“Lavorare all’estero”, ciclo di seminari online della Regione Abruzzo

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20abruzzocorsoSarà l’assessore alle Politiche del Lavoro e alla Formazione di Regione Abruzzo, Pietro Quaresimale, ad aprire il ciclo di seminari online organizzato dal servizio Eures della Regione Abruzzo e dall’Università degli studi di Teramo sulle opportunità di lavoro al Nord Europa. Il primo appuntamento, fissato per domani, 21 gennaio, alle ore 15.00, è il primo di un ciclo a cadenza mensile dal titolo “Pronti per il Nord Europa? – Ready for Northen Europe?” sulla situazione del mercato del lavoro e le opportunità professionali in alcuni paesi del Nord Europa come Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia e Germania.
“Il ciclo di seminari rappresenta un’occasione unica per molti giovani per capire le condizioni del mercato del lavoro al Nord Europa – spiega l’assessore Quaresimale -. È chiaro che il nostro obiettivo è creare per i nostri giovani le migliori condizioni di lavoro in Italia facendo leva su formazione e politiche attive, ma la possibilità di lavorare all’estero, anche per un breve periodo, può rappresentare non solo un’importante esperienza di vita ma anche la possibilità di allargare oltremodo il campo delle conoscenze. In questo senso – conclude l’assessore – l’opera di Eures Abruzzo è molto preziosa in questo settore e la collaborazione con l’Università di Teramo può rappresentare un’importante occasione di crescita”.
Il webinar di domani si terrà in lingua inglese, ed è aperto a tutti. Sarà dedicato ai Paesi Bassi e suddiviso in due momenti: una sessione introduttiva su “Vivere e Lavorare in Olanda”, che fornirà informazioni sul sistema paese e sulla situazione del mercato del lavoro olandese, con una panoramica dei posti di lavoro e con un particolare focus sui profili professionali relativi ai corsi di laurea dell’Ateneo teramano; una sessione pratica con un laboratorio sulla redazione di un curriculum vitae di successo e sul colloquio di lavoro, durante la quale alcuni partecipanti al webinar potranno provare ad effettuare una simulazione del colloquio in lingua inglese. Per registrarsi occorre compilare il modulo online disponibile a questo link.




