USA. Kearney FDI Confidence Index, l’Italia nella lista dei Paesi più attrattivi

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stati uniti kearney 1 scaledL’Italia è tra i Paesi più attrattivi per gli investimenti esteri. Lo sottolinea il Kearney Foreign Direct Investment Confidence Index, un rapporto pubblicato ogni anno dall’omonima società statunitense di global management consulting.

Sulla base di un sondaggio condotto tra i senior executive delle principali aziende mondiali il rapporto stila una classifica dei 25 Paesi più attrattivi per gli investimenti esteri (IDE). All’interno di questa classifica l’Italia ha occupato l’undicesima posizione.

L’indagine di quest’anno ha dimostrato ancora una volta la preferenza degli investitori per i mercati avanzati, che rappresentano 17 delle 25 economie selezionate dall’analisi. Si tratta comunque di un calo rispetto alle 19 dello scorso anno, a dimostrazione di una ripresa del grado di fiducia verso i mercati emergenti. Al vertice della graduatoria, per il dodicesimo anno consecutivo, figurano gli Stati Uniti. Il Canada si conferma al secondo posto, mentre il Giappone arretra di quattro posizioni al settimo, probabilmente quale riflesso della recessione segnata nell’ultimo trimestre del 2023. La ripartizione regionale mostra che l’Europa conserva la quota più ampia (10 Paesi rappresentati) dei 25 mercati di maggiore interesse benché il dato sia in calo rispetto alle 15 economie che erano presenti nel 2021. Al primo posto tra i Paesi europei c’è la Germania che però perde una posizione (dal 4° al 5° posto), al pari della Spagna (dall’8° al 9°) e del Portogallo (dal 14° al 17°); la Francia resta al 6° posto, come l’Italia all’11°. L’unica economia avanzata europea che segna un miglioramento è il Regno Unito (dal 5° passa al 4° posto). Fra le economie emergenti presenti nell’indice generale (otto, rispetto alle sei del 2023), la Cina guadagna quattro posizioni e si colloca al 3° posto. Significativi i passi avanti segnati dagli Emirati Arabi Uniti – dal 18° all’8° posto – e dall’Arabia Saudita – dal 24° al 14° posto – che raccolgono i frutti di riforme economiche e normative. Il Brasile, escluso lo scorso anno, rientra in graduatoria al 18° posto, mentre accedono per la prima volta all’indice Messico, Taiwan, Polonia e Argentina (tra il 21° e il 24° posto).

Più in generale, il rapporto offre una visione nel complesso molto favorevole sulle prospettive degli IDE. I risultati riportati, infatti, suggeriscono che l’ottimismo degli operatori rimane elevato e ha il potenziale per crescere ancora nei prossimi anni. L’88% degli intervistati ha dichiarato di avere intenzione di aumentare i propri investimenti diretti esteri nei prossimi tre anni, il 6% in più rispetto all’edizione dello scorso anno. Inoltre, l’89% – rispetto all’86% del 2023 – ha affermato di considerare molto importanti gli investimenti diretti esteri per la redditività e la competitività della propria azienda nello stesso periodo di tempo. Anche il giudizio sulle prospettive dell’economia mondiale è migliorato sensibilmente: solo il 29% degli intervistati (rispetto al 35% dello scorso anno) si ritiene “pessimista” su questo fronte.

Al contempo, tuttavia, permangono preoccupazioni legate ad alcuni rischi che potrebbero condurre al ridimensionamento di tali investimenti. Da un lato, la maggioranza degli investitori ritiene che un aumento delle tensioni geopolitiche influenzerà le proprie decisioni di investimento e osserva che le aziende stanno assumendo chiare decisioni di “nearshoring” e “friend-shoring” come reazione a queste persistenti pressioni. Gli investitori prevedono, inoltre, che nel prossimo anno potrebbe affermarsi un contesto normativo più restrittivo sia nei mercati sviluppati sia in quelli emergenti. La proliferazione di politiche industriali, talvolta anche di stampo protezionistico, e il ricorso a misure commerciali restrittive, comprese quelle relative alle tecnologie emergenti, comporteranno, secondo questa analisi, quantomeno una maggiore complessità normativa, che gli investitori dovranno monitorare e rispettare in tutti i mercati.

