Nuova chiusura record per il Nasdaq. Le azioni Amazon superano i 3.000 dollari

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unnamedWall Street ha chiuso in forte rialzo sulla scia dell’ottimismo per la ripresa economica che prevale sulle preoccupazioni per i rischi di un prolungarsi dell’epidemia. Il Dow Jones è salito dell’1,78% a 26.287,03 punti, il Nasdaq, che ha segnato il nuovo massimo storico, ha guadagnato il 2,21% a 10.433,65, mentre l’S&P500 ha registrato un incremento dell’1,59% a 3.179,72 punti.

In un momento favorevolissimo ai tecnologici, con il Nasdaq che continua a macinare record, la stella piu brillante è quella di Amazon, le cui azioni hanno chiuso in rialzo del 5,77% a 3.057 dollari. Il valore di mercato della società ha quindi superato i 1.500 miliardi di dollari. Il fondatore della compagnia, Jeff Bezos, potrebbe quindi passare presto alla storia come il primo “trilionario” del mondo.

Nel maggio 2019 gli analisti di Piper Jaffray avevano previsto che il prezzo dei titoli Amazon avrebbe superato i 3.000 dollari in due anni “senza nemmeno provarci”. Un traguardo che all’epoca parve ardito ed e’ invece stato raggiunto nella meta’ del tempo, complice anche la pandemia di coronavirus che ha reso ancora più vitale il settore delle consegne a domicilio. (AGI)




Prima o poi Lavoisier si incazza

Lavoisier

LavoisierIn questo periodo di emergenza una delle preoccupazioni principali che affliggono tutti noi comuni mortali è relativa a cosa succederà ORA. Ovvero, come potremo far fronte ai danni economici che uno stop mondiale delle attività (di fatto senza precedenti nella storia umana) ha inflitto alle nostre risorse planetarie; anche se, a dirla tutta, siamo umanamente tutti più concentrati sulle risorse di casa nostra, sebbene dipendano dal precedente e ben più grande aggregato.
E mai come in questo periodo emerge la fortissima carenza cronica di conoscenze degli italiani in materie scientifiche e, nello specifico, economiche. Vedo, infatti, spuntare un florilegio di teorie bizzarre e di novelli Savonarola che propongono ricette per la ripresa economica, efficaci quanto potrebbe esserlo l’utilizzo della panna nella carbonara.

Alla luce del piano di intervento della UE, che si basa su trasferimenti di risorse a fondo perduto e prestiti a tasso di interesse agevolato (piano di cui tutti attendiamo di verificare l’effettiva attuazione), continuano a riproporsi come una peperonata a mezzanotte teorie bizzarre che risolverebbero tutto con lo “stampare moneta” e “sovranità monetaria”.

Ora, però, bisognerebbe sedersi un attimo, staccare da blog complottisti e sovranisti tenuti da sedicenti esperti laureati all’università della vita e cercare di metabolizzare due concetti, che, se ben chiari, renderanno più facile comprendere perché la maggior parte di queste teorie sulla ripresa che raccattiamo in giro siano, nella miglior delle ipotesi, delle sciocchezze sesquipedali:

1) IN NATURA NULLA SI CREA E NULLA SI DISTRUGGE, MA TUTTO SI TRASFORMA.

Massima attribuibile al famoso chimico del diciottesimo secolo Antoine-Laurent de Lavoisier, derivante dalla teoria di conservazione della materia. Ha l’innato merito di cogliere con estrema semplicità una delle leggi immutabili del nostro mondo: nessuno “crea” qualcosa, ma l’uomo (o la natura) si limitano ad assemblare e combinare in maniera differente la materia, cambiando la realtà in un ciclo infinito. Per farla semplice, voi non “create” una torta, ma la “assemblate” partendo da zucchero, burro, uova, etc. e combinando i vari elementi con il vostro apporto di energia. Poi la mangiate, la riconvertite in energia, la digerite e… ehm, vabbè la trasformazione è chiara no? Stessa cosa vale per gli esseri viventi quando muoiono. Non spariscono o si distruggono, ma si decompongono, rientrando a far parte del ciclo della vita.

