi.




Le megatiendas cinesi cambiano il commercio dominicano

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Dai piccoli negozi alle grandi superfici: prezzi bassi, migliaia di prodotti e una rete commerciale che si estende ormai in tutta la Repubblica Dominicana.

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Non sono più soltanto i piccoli negozi che si incontrano lungo le strade di Santo Domingo.

In pochi anni, il commercio cinese nella Repubblica Dominicana è cambiato profondamente. Oggi il fenomeno è rappresentato sempre più spesso da grandi superfici commerciali, con migliaia di metri quadrati e un’offerta capace di riunire sotto lo stesso tetto prodotti che normalmente si trovano in negozi completamente diversi.

Il reportage pubblicato da Diario Libre fotografa un’espansione ormai nazionale: Cibao, est, sud, Línea Noroeste e zona di frontiera sono entrati nella nuova geografia delle megatiendas.

E il fenomeno sta modificando profondamente le abitudini dei consumatori dominicani.

Da San Francisco de Macorís a La Vega

Le dimensioni di alcuni di questi nuovi esercizi commerciali sono impressionanti.

A San Francisco de Macorís, il Macorisano Gran Mall occupa circa 23.000 metri quadrati.

A La Vega, El Exitazo arriva a quasi 16.000 metri quadrati.

Sono dimensioni che fanno capire come non si possa più parlare semplicemente della classica “tienda china” di quartiere.

Il modello è quello della grande superficie.

In un unico spazio il cliente può trovare ferramenta, articoli per la casa, abbigliamento, prodotti di bellezza, tecnologia, elettrodomestici e moltissime altre merci.

Una formula che permette di competere contemporaneamente con numerose categorie di commercianti dominicani.

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Il prezzo resta l’arma principale

Uno degli elementi che spiegano il successo di queste attività è naturalmente il prezzo.

Diario Libre racconta, per esempio, il caso di una cliente che ha trovato in un negozio cinese una chiave a 30 pesos, dopo averne pagata 150 per un prodotto che considerava equivalente in un commercio tradizionale.

Una differenza enorme.

Per il consumatore è un vantaggio immediato.

Per il piccolo commerciante dominicano, invece, rappresenta un problema difficile da affrontare.

Un negozio di dimensioni ridotte acquista quantità inferiori, sostiene costi unitari maggiori e spesso non dispone del capitale necessario per mantenere un assortimento altrettanto vasto.

Non è soltanto una questione di prezzo

La vera novità, però, è probabilmente un’altra.

Queste imprese stanno sviluppando un modello commerciale integrato, nel quale importazione, distribuzione, approvvigionamento e vendita sono strettamente collegati.

Secondo l’analisi di Diario Libre, le reti imprenditoriali cinesi condividono spesso fornitori, informazioni, logistica e, in alcuni casi, anche forme di finanziamento.

Questo permette di acquistare grandi quantità di prodotti e ridurre il costo unitario.

È una scala commerciale alla quale molti piccoli e medi commercianti dominicani fanno fatica a rispondere.

La nuova geografia del commercio

La crescita non riguarda più soltanto Santo Domingo e Santiago.

A Puerto Plata vengono segnalati più di dodici esercizi commerciali cinesi, con altri in fase di apertura.

A Higüey sono presenti numerose grandi superfici.

A Barahona, alcuni negozi hanno trasformato la città in un punto di riferimento commerciale anche per consumatori provenienti da altre province del sud.

E la presenza arriva fino alla Línea Noroeste e alla frontiera, dove sono stati individuati numerosi esercizi collegati a proprietari o capitali cinesi.

Anche Santo Domingo sta cambiando

Il fenomeno è particolarmente evidente nella capitale.

Un’analisi pubblicata nei giorni scorsi da Diario Libre sulle arterie commerciali Duarte, Mella e José Martí ha individuato 247 attività: 151 dominicane e 82 cinesi.

Sono numeri che mostrano quanto rapidamente sia cambiato il volto commerciale di alcune delle zone storicamente più importanti di Santo Domingo.

La presenza cinese non è più marginale.

È ormai una componente significativa del paesaggio economico urbano.

Il problema della concorrenza

Naturalmente, la crescita di questi esercizi genera anche discussioni.