L’edizione di quest’anno del rapporto ha poi esplorato le prospettive degli investitori sull’intelligenza artificiale (AI) e la sua applicazione agli investimenti diretti esteri. Un significativo 72% degli intervistati afferma di fare un uso significativo o moderato dell’AI nelle proprie operazioni aziendali, soprattutto per il servizio clienti e i chatbot, l’automazione dei processi manuali e il miglioramento delle catene di fornitura. Il 63% degli investitori afferma che la propria organizzazione aumenterà in modo significativo o moderato l’utilizzo dell’AI per guidare le proprie decisioni di investimento, citando il risparmio in termini di costi o di efficienza e l’accuratezza del processo decisionale come i principali vantaggi che scaturiscono nei processi decisionali dal ricorso a tale tecnologia. Viene, inoltre, sottolineato come l’acquisizione di un vantaggio competitivo nell’uso dell’IA sarà determinata non solo dagli investimenti in capitale fisico ed umano, ma anche dal contesto normativo in cui essi verranno effettuati. La stragrande maggioranza degli investitori concorda sul fatto che le politiche e le normative sull’uso di tali tecnologie influenzeranno in modo significativo l’entità dei loro investimenti, sottolineando l’importanza che la regolamentazione riesca a tenere il passo con il ritmo di evoluzione dello sviluppo tecnologico.




Messico. Il peso guadagna sul dollaro

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pesodollarovertIl peso messicano aumenta la sua forza e ha raggiunto ieri, venerdì 5 aprile 2024, un nuovo minimo degli ultimi 8 anni. La valuta avanza, accentuando il miglioramento nei primi mesi del 2024, dopo il solido rapporto sui salari non agricoli pubblicato questa mattina dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti.

Il cambio spot si trova alle 9:38 del mattino a 16,48 pesos, dopo aver toccato alle 8 le 16,4515 unità per dollaro. Considerando una chiusura ufficiale di ieri di 16,6052, questi dati risultano in un miglioramento di 15,37 centesimi, pari ad una variazione del +0,93%.

Il prezzo del dollaro opera in un intervallo aperto compreso tra un massimo di 16.6110 unità e un livello minimo di 16.4405 pesos. L’indice del dollaro (DXY) dell’Intercontinental Exchange, che misura la banconota verde rispetto a sei valute di riferimento, guadagna attualmente lo 0,29%, attestandosi a 104,41 punti.

Il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha riferito oggi che nel mese di marzo sono stati creati 303mila posti di lavoro, oltre il 50% in più di quanto previsto dagli analisti consultati dal Wall Street Journal. Il tasso di disoccupazione è sceso dello 0,1% al 3,8% e i salari sono aumentati.

La forza dell’occupazione potrebbe influenzare le prospettive di taglio dei tassi da parte della Federal Reserve, tuttavia il differenziale con il tasso di riferimento messicano, che attualmente è all’11%, rimane molto positivo. Inoltre, la prova di forza della più grande economia del mondo va a vantaggio del paese dell’America Latina, attualmente il suo principale partner commerciale.

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Messico. Balzo del peso/dollaro: raggiunto il miglior livello da fine 2015

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pesodollarovertIl peso messicano viene scambiato in questi momenti con un apprezzamento dello 0,53% o 10,28 centesimi, intorno a 16,53 pesos per dollaro, con il cambio che ha toccato un massimo di 16,6763 e un minimo di 16,5295 pesos per dollaro, nuovo minimo da fine 2015 .

«Con questi dati» —spiega Gabriela Siller Pegaza, responsabile dell’ufficio analisi economica e finanziaria di Banco BASE e professoressa del Dipartimento di Economia del Tec de Monterrey— «il peso accumula un apprezzamento del 2,57% durante l’anno e rimane la valuta più apprezzata rispetto al dollaro nell’ampio paniere dei principali scambi».

«Il peso» —spiega Siller— «è trainato dalla crescita delle scommesse nette in attesa del suo apprezzamento sul mercato dei futures, che la scorsa settimana ha raggiunto un massimo non visto da marzo 2020. Il tasso di cambio ha sfondato il supporto chiave di 16,62 pesos per dollaro, per cui non è da escludere un ulteriore apprezzamento verso il livello di 16,50 pesos per dollaro, supporto che è stato rispettato l’ultima volta tra novembre e i primi giorni di dicembre 2015».

Nonostante l’apprezzamento della moneta, le esportazioni messicane sono cresciute ad un tasso interannuale del 13% nel mese di febbraio, raggiungendo 50,7 miliardi di dollari, trainate principalmente dall’industria automobilistica, ha riferito oggi l’INEGI.

Le esportazioni automobilistiche sono state pari a 16,6 miliardi di dollari nel mese di febbraio, con un aumento del 26,9% su base annua.

Nello stesso mese e con dati destagionalizzati, le esportazioni totali di merci del Paese hanno registrato una crescita mensile del 4,24%.

Foto: realestatemarket.com.mx

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Il peso messicano si va apprezzando

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pesomessicanovertIl peso messicano ha chiuso la settimana con un apprezzamento dell’1,20% —o 20,4 centesimi— raggiungendo le 16,81 unità per dollaro, con un tasso di cambio che ha toccato un massimo di 17,0300 e un minimo di 16,7641, livello non visto dal 31 agosto 2023.

In questo modo la moneta accumula un apprezzamento nell’anno dello 0,93% —ovvero 15,8 centesimi— e si posiziona come la valuta latinoamericana con i migliori risultati, seguita dal sol peruviano con lo 0,44%.

