Venezuela, il petrolio di Trump e l’accordo segreto: agli Stati Uniti il controllo, ai venezuelani poche garanzie

acuerdo petrolero secreto entre potencias
ProPublica pubblica le 18 pagine dell’intesa con la compagnia NABEP: Washington punta a una quota del 35%, ottiene la priorità sull’acquisto del greggio per mezzo secolo e paga una parte del petrolio appena 30 dollari al barile. Ma i 200 miliardi di dollari promessi al Venezuela non sono garantiti esplicitamente dal contratto.

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Il petrolio venezuelano torna al centro della strategia americana, ma il documento che dovrebbe definire le regole della partita racconta una storia più complessa rispetto agli annunci della Casa Bianca. ProPublica, la testata statunitense specializzata nel giornalismo investigativo, ha ottenuto una copia dell’accordo di partenariato strategico di 18 pagine promosso dall’amministrazione di Donald Trump e firmato, per gli Stati Uniti, dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Il presidente americano aveva definito l’intesa, annunciata alla fine di agosto, «il più grande accordo petrolifero della storia». Il testo, tuttavia, mostra una struttura nella quale i vantaggi per Washington sono descritti con precisione, mentre gli obblighi economici a favore del Venezuela appaiono molto meno definiti.

Al centro dell’operazione c’è la North American Blue Energy Partners (NABEP), società petrolifera guidata dall’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt. L’accordo prevede l’ingresso degli Stati Uniti con una partecipazione del 35% nella società capogruppo registrata alle Barbados, mentre il controllo operativo viene affidato a un consiglio di amministrazione nel quale la maggioranza deve essere composta da cittadini americani.

Petrolio a 30 dollari e priorità per cinquant’anni

Uno degli aspetti più significativi riguarda le condizioni di acquisto del greggio. Gli Stati Uniti avranno il diritto di acquistare il 20% della produzione di NABEP al prezzo di 30 dollari al barile, una cifra molto inferiore alle quotazioni di mercato riportate negli ultimi mesi.

Non si tratta, però, di un costo complessivo che comprenda ogni spesa necessaria per portare il petrolio fino al mercato. Il greggio venezuelano è spesso particolarmente pesante e può richiedere la miscelazione con prodotti più leggeri per poter essere trasportato negli oleodotti. L’accordo non include nel prezzo indicato questi eventuali costi aggiuntivi, mentre NABEP sostiene che gran parte dei suoi giacimenti richieda poca o nessuna diluizione.

La posizione americana non si limita a una parte della produzione. Washington avrà la priorità nell’acquisto del petrolio restante per i successivi cinquant’anni e potrà arrivare ad acquistare l’intera produzione della società in caso di emergenza nazionale dichiarata dagli Stati Uniti.

È proprio questa durata a ridimensionare uno degli annunci di Trump, che aveva parlato di un secolo di dominio energetico americano: i diritti di acquisto previsti dal documento scadono dopo cinquant’anni.

I 200 miliardi promessi non sono garantiti

Un altro punto controverso riguarda i benefici economici destinati al Venezuela. La Casa Bianca aveva indicato in circa 200 miliardi di dollari il valore delle royalties e delle imposte che sarebbero dovute affluire al Paese.

Nel testo esaminato da ProPublica, tuttavia, non compare una garanzia esplicita di pagamento di quella cifra. La distinzione è importante: una previsione politica o una stima economica non equivale a un obbligo contrattuale vincolante.

Anche la durata delle concessioni solleva interrogativi. Un funzionario americano avrebbe sostenuto che Caracas abbia concesso a NABEP licenze operative per cento anni, ma tale durata non compare nell’accordo e sembra entrare in conflitto con la normativa venezuelana, che limita a 25 anni le concessioni petrolifere.

Il documento stabilisce inoltre che le controversie siano regolate dal diritto statunitense e affrontate davanti al tribunale federale del distretto settentrionale del Texas, anziché davanti ai tribunali venezuelani.

Una società con proprietari in parte sconosciuti

La struttura societaria è un altro elemento centrale dell’inchiesta. Gli Stati Uniti dovrebbero ottenere la loro quota attraverso l’acquisizione di azioni della società capogruppo registrata alle Barbados, con un esborso iniziale nullo e un prezzo simbolico di un centesimo per azione previsto per l’operazione.

Gli altri proprietari e investitori della capogruppo restano in gran parte sconosciuti. Il consiglio di amministrazione sarà composto da sette membri, con una maggioranza di cittadini americani e un osservatore nominato dal governo statunitense, privo di diritto di voto.

Alejandro Betancourt manterrà la carica di amministratore delegato. Per rimuoverlo saranno necessari cinque voti su sette, mentre il mandato iniziale del consiglio durerà quindici anni. L’accordo non prevede una partecipazione del governo venezuelano nel consiglio.