Le associazioni commerciali dominicane chiedono da tempo che tutti gli operatori siano sottoposti alle stesse regole fiscali, doganali, lavorative e amministrative.

Il problema, quindi, non dovrebbe essere la nazionalità del proprietario.

La questione è un’altra:

tutti devono poter competere alle stesse condizioni.

È questo il punto sottolineato anche da rappresentanti del commercio di Santiago: la preoccupazione, spiegano, non riguarda l’origine degli imprenditori, ma l’eventuale mancato rispetto delle norme, che potrebbe creare una situazione di concorrenza sleale.

Un fenomeno che lo Stato deve seguire

Un precedente reportage di Diario Libre aveva evidenziato anche le difficoltà dello Stato nel costruire una fotografia completa del fenomeno.

Tra il 2020 e l’aprile 2025, la Dirección General de Aduanas (DGA) ha sottoposto a controllo 181 esercizi commerciali di origine cinese. Le verifiche avevano prodotto rilevanti contestazioni fiscali e doganali, comprese irregolarità relative alla dichiarazione del valore delle merci.

Questo non significa naturalmente che tutti i commercianti cinesi operino irregolarmente.

Significa però che la crescita del settore richiede controlli efficaci e uguali per tutti.

Il commercio dominicano deve reagire

La questione non può essere risolta semplicemente chiedendo di fermare l’espansione delle grandi superfici.

Il commercio internazionale e gli investimenti stranieri fanno parte dell’economia moderna.

Ma il commercio dominicano deve avere la possibilità di competere.

E qui emergono alcune delle sue debolezze storiche: scarso accesso al credito, piccoli volumi di acquisto, costi elevati, difficoltà logistiche e poca capacità di investimento.

Secondo gli esperti citati da Diario Libre, la risposta potrebbe passare dalla specializzazione, dal miglioramento del servizio, dalle garanzie post-vendita, dalla digitalizzazione e soprattutto dalla collaborazione tra piccoli commercianti per ottenere maggiore potere d’acquisto.

Il cliente, alla fine, decide

C’è però un elemento che non può essere ignorato.

Il consumatore dominicano sta votando con il portafoglio.

Se trova in un unico posto migliaia di prodotti, prezzi competitivi, ampi spazi e orari comodi, è naturale che sia attratto da questo nuovo modello.

E quando una megatienda riesce a diventare una destinazione commerciale, il suo bacino di clienti può estendersi ben oltre il quartiere nel quale si trova.

È quello che sta accadendo in diverse province.

Da negozio a destinazione

La differenza è importante.

Il vecchio negozio cinese poteva essere un’attività di prossimità.

La megatienda è invece un luogo verso il quale il consumatore decide di spostarsi appositamente.

Può arrivare da un’altra zona della città o addirittura da un’altra provincia.

Questo modifica anche il traffico, l’uso del territorio e la struttura commerciale delle città.

Non è più soltanto una questione economica.

È anche un fenomeno urbanistico e sociale.

Una trasformazione che è appena cominciata

Il fenomeno delle megatiendas cinesi mostra quindi una Repubblica Dominicana che sta cambiando rapidamente.

Il commercio tradizionale non scompare necessariamente.

Ma deve confrontarsi con un concorrente che dispone di grandi superfici, grande capacità di acquisto, vasto assortimento e prezzi difficili da eguagliare.

E la competizione non riguarda più soltanto Santo Domingo.

È arrivata nelle province.

È arrivata nel Cibao.

È arrivata nel sud.

È arrivata nella zona orientale.

Ed è arrivata persino alla frontiera.

Le “tiendas chinas” non sono più soltanto negozi cinesi.

Sono diventate una nuova forma di distribuzione commerciale che sta modificando cosa comprano i dominicani, dove lo comprano e quanto sono disposti a pagarlo.

La vera domanda, adesso, non è se questo modello continuerà a crescere.

È come il commercio dominicano riuscirà a competere con esso.




Il Chianti conquista il Canada: due appuntamenti a Toronto e Montréal

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Il vino simbolo della Toscana torna protagonista sul mercato canadese con due masterclass dedicate al territorio e al Sangiovese.

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Il Chianti torna a raccontarsi in Canada.