Secondo Gabriela Siller, responsabile dell’Ufficio analisi economica del Grupo Financiero BASE, l’apprezzamento del peso durante la settimana è stato determinato dai seguenti fattori:

1. Il dollaro si è indebolito dell’1,03% durante la settimana, secondo l’indice DXY. Con questo risultato, la valuta statunitense accumula tre settimane consecutive di perdite e un calo dell’1,18% nel periodo. Alla fine della settimana ha raggiunto il peggior livello dal 15 gennaio. Il calo del dollaro è dovuto alla pubblicazione di indicatori economici negativi e alla speculazione secondo cui la Federal Reserve potrebbe iniziare a tagliare il tasso di interesse a giugno, se le prospettive economiche continuassero a peggiorare.

Questa settimana, il presidente della Fed Jerome Powell ha affermato davanti alla commissione bancaria del Senato che si avvicina il raggiungimento della fiducia che l’inflazione convergerà verso il 2%, un fattore determinante per iniziare a tagliare il tasso di interesse. Powell non aveva espresso una posizione simile nei mesi precedenti. Oggi, inoltre, è stato pubblicato il rapporto sull’occupazione di febbraio negli Stati Uniti, dove l’indagine sulle famiglie ha evidenziato un aumento del tasso di disoccupazione dal 3,7% al 3,9%, il livello più alto da gennaio 2022, con un aumento di 334mila persone senza lavoro. La stessa indagine ha evidenziato la sparizione di 184mila posti di lavoro nel mese di febbraio, registrando così 3 mesi consecutivi di decremento.

Per ora, prevale l’ipotesi che il primo taglio dei tassi di interesse da parte della Fed avverrà il 31 luglio, ma dopo i commenti di Powell e i dati sull’occupazione di febbraio, il mercato è più vicino ad aspettarsi un calo di 25 punti base il 12 giugno, il che, se si concretizzasse, potrebbe causare un ulteriore indebolimento della valuta statunitense.

2. L’aspettativa che la Banca centrale messicana manterrà una politica monetaria restrittiva durante il resto dell’anno. Sebbene non sia escluso un taglio dei tassi il 21 marzo, l’istituto ha chiarito che questo non sarebbe l’inizio di un ciclo di riduzione, poiché sussistono rischi al rialzo per l’inflazione.

3. La speculazione a favore del peso. Nella settimana tra mercoledì 28 febbraio e martedì 5 marzo, le posizioni speculative nette in attesa di un apprezzamento del peso sul mercato dei futures di Chicago sono aumentate di 12.772 contratti, ciascuno di 500mila pesos, raggiungendo 106.586 contratti, il livello più alto dal 10 marzo 2020.

Vale la pena ricordare che, nel corso della settimana, dopo le primarie del Super Tuesday e il ritiro dalla corsa alla presidenza di Nikki Haley, Donald Trump è diventato il candidato virtuale del Partito Repubblicano, con una reale possibilità di vittoria il 5 novembre. Nonostante ciò, il tasso di cambio non ha reagito negativamente, probabilmente a causa del fatto che il Messico ha beneficiato della politica commerciale del politico newyorkese quando è stato presidente tra il 2017 e il 2021. Non si può escludere, tuttavia, un aumento della volatilità, poiché la retorica anti-Messico potrebbe rivivere durante la campagna e sollevare dubbi sul futuro delle relazioni commerciali tra i due Paesi.

Immagine: Cuartoscuro

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Usa: le banche regionali di nuovo in subbuglio

