Covid: scende la moda, sale il food

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agroalimentareVendite crollate, licenziamenti in arrivo e strategie commerciali poco efficaci affliggono fashion e tempo libero che cedono il passo, a sorpresa ma non tanto, ad una ristorazione sempre più social. Queste, in sintesi, le conseguenze più chiare sulle imprese dopo l’emergenza Covid-19. Le imprese, infatti, secondo l’analisi di Jakala, espresse durante una videoconferenza sul tema, sono cambiate molto più di quel che si pensi. Lo sanno bene le associazioni di categoria, che negli ultimi mesi hanno assistito ad un fenomeno senza precedenti ed assolutamente imprevedibile: mentre il mondo dell’abbigliamento ha conosciuto un calo repentino (vedi il celebre caso di Inditex, che ha chiuso ben 1200 negozi fisici ed a cui fanno capo i marchi Zara, Pull&Bear, Stradivarius, Bershka, Oysho, Zara Home, Massimo Dutti e Uterque), quello della ristorazione è cresciuto in maniera esponenziale.
Ma non basta. Nike ha comunicato che le vendite globali sono crollate del 38% con una perdita di 790 milioni di dollari che fa impressione se paragonata ai 989 milioni di profitto registrati lo scorso anno. Gli effetti non si sono fatti attendere: John Donahoe ha comunicato via mail ai dipendenti che inizieranno i primi licenziamenti.
In casa Adidas non va meglio, e se H&M chiude 8 negozi in Italia circa 17 mila negozi rischiano di non riaprire lasciando a casa 35 mila persone, stando a quanto spiega Renato Borghi, presidente di Federazione moda Confcommercio.
Risultato? Semplice come l’uovo di Colombo: chiuse o limitate buona parte delle attività d’intrattenimento, al cittadino medio non resta che rifugiarsi nelle sale di un ristorante per trascorrere un po’ di tempo in relax con la famiglia e gli amici. O, perché no, farsi consegnare una cena giapponese a domicilio per regalarsi una serata diversa dal solito.
A conferma di questo dato spicca, tra le varie, l’aumento di richieste di affiliazione arrivate al patron del gruppo Giappo Enrico Schettino, anche presidente di Federfranchising Napoli in seno a Confesercenti.
“Da quando abbiamo riaperto – spiega l’imprenditore – la nostra segreteria riceve almeno tre richieste di informazioni al giorno, mentre prima ne arrivavano tre a settimana e già ci sembrava un buon trend. La spiegazione, verosimilmente, sta nel fatto che chi investiva prima nelle attività d’intrattenimento serale così come imprenditori nel settore abbigliamento, ha dovuto cercare altri prodotti su cui investire: la ricchezza, come sa chi mastica di economia, molte volte è sempre la stessa ma semplicemente si sposta su altri segmenti. Questo è quanto accaduto a noi, complice anche il lancio di due nuovi format che si sono affiancati a quello classico dei locali Giappo e che consentono una diversificazione dell’investimento”.
Il riferimento è a Giappoke, la linea di locali dedicata all’hawaiian sushi ovvero la nuova tendenza food da oltreoceano, il poke, ed a Bao Burger ovvero il nuovo format di street food in cui il bao, “piccolo sacchetto”, è un panino cotto a vapore, quintessenza dell’etnico. Il Bao Burger si veste di nuovo attraverso la reinterpretazione della cultura asiatica In chiave “Made in Italy”, resa ancora più forte dalla contaminazione fusion tra Oriente ed Occidente.
A questo, si aggiunge l’abilità degli imprenditori 4.0 nel valorizzare la comunità in cui è inserito il punto vendita attraverso una rinnovata presenza sulle piattaforme di social network, strumenti di marketing sempre più indispensabili.
“In Italia, dove il mercato Ho.Re.Ca. vale circa 84 miliardi di euro, c’è ancora un 30% di potenziale non sfruttato in termini di bacini di influenza dei vari brand per un totale di circa 11,5 miliardi di euro di valore – ha precisato recentemente Alessandro Olivari di Jakala nel corso di una recente videoconferenza sul tema -. L’emergenza Covid ha cambiato molti aspetti del business foodservice accelerando una digitalizzazione già in atto sia lato retailer che lato cliente. Quest’ultimo si è aperto maggiormente all’utilizzo di modalità innovative per interagire con il brand che, a sua volta, ha dovuto evolvere la propria offerta e la customer experience. Un fenomeno che, ora, mette in campo anche un rinnovato rapporto con il punto di vendita fisico”.
Secondo l’analisi di Jakala, infatti, a fronte di un aumento del bacino di clienti raggiungili (con forte un incremento della fascia over 55 le cui ricerche online sono cresciute del +20%), i brand che sono riusciti a intercettare i trend in atto ne stanno raccogliendo i primi frutti. Ma quali sono questi trend? Innanzitutto, la comunicazione: «Il 77% dei clienti ricorda e apprezza quando un brand comunica come il marchio sia utile alla “nuova” vita di tutti i giorni; mentre l’86% pensa prima a quei brand con cui sono ingaggiati emozionalmente al fine di soddisfare un bisogno», ha affermato Olivari.
A livello di contenuti ciò significa porre maggiore attenzione alla territorialità, ossia: promuovere le eccellenze del territorio e valorizzare la comunità in cui è inserito il punto vendita. Il tutto attraverso una rinnovata presenza sulle piattaforme di social network, strumenti di marketing sempre più indispensabili. «In Italia, dove il mercato Ho.Re.Ca. vale circa 84 miliardi di euro, c’è ancora un 30% di potenziale non sfruttato in termini di bacini di influenza dei vari brand per un totale di circa 11,5 miliardi di euro di valore», ha precisato Olivari.
Ecco allora che per conquistare questa nuova fetta di mercato diventano sei le aree su cui intervenire: customer experience e innovazione del layout, sviluppo di nuovi business model economicamente sostenibili (come l’accentramento delle operazioni di delivery), implementazione del CRM e di programmi di loyalty per fidelizzare il cliente, sfruttamento dei media digitali targetizzati su un audience locale, razionalizzazione della footprint, differenziazione geografica delle politiche di pricing e promozione. (aise) 