Secondo persone informate sui negoziati citate da ProPublica, la struttura sarebbe stata concepita per rendere difficile a future amministrazioni americane o venezuelane smantellare l’intesa.

Chi è Alejandro Betancourt

Betancourt è un imprenditore venezuelano del settore energetico che ha già operato in passato attraverso società attive nel Paese. Secondo l’inchiesta, è stato oggetto di indagini per riciclaggio in diversi Paesi, ma non è stato incriminato nei procedimenti citati.

La società respinge le accuse e sottolinea che né Betancourt né il cofirmatario Orlando Alvarado sono mai stati incriminati. Alvarado ha firmato l’accordo per conto della società capogruppo; secondo il Miami Herald, era stato indicato dai procuratori federali americani come co-cospiratore non incriminato in un presunto schema per sottrarre fondi alla compagnia petrolifera statale venezuelana.

La scelta di Betancourt ha suscitato critiche anche tra esponenti dell’opposizione venezuelana e senatori democratici statunitensi. Questi ultimi hanno sollevato dubbi sia sulla trasparenza dell’operazione sia sull’autorità legale dell’ufficio del Pentagono incaricato di gestire la partecipazione americana.

I benefici per il Venezuela restano da dimostrare

La Casa Bianca sostiene che l’accordo contribuirà a stabilizzare l’economia venezuelana e ad ampliare le riserve petrolifere americane. La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha definito l’intesa storica e ha difeso la scelta di Betancourt.

I risultati immediati, tuttavia, sono ancora limitati. NABEP produce attualmente circa 200.000 barili al giorno e punta a raggiungere quota 500.000 entro la fine del 2028. Secondo le valutazioni riportate nell’inchiesta, potrebbe essere necessario attendere anni prima che l’operazione produca effetti significativi sui mercati petroliferi e sui consumatori americani.

La vicenda apre quindi una questione che va oltre il prezzo del greggio: chi controllerà realmente le risorse, chi incasserà i profitti e quali garanzie avrà la popolazione venezuelana?

Il testo ottenuto da ProPublica non dimostra, da solo, che l’accordo sia destinato a fallire. Mostra però una differenza sostanziale tra le promesse pubbliche e gli impegni scritti: per gli Stati Uniti sono previsti diritti di acquisto e strumenti di controllo dettagliati; per i benefici economici promessi al Venezuela, invece, le garanzie contrattuali risultano assai meno esplicite.

È su questa differenza che si concentrerà il dibattito politico e giuridico nei prossimi mesi.

 

Fonte principale: La Voce di New York, 22 ottobre 2026; inchiesta originale di ProPublica, “The Secret Terms of Trump’s Venezuelan Oil Deal”.

 

 




Quando finirà davvero il petrolio? La risposta che non ti aspetti

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Se facessimo un calcolo puramente matematico basato sulle stime attuali, la risposta potrebbe sembrare sconfortante. Dividendo le attuali riserve provate di greggio (circa 1.700-1.760 miliardi di barili) per il consumo globale — che viaggia intorno ai 102 milioni di barili al giorno — il risultato è semplice: il petrolio finirà tra circa 45 e 50 anni.
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Ma la realtà geologica ed economica è molto diversa. Chi attende il giorno in cui il mondo si sveglierà a secco, con i distributori di benzina completamente vuoti, rimarrà deluso.
Il petrolio non “finirà” nel senso letterale del termine. Allora, come avverrà il suo declino?

Il paradosso delle riserve provate

Gia negli anni ’70 del secolo scorso gli esperti pronosticavano l’esaurimento del greggio entro il 2000. Perché quelle previsioni si sono rivelate errate?
La risposta sta nel significato tecnico di “riserva provata”. Con questo termine non si intende tutto il petrolio presente nella crosta terrestre, ma solo quello che è tecnologicamente ed economicamente conveniente estrarre oggi.
L’evoluzione tecnologica ha cambiato drasticamente le carte in tavola:
  • Giacimenti non convenzionali: La diffusione dello shale oil (petrolio di scisto) negli Stati Uniti e lo sfruttamento delle sabbie bituminose in Canada hanno aggiunto miliardi di barili alla mappa energetica globale.
  • Tecnologie avanzate: Le trivelle di ultima generazione permettono di raggiungere giacimenti sottomarini a profondità che fino a vent’anni fa erano inaccessibili.
In pratica, man mano che il prezzo del barile sale o la tecnologia migliora, giacimenti prima considerati inutilizzabili diventano “riserve provate”, spostando continuamente in avanti la data di scadenza.