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bankofamericaDopo il collasso di tre istituti di credito regionali statunitensi nel marzo scorso il settore è di nuovo sotto stress. Infatti, in un solo giorno le azioni della New York Community Bank (Nycb) sono crollate del 38%, dopo aver riportato una perdita di 252 milioni di dollari nell’ultimo trimestre. Anche l’indice bancario regionale Kbw è sceso del 6%, il suo più grande calo giornaliero da maggio.
Non sono crolli improvvisi e momentanei. Le perdite sono continuate, colpendo altre banche regionali, tra cui la Bank of California, la BankUnited con base in Florida, la Western Alliance Bank dell’Arizona, la Bank OZK dell’Arkansas e la Valley National Bank del New Jersey.
È utile ricordare che in queste situazioni c’è sempre una certa speculazione che soffia sul fuoco. Si stima che chi ha scommesso sul crollo delle azioni delle banche regionali abbia registrato profitti per 685 milioni di dollari in un giorno!
Perciò gli investitori e le autorità di regolamentazione sono di nuovo in allerta. Una delle cause sarebbe l’esposizione al mercato immobiliare commerciale che è da tempo in difficoltà. Ci sarebbero state delle grosse perdite sui prestiti immobiliari concessi. Le banche sono state e sono costrette ad accantonare cospicui fondi per coprire eventuali perdite.
C’è anche una nefasta eredità lasciata dalla pandemia: il valore di molti immobili, infatti, sarebbe crollato poiché milioni di lavoratori sono ancorati al lavoro a distanza, lasciando gli uffici vacanti o sottoutilizzati.
Ancora una volta, però, è soprattutto l’alto tasso d’interesse della Federal Reserve al 5,5% a mettere in difficoltà molte banche, colme di titoli Treasury in perdita, e a rendere difficile il pagamento dei prestiti accesi dagli investitori immobiliari. Anche la recente decisione del governatore Jerome Powell di non ritoccare al ribasso i tassi ha dato una spallata al mercato.
Vi è poi la richiesta da parte della Federal deposit insurance corporation (Fdic) alle banche di riempire i suoi fondi svuotati per i salvataggi fatti la scorsa primavera. La Fdic è l’agenzia indipendente del governo Usa che garantisce i depositi fino a 250.000 dollari. Si stima che le banche regionali americane dovrebbero versarle almeno 500 milioni di dollari. Inoltre, per sopravvivere molte banche regionali starebbero portando avanti numerose operazioni di fusione/acquisizione e ciò renderebbe il mercato più instabile, volatile.
La crisi immobiliare americana sta mettendo, com’era prevedibile, in serie difficoltà anche alcune banche europee, canadesi e giapponesi esposte sul mercato immobiliare statunitense. Al riguardo, la banca privata svizzera, gestore patrimoniale, Julius Baer ha registrato forti ribassi dei suoi profitti e altre banche maggiori, come la Deutsche Bank, hanno dovuto accantonare delle riserve extra per far fronte a eventuali perdite su investimenti immobiliari americani.
Anche i salvataggi fatti lo scorso anno hanno lasciato dei buchi irrisolti. Ad esempio, la Nycb ha registrato delle difficoltà a seguito dell’acquisizione di prestiti per un valore di 13 miliardi di dollari dalla Signature Bank di New York, uno dei tre istituti di credito falliti lo scorso anno.
Molte banche regionali lamentano rilevanti diminuzioni del loro cosiddetto “net interest income” (Nii), che è la differenza tra quanto esse guadagnano sui prestiti concessi e gli interessi pagati sui depositi. Per riuscire a trattenere i depositi dei clienti in fuga e in cerca di compensi più alti, esse hanno dovuto alzare gli interessi offerti.
In un recente discorso, Michael J. Hsu, presidente dell’Office of the Controller of the Currency (Occ), l’agenzia federale di vigilanza bancaria, ha analizzato le crisi bancarie del 2023 evidenziando tre grandi problematiche: la “fuga dei depositi” non assicurati è sempre più veloce; mantenere degli asset liquidi non è sufficiente in caso di grave stress; il contagio colpisce le grandi banche anche in mancanza di un loro rapporto diretto con quelle regionali in crisi. Si ricordi che nella Silicon Valley Bank, il cui fallimento è stato il secondo più grande della storia Usa, il 90% dei depositi non erano assicurati e, al sorgere della crisi, in precipitosa fuga.
Hsu ha inoltre riportato che la Fdic evidenzia che i depositi non assicurati sono aumentati del 10% annuo, passando dai 2.300 miliardi di dollari del 2009 ai 7.700 miliardi del 2022. Molte più banche si basano su depositi non assicurati. Inoltre, le banche, che sono visionate dall’Occ, hanno 12.000 miliardi di dollari di depositi, il 40% dei quali, pari a 4.800 miliardi, è senza l’assicurazione della Fdic.
In altre parole, il sistema bancario americano è seduto su una bomba a orologeria. In caso di stress o di crisi, i “run”, cioè le fughe dei depositanti dalle banche, diventerebbero incontrollabili. Continuiamo a pensare che il G20 debba affrontare il tema di una riforma radicale del sistema che non riguarda soltanto gli Usa.

(mario lettieri*\paolo raimondi**\aise)
* già sottosegretario all’Economia
** economista




“Tasse in Italia per gli italiani all’estero”: domani incontro informativo a Stoccolma

tasse in italia per gli italiani allestero domani incontro informativo a stoccolma immagine13

tasse in italia per gli italiani allestero domani incontro informativo a stoccolma immagine13“Tasse in Italia per gli italiani all’estero”: se ne parlerà a Stoccolma il 3 febbraio nell’incontro informativo organizzato dall’Associazione Caravaggio in collaborazione con l’Inca -Cgil Svezia e l’Associazione Fratelli Rosselli di Stoccolma.

A guidare i partecipanti  attraverso questo tema sarà il dott. Vittorio Tison, commercialista specializzato nella fiscalità degli italiani all’estero.

L’incontro, in programma dalle ore 14 alle ore 16 presso  il Centro di corsi e formazione  Folkuniversitetet (Kungstensgatan 45), è aperto a tutti .