Tunisia. Agricoltura e impresa sociale e solidale, anche così si batte il Covid

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17tunisia“La pandemia ha colpito alcuni pilastri tradizionali dell’economia tunisina, ma l’agricoltura ha mostrato resilienza. E ora Aics mette in campo risorse che possono aiutare a modernizzare il comparto e a costruire alleanze con l’Italia”. Oltremare, la rivista dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, ne ha parlato con il titolare uscente dell’ufficio di Tunisi, Flavio Lovisolo. Ad intervistarlo Gianfranco Belgrano.
“Mancano statistiche e dati attendibili sull’impatto che la pandemia può avere avuto sulla popolazione in Tunisia. Ciò di cui si è più sicuri è l’impatto sulla situazione economica: la pandemia ha limitato tutto il settore del turismo e ha colpito gli scambi commerciali e la produzione industriale a causa dei rallentamenti a livello internazionale, con conseguenze ancora da quantificare sulle piccole e medie imprese. Minori sono stati gli effetti sull’agricoltura. Tale il quadro che emerge da una Tunisia che proprio in queste settimane celebra i dieci anni della Rivoluzione dei gelsomini, con la quale si pose fine all’esperienza politica dell’allora presidente Zine El Abidine Ben Ali. E questo quadro, secondo la Banca Mondiale, si tradurrà per il 2020 in un calo del pil del 9 per cento, con un aumento della disoccupazione intorno al 18 per cento, gli stessi livelli del 2011. È indubbio che la Tunisia abbia avviato un percorso di democrazia dal 2011, anche solo guardando a quello che è successo altrove (Siria, Libia) o alle difficoltà che sta vivendo l’Algeria. È altrettanto indubbio che la Tunisia sia uscita meglio di altri da quel periodo turbolento (si veda anche il riconoscimento all’azione del Quartetto per il dialogo nazionale tunisino a cui nel 2015 è stato assegnato il Nobel per la pace). “Purtroppo quel processo non è poi continuato in un percorso virtuoso e si è abbastanza impantanato nelle difficoltà e nella mancanza di esperienza democratica, considerando che forse la democrazia è pura libertà ma non è solo quello” racconta a Oltremare Flavio Lovisolo, titolare uscente dell’ufficio di Tunisi dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.
D. Fa riferimento alle irrisolte questioni economiche?
R. Certo. Anzi, soprattutto. Perché fondamentalmente chi controlla uno status quo che deriva ancora dagli anni di Bourghiba e Ben Ali, non ha nessuna voglia di cambiare, vuole mantenere i suoi privilegi, vuole mantenere una situazione che ha portato grandi benefici a pochi. Ci sono difficoltà su infrastrutture essenziali: il porto di Rades non funziona, ci sono aziende pubbliche in deficit perenne, non si riesce a scardinare un sistema di sussidi iniquo. Ci sono sussidi indiscriminati dove i vantaggi vanno ai ceti più abbienti e non alle famiglie più povere. Servono riforme chieste tra l’altro dalle grandi istituzioni internazionali.
D. Per un Paese senza grandi risorse naturali come la Tunisia, quale può essere il ruolo della comunità internazionale e di partner storici come Italia e Francia?
R. Sicuramente c’è un’attenzione politica verso la Tunisia molto particolare, che ha fatto e sta facendo in modo che il Paese sia sostenuto. Lei ha citato Francia e Italia ma aggiungerei anche Germania, Stati Uniti e l’Unione Europea nel suo insieme. E poi tutte le istituzioni finanziarie internazionali. Sono tutti molto interessati a sostenere la Tunisia. Tuttavia la Tunisia ha purtroppo grossi problemi ad assorbire e a gestire la disponibilità finanziaria che deriva da questa attenzione politica. E quindi gli investimenti e i progetti si arenano o procedono con difficoltà.
D. Eppure non sono mancati i piani anche ambiziosi messi a punto dal governo.
R. Quando sono arrivato a fine 2016, c’è stata una grande conferenza, Tunisia 2020, per presentare ai Paesi donatori e alle istituzioni un piano di sviluppo che era imperniato più sull’economia che sulla cooperazione allo sviluppo. Questa scelta, guardando a quel momento storico, era comprensibile. Tuttavia bisogna ricordare che la Tunisia è un paese dove accanto a regioni e realtà territoriali assimilabili anche a realtà europee, coesistono aree e sacche di sottosviluppo. Questo fa fatica a essere interpretato da parte delle stesse élite economiche e politiche del Paese, che guardano più alla parte sviluppata che a quella meno sviluppata. Guardando indietro, forse nel 2016 sarebbe stato più auspicabile avere una conferenza che oltre ad avere incentivato gli investimenti e la crescita dal punto di vista economico, avesse prestato attenzione anche agli aspetti sociali e a coloro che stavano rimanendo indietro.
D. Ci spostiamo sull’azione della Cooperazione italiana?
R. Nel febbraio del 2017 abbiamo firmato il nuovo protocollo di cooperazione triennale (2017-2020) che si sta chiudendo in questo momento. Era un protocollo per 165 milioni di euro, a cui in seguito si sono aggiunti 20 milioni di euro di Cassa depositi e prestiti e 25 milioni derivanti dalla cancellazione del debito, portando a più di 200 milioni il nostro impegno. I settori di intervento sono stati lo sviluppo economico e la creazione di impiego, l’educazione, lo sviluppo locale e la decentralizzazione. Queste sono un po’ le grandi linee su cui ci siamo mossi e devo dire che in questo triennio, malgrado le difficoltà che si sono avute in Tunisia, siamo riusciti a formulare e a portare al comitato congiunto la quasi totalità di quanto si era programmato. Manca all’appello un fondo di sviluppo regionale che non siamo riusciti a mettere a punto per le diverse visioni con le controparti tunisine per 45 milioni di euro e che stiamo dirottando per rifinanziare la linea di credito per le Pmi attiva già da molti anni.
D. Quello delle Pmi sembra un tema ricorrente?
R. La linea di credito alle Pmi ha funzionato molto bene, negli anni ha portato a investimenti per più di 200 milioni di euro, creando più di 10.000 posti di lavoro nuovi e facendo più di 600 operazioni. Abbiamo aperto adesso una nuova linea di credito per il settore agricolo e l’impresa sociale e solidale perché nel frattempo Tunisi ha varato una legge per riconoscere il ruolo e le funzioni delle imprese sociali e solidali. A questi nostri fondi l’Unione Europea ne ha aggiunto di suoi, quindi adesso abbiamo un pacchetto di 100 milioni di euro che potrà essere utilizzato già a partire dal 2021 accompagnando l’economia tunisina in due grossi settori che penso siano fondamentali: la trasformazione e la modernizzazione del settore agricolo, che limita anche l’esodo rurale e quindi lo spostamento di popolazioni verso le zone costiere più ricche. E poi il crescere di un’economia sociale e solidale che potrebbe dare dei servizi che oggi sono fondamentalmente statali e che registrano molte difficoltà.
D. L’agricoltura può essere un campo di collaborazione aperto anche alle imprese italiane.
R. Ci sono molte aziende italiane che guardano con attenzione il Paese, anche perché l’agricoltura tunisina è un’agricoltura che fa fatica ad acquisire delle tecnologie e a orientarsi verso prodotti che potrebbero essere complementari sul mercato europeo sfruttando per esempio il sistema di commercializzazione italiano. È concretizzabile una profonda trasformazione e modernizzazione dell’agricoltura lungo percorsi non concorrenziali con quella italiana ma complementari ad essa. Ed è questo un ambito in cui la Cooperazione italiana può sicuramente contribuire, con l’apertura appunto di linee di credito all’agricoltura e al comparto dell’agro-industria”.