“Italy Map”: l’export regionale é on line

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30mapDall’andamento dell’export ai settori di punta, dai principali Paesi di destinazione al valore delle vendite estere di ogni singola provincia italiana: ecco cosa si può trovare nella Italy Map di SACE, la nuova mappa interattiva e aggiornata trimestralmente che ha messo a punto SACE per dare un ulteriore strumento alle imprese italiane, in particolare PMI, e a tutti gli stakeholder interessati a rimanere sempre aggiornati sull’export, componente chiave dell’economia nazionale.
Consultare la Italy Map è semplice: basta cliccare su www.sacesimest.it/italy-map, accedere alla cartina dell’Italia, selezionare la Regione interessata per avere la preview della scheda con alcuni semplici indicatori (popolazione, Pil, imprese attive, PMI, Operatori del commercio estero). Con un solo clic in più, si può visualizzare la scheda completa, con la possibilità di esplorare il valore dell’export, settori di punta e le performance storiche dell’export regionale e scendere nel dettaglio dei dati relativi alle singole Province, grazie alla rielaborazione dell’Ufficio Studi di SACE dei dati Istat.
A tutto questo si affiancano le informazioni pratiche relative a SACE, che insieme a SIMEST forma il Polo dell’export e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, come l’operatività nelle Regioni, i contatti utili legati alla presenza su territorio, la sezione eventi che mostra i prossimi appuntamenti e i contenuti correlati relativi ad articoli interessanti e alle case history delle aziende.
La Italy Map si aggiunge alla Risk&Export Map, altro importante strumento interattivo dell’Ufficio studi di SACE a supporto delle strategie delle imprese, che fornisce un set di informazioni utili a evidenziare, in modo chiaro e immediato, le opportunità e i profili di rischi per le imprese che esportano o si internazionalizzano in 200 mercati nel mondo.