Dal “Peak Oil” alla fine dell’estrazione economica

La produzione di petrolio non si interrompe come un rubinetto che viene chiuso all’improvviso. Segue piuttosto una parabola.
Nel dibattito energetico si parla da decenni di Peak Oil (il picco di produzione): quel momento storico in cui si raggiunge la massima capacità di estrazione globale, seguito da un inesorabile e progressivo calo.
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|               LA CURVA DEL PETROLIO: DALL'OFFERTA ALLA DOMANDA    |
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|    Estrazione            "PEAK OIL"                               |
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Raggiunto il picco, l’estrazione dei barili rimasti diventa via via più complessa, pericolosa dal punto di vista ambientale e, soprattutto, anticonvenienza dal punto di vista economico. Arriverà un momento in cui per estrarre un barile di petrolio si spenderà più energia (e denaro) di quella che quel barile può restituire.

La vera svolta: il “Peak Demand” (il picco della domanda)

La variabile decisiva che decreterà la fine dell’era del greggio non è l’offerta (quanti barili restano sottoterra), ma la domanda (quanto petrolio continuerà a servirci).
Secondo i recenti rapporti delle principali agenzie energetiche internazionali (AIE), la crescita della domanda globale potrebbe rallentare significativamente e raggiungere il suo picco entro questo decennio.
Questo cambio di rotta è guidato da fattori strutturali:
  1. Elettrificazione della mobilità: L’espansione dei veicoli elettrici e la decarbonizzazione del trasporto pubblico stanno intaccando la quota di mercato del settore che consuma più carburante al mondo.
  2. Politiche climatiche e rinnovabili: Le normative internazionali spingono verso l’efficienza energetica e la progressiva sostituzione delle fonti fossili con solare, eolico e idrogeno.
  3. Pressioni geopolitiche: La necessità per i paesi di garantire la propria sicurezza energetica sta accelerando la transizione verso fonti autoprodotte e rinnovabili.

L’Età della Pietra insegna

Il declino del petrolio non coinciderà dunque con il suo totale prosciugamento, ma con la sua obsolescenza progressiva.
Una celebre frase attribuita ad Ahmed Zaki Yamani, storico ministro del petrolio dell’Arabia Saudita negli anni ’70, riassume perfettamente lo scenario futuro:
“L’Età della Pietra non è finita per mancanza di pietre, e l’Età del Petrolio non finirà per mancanza di petrolio.”
Così come l’uomo ha smesso di usare la pietra quando ha scoperto materiali più efficienti come il bronzo e il ferro, l’umanità lascerà il petrolio sottoterra quando le tecnologie pulite diventeranno definitivamente più convenienti, sicure e capillari.



Stati Uniti e Venezuela, accordo sul petrolio: Washington punta al controllo di 65 miliardi di barili

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Trump lo definisce “il più grande accordo petrolifero della storia”. Previsti 17 giacimenti strategici e oltre 100 miliardi di dollari di investimenti. Ma sui dettagli dell’intesa restano ancora molte incognite.

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Un accordo destinato a cambiare profondamente i rapporti tra Stati Uniti e Venezuela.

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato un’intesa con il governo venezuelano che attribuirebbe agli Stati Uniti il controllo maggioritario su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere provate del Venezuela.

Trump lo ha definito senza mezzi termini “il più grande accordo petrolifero della storia mondiale”.

L’annuncio è arrivato venerdì 28 agosto e rappresenta un nuovo, clamoroso capitolo nei rapporti tra Washington e Caracas.

Un quinto circa delle riserve venezuelane

Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere provate del mondo, stimate dal ministero venezuelano in circa 303,8 miliardi di barili.

I 65 miliardi di barili indicati nell’accordo rappresentano quindi circa un quinto delle riserve complessive del Paese.

Per gli Stati Uniti si tratta di una quantità enorme.

Trump sostiene che l’operazione permetterà di più che raddoppiare le riserve petrolifere americane, aumentando contemporaneamente la disponibilità di greggio e contribuendo, nel lungo periodo, a ridurre il prezzo della benzina negli Stati Uniti.

Diciassette giacimenti strategici

Secondo quanto comunicato dalla parte venezuelana, l’intesa prevede lo sviluppo di 17 campi petroliferi strategici.

Il progetto dovrebbe concentrarsi soprattutto sulla riattivazione e modernizzazione di infrastrutture petrolifere che negli ultimi anni hanno sofferto di una forte riduzione degli investimenti e della produzione.

La presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez ha parlato di un programma destinato a favorire la ripresa dell’intero settore degli idrocarburi.

Investimenti per oltre 100 miliardi di dollari

Caracas sostiene che l’accordo potrebbe attirare oltre 100 miliardi di dollari di investimenti privati.

Il governo venezuelano prevede inoltre un significativo ritorno fiscale, stimato in circa 209 miliardi di dollari nel corso dello sviluppo del progetto.

Per un Paese che ha attraversato una lunga crisi economica e una drammatica caduta della produzione petrolifera, si tratterebbe di una svolta enorme.

Il petrolio rappresenta infatti il cuore dell’economia venezuelana.

Ma chi controllerebbe realmente il petrolio?