Gli organizzatori invitano i connazionali ad aderire numerosi: “Che siate residenti, iscritti all’AIRE o meno, che lavoriate come autonomi, dipendenti, o siate dottorandi e ricercatori, questo incontro è pensato per voi”.

Per maggiori informazioni scrivere a caravaggioitafore@gmail.com (Inform)




I 25 anni dell’euro

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download“Quello che è iniziato come un sogno di una moneta comune negli anni ’60 è diventato realtà nel 1999 quando l’euro è stato lanciato come moneta ufficiale di 11 paesi dell’UE per scopi contabili e pagamenti elettronici”. Lo ricorda in una nota su Facebook il Parlamento europeo. “Nel 2002, – prosegue il comunicato – monete e banconote sono state emesse nella più grande sostituzione del contante della storia. Oggi più di 343 milioni di persone in 20 paesi dell’UE usano la valuta ogni giorno. I paesi dell’UE che utilizzano l’euro – conclude la nota –  costituiscono la seconda economia più grande del mondo, conosciuta come l’Eurozona, che rappresenta un sesto dell’economia globale.” (Inform)




Ministero Economia e Finanza, 100 milioni di euro per opere pubbliche nei settori salute e istruzione

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mIl Ministero dell’economia e delle finanze comunica che sono stati assegnati definitivamente oltre 100 milioni di euro del Fondo opere indifferibili per gli interventi nei settori salute e istruzione previsti dal PNRR e dal Piano nazionale per gli investimenti complementari, al fine di fronteggiare l’aumento dei prezzi dei materiali e il caro energia.

In particolare, il decreto del Ragioniere Generale dello Stato n. 211 del 17 novembre 2023, in attuazione dell’articolo 7, comma 4 del decreto legge 29 settembre 2023 n. 131, ripartisce alle stazioni appaltanti risorse del FOI per opere pubbliche oggetto di procedure di affidamento mediante accordi quadro.

Il provvedimento – in pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – con l’elenco degli interventi finanziati è già consultabile sul sito del Mef in modo da assicurare la diffusione delle informazioni relative alle risorse assegnate.




Convegno INPS su “L’Italia delle partenze e dei ritorni. Pensionati migranti di ieri e oggi”