Italia – Usa: Scalfarotto a colloquio con Gerrish sull’affare Airbus

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italia usa bandiereIl Sottosegretario agli esteri Ivan Scalfarotto ha avuto oggi un colloquio telefonico con il Deputy United States Trade Representative (USTR) Jeffrey Gerrish sul tema delle relazioni commerciali transatlantiche e, in particolare, sulla questione della revisione periodica del regime di dazi che gli Stati Uniti hanno facoltà di imporre a seguito della sentenza dell’OMC sui sussidi Airbus.
Ne dà notizia la Farnesina, ricordando che nel 2019 sono stati colpiti prodotti italiani soprattutto nel settore agroalimentare con tariffe doganali lasciate invariate in occasione dell’ultima revisione del febbraio scorso (a seguito della visita a Washington dello stesso Scalfarotto), nonostante i margini incrementali che la sentenza OMC avrebbe riconosciuto agli Stati Uniti.
Al centro dei colloqui l’importanza di preservare la partnership tra Italia e Stati Uniti e la necessità assoluta di evitare tariffe aggiuntive certamente dannose per entrambi i sistemi economici in questa faste di crisi post Covid e non positive per lo stato complessivo delle relazioni transatlantiche.
“L’Italia, come noto pur non essendo un Paese membro del Consorzio Airbus, è stata ingiustamente colpita da dazi imposti sui propri prodotti” ha sottolineato il Sottosegretario Scalfarotto. “Per questo motivo, in occasione di ogni incontro con i Governi di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito negli ultimi mesi, abbiamo ricordato la necessità di rivedere il proprio regime di sussidi pubblici in modo da rispettare quanto disposto dall’Organo di Appello dell’OMC”.
“Come ho avuto modo di sottolineare al Vice USTR Gerrish nel corso del colloquio di oggi, – ha aggiunto Scalfarotto – l’annuncio la settimana scorsa da parte del Commissario Hogan dell’eliminazione dei sussidi sui finanziamenti Airbus da parte di Germania e Spagna (in linea con quanto richiesto dall’OMC), premia i nostri sforzi e va esattamente nella direzione da noi auspicata. Ho pertanto ricordato all’Ambasciatore Gerrish, alla luce del lavoro comune svolto da Italia e Stati Uniti su questa vicenda a seguito del nostro incontro di Washington a fine gennaio, non solo l’auspicio che non venga ulteriormente penalizzato il made in Italy a conclusione della revisione in corso, ma anche che si possa cooperare per arrivare a rimuovere i dazi imposti nel 2019 soprattutto su formaggi e alcolici”. (aise) 




Dazi: scade l’ultimatum di Trump. A rischio 3 mld per l’export Made in Italy

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daziusaScade l’ultimatum del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per l’applicazione di nuovi dazi ad una lista di prodotti europei che per l’Italia riguarda un valore dell’export di 3 miliardi e si estende tra l’altro a vino, olio e pasta Made in Italy oltre ai formaggi e salumi che sono stati già colpiti. È quanto afferma la Coldiretti in riferimento alla conclusione ieri, 26 luglio, della procedura di consultazione avviata dal Dipartimento del Commercio (Ustr) degli Usa sulla nuova lista allargata sui prodotti Ue da colpire a seguito della disputa sugli aiuti al settore aereonautico.
Nell’ambito del sostegno Ue ad Airbus gli Usa – sottolinea la Coldiretti – sono stati autorizzati dal Wto ad applicare sanzioni per un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari all’Unione Europea che tuttavia lo scorso 24 luglio, a seguito dell’annuncio del consorzio Airbus della revisione degli aiuti di Stato ricevuti, che rende i sostegni “pienamente conformi alla sentenza dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha invitato gli Stati Uniti a rimuovere immediatamente tali dazi, che sarebbero ora ingiustificati.
Un contenzioso che per l’Italia riguarda i 2/3 delle spedizioni agroalimentari totali con gli Usa che – precisa la Coldiretti – minacciano di aumentare i dazi fino al 100% in valore e di estenderli a prodotti simbolo del Made in Italy, dopo l’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 delle tariffe aggiuntive del 25% che hanno già colpito specialità italiane come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.
L’export del Made in Italy agroalimentare in Usa nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi ma – rileva la Coldiretti – con un aumento del 10% nel primo quadrimestre del 2020 nonostante l’emergenza coronavirus. Il vino con un valore delle esportazioni di oltre 1,5 miliardi di euro, è il prodotto agroalimentare italiano più venduto negli States mentre – precisa la Coldiretti – le esportazioni di olio di oliva sono state pari a 420 milioni ma a rischio è anche la pasta con 349 milioni di valore delle esportazioni.
Gli Stati Uniti – continua la Coldiretti – sono il principale consumatore mondiale di vino e l’Italia è il loro primo fornitore con gli americani che apprezzano tra l’altro il Prosecco, il Pinot grigio, il Lambrusco e il Chianti che a differenza dei vini francesi erano scampati alla prima black list scattata ad ottobre 2019. Se entrassero in vigore dazi del 100% ad valorem sul vino italiano una bottiglia di prosecco venduta in media oggi al dettaglio in Usa a 10 dollari ne verrebbe a costare 15, con una rilevante perdita di competitività rispetto alle produzioni non colpite. Allo stesso modo si era salvato anche l’olio di oliva Made in Italy anche perché – riferisce la Coldiretti – la proposta dei dazi aveva sollevato le critiche della North American Olive Oil Association (NAOOA) che aveva avviato l’iniziativa “Non tassate la nostra salute”.
“Occorre impiegare tutte le energie diplomatiche per superare inutili conflitti che rischiano di compromettere la ripresa dell’economia mondiale duramente colpita dall’emergenza coronavirus” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare l’importanza della difesa di un settore strategico per l’Ue che sta pagando un conto elevatissimo per dispute commerciali che nulla hanno a che vedere con il comparto agricolo.
“L’Unione Europea – ha aggiunto Prandini – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione proprio all’inizio di agosto di sei anni fa ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che è costato al Made in Italy 1,2 miliardi ed è ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa. Al danno peraltro si aggiunge la beffa poiché il nostro Paese – ha concluso il presidente della Coldiretti – si ritrova ad essere punito dai dazi Usa nonostante la disputa tra Boeing e Airbus, causa scatenante della guerra commerciale, sia essenzialmente un progetto francotedesco al quale si sono aggiunti Spagna ed Gran Bretagna”.