La migrazione da El Salvador all’Italia. Ricerca AIDS

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17ismu“Viaggi, esperienze, ritorni. La migrazione da El Salvador all’Italia” è il titolo del volume edito da Franco Angeli – collana ISMU Iniziative e Studi sulla Multietnicità – che restituisce i risultati principali dell’attività di ricerca condotta nell’ambito del progetto “Cooperazione tra Italia ed El Salvador in tema di migrazione e inclusione socio-economica”, coordinato da Fondazione Soleterre e finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.
Obiettivo dello studio è stato quello di acquisire una conoscenza approfondita della migrazione salvadoregna verso e di ritorno dall’Italia, con particolare attenzione alle cause di tale migrazione e all’impatto che essa ha su chi si muove, sulle famiglie dei migranti e sui contesti territoriali di origine e di arrivo della migrazione stessa
Oltre a quello di Marco Caselli, autore e curatore, il volume raccoglie i contributi di Alessandra Barzaghi, Emanuela Bonini, Marta Lovison, Alessio Menonna e Giorgia Papavero.
Marco Caselli è professore ordinario di Sociologia e direttore del Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Collabora dal 2005 con Fondazione




Italia – Uruguay: via le doppie imposizioni fiscali

uruita

uruitaDal 1° gennaio 2021 trova piena applicazione la Convenzione tra Italia e Uruguay per eliminare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni e le elusioni fiscali.
A ricordarlo oggi è l’Ambasciata italiana a Montevideo, spiegando che la Convenzione contiene norme che pongono fine ai fenomeni di doppia imposizione sui redditi e che realizzano un’equilibrata ripartizione della materia imponibile fra i due Stati contraenti.
L’Accordo si conforma agli standard più recenti del modello elaborato dall’OCSE e disciplina le modalità di imposizione per una serie di redditi: immobili; da utili d’impresa; da navigazione marittima ed aerea internazionale; da capitale; da professione indipendente; da lavoro subordinato; da attività artistiche e sportive; da pensioni; dallo svolgimento di funzioni pubbliche e relative ai compensi di amministratori di società.
Altre norme, continua l’Ambasciata, riguardano l’esenzione, a certe condizioni, per le somme ricevute da studenti e apprendisti per spese relative al proprio mantenimento, istruzione e formazione professionale, nonché i metodi per eliminare le doppie imposizioni e le clausole di non discriminazione. Con riferimento al tema dello scambio di informazioni, infine, la Convezione prevede il superamento del criterio dell’interesse delle informazioni per l’amministrazione finanziaria dello Stato richiesto e del segreto bancario.
La Convenzione, insieme al Trattato di Protezione degli Investimenti in vigore dal 1998, costituisce “un importante strumento per favorire agli investimenti e lo scambio di beni e servizi tra Italia e Uruguay, le cui relazioni economiche e commerciali dispongono così di un quadro giuridico-fiscale chiaro e aggiornato ai più recenti standard internazionali”.




Lavoro: domanda in forte calo nel 2020 (-30%)