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downloadIeri e oggi, partenze e ritorni. I dati delle pensioni pagate dall’Inps all’estero da un lato fotografano l’emigrazione italiana degli ultimi anni e, dall’altro, “raccontano” i movimenti di uomini, donne e famiglie in Italia. Oggi l’Inps paga 317.254 pensioni all’estero, il 2,3% del totale, a connazionali residenti in 142 Paesi. Ai primi posti Svizzera, Germania, Spagna, Stati Uniti, Canada, Australia, Francia e Belgio. Ma l’Istituto eroga anche le pensioni che istituti esteri versano a connazionali rientrati in Italia – 2 miliardi solo dalla Svizzera – e a stranieri (il 24,1% del totale delle pensioni pagate all’estero) che, dopo aver lavorato in Italia, maturati i requisiti necessari, tornano nel loro Paese d’origine. Un quadro complesso, che interroga un Paese alle prese con la denatalità e con flussi migratori, in uscita più che in entrata, che non accennano a diminuire. Anzi.
Di questo si è parlato questa mattina ne “L’Italia delle partenze e dei ritorni. Pensionati migranti di ieri e oggi”, convegno promosso dall’INPS e dalla Fondazione Migrantes, con gli interventi di Delfina Licata, Fondazione Migrantes; Vito La Monica, direttore centrale Inps; Susanna Thomas, direzione centrale pensioni Inps; Toni Ricciardi, deputato e storico delle migrazioni; Daniele Russo, dirigente centrale pensioni Inps; e monsignor Giancarlo Perego, presidente Fondazione Migrantes. A moderare gli interventi e la successiva tavola rotonda con i contributi di Micaela Gelera, commissario straordinario Inps, monsignor Perego e Luigi Maria Vignali, Direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, è stato Fabio Insenga, vice direttore di ADN Kronos.
Ieri e oggi, partenze e ritorni le parole evocate da Vincenzo Caridi, direttore generale dell’Inps, che ha fatto gli onori di casa ricordando i 125 anni celebrati quest’anno dall’Istituto. Anni in cui sono partiti milioni di italiani e in cui l’Inps ha stretto rapporti con gli istituti previdenziali stranieri per garantire una tutela previdenziale a chi ha deciso di andare altrove, per necessità o ricerca di una vita migliore.
Una scelta fatta da molti, come ricordato da Delfina Licata: gli italiani all’estero dal 2006 al 2022 sono aumentati dell’87%. Una comunità che negli anni “si è trasformata” e che interessa sempre di più i giovani (il 42% sono giovani tra 18 e 34 anni) ma non solo: gli over 65 sono oltre 1,2 milioni, il 21,1% del totale dei sei milioni di italiani all’estero. Tra loro anche i protagonisti della “mobilità previdenziale”, cioè di chi, da pensionato, va a vivere all’estero.
L’Inps, ha confermato La Monica, paga 317.254 pensioni, il 53% dei beneficiari è donna (percentuale che sale al 75% in America meridionale, sono pensioni superstiti).
Negli ultimi anni si è assistito ad una variazione dei trend: aumentano le pensioni in Europa (183.795 del totale), ma anche in Asia (+34,9%) e Africa (+30,3%).Dunque diminuisce il numero della “vecchia emigrazione”, aumentano gli stranieri che tornano nei Paesi d’origine dopo aver lavorato in Italia. In totale le pensioni pagate in Africa sono 4.055, in Asia 2.163, Oceania 32.921, America Settentrionale 69.768, America Centrale 1.570 e America meridionale 22.982. La mobilità che oggi interessa soprattutto i giovani – cioè quelli che pagheranno contributi in un Paese diverso dall’Italia – per La Monica deve contribuire a far riflettere sulla tenuta del sistema previdenziale, ma anche sull’importanza delle convenzioni bilaterali e sulla opportunità di “armonizzare” le regole fiscali, quanto meno nell’occidente.
Da 12 anni, l’Inps monitora il fenomeno degli italiani che si trasferiscono all’estero una volta in pensione. Sono numeri “ancora contenuti”, ha detto Susanna Thomas, ma comunque un “fenomeno crescente” anche se dal trend non costante. Si parla di 5.600 partenze nel 2018, nel 3.600 nel 2020, e oltre 4.600 in questi anni post pandemici.
In crescita costante, invece, il numero dei pensionati stranieri che tornano “a casa”: l’80% resta in Europa, soprattutto dell’Est, gli altri si dividono tra Asia, Africa e America meridionale (Sri Lanka, Filippine, Perù, Egitto e Marocco soprattutto). Nell’Ue, ha specificato Thomas, il 72% sono donne che tornano nell’Europa dell’Est (circa il 75% percepisce pensione diretta).
E gli italiani? Perché, ad un’età avanzata, affrontano importanti cambiamenti di vita per vivere la pensione all’estero? Non per la fiscalità “amica”, non tutti almeno, la maggior parte, dice Thomas, va via per motivi affettivi, o “ricongiungimenti familiari”. Si va a fare i nonni all’estero, insomma. O semplicemente a vivere con i figli emigrati.
A conforto di questa tesi, i numeri. Il numero dei pensionati che scelgono il “paese esotico”, da cartolina, è “insignificante” e in continua diminuzione (Cuba ha registrato 0 arrivi dall’Italia, Thailandia e Costarica – 27%). Ci sono poi i Paesi “fiscalmente vantaggiosi”: uno su tutti, il Portogallo, cresciuto moltissimo fino al 2020, anno in cui il Governo emana una nuova norma che dalla defiscalizzazione totale della pensione per 10 anni passa alla flat tax del 10%, “che è conveniente, ma evidentemente non così tanto rispetto a prima”, commenta Thomas: nel 2022 partono in 116, -75% rispetto al 2021 e -85% rispetto al 2020. Viste le novità annunciate da Lisbona – basta flat tax dal 2024 – “immaginiamo che le poche pensioni del 2023 saranno le ultime”.