È proprio questo uno dei punti più delicati dell’accordo.

Secondo le informazioni finora disponibili, non sarebbe lo Stato americano a diventare proprietario diretto dei 65 miliardi di barili.

Il progetto dovrebbe essere realizzato attraverso una nuova struttura societaria nella quale le imprese statunitensi avrebbero una posizione dominante.

Secondo Associated Press, la struttura prevista attribuirebbe agli interessi americani circa il 55% della quota operativa, mentre il resto sarebbe affidato a un operatore ancora da definire.

Ed è proprio su questo aspetto che restano ancora numerosi dettagli da chiarire.

Trump: “Aumenterà la sicurezza energetica”

Il presidente americano presenta l’accordo soprattutto come una grande operazione strategica.

Più petrolio venezuelano significherebbe per gli Stati Uniti una maggiore disponibilità di greggio, soprattutto di quello pesante, particolarmente adatto a determinate raffinerie americane.

Washington punta inoltre a ricostituire le proprie riserve strategiche di petrolio, riducendo la vulnerabilità alle oscillazioni dei mercati internazionali.

Trump sostiene che l’accordo contribuirà anche a ridurre i prezzi della benzina per gli automobilisti americani nel lungo periodo.

Caracas parla di rinascita

Il governo venezuelano vede invece nell’intesa l’occasione per ricostruire l’industria petrolifera nazionale.

Delcy Rodríguez ha sottolineato che gli investimenti americani potrebbero permettere di recuperare infrastrutture, aumentare la produzione e modernizzare un settore strategico rimasto per anni in condizioni difficili.

Secondo Caracas, il progetto potrebbe quindi produrre effetti non soltanto sul petrolio, ma sull’intera economia venezuelana.

Dalla rottura al nuovo accordo

L’aspetto forse più sorprendente è proprio questo.

Per anni Washington e Caracas sono state su posizioni diametralmente opposte.

Le sanzioni americane avevano colpito duramente il settore petrolifero venezuelano.

Ora, invece, le due amministrazioni parlano di investimenti, produzione e collaborazione energetica.

I rapporti diplomatici tra i due Paesi sono stati formalmente riavviati nel marzo scorso, dopo sette anni di interruzione.

Il petrolio sembra essere diventato il principale strumento della nuova relazione.

Un accordo ancora tutto da decifrare

L’annuncio è enorme, ma molti dettagli devono ancora essere definiti pubblicamente.

Restano da chiarire, tra le altre cose, la struttura societaria definitiva, le modalità operative, i tempi degli investimenti, il regime fiscale e il quadro giuridico venezuelano nel quale dovranno essere realizzati i progetti.

E c’è un’altra questione importante.

Il petrolio venezuelano è in gran parte greggio pesante, la cui estrazione e raffinazione richiedono infrastrutture e investimenti molto consistenti.

Per questo non bisogna aspettarsi un’improvvisa esplosione della produzione.

Il petrolio non arriverà domani

Gli esperti sottolineano infatti che il recupero dell’industria venezuelana potrebbe richiedere anni.

Le infrastrutture hanno bisogno di importanti interventi e molti impianti necessitano di essere rimessi in funzione.

Perciò l’effetto immediato sui prezzi della benzina negli Stati Uniti potrebbe essere molto più limitato di quanto lasci intendere l’annuncio presidenziale.

Il vero significato dell’accordo potrebbe essere quindi soprattutto strategico e geopolitico.

Washington entra nel cuore dell’economia venezuelana

Se l’intesa verrà realizzata come annunciato, gli Stati Uniti acquisiranno una posizione dominante in una parte enorme dell’industria petrolifera venezuelana.

Non si tratta soltanto di acquistare petrolio.

Si tratta di investire, produrre, gestire infrastrutture e controllare una quota rilevante di una delle più grandi riserve energetiche del pianeta.

Ed è questo che rende l’accordo particolarmente significativo.

Dal confronto politico alla collaborazione petrolifera

In pochi mesi il rapporto tra Washington e Caracas ha compiuto una trasformazione radicale.

Gli Stati Uniti, che per anni hanno esercitato fortissime pressioni sul governo venezuelano, ora diventano il principale partner della ricostruzione petrolifera del Paese.

Il Venezuela, dal canto suo, ottiene la possibilità di attirare capitali enormi e rilanciare il settore sul quale si basa gran parte della propria economia.

Ma la domanda fondamentale resta:

chi guadagnerà di più da questo accordo?

Trump guarda alla sicurezza energetica americana.

Caracas guarda alla ricostruzione del Venezuela.

Le compagnie petrolifere guardano a un mercato gigantesco.

E il mondo guarda a un’intesa che potrebbe ridisegnare gli equilibri energetici dell’intero continente americano.