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competenzedigitaliLo shock da Covid-19 frena i programmi di assunzione delle imprese nel 2020, con un calo del 30% rispetto al 2019 (corrispondente a circa 1,4 milioni di contratti di lavoro in meno, inclusi quelli stagionali e di collaborazione). La flessione dei piani di assunzione ha toccato tutti i settori ma è stata più marcata nella filiera dell’accoglienza e della ristorazione (-40,7% per gli ingressi previsti) e in alcuni comparti di punta del made in Italy, come la moda (-37,9%). Mentre flessioni più contenute si registrano nelle costruzioni (-15,9%), nella sanità e servizi sociali privati (-17,1%) e nella filiera agro-alimentare (-19,7%). Ma, nonostante la contrazione dell’occupazione, sale al 30% la difficoltà di reperimento dei profili ricercati (contro il 26% del 2019) a causa della mancanza di candidati o della preparazione inadeguata. Sono queste alcune delle tendenze che emergono dal Bollettino 2020 del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal, nel monitoraggio annuale dei flussi di entrata nelle imprese e delle competenze richieste dal mercato del lavoro.
Ne emerge che la domanda di lavoro pianificata nel 2020 dalle imprese con dipendenti (pari a 3,2 milioni di unità) riflette gli effetti della grave crisi pandemica, a cui le imprese hanno risposto introducendo cambiamenti difficilmente reversibili e innescando un’accelerazione anche in diversi aspetti della trasformazione digitale.
Oltre 4 imprese su 10 che hanno investito in trasformazione digitale hanno puntato sulle modifiche dei modelli di business, con l’adozione di strumenti di digital marketing (+16 punti percentuali rispetto al periodo pre-Covid), sulle innovazioni organizzative, con l’ampia diffusione nell’utilizzo dello smartworking (+17 punti percentuali), o, sotto l’aspetto prettamente tecnologico, sull’acquisizione di reti ad alta velocità, sistemi cloud e big data analytics (+10 punti percentuali).
Saranno quindi proprio le competenze digitali, richieste al 60,4% dei profili ricercati nel 2020, uno dei principali driver su cui faranno leva le imprese per gestire la fase di recupero che si aprirà nei prossimi mesi. Mentre per 8 posizioni di lavoro su 10 sono state richieste competenze green che costituiscono un altro fattore strategico di competitività a livello trasversale.
Per affrontare la complessità delle sfide in atto le imprese puntano su figure più specializzate, per le quali nel 67,7% dei casi viene richiesta esperienza.
I DATI RACCOLTI NEL BOLLETTINO.
Le tendenze della domanda di lavoro: più profili specializzati meno figure intermedie
La pandemia non ha pertanto interrotto alcuni dei cambiamenti strutturali che già da alcuni anni stanno attraversando il mercato del lavoro, come il fenomeno della “polarizzazione” nella domanda di lavoro delle imprese. Meno penalizzata, anche in un anno difficile come il 2020, è stata infatti la domanda di figure più specializzate, dotate di esperienza e di mix di competenze appropriati per gestire le transizioni aziendali, rispetto a quella espressa per le figure intermedie e per quelle non qualificate.
Così si ricompone la struttura professionale con un aumento del peso delle professioni intellettuali e scientifiche e a elevata specializzazione e tecniche, che insieme ai dirigenti, arrivano a coprire una assunzione programmata su cinque nel 2020.
La richiesta di competenze è molto elevata per queste figure: quelle trasversali devono essere possedute dalla quasi totalità di questi profili, per quelle “green” la domanda si attesta all’82% e quella di competenze digitali è al 93%. E sono anche le figure più coinvolte nei processi di trasformazione aziendali resi ancora più necessari dalla crisi Covid-19, con una quota di “nuovi innesti” rispetto agli organici che arriva a coprire il 24,2% delle entrate (rispetto a una media del 18,9%).
Nella ricomposizione della struttura professionale cresce in particolare la quota degli operai specializzati (che insieme ai conduttori di impianti e macchine arrivano a coprire 3 ingressi programmati su 10), impiegati nell’edilizia e in alcuni comparti manifatturieri meno penalizzati dalla crisi. Anche per questi profili è in rapido cambiamento il contenuto di mansioni da svolgere, sia per la crescente domanda di competenze green (richieste nell’80% dei casi) che per la diffusione dell’automazione nei processi produttivi.
I profili intermedi sono stati i più penalizzati dallo shock pandemico, sia per il proseguimento di una tendenza alla discesa della quota di figure impiegatizie negli organici aziendali sia per gli effetti dei lockdown sulla domanda di lavoro delle imprese commerciali e per il sostanziale blocco dei flussi di persone e turisti che ha ridotto la domanda di professioni legate alla filiera dell’accoglienza. In questo raggruppamento, per diversi profili professionali del commercio e dei servizi turistici è prevista una quota di assunzioni destinata agli under 30 superiore al 40%, opportunità che i giovani potranno cogliere acquisendo le competenze per ripensare alcuni di questi servizi anche in chiave digitale, sfruttando le potenzialità dell’e-commerce, del delivery e accrescendone il contenuto immateriale.