C’è poi la Spagna, che con oltre 460 partenze segna un +17% rispetto 2021 e altri Paesi dai numeri contenuti (meno di 100 unità) ma in crescita “notevole”: Romania, Polonia, Bulgaria, Moldavia e Lituania. “Chi va lì sono tutti uomini”, precisa Thomas. Pochissimi i pensionati italiani che scelgono Grecia, Cipro e Malta, e poi c’è la Tunisia che mantiene trend costante: 190 partenze l’anno scorso, il 50% sono dipendenti pubblici (la pensione pubblica può essere tassata solo in Italia con cinque eccezioni: Tunisia, Australia, Cile, Senegal e Marocco).
“Tolta la Spagna non sono numeri significativi”, ha ribadito Thomas che ha aggiunto: “e poi mancano le donne. Dove vanno? In Svizzera (+15%) e poi Germania, Spagna, Australia, Usa, Canada, Francia, Belgio e Regno Unito. Vanno a fare le nonne o semplicemente raggiungono i figli” e sono comunque “numeri sottostimati” perché “gli anziani fanno un progetto a breve respiro o non trasferiscono la residenza all’estero per motivi sanitari”. In ogni caso sono pensioni che “ci costano molto”, perché sono “dirette” cioè “a totale carico dell’Inps: in Portogallo si pagano circa 4000 pensioni, l’1% del totale, ma pari all’11% dell’importo totale. Per limitare questo numero di pensioni – ha concluso Thomas – facciamo rientrare i nostri figli a casa”.
Sui pagamenti transnazionali delle pensioni si è soffermato Daniele Russo. Posto che l’Inps eroga pensioni in 142 Paesi per un importo complessivo di 1,3 miliardi, i Paesi principali sono 16: Svizzera, Germania, Francia, Canada, Polonia, Olanda, Austria, Spagna, Belgio, Liechestein, Australia, Slovenia, Croazia, Usa, Portogallo e Serbia. Nel corso degli anni, diminuiscono le pensioni dirette e aumentano le superstiti, dunque “anche a fronte dello stesso numero di pensioni, l’importo è più basso”, ha spiegato Russo.
Molto di più arriva dall’estero in Italia, cioè dagli enti previdenziali stranieri che pagano la pensione ai connazionali emigrati tornati qui: si tratta di quasi 4 miliardi di euro.
Due di questi arrivano dalla sola Svizzera.
Russo ha anche citato il report della Banca d’Italia sulle rimesse degli stranieri presenti in Italia per evidenziare che tra i primi 10 paesi solo uno, la Romania, è coperta da uno schema di totalizzazione in quanto stato Ue, ed è al sesto posto. Totalizzazione che non è prevista per i cittadini di Bangladesh o India, per esempio. Ciò significa che “esiste un barriera all’uscita di questi lavoratori, che se non possono valorizzare la loro contribuzione all’estero sono costretti a rimanere in Italia”.
Sul “caso Svizzera” si è soffermato Toni Ricciardi, che ha richiamato i diversi accordi di emigrazione che l’Italia ha siglato “dalla fine dell’800, da quando era Regno, poi nel Ventennio e infine da Repubblica”. Nasce lo status di “stagionale” e la provincia italiana – non le città, tiene a puntualizzare Ricciardi, la provincia – si svuota, da nord a sud. In cambio ottiene “rimesse e modernità”.
Dal ‘58 al ’76 la Svizzera diventa la prima destinazione degli emigrati italiani per poi cedere il podio alla Germania. Ad oggi, i pensionati rientrati dalla Confederazione sono 293.741; la Svizzera eroga pensioni per 2 miliardi attraverso l’Inps (la cifra totale è dunque più alta perché non considera gli altri canali). Una cifra, ha commentato Ricciardi, “pari a un/quinto di una manovra finanziaria al ribasso da 10 miliardi di euro”.
Ma dove vanno questi soldi? Soprattutto ad Avellino, Bergamo, Catania, Catanzaro, Como (frontalieri e non) e Lecce.
Emblematico il caso della provincia di Avellino: sui 38 milioni di pensioni erogate, 22 milioni provengono alla Svizzera. L’importo pagato dalla Svizzera corrisponde a quasi 18 volte quello versato, al contrario, dall’Inps in territorio elvetico e rappresenta il doppio di quanto l’Istituto versa per pagare tutte le pensioni all’estero.
A questo tema è dedicato “Il valore del ritorno. In Italia da pensionati dopo una vita in mobilità”, volume di prossima uscita firmato da Delfina Licata, Toni Ricciardi, Daniele Russo e Susanna Thomas.
Nel tirare le conclusioni monsignor Perego ha richiamato le parole evocate da Caridi: “è importante parlare di “partenze e ritorni” perché sentiamo sempre e solo “arrivi”. Sono parole che ci dicono che siamo ancora un Pase di emigrazione” e che il fenomeno “è complesso” perché chiama in causa “ragioni economiche e politiche” che “non valorizzano e favoriscono i ritorni dei giovani”.
I numeri dell’Inps “sono elementi importanti per leggere il futuro”. Nel secolo scorso “facevamo accordi per favorire un’emigrazione regolare ma anche limitare lo scontro sociale”. Alla “stagionalità” di una volta oggi fa da contraltare il “decreto flussi” che non sempre “fa sintesi tra domanda e offerta”. E poi le rimesse: “sono state importanti per la ricostruzione del nostro Paese, lo sono oggi con 600miliardi di euro versati dai lavoratori migranti nel mondo”. Il sistema deve garantire “giustizia retributiva e distributiva”, perché “così fa un Paese civile” che “mette al centro la persona”. (m.cipollone\aise) 