Garanzia Italia e non solo: focus USA nel web talk di ICE e SACE

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20sacenyApprofondire “Garanzia Italia” e le nuove iniziative sviluppate con il Decreto Liquidità a supporto del tessuto imprenditoriale italiano a seguito dell’emergenza COVID-19. Questo l’obiettivo del webinar rivolto alle aziende italiane che operano sul mercato statunitense in programma domani, 21 luglio.
Organizzato da Sace, in collaborazione con Agenzia Ice e Ambasciata d’Italia a Washington, l’incontro sarà anche un’occasione per fare il punto sulle attuali relazioni commerciali USA-Italia e sui possibili scenari futuri.
I lavori inizieranno alle 16.00 con i saluti istituzionali dell’ambasciatore italiano negli Usa, Armando Varricchio, e dei presidenti di Sace e Ice, Rodolfo Errore e Carlo Maria Ferro.
Quindi, Cristiana Portale, Direttrice Relazioni Istituzionali SACE, parlerà de “Il ruolo di SACE a supporto dell’export e dell’internazionalizzazione e per la ripresa del sistema produttivo nazionale”; Mario Bruni, Head of Mid Corporate SACE, illustrerà il Decreto Liquidità soffermandosi in particolare su “le misure straordinarie di SACE per la ripartenza del Made in Italy”.
“Quali sono i criteri di eleggibilità e gli step per accedere alla Garanzia SACE sui finanziamenti erogati dagli istituti di credito” il tema centrato da Alessia Iannoni Sebastianini, Senior Relationship Manager SACE, mentre le attività ICE sul mercato USA verranno illustrate da Antonino Laspina, Direttore Ufficio ICE NY e Coordinatore Rete USA.
Le conclusioni saranno affidare al Presidente di SACE Rodolfo Errore.
Modera Mariangela Siciliano, Responsabile Education to Export SACE.