Il sussidio elettrico, il pozzo nero che inghiotte miliardi nella Repubblica Dominicana

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imagen edesur 2a8ed2dc focus 0 0 896 504Mentre milioni di dominicani continuano a lamentarsi per blackout, bollette elevate e un servizio spesso inefficiente, lo Stato continua a riversare quantità gigantesche di denaro pubblico nel sistema elettrico nazionale. E il conto cresce sempre di più.

Secondo dati ufficiali pubblicati in questi giorni, il #sussidio elettrico destinato alle imprese distributrici statali si avvicina ormai ai 50 miliardi di pesos dominicani soltanto nei primi mesi del 2026.

Una cifra impressionante: tra gennaio e i primi giorni di maggio, il Governo ha già trasferito oltre 48 miliardi di pesos alle tre EDE — Edeeste, Edenorte ed Edesur — per coprire le perdite del sistema elettrico. Rispetto allo stesso periodo del 2025, l’aumento supera il 29%.

Per capire la dimensione del problema basta un confronto: lo Stato ha quasi speso la stessa quantità di denaro destinata all’istruzione primaria, secondaria e prescolare dell’intero Paese nello stesso periodo.

Dietro questo enorme “pozzo nero” finanziario ci sono anni di inefficienze, perdite tecniche, furti di energia, mancati pagamenti e una gestione che continua a generare deficit giganteschi. Secondo i dati del Ministero dell’Energia e Miniere, le perdite delle distribuidrici hanno ormai raggiunto quasi il 39% dell’energia immessa nella rete.

In pratica, una parte enorme dell’elettricità prodotta o importata non viene mai pagata. E alla fine è lo Stato — quindi i contribuenti — a coprire il buco.

Gli economisti avvertono che questo livello di sussidi rappresenta un peso sempre più difficile da sostenere per le finanze pubbliche dominicane, soprattutto in un momento di rallentamento economico internazionale e aumento dei costi energetici.

E il problema potrebbe peggiorare. Nel bilancio nazionale per il 2026 erano previsti circa 92 miliardi di pesos di trasferimenti alle EDE, ma molti analisti ritengono che la cifra finale potrebbe superare abbondantemente le previsioni, come già avvenuto nel 2025.

Nel frattempo, la popolazione continua a chiedersi perché, nonostante miliardi e miliardi di pesos spesi ogni anno, i blackout e i problemi del sistema elettrico sembrino non finire mai.




Petrolio in rialzo, effetti anche nella Repubblica Dominicana

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Dopo gli attacchi tra Stati Uniti, Israele e Iran e le conseguenti restrizioni nello stretto di Hormuz — snodo fondamentale per il transito di circa il 20% del petrolio mondiale — i prezzi del greggio hanno registrato forti oscillazioni e aumenti. Il Brent ha superato i 118 dollari al barile, mentre il WTI ha oltrepassato i 106 dollari, livelli che non si vedevano da tempo.

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In un contesto globale ancora incerto, il mercato petrolifero continua a oscillare tra tensioni geopolitiche e tentativi di tregua, rendendo difficile prevedere l’andamento dei prezzi e le conseguenze future per economie come quella dominicana.




America Centrale nel mirino della guerra: prezzi del carburante alle stelle e rimesse record

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imageLa guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sta colpendo l’America Centrale molto più di quanto si possa immaginare guardando una cartina geografica. Due effetti opposti — uno che svuota le tasche, l’altro che le riempie — stanno ridisegnando la vita quotidiana di milioni di persone in Guatemala, Honduras ed El Salvador.

La benzina costa sempre di più

L’aumento dei prezzi di benzina e diesel nei tre Paesi centroamericani risponde direttamente agli attacchi tra Stati Uniti e Iran e alla chiusura temporanea dello Stretto di Hormuz, che ha intensificato la volatilità del mercato petrolifero mondiale, aggravata ulteriormente dalla caduta delle riserve di idrocarburi negli Stati Uniti e dall’aumento dei costi logistici internazionali. Tgcom24

I governi della regione hanno dovuto correre ai ripari. In Honduras, le autorità hanno segnalato aumenti tra i 4 e i 5 centesimi di dollaro per gallone su diesel, kerosene e vari tipi di gasolina, e per attutire il colpo il governo ha introdotto un sussidio fino al 50% del prezzo. Tgcom24 In Guatemala, il Ministero dell’Energia ha annunciato rincari fino a 13 centesimi di dollaro per gallone su gasolina regular, superiore e diesel, mentre El Salvador ha aggiornato i prezzi di riferimento con un aumento di 5 centesimi per gallone su tutte le tipologie di carburante. Tgcom24

Un paradosso difficile da digerire per economie che non producono petrolio e dipendono interamente dalle importazioni. Come ha sintetizzato un economista honduregno citato dalle autorità energetiche: anche se i legami commerciali del Paese puntano principalmente verso l’America, la catena logistica internazionale rende inevitabile il trasferimento dei costi sui consumatori finali.