Il 31 agosto a Toronto e il 1° settembre a Montréal, il Consorzio Vino Chianti organizzerà due appuntamenti dedicati agli operatori del settore, agli importatori, ai giornalisti e ai professionisti del vino. Sarà l’occasione per presentare non soltanto le caratteristiche del Chianti DOCG, ma soprattutto la ricchezza dei territori e delle diverse sottozone nelle quali nasce.

È la terza iniziativa di questo tipo organizzata dal Consorzio in Canada, dopo quelle avviate nel 2024, a conferma dell’importanza che il mercato canadese sta assumendo per il vino italiano.

Il vino come racconto del territorio

L’obiettivo delle due giornate non sarà semplicemente quello di far degustare alcuni vini.

Il Chianti verrà presentato come espressione di un territorio, di una storia e di una cultura agricola che affonda le proprie radici in Toscana.

Il protagonista sarà naturalmente il Sangiovese, il vitigno che caratterizza la denominazione, ma l’attenzione sarà rivolta anche alle differenze che esistono tra le varie zone di produzione.

Perché un Chianti non è soltanto una bottiglia.

È anche il territorio che quella bottiglia racconta.

Prima tappa: Toronto

Il primo appuntamento è fissato per lunedì 31 agosto, dalle 10 alle 12, presso l’Aria Ristorante di Toronto.

La masterclass si intitola “Chianti: The Geometry of Terroir. Mapping the Diversity, Sub-zones, and Soul of Tuscany’s Most Iconic Appellation”.

A guidare la degustazione sarà Megha Jandhyala, che presenterà cinque Chianti DOCG rappresentativi della denominazione e delle sue diverse espressioni territoriali.

L’idea è quella di permettere agli operatori canadesi di comprendere meglio quanto possa essere vario un vino che, spesso, viene identificato semplicemente con il nome della denominazione.

Il giorno dopo si vola a Montréal

Dopo Toronto sarà la volta di Montréal.

Martedì 1° settembre, dalle 10 alle 12, l’appuntamento sarà all’Institut de tourisme et d’hôtellerie du Québec (ITHQ).

Qui la masterclass sarà condotta dalla Master of Wine Jacky Blisson e avrà come tema “La Renaissance du Chianti: l’évolution d’un classique contemporain”.

Il percorso sarà dedicato all’evoluzione del Chianti contemporaneo, con particolare attenzione all’altitudine, alla freschezza e alle nuove interpretazioni del Sangiovese e dei vitigni ad esso collegati.

Anche a Montréal è prevista una degustazione rappresentativa della denominazione e dei suoi diversi territori.

Il Canada guarda con interesse al vino italiano

La scelta di tornare in Canada per la terza volta non è casuale.

Il mercato canadese continua a mostrare interesse per i vini italiani e rappresenta uno sbocco importante per l’export enologico del nostro Paese. Secondo dati Istat riportati da fonti di settore, nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni di vino italiano verso il Canada hanno raggiunto circa 125,5 milioni di euro.

Il vino italiano, quindi, non viene visto soltanto come prodotto da acquistare.

Sempre più spesso viene presentato attraverso storie, territori e percorsi di degustazione.

Ed è proprio questa la strategia scelta dal Consorzio.

La cultura del vino prima della vendita

Il presidente del Consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi, ha sottolineato come il Canada sia un mercato particolarmente ricettivo e come la promozione debba passare dalla cultura e dalla formazione degli operatori.

È un approccio interessante.

Un importatore o un sommelier che conosce le differenze tra le varie zone del Chianti può raccontarle meglio al proprio cliente.

E un consumatore che conosce la storia di un vino può apprezzarlo anche al di là del semplice prezzo della bottiglia.

Un pezzo d’Italia sulle tavole canadesi

Il successo internazionale del Chianti racconta anche una delle caratteristiche più forti del Made in Italy.

L’Italia riesce a esportare non soltanto prodotti, ma stili di vita e cultura.

Una bottiglia di Chianti porta con sé immagini della Toscana, delle colline, dei vigneti, dei borghi e della tradizione contadina.

Quando arriva sulle tavole di Toronto o Montréal, porta quindi con sé un piccolo pezzo d’Italia.

Una promozione che continua

Le due masterclass fanno parte di un programma di promozione internazionale sostenuto anche dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste.

Le iniziative sono organizzate da IEM – International Event & Exhibition Management.