“Il Canada in 60 minuti”, mercoledí il webinar di Trentino Sviluppo

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canada torontoIl Canada si conferma una delle economie più solide anche in questo momento critico causato dalla pandemia da Covid19. Rappresenta il 26° mercato di destinazione per l’export italiano e il terzo se si considera il continente americano. Le esportazioni trentine verso questo Paese hanno un valore di circa 60 milioni di euro, con un alto potenziale di crescita. Per questo, mercoledì prossimo, 22 luglio, alle ore 17.00, Trentino Sviluppo ha organizzato un webinar diretto alle imprese regionali dedicato alle opportunità di business in Canada: “60 minuti” in cui parlare di mercati, tendenze, gusti e opportunità per i tre settori focus: food, meccanica e smart building.
Interverranno imprenditori, export manager e rappresentanti delle istituzioni a supporto dell’internazionalizzazione presenti sul territorio, pronti a rispondere ai quesiti dei partecipanti. L’iniziativa è promossa con la Provincia autonoma di Trento, in collaborazione con Agenzia ITA-ICE sede di Toronto, con la partecipazione dell’Ambasciata del Canada in Italia e della Delegazione del Québec a Roma.
Tra i principali settori dell’export trentino in Canada troviamo prodotti e componentistica per l’automotive, componentistica per l’agricoltura e la silvicoltura, prodotti alimentari, agroalimentari e vino, carta, legno e costruzioni. Il settore dello smart building è inoltre in crescita, grazie all’alta richiesta del settore immobiliare, sia pubblico che privato.
Le opportunità di internazionalizzazione, quindi, non mancano per le imprese trentine. Per approfondire la conoscenza di questo mercato e confrontarsi con chi già vi opera, Trentino Sviluppo promuove il webinar: “Il Canada in 60 minuti” mercoledì prossimo, 22 luglio. Il seminario offrirà l’opportunità per conoscere le migliori modalità di approcciare il mercato canadese in questa fase complessa per il commercio internazionale legata alla pandemia.
L’incontro si aprirà alle 17.00 e durerà un’ora. Il programma prevede, in apertura, i saluti istituzionali di Alexandra Bugailiskis, Ambasciatrice del Canada presso la Repubblica italiana e Marianna Simeone, Delegata del Québec in Italia. Seguirà il focus sul Canada a cura di Sandra Di Carlo, vicedirettrice dell’Agenzia ITA-ICE di Toronto. Ci saranno poi gli approfondimenti settoriali con le testimonianze aziendali. Il settore alimentare vedrà la testimonianza della catena di negozi Euromaché di Montréal. La meccanica sarà approfondita da Matteo De Santi, Business development manager di Sarp NA Canada, azienda specializzata in macchine alimentari. Per lo Smart Building sarà presente, infine, Giulietta Roz, area manager per Leap Factory Canada. (aise)




Le Camere di Commercio italiane all’estero dell’America Latina si incontrano online

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ccie17 Camere di Commercio Italiane latinoamericane, provenienti da 10 paesi diversi, si incontreranno mercoledì prossimo, 15 luglio, per il primo incontro virtuale che ha come obiettivo quello di identificare potenziali clienti e partner commerciali nel grande mercato della zona centro e sud americana, creando così una rete internazionale per il commercio.
La giornata si svolgerà con la presentazione di imprese all’interno di riunione della durata tassativa di 20 minuti, e comprende una moltitudine di settori. L’ordine sarà stabilito cronologicamente in base all’iscrizione. La lingua ufficiale dell’incontro sarà lo spagnolo.
Per iscriversi è necessario mandare una e-mail a: associados@italcam.com.br. (aise)




Meeting CCE. Caré: “Straordinario contributo dalle nostre comunitá d’affari nel mondo”

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care03“I dati sulle esportazioni italiane registrano una forte contrazione. Per invertire tale tendenza negativa, causata in buona parte dall’emergenza sanitaria Covid-19, occorre puntare ancora di più sul ruolo strategico delle 81 Camere di Commercio Italiane all’Estero che operano in 58 paesi del mondo”. Lo ha affermato Nicola Carè, deputato di Italia Viva, nel corso del “21° Meeting dei Segretari Generali delle CCIE” che, aperto ieri, sta proseguendo i suoi lavori per la prima volta in videoconferenza.
“Questa esigenza – ha osservato – è stata recepita dal Governo e dal Parlamento italiano che nei giorni scorsi hanno ribadito il fondamentale ruolo delle Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) ed il pieno sostegno alle PMI italiane approvando un emendamento al Decreto Legge ‘Rilancio Italia’ che prevede uno stanziamento di 5 milioni di euro per le nostre comunità d’affari nel mondo”.
Il deputato si è detto “particolarmente orgoglioso di aver sostenuto tale provvedimento, fortemente voluto in maniera bipartisan dall’Aula parlamentare e condiviso da Italia Viva, dall’On. Nissoli, da Forza Italia, dal PD e dal M5S. Conosco bene le CCIE avendo lavorato in questo sistema negli ultimi 25 anni e, quindi, sono un testimone diretto dell’importante lavoro che svolgono a supporto delle imprese, rappresentando un ponte fondamentale anche con i nostri connazionali residenti all’estero. Tengo a precisare – ha sottolineato il deputato di Italia Viva – che è la prima volta che vengono stanziate risorse aggiuntive così rilevanti per le CCIE. La lungimiranza delle forze politiche presenti in Parlamento ha consentito la realizzazione di un risultato che mira ad incrementare il Pil italiano e a favorire politiche per l’internazionalizzazione delle aziende italiane nel mondo”.