Le rimesse crescono, ma il futuro è incerto

C’è però anche una notizia positiva, almeno per ora. Le rimesse inviate dai migranti residenti negli Stati Uniti verso El Salvador, Guatemala e Honduras sono cresciute di oltre il 20% su base annua, secondo i dati raccolti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. SiViaggia Un flusso di denaro fondamentale per milioni di famiglie nella regione, che in molti casi rappresenta l’entrata principale del bilancio domestico.

Ma questo dato positivo convive con una grande incertezza: le politiche di deportazione di massa dell’amministrazione Trump stanno riducendo il numero di migranti centroamericani presenti negli Stati Uniti, con il rischio concreto che le rimesse tornino a calare nei prossimi mesi. Una doccia fredda che, sommata ai rincari energetici, potrebbe pesare duramente sulle economie più fragili dell’istmo.




L’aumento del petrolio fa salire il costo della vita in Centro America

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fkwh2m snzsopnbkmnxw6qxv688r4cvssnn4uzbfqu4u8buogq badader2jfievy abik ugxtbapkrhutoz2y4tko ydcqiesvqhuqqoaNegli ultimi giorni diversi Paesi dell’America Centrale stanno affrontando un nuovo aumento del costo della vita, legato soprattutto al rincaro del petrolio sui mercati internazionali. L’incremento dei prezzi del greggio, alimentato dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, sta infatti provocando un effetto a catena che colpisce trasporti, alimenti e servizi in gran parte della regione.

Secondo analisti economici e istituzioni locali, l’aumento del carburante si riflette rapidamente sull’intero sistema economico di Paesi come Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua, dove il trasporto su strada rappresenta la principale modalità di distribuzione delle merci. Quando il prezzo del carburante cresce, aumentano di conseguenza anche i costi di produzione e di trasporto dei prodotti di base.

Effetti immediati su famiglie e imprese

L’impatto è particolarmente pesante per le famiglie con redditi medio-bassi, che già destinano una parte significativa del bilancio domestico all’acquisto di alimenti e al pagamento dei trasporti pubblici. In molte città centroamericane gli operatori del settore dei trasporti hanno già iniziato a chiedere aumenti delle tariffe per compensare l’aumento del diesel.

Anche le piccole imprese e i commercianti stanno risentendo della situazione: il maggiore costo della logistica si traduce spesso in prezzi più alti per beni di consumo quotidiano, come pane, riso, frutta e prodotti importati.

Una regione particolarmente vulnerabile

L’America Centrale è particolarmente esposta alle oscillazioni del prezzo del petrolio perché molti Paesi della regione dipendono quasi totalmente dalle importazioni di energia. Questo significa che ogni crisi internazionale che colpisce il mercato del greggio si riflette rapidamente sulle economie locali.

Gli economisti avvertono che, se le tensioni globali dovessero continuare e il petrolio restare su livelli elevati, la regione potrebbe registrare nei prossimi mesi una nuova pressione inflazionistica, con effetti diretti sul potere d’acquisto delle famiglie e sulla stabilità economica di diversi Paesi.




Emergenza elettrica nella Repubblica Dominicana: blackout, costi e una riforma che tarda ad arrivare

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xrftpxfqtzqtaayppslettocnaqlqovtrcjqqjbznbuoyopopfuuquyhsxmpclzwIl problema dell’energia elettrica resta uno dei nodi più critici della Repubblica Dominicana, e nel 2026 continua a incidere pesantemente sulla vita quotidiana di cittadini, imprese e comunità straniere residenti, compresa quella italiana.

Blackout quotidiani e servizio instabile

In molte zone del Paese le interruzioni di corrente non sono un’eccezione, ma una consuetudine. Quartieri popolari, aree rurali e persino zone turistiche convivono con tagli programmati o improvvisi, spesso senza comunicazioni chiare e tempestive.
Il risultato è una diffusa sensazione di precarietà che obbliga famiglie e attività commerciali a dotarsi di inverter, batterie e generatori, trasformando l’elettricità in un costo doppio: quello della bolletta e quello delle soluzioni alternative.

Bollette alte e perdite di sistema

Uno degli aspetti più contestati è il prezzo dell’energia, percepito come elevato rispetto alla qualità del servizio. Le autorità riconoscono che il sistema elettrico nazionale soffre ancora di perdite tecniche e commerciali molto alte, dovute a reti obsolete, allacci irregolari e difficoltà di riscossione.
Queste inefficienze finiscono per ricadere sugli utenti regolari, creando un clima di sfiducia che alimenta ulteriormente l’evasione e il circolo vizioso del sistema.