Compreso questo concetto base, che tutti intuiamo inconsciamente, ora passiamo ad un altro un poco più specialistico nel campo economico, ma altrettanto facile da assimilare:

2) LA RICCHEZZA NON SI STAMPA MA SI PRODUCE

Per comprendere bene questo concetto (mi scuseranno coloro che hanno fatto studi economici ai quali risulterà banale), si deve prima passare per un assunto: il denaro non è ricchezza in sé, ma è in qualche modo la MISURA della ricchezza prodotta da un Paese. Per farla ancora più semplice, il circolante e i depositi in una determinata nazione rappresentano il valore totale della ricchezza prodotta e presente in un Paese ai prezzi correnti (esistono distorsioni portate dal mercato finanziario, ma non ne parliamo ora).

In soldoni, e con tutte le storture che derivano da un’eccessiva semplificazione, aumentare il circolante non rende il Paese più ricco. Semplicemente aumenta l’offerta di danaro che sarà ceduto in cambio di beni per i quali la domanda è invariata. L’equazione “meno beni per singola unità di denaro” significa, in pratica, che i prezzi aumentano. Ciò significa che “stampare denaro” o aumentare il circolante, non aumenta di un centesimo la ricchezza dei cittadini, ma genera semplicemente un aumento dei prezzi che riporta il potere di acquisto di ognuno allo stesso livello di prima.

Del resto, se ci pensate, tutto ciò è abbastanza intuitivo. Se bastasse aumentare il circolante stampando denaro per “creare” ricchezza, avremmo risolto la maggior parte dei problemi del mondo. Per molti Paesi con la popolazione alla fame, senza assistenza sanitaria o accesso all’acqua, basterebbe stampare denaro e miracolosamente tutto si risolverebbe. La realtà, per i motivi di cui sopra, è ben diversa, e se ci pensate, la seconda legge di cui vi ho parlato non è che una conferma della validità della prima.

Quindi aumentare il circolante è sempre inutile? No, ovviamente no. A fronte, ad esempio, di un massiccio piano di investimenti pubblici e privati per dare uno shock positivo all’economia, chiaramente un aumento di circolante abbasserebbe i tassi di interesse sul denaro e faciliterebbe tale piano, accompagnando al contempo una maggiore velocità degli scambi commerciali. Ma sono casi ben specifici e delimitati, che in nessun modo sembrano corrispondere all’attuale realtà economica, soprattutto italiana.

Assodati questi due elementari principii, ora potete già capire come la maggioranza di quelle “eccellenze intellettuali” che professano di stampare moneta da immettere nel sistema come la ricetta per uscire dalla crisi, sono un po’ come un falegname che, una volta visto che il legno che ha non è abbastanza per fare un armadio, proponga di cambiare il sistema metrico decimale aumentandone la grandezza per poi sperare che, una volta tornato in officina, le assi di legno che ha si siano miracolosamente allungate. É normale che, se si continua a professare queste astrusità, il buon Lavoisier prima o poi, oltre a rivoltarsi nella tomba, si incazza.

É quindi chiaro che qualsiasi ricetta per uscire dal pantano si debba basare nel breve periodo non nel potenziamento dei mezzi produttivi che TRASFORMANO ricchezza (che è soluzione indispensabile, ma nel medio periodo), bensì nel TRASFERIMENTO di ricchezza. In poche parole, dei prestiti che permettano alla macchina di ripartire e dare impulso a sua volta ai mezzi produttivi stessi.

Soluzione che è tanto più ardua da percorrere quanto più questa pandemia ha interessato tutte le economie del globo. É facile immaginare che un Paese ricco, che viene fuori da un dramma come questo, sarà molto meno disponibile a trasferire risorse in prestito.

Vorrei però chiarire una cosa: i debiti si pagano. E noi ne abbiamo già tanti. Quindi, sebbene non potremo farne a meno per superare la crisi, prepariamoci ad essere ancora più poveri in futuro, perché quei debiti genereranno interessi (anche se bassi) che si sommeranno ad altri che già paghiamo annualmente e non sarà una passeggiata.

Ovviamente il citare i prestiti ci porta dritti a parlare di MES, di Eurobond e delle iniziali posizioni prese dai Paesi cattivoni del nord Europa  che non concordavano con noi sul modo di erogazione dei prestiti.
Questo argomento lo affronteremo con calma una prossima volta, in quanto richiede una riflessione approfondita, non fosse altro per districarsi tra la miriade di sciocchezze e “fake news” che siamo costretti a leggere da molto tempo.

Mi permetto però di condividere una riflessione: l’Italia non può pensare di restare una nazione progredita, indipendente e industrializzata se non nell’ambito EU e questo discorso vale per tutti gli stati della EU, più o meno ricchi, nessuno escluso. Tanto per farvi un esempio, ancora in piena pandemia, la BCE ci aveva già accordato un’erogazione per il 2020 di 220 miliardi di euro come quantitative easing.

Ad oggi il piano presentato dalla Commissione Europea presenta la creazione di un recovery fund europeo di 173 miliardi solo per l’Italia di cui 82 a fondo perduto. E si badi bene: in nessuno di questi scenari si parla di “stampare euro”, ma di TRASFERIRE ricchezza attraverso, ad esempio, la vendita di Recovery Bond Europei. In pratica saranno i cittadini europei e stranieri che finanzieranno la ripresa, investendo i loro risparmi (se lo riterranno opportuno e conveniente rispetto ad altre forme di investimento) nel piano di rilancio dell’Europa.

Sorge spontanea una riflessione: se noi non fossimo nella EU chi sarebbe stato disposto a impegnare simili risorse nella ripresa economica del nostro Paese? La risposta è ovvia, ma io la riporto lo stesso: nessuno, a meno che con quell’investimento il finanziatore non avesse voluto comprare ad un prezzo basso una nuova colonia.

Ad Maiora




Repubblica Dominicana. Dollaro inarrestabile? Il Ministro: “Tutto sotto controllo”

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1945220Il peso dominicano continua a perdere valore nei confronti del dollaro USA.

Il mese scorso  è stato quotato a RD $ 54,12, registrando un aumento assoluto di RD $ 3,67 (7,27%) rispetto allo stesso mese del 2019, quando la valuta estera costava RD $ 50,45, secondo i dati della Banca Centrale (BC).

Ma l’entità finanziaria dominicana è ottimista. “Il mercato dei cambi dominicano è uno dei meno colpiti dagli effetti della pandemia tra i paesi emergenti, principalmente a causa della soliditá macroeconomici con cui il paese ha affrontato questa crisi”, ha affermato in un comunicato.

Confrontando aprile con marzo di quest’anno si nota che a marzo il valore del dollaro è stato di $ 53,65 RD, il che indica che ad aprile il deprezzamento del peso dominicano è cresciuto dello 0,87%.

Confrontando marzo 2020 con lo stesso mese del 2019, si evidenzia che quest’anno il valore del dollaro ha registrato un aumento di 3,22 USD (6,38%) in più rispetto allo scorso anno quando la valuta americana è stata quotata a RD $ 50,43.

Il Ministro dell’Economia, della Pianificazione e dello Sviluppo, Juan Ariel Jiménez, ha assicurato che il peso dominicano continuerà a svalutarsi, ma in modo controllato, poiché in qualsiasi momento la Banca Centrale può utilizzare le sue riserve di dollari per controllare il mercato”.

“Il tasso di cambio è aumentato ed è normale, ma va notato che la Repubblica Dominicana è uno dei paesi dell’America Latina che ha avuto la minima svalutazione”, ha detto.




Il CEI-RD opportunità e strategie di mercato in favore di esportatori ed investitori durante il Covid-19

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1948703Il Centro di Esportazioni ed Investimenti della Repubblica Dominicana (CEI-RD) è un’istituzione governativa creata nel 2013 con lo scopo di promuovere le esportazioni, facilitare ed accelerare gli investimenti stranieri nel Paese. Il CEI-RD assiste gli investitori stranieri nelle loro attività commerciali in Repubblica Dominicana fornendo consulenza ed informazioni gratuite, nonché assistendoli nell’ottenimento dei permessi governativi.

 

Il Centro sponsorizza anche attività volte a promuovere la Repubblica Dominicana come destinazione di investimento, nonché a guidare i potenziali investitori sul modo migliore di pianificare ed eseguire i loro progetti nel Paese. Il CEI-RD è  altresì l’ente incaricato di valutare i requisiti per l’emissione dei certificati di investitori stranieri, in favore di coloro che vogliano acquisire la residenza permanente in Repubblica Dominicana.

 

Nelle ultime settimane il CEI-RD congiuntamente con l’’Associazione Dominicana degli Esportatori (Adoexpo) e l’Associazione degli Agro-imprenditori Dominicani (JAD) ha elaborato un piano per identificare strategie di mercato e soluzioni per reagire alla crisi economica dovuta al Covid-19.

In questo piano di lavoro, spiccano le proposte avanzate dal CEI-RD il quale attraverso lo studio delle opportunità di business nei mercati attuali e nei mercati potenziali, ha promosso la modernizzazione del settore per rispondere alle esigenze della nuova realtà imposta ai mercati da Covid-19.

 

Il nuovo servizio fornito dal Centro include una consultazione permanente attraverso un modulo digitale sulle necessità ed aspettative di mercato estero, allo stesso modo, viene promosso l’uso della piattaforma di commercio internazionale virtuale “CeiRD Connect”, che consente agli esportatori dominicani di interagire con gli acquirenti internazionali per la gestione dei propri affari.

 

Nell’affrontare il problema degli investimenti esteri diretti nello scenario post-Covid, è stato rimarcato il ruolo del reinvestimento degli utili come mezzo di fidelizzazione ed espansione nel Paese. In particolare è stato sottolineato il caso di società straniere come le società minerarie, nonché le opportunità di attrarre nuovi investimenti nel settore delle infrastrutture, in virtù dalla nuova Legge sulla Alleanza Pubblica Privata, nonché nel settore industriale.

 

Per Marius de León, Direttore esecutivo del Centro, l’agro-esportazione e l’energia rinnovabile sono altre nicchie per gli investimenti diretti esteri. Per quanto riguarda l’attività agricola, il Direttore ha spiegato che l’esperienza lasciata dalla pandemia dimostra che i popoli devono prima garantire l’auto sostenibilità alimentare, riferendosi anche al fatto che la produzione agricola per l’esportazione sarà una nicchia per attrarre investimenti stranieri ed investimenti locali.

 

Le tre istituzioni hanno convenuto sulla necessità di compiere una tempestiva ed approfondita ricerca di mercato attraverso la raccolta di informazioni e notizie di rilievo derivanti dai mercati internazionali, al fine di facilitare gli esportatori ed investitori nel prendere decisioni in modo tempestivo.




Ecco perché regolarizzarsi in Repubblica Dominicana, benefici fiscali e lavorativi durante la pandemia COVID-19

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dominican republic 4897987 1920Per fronteggiare lo stato di emergenza dovuto al COVID-19, anche il governo dominicano ha dovuto elaborare una serie di misure straordinarie d’impatto economico e sociale agevolando i lavoratori dipendenti, posticipando il pagamento delle imposte in maniera congrua, fornendo aiuti concreti alle famiglie più bisognose, applicando misure sociali restrittive per evitare gli assembramenti e contatti sociali, come l’attuazione del coprifuoco dalle 17.00 alle 6.00.

Tali misure straordinarie sono applicabili altresì agli stranieri che risiedono legalmente nel Paese, ecco perchè è importante avere il permesso di soggiorno in Repubblica Dominicana.

Infatti lo straniero regolare che svolge un’attività come lavoratore dipendente potrà accedere, alla pari di un cittadino dominicano,  al programma  FASE (Fondo di Assistenza Solidaria al lavoratore), emanato dal governo mediante il decreto 143-20, sempre e quando sia in regola con il pagamento del TSS (Tesoreria di Sicurezza Sociale). Attraverso tale programma il governo dominicano garantisce al lavoratore dipendente un ingresso minimo mensile per il suo sostentamento e quello della sua famiglia.

Altri vantaggi per gli stranieri che risiedono legalmente nel Paese sono: l’esenzione dall’obbligo di pagare dazi doganali per le importazioni dei loro effetti personali; lo straniero residente nelle categorie di rentista, investitore o pensionato ottiene significativi vantaggi fiscali; lo straniero residente può ottenere una patente di guida domenicana, nonché un’assicurazione per la sua auto; lo straniero non residente può guidare con la patente del proprio paese di origine, nonché ottenere un’assicurazione, ma solo per il periodo del soggiorno legale nella Repubblica Dominicana.

Questi sono solo alcuni dei vantaggi della regolarizzazione in Repubblica Dominicana.

Inoltre recenti statistiche dimostrano che negli ultimi anni c’è stato un aumento esponenziale delle richieste di residenza nel Paese, non solo per effetto di un sostanziale aumento di controlli da una parte le autorità dominicane le quali hanno impedito l’ingresso nel Paese a molti di coloro che avessero violato il periodo di soggiorno consentito dalla legge, ma altresì per l’introduzione di sempre più vantaggi economici e fiscali per gli investitori stranieri.




La paura di una seconda ondata di coronavirus intimorisce il mercato azionario mondiale

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1949178La brusca impennata a livello internazionale dei casi di coronavirus ha fatto di nuovo andare in tendenza negativa le principali Borse mondiali, dopo una iniziale risalita dovuta all’ottimismo provocato dall’eliminazione di alcune restrizioni, soprattutto in Asia.

Anche in Europa, seppur lentamente, la gente puó cominciare ad uscire dalla quarantena. Cosí é in Italia e in Francia.

Inversione di tendenza, invece, in Corea del Sud ed in Germania dove, dopo l’apertura, i casi di contagio hanno ricominciato a salire.

Questo ritorno di fiamma del virus ha fatto sí che la fiducia degli investitori abbia avuto una frenata brusca.

Nel mercato monetario il dollaro statunitense guadagnava uno 0,2%. Uno 0,5% sullo yen giapponese.

L’euro perdeva uno 0,2% e la sterlina lo 0,4%.

Petrolio in ribasso per l’eccesso di offerta. Brent con un segno negativo del 3,6%, quotato 29,86 dollari al barile, il WTI in calo di un 3,7%, a 23,82 dollari al barile.

Oro quotato 1,700 dollari per oncia, con un recupero in quest’anno del 12%, il suo massimo in sette anni e mezzo.




Il dilemma dello scarafaggio e della tigre

dilemma scarafaggio

dilemma scarafaggioDa quando noi, scimmie antropomorfe, abbiamo avuto il dono della raffigurazione grafica con le prime incisioni rupestri, abbiamo saccheggiato a piene mani il mondo animale per simboleggiare le nostre divinità, le nostre virtù, o le nostre migliori qualità.

E dopo tanti anni di evoluzione dobbiamo ammetterlo: come scimmie antropomorfe siamo anche abbastanza vanitose, visto che difficilmente avremmo raffigurato un grande guerriero dell’età del bronzo come uomo – puzzola o uomo – verme (entrambi animali estremamente vincenti nella loro nicchia ecologica), ma molto più probabilmente (e con molta meno fantasia) sarebbe stato raffigurato come uomo-leopardo, uomo-giaguaro e così via.

Di fatto, da sempre tendiamo istintivamente a considerare dominanti o vincenti tutti i super predatori apicali nel loro ambiente, ammirandone le qualità intrinseche, e considerando il resto della catena alimentare come un necessario corollario per arrivare a quell’ultimo fotogramma, dove la zampata fulminea o il morso potente stroncano la vita dell’incauto penultimo anello a favore della soddisfazione del bisogno del vertice, che ha priorità su tutto il resto e su tutto il resto domina.

Ma è poi veramente così che stanno le cose? O la nostra vanità ci gioca brutti scherzi? E se alla distanza, nella lunga lotta per la sopravvivenza scoprissimo che non vince il super figo, il palestrato dalle elevate prestazioni, ma un outsider e per di più anche bruttino? E se scoprissimo che questo paradigma competitivo lo riscontriamo anche nella nostra società umana e moderna?

Proviamo allora a dare un’occhiata più da vicino ad un dilemma che ogni specie animale si deve porre ad un certo punto del suo percorso; più precisamente quando arriva al bivio che le impone di scegliere la strada tra una estrema specializzazione o una maggiore versatilità, senza eccellere in particolari campi. Ecco, per rendere le cose più semplici lo chiameremo il dilemma dello scarafaggio e della tigre.

E dunque eccoli qui i nostri contendenti: da un lato uno degli insetti più brutti, detestati, e, diciamocelo francamente, disprezzati del pianeta; dall’altro un favoloso esemplare di tigre dai denti a sciabola (o Smilodonte) dominatore indiscusso del Pleistocene. Un confronto a prima vista impari e dall’esito scontato, se non fosse che, ad oggi, il primo è arrivato ai giorni nostri con pochissimi cambiamenti e gode di ottima salute con 350 mila specie conosciute (quasi un terzo delle forme di vita viventi), il secondo, semplicemente, si è estinto.

Sembrerebbe dunque che l’incontro sia finito inaspettatamente per knock out a favore dello scarafaggio; non è esattamente così, e andiamo a vedere il perché.

L’esempio un po’ forzato che abbiamo fatto ci serve per capire che in qualsiasi contesto evolutivo, sia esso quello ecologico, che quello sociale o economico, il punto chiave per il successo è sempre legato alla STRATEGIA utilizzata per sopravvivere in relazione al CONTESTO o ambiente nel quale si vive. Ciò porta con sé due inevitabili corollari: il primo ci dice che non esiste un’unica strategia vincente per avere successo e il secondo che, al cambiare repentino del contesto, ci sono strategie che si rivelano migliori di altre per sopravvivere.

La tigre dai denti a sciabola aveva raggiunto uno status di super predatore ad elevatissima specializzazione che l’aveva resa la regina incontrastata della catena alimentare del suo ecosistema. Il peso di quasi 300 kg, i canini lunghissimi e la muscolatura del quarto posteriore estremamente sviluppata la vincolavano però ad un certo tipo di predazione: poteva cacciare solo prede grandi, poco veloci e dalla scarsa agilità. Una volta immobilizzata a terra con le zampe anteriori la preda, la poteva pugnalare con le zanne e provocarne la morte, per poi cibarsene.

Questa strategia evolutiva si è dimostrata tremendamente efficace finché c’è stata abbondanza di grossi mammiferi e le condizioni climatiche non sono cambiate. Dopo, con il riscaldamento globale e con la comparsa di mammiferi più piccoli e agili, grazie anche alla competizione con l’homo sapiens, lo Smilodonte si è trovato a vivere in un ambiente nel quale le sue caratteristiche erano totalmente inadatte alla sopravvivenza, e si è estinto.

Se guardiamo dall’altro lato alla strategia evolutiva dello scarafaggio, ci troviamo di fronte ad una serie di scelte del tutto opposte: dall’apparato masticatorio, adatto a processare praticamente qualsiasi fonte di cibo organico, all’apparato digerente, capace di assimilare di tutto, anche la cellulosa, ad una struttura delle zampe che lo rendono in grado di arrampicarsi quasi ovunque.

Insomma, se dovessimo fare un confronto automobilistico tra i due animali, lo Smilodonte sarebbe una super sportiva fuoriserie, mentre lo scarafaggio un mini fuoristrada all-terrain. Finché c’è strada, ed è bella asfaltata, lo Smilodonte non lo prende nessuno, ma appena comincia il fango e le buche, lo scarafaggio mette la freccia e non lo vedi più.

Proviamo dunque a trasportare queste differenti strategie nel nostro momento storico, in campo sociale ed economico, in un momento di profonda crisi mondiale: chi conviene essere? Scarafaggio o Tigre? E soprattutto: chi sono gli scarafaggi? E chi le tigri?

Volendo semplificare, è evidente che aziende con maggiore versatilità e capacità di conversione della propria produzione, sono in grado di variare il mercato di riferimento a seconda del momento storico e cambiare la propria “alimentazione” in caso di sconvolgimenti del mercato. Probabilmente queste aziende non saranno i padroni incontrastati del business, ma sono molto meno esposte all’estinzione repentina in caso sconvolgimenti ambientali, tecnologici o sociali.

Esempi? Prendiamo l’italiana Stone Island, azienda produttrice di abbigliamento per lo più casual: nasce negli anni 80 ed è tra le prime a capire le tendenze che si sviluppano sul mercato dell’abbigliamento giovanile (ricordate i paninari?), intercetta quel gusto e si afferma subito tra i marchi casual di successo in Italia. Successivamente, nella grande recessione del 2008, comprende che è finita l’epoca dell’”uomo solo al comando” e favorisce l’entrata di capitali esteri fino al 30% del capitale sociale. Risultato? Durante la crisi Stone Island fatturava 47,8 milioni di euro, nel 2018 ne fattura 190.

Storia inversa e speculare hanno invece aziende importanti come Italsider, Olivetti, Lanerossi, veri e propri giganti nel loro mercato di riferimento che non hanno saputo o potuto (spesso anche per fattori esterni all’azienda stessa) rispondere in maniera corretta alle trasformazioni sociali ed economiche che avvenivano attorno a loro.

Sembra quindi che la strategia dello scarafaggio risulti vincente in momenti di crisi. Ma è veramente solo una questione di scelte e di risposte date in determinati momenti storici?
In realtà no: una componente che gioca un ruolo fondamentale in questo processo è il DNA stesso dell’azienda. La Stone Island ad esempio ha fatto dell’innovazione e della ricerca un punto cardine del suo business con ben quattro dipartimenti coinvolti e ingenti investimenti ogni anno. Esattamente come lo scarafaggio, ha un DNA e una propria struttura che la rende adatta ad affrontare cambiamenti epocali, laddove probabilmente altre aziende, meglio attrezzate finanziariamente, e con fatturati ben più alti non possono contare su una struttura altrettanto flessibile.
E nel mondo del lavoro? Senza scomodare i grandi artigiani che producevano le scocche delle migliori diligenze poco prima della fine dell’800 e della comparsa dell’automobile, troviamo tante analogie di questa duplice strategia anche nel campo della moderna competizione del mercato del lavoro e professionale.

In periodi di mercato normali, l’elevata competitività e il moltiplicarsi delle competenze, spinge i professionisti a crearsi una nicchia nella quale possano essere vincenti: l’imperativo è “diversificati”, in modo da rivolgersi ad un segmento di clientela nel quale ci si è creati una competitività superiore. Gli esempi possono essere molteplici: le agenzie interinali che si specializzano nella ricerca di determinati profili professionali o gli avvocati che si specializzano nel patrocinare solo determinati ambiti legali dove sono richieste specifiche conoscenze, etc. Ecco, questi sono le nostre tigri dai denti a sciabola, e ognuna di loro sarà probabilmente vincente nel proprio mercato di riferimento.

In tempi di crisi sistemiche e globali come quelle che stiamo vivendo però, molti dei segmenti di mercato nei quali queste “tigri” si sono specializzate possono collassare, ed in tal caso chi sopravvive sono in genere quei profili professionali che si sono costruiti un solido background di competenze ed esperienze cross-functional, che li mette in grado di virare velocemente verso aziende, clienti e segmenti di mercato più adatti al nuovo contesto. In pratica, sopravvivono solo le tigri che saranno in grado di fare gli scarafaggi.

Quindi, alla fine, se dovessimo decidere se conviene essere più simili allo Smilodonte o allo Scarafaggio, non potremmo dare una risposta univoca, e ci dovremmo accontentare del classico, democristiano, “dipende”. Io, dal canto mio, se dovessi fotografare la disputa tra i due animali nel modo migliore, lo farei ripetendo la risposta che un mio caro amico, possessore di un fuoristrada e appassionato di off road, diede ad un patito delle macchine sportive, che lo punzecchiava sulla scomodità e sulla lentezza del suo mezzo: “Tu arrivi sicuramente prima, ma io arrivo dappertutto!”

A presto




Panamá, Nicaragua e Bahamas nella “lista nera” della UE sul lavaggio di denaro sporco

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money 2991843 1920Bruxelles. La Commissione europea includerà Panama, Nicaragua, Bahamas e altri nove paesi nel suo elenco di Stati che rappresentano un rischio finanziario per il blocco a causa delle sue lacune nel riciclaggio di denaro e nel finanziamento del terrorismo, secondo un progetto.

Il documento, visto dall’agenzia Reuters e che sarà pubblicato questo giovedì, include anche Barbados, Botswana, Cambogia, Ghana, Giamaica, Mauritius, Mongolia, Myanmar e Zimbabwe.

Le nazioni in elenco “pongono minacce significative al sistema finanziario dell’Unione”, afferma il progetto del documento, che è ancora soggetto a modifiche.

Ai sensi del diritto dell’UE, le banche e altre società finanziarie e fiscali sono tenute a studiare più da vicino i clienti con relazioni con i paesi elencati.