Vino e lockdown: l´Italia giú ma limita i danni

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7vinopremioqualitaitaliaLockdown amaro per gli scambi di vino nelle 2 principali piazze europee, Germania e Regno Unito. Complessivamente, rileva l’analisi dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor su base dogane, le importazioni (a valore) da mondo dei due top buyer sono calate nel primo quadrimestre rispetto al pari periodo 2019 dell’8,9% in Germania e del 13,3% nel Regno Unito, con un aprile ancora più nero: -19,7% per i primi, -17,5% per i secondi.
Come nel report relativo ai Paesi terzi, anche in Europa l’Italia sconta perdite consistenti ma limita i danni, a dimostrazione di un assortimento dell’offerta più variegato, in particolare sul canale della gdo. Nei 4 mesi il Belpaese cede infatti a valore l’1,3% in Germania e il 15,6% in Gran Bretagna, mentre in aprile il calo è rispettivamente del 12,8% e del 6,5%. Secondo l’Osservatorio, a una situazione innegabilmente difficile data non solo dal trend delle registrazioni doganali ma anche dal prezzo medio in discesa e dalle più che probabili scorte maturate nei magazzini di distributori e importatori, fa da contraltare una maggior capacità di tenuta rispetto al principale competitor, la Francia. Ne consegue una crescita delle quote di mercato in Germania (dal 36,8% al 39,9%) e una sostanziale tenuta delle stesse in Uk. L’allarme, al di là dei volumi commercializzati, arriva però dal prezzo medio: -18% in Gran Bretagna e -7% in Germania ad aprile rispetto al trimestre precedente.
“La pressione sui prezzi è preoccupante – ha detto il responsabile dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini –, a testimonianza del fatto che i retailer stanno facendo pressione sui produttori anche alla luce dei primi segnali di recessione che si stanno delineando in questi Paesi e che giocoforza andranno ad incidere pure sugli acquisti di vino”.
“È determinante non interrompere il dialogo con i nostri interlocutori di mercato – ha detto Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere –. A questo serve wine2wine Exhibition&Forum, un evento dinamico e innovativo basato sull’interazione b2b digitale e fisica che comincia ora e termina in fiera a Verona il 22-24 novembre, con il prologo di Operawine realizzato con Wine Spectator”.
Profondo rosso ad aprile per i transalpini, che cedono a valore circa il doppio della media: -40,2% in Germania e -38,6% nel Regno Unito. Un decremento confermato anche nel quadrimestre, con Parigi a -19,8% nell’import teutonico e -24,9% nella domanda Uk. Va meglio invece alla Spagna e alla Nuova Zelanda, quest’ultima in crescita nel Regno Unito dove raggiunge il terzo posto tra i Paesi produttori a scapito dell’Australia e nel quadrimestre segna luce verde in entrambi i Paesi. (aise) 




La pizza? Negli Usa ne mangiano più degli italiani

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1680271Con una media di 13 chili per persona negli Stati Uniti si registra il record mondiale dei consumi di pizza con una quantità che è quasi il doppio di quella degli italiani che si collocano al secondo posto con una media di 7,6 chili a testa.

E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti in occasione del forkgate scatenato dal neo sindaco di New York Bill de Blasio che ha mangiato la pizza con coltello e forchetta e non con le mani come avviene regolarmente negli Usa.

La pizza è nata in Italia con le prime attestazioni scritte che risalgono al 997 e con l’arrivo degli immigrati italiani  nel tardo XIX secolo fece la sua prima apparizione negli Usa dove si è rapidamente affermata, anche con curiosi adattamenti locali nella preparazione, negli ingredienti e nelle occasioni e modalità di consumo, che hanno purtroppo fatto dimenticare a molti la reale origine.

Se in Italia si stima che la pizza generi un fatturato di 10 miliardi di euro con oltre 250mila addetti e 50mila pizzerie, il business negli Stati Uniti è attorno ai 40 miliardi di dollari con il 93 per cento degli americani che la consuma almeno una volta al mese per una media di 350 slice (le tradizionali fettine) al secondo.

Si usano quasi sempre ingredienti realizzati negli Stati Uniti, dalla mozzarella prodotta soprattutto nel Wisconsin, in California nello stato di New York alla conserva di pomodoro ottenuta in California.

La perdita del legame della pizza con l’identità tricolore è un rischio che – denuncia la Coldiretti – corrono moltissimi prodotti Made in Italy per l’esponenziale diffusione sui mercati statunitense e mondiale di alimenti “taroccati” che richiamano nel nome e nell’immagine all’italianità senza avere alcun legame con la realtà produttiva nazionale, dal parmesan al provolone, dal salame Milano alla soppressata calabrese, dall’extravergine pompeian al pomodoro san Marzano. (spazifood.it)