Difficoltà di reperimento: 2 tecnici digitali su 3 difficili da trovare
Quasi 3 ricerche di personale su 10 appaiono di difficile reperimento. Le figure tecniche legate ai servizi digitali, come gli analisti e progettisti di software e i tecnici programmatori sono tra le più difficili da reperire (circa 2 assunzioni programmate su 3) e anche tra quelle con una quota di assunzioni per gli under 30 che supera il 40%. Ma tra le professioni specialistiche e tecniche con il maggior incremento della difficoltà di reperimento nel 2020 si annoverano i farmacisti, gli esperti nella progettazione formativa e gli ingegneri civili.
Tra le figure operaie più difficili da reperire, invece, si trovano gli attrezzisti e gli addetti a macchine utensili industriali e i meccanici e riparatori di automobili (con criticità per oltre una assunzione su due), ma è tra i muratori, i carpentieri e gli elettricisti che si osserva il maggior incremento nel 2020, figure coinvolte nella transizione in chiave di ecosostenibilità del comparto edilizio.
Se tra le figure intermedie la difficoltà di reperimento è in generale più contenuta, non mancano però casi che mostrano una crescita nel 2020 come le professioni sanitarie. Una tendenza che riguarda anche altre figure tecniche e specialistiche che operano nell’ambito della sanità, innescata oltre che dall’emergenza Covid-19, anche dal processo di invecchiamento della popolazione e che richiede un diverso assetto organizzativo “di prossimità” delle strutture sanitarie e di assistenza. Anche in questo caso, driver principale sono le competenze scientifiche, sempre più coniugate con il digitale e la telemedicina.
Anche nel comparto artigiano, nonostante sia stato duramente colpito dallo shock della pandemia, quasi 4 profili su 10 sono difficili da reperire.
Formazione: ai diplomati oltre un terzo delle ricerche di lavoro, ma cresce la richiesta di laureati
La crescente domanda di specializzazione da parte delle imprese trova conferma anche nel fatto che raggiunge 51,5% la richiesta di figure che abbiamo almeno un diploma secondario, con una quota di laureati pari al 14,1% (circa un punto in più del 2019) e una richiesta di specializzazione post-diploma conseguita in un percorso di Istruzione tecnica superiore (ITS) quasi al 3% delle entrate programmate (pari a circa 83mila unità), mentre il diploma è il livello di istruzione preferito in circa il 35% dei casi. Molto rilevante e in generale superiore all’effettiva offerta formativa appare anche la quota di assunzioni per la quale è richiesta una qualifica o diploma professionale (25%).
Le lauree più richieste sono quelle a indirizzo economico, di ingegneria e a indirizzo insegnamento e formazione, ma le difficoltà di reperimento si concentrano in particolare sui laureati nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), riguardando il 46% dei candidati in questi indirizzi contro il 30% delle altre lauree. I tecnici specializzati in percorsi ITS cui le imprese sono più interessate afferiscono agli ambiti tecnologici mobilità sostenibile, tecnologie innovative per i beni e attività culturali e meccanica; proprio l’ambito meccanico, insieme a sistema casa e a nuove tecnologie della vita sono quelli più difficili da reperire (con quote che riguardano oltre 2 entrate su 3). Tra i diplomi le richieste sono rivolte soprattutto all’indirizzo amministrativo, al meccatronico e al socio-sanitario, con difficoltà di reperimento che si concentrano in particolare negli indirizzi agroalimentare, informatica e telecomunicazioni e meccatronica (da 3 a oltre 4 entrate su 10). Nell’ambito dei qualificati o diplomati professionali prevale l’indirizzo ristorazione e quello meccanico: anche per questi titoli come per quelli precedenti le maggiori difficoltà di reperimento emergono proprio negli indirizzi meccanico, elettrico e riparazione veicoli a motore, ossia in alcuni di quegli ambiti che pur con diversi livelli di qualificazione e competenze richiesti ai candidati all’assunzione sono centrali per gestire i processi di trasformazione tecnologica e digitale che coinvolgono gran parte del sistema produttivo.
Non a caso, anche dai dati sulle aree aziendali si osserva che le difficoltà di reperimento sono massime nell’area della progettazione/ricerca e sviluppo (49%, in linea con il 2019) e nei sistemi informativi (57%, in crescita di 3 punti percentuali), oltre che nell’area installazione/manutenzione (42%, +4 punti percentuali).