Riforme annunciate, risultati attesi

Negli ultimi anni il governo ha annunciato più volte piani di ristrutturazione del settore elettrico, investimenti nella generazione e nella distribuzione, oltre a un maggiore ricorso alle energie rinnovabili, in particolare solare ed eolico.
Tuttavia, sul terreno, molti cittadini faticano a vedere miglioramenti concreti. La distanza tra promesse istituzionali e realtà quotidiana resta ampia, e il tema dell’elettricità continua a essere uno dei più sensibili nel dibattito pubblico dominicano.

Impatto su imprese e turismo

L’instabilità del servizio elettrico non colpisce solo le famiglie, ma rappresenta un freno per le piccole e medie imprese, per i lavoratori autonomi e persino per il settore turistico, che è il motore dell’economia nazionale.
Hotel, ristoranti e strutture ricettive sono spesso costretti a investire ingenti risorse in sistemi autonomi di produzione di energia per garantire standard accettabili ai clienti.

La prospettiva degli italiani residenti

Per molti italiani che vivono nella Repubblica Dominicana, il problema elettrico è uno dei fattori più difficili da accettare dopo il trasferimento. Chi arriva dall’Europa si trova a dover riorganizzare abitudini, lavoro e perfino la vita domestica in funzione della disponibilità di corrente.
Nonostante ciò, cresce anche l’interesse verso soluzioni alternative, come l’installazione di pannelli solari privati, viste sempre più come un investimento necessario piuttosto che opzionale.

Una sfida decisiva per il futuro

La questione elettrica non è solo tecnica, ma politica, economica e sociale. Senza un servizio stabile, efficiente e sostenibile, la crescita della Repubblica Dominicana rischia di poggiare su basi fragili.
Per Fatti Nostri, seguire l’evoluzione di questo tema significa raccontare una delle sfide decisive del Paese, che incide direttamente sulla qualità della vita di chi qui è nato e di chi ha scelto questa isola come casa.




Bollette energia: Italia tra i Paesi più cari d’Europa

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caro bollette 560x375.jpegNel primo semestre dell’anno le famiglie italiane hanno pagato le bollette elettriche tra le più care d’Europa; il dato emerge dall’analisi di Facile.it che, esaminando i valori rilevati da Eurostat*, ha scoperto come la tariffa media applicata in Italia sia stata il 15% più alta rispetto alla media europea. L’Italia è risultata essere al quarto posto nella classifica degli stati europei con i prezzi più elevati.

Va meglio, ma solo di poco, per quanto riguarda la bolletta del gas; in questo caso gli italiani hanno speso l’8% in più rispetto alla media europea e l’Italia è risultata essere il settimo Paese con le tariffe più care dell’UE.

A parità di consumi, tra bollette luce e gas, nel primo semestre dell’anno le famiglie italiane hanno speso, in media, 1.372 euro, circa 130 euro in più rispetto alla media europea.

Bollette elettriche, oneri e tasse

Più nel dettaglio, prendendo in considerazione i consumi di una famiglia tipo (2.700 kWh) e una tariffa media pari a 0,33 €/kWh, emerge che nei primi sei mesi dell’anno gli italiani hanno speso circa 444 euro per l’energia elettrica.

A livello europeo va peggio solo in Germania dove, a parità di consumi, le bollette sono arrivate a 518 euro (+16% rispetto all’Italia), in Belgio (482 euro) e in Danimarca (470 euro).

Tutti gli altri Paesi europei fanno meglio di noi; in Austria, ad esempio, la spesa media è stata pari a 392 euro, in Francia i consumatori hanno speso il 19% in meno rispetto a quelli italiani (appena 360 euro), mentre in Grecia sono stati sufficienti poco più di 300 euro. Guardando in fondo alla classifica europea si scopre che in Norvegia le famiglie hanno speso, in sei mesi, meno di 250 euro, mentre in Ungheria il conto si è fermato ad appena 130 euro, il 71% in meno rispetto all’Italia.

A pesare sulla tariffa dell’energia elettrica vi sono tasse e oneri, ma se fino a qualche anno fa l’Italia era uno dei paesi d’Europa dove queste voci pesavano di più (rappresentavano il 38% della tariffa elettrica nel 2019), la situazione è migliorata, tanto è vero che nel primo semestre dell’anno hanno inciso per circa il 25% della tariffa, valore inferiore alla media europea (28%). Guardando al resto d’Europa si scopre che in Stati come la Polonia e la Danimarca il peso di queste voci supera addirittura il 40% del totale della bolletta. Di contro, in alcuni Paesi sono in vigore ancora oggi sussidi e indennità a sostegno delle famiglie che portano il peso di tasse e oneri in negativo (ad esempio, -14% nei Paesi Bassi e -7% in Irlanda).

Bollette del gas, oneri e tasse

Come detto, la situazione migliora leggermente se si analizzano le bollette del gas; secondo le elaborazioni di Facile.it su dati Eurostat, considerando i consumi annui di una famiglia tipo (1.400 smc), la spesa media in Italia nei primi sei mesi del 2025 è stata pari a 928 euro, vale a dire l’8% in più rispetto alla media europea. L’Italia si posiziona al settimo posto tra gli Stati dell’Unione Europea.