Il progetto dimostra come la promozione del vino italiano all’estero sia diventata sempre più articolata: non soltanto fiere e degustazioni, ma incontri professionali destinati a costruire conoscenza e relazioni commerciali.

Dal bicchiere alla conoscenza

Ed è forse questo il significato più interessante dell’iniziativa.

Il Chianti non arriva in Canada semplicemente per essere bevuto.

Arriva per essere spiegato.

Si raccontano le sue colline, le sue sottozone, il Sangiovese, le tecniche di produzione e l’evoluzione della denominazione.

Perché conoscere un vino significa anche conoscere il luogo che lo produce.

Toronto e Montréal diventano così, per due giorni, piccole ambasciate del Chianti.

E dietro ogni bicchiere degustato ci sarà una storia che parte dalla Toscana e attraversa l’oceano.

Una storia fatta di territorio, tradizione e capacità di rinnovarsi.

Il Made in Italy, ancora una volta, passa anche da un calice.





Il cacao per lo sviluppo del Centro America: l’Italia punta su qualità, turismo e piccoli produttori

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IILA e AICS sostengono progetti in El Salvador, Guatemala e Honduras per trasformare il cacao in una risorsa economica e culturale.

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Il cacao può essere molto più di una materia prima.

Può diventare lavoro, turismo, identità territoriale e una possibilità concreta di sviluppo per le comunità rurali dell’America Centrale.

È questa l’idea alla base di alcuni progetti sostenuti dalla Cooperazione italiana attraverso l’IILA – Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana e l’AICS – Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.

L’obiettivo è valorizzare il cacao prodotto in El Salvador, Guatemala e Honduras, migliorandone la qualità e creando intorno a questo prodotto una vera filiera economica e turistica.

Il progetto più particolare è la creazione di una vera e propria “Rotta del Cacao” centroamericana.

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L’iniziativa punta a trasformare il cacao in un elemento di attrazione turistica, collegando produzione agricola, cultura, territorio e gastronomia.

Il progetto interessa in particolare El Salvador, Guatemala e Honduras e mira a creare itinerari nei quali il visitatore possa conoscere non soltanto il prodotto finito, ma anche il territorio nel quale il cacao viene coltivato e trasformato.

È una formula che ricorda da vicino altre esperienze di turismo rurale e gastronomico sviluppate in diverse regioni del mondo.

Il principio è semplice: non vendere soltanto il prodotto, ma raccontare la storia che c’è dietro.

Il 18 agosto, a San Salvador, esperti italiani dell’IILA hanno incontrato rappresentanti dell’Agenzia di Promozione del Turismo dell’America Centrale, CATA, e della Salvadoran Tourism Corporation, CORSATUR.

Al centro dell’incontro c’erano proprio lo sviluppo della Rotta del Cacao e la costruzione di un marchio identitario per il cacao salvadoregno.

Non si tratta quindi soltanto di aumentare la produzione.

L’obiettivo è fare in modo che il cacao venga riconosciuto per le sue caratteristiche e per il territorio dal quale proviene.

Il progetto è entrato nella fase tecnica e formativa.

Sono previste inoltre consulenze personalizzate per i 10 imprenditori meglio valutati in ciascun Paese, che dovrebbero diventare i pionieri della nuova Rotta del Cacao.

È un passaggio importante.

Perché dietro una grande strategia di sviluppo devono esserci persone capaci di trasformarla in attività concrete.

Piccoli produttori, imprenditori, trasformatori e operatori turistici possono diventare i protagonisti di una filiera nella quale il valore del cacao rimane maggiormente sul territorio.

Un altro progetto, REVICACAO, punta invece alla rivitalizzazione della filiera del cacao di qualità in America Centrale e nei Caraibi.

In El Salvador, nel giugno scorso, l’IILA ha avviato anche lo sviluppo di un’applicazione digitale destinata alla gestione dei servizi Bean to Bar, cioè il processo che accompagna il cacao dalla fava fino alla trasformazione in cioccolato.

L’applicazione è stata sperimentata direttamente nelle piantagioni di cacao di Usulután, Jayaque, Comasagua e Santa María Ostuma.

Un aspetto particolarmente interessante è che le prove sono state effettuate anche in zone con connettività limitata, per verificare che lo strumento potesse essere realmente utilizzato dai produttori.