Tunisia. AICS finanzia tecnica di pesca inserita nel patrimonio immateriale UNESCO

20charfia

20charfiaL’eccezionale tecnica di pesca alla Charfia, all’isola di Kerkennah in Tunisia, è nella lista del patrimonio immateriale dell’umanità dell’Unesco. Il risultato è il frutto di una stretta collaborazione tra l’Istituto Nazionale del Patrimonio tunisino (Inp) e della Delegazione permanente della Tunisia, Webport, porto digitale del Mediterraneo, ideato e curato dal Ciheam Bari nell’ambito del progetto Nemo, avviato nel 2014 con il sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e in collaborazione con i Ministeri di Agricoltura e Pesca di Libano, Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco.
La Charfiya è un’antichissima tecnica di pesca, il cui uso risale addirittura all’era punica. Il nome, apparso nei documenti ufficiali solo intorno al XXVII secolo, ed esattamente nel 1670, deriva dal termine arabo charaf (nobiltà) ed è legato al nome della famiglia Charfi (i fratelli Ahmed e Ali Charfi), proveniente da Sfax, che deteneva il monopolio per lo sfruttamento del demanio marittimo.
La charfia è una sorta di labirinto fisso costruito allineando migliaia di foglie di palma, che grazie alle correnti indirizza i pesci verso le camere di cattura. Si tratta di un sistema di gestione unico in ambito marittimo arabo-musulmano: le famiglie dell’isola utilizzano parcelle di mare adibite alla charfia e se ne tramandano l’uso di generazione in generazione.
Le nasse (drina), trappole a doppio cono costruite con foglie di palma in cui pesci e polpi entrano ma dalle quali difficilmente riescono a liberarsi.
Le gargoulettes, anfore in terracotta tradizionalmente utilizzate per contenere acqua o vino, ma che a Kerkennah (e in alcune altre regioni costiere della Tunisia) sono sistemate in mare, poco lontano dalla costa, e utilizzate come trappole per i polpi, che entrano per cercare rifugio ma non riescono più ad uscirne. Nasse e gargoulettes sono oggi sostituite da equivalenti in plastica, abbandonati in mare una volta terminato il loro ciclo d’uso.