I Brics e la chimera della de-dollarizzazione

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082702762 77e259c8 54c5 468f aea2 b76d46cd3ebaIl vertice dei Brics – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – si è concluso tra luci e ombre. Soprattutto quelle che riguardano la tanto propagandata de-dollarizzazione delle transazioni internazionali nei pagamenti per svincolare il Sud Globale dal giogo americano. Operazione, come era nelle previsioni, fallita. Infatti, il ministro delle Finanze del Sudafrica, Enoch Godongwana, ha spiegato che il gruppo Brics non cercherà di sostituire i sistemi di pagamento internazionali, incluso lo Swift, ma piuttosto considererà la creazione di un sistema che rafforzerà il commercio nelle valute locali.

Al termine del vertice Brics di Johannesburg in Sudafrica, i leader del gruppo hanno annunciato che avrebbero incaricato i loro ministri delle finanze di “considerare le questioni relative alle valute locali, agli strumenti di pagamento e alle piattaforme”. La de-dollarizzazione è una priorità per la Russia, la cui economia è stata paralizzata dalle sanzioni imposte dall’Occidente per l’invasione dell’Ucraina ed è bandita dal sistema Swift, ma anche perché gli affari con il continente africano gli “interessano molto”.

Ma, certamente, non è nelle corde dei nuovi entrati a far parte del gruppo, in particolare dell’Arabia Saudita che vive dei petroldollari, cosi’ come gli Emirati Arabi Uniti. “Non è un’alternativa allo Swift”, ha, infatti, specificato il ministro sudafricano, “si tratterà di un sistema di pagamento che faciliterà un approfondimento dell’uso delle valute locali”. La creazione di una moneta Brics comune, un’idea lanciata in particolare dal presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, infatti, non era nell’agenda del vertice.

La necessità di una banca centrale

Godongwana ha ammesso, inoltre, che il tema è molto complesso e occorrera’ lavorare duramente: “Bisogna avere una banca centrale”, ha detto, aggiungendo che per creare un sistema anti-dollaro “devi perdere la tua indipendenza in termini di politica monetaria. È una sfida importante, che implicherebbe, nel nostro caso, importanti implicazioni costituzionali“. Ma non solo. La ricchezza di materie prime del Sudafrica, transate in dollari, non facilita questa operazione. Cosi’ come quelle transate in tutto il continente africano. Nessuno, al di la’ della propaganda, aveva in mente di creare una moneta circolante, come lo stesso dollaro o euro – l’obiettivo è abortito primo di nascere, troppo ambizioso – ma una moneta di conto come fu l’ecu utilizzato in Europa negli anni che hanno preceduto l’euro.

Per il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, questo passo va nella direzione di “cogliere l’opportunità di promuovere gli interessi del nostro continente che è saccheggiato, devastato e sfruttato da altre azioni e per questo vogliamo oggi costruire la solidarietà insieme ai Brics”.

Il dominio della valuta americana e gli scenari alternativi

Secondo African Business, periodo economico continentale tra i più diffusi, il dominio della moneta americana “stabilito attraverso istituzioni come Fondo monetario e Banca Mondiale, è sempre più visto come una reliquia di un’epoca passata, fuori dal contatto con le realtà di un mondo multipolare e la graduale erosione dell’egemonia del dollaro è innegabile“, anche se il viaggio verso una valuta Brics unificata rimane ancora molto teorico e complesso, quindi abbastanza improbabile. Tutti questi Paesi transano le loro materie prime in dollari o in euro.

Nella contingenza geopolitica attuale una moneta Brics farebbe comodo solo alla Russia per scardinare l’isolamento finanziario. Ma si è visto, durante il vertice, anche l’atteggiamento tiepido nei confronti del presidente russo, Vladimir Putin, nel sostenerlo – nessuno lo ha fatto – sulla guerra in Ucraina. La tanta equidistanza voluta proprio dal Sudafrica. Gli affari interni sono una cosa, quelli internazionali sono un’altra. Ai paesi africani, tuttavia, questa ipotesi non sfugge, anzi la cavalcano. Infatti devono far fronte all’indebolimento delle monete locali, alla scarsità di valuta pregiata e ai tassi di interesse sul debito pubblico sempre più elevati e insostenibili.

Anche per queste ragioni cresce in Africa la ricerca di sistemi alternativi al dollaro per gli scambi all’interno del continente, in un momento molto delicato che vede molti paesi africani fare i conti con una cronica scarsita’ di valuta pregiata da utilizzare per gli scambi internazionali. Durante l’ultimo vertice dell’area di libero commercio africana, che si è tenuto a Nairobi, il presidente del Kenya, William Ruto, ha esortato i suoi colleghi africani a fare i primi passi verso l’abbandono del dollaro statunitense, dando vita a un sistema di pagamenti panafricano in grado di facilitare il commercio all’interno del continente.

Il presidente kenyano ha invitato i suoi colleghi africani a mobilitare le banche centrali e commerciali ad aderire al Pan-African Payments and Settlement System (Papss), lanciato nel gennaio 2022. Il sistema per il commercio intra-africano e’ stato sviluppato dalla African Export-Import Bank (Afreximbank) e dal segretariato dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA).

L’iniziativa è stata sostenuta dall’Unione africana e dalle banche centrali africane. “Stiamo tutti lottando per effettuare pagamenti per beni e servizi da un Paese all’altro a causa delle differenze nelle valute. E in mezzo a tutto questo, siamo tutti soggetti a un ambiente in dollari”, ha detto Ruto. Questi si’ potrebbe agevolare gli scambi intra-africani e dare un impulso all’economia continentale. Ma per fare questo non serve entrare nel circolo esclusivo dei Brics che, invece, potrebbe dimostrarsi non un’opportunità ma una trappola.

agi.it