La cooperazione italiana non punta però esclusivamente alla digitalizzazione.

Uno degli obiettivi fondamentali è migliorare la qualità della produzione e rendere più sostenibile l’intera filiera.

I programmi AICS dedicati al cacao hanno previsto, tra le altre cose, il rafforzamento delle cooperative di piccoli produttori, la produzione di cacao certificato e il miglioramento delle tecniche agricole e agroforestali.

Questo significa lavorare sulla coltivazione, sulla qualità delle piante, sulla gestione del terreno e sulla trasformazione.

È forse questo l’aspetto più interessante dell’intero progetto.

Il cacao non viene considerato soltanto come una merce da vendere.

Può diventare un simbolo del territorio.

Il gusto di un cacao può essere legato al clima, al terreno, alle varietà coltivate e alle tecniche utilizzate dai produttori.

Ma può essere legato anche alla storia delle comunità che lo coltivano.

È proprio questa combinazione tra prodotto e territorio che può permettere al cacao centroamericano di acquisire un valore maggiore.

Immaginiamo un turista che arriva in El Salvador.

Non soltanto una visita alla capitale o alle spiagge.

Può entrare in una piantagione, vedere come cresce il cacao, conoscere i produttori, assistere alla trasformazione delle fave e infine assaggiare il cioccolato prodotto localmente.

Una semplice visita può quindi trasformarsi in una esperienza culturale e gastronomica.

Ed è questo il concetto della Rotta del Cacao.

Il turismo diventa un ulteriore mercato per le comunità agricole.

Il progetto ha inoltre una dimensione regionale.

L’esperienza sviluppata in Centro America può diventare interessante anche per altri Paesi dell’area caraibica dove il cacao rappresenta una risorsa agricola importante.

L’AICS, attraverso la propria sede di San Salvador, ha infatti competenza regionale sull’America Centrale e su diversi piccoli Stati insulari dei Caraibi, lavorando con un approccio territoriale e multisettoriale.

Per questo l’esperienza centroamericana potrebbe avere sviluppi anche oltre i tre Paesi direttamente coinvolti nella Rotta del Cacao.

Questa storia racconta bene come sia cambiata la cooperazione internazionale.

Non si tratta semplicemente di portare aiuti.

Si tratta di trasferire competenze, tecnologia e formazione, aiutando le comunità locali a costruire attività economicamente sostenibili.

L’Italia mette a disposizione esperti, conoscenze e strumenti.

I produttori locali mettono la terra, il lavoro e una tradizione agricola.

Il risultato che si cerca è una collaborazione nella quale il protagonista finale rimane il territorio.

La sfida sarà naturalmente trasformare questi progetti in risultati duraturi.

Una Rotta del Cacao funziona soltanto se esistono produttori organizzati, infrastrutture, servizi turistici, qualità del prodotto e soprattutto visitatori interessati.

Ma la direzione è interessante.

Perché significa provare a creare valore direttamente nelle comunità rurali, invece di limitarsi all’esportazione della materia prima.

E questo può fare una grande differenza.

C’è infine un aspetto che riguarda direttamente l’immagine dell’Italia in America Latina.

Quando si parla di rapporti tra Italia e Centro America si pensa spesso agli investimenti, alle imprese, alla gastronomia o alla cultura.

Ma esiste anche una presenza italiana fatta di cooperazione allo sviluppo e trasferimento di conoscenze.

Il cacao è soltanto uno degli esempi.

E forse è proprio questa la parte più interessante della storia:

aiutare un territorio a valorizzare ciò che già possiede.

Non portare una ricchezza dall’esterno.

Ma contribuire a far scoprire il valore di una ricchezza che era già lì.

Dal seme al cioccolato, passando per il territorio

La nuova Rotta del Cacao non sarà soltanto un itinerario turistico.

Se il progetto riuscirà nei suoi obiettivi, potrà diventare un modello di sviluppo nel quale agricoltura, turismo, cultura, tecnologia e formazione lavorano insieme.

E dietro una tavoletta di cioccolato centroamericano ci sarà finalmente qualcosa in più del suo sapore: ci sarà il volto di chi lo ha coltivato, il territorio dal quale proviene e una comunità che prova a costruire il proprio futuro.