Italia – Argentina: progetto dell’Ambasciata a sostegno delle microimprese

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16manzoL’ambasciatore italiano in Argentina Giuseppe Manzo e lo chef Donato De Santis hanno presentato ieri al Ministro de Producion Matias Kulfas “Formazione è potere”, un progetto per favorire lo sviluppo dell’imprenditoria femminile attraverso la creazione di microimprese nel settore della ristorazione soprattutto nelle zone più povere dell’area metropolitana di Buenos Aires.
Nel corso dell’incontro, Manzo ha presentato al Ministro Kulfas anche il progetto dell’Ambasciata di un ciclo di seminari su innovazione e sostegno alle start up partito oggi, 16 dicembre, con l’incontro “Economia Circular” organizzato con la Fondazione Symbola.
“PMI e microimprese sono uno dei punti di forza da cui ripartire per rilanciare il sistema economico argentino e rafforzare la collaborazione fra Italia e Argentina anche con iniziative in linea con le priorità della nostra Presidenza G20” ha dichiarato l’ambasciatore Manzo al termine dell’incontro.
Al Ministro, il diplomatico ha illustrato agenda e calendario della Presidenza G20 nel 2021; Manzo e Kulfas hanno quindi discusso sui principali dossier della “eccellente cooperazione economica” tra i due paesi e sulle opportunità per sostenere il ruolo e la presenza delle imprese italiane operanti in Argentina.




Sostegno delle imprese italiane in Cina. Webinar con l’Ambasciata

italiacina bandiere

italiacina bandiereTutti gli strumenti messi a disposizione da CDP e SIMEST a sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese italiane in Cina. È stato centrato su questo il webinar organizzato dall’Ambasciata d’Italia a Pechino, Cassa Depositi e Prestiti e SIMEST, e le Camere di Commercio italiane in Cina e Hong Kong lo scorso venerdì, 4 dicembre.
L’evento online è stato aperto dall’Ambasciatore d’Italia nella Repubblica Popolare Cinese, Luca Ferrari, dal Presidente di SIMEST, Pasquale Salzano, e dai Presidenti delle due Camere di Commercio, Paolo Bazzoni e Luca Cico. Alle oltre 120 imprese partecipanti, sono stati presentati i numerosi strumenti tra cui finanziamenti agevolati di medio e lungo termine per il rafforzamento patrimoniale delle imprese, per lo sviluppo di soluzioni e-commerce, per la partecipazione a fiere e missioni di sistema, per l’ingresso in nuovi mercati finanziari, per la formazione di personale e inserimento di figure specializzate come i “temporary digital manager”.
L’Ambasciatore Ferrari ha sottolineato “l’importanza del mercato cinese per l’export delle imprese italiane, cresciuto a settembre del 33%. Gli strumenti di CDP/SIMEST costituiscono un tassello assolutamente fondamentale del più ampio pacchetto di azioni a sostegno delle aziende italiane, e su tutte le Piccole e Medie imprese, previsto dal Patto per l’Export”




INPS: nuovo “osservatorio statistico sui lavoratori dipendenti e indipendenti”

offerte lavoro

offerte lavoroA partire dal prossimo 16 dicembre, l’Inps inaugurerà il nuovo Osservatorio statistico sui “Lavoratori dipendenti e indipendenti”, che consentirà di disporre per la prima volta di una “fotografia ad alta definizione” della struttura occupazionale italiana, ricavata dall’insieme dei dati assicurativi dell’Inps che ne costituisce la quasi totalità (circa il 95%).
L’analisi offre infatti un accurato e unitario punto di vista sulla consistenza degli occupati in Italia sulla base dei dati assicurativi relativi ai diversi Fondi previdenziali obbligatori gestiti dall’Inps (Fondo pensione lavoratori dipendenti, Gestione dipendenti pubblici, Gestione speciale autonomi, Gestione separata, etc.) cui tutti i lavoratori, con l’unica eccezione dei liberi professionisti iscritti alle Casse previdenziali dei rispettivi ordini professionali, sono assicurati a vario titolo. Se anche i dati statistici elaborati sugli assicurati a ciascun Fondo consentono già oggi, attraverso i diversi Osservatori statistici messi a disposizione on line dall’Istituto, di disporre di informazioni precise sul relativo gruppo di lavoratori, il nuovo strumento consente una diversa e unitaria prospettiva.
Nel nuovo Osservatorio annuale gli assicurati presso ciascun Fondo sono considerati congiuntamente, identificando per ciascuno di essi la principale posizione di lavoro (nel caso di presenza presso fondi diversi nel corso del medesimo anno è riportata la posizione che ha originato la quota di reddito più rilevante) tra le seguenti nove categorie: dipendenti privati non agricoli, dipendenti pubblici, commercianti, artigiani, lavoratori agricoli autonomi, operai agricoli, domestici, iscritti alla gestione separata (i cosiddetti parasubordinati) e lavoratori occasionali.
Nel 2019, si tratta di 25.473.000 lavoratori con un reddito medio annuo da lavoro di 22.906 euro e una media di 43 settimane lavorate (su 52).
L’Osservatorio mette inoltre in evidenza le dinamiche intervenute nel periodo 2014-2019, vale a dire il periodo di ripresa successivo alle grandi crisi della finanza internazionale e dei debiti sovrani (2007-2013). Per ciascun anno, dal 2014 al 2019, è riportato il numero complessivo degli assicurati con un elevato dettaglio descrittivo: dall’identificazione della posizione principale, a variabili quali età, sesso, cittadinanza, territorio, settore, fino a indicatori di persistenza nell’occupazione (numero di settimane lavorate nell’anno) e di reddito annuo da lavoro (il reddito totale tenuto conto di tutte le posizioni).
L’analisi in dettaglio sulle nove categorie in cui, a partire dai dati previdenziali, viene rappresentata la struttura occupazionale italiana realizza molteplici obiettivi: fornire appunto una fotografia sulla consistenza e sulle caratteristiche dell’occupazione per settore e per area territoriale, ma anche offrire un’analisi dinamica, consentendo di valutare le modifiche intervenute sia tra un anno e l’altro sia nell’intero periodo osservato. Trattandosi inoltre di dati relativi all’intera popolazione osservata e che approssima la totalità dell’occupazione, l’osservatorio permette di arrivare, senza perdere di attendibilità, ad un inedito livello di dettaglio.