Guardando al resto d’Europa, va decisamente peggio alle famiglie residenti in Danimarca (977 euro), nei Paesi Bassi (1.210 euro) e in Svezia dove, a parità di consumi, il conto ha sfiorato i 1.600 euro in appena sei mesi. Di contro, in tutti gli altri stati UE si spende mediamente meno rispetto a noi; se in Germania, ad esempio, il conto è stato pari a 910 euro, in Grecia e Spagna la bolletta del gas si è fermata al di sotto dei 650 euro, vale a dire circa il 30% in meno rispetto all’Italia.

Tra i Paesi europei con le tariffe del gas più competitive ci sono la Romania (418 euro) e, ancora una volta, l’Ungheria (appena 230 euro).

Sulla tariffa del gas il peso di tasse e oneri è ancor più elevato rispetto alle bollette della luce; a livello europeo, in media, incidono per il 31%, ma in Italia la percentuale si ferma al 29%. In vetta alla classifica degli Stati UE si trovano i Paesi Bassi, dove queste voci pesano il 54% della bolletta totale e la Danimarca (48%). Va decisamente meglio in Grecia e Croazia, che sono tra gli Stati europei dove il carico di oneri e tasse è più basso e pari, rispettivamente, all’8% e al 5% del totale.

Paese Bolletta media gas naturale
primo semestre 2025
Peso tasse e oneri
(%)
Svezia          1.592 € 36%
Paesi Bassi          1.210 € 54%
Danimarca              977 € 48%
Liechtenstein              977 € 25%
Francia              971 € 29%
Portogallo              947 € 30%
Italia              928 € 29%
Austria              913 € 30%
Irlanda              911 € 18%
Macedonia del Nord              911 € 15%
Germania              910 € 32%
Media Unione Europea              855 € 31%
Repubblica Ceca              724 € 17%
Moldavia              716 € 7%
Lussemburgo              695 € 16%
Paese Bolletta media energia elettrica
primo semestre 2025
Peso tasse e oneri
(%)
Germania          518 € 32%
Belgio          482 € 23%
Danimarca          470 € 48%
Italia          444 € 25%
Irlanda          440 € -7%
Repubblica Ceca          429 € 24%
Liechtenstein          422 € 13%
Cipro          396 € 34%
Austria          392 € 11%
Media Unione Europea          388 € 28%
Lussemburgo          360 € -6%
Francia          360 € 29%
Svezia          358 € 35%
Spagna          352 € 31%
Polonia          345 € 42%

 

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Canadà. Invest Alberta firma protocollo d’intesa con la Canadian Chamber in Italy

invest alberta e canadian chamber in italy firmano un protocollo dintesa per rafforzare i legami economici tra alberta e italia immagine2

invest alberta e canadian chamber in italy firmano un protocollo dintesa per rafforzare i legami economici tra alberta e italia immagine2Invest Alberta, agenzia del Governo della Provincia di Alberta incaricata di attrarre investimenti esteri e facilitare partnership strategiche, e la Canadian Chamber in Italy hanno sottoscritto un protocollo d’intesa volto a sviluppare relazioni strutturate tra Alberta e Italia. L’accordo prevede l’adesione di Invest Alberta alla Camera come membro osservatore, e rappresenta un passo concreto per rafforzare i rapporti bilaterali. La Canadian Chamber in Italy metterà a disposizione la propria rete istituzionale e imprenditoriale per sostenere la promozione delle opportunità offerte dall’Alberta alle imprese italiane, organizzando eventi, incontri B2B e attività di comunicazione dedicate. Il protocollo definisce un quadro di cooperazione nei settori chiave per entrambe le realtà: energia e tecnologie pulite, manifattura avanzata, agroalimentare e innovazione, con l’obiettivo di facilitare lo sviluppo di investimenti e partnership di lungo periodo. “Con la firma di questo protocollo, intendiamo rendere più accessibile il mercato della provincia di Alberta agli investitori italiani, creando canali diretti di dialogo e nuove opportunità di crescita economica”, ha dichiarato Rick Christiaanse, CEO di Invest Alberta. “La Canadian Chamber in Italy è orgogliosa di diventare partner istituzionale di Invest Alberta in Italia. Questo accordo consentirà di accompagnare le imprese italiane in un percorso concreto di scoperta e di ingresso nel mercato canadese, con particolare attenzione alle opportunità offerte dall’Alberta”, ha commentato Caterina Passariello, Presidente della Canadian Chamber in Italy. Le aziende italiane interessate a conoscere meglio le opportunità economiche e d’investimento in Alberta sono invitate a contattare la Canadian Chamber in Italy (www.canadianchamber.it).