Italiani negli Stati Uniti, SIMEST apre a New York: più sostegno alle imprese

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Per le imprese italiane che vogliono entrare nel mercato statunitense o rafforzare la propria presenza negli USA arriva un nuovo punto di riferimento direttamente a New York.

Il 21 settembre è stato inaugurato il nuovo ufficio di SIMEST, la società del gruppo CDP che sostiene l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Alla presentazione erano presenti il ministro degli Esteri Antonio Tajani, i vertici di SIMEST, il presidente dell’ICE Matteo Zoppas, l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti Marco Peronaci e il console generale a New York Giuseppe Pastorelli.

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Un ufficio pensato per chi vuole fare impresa negli USA

La nuova sede nasce con un obiettivo molto concreto: accompagnare le aziende italiane nelle diverse fasi della loro presenza negli Stati Uniti, dall’ingresso iniziale nel mercato fino al consolidamento degli investimenti e delle attività locali.

Per una piccola o media impresa italiana, affrontare il mercato americano può significare trovare partner, conoscere le regole locali, individuare opportunità commerciali e soprattutto disporre delle risorse finanziarie necessarie per investire.

La presenza diretta di SIMEST a New York punta proprio a ridurre questa distanza.

Gli Stati Uniti restano un mercato importante per il Made in Italy

L’interesse delle imprese italiane verso gli Stati Uniti non è soltanto teorico.

SIMEST riferisce che negli ultimi mesi la misura da 500 milioni di euro destinata a sostenere la crescita delle imprese italiane negli USA ha raccolto circa 400 richieste di finanziamento, per un valore complessivo di 260 milioni di euro.

Il dato indica una domanda significativa da parte delle aziende italiane che guardano al mercato americano come destinazione per esportazioni, investimenti e sviluppo internazionale.

Perché New York

La scelta di New York non è casuale.

La città è uno dei principali centri finanziari e commerciali degli Stati Uniti e ospita una delle più importanti comunità italiane del Paese, oltre a una rete consolidata di istituzioni e organizzazioni economiche italiane.

Il nuovo ufficio SIMEST si aggiunge quindi alla presenza dell’ambasciata, del consolato generale, dell’ICE e della rete camerale italiana, creando un sistema di supporto più vicino alle imprese.

Non si tratta soltanto di grandi gruppi industriali. L’obiettivo dichiarato è rivolgersi soprattutto anche alle PMI, che spesso dispongono di meno risorse per affrontare direttamente un mercato estero complesso.

Un’opportunità anche per gli italiani che vivono negli USA

La nuova presenza di SIMEST può interessare anche gli italiani residenti negli Stati Uniti che hanno creato un’attività imprenditoriale oppure lavorano nei rapporti economici tra Italia e America.

Le comunità italiane all’estero non sono infatti soltanto una realtà culturale e sociale. In molti casi rappresentano una rete professionale e imprenditoriale capace di favorire contatti, conoscenza del mercato e relazioni commerciali.

Per un’impresa italiana che arriva negli Stati Uniti, avere interlocutori che conoscono contemporaneamente il sistema italiano e quello americano può rappresentare un elemento utile.

Una rete italiana che si allarga

L’ufficio di New York fa parte di una strategia più ampia di SIMEST, che dal 2023 ha aumentato la propria presenza diretta nei mercati considerati prioritari.

Sono già attivi uffici a Belgrado, Il Cairo, Ho Chi Minh City, San Paolo, Rabat, Dakar e Riyad.

L’obiettivo è avvicinare strumenti finanziari e competenze alle aziende italiane proprio nei Paesi nei quali intendono crescere.

Per gli Stati Uniti, questo significa avere ora un presidio dedicato in uno dei mercati più importanti per il Made in Italy.

Non soltanto esportare, ma investire

La novità più interessante è forse proprio questa.

Il rapporto economico tra Italia e Stati Uniti non si limita alla vendita di prodotti italiani sul mercato americano. Sempre più spesso significa investire negli Stati Uniti, creare strutture locali, acquisire aziende, costruire reti commerciali e sviluppare partnership.

Per questo il nuovo ufficio SIMEST non nasce soltanto per aiutare chi vuole esportare una produzione italiana, ma anche chi vuole costruire una presenza stabile sul mercato americano.

Per le imprese italiane che guardano oltre l’Europa, New York diventa così un nuovo punto di accesso a un mercato enorme e competitivo, con una struttura italiana presente direttamente sul territorio.

 




Immigrati e pensioni: davvero sono loro a pagare quelle degli italiani?

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Per anni è stata ripetuta una frase semplice: senza i contributi degli immigrati, il sistema pensionistico italiano sarebbe ancora più in difficoltà. Ma quanto c’è di vero?

Una recente analisi pubblicata da Libero mette in discussione questa interpretazione e sostiene che gli immigrati, avendo mediamente redditi più bassi, versano meno contributi e utilizzano comunque una parte del welfare italiano. La questione, però, è più complessa e i dati dell’INPS permettono di separare alcune affermazioni dai luoghi comuni.

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Quasi quattro milioni di lavoratori stranieri

Il primo dato è difficilmente contestabile.

Secondo l’ultimo Osservatorio sugli stranieri dell’INPS, relativo al 2024, nelle banche dati dell’Istituto risultavano 4,61 milioni di cittadini stranieri. Di questi, 3,98 milioni erano lavoratori attivi, mentre i pensionati erano 378.645. Altri 252.013 risultavano percettori di prestazioni legate alla disoccupazione o alla mobilità.

La struttura della popolazione straniera assicurata è quindi molto diversa da quella complessiva italiana: per ogni pensionato straniero risultano numerosi lavoratori attivi.

Questo significa che gli stranieri versano contributi previdenziali, come tutti gli altri lavoratori iscritti al sistema.

Ma da qui a dire che “pagano le pensioni degli italiani” il passo è troppo lungo.

Il sistema italiano funziona a ripartizione

Il sistema pensionistico italiano non funziona come un conto individuale nel quale i contributi di un lavoratore vengono accantonati per pagare la sua futura pensione.

È un sistema prevalentemente a ripartizione: i contributi versati oggi dai lavoratori concorrono a finanziare le prestazioni pensionistiche correnti.

Di conseguenza, la presenza di quasi quattro milioni di lavoratori stranieri rappresenta effettivamente una componente contributiva del sistema.

Ma quei lavoratori stanno contemporaneamente maturando propri diritti previdenziali. Non sono semplicemente persone che versano contributi destinati alle pensioni degli italiani senza avere a loro volta diritto a una pensione.

L’INPS prevede infatti anche per i lavoratori stranieri la possibilità di ottenere prestazioni pensionistiche sulla base dei contributi versati e delle regole applicabili, anche quando successivamente rientrano nel Paese d’origine.

Il punto sollevato da Libero: i redditi

È però qui che l’argomentazione di Libero acquista interesse.

Il problema non è soltanto quanti lavoratori stranieri ci sono, ma quanto guadagnano e quindi quanto versano.

I dati INPS mostrano che nel 2023 i lavoratori stranieri dipendenti del settore privato avevano una retribuzione media annua di circa 16 mila euro. Per i lavoratori agricoli la media scendeva a circa 9.500 euro e per i lavoratori domestici a circa 9.300 euro.

Un lavoratore con uno stipendio basso versa naturalmente meno contributi di un lavoratore con uno stipendio elevato.

Per questo il semplice numero degli occupati stranieri non basta a misurare il loro contributo finanziario al sistema previdenziale.

Ma il loro peso fiscale esiste

D’altra parte, sarebbe altrettanto sbagliato concludere che gli immigrati non contribuiscano al finanziamento dello Stato.

Secondo i dati riportati dal portale governativo Integrazione Migranti, nel 2023 erano 4,6 milioni i contribuenti immigrati, con 72,5 miliardi di euro di redditi dichiarati e 10,1 miliardi di IRPEF versata. Lo stesso studio stimava per la componente immigrata un saldo positivo di circa 1,2 miliardi tra entrate fiscali e contributive e spesa pubblica per il welfare.

È dunque possibile sostenere contemporaneamente due fatti:

gli immigrati contribuiscono al sistema fiscale e previdenziale, ma mediamente con importi inferiori rispetto ai lavoratori italiani a causa di redditi più bassi.

Non sono affermazioni contraddittorie.

E le pensioni che ricevono?

Qui il discorso diventa ancora più delicato.

Nel 2024 i pensionati stranieri presenti negli archivi INPS erano circa 379 mila, su quasi quattro milioni di lavoratori stranieri.

È quindi vero che oggi la componente straniera produce un saldo demografico e previdenziale favorevole rispetto a una popolazione anziana: ci sono molti più lavoratori che pensionati.

Ma questa situazione non è necessariamente permanente.

I lavoratori stranieri che rimarranno in Italia per molti anni continueranno a maturare diritti pensionistici. Una parte potrà inoltre trasferirsi all’estero e percepire successivamente la pensione maturata attraverso i contributi italiani, secondo le norme applicabili.

Il rapporto tra immigrazione e pensioni deve quindi essere valutato nel lungo periodo, non soltanto fotografando un singolo anno.

Il vero problema è demografico

Ed è probabilmente questo il punto più importante.

L’Italia ha una popolazione che invecchia e un numero relativamente ridotto di giovani che entrano nel mercato del lavoro. Il sistema pensionistico deve quindi trovare un equilibrio tra numero di lavoratori, salari, contributi versati, pensionati e durata della vita.

L’immigrazione può contribuire ad aumentare il numero degli occupati e quindi la base contributiva.

Ma se una parte significativa degli immigrati è impiegata in lavori poco pagati, il contributo individuale rimane contenuto.

Allo stesso modo, un lavoratore straniero giovane può rappresentare oggi un contributore netto, ma nel corso della sua vita lavorativa maturerà anche un diritto alla pensione.

Quindi chi paga le pensioni degli italiani?

La risposta non può essere “gli italiani” oppure “gli immigrati”.

Le pensioni vengono finanziate all’interno di un sistema nel quale contribuiscono tutti i lavoratori soggetti alla previdenza italiana, italiani e stranieri, attraverso i contributi previsti dalla legge, mentre lo Stato interviene anche attraverso la fiscalità generale per diverse prestazioni.

I dati mostrano però una cosa molto precisa: nel 2024 gli stranieri presenti negli archivi INPS erano molto più numerosi tra i lavoratori che tra i pensionati.

Questo rappresenta oggi un elemento favorevole per gli equilibri previdenziali.

Ma non significa che ogni euro versato da un lavoratore straniero “paghi la pensione di un italiano”. E non significa neppure che gli stranieri siano un costo netto per il sistema.

Una discussione che richiede numeri, non slogan

Il dibattito sull’immigrazione tende spesso a trasformarsi in uno scontro tra due slogan opposti: “gli immigrati ci pagano le pensioni” da una parte e “gli immigrati costano più di quanto versano” dall’altra.

I dati disponibili suggeriscono una realtà più articolata.

Gli stranieri lavorano, pagano contributi e tasse, ma hanno mediamente redditi più bassi. Oggi sono soprattutto lavoratori e solo in misura molto minore pensionati. Nel futuro, però, una parte di questi lavoratori diventerà pensionata e il loro contributo previdenziale dovrà essere valutato insieme ai diritti che avranno maturato.

La vera domanda, quindi, non è se “gli immigrati pagano le pensioni degli italiani”.

È se l’Italia riuscirà ad avere, nei prossimi decenni, abbastanza lavoratori, con redditi sufficientemente elevati e occupazione regolare, per sostenere un sistema pensionistico destinato a confrontarsi con una popolazione sempre più anziana.

 




Pensioni, nel 2029 si potrebbe andare a 67 anni e 6 mesi

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Andare in pensione potrebbe diventare ancora più difficile nei prossimi anni. Secondo le nuove proiezioni contenute nel rapporto della Ragioneria generale dello Stato, nel 2029 l’età richiesta per la pensione di vecchiaia potrebbe salire a 67 anni e 6 mesi, rispetto ai 67 anni attualmente previsti.

Si tratta di stime legate all’andamento dell’aspettativa di vita, e non di una nuova norma già entrata in vigore. Il meccanismo previsto dalla legislazione italiana collega infatti l’adeguamento dei requisiti pensionistici all’evoluzione della speranza di vita.

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Gli aumenti già previsti

Le proiezioni della Ragioneria indicano un aumento progressivo dell’età pensionabile. Nel 2027 il requisito potrebbe passare a 67 anni e un mese, mentre nel 2028 arriverebbe a 67 anni e tre mesi.

Nel 2029 si arriverebbe quindi a 67 anni e sei mesi. Secondo le stesse stime, nel 2031 sarebbero necessari 67 anni e otto mesi per la pensione di vecchiaia.

Il calendario, tuttavia, non deve essere considerato definitivo: gli adeguamenti possono essere modificati o eventualmente sterilizzati da interventi legislativi successivi.

Sale anche il requisito per la pensione anticipata

Le proiezioni riguardano anche la pensione anticipata, per la quale il requisito fondamentale è rappresentato dagli anni di contribuzione e non dall’età anagrafica.

Per gli uomini si passerebbe a 42 anni e 11 mesi di contributi nel 2027, a 43 anni e un mese nel 2028 e a 43 anni e quattro mesi nel 2029. Nel 2031 il requisito arriverebbe a 43 anni e sei mesi.

Per le donne resta previsto un requisito contributivo inferiore di un anno.

Il peso dell’invecchiamento della popolazione

Dietro queste proiezioni c’è soprattutto la trasformazione demografica italiana. La Ragioneria dello Stato prevede infatti una crescita della spesa pensionistica nei prossimi anni, legata all’aumento del numero dei pensionati rispetto agli occupati e all’ingresso in pensione delle generazioni del baby boom.

Secondo il rapporto, la spesa per le pensioni raggiungerebbe il punto massimo intorno al 2041, arrivando al 17,1% del Pil, per poi iniziare gradualmente a diminuire. Nel 2070 il rapporto dovrebbe scendere al 14%.

Le nuove stime riaprono quindi una questione destinata a interessare milioni di lavoratori: quanto a lungo sarà necessario lavorare in futuro per accedere alla pensione e come verrà modificato il sistema per tenere conto dell’invecchiamento della popolazione?

 




Centro America, il mais è in ginocchio: oltre 55 mila famiglie hanno perso il raccolto

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Siccità ed El Niño mettono in crisi il Corredor Seco. A rischio il principale alimento della regione e migliaia di piccoli agricoltori. Anche imprese italiane sono impegnate nello sviluppo di tecnologie per un’agricoltura più resiliente.

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Il mais è molto più di una coltivazione in America Centrale. È il pane quotidiano di milioni di persone, la base delle tortillas, dei tamales e di gran parte dell’alimentazione delle famiglie rurali. Per questo la crisi che sta colpendo il Corredor Seco centroamericano rischia di trasformarsi rapidamente in una crisi alimentare.

Secondo una valutazione realizzata da Oxfam insieme ad altre organizzazioni umanitarie, oltre 70 mila famiglie hanno subito danni ai raccolti di mais durante il primo ciclo agricolo del 2026. Di queste, 55.322 famiglie hanno perso tra il 75% e il 100% della produzione. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search5”]}/>

La situazione riguarda soprattutto Guatemala, Honduras ed El Salvador, le tre nazioni più colpite dalla siccità provocata dal fenomeno di El Niño.

Il Corredor Seco senza pioggia

L’indagine è stata condotta in 354 comunità rurali di 58 municipi. I risultati descrivono un quadro preoccupante.

L’80,8% delle comunità ha attraversato almeno due lunghi periodi senza pioggia durante la stagione della semina, mentre in quasi quattro comunità su dieci si sono registrati addirittura tre periodi di siccità consecutivi. In molte aree del Pacifico centroamericano le precipitazioni da luglio sono rimaste sotto il 60% della media storica. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search2”]}/>

Per migliaia di piccoli agricoltori significa una sola cosa: il mais è germogliato, ha iniziato a crescere e poi si è seccato nei campi.

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Non manca solo il mais

La crisi non riguarda soltanto questa coltura.

Anche i fagioli, altro alimento fondamentale della dieta centroamericana, hanno subito perdite gravissime. Oxfam segnala che migliaia di famiglie hanno perso oltre tre quarti del raccolto di frijol, mentre oltre 23 mila famiglie denunciano una riduzione dell’accesso all’acqua potabile. <Cite refs={[“turn0search2″,”turn0search5”]}/>

L’impatto si estende anche agli allevamenti familiari: il caldo e la scarsità d’acqua stanno causando perdite di pollame e riducendo la disponibilità di foraggio.

A rischio anche il secondo raccolto

La preoccupazione maggiore riguarda i prossimi mesi.

Nel Corredor Seco ogni anno si coltivano normalmente due raccolti di mais. Dopo il ciclo di primera arriva quello di postrera.

Quest’anno, però, solo circa 27.500 famiglie prevedono di seminare nel secondo ciclo, con una riduzione di oltre il 60% rispetto a chi aveva coltivato durante la prima stagione. Molti agricoltori non hanno più semi, denaro o fiducia nelle piogge. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search2”]}/>

Se anche la postrera dovesse fallire, la disponibilità di mais potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi mesi.

Crescono i prezzi e aumenta la vulnerabilità

Le conseguenze sono già visibili nei mercati.

In Honduras il prezzo del mais bianco ha continuato a salire negli ultimi mesi a causa della riduzione delle scorte, mentre in Guatemala e in El Salvador i prezzi restano superiori a quelli dello scorso anno. La FAO aveva già segnalato un progressivo irrigidimento del mercato regionale dei cereali. <Cite refs={[“turn0search6″,”turn0search2”]}/>

Per le famiglie che vivono di agricoltura di sussistenza questo significa un doppio colpo: meno raccolto e cibo più caro da acquistare.

Anche l’Italia è presente nel settore agricolo centroamericano

La crisi interessa un’area nella quale operano anche diverse imprese italiane specializzate in agricoltura.

L’azienda siciliana Irritec è presente in America Centrale con sistemi di irrigazione a goccia, utilizzati per ridurre il consumo d’acqua e aumentare l’efficienza delle coltivazioni.

Il gruppo Maschio Gaspardo fornisce macchine agricole e seminatrici in numerosi Paesi latinoamericani, mentre Cifo opera nella nutrizione delle colture attraverso fertilizzanti e biostimolanti.

Sono tecnologie che stanno assumendo un’importanza crescente proprio nelle aree colpite dalla siccità, dove l’obiettivo non è soltanto produrre di più, ma produrre utilizzando meno acqua.

Una crisi climatica che può diventare sociale

Oxfam avverte che questa non è soltanto una crisi agricola.

La perdita dei raccolti riduce il reddito delle famiglie, aumenta il rischio di migrazione, mette sotto pressione le riserve alimentari e rende più difficile affrontare i prossimi mesi.

Nel Corredor Seco vivono circa 10,5 milioni di persone, molte delle quali dipendono quasi esclusivamente da mais e fagioli coltivati per il consumo familiare. <Cite refs={[“turn0search0″,”turn0search11”]}/>

Se le piogge non torneranno con regolarità, il 2026 potrebbe diventare uno degli anni più difficili dell’ultimo decennio per l’agricoltura dell’America Centrale.




L’Italia vola sopra Città del Messico: Leitner costruisce la nuova Linea 4 del Cablebús

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La tecnologia dell’azienda altoatesina realizzerà una delle più grandi cabinovie urbane dell’America Latina. Ridurrà i tempi di viaggio da due ore a 40 minuti.

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C’è un pezzo d’Italia che, invece di correre sui binari o sull’asfalto, viaggerà sospeso nel cielo di Città del Messico.

L’azienda italiana Leitner, leader mondiale nella costruzione di impianti a fune, è stata scelta per realizzare la Linea 4 del Cablebús, la nuova cabinovia urbana della capitale messicana. Un progetto destinato a cambiare la mobilità di migliaia di persone che ogni giorno si spostano tra le zone collinari del sud della città.

Un’opera pensata per chi vive più lontano

Nei giorni scorsi la presidente del Messico Claudia Sheinbaum ha visitato il cantiere della futura stazione Universidad, uno dei punti principali della nuova linea.

Durante il sopralluogo ha definito il Cablebús «un’opera di giustizia sociale», spiegando che il progetto è stato pensato soprattutto per offrire un trasporto moderno, sicuro e veloce ai quartieri più periferici della capitale.

L’obiettivo è semplice ma enorme: ridurre il tempo di percorrenza di migliaia di cittadini da circa due ore a soli 40 minuti.

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Undici chilometri sospesi sulla città

La nuova Linea 4 avrà una lunghezza di 11 chilometri, con nove stazioni e 390 cabine capaci di trasportare fino a 65.000 passeggeri al giorno.

Il percorso collegherà le alcaldías di Tlalpan e Coyoacán, integrandosi con la rete della metropolitana, degli autobus e con l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).

È un sistema pensato non soltanto per essere veloce, ma anche per ridurre traffico, inquinamento e tempi di viaggio.

Leitner: un’eccellenza italiana nel mondo

Per gli italiani questa è una notizia di cui andare fieri.

Leitner nasce in Alto Adige ed è oggi una delle aziende più importanti al mondo nel settore degli impianti a fune.

La sua esperienza non riguarda soltanto le località sciistiche alpine.

Negli ultimi anni ha sviluppato sistemi di trasporto urbano in diversi Paesi, trasformando la funivia in un mezzo pubblico moderno ed efficiente.

Il Messico rappresenta uno dei suoi progetti internazionali più importanti.

Il successo delle prime tre linee

Non è la prima volta che Leitner lavora a Città del Messico.

Le tre linee del Cablebús già in funzione trasportano ogni anno circa 40 milioni di passeggeri e hanno rivoluzionato la mobilità in quartieri costruiti sulle colline, dove autobus e automobili incontrano grandi difficoltà.

La Linea 2, inaugurata nel 2021 e realizzata anch’essa da Leitner, è diventata una delle funivie urbane più lunghe dell’America Latina e ha dimostrato quanto questo sistema possa essere utile nelle grandi metropoli.

Un investimento da 220 milioni di euro

La nuova infrastruttura richiede un investimento di circa 220 milioni di euro e i lavori hanno raggiunto circa il 20% di avanzamento.

L’apertura è prevista per dicembre 2027.

Una volta completata, la linea offrirà un collegamento rapido tra quartieri popolosi e zone centrali della capitale, migliorando la qualità della vita di decine di migliaia di residenti.

Una funivia come mezzo pubblico

In molte città del mondo la funivia è associata al turismo.

A Città del Messico, invece, è diventata un vero mezzo di trasporto pubblico.

Il biglietto costerà circa sette pesos, poco più di 35 centesimi di euro, rendendo il servizio accessibile anche alle famiglie con redditi più bassi.

Le cabine sono progettate per garantire sicurezza, accessibilità e continuità del servizio durante tutta la giornata.

Made in Italy che migliora la vita quotidiana

Questa storia racconta un aspetto spesso poco conosciuto del Made in Italy.

Quando pensiamo all’Italia all’estero immaginiamo moda, cucina o automobili.

Ma esiste anche un’Italia che esporta ingegneria, innovazione e infrastrutture.

Leitner è uno degli esempi più concreti: un’azienda italiana che contribuisce a costruire sistemi di mobilità sostenibile in una delle città più grandi del continente americano.

Un ponte tra Italia e Messico

Il progetto rafforza anche i rapporti economici tra Italia e Messico, Paese nel quale numerose imprese italiane sono presenti con investimenti nei settori dell’energia, delle infrastrutture, dell’automotive e del design.

La nuova Linea 4 del Cablebús diventa così anche un simbolo della collaborazione tra tecnologia italiana e sviluppo urbano messicano.

Per milioni di abitanti di Città del Messico, presto il viaggio verso scuola o il lavoro non significherà più restare bloccati nel traffico.

Significherà attraversare la città dall’alto, dentro una cabinovia costruita con tecnologia italiana.




In Guatemala l’Italia si racconta a tavola: nasce la Scuola del Vino Italiano

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Come si promuove oggi il Made in Italy nel mondo?

Forse non basta più organizzare una degustazione o presentare qualche prodotto italiano.

Bisogna far vivere un’esperienza.

È questa l’idea alla base della “Scuola del Vino Italiano – Experience Edition”, un nuovo progetto della Camera di Commercio e Industria Italiana in Guatemala che punta a portare nel Paese centroamericano, regione dopo regione, il meglio della cultura enogastronomica italiana.

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Il progetto è partito dalla Puglia e ha già registrato il tutto esaurito nei primi due appuntamenti.

Non soltanto vino

Il nome potrebbe far pensare a un normale corso dedicato agli appassionati di vino.

In realtà il progetto è molto più ambizioso.

La prima esperienza pugliese ha unito vino, cucina, tradizioni, territorio e convivialità, trasformando due appuntamenti gastronomici in un vero viaggio attraverso la cultura della regione.

Durante la Wine Dinner Experience, i partecipanti hanno scoperto alcuni piatti tradizionali pugliesi, dalle focacce ai panzerotti, dall’acquasale agli spaghetti con pomodori gratinati, fino al calzone di San Leonardo, accompagnati da una selezione di vini della regione.

Non si è trattato quindi semplicemente di assaggiare.

L’obiettivo era capire cosa c’è dietro un prodotto italiano.

La cucina diventa uno strumento per conoscere l’Italia

La seconda esperienza ha seguito invece una strada completamente diversa.

Diciotto partecipanti sono stati divisi in tre squadre, chiamate Bari, Brindisi e Lecce, e hanno partecipato a un laboratorio di cucina nel quale hanno dovuto collaborare per preparare piatti della tradizione pugliese.

Una competizione, ma soprattutto un’occasione per conoscersi.

Tra cucina, vino e convivialità è nata una piccola comunità di persone accomunate dall’interesse per l’Italia.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’iniziativa.

Il prodotto diventa il punto di partenza, non il punto di arrivo.

Dal vino al turismo

Un bicchiere di vino può raccontare molto più di quanto sembri.

Può raccontare una regione, un paesaggio, una tradizione agricola, una famiglia di produttori.

E può far nascere una curiosità.

Dove nasce questo vino?

Come si produce?

Com’è quella regione?

Quali sono i suoi piatti?

Ed è proprio qui che il progetto può diventare anche uno strumento di promozione turistica.

Chi conosce la Puglia attraverso un vino o un piatto potrebbe domani decidere di visitarla.

Il turismo, in questo modo, comincia molto prima di salire su un aereo.

Il Wine Passport

Tra gli elementi più innovativi del progetto c’è anche il Wine Passport, sviluppato dalla società BOLD.

Attraverso quiz, contenuti digitali, attività interattive e un sistema di punti, i partecipanti possono approfondire la conoscenza dell’Italia durante il percorso.

Il premio finale sarà addirittura un viaggio in Italia offerto da Air Europa.

È un modo decisamente moderno di promuovere il nostro Paese.

Non una brochure da portare a casa, ma un’esperienza nella quale il partecipante viene coinvolto direttamente.

Ogni regione avrà la sua storia

La Puglia è stata soltanto l’inizio.

Il prossimo appuntamento porterà infatti i partecipanti alla scoperta della Toscana, con nuovi vini, nuovi piatti e nuove tradizioni.

L’idea è poi quella di proseguire attraverso le diverse regioni italiane.

Ed è qui che il progetto potrebbe assumere una dimensione internazionale molto interessante.

Ogni regione ha infatti qualcosa di diverso da raccontare.

La cucina e il vino possono diventare una sorta di filo conduttore attraverso il quale scoprire l’Italia delle tante identità.

Un modello che potrebbe viaggiare

Secondo il progetto, il format potrebbe essere adattato anche da altre Camere di Commercio Italiane all’Estero, creando una rete internazionale di iniziative coordinate.

È una prospettiva interessante.

Perché non si tratta soltanto di vendere vino italiano in Guatemala.

Si tratta di creare una comunità di persone che conoscono, apprezzano e possono diventare ambasciatrici del Made in Italy.

E questo può avere conseguenze positive anche per le imprese italiane.

Un consumatore che conosce un prodotto, ne comprende la qualità e ne apprezza la storia è molto più vicino a diventare un cliente.

La diplomazia del buon vivere

C’è infine un aspetto che va oltre l’economia.

La cucina italiana ha una caratteristica particolare: è difficile raccontarla senza parlare di persone.

Si mangia insieme.

Si beve insieme.

Si conversa.

Si condividono ricette e ricordi.

La tavola diventa quindi anche uno strumento di diplomazia culturale.

E forse proprio per questo il progetto guatemalteco è interessante anche per gli italiani che vivono all’estero.

Perché non presenta l’Italia come qualcosa di lontano e immobile.

La presenta come un Paese vivo, creativo e capace di creare relazioni.

Un pezzo d’Italia a migliaia di chilometri da casa

La Scuola del Vino Italiano è partita dalla Puglia, ma il suo obiettivo è molto più grande.

Vuole portare in Guatemala l’Italia delle sue regioni, dei suoi vini, delle sue cucine e delle sue tradizioni.

E soprattutto vuole trasformare chi partecipa in un ambasciatore di questa cultura.

Perché oggi promuovere il Made in Italy significa forse proprio questo:

non limitarsi a mostrare un prodotto, ma far capire da dove viene, chi lo produce, quale storia racconta e perché vale la pena conoscerlo.

Dal Guatemala alla Puglia, e presto alla Toscana, il viaggio è appena cominciato.

E questa volta il biglietto per l’Italia potrebbe cominciare proprio da un calice di vino.




Pensioni all’estero: scade oggi il termine per l’accertamento dell’esistenza in vita

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C’è tempo solamente oggi per i pensionati italiani residenti all’estero interessati dalla prima fase della campagna di accertamento dell’esistenza in vita, la procedura periodica prevista dall’INPS per verificare che i beneficiari delle prestazioni pensionistiche siano ancora in vita.

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La verifica riguarda migliaia di pensionati che percepiscono la pensione italiana fuori dai confini nazionali e rappresenta un passaggio indispensabile per garantire la regolarità dei pagamenti ed evitare erogazioni indebite.

Il termine è stato prorogato al 19 settembre solo per i pensionati residenti in Venezuela in ragione dell’emergenza post sisma.

Chi non ha ancora inviato la documentazione richiesta deve provvedere entro la scadenza. In caso contrario, il pagamento della pensione potrà essere effettuato con modalità differenti e, se la situazione non verrà regolarizzata nei tempi previsti, potrà essere sospeso fino al completamento della verifica.

L’accertamento dell’esistenza in vita viene effettuato periodicamente attraverso la banca incaricata dei pagamenti all’estero, che invia ai pensionati tutta la modulistica necessaria e le istruzioni per la restituzione dei documenti.

L’INPS invita tutti gli interessati a controllare di aver completato correttamente la procedura per evitare ritardi nell’accredito della pensione e possibili disagi amministrativi.

Per i connazionali residenti all’estero si tratta di un adempimento importante che consente di continuare a ricevere regolarmente la pensione italiana senza interruzioni.




Dove conviene aprire un’impresa in Centro America? Guida per gli imprenditori italiani

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Molti italiani guardano al Centro America con interesse, attratti da un mercato in crescita, da costi operativi spesso inferiori a quelli europei e dalla possibilità di espandere la propria attività in un’area strategica tra Nord e Sud America.

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Ma qual è il Paese più adatto per investire?

La risposta dipende dal settore in cui si intende operare, dal capitale disponibile e dagli obiettivi dell’impresa. Tuttavia, alcuni Paesi offrono condizioni decisamente più favorevoli di altri.

1. Panama: il punto di riferimento per gli investitori

Panama è considerato il Paese più competitivo della regione per chi desidera avviare un’attività.

L’economia è stabile, il dollaro statunitense è la valuta di riferimento e il sistema bancario è tra i più sviluppati dell’America Latina. Il Canale di Panama continua a fare del Paese uno dei principali hub commerciali e logistici del continente.

È particolarmente indicato per aziende che operano nell’import-export, nella logistica, nei servizi professionali, nella consulenza e nel commercio internazionale.

2. Costa Rica: qualità della vita e turismo

Il Costa Rica è uno dei Paesi più stabili dell’America Latina.

Negli ultimi anni ha attirato numerosi imprenditori stranieri grazie alla sicurezza, all’attenzione per l’ambiente e a un turismo ormai consolidato.

È una destinazione interessante per hotel, ristoranti, attività legate all’ecoturismo, servizi digitali e consulenze professionali.

Di contro, il costo della vita e degli immobili è superiore rispetto alla maggior parte degli altri Paesi centroamericani.

3. Guatemala: il mercato più grande

Con oltre 18 milioni di abitanti, il Guatemala offre il mercato interno più ampio della regione.

È una destinazione interessante per industria, distribuzione commerciale, agricoltura e trasformazione alimentare.

Richiede però una buona conoscenza del mercato locale e una pianificazione accurata.

4. El Salvador: il Paese che sta cambiando

Negli ultimi anni El Salvador ha migliorato sensibilmente il quadro della sicurezza e ha avviato politiche per attrarre investimenti stranieri.

Il turismo è in crescita, così come l’interesse per il settore tecnologico e digitale.

Molti osservatori ritengono che sia uno dei mercati emergenti da seguire con maggiore attenzione.

5. Belize: piccolo ma interessante

Belize presenta caratteristiche particolari.

La lingua ufficiale è l’inglese, il turismo continua a crescere e il settore immobiliare offre ancora alcune opportunità.

Il mercato interno è limitato, ma può essere una buona scelta per chi punta su turismo, nautica e servizi destinati agli stranieri.

E gli altri Paesi?

Honduras e Nicaragua possono offrire opportunità in alcuni settori specifici, ma richiedono una valutazione molto attenta del contesto normativo, economico e politico.

Prima di investire

Aprire un’impresa all’estero non significa soltanto scegliere il Paese giusto.

È fondamentale conoscere la normativa locale, il sistema fiscale, le procedure per ottenere permessi e licenze e, soprattutto, analizzare il mercato prima di investire.

Un buon business plan e l’assistenza di professionisti qualificati possono evitare errori costosi.

Il punto di Fatti Nostri

Non esiste il Paese perfetto per tutti.

Chi cerca un ambiente favorevole agli affari troverà in Panama una scelta difficilmente eguagliabile.

Chi punta sulla qualità della vita e sul turismo potrebbe preferire il Costa Rica.

Chi vuole entrare in un mercato più grande guarderà con interesse al Guatemala.

L’aspetto più importante, però, resta sempre lo stesso: non innamorarsi di un Paese prima di aver studiato il mercato.

Nei Caraibi e in Centro America le opportunità esistono, ma il successo dipende molto più dalla preparazione dell’imprenditore che dalla destinazione scelta.




Repubblica Dominicana, la riforma del lavoro è a un passo dal fallimento: il dialogo è fermo

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La riforma del Codice del Lavoro della Repubblica Dominicana rischia di naufragare. A meno di un mese dalla chiusura della legislatura, il confronto tra Governo, sindacati e imprenditori è completamente bloccato e il progetto potrebbe decadere se non sarà approvato entro il 26 luglio.

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Il presidente della Confederación Nacional de Unidad Sindical (CNUS), Rafael “Pepe” Abreu, denuncia un «silenzio assoluto» dopo l’appello del presidente Luis Abinader a riprendere il dialogo tra le parti. Secondo il sindacalista, il Consiglio Consultivo del Lavoro, l’organismo incaricato di convocare il confronto, non ha ancora fissato alcun incontro.

Il nodo principale resta quello della cesantía, l’indennità spettante ai lavoratori in caso di licenziamento. Il Governo ha ribadito che non intende modificarla, mentre il settore imprenditoriale continua a chiedere una revisione di alcuni aspetti della riforma.

Se il Congresso non riuscirà ad approvare il testo entro la fine della sessione legislativa, il progetto decadrà e l’intero iter dovrà ricominciare da capo. Sarebbe un duro colpo per una riforma discussa da quasi due anni e considerata strategica per aggiornare il Codice del Lavoro dominicano, in vigore dal 1992.

Le prossime settimane saranno quindi decisive. Se il dialogo non riprenderà rapidamente, la Repubblica Dominicana rischia di perdere un’altra occasione per modernizzare una delle sue principali leggi sul lavoro.

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Repubblica Dominicana, nuove tutele per i lavoratori: entra in vigore il regolamento sui rischi professionali

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Importanti novità per i lavoratori della Repubblica Dominicana con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento sull’Assicurazione contro i Rischi Professionali, approvato mediante il Decreto 287-26. La normativa aggiorna un sistema rimasto sostanzialmente invariato per oltre vent’anni e introduce misure pensate per adattarsi alle nuove realtà del mondo del lavoro.

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foto Diario Libre

Tra i cambiamenti più rilevanti figura il riconoscimento formale del telelavoro. I dipendenti che svolgono la propria attività a distanza avranno diritto alla stessa copertura assicurativa e alle stesse prestazioni previste per chi lavora in presenza. Saranno inoltre considerati incidenti sul lavoro anche quelli verificatisi durante gli spostamenti direttamente collegati all’attività lavorativa.

Per la prima volta il sistema apre inoltre la strada all’inclusione dei lavoratori autonomi e dei professionisti indipendenti. L’estensione della copertura avverrà gradualmente, dopo studi tecnici e finanziari e l’approvazione di regolamenti specifici per il settore.

Il nuovo regolamento rafforza anche le prestazioni economiche per coloro che subiscono un infortunio o una malattia professionale. In caso di incapacità temporanea, il lavoratore potrà ricevere un sussidio pari al 75% del salario medio percepito negli ultimi sei mesi. Sono inoltre previste pensioni e indennizzi più chiari e aggiornati per le persone che riportano invalidità permanenti a seguito di incidenti sul lavoro.

Tra le innovazioni introdotte vi è anche il rafforzamento delle pensioni per superstiti in caso di decesso del lavoratore e l’aggiornamento periodico degli importi delle pensioni legate a invalidità e sopravvivenza. Il regolamento contempla inoltre procedure più trasparenti per la presentazione di reclami e ricorsi da parte degli assicurati.

Le autorità sottolineano che la riforma punta a modernizzare il sistema di protezione sociale dominicano, adeguandolo alle trasformazioni del mercato del lavoro e garantendo maggiore sicurezza economica e sanitaria ai lavoratori e alle loro famiglie.