Lavoro italiano all’estero. Dibattito nel CGIE

2visentini

2visentiniC’è bisogno di continuare a lavorare per la tutela dei lavoratori delle categorie più deboli, tra cui ci sono molti italiani all’estero. E “non c’è più tempo da perdere”, anche perché il Covid ha aumentato le diseguaglianze e per troppo tempo il Consiglio Generale degli Italiani all’estero si è occupato “di questioni ideali, ma adesso è doveroso guardare in faccia la realtà e svolgere il nostro compito in maniera sostanziale, aiutando alla sopravvivenza degli italiani all’estero”. È questo il fulcro del dibattito ribadito dal Segretario Generale del Consiglio Generale degli Italiani all’estero alla fine del dibatto di questo pomeriggio della riunione del Cgie, alla quale ha preso parte anche Luca Visentini, Segretario Generale della Confederazione Europea dei Sindacati (Ces) che dopo il suo intervento iniziale ha ascoltato gli interventi dei consiglieri, specialmente di quelli provenienti dall’Europa, ma non solo.
Ad aprire il dibattito è stato il Consigliere Cgie Paesi Bassi, Andrea Mantione, che ha sottolineato come possa sembrare “una forzatura parlare di sindacati con consiglieri provenienti da tutto il mondo”, proprio perché nel mondo ci sono modelli molto diversi l’uno dall’altro. E anche in Europa, “ogni sindacato continua per la sua strada, e il Ces, per ora, ha potuto fare poco. Spiace dirlo, ma il coordinamento della Ces in Europa non ha colmato le differenze tra sindacati, o ha fallito nel suo intento. Ogni paese, infatti, decide per sé e fa da sé. Ma non è colpa dei sindacati, sono i trattati che lo dicono”. L’augurio che si è fatto il consigliere dei Paesi Bassi è stato che “oggi, la Ces, possa fare quello che non è stato fatto negli ultimi 50 anni”.
Secondo Andrea Malpassi, Consigliere di nomina governativa del Cgie per la Cgil, l’Europa resta “un faro per i diritti sociali dei lavoratori”, e non a caso il vecchio continente resta ancora “la principale meta degli italiani che emigrano”. Dopo anni l’Italia è tornato un paese di emigrazione più che di immigrazione, e infatti non esiste più, secondo Malpassi, la cosiddetta “fuga dei cervelli” ma vanno alla ricerca di “lavori qualsiasi”. Oggi c’è “una nuova fase” ancora, soprattutto dovuta alla “precarizzazione del lavoro” e della pandemia, per la quale migliaia dei nostri cittadini all’estero, trovandosi con contratti atipici, e precari, “non possono accedere alla protezione sociale”. A tal proposito il consigliere ha fatto due considerazioni da sottoporre al Segretario Generale Ces: la prima è che negli ultimi anni “il diritto di assistenza si è spostato verso il diritto di cittadinanza”. E, in un’ottica europea, questo costringe i giovani a tornare nel paese alla ricerca di un minimo di welfare; la seconda considerazione, invece, va di pari passo con la seconda: infatti aiuterebbe molto i diritti dei lavoratori “arrivare a una cittadinanza europea”, che prescinda dalla nazionalità.
Per la consigliera Silvana Mangione, il “post-covid sarà lungo e difficile”, e ha esortato il Cgie “a mettere tutte le forze insieme, esportando buone pratiche all’interno di tutti i paesi del mondo e riprendere una vita serena”.
Dal Brasile, la consigliera Rita Blasioli Costa ha parlato di una mobilità diversa, chiedendo al Segretario del Ces e al Cgie in generale di tenere particolarmente presente la situazione dei “doppi cittadini”, ossia gli italo-discendenti, che si trovano in “situazioni gravissime”, proprio perché provengono da paesi che non hanno stato sociale. Per questo, secondo Blasioli Costa “è importante acquisire una qualifica di cittadini europei”.
È intervenuto poi Fernando Manzo, del Cgie Belgio, che ha spiegato la sua visione della sfida che aspetta i sindacati europei, ossia “rispettare le regole armonizzando le legislazioni del lavoro, anche perché spesso sono le stesse sigle sindacali che si appellano alle loro autonomie”. Manzo ha infatti parlato di “modello concentrico”, pensando alla trasformazione del lavoro nell’attualità, per il quale sono protetti solo quei lavoratori che fanno parte del nucleo e che sono “superlavoratori superpagati”. Questo è, secondo lui, “un problema che si può imputare anche ai sindacati che non hanno protetto abbastanza i lavoratori più distanti dal nucleo”.
“Siamo tornati a parlare di persone in carne e ossa. E per questo sono molto soddisfatto”. Così ha esordito il Consigliere Norberto Lombardi nel suo intervento, durante il quale ha fatto trapelare preoccupazione per quegli “italiani che hanno lavoro precario ma non godono di ammortizzatori”. Questo è, secondo Lombardi, il nodo della questione: “il Cgie deve prendere una posizione e chiedersi, chiediamoci, che cosa stiamo facendo noi per proteggere i lavoratori precari italiani all’estero”. Insomma, Lombardi ha fatto un appello a muoversi in maniera sostanziale per proteggere i lavoratori migranti, e non parlare solo di questioni assolute, ma più pratiche. Poi si è detto d’accordo a proseguire la politica di ammortizzatori sociali nell’immediato, per rispondere alla pandemia, ma ha anche esortato a “programmare il futuro, attraverso il Recovery Fund, con una vita ancora impiantata sul lavoro e non su altro”. Il Cgie, sempre a parere suo, “deve farsi carico di una richiesta al Governo: un’indagine area per area sulle conseguenze che la pandemia ha creato tra le categorie più fragili degli italiani che sono all’estero”.
È una grande cosa, per il consigliere Gianluca Lodetti, che all’interno del Cgie si possa parlare di queste tematiche, anche perché “molti di noi non sanno che esiste il Ces”. Ed è importante soprattutto perché “in questo momento il Covid ha aumentato la diseguaglianza, specialmente per quanto riguarda i diritti dei migranti”. Secondo Lodetti, infatti, la “cultura che ci ha toccato negli ultimi anni, l’individualismo, con il Covid dovrebbe mutare. Questa è una grande occasione che dobbiamo sfruttare”, soprattutto per attuare una “crescita sociale delle comunità intere”. Infine, ha anche detto di appoggiare l’ipotesi di un’agenzia, ma ha anche sottolineato come questa abbia “bisogno di una spinta che deve venire dal basso, perché non può essere calata dall’alto”.
Infine, sono intervenuti i consiglieri Eleonora Medda e Rodolfo Ricci, prima di far concludere e rispondere Visentini. La prima consigliera ha affermato la necessità di “calcolare le misure sociali”. Negli ultimi anni, infatti, “il lavoro precario è aumentato profondamente, e tanti sono i problemi. Giovani, donne, sistemi scolastici che sono specchio di diseguaglianze socio-economiche. I sistemi di welfare si sono ristretti sempre di più”. Per queste ragioni, secondo lei, è “decisiva la revisione dell’883/2004 relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale. “Proprio perché l’Europa è immaginata unita, anche lavorativamente, ma i diritti si differenziano da paese a paese”. Il secondo consigliere, Ricci, ha esortato la CeS a impegnarsi “non solo riguardo i diritti individuali dei lavoratori, ma anche sui diritti dei territori”.
Per concludere, ha preso parola Luca Visentini, che ha spiegato come la “parità dei diritti non riguardi solo l’Europa. Il tema della protezione è importante a livello globale. È un tema che è al centro delle nostre discussioni e anche al centro del dialogo nel G20, di cui l’Italia nel prossimo anno avrà la presidenza. La dimensione globale della protezione sociale è un tema che non dobbiamo mai dimenticarci. Da questo punto di vista, la cittadinanza europea, e tutelare gli europei fuori dall’Ue, è un elemento sulla quale bisogna sviluppare una riflessione seria. Perché questo è un tema che riguarda la protezione delle persone. Tutti quanti sappiamo che se non c’è armonizzazione è perché ci sono dei trattati. E di questo non si può dare la colpa ai sindacati, che si muovono nei limiti giuridici”. Tra l’altro, Visentini ha anche ricordato come ci siano sindacati di diversi paesi “dove ci sono i lavoratori che stanno meglio”, ossia nei cosiddetti “paesi frugali”, che “si oppongono al coordinamento”. Paesi come quelli nordici e come quelli del Benelux, o l’Austria, “bloccano infatti la revisione dell’883/2004, introducendo un elemento di nazionalismo dei loro sistemi”. Differenze che esistono anche tra sindacati, ha affermato ancora il SG del Ces, “perché ogni sindacato è figlio del proprio sistema. Abbiamo portato risultati per l’armonizzazione – ha concluso -, ma non è